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memoriale di difesa delle mani rosse

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manirosse

LA COSPIRAZIONE DELLE MANI ROSSE

Nel mese di maggio del 2006, sui muri di Bergamo fanno la loro comparsa alcune centinaia di stampi rossi di mani. Le mani rosse, impresse perlopiù con vernice spray mediante l'ausilio di stancil, si diffondono rapidamente nei quartieri e nel centro in una molteplicità di fatture, in gruppi o isolate, riproducendo forme decorative (linee ondulate, circonferenze, spirali..) o secondo ripartizioni casuali. In poche settimane diventa impossibile percorrere le vie di Bergamo senza scorgere il marchio seriale. Già dal mese di aprile, nel centro cittadino, proliferano adesivi recanti la mano rossa e lo slogan “tana libera tutti”. A metà maggio le mani rosse compaiono sui palazzi della centralissima via 20 Settembre come calchi rossi di mani, presumibilmente ottenuti dagli autori apponendo direttamente le proprie mani macchiate di tempera sulle pareti. Quasi contemporaneamente si diffondono, soprattutto nei quartieri, le mani rosse realizzate a stancil e vernice spray, le cui svariate forme e dimensioni divergono sia da quelle degli adesivi sia da quelle ottenute con le mani macchiate di tempera. Le stesse mani ottenute con gli stancil appaiono a loro volta diverse tra loro per forma e proporzioni e si diffondono in maniera disomogenea. La diffusione delle mani rosse prosegue poi attraverso l'adozione di altre tecniche. Una, molto particolare, lascia impresso sulle pareti solo la sagoma rossa sfumata della mani. Inoltre vi sono gli striscioni, che nella seconda settimana di giugno, accompagnati dallo slogan “tana libera tutti” e dalla mano rossa, compaiono su alcuni cavalcavia cittadini, precedendo di poche ore la rivendicazione pubblicata sul sito web di informazione indipendente “Indymedia” e riproposta pochi giorni dopo dal quotidiano “Il Bergamo”, recante la spiegazione del significato del marchio seriale. Il primo di giugno “L'Eco di Bergamo” si era già interessato al caso delle mani rosse, avanzando alcune ipotesi circa il misterioso significato. Le ipotesi vengono confermate dal comunicato rivendicativo, dove si spiega che i messaggi della stesse vengono suggeriti proprio dal quotidiano: mani rosse come quelle dell'occidente, macchiate del sangue delle vittime della guerra in Iraq, mani rosse come quelle insanguinate della polizia messicana, responsabile della brutale repressione contro i venditori di fiori di Atenco in protesta, mani rosse come marchio territoriale per denunciare la mancanza di spazi d'aggregazione giovanile a Bergamo, mani rosse in solidarietà con le persone arrestate a Milano sabato 11 marzo 2006, mentre si opponevano alla marcia fascista di Fiamma Tricolore. Nel corso della manifestazione milanese del successivo sabato 17 giugno (probabilmente raccogliendo spontaneamente l'indicazione del comunicato rivendicativo), decine di sagome di cartone rosso a forma di mano vengono poi apposte su diversi camion e furgoni, organizzati da altrettanti collettivi e centri sociali, quando in diecimila sfileranno per la liberazione delle persone arrestate durante la protesta antifascista. Va sottolineato che la campagna comunicativa rimane circoscritta alla città di Bergamo e che la comparsa episodica del simbolo seriale nel corso della manifestazione milanese è da addebitare, con tutta probabilità, al riferimento alla manifestazione milanese contenuto nella rivendicazione, oltre al fatto che tra gli arrestati per la protesta di sabato 11 marzo figurano anche alcuni bergamaschi. La comparsa delle mani rosse anche nella manifestazione milanese, così come la varietà delle fatture e la massiccia e rapida proliferazione del marchio, sono comunque elementi che, da un lato, rimandano ad un numero elevato di persone coinvolte nella campagna e, dall'altro, renderebbero improbabile l'esistenza di un'unica regia dietro la diffusione delle mani rosse, facendo pensare plausibilmente al coinvolgimento di diversi soggetti, se non estranei tra loro, quantomeno indipendenti gli uni dagli altri. D'altronde, negli anni precedenti, Bergamo era già stata laboratorio di analoghi esperimenti di guerriglia comunicativa, incentrati proprio sulla promozione di marchi seriali dal significato criptico (come gli “052” fucsia, contro la le telecamere di sorveglianza istallate dal comune nel 2001, e le “®” blu, collegate alla mobilitazione antifascista seguita all'attentato incendiario contro il centro sociale Pacì Paciana), che a loro volta avevano dato luogo a episodi d'emulazione (anche in altre città). La familiarità con simili pratiche, la facile riproducibilità della mano rossa e l'urgenza di comunicare in una città annichilita da un silenzio infrangibile, potrebbero perciò essere stati i fattori propulsivi di una dilagante epidemia di creatività: la cospirazione delle mani rosse!

