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Oltre l'infantilismo economico

autore: 
LookingBackward
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Col passare del tempo ho l'impressione che la risposta più onesta che potrei dare a chi mi chiedesse quali sono le mie idee politiche è: "sono un comunista di tipo stalinista". Giacché non siamo nelle repubbliche baltiche la gente può accettare la parola "comunista" senza battere ciglio. Ma sulla parola "stalinista" farebbe certo delle difficoltà.
Questo è il lascito di una fortunata campagna di manipolazione della storia attuata per tre quarti dagli ideologi ufficiali dell'era Reagan e dell'era Thatcher, e per un quarto dalla vulgata trotzkista. Molta gente di sinistra rimarrebbe sconcertata dall'apprendere che nella letteratura anticomunista dei primi anni della Rivoluzione Russa la figura del criminale sanguinario si identificava proprio con Trotzky, per il ruolo avuto durante la guerra civile e negli anni del " comunismo di guerra". Circostanza questa che dovrebbe rendere cauti verso i processi di fabbricazione di mostri succedutisi nei decenni successivi.

Il mio "stalinismo", comunque, ha poco a che fare col recupero della figura di Stalin, che è un compito che è già stato svolto di recente, e in maniera superba, dal professor Domenico Losurdo, col suo "Stalin, storia e critica di una leggenda nera" (Carocci editore).

Piuttosto, l'incapacità della sinistra di analizzare questa crisi se non tra gli estremi del catastrofismo apocalittico o del messianismo obamiano, e dunque di individuare soluzioni di sistema in armonia con i suoi principi, ambiziose e realistiche al tempo stesso, dipende, tra le altre cose, dalla totale ignoranza della storia dei primi trenta o quarant'anni dell'URSS.

Questi anni non furono solo una storia di successo per un paese che si riscattava in un batter d'occhio da un sottosviluppo atavico per diventare una moderna economia industriale.
Dove si innesta l'originalità dello stalinismo è nella consapevolezza che un'economia che ha rinunciato all'elemento dinamico della ricerca del profitto da parte del capitalista (figura sociale ormai estinta), non può affidarsi indefinitamente alla spinta etica delle masse per risolvere i suoi problemi.
Nella maggior parte dei casi l'accusa di "burocratismo" che i trotzkisti muovevano all'URSS staliniana non era che il riflesso polemico e distorto di una società che cercava di trovare un suo equilibrio e di progredire ulteriormente senza chiedere continui sacrifici e atti d'eroismo alla sua gente. Stalin sapeva che prima o poi sarebbe arrivata la stanchezza e il desiderio di godersi in santa pace le conquiste fatte.

Cina e Vietnam non hanno saputo risolvere questo problema se non attraverso una reintroduzione del capitalismo, sia pure temperato da una forte presenza regolatrice dello stato.
Cuba è ancora una nazione socialista a tutti gli effetti, ma le sue ridotte dimensioni e i suoi perduranti problemi dovuti al blocco USA, che non gli permettono di distaccarsi troppo nettamente dal relativo sottosviluppo della regione caraibica cui appartiene, ne riducono il valore di esempio per le nazioni più economicamente sviluppate.
Inoltre ricordiamoci che negli anni settanta Cuba inviava migliaia di soldati in Angola per combattere i mercenari dell'apartheid sudafricano, mentre oggi la sua diplomazia è dedita a coltivare buoni rapporti con la chiesa ortodossa russa. Non è una critica, è la semplice constatazione che i periodi eroici non durano per sempre, e che oggi il governo cubano si trova di fronte al difficile compito di soddisfare un umanissimo bisogno di normalità della sua gente senza rinnegare i valori della Rivoluzione, e a quel che ho visto potrebbe anche riuscirci.

L'età dello stalinismo è stata il periodo in cui si è analizzato con più profondità il problema di un'economia post-capitalista che accettava la sfida dello sviluppo ma al tempo stesso rifuggiva dalle semplificazioni del volontarismo o dalla centralità dell'etica nella produzione di beni materiali, e dunque della base di prosperità del proprio popolo. E' questo che garantisce il suo valore d'esempio per un discorso sull'attuale crisi economica dal punto di vista delle economie più avanzate.
Chi come me non crede che in Europa occidentale ci sia alcuna rivoluzione dietro l'angolo, e che la gente non si lascerà convincere dalle chiacchiere a buttare all'aria ciò che ha in cambio di ciò che potrebbe avere, rimarrebbe sorpreso dal livello di concretezza e praticità con cui gli economisti sovietici degli anni 40 e 50 affrontavano problemi elementari dell'economia, senza mai dimenticare che il socialismo doveva essere difeso e consolidato.
Io credo che sia una lezione da recuperare per superare il catastrofismo apocalittico o il messianismo obamiano.

Commenti

anarchismo.comidad

STALIN, IL CACCIATORE DI "DEMONI"
Di comidad (del 25/01/2009)

Osservazioni sul libro "Stalin, Storia e Critica di una Leggenda Nera" di Domenico Losurdo

Stalin fu celebrato in vita dai più illustri uomini di Stato "occidentali", per poi subire da morto la sorte di essere criminalizzato e presentato come un'incarnazione del Male. Questo paradosso costituisce il punto di partenza del libro del filosofo Domenico Losurdo: "Stalin, Storia e Critica di una Leggenda Nera".
Il paradosso potrebbe però essere solo apparente. Stalin può aver riscosso tanta ammirazione da parte dei controrivoluzionari proprio per la sua attività controrivoluzionaria, per poi diventare un comodo bersaglio propagandistico dopo la sua morte, quando la sua figura poteva essere strumentalizzata in funzione anticomunista.
Losurdo dimostra che a Stalin sono stati attribuiti dalla propaganda "occidentale" molti crimini non provati, ma è anche vero che non gli vengono contestati crimini su cui invece abbonda una precisa documentazione ufficiale. Ad esempio, se da una parte non c'è nessuna prova che Stalin sia effettivamente responsabile del genocidio per fame in Ucraina, dall'altra sono invece accertate le sue responsabilità - sia pure indirette - nel genocidio dei Palestinesi nel 1948, quando furono proprio la decisa azione diplomatica e l'aiuto materiale dell'Unione Sovietica, contro le remore della Gran Bretagna, a consentire la nascita dello Stato di Israele. È un tema ritornato da poco alla ribalta della storiografia, anche se lo storico comunista Luciano Canfora nell'aprile 2002 si presentò addirittura ad una manifestazione di piