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La violenza degli ultrà e la leadership esercitata in numerose tifoserie da militanti neofascisti non sono riconducibili a un disegno strategico o alla ricerca a tavolino di una massa di manovra. Sono autentici tifosi romanisti e leader riconosciuti dei Boys, due ex leader del Fuan come Guido Zappavigna e Mario Corsi che si sono fatti anni di carcere per i NAR (il primo prosciolto in istruttoria, il secondo condannato per reati minori e assolto dall’accusa di omicidio del militante del Pci Ivo Zini) ma anche Bruno Petrella consigliere provinciale di AN e vicepresidente della quarta circoscrizione, uno dei protagonisti del comitato di difesa di Valerio e Francesca per la strage di Bologna (sarà lui a consegnare la loro lettera al Papa). Nell’autunno 1996 la magistratura romana presenta il conto a Corsi e alla sua banda. Una prima raffica di 7 arresti scatta a fine settembre: per le pressioni e le violenze esercitate per assicurarsi ingressi di favore allo stadio e trasferte pagate, sotto la minaccia di scatenare disordini in curva e danneggiare così la società. Un mese dopo per 4 leader ultrà scatta un nuovo arresto (domiciliare), per i ricatti, le botte e le minacce ai cronisti del calcio, costretti talvolta a firmare articoli sotto falso nome per paura di rappresaglie: Corsi, Fabrizio “er Mortadella” Carroccia, 26 anni, Giuseppe “Peppone” De Vivo, 36 anni, leader di Frangia ostile, già sospettato per il raid di Brescia, Fabio “er Mafia”, Mazzei, 33 anni. Guglielmo “Willy” Criserà, già in libertà vigilata, si vede interdetto per un anno l’accesso alle manifestazioni sportive. Gli episodi contestati sono numerosi: il blitz a Tele Roma Europa nel gennaio 1993, dove la presenza in video di De Vivo e Criserà è imposta minacciando di sfasciare tutto, telefonate minatorie alle redazioni di Radio Incontro, Radio Radio, Tolk Radio e Spazio Aperto, un’irruzione nel gennaio 1996 a Radio Radio per imporre la messa in onda di un comunicato registrato con pesanti accuse a un cronista del Messaggero (Corsi, Carroccia e Criserà), il lancio in aria per tre volte di un radiocronista tra insulti, sputi, pugni e slogan fascisti durante il derby di febbraio 1996, l’ordine agli addetti di aprire i cancelli della tribuna Monte Mario durante Roma–Torino per fare entrare gratis una pattuglia di una ventina di ultras (Mazzei), un capannello minaccioso in tribuna stampa il 12 maggio 1996, dove nonostante la vittoria sull’Inter “er Mortadella” insulta il presidente Sensi, gli insulti contro un giornalista dell’Unità (aveva fatto un’inchiesta sui giri di hashish e di prostituzione minorile in curva, nella zona controllata dai Boys, gli dedicano uno striscione: Tua sorella è qui con noi). Il giornalista aveva raccontato così l’approccio con una delle ragazzine («giovani, giovanissime, potrebbero avere 15, 16 anni… sono vestite alla moda, il look è quello della ragazze che frequentano lo stadio, due sono truccatissime, la terza per niente: esitiamo, a metà delle scale. Troppo. Perché quasi subito appare un gigante con la faccia da bambino (avrà al massimo 18 anni, proprio a esagerare) ma i modi da duro, alla vita è cinto da una bandiera della Roma arrotolata: con lui c’è un piccoletto avvolto in una sciarpa giallorossa e i capelli a spazzola. “Che caz…fai? Se voi anna’ colle ragazzine, devi pagà, scegli chi ti piace, caccia i soldi e te le porti ar cesso. Sennò vaff… e gira al largo”. L’invito eloquente è del minaccioso piccoletto. L’altro resta lì in silenzio»). Ad ogni modo, il cronista aveva avuto il tempo di contare, prima dell’incidente, una decina di “marchette” in mezz’ora. Le radio dei tifosi smentiscono la Digos: per l’editore di Radio Radio gli ultras chiesero di partecipare a un dibattito e lo ottennero pacificamente, sulla stessa linea Tele Roma Europa: anzi, il conduttore ebbe persino il premio Cuore di curva.
Dalla curva nerazzurra di San Siro, dai Boys SAN, proviene il gruppo dirigente di Azione Skinhead, nata come organizzazione dalla fusione, alla fine degli anni ’80, tra una sparuta pattuglia di fedelissimi dello stile skin, sopravvissuti a una decennale selezione naturale e le truppe fresche degli ultrà. Le fedine penali e le vicende dei più facinorosi permettono di individuare una vasta gamma di nemici ma anche esiti umani assai variegati. Paolo Coliva, detto “l’armiere”, è arrestato nel marzo 1990 insieme ad altri due boys, Massimiliano Bergomi e Adone Gagliardi, per il pestaggio di due extracomunitari a Varese. Nove mesi dopo i primi due tornano in galera per aver accoltellato durante un attacchinaggio un “leoncavallino”. Si fanno più di un anno di carcere e all’uscita escono dal giro. Paolo Coliva dopo la scarcerazione si allontana dagli skin, diventa tossico e muore di overdose. Franco Caravita, altro leader storico dei Boys, rifiuta la scelta neofascista: inquisito nel 1983 per l’accoltellamento di un tifoso austriaco in un incontro di Coppa, al convegno degli ultrà dopo l’uccisione del tifoso genoano “Spagna” a Marassi è contestato per le sue posizioni pacifiste. Garante dell’armistizio che dal 1983 ha assicurato la fine delle violenze nel derby, ha finito per mettersi in affari con l’amico nemico rossonero, Giancarlo Capelli, leader delle Brigate: per anni gestiscono in società la Bottega del tifo. Erano skin duri e puri il manipolo di interisti responsabili della morte di un tifoso ascolano nel novembre 1988, Nazareno Filippini, ucciso da un calcio alla nuca. All’epoca dei fatti la stampa dà gran risalto alla figura imponente di “Metallica”, muscoli ipertrofici e testa pelata, considerato il capo della banda. Poi, con l’ingrossarsi del fascicolo di polizia, ha preso rilievo la figura del più giovane del commando. “Nino” Ceccarelli, nato a Pescara nel 1969, cresciuto a Quarto Oggiaro. Primo arresto a 19 anni, a Como, per armi improprie. Incarcerato per l’omicidio di Ascoli, se la cava con una condanna per rissa. Leader dei Viking, un’altra banda di estrema destra, “Nino” manifesta un temperamento violento anche fuori degli stadi. Nel febbraio 1990 è arrestato per il tentato omicidio di un “pusher” libanese di hascisc: gli ha bucato un polmone. Nel dicembre 1994 è lui ad essere accoltellato fuori una discoteca. Tre mesi dopo, il 5 marzo, è arrestato con due coltelli nei pressi dei pullman dei tifosi juventini a San Siro: qualcuno vede la lama e chiama la polizia. Gli era scaduto da poco il divieto di accesso allo stadio. Nel novembre 1997, mentre è già detenuto per altri reati, gli arriva un ordine di cattura per lo spaccio di hashish sulle gradinate di San Siro. A tirare le fila un boss calabrese, Vittorio Boiocchi, arrestato in un blitz antindrangheta. Al suo servizio altri ultrà: “Metallica”, ovvero Marcello Ferrazzi, e un altro leader dei Boys, Mario Serafini, 28 anni, titolare di un’agenzia di servizi di sicurezza per manifestazioni sportive e artistiche. A casa di Cristian Scalari, 22 anni, di Cinisello Balsamo, la polizia trova 7 chili di hashish e un chilo e un quarto di marijuana. Secondo un pentito, l’organizzazione riforniva di cocaina numerosi locali notturni: gli altri tre arrestati nel blitz, non coinvolti nel giro ultrà, avrebbero curato questo settore, smerciando almeno 3 chili di polvere. Non è il primo caso: nel marzo 1993 un ultrà bresciano è arrestato per spaccio allo stadio, nel gennaio 1994 la polizia trova un chilo di hashish in un bar ritrovo delle Brigate rossonere, nel novembre 1994 lo scandalo delle “marchette” e dello spaccio nella curva dell’Olimpico.
Anche tra i tifosi juventini forte è la componente apertamente fascista: i Drughi (i teppisti di Arancia meccanica) si sciolgono per questioni di merchandising e sono ben presto rimpiazzati dai Fighters, con tanto di marchio commerciale registrato. I milanesi Mauro Cordisco, 22 anni, e Alberto Nai, 27 anni, ultrà al seguito della squadra, sono condannati a 4 mesi senza condizionale per il pestaggio il 17 maggio 1990 di due africani che telefonavano alla stazione di Genova Principe: il pretore concede la pena alternativa di 60 giorni di lavoro in una comunità di accoglienza della Caritas, un intelligente contrappasso. Anche i Viking vanno al Delle Alpi con le celtiche: nonostante gli striscioni contro i giornalisti in curva, i leader viaggiano gratis sull’aereo sociale e in passato sono stati assunti per il servizio d’ordine allo stadio.
Una curva tradizionalmente “nera” è quella di Verona. Nel 1986 l’intero gruppo dirigente delle Brigate gialloblù – quasi tutti militanti del Fronte – è denunciato per associazione a delinquere: è il primo caso. Saranno condannati in dodici nel 1990 e in vista del processo d’appello, nel novembre 1991 si autosciolgono: da allora non esistono più gruppi organizzati. Tra i leader storici della curva c’è il giovanissimo deputato Nicola Passetto (che già dai banchi del consiglio comunale si era fatto onore lanciando topi contro il sindaco) ma anche Fresa, uno degli animatori dei raduni skin di Ritorno a Camelot. Nella primavera 1995 per violazione della legge Mancino sono perquisiti una ventina di militanti e sono arrestati 7 dirigenti del Veneto Fronte Skinhead. Tra questi Alessandro Castorina, 25 anni, titolare di una boutique molto chic in centro, Francesco Guglielmo Mancini, 30 anni, di S. Bonifacio, fissato di bomber e tuta mimetica ma iscritto modello del CAI, Paolo Rinaldi, leader degli skin veronesi. I principali capi di imputazione: gli striscioni neonazisti durante la partita Italia– Uruguay, nel 1989 e una cena conviviale per il centenario della nascita di Hitler (il 18 aprile dello stesso anno). Il razzismo la curva gialloblù lo profonde a piene mani ogni volta che il Verona ospita il Napoli. Stanchi di insulti e di appelli al Vesuvio a risvegliarsi, gli ultrà azzurri risolvono la partita con uno striscione poetico: Giulietta è una zoccola. Nel maggio 1996 a finire agli arresti (domiciliari) è il trevigiano Alberto Lomastro, 29 anni, reduce dalla candidatura per la Fiamma alle elezioni politiche, precedenti penali per oltraggio, danneggiamenti e lesioni. Insieme ad altri ultrà del Verona, tra i quali il ventenne Juri Chiavenato, anche lui arrestato, è accusato di aver impiccato sugli spalti – in occasione del derby col Chievo, il 28 aprile – un manichino vestito da calciatore e col volto dipinto di nero, con un eloquente cartello appeso al collo: Negro go away. Non gli è servito dissociarsi dall’azione con i giornalisti: «Una goliardata, ma se fosse serio sarebbe un atteggiamento da condannare». Quel giorno in curva, tra le altre, spiccava la sciarpa gialloblù del sindaco, Manuela Sironi, di Forza Italia. Si difenderà: «Se mi fossi accorta di quelle scritte non sarei entrata e avrei ordinato di toglierle. Sono indignata perché per quattro idioti si sporca l’immagine della città». Dopo gli insulti in vari stadi a Ince, Desailly e Winter, l’episodio più grave di razzismo è un avvertimento alla società che aveva resa nota l’intenzione di acquistare un coloured olandese, Ferrier. Per l’occasione gli ultrà si erano bardati con cappucci e mantelli bianchi, a mo’ del Ku Klux Klan. Nelle perquisizioni di rito è recuperato il solito armamentario: bandiere naziste, svastiche, simboli delle SS, un coltello e una bomboletta di gas paralizzante. A ottobre ancora manette per i naziskin, per due aggressioni, una nei pressi dello stadio, nell’agosto 1995, l’altra in un bar cittadino, nel luglio 1996: tra gli arrestati ci sono ancora Mancini e Castorina. Il gip contesta la violazione del decreto Mancino sull’odio razziale ma si tratta di un regolamento di conti. I due sono condannati a un anno con Fabrizio Bazzerla (un altro imputato, incensurato, se la cava con 10 mesi) per aver aggredito due volte Enrico De Angelis, uscito dal gruppo naziskin veronese, e sua moglie Alessia Avesani, per ritorsioni dovute a disaccordi interni all’organizzazione. In molte città gli ultrà neofascisti alternano violenze da stadio e violenze politiche. Da Bari, dove l’imbianchino Biagio Gregorio, 20 anni, già interdetto dallo stadio per un anno è denunciato per lesioni e favoreggiamento nel pestaggio, nel gennaio del 1995 alla Taverna del Maltese, un ritrovo di sinistra, a Torino, dove un minorenne già denunciato per gli scontri allo stadio, è accusato per un assalto degli skin contro una scuola occupata, nell’autunno 1994. A Roma, dove la tifoseria tradizionalmente “nera” era quella della Lazio, che non esita a contestare come calciatore il fuoriclasse olandese Winter perché è “negro” (in realtà delle Indie occidentali, come Gullit o Rjkijard) ed “ebreo” (ha un nome biblico: Aaron). Così a Roma le comuni simpatie neofasciste non attenuano i toni in occasione del derby. Il 20 febbraio 1996 i romanisti attaccano con uno striscione: “Avete i colori degli ebrei”; la risposta è pronta: “e voi la puzza”. Significativo è l’elenco degli ultrà biancazzurri arrestati il 19 dicembre 1994 per gli scontri del derby. Roberto Amico ha 25 anni e precedenti vari per violenza e reati contro il patrimonio, politici e comuni. Massimiliano Butteroni, 24 anni, già denunciato per rapine, oltraggio e violenza a pubblico ufficiale, simpatizzante neofascista. Tre mesi dopo è di nuovo arrestato: ha accoltellato alle natiche 4 soldati prima della partita con la Juventus. Gli era vietato uscire di casa la domenica pomeriggio ma la Coppa Italia si gioca il mercoledì sera… Tra gli altri arrestati, un poliziotto 23enne in servizio alla squadra tecnica della Questura e un ultrà duro e puro (solo precedenti da stadio), spicca il nome di Marco Fanelli, 21 anni, precedenti vari per rissa, lesioni e violenze in incontri sportivi e militante di MP. Quattro ultrà di Latina, Andrea Castellucci, Antonio Di Silvio, Gianluca Lovello, sessant’anni in tre e Amadio Giordani, 32 anni, sono arrestati nello stesso mese per spaccio di stupefacenti. A casa sono sequestrate foto in cui sono immortalati mentre fanno il saluto romano in curva Nord. Le accuse: associazione a delinquere finalizzata allo spaccio, ricettazione e porto d’arma, resistenza e false generalità, aggravata da finalità politiche e razziali. A casa di Lovello sono sequestrati oggetti e simboli neonazisti e documenti di MP e Meridiano Zero. Dallo scantinato di via Domodossola alla curva Nord al marciapiede di una banca di periferia si consuma la tragedia del trasteverino Claudio Marsili, 32 anni, leader degli Irriducibili. Una sfilza di precedenti penali (risse, oltraggi, detenzione e spaccio di droga, reati vari contro il patrimonio) e politici (un arresto in un covo di naziskin tra svastiche, eroina e croci celtiche). E’ ucciso venerdì 11 gennaio 1998 dalla guardia giurata di una filiale della Cariplo. La domenica in curva Nord spunta uno striscione enorme: “Claudio per sempre nei nostri cuori”. Dal giorno dopo, come già per Kapplerino, comincia il pellegrinaggio militante, con le scritte che invocano vendetta (“Sangue chiama sangue”, “Metronotte assassino”, “Claudio vive”), i riti sul luogo della morte, le minacce e gli insulti al collega dell’”infame”. Infine il funerale: teso, commosso e aperto da uno striscione ancora più duro: Tre spari infami ci hanno tolto un amico.
La tragedia di Genova, il 29 gennaio 1995, l’uccisione dell’ultrà rossoblù Vincenzo “Spagna” Spagnolo, militante del Centro Sociale Zapata, fa giustizia di tanta facile sociologia della miseria e delle semplicistiche assimilazioni tra violenza degli ultrà e neofascismo militante. Il capo della banda, le Brigate rossonere due, di cui faceva parte il giovanissimo assassino, Simone Barbaglia è Carlo Giacominelli, 31 anni e una laurea in economia e commercio, detto il “chirurgo” per la precisione negli accoltellamenti al gluteo. Comincia nelle Brigate rossonere, notoriamente di sinistra. È pubblicamente schiaffeggiato per un ammanco di cassa. Vanta un arresto a Perugia nel 1983 per un accoltellamento e poi è coinvolto in una sparatoria per motivi di traffico. Nell’estate 1994 guida la scissione delle Brigate. Ai giudici si dichiara leghista. Alcuni testimoni lo hanno visto in prima linea, altri lo avrebbero sentito minacciare Barbaglia: guai a te se fai il mio nome. Anche per Simone non c’è nulla che autorizzi il corto circuito ultrà uguale fascisti. Nessun precedente politico, nessun riferimento iconografico o di look. La sua microbanda è nota come il gruppo del Barbour, il costoso giaccone griffato che è un must nei giri giovanili da discoteca. Un gruppo di pischelli che era andato a Genova armato di coltelli per guadagnare punti nel branco e così Simone finisce per ammazzare “Spagna” per paura, per inettitudine. Nell’assalto il giovane milanista si trova in prima fila, sguaina il coltello ma non lo usa e si limita a colpire con un pugno l’avversario che indietreggia terrorizzato. Parte la controcarica dei genoani e il gruppo dei milanisti si ritira. Simone è attardato e tira di nuovo fuori il coltello ma il militante autonomo non si fa spaventare e tenta di disarmare Simone, che lo colpisce allo stomaco, uccidendolo. Racconterà ai giudici: «A quel punto potevo fare due cose: o continuare a scappare col mio coltello verso la curva sud, come stavano facendo molti altri del gruppo, oppure fermarmi anch’io vicino a Carlo e tirare nuovamente fuori il coltello. L’idea di farmi vedere da Carlo scappare e di dimostrargli che non avevo abbastanza coraggio per imitarlo mi era insopportabile, sarebbe stato umiliante per me». Le indagini partono a vasto raggio, ma dopo una decina di arresti il cerino acceso resta in mano al solo Simone, scaricato subito dai compagni di tifo. Trenta dei 34 imputati per rissa al processo chiedono il patteggiamento. Simone in primo grado se la cava con una condanna a 11 anni di carcere – e la concessione degli arresti domiciliari dopo 17 mesi di carcere – ma in appello la Corte riconosce l’aggravante del futile motivo e rimanda indietro il processo. Nel secondo processo il pm nega ancora l’esistenza dei futili motivi ma la corte è di diverso avviso e così nel luglio 1999 lo condanna a 16 anni e mezzo, perché non applica lo sconto previsto dal rito abbreviato ma soltanto le attenuanti generiche prevalenti. vmazzola.jpg
Troppo scarsi sono gli indizi per classificare le Brigate Rossonere 2 come una banda fascista: non bastano certo il grido Boia chi molla lanciato all’inizio della carica contro gli ultrà del Genoa caduti nell’imboscata. O il nome di battaglia del braccio destro del “chirurgo”, Massimo Elice, alias Olaf, un altro figlio della buona borghesia del ponente savonese, un agente di commercio che la domenica smette il doppiopetto e si diletta con il bastone animato. Un nome da vichingo, che evoca la mitologia nordica tanto cara ai picchiatori neri, adusi a caricare impugnando il martello e invocando Odino. Certo i leader trentenni, Giacominelli, Elice, il pavese Pierluigi “Gigi” Dozio, coltivano la violenza all’interno del gruppo e il raid è stato programmato in una riunione in birreria: ma lo stesso pm, dopo aver accusato Giacominelli di aver istigato l’omicidio, fermando il succubo Barbaglia che scappava e spingendolo con il coltello sguainato contro il genoano che avanzava, arriva alla conclusione che solo l’aggressione era premeditata, non l’omicidio, e quindi i capi della banda devono rispondere di rissa aggravata. E possono chiedere il patteggiamento perché, avendo accettato di concorrere al risarcimento, 100 milioni, hanno dimostrato ravvedimento. Ma la famiglia Spagnolo non ci sta e accusa: hanno trattato al ribasso, pensano di cavarsela con 10 milioni a testa. E l’opposizione del pm fa saltare il disegno difensivo: Dozio, un precedente per tentato omicidio, ed Elice, che deve rispondere anche di detenzione d’arma, sono condannati a 2 anni e 2 mesi. La verità dolorosa è che nella catastrofe dell’umano degli anni ’90 certe curve di stadio come certe piazze sono diventati i catalizzatori di una violenza sociale profonda che solo occasionalmente, e talvolta casualmente, finisce per assumere propriamente i caratteri della violenza fascista. Una violenza che sembra comunque tendenzialmente in calo nella prima parte del campionato 1995– ’96: da settembre a gennaio sono solo 50 gli arrestati e 302 i feriti (189 esponenti delle forze dell’ordine e 113 tifosi). In aumento invece i provvedimenti di polizia contro i tifosi violenti: dei 2813 divieti di accesso allo stadio comminati nell’arco di sei anni ben 574 sono stati applicati da agosto 1995 (210 al Nord, 132 al Centro, 232 al Sud) con un record negativo per la Campania (180 di cui 116 a Napoli: ma i responsabili sono stati soprattutto protagonisti di saccheggi di autogrill, episodi certamente illegali ma a basso tasso di violenza). Un contributo alla drammatizzazione del problema la dà la stampa che esaspera il sensazionalismo. E’ la tesi di Luciano Scorza, genovese, che si laurea in scienze politiche esaminando nel dettaglio il processo di deformazione della realtà degli ultras operata dai mass media. Una tesi comparativa che parte da un dato inquietante: a un fatto analogo, l’omicidio di un tifoso dell’Espanol dopo la partita con il Gijon, la stampa spagnola dedicò 84 articoli, mentre sui fatti di Genova ne sono stati prodotti 1469: «La stampa italiana ben più avvezza a trattare notizie di questo tipo non ha perso l’occasione di sfruttare il fatto di cronaca per vendere l’avvenimento». Lo conferma un altro dato empirico: “Spagna” era soltanto il nono morto in 15 anni di tifo violento. Lo avevano preceduto, tra strepiti molto minori, Vincenzo Paparelli, (laziale, ucciso da un razzo lanciato in curva durante il derby, e per anni gli ultrà giallorossi avevano rivendicato l’omicidio col coro beffardo: «28 ottobre (1979) giornata storta, saluti e baci a Paparelli a Prima Porta e tu laziale, testa di cazzo, in curva nord ti spariamo un altro razzo»; Stefano Furlan (durante la partita di Coppa Italia Triestina Udinese, febbraio 1984); Marco Fonghessi (un milanista accoltellato da un ultrà rossonero che lo aveva scambiato per tifoso cremonese, ottobre 1984), il sambenedettese Giuseppe Tomaselli (accoltellato nel dicembre 1986), Nazzareno Filippini (dopo gli scontri tra ultrà ascolani e Boys nerazzurri, nell’ottobre 1989), il romanista Antonio De Falchi (un diciottenne stroncato da una crisi cardiaca dopo essere stato aggredito a Milano da un gruppo di ultrà rossoneri, nel giugno 1989), il bergamasco Celestino Colombi (ucciso da un infarto durante le cariche della polizia dopo Atalanta– Roma, gennaio 1993), Salvatore Moschella di Acireale (si era gettato dal treno per sfuggire alle sevizie dei tifosi messinesi, gennaio 1994).