QUI, QUO E QUA

La notte tra lunedì 5 e martedì 6 giugno 2006, in via Madonna della Neve a Bergamo, 3 giovani incensurati, Qui, Quo e Qua, vengono fermati dalla polizia e, ritenuti autori della mani rosse, denunciati per imbrattamento. La polizia, allertata dal custode dello stabile che ospita la sede della società “Italcementi” (sulla cui facciata campeggiavano alcune mani rosse), sequestra 6 bombolette spray di vernice rossa e uno stancil a forma di mano, macchiato del medesimo colore. A Qua viene sequestrata anche una videocamera contenente un nastro registrato. Le riprese effettuate immortalano due soggetti con il volto nascosto mentre imprimono su alcune pareti le solite mani rosse mediante l'ausilio di stancil e bomboletta di vernice spray. Sullo stesso nastro figurano poi alcune sequenze ironiche, dove tre persone, travisate in volto, abbigliate con la stessa divisa nera e “armate” di pistole ad acqua colorate, si proclamano militanti di un fantomatico “Esercito Creativo delle Mani Rosse” e rivendicano la paternità della campagna. E' opportuno osservare, a questo proposito, la circostanza alquanto singolare per cui la guerriglia comunicativa delle mani rosse riceve due rivendicazioni diverse (una contenuta nel filmato sequestrato e l'altra pubblicata sul sito web di Indymedia pochi giorni dopo) e come ognuna di queste si differenzi dall'altra non solo nel contenuto, ma anche nella firma: “Esercito Creativo delle Mani Rosse” nel primo caso e “Le mani rosse” nel secondo. Il dettaglio conforterebbe ulteriormente l'ipotesi prima esposta circa la molteplice e spontanea adesione alla campagna, ipotesi che tuttavia non viene presa in considerazione dagli inquirenti e, come verrà osservato, nemmeno dai media locali. Qui, Quo e Qua vengono così accusati indistintamente di aver concorso moralmente (non esiste alcuna prova di un concorso materiale) nella realizzazione di tutte le mani rosse comparse a Bergamo nei 2 mesi precedenti, nessuna esclusa. Quella del concorso morale sembra essere una “stravaganza” giuridica del codice penale italiano, tale da meritare un apposito approfondimento in seguito. Per ora, invece, va osservato l'uso discrezionale che ne viene fatto nel caso delle mani rosse. Per quale motivo analoghe misure non sono mai state assunte nei confronti dei partiti politici? La provincia di Bergamo appare invasa dalle campagne di scritte a vernice spray e affissioni abusive della Lega Nord Padania, rispetto a cui le mani rosse sembrano davvero poca cosa. Eppure, nonostante il movimento di Umberto Bossi sia dotato di una struttura formale dove appurare responsabilità, morali e materiali, è cosa assai semplice, nessuno ha mai pensato di procedere nei confronti dei suoi militanti, colti sul fatto in diverse occasioni, addebitando loro ogni singolo segno murale imputabile al movimento stesso. E' inoltre necessario compiere alcune considerazioni circa la posizione di Qua. Qua, infatti, fuori città fino a pochi giorni prima la notte del fermo e per un periodo di tempo che permette di escludere il suo coinvolgimento (almeno) nella fase sostanziale di diffusione delle mani rosse, è un'operatrice di ripresa di professione e, dettaglio non trascurabile, non compare nel girato in alcun frangente. Ammesso che sia Qua l'autrice del filmato, il fatto che sia stata sorpresa nell'atto di documentare la campagna di guerriglia comunicativa, o di costruire una fiction ironica intorno ad essa (il filmato rivendicativo potrebbe avvalorare questa seconda ipotesi), non presuppone di per sé che essa vi sia attivamente coinvolta. Stando alle accuse