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di Ugo Maria Tassinari*
[Questo testo è tratto dalle pp. 430-444 di FASCISTERIA. I protagonisti, i movimenti e i misteri dell'eversione nera in Italia (1945-2000) (ed. Castelvecchi, 2001). Nelle prossime puntate Tassinari lo aggiornerà fino ad oggi.]
[...] È proprio il movimento ultrà l’altro luogo di riaggregazione dei naziskin, anche se forse è più semplice parlare di un gruppo umano polimorfo, le cui vicende si intrecciano tra violenza politica, devianza sociale e criminalità comune. Pochi giorni prima del fermo del leader dei naziskin per l’attacchinaggio pro Priebke, il pm di Brescia Paola De Martiis aveva concluso l’inchiesta per il raid squadristico al margine dell’incontro calcisticio Brescia–Roma del 20 novembre 1994, segnata da ben 19 arresti, chiedendo il rinvio a giudizio di “Boccacci+26” per reati che comportano pene fino a un massimo di 15 anni e che vanno dall’apologia di fascismo alle lesioni gravissime e alla resistenza aggravata, dalla detenzione e dal porto d’arma all’attentato alla pubblica sicurezza.
La maggior parte degli elementi di prova a carico degli ultrà è costituita da fotografie e riprese televisive, che l’accusa usa con criterio estensivo: ogni partecipante all’assalto è stato ritenuto ugualmente responsabile senza valutare il grado di effettiva partecipazione. Il saluto romano, gli inni cantati, lo schieramento a falange non appena la banda è scesa dal pullman costituiscono per il pm manifestazioni usuali del disciolto partito fascista. Un’applicazione estensiva di questa valutazione giuridica porterebbe a denunciare ogni domenica alcune decine di migliaia di persone per violazione della legge Scelba. gpboniperti.jpgL’intero comando della spedizione punitiva, programmata da mesi, è costituito da militanti neofascisti: con Maurizio Boccacci figurano Alfredo Quondamstefano, Corrado Ovidi, Paolo Consorti, Massimiliano D’Alessandro e Giuseppe Meloni. Due di questi, Meloni e D’Alessandro, sono riconosciuti come leader di una “ciurma” ultrà, l’Opposta fazione, un centinaio di “duri e puri”, slogan preferito “meno calcio e più calci”. Meloni detto “pinuccio la rana” ha trentun anni e un passato militante. Ex consigliere circoscrizionale del MSI nel centro storico, supervotato ma costretto a dimettersi per i precedenti di violenza politica. Opposta fazione fa base nella sua pizzeria al Tiburtino, “Mezzanotte e dintorni” da cui parte la spedizione punitiva, condotta da lui e Boccacci. Accusato di aver accoltellato Selmin nega e rivendica l’amicizia con il sottosegretario agli Interni Gasparri (che due anni prima aveva organizzato il convegno Una patria chiamata curva). A Radio Incontro Bruno Ripepi detto “il comandante” il giorno dopo gli scontri di Brescia informa gli ultrà che “Pinuccio la rana” è stato ferito alla testa con 30 punti di sutura. Quando la magistratura allarga l’indagine ai rapporti tra società e capi ultrà il centravanti Andrea Carnevale racconta che la sua presenza a Trigoria era abituale. Massimiliano D’Alessandro, detto “er polpetta”, ha 25 anni ed è un ex di MP. Tra i suoi precedenti una rissa allo stadio nel 1990 ma anche l’arresto nel 1994 per diverse rapine col taglierino a banche e uffici postali. Lo accusano di aver bastonato per primo Selmin. Nega di essere fascista e di avere partecipato agli scontri. Si difende: sono cardiopatico. Giuseppe Meloni quando si è sposato ha rinunciato alla militanza politica ma non alla leadership di Opposta fazione. Le prime condanne per il raid di Brescia arrivano nel marzo 1996: Armando Sagrestani (20 mesi) Alfonso Argentino (18 mesi) Luigi Falchi (un anno) patteggiano la pena e godono di un sostanzioso sconto, visti i capi di imputazione (lesioni, resistenza, detenzione di armi ed esplosivo ma anche apologia di fascismo). Un mese dopo due giovanissimi tifosi calabresi della Juve sono accoltellati dopo la partita da quattro ultrà giallorossi, all’uscita della curva Nord.
La repressione non piega gli irriducibili ultrà giallorossi che – del tutto indifferenti alle ragioni del tifo anche più esasperato – si distinguono nei festeggiamenti per la promozione del Bologna partecipando a un raid nel capoluogo emiliano che si conclude con l’accoltellamento di un algerino e l’aggressione di altri otto extracomunitari e di un italiano. Sono 11 i bolognesi arrestati per tentato omicidio e lesioni aggravate da motivi razzisti. Allo stadio spicca uno striscione giallorosso, marchiato con un simbolo di destra: Una grande amicizia, un grande ritorno: onore. Dopo la partita si scatena la caccia al nero. La vittima più grave, Jachine Sabi, 26 anni, aveva la bandiera rossoblù addosso: un rene bucato da una coltellata, la faccia gonfia di botte. L’esistenza di un piano preordinato è evidente: le aggressioni ai danni degli extracomunitari si consumano in quattro distinti punti della città. L’allenatore del Bologna Ulivieri, fama di rosso, un milione donato ai carabinieri per risarcire un auto sfasciata dagli ultrà sbotta: «Meglio chiudere la curva». A fine luglio scattano le manette per quattro ultras di Opposta fazione: Giulio Moretti, 23 anni, figlio di un ingegnere con lussuosissima casa, il già noto Corradetti, Fabio “Sudo” Giglio, disoccupato di 25 anni, Roberto “Robertino” Fuligni, barista di 28 anni. Nel corso delle perquisizioni sono sequestrati fumogeni, bombe carte e pallottole calibro 9. I quattro erano già stati coinvolti nelle indagini sul raid di Brescia e membri di Opposta fazione erano stati identificati dalla polizia in occasione della partita Bologna– Brescia, a conferma di una organica alleanza con i Mods emiliani, un’altra banda di ultras fascisteggianti e di un conto aperto con i bresciani. La curva bolognese è un’altra tifoseria con una spiccata attitudine violenta: quando alla tradizionale carica data dai derby si aggiunge l’odio politico per gli ultrà rivali, la miscela esplode. E’ il caso dei rapporti con i modenesi, uno dei pochi club in cui il tifo è ancora egemonizzato dagli “autonomi”. Gravissimi gli scontri nel derby dell’aprile 1995, in serie C: gli ultrà calano su Modena in assetto di guerra. Alle 11 i Mods assaltano il centro sociale 22 aprile, nei pressi dello stadio: una rissa che coinvolge 100 persone ed è già finita quando arriva la polizia «Cretini, fascisti e cretini – commentano i giovani autonomi – Tutte le volte la stessa cosa. I bolognesi vengono prima per fare a botte. Ma stamattina sono arrivati con le spranghe e i coltelli. Ci hanno sparato con le pistole lanciarazzi, tirato i sassi e le pile. Che cosa volessero non si sa. Il Bologna è oltretutto già in B». I modenesi non si limitano al lamento ma replicano attaccando il corteo dei bolognesi arrivati con il treno delle 15, nonostante le forze dell’ordine abbiano mobilitato un uomo per ogni dieci spettatori (240 contro 2500, compresi vecchi e bambini: è come se per il derby romano si schierassero 7–8mila agenti). Bilancio finale: due poliziotti feriti, 5 ultrà finiti in ospedale e 8 arrestati (tre minorenni denunciati) per la solita sfilza di reati da scontro di piazza. Per tutti scatta il divieto per due anni di frequentare gli stadi. Lungo è anche il contenzioso con la tifoseria fiorentina, considerata “rossa”, da quando un lancio di molotov contro il treno, all’ingresso della stazione di Firenze, ridusse in fin di vita un quatordicenne bolognese, Ivan Dell’Olio, nel giugno 1989. Nell’ottobre 1996 il presidente del Bologna, Giuseppe Gazzoni Frasca, confortato dal presidente di AN, Gianfranco Fini, tifoso rossoblù, protesta con la polizia: come mai nello stadio blindato gli ultrà viola in trasferta hanno potuto introdurre e lanciare una decina di razzi contro la curva rossoblù dopo il gol di Batistuta? Il questore parla di razzi folcloristici ma una dozzina di spettatori finiscono in ospedale feriti da oggetti lanciati e alcuni tifosi fiorentini sono denunciati per porto di mazze e coltelli. Nel giugno 1995 il collettivo autonomo viola Valdarno, 17 ultrà tra i 20 e i 29 anni, operai e disoccupati, sono denunciati per associazione a delinquere. Il disegno criminoso unitario si era manifestato in una lunga catena di episodi: incidenti fuori e dentro lo stadio, l’incendio dell’auto di un calciatore, la lettera di condanna a morte a un ultrà juventino, una rissa selvaggia nel grill di Montepulciano, in 50 contro una trentina di romanisti. I pullman viaggiavano su corsie opposte e il luogo dello scontro è la galleria prensile che congiunge le due