E infatti ben presto le violenze da stadio riprendono: nell’anniversario della morte di “Spagna”, due tifosi atalantini, David Cattaneo e Calisto Meneghini, sono arrestati mentre tentano di assaltare un pattuglione di tifosi romanisti in trasferta, che avevano lanciato bombe carta durante la partita. Segue un’ora di guerriglia urbana. I due arrestati sono condannati per direttissima, rispettivamente a 12 e 8 mesi Il primo è armato di coltello. Otto i feriti: 7 tra poliziotti e carabinieri e un bergamasco tifoso della Roma. Nel febbraio 1997 gravi incidenti si succedono nel giro di una settimana ma l’ondata emergenzialista non monta. A Reggio Emilia c’è un lancio di rubinetti contro i tifosi del Parma e poi sassate contro l’autobus: 9 denunciati, il più giovane ha 23 anni. Sette giorni dopo una nuova Heysel è sfiorata a Firenze con la polizia pressata sui vetri antiproiettile da 400 tifosi che spingono verso il basso per dar manforte a un migliaio di sfondatori. Un’ora prima un commando assalta il pullman che trasportava la Juventus allo stadio: rotti 4 vetri, feriti di striscio alcuni calciatori. Nella curva juventina spunta uno striscione atroce: Ciao, ebrei. Sono 24 i denunciati del collettivo viola, operai e studenti dai 17 ai 31 anni: per loro scatta il divieto di accesso a manifestazioni sportive. E’ quello tra tifosi viola e bianconeri un odio radicato dai primi anni ’80: gli incidenti e le provocazioni si susseguono negli anni. Particolarmente pesanti quelli di Torino nel novembre 1995, 11 agenti e tre ultrà feriti, di cui uno accoltellato (per aver sbagliato parcheggio), danni per decine di milioni allo stadio e al treno speciale ma un solo fermato. A fine partita sono i tifosi viola ad attaccare i carabinieri, poi gli incidenti coinvolgono gli juventini, attaccati dalle forze dell’ordine che devono comunque creare un corridoio di sicurezza per l’evacuazione degli ospiti, per cui viene predisposto in tutta fretta un nuovo treno speciale. Il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni, dopo un vertice sulla nuova ondata di violenza calcistica, propone un decalogo ispirato al “modello inglese”: meno repressione, spettacoli prima della partita, vigilanza dei poliziotti di quartiere sugli ultrà, misure severe con i club conniventi con le frange violente dei tifosi. Non se ne farà niente. Dal processo Spagnolo emerge come il carisma di Giacomelli e degli altri leader delle Brigate rossonere 2 si fondasse anche sul controllo di ingenti quantitativi di biglietti omaggio, presumibilmente girati dalla società ai capi ultrà. Un meccanismo che è spesso alle origini delle frizioni tra capitifosi e presidenti, con evidenti danni per l’ordine pubblico e per le squadre. Il presidente romanista Sensi è contestato anche perché ha chiuso con la politica di agevolazioni ai gruppi di destra sostenuti dal predecessore Giuseppe Ciarrapico (l’editore andreottiano che aveva affidato l’ufficio stampa della sua finanziaria Italfin ‘80 a Guido Giannettini e al fondatore di Meridiano Zero, Rainaldo Graziani). Al presidente del Cagliari Cellino i tifosi non perdonano di non aver finanziato la trasferta a Napoli per lo spareggio salvezza perduto con il Piacenza nel giugno 1997. A quello del Venezia gli Ultras unione, di sinistra, non perdonano di aver rinnegato la fusione con il Mestre: e così adottano come colori sociali il verde–arancio e non il tradizionale nero–verde. Anche Moratti, forte comunque dei risultati e dei fuoriclasse acquistati, da Ronaldo a Baggio, si può permettere di eliminare i pass e biglietti omaggio concessi da Pellegrini: un ultrà, Mauro Russo, gestisce parcheggi nei pressi di san Siro. La Juve paga le coreografie a affida ai capi ultrà (tutti di destra) la gestione di una parte della campagna abbonamenti in cambio di un’autocensura su simboli e nomi troppo forti. Il Milan fa differenze politiche: agevolazioni per i Commandos tigre (di destra) e non alla Fossa dei leoni (storicamente di sinistra e più forte numericamente). A Genova prevale una linea tradizionale di coinvolgimento dei leader delle tifoserie. La Samp ha affidato a due capi storici il magazzino e il negozio ufficiale della squadra, mentre la pulizia dello stadio è affidata a una cooperativa “unitaria” di ultrà, genoani e doriani. I più attivi sul fronte del business sono gli Irriducibili della Lazio, i primi a lanciare la moda delle sciarpe all’inglese (i romanisti gli sfottono come “Irriducibili spa”). Un certo Freak, espulso dalla banda biancazzurra si è riciclato come capotifoso dell’Español.
*Ugo Maria Tassinari è anche autore del libro+dvd GUERRIERI. 1975/1982 storie di una generazione in nero (ed. Immaginapoli, 2005).
Sullo stesso tema alcuni interventi dei Wu Ming:
Il pazzo corrotto violento mondo del calcio italiano (Giap n. 7, VIIIa serie, 5 febbraio 2007)
The Crazy Corrupted World of Italian Soccer (all'interno: "NEO-FASCIST ACTIVITIES IN ITALIAN SOCCER")
Nandropausa n. 10 (letture comparate di Saviano, Beha, Genna).