formulate, invece, il semplice fatto di essere stata sorpresa in possesso del nastro e della telecamera incriminati, renderebbe Qua responsabile moralmente, non dell'incursione registrata nel nastro, ma di ogni singola mano rossa comparsa sui muri di Bergamo precedentemente, proprio come se ne fosse stata provata la sua paternità materiale. Le accuse, anche in questo caso, appaiono ancora più discutibili se messe in relazione con analoghe circostanze, aventi però come protagonisti professionisti del giornalismo mainstream. Già nel 2002, nel corso dell'analoga campagna costruita intorno al marchio “052”, sia L'Eco di Bergamo, sia il quotidiano concorrente “Il Nuovo Giornale di Bergamo”, davano ampio spazio alle performance dei suoi misteriosi autori, pubblicando anche una fotografia che ritraeva un soggetto con il volto travisato immortalato nell'atto di tracciare, con una bomboletta di vernice spray, lo stesso marchio sul muro di un condominio cittadino. Cosa sarebbe accaduto se la redazione de L'Eco di Bergamo fosse stata querelata per concorso morale nel reato di imbrattamento?

IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA

L'Eco di Bergamo, che nei giorni precedenti, come per gli altri esperimenti di guerriglia comunicativa occorsi in passato, dimostra attenzione per il caso delle mani rosse, dopo il fermo di Qui, Quo e Qua, diventa protagonista di una campagna mediatica contro i 3 denunciati, in un clima di commistione tra il quotidiano e gli inquirenti. A questo proposito, non va ignorato che la società editrice de L'Eco di Bergamo opera nella provincia in un regime di monopolio di fatto della comunicazione mediale e che gli abituali rapporti confidenziali tra il quotidiano e le forze dell'ordine offrono al primo una fonte di informazione aggiornata ed economicamente vantaggiosa (sollevando la redazione dall'onere di approfondire autonomamente le notizie, onere che comporterebbe maggiore dispendio di risorse finanziarie e umane), e alla seconda un canale di comunicazione efficace e capillare. Inutile sottolineare come questa prassi finisca per annichilire l'indipendenza e il ruolo di sorveglianza democratica del giornalismo. Ancora di più se considerato che la società editrice risulta essere controllata dagli stessi soggetti che figurano anche parti lese di questa controversia: la potente Curia bergamasca e le società delle ricchissime famiglie di costruttori Percassi e Pesenti (nome quest’ultimo recentemente salito agli onori della cronaca per l’iscrizione della Calcestruzzi S.p.a., facente riferimento al gruppo di famiglia Italcementi, nel registro degli indagati del Dipartimento Distrettuale Antimafia di Caltanisetta, con l’ipotesi di reato di associazione mafiosa). L'investimento de L'Eco di Bergamo sulla questione fornisce riprova di come un giornalismo pilotato possa ricorrere alla distorsione delle informazioni nel perseguimento di fini estranei alla propria funzione pubblica e in barba ai dettami deontologici. Così, negli articoli sul caso delle mani rosse, la ricostruzione del quotidiano appare del tutto aderente a quella formulata dalla Questura, se non addirittura integrata da informazioni di pura fantasia. L'articolo de L'Eco di Bergamo di mercoledì 7 giugno, dedicato al fermo di Qui, Quo e Qua, ad esempio, sostiene che il nastro sequestrato documenti anche altre azioni messe in atto nei giorni precedenti (in particolare nel quartiere di Colognola) e che abbia fornito alla polizia il materiale necessario per accusare i 3 anche per altre performance. Al contrario, nel nastro non è registrata alcuna performance