stazioni di servizio. La maxirissa è registrata dall’impianto di sicurezza. Sei i romanisti leggermente feriti, fermati tutti i partecipanti: e per i tifosi viola salta la trasferta a Foggia. Nel marzo 1996 il pm Fleury ordina un’altra serie di perquisizioni nelle sedi di Collettivo viola e di Viola korps. A un ultrà di San Giovanni Valdarno è sequestrato un machete. La fama di sinistra non preclude una forte pulsione securitaria: nel marzo 1996 due spacciatori sorpresi in servizio sotto la curva, alla fine di Fiorentina– Sampdoria, sono pestati a sangue. Uno, italiano, aveva appena scontato il divieto di accesso allo stadio: col socio libanese chiede soccorso alle volanti ma i giustizieri circondano i poliziotti per continuare il pestaggio. L’attitudine violenta dei tifosi viola sarà punita con cattiveria dagli ultrà della Salernitana, nell’ottobre 1998: inferociti dai pestaggi subiti a Firenze dopo una partita senza storia (finita 4 a 0 per la Fiorentina) approfittano di una clamorosa svista regolamentare per vendicarsi. A brevissima distanza dagli incidenti, infatti, è previsto che la Fiorentina, campo squalificato per le intemperanze dei tifosi, giochi la partita di ritorno di Coppa Uefa a Salerno. La sede non può essere cambiata nonostante gli evidenti rischi di ordine pubblico. L’esito agonistico è scontato: la squadra toscana ha già vinto in Svizzera e conduce alla fine del primo tempo ma il lancio dal settore dei tifosi locali di una bomba carta contro il quarto uomo determina la perdita della partita a tavolino e la beffarda eliminazione dei viola, puniti da un’interpretazione ottusamente letterale del principio della responsabilità oggettiva del club ospitante. La polizia, sotto accusa per gli insufficienti controlli, individua dai filmati 5 presunti responsabili, entrati allo stadio forzando il varco disabili e denuncia un parcheggiatore abusivo di 24 anni, senza precedenti penali. Il questore si giustifica: avevamo disposto gli agenti per scongiurare risse tra ultrà (e infatti ai viola erano stati sequestrati coltelli, bastoni e uno striscione offensivo: Ma che gemellaggio, terroni di merda e non sono mancate scaramucce, con 4 salernitani feriti). Pochi giorni dopo, riconosciuto in fotografia, è arrestato un liceale diciottenne, Antonio Avossa: si difende sostenendo che lui non è mancino, come il lanciatore e che poi l’ordigno è stato scagliato dall’anello superiore della tribuna, cinque o sei metri più in alto di dove si trovava con i suoi amici.
E sono proprio quattro ragazzi salernitani le ultime vittime della follia che accompagna il calcio e che non è riduci. Morti carbonizzati, all’alba di lunedì 24 maggio 1999, nel rogo del vagone del treno che li riporta a Salerno dopo la sconfitta di Piacenza, che ha deciso la retrocessione in serie B. Probabilmente nelle menti di qualcuno c'è un orrido piano: incendiare tutto il treno a pochi metri dalla stazione di Salerno, per emulare gli ultrà laziali, autori di un simile attentato una settimana fa, nella stazione di Campo di Marte a Firenze. C’erano già stati morti di trasferta in circostanze analoghe, due ragazzini, ai primordi del movimento ultrà. Entrambi vittime di giochi pericolosi, per alleviare la noia del ritorno, quando l’adrenalina e le “sostanze” per tenersi su sono finite: il 21 marzo 1982 nei pressi di Civita Castellana un petardo aveva causato l'incendio di un vagone del treno Milano-Roma carico di tifosi dl ritorno dalla partita Bologna-Roma. Nell'incendio Andrea Vitone, 14 anni, muore per soffocamento. Il 13 aprile 1986 ancora un tifoso della Roma, Paolo Saroli, di 16 anni, è carbonizzato nell'incendio di un vagone del treno Pisa-Roma, anche questo provocato dall'esplosione di un petardo. Alla stazione di Piacenza c'è ressa. La polizia riesce a dirottare 200 esagitati su un treno verso Sud, gli altri però restano sui marciapiedi, guardati a vista dagli agenti. E’ allestito un convoglio speciale con undici vagoni. Salgono tutti senza biglietto e molti sono costretti a viaggiare nel corridoio. Ci sono solo una dozzina di poliziotti a fare da scorta armata. Dagli zaini iniziano a spuntare pietre, razzi, qualche spinello. L'età media è sui diciotto anni, ma c'è chi non raggiunge i sedici. Tra i molti studenti c’è anche qualcuno che lavora già. A Bologna sno aggiunti altri cinque vagoni per evitare il sovraffollamento ma la ciurma ormai è scatenata e semina il terrore in quasi tutte le stazioni. Pietre contro i treni in transito, stazioni (come quelle di Firenze e Prato) devastate