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/02/002133.html
| A.M.P. Transiti e Malfattori, storia infinita | MAr, 24/11/2009 - 15:03 |
| Chi sono i ladri ? | Mer, 18/11/2009 - 10:51 |
| Fermi e cariche al corteo di stamattina | MAr, 17/11/2009 - 14:00 |
| L'accoglienza | Dom, 08/11/2009 - 07:38 |
| Comportamenti corretti | Sab, 31/10/2009 - 19:32 |
| C'è del marcio in Danimarca. | Gio, 22/10/2009 - 23:40 |
| Sciopero Generale. | Lun, 19/10/2009 - 09:46 |
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| Summit UNESCO a Monza: Cultura e autorganizzazione contro la vetrina del Forum | Ven, 18/09/2009 - 22:25 |
Commenti
!!!!!!!!
non si riesce a postare, cancellate grazie.
abbiamo risolto
Il testo era esagaretamente lungo, questo il motivo che non lo postava, abbiamo diviso in due parti e come vedi ora c'è.
Dobbiamo vedere quale sia il limite di caratteri ma di certo non si puo' dire siano pochi.
(((i)))
Sesso, droga & football
Una domenica allo stadio dietro le «quinte» del tifo ultrà. Ecco cosa succede nei labirinti di marmo della curva Sud dell’Olimpico durante una tranquilla partita di campionato: tra fumo, slogan e saluti fascisti spunta il sesso a pagamento, la «normalità» di una prostituzione, spesso minorile, vissuta tra un gol e l’altro. L’impunità dei capi tifosi e gli equilibri difficili di una delle curve più calde del nostro calcio.
Paolo Foschi
L’Unità 17 febbraio 1996
ROMA. È domenica pomeriggio, manca poco meno di un’ora, all’inizio di Roma-Cremonese. La curva Sud dello stadio Olimpico, da sempre roccaforte degli ultrà giallorossi, è già piena per metà, nonostante il freddo che ti gela le ossa. Quasi tutti ragazzini. E di gente ne arriva di continuo. Qualche striscione già campeggia, qua e là sugli spalti. Oltre ai soliti esclusivamente sportivi, quelli del tifo «antico», ce ne sono altri di ispirazione politica: inneggiano a non meglio identificati gruppi come Ordine romano e Fronte romano, che evocano inequivocabilmente la simbologia fascista. Nelle scale d’accesso alle gradinate, fra i tanti venditori di sciarpe e magliette giallorosse, c’è un posto dove è possibile acquistare tetre felpe tutte nere, con la scritta Orrore e fedeltà in caratteri gotici, sormontata da un gladio sguainato.
Terra di nessuno. Ci avviamo verso il settore laterale della curva, quello dalla parte della tribuna Monte Mario. Si passa attraverso il cancello numero 18, nel settore denominato A-B-C-L. È la zona più «calda» della curva più «calda». Sopra il boccaporto che immette sugli spalti dalle scale, si radunano i Boys, uno dei gruppi organizzati di ultrà. Una sorta di terra di nessuno, questa parte dello stadio. Non ci sono poliziotti, qui, i celerini sono tutti all’entrata centrale, pronti ad intervenire solo se succede qualcosa di grave. I Boys già appostati sono quasi tutti ragazzini, adolescenti o poco più. La gente tosta, i capi, per intenderci, arriverà più tardi, pochi minuti prima dell’inizio della partita. Loro, i capi ultrà, hanno altro da fare: vanno in giro liberamente per lo stadio, poco importa se qualcuno ha anche precedenti penali... possono passare impunemente da una tribuna all’altra.
Mentre il resto dello stadio resta quasi vuoto (Roma-Cremonese non è certo una partita di cartello), la curva Sud si riempie. Compare una bandiera del disciolto gruppo di estrema destra Movimento politico: sventolerà per tutto l’incontro, in risposta ad una bandiera col Che Guevara esposta per pochi minuti durante un incontro precedente, prima che l’audace «provocatore» fosse stato convinto a suon di ceffoni a far sparire il vessillo. Aspettiamo l’inizio della partita proprio sotto lo striscione dei Boys. È qui - se le informazioni che abbiamo avuto sono giuste - che da qualche tempo è stato organizzato un giro di prostituzione da stadio. Ed è a pochi metri da qui, proprio all’uscita delle scale, che - sempre a quanto si dice - si può comprare «fumo» a profusione. Del resto, da quando abbiamo messo piede in curva, siamo circondati da ragazzi che rollano e aspirano le proprie canne. E l’odore acre arriva forte, a zaffate, ogni qualvolta il vento gira.