risalente a giorni precedenti, tanto meno nel quartiere di Colognola. Nello stesso articolo si sostiene poi che la natura organizzata della campagna sarebbe dimostrata dal fatto che le mani rosse avrebbero fatto la loro comparsa in altre città (nello specifico si segnala Torino), altro dettaglio di pura fantasia. Ancora, nell'articolo si sostiene la vicinanza di Qui, Quo e Qua all'area anarchica «già protagonista di occupazioni di edifici in città e manifestazioni contro le carceri». Questa informazione, sprovvista di raffronti (considerato anche che Qui, Quo e Qua risultavano incensurati), fa riferimento a 2 occupazioni di stabili avvenute in città in passato, che il quotidiano aveva inquadrato come opera dei cosiddetti “squatters” (a metà degli anni '90, guarda caso in quel di Torino, dove figura la presenza più rilevante, gli “squatters” furono oggetto di una campagna mediatica estremamente negativa), e rievoca inevitabilmente i disordini avvenuti fuori dal carcere di Bergamo nel novembre 2005. L'arbitraria associazione viene sostenuta nello stesso articolo dall'ipotesi che, stando a quanto emergerebbe da non meglio precisate «letture vicine all'area anarchica», le mani rosse rappresenterebbero le mani dell'occidente “imbrattate di sangue per la guerra” (prefigurando un collegamento con una indeterminata campagna anarchica). In questa sede, appare del tutto ininfluente la natura del credo politico e l'adesione reale o costruita ad una precisa area di Qui, Quo e Qua, o sindacare intorno alla matrice ideologica delle mani rosse (che, per altro, come verrà osservato, non risultano essere finalizzate ad una campagna anarchica), per il semplice motivo che simili informazioni appartengono alla sfera privata del singolo individuo, nell'esercizio del proprio diritto d'opinione, e, ancora di più, per il fatto che il pensiero libertario di per sé non rappresenta un reato, un'aggravante, o un indicatore di colpevolezza. Ciò che appare invece assai importante è l'uso pregiudiziale che i media fanno da sempre dell'immagine del “mostro anarchico”, immagine da essi stessi costruita e spesso agitata strumentalmente e a sproposito (si pensi alla strage di piazza Fontana a Milano), e come, nella vicenda delle mani rosse, questa operazione mediatica arbitraria finisca per legittimare provvedimenti repressivi tanto discutibili quanto esagerati. Nonostante l'interpretazione in chiave anarchica delle mani rosse venga poi contraddetta da alcune palesi rilevanze, L'Eco di Bergamo mantiene così la propria lettura a senso unico della vicenda, fino ad ignorare l'evidenza di alcuni elementi, tanto palesi da venire evidenziati anche dal quotidiano Il Bergamo. L'Eco di Bergamo tace sulla rivendicazione pubblicata sul sito web Indymedia, dove i significati del marchio seriale sono spiegati inequivocabilmente, e, ancora più strano, sui riferimenti alla campagna di liberazione per le persone arrestate sabato 11 marzo a Milano (come l'adesivo recante la mano rossa e la frase “libertà per gli antifa arrestati sabato 11 marzo a Milano”, e la comparsa delle mani rosse di cartone nella già citata manifestazione di solidarietà del 17 giugno), che invece non sfuggono al quotidiano concorrente. La condotta de L'Eco di Bergamo, tra l'altro, ha un precedente: durante l'analoga campagna 052, il quotidiano, in base alle indiscrezioni ricevute dalla Questura, sosteneva il collegamento tra il marchio enigmatico e gli ambienti anarchici e la più ampia mobilitazione in favore di una giovane anarchica accusata di un attentato contro un ripetitore televisivo. Di fronte alla