dai teppisti. Ad ogni fermata scattano i controlli della Polfer, ma si continua così per tutta la notte. All'alba si contano i danni e si arriva in Campania. Ancora scaramucce a Napoli, nella stazione dei Campi Flegrei, e quindi a Torre Annunziata. Poi l'arrivo a Nocera Inferiore, intorno alle 6,50. Qui succede di tutto, con due donne che vengono ferite mentre si trovano a bordo delle proprie auto, ferme ad un passaggio a livello. Volano pietre, bottiglie ed anche qualche sciacquone, divelto dai wc delle carrozze. I poliziotti tentano di far scendere dal treno i più facinorosi per identificarli ma ogni tentativo di stanarli è impossibile. Dopo un'ora di nuovo tutti a bordo, si entra nel tunnel della morte. Dalla quinta carrozza si sprigiona una fiamma. Il fumo acre avvolge tutto il convoglio, c'è chi tira il freno d'emergenza. Il macchinista capisce il dramma e riesce a portare il treno fuori dalla galleria. Ma per Simone Vitale, di 21 anni, giocatore della squadra di A2 di pallanuoto Rari Nantes Salerno, Vincenzo Lioi di 15 anni, Giuseppe Diodato, di 23 anni, e Ciro Alfieri, 16 anni, è già troppo tardi. I loro corpi sono già carbonizzati, li ha soffocati il fumo mentre dormivano rannicchiati in uno scompartimento zeppo di gente. Scatta l'allarme lungo tutta la linea, le fiamme sono alte cinque metri: le lingue di fuoco avvolgono i 1500 ragazzi che fuggono, arrancando tra i binari, tendendo mani verso qualcuno che non c'è. Scatta la caccia ai responsabili: l'accusa è di omicidio. L’inchiesta si risolve in una decina di giorni. Sarà una maglietta nera, una Nike, a tradire Raffaele Grillo, l’incendiario che girava come un forsennato per la carrozza numero cinque. Lo incastrano alcuni testimoni oculari, come il teste Alfa, uno dei nove feriti nel vagone della morte, o S.N., altro giovane salernitano. La maglietta nera è trovata dagli inquirenti a casa di Grillo il giorno dell’arresto. Un indumento cercato dagli stessi investigatori: gli incendiari erano stati visti con abbigliamento sportivo. Son quattro in tutto gli arrestati: Grillo, Massimo Iannone, e due minorenni L.M. e V.N. Le indagini partono da una videocassetta della polizia scientifica: le forze dell’ordine, infatti, aspettavano il convoglio ferroviario alla stazione con tanto di videocamera per riprendere e identificare i tifosi più facinorosi. rivabonimba2.jpgUtilissima la deposizione di S.N. che ha dichiarato di aver visto «personalmente un ragazzo appiccare il fuoco prima nel bagno e poi nella cabina al centro del vagone del treno», fornendo anche un identikit di Raffaele Grillo: «un tipo biondino, con i capelli rasati e la maglietta nera». S.N. era sul quinto vagone, nella stessa cabina dove erano altri ragazzi feriti, Andrea, Oreste e Gianluca. Lo stesso S.N. in una dichiarazione successiva, presentatosi spontaneamente, racconta una storia particolare: recatosi in ospedale a trovare il testimone Alfa (quello che accusa i quattro) si ritrova con lui su tutti i passaggi avvenuti in quei drammatici momenti. I due ragazzi però riferiscono ai giudici due versioni totalmente differenti. Da una parte S.N. dice di aver visto soltanto due ragazzi appiccare il fuoco, vale a dire Raffaele Grillo e Giuseppe Diodato, una delle quattro vittime. Dall’altra c’è Alfa che dice di conoscere personalmente tre dei quattro arrestati (e dell’ultimo, V.N. descrive un particolare riscontrato, 4 o 5 nei in faccia) e di averli visti nel corridoio della carrozza «con una matassa di carte e un accendino tenuto da Raffaele mentre gli altri reggevano pezzi di spugna e altro materiale infiammabile». Il bagno incendiato è quello della carrozza successiva alla sua: non ha visto direttamente il gruppo appiccare il fuoco, ma ne ha percepito distintamente le presenza e l’azione mentre tornano sui propri passi per appiccare il fuoco nella parte centrale del vagone. Raffaele Grillo dà ogni colpa a Giuseppe Diodato, riferendo che erano presenti anche Vincenio Lioi e Ciro Alfieri, vale a dire tre delle quattro vittime. Massimo Iannone, da parte sua, dice di essere rimasto da Nocera Inferiore a Salerno nel quarto vagone e di essersi reso conto delle fiamme affacciandosi dal finestrino. Dichiarazioni smentite dai due minorenni. V.N. ha riferito di trovarsi nella terza carrozza: «Tra il mio vagone e quello incendiato ce n’era un altro».
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Commenti
non ha postato non funziona
non ha postato non funziona cancellate grazie
(((i)) troppo lungo il testo lo abbiamo spezzato in due
parti