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Milano, condanne pesanti per i fatti dell'11 Marzo

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dal manifesto

Colpire nel mucchio, senza prove dirette, per creare un pessimo precedente giuridico. E' questo il significato tutto politico della sentenza d'appello che conclude il processo contro 18 antifascisti per gli scontri dell'11 marzo 2006 a Milano. Quindici conferme di condanna a 4 anni di carcere per «concorso morale in devastazione e saccheggio», due assoluzioni per non aver commesso il fatto e una condanna ridotta a 4 mesi. Pene esemplari. Soprattutto perché il reato di devastazione e saccheggio risale ai codici fascisti, è stato applicato pochissime volte per disastrose rivolte in qualche stadio, mai per manifestazioni politiche. Ma è lo stesso reato contestato ai manifestanti sotto processo per il G8 di Genova. E la sentenza di ieri non fa che renderlo giuricamente plausibile.
L'11 marzo 2006, circa cento persone si sono scontrate con la polizia per 40 minuti: protestavano contro la manifestazione autorizzata della Fiamma tricolore che di lì a poco è sfilata nel centro di Milano, con cori e simboli fascisti. Gli antifascisti hanno fatto una piccola barricata, due vetrine sono andate in pezzi, un paio di automobili e il negozio di Alleanza Nazionale sono andate in fiamme. E' stato un grosso errore politico che ha dato il colpo di grazia al già moribondo movimento milanese, molto fumo ma niente di grave per l'ordine pubblico della città. La polizia ha fermato subito 44 persone a caso, 25 ragazzi tra venti e trent'anni sono rimasti in carcere per 4 mesi e mezzo prima di essere processati, una detenzione preventiva clamorosa.
Nel luglio 2006 si è concluso il processo di primo grado contro 29 manifestanti con 18 condanne a quattro anni e 9 assoluzioni. Tutti chiedevano di punire i «teppisti», anche chi a sinistra avrebbe dovuto dare una risposta diversa ma ferma contro il corteo fascista. Oggi il clima è cambiato, i fatti dell'11 marzo sembrano molto lontani, ma siamo in prossimità della conclusione dei processi per il G8 di Genova. E così il processo d'appello sembra una fotocopia del processo di primo grado. Le prove sono le stesse, inconsistenti. Foto generiche di ragazzi che semplicemente stavano manifestando, bastava esserci per essere colpevoli. «E' una sentenza assolutamente non condivisibile - ha commentato l'avvocato Mirko Mazzali - il reato di devastazione e saccheggio è molto pesante e non è quello che è successo, tutt'al più si tratta di danneggiamento. Il ricorso al concorso morale è un modo per dire che non è stata accertata alcuna responsabilità diretta come invece stabilisce la legge. Ricorreremo in cassazione. Comunque sono stati effettuati 44 arresti in flagranza di reato e dopo un anno e mezzo abbiamo 15 condanne». Significa che almeno 29 arrestati erano innocenti. Alcuni, assolti in primo grado, hanno ottenuto un risarcimento, altri potrebbero seguire il loro esempio. I condannati invece beneficiano di uno sconto di tre anni per l'indulto ai quali vanno aggiunti i mesi già passati in cella o ai domiciliari. Per loro niente più carcere. Ma a Genova adesso tutto è ancora più difficile.

Commenti

facile scrivere oggi, a

facile scrivere oggi, a sentenza avvenuta, che si tratta di un precedente grave e pericoloso. dove eravate prima? possibile che sapete solo piangere a cose avvenute?

hai ragione

Dove si era quando qualcuno divideva gli antifascisti milanesi e non in buoni e cattivi?
dove si era quando qualche capetto decideva la solidarieta' a senso unico?
dove si era quando proprio indymedia invece di fare la sua parte ovvero informazione,si ammuttoliva davanti ad articoli infami de IL GIORNALE?
dove si era e chi decise il rito abbrevviato invece di avanzare una ferrea linea di antifascismo?

Si sperava di salvare il culo a chi era dove non doveva essere,si sperava nella pieta'e clemenza degli sconti dei magistrati,si sperava che qualcuno uscisse subito ed indenne e gli altri potevano anche pagare,esaltati comunisti di varia appartenenza e non citiamo le realtà.

Quindi per cortesia il moralista torna a farlo sulla indymedia che censurava le lettere dal carcere ed ascoltava avvocati e capetti di turno,quegli avvocati che in anni di processi a Genova non ci pare abbiano
avuto grosse vittorie.

autonomia proletaria

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