rivelazione del reale obbiettivo di 052 (il sistema di telesorveglianza comunale) e al fatto che la mobilitazione successiva contro la telesorveglianza sia condotta interamente da una realtà politica, cioè il centro sociale Pacì Paciana, non collegata agli ambienti anarchici, L'Eco di Bergamo giungerà addirittura a smentire gli autori di 052 e le altre testate giornalistiche cittadine, rilanciando nuovamente la “pista anarchica” (salvo poi, sconfessato dall'evidenza dei fatti, essere costretto ad un rettifica). La strategia riposta dietro l'insistenza sull'ambiente anarchico potrebbe essere parzialmente fornita da un altro episodio, non a caso pretestuosamente collegato da L'Eco di Bergamo alla vicenda delle mani rosse. Nel processo di primo grado per i disordini verificatisi nel corso della manifestazione contro le carceri del 12 novembre 2006, l'impianto accusatorio poggiava in gran parte sulla semplice affiliazione (vera o presunta) delle persone denunciate all'area anarchica. In questo caso, a prescindere dalle opinioni politiche degli imputati, si faceva ricorso all'appartenenza ideologica dei singoli per alimentare un pregiudizio soggettivo, fondato sullo stereotipo di senso comune dell'anarchico, a seconda dei casi, come mostro, bombarolo, pericolo pubblico, delinquente o soggetto antisociale. Le congetture del pubblico ministero, il cui approccio pregiudiziale veniva sconfessato da una sentenza che ridimensionava drasticamente le richieste di condanna, avevano però già prodotto esiti aberranti. Uno dei testimoni della difesa, incensurato e non collegato ad alcuna organizzazione politica, veniva così indagato per favoreggiamento in virtù dell'episodica frequentazione della spazio anarchico “Underground”, libreria situata nel quartiere Malpensata, come se la frequentazione di una libreria anarchica, anche occasionale, o il fatto stesso di nutrire simpatie e interesse (o semplice curiosità) per il pensiero libertario, costituissero elementi sufficienti per stabilire l'inattendibilità di un testimone o la compromissione con qualsivoglia azione criminosa. Analogamente, le motivazioni con cui gli investigatori della Questura sosterranno la prossimità di Qui, Quo e Qua con ambienti anarchici attribuiscono alla vicenda tinte inquietanti e grottesche. Nel corso del fermo, gli agenti della Questura rinvengono nella tasca esterna della custodia della telecamera di Qua un secondo nastro, contenente le riprese di una cerimonia cattolica di prima comunione, con successivo rinfresco tra parenti. La circostanza sembrerebbe assolutamente ordinaria, considerata la professione di Qua, che, come tutti gli operatori di ripresa agli inizi della carriera (specie se lavoratori precari), arrotonda i magri proventi del proprio lavoro con filmati di matrimoni, battesimi, cresime, comunioni e quant'altro. Il fatto che il nastro fosse di natura professionale è confermato poi da 2 elementi: dopo il fermo Qua fa immediata richiesta di dissequestro per motivi lavorativi della telecamera (ottenendolo) e, inoltre, nel girato non compaiono suoi parenti (ciò escluderebbe la possibilità che si trattasse di filmati ad uso personale). Per la Questura invece quel nastro è un elemento indiziale decisivo; gli agenti dell'ufficio Digos, in alcuni fotogrammi, riconoscono tra gli invitati al rinfresco 3, o forse 4, individui ritenuti prossimi agli ambienti anarchici. Per la Questura è la prova inequivocabile dell'appartenenza politica non solo di Qua, ma anche di Qui e Quo, che pure non erano nemmeno invitati al rinfresco. Quanto basta per sbattere il mostro in prima pagina.

PUNIRE 3 PER EDUCARNE 100

Per comprendere la strategia sottesa alla costruzione dell'immagine di Qui, Quo e Qua, come “pericolosi anarchici”, va presa in considerazione più approfonditamente la natura delle imputazioni mosse nei loro confronti, in particolare per quanto concerne il cosiddetto “concorso morale”. Innanzitutto esso va distinto dal “concorso materiale”, sussistente qualora si concorra nella realizzazione di un reato nella sua fase ideativa, preparatoria o esecutiva; ovvero laddove sia dimostrato che una persona abbia materialmente commesso un delitto, o abbia collaborato alla sua progettazione o attuazione. Il pubblico ministero, ben sapendo di non poter provare alcun concorso materiale da parte degli imputati nella realizzazione della campagna, ricorre al concetto di concorso morale, secondo il quale è sufficiente, per concorrere, rafforzare il proposito criminoso di altri attraverso i propri atteggiamenti o la propria condotta. Quello che si configura è cioè un caso di “compartecipazione psichica” (magari attuata anche mediante ricorso alla telepatia?) degli imputati nella realizzazione di una campagna insieme ad altri soggetti ignoti (non necessariamente in rapporti di conoscenza con gli imputati). A questo punto, l'obbiettivo riposto nel collegamento arbitrario della campagna e delle 3 persone denunciate con la medesima area politica appare chiaro, permettendo esso di qualificare la natura del concorso morale; tanto meglio poi se l'area d'appartenenza è quella anarchica, di sicuro impatto mediatico. Il concorso morale, eredità del codice fascista e senza corrispettivi in nessun paese europeo, contraddice uno dei fondamenti del diritto, sancito anche dall'articolo 27 della Costituzione, quello secondo cui la responsabilità penale è individuale. Aggirato l'ostacolo (ostacolo per modo di dire) della responsabilità individuale, le forze dell'ordine procedono così a raccogliere le querele di ogni persona proprietaria, o (stranezza) anche solo inquilina, degli stabili cittadini su cui sono comparse le mani rosse. L'operazione avviene però secondo una procedura decisamente anomala: gli inquirenti operano, da prima, mappando tutte le mani rosse comparse in città, dalla prima all'ultima, e, successivamente, recandosi porta a porta per proporre una querela comodamente precompilata dalla Questura, sulla quale apporre una semplice e rapida firma. Le persone querelanti, insomma, non si recano in Questura per sporgere denuncia, come da routine, ma ricevono già una versione preconfezionata della stessa direttamente a casa, accompagnata da un premuroso agente di pubblica sicurezza che garantisce l'esito positivo dell'iniziativa, e confortati dall'informazione menzognera de L'Eco di Bergamo circa il nastro nelle mani degli inquirenti che inchioderebbe i tre fermati anche per altre performance avvenute nei giorni precedenti. Con questo inedito stratagemma, gli agenti della Questura riescono a totalizzare 56 querele, accollandole indistintamente a Qui, Quo e Qua. Se si considerano le spese processuali degli imputati e delle decine di querelanti (ognuno ovviamente provvisto di un avvocato, con tanto di lauta parcella), la sanzione amministrativa e il totale dei risarcimenti, in caso di condanna si può ben prendere in considerazione una cifra a cinque zeri. A questa cifra però bisogna aggiungere quella pretesa dal Comune di Bergamo, che, dopo il fermo di Qui, Quo e Qua, decide di costituirsi parte civile. Il sindaco di centro-sinistra Roberto Bruni, per sua stessa ammissione, approfitta del succulento capro espiatorio per veicolare un segnale rigoroso a coloro che ricorrono ai muri della città per comunicare e praticare arte di strada, e presentare alla “gente per bene” il volto inflessibile dell'Amministrazione. Il sindaco Bruni sceglie il proprio studio legale per rappresentare il Comune, così che la sua azione assuma la risolutezza della crociata personale e, nel mese di agosto 2008, giunge una richiesta di risarcimento che ha tanto il sapore della punizione esemplare: 100.000 euro (cifra palesemente esagerata, ma giustificata dalla richiesta di non meglio precisati “danni morali”, arrecati dalle mani rosse al sindaco e alle istituzioni). La punizione esemplare, poi, appare tanto più pesante se messa in relazione con la fedina penale immacolata e, soprattutto, la posizione economica di Qui, Quo e Qua. Essa rispecchia la condizione di vita precaria di un'intera generazione, fatta di impieghi lavorativi instabili e miseramente retribuiti e di incertezza economica (sono indipendenti dalle famiglie d'origine e dichiarano un reddito inferiore agli 8.000 euro l'anno). In ogni caso, si tratta di una strategia repressiva tanto dozzinale negli espedienti quanto inedita (almeno a Bergamo) e l'ammontare complessivo dei risarcimenti appare decisamente spropositato (pure se i malcapitati Qui, Quo e Qua fossero nipoti di Paperon de Paperoni). Il monito politico non può essere frainteso o ignorato da nessuno: punire tre per educarne 100.

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