Siamo in una posizione nodale dei «traffici» dello stadio. Non resta che aspettare. Inizia la partita, l’ambiente si scalda. La gente è in piedi, urla, applaude, inveisce ora contro l’arbitro, ora contro i giocatori della Cremonese, ora contro i romanisti che non segnano. Proprio alle nostre spalle, nelle scale d’accesso agli spalti, ci sono tre ragazzine. Giovani, giovanissime. Potrebbero avere 15, 16 anni, al massimo una ventina. Da lì non possono vedere quel che succede in campo. Sono vestite alla moda, il look è quello delle ragazze che frequentano lo stadio, due sono truccatissime, la terza per niente, tutt’e tre indossano dei jeans chiari: una ha un giubotto in pelle modello Schott, biondina, coi lineamenti aggraziati; un’altra, una moretta coi capelli cortissimi ingelatinati, si perde in un «bomber» di due taglie più grande di lei, al collo ha una sciarpa giallo-rossa; la terza, minuta minuta, sembra la più giovane, è coperta da una giacchetta di renna, faccia acqua e sapone. Tre ragazze norrnalissime. Parlottano fra loro, poggiate con le spalle al muro.
Passa qualche minuto, la partita è appena iniziata. Un giovanotto anche lui in divisa da stadio (bomber, capelli rasati con doppio taglio, stile naziskin, immancabile sciarpa al collo), si fa largo verso le scale, un po’ a spintoni. S’avvicina alle ragazze, abborda la biondina e scende, imboccando un corridoio cieco a destra. Dove ci sono solo i bagni maschili. Null’altro. Passa qualche minuto. E il ragazzo saltando i gradini due a due torna su. Per tuffarsi di nuovo nella bolgia che segue la partita. Qualche attimo dopo, con più calma, anche la biondina torna al suo posto. Sulle scale. La scena si ripete. Scende un signore di mezza età, scompare nel corridoio con la moretta. E via così. Seguendo il «traffico» con la coda dell’occhio, contiamo almeno una decina di persone, in un quarto d’ora. Decidiamo di scendere e vedere meglio che cosa succede. Davanti a noi c’è un giovanotto che parla con la ragazza acqua e sapone e la moretta, poi va via con la prima. La moretta volge lo sguardo verso di noi. lnterrogativamente. Esitiamo, a metà delle scale. Troppo. Perché quasi subito appare un gigante con la faccia da bambino (avrà al massimo diciott’anni, proprio ad esagerare), ma i modi da duro, alla vita è cinto da una bandiera della Roma arrotolata; con lui c’è un piccoletto avvolto in una sciarpa giallorossa e i capelli a spazzola. »Che caz... fai? Se voi anna’ colle ragazzine, devi paga’, scegli chi te piace, caccia i soldi e te la porti ar cesso. Sennò, vaff... e gira al largo». L’invito eloquente è del minaccioso piccoletto. L’altro resta lì in silenzio.
Occhi indifferenti. Colti di sorpresa dall’improvvisa materializzazione dei due ragazzi-protettori, che prima chissà dove stavano nascosti a controllare, senza ribattere nulla, ci allontaniamo. Scendendo le scale, per dare un’occhiata agli altri due ingressi della curva, passiamo davanti al corridoio cieco (alla nostra destra), quello dove scompaiono le ragazzine coi loro clienti. In quel momento esce un giovanotto. Sarà seguito dalla biondina di lì a poco. Sulla nostra sinistra, a pochi metri, c’è invece il bancone di uno dei bar interni. Ci sono due donne e un uomo che aspettano la ressa dell’intervallo. E sembrano totalmente indifferenti a ciò che accade sotto i loro occhi.
Prima di uscire dal tunnel delle scale, sulla sinistra c’è un ragazzo poggiato al muro. Se ne sta lì tutto solo, con un giubbotto americano, i jeans, un cappello calato sulla fronte e le mani in tasca. Dall’arena dello stadio arrivano i cori, le ovazioni e tutto quanto il resto. Ma lui sembra non farci caso. Forse è il venditore di «fumo» di cui si parla. Azzardiamo: «C’hai roba?». «Tutto quello che ti serve...», risponde, aggiungendo: «che cosa vuoi?». «Fumo..., per una canna», replichiamo noi. E lui: «Ma che cosa? E quanto vuoi spendere?». Noi: «Mah, è lo stesso, fai tu...». E lui: «Stronzo», scappando via di corsa come un fulmine, pensando magari di avere a che fare con un poliziotto in borghese.
Per riguadagnare gli spalti, passiamo dall’ingresso centrale della curva. Qui, la situazione è diversa. L’aria è assai più tranquilla. Davanti al boccaporto ci sono una quindicina di poliziotti. E non si notano «movimenti». Riscendiamo. E accediamo agli spalti stavolta dal terzo ingresso, quello che immette nella curva dalla parte della tribuna Tevere. Qui non si vedono agenti di polizia in divisa. Ma tutto sembra tranquillo.
I clienti si susseguono. All’inizio del secondo tempo, torniamo sotto lo striscione dei Boys. Lo scenario alle nostre spalle è identico a prima. Le tre ragazzine sono sempre lì. E i clienti si susseguono. Non si vedono i due ragazzi che qualche manciata di minuti prima ci avevano cacciati via. Ma sicuramente anche loro sono ancora lì. Appostati chissà dove per controllare, non visti, che tutto funzioni senza «problemi». Poco prima della fine della partita, quando la gente già inizia a sfollare, le tre ragazzine scompaiono. Anche per loro la domenica allo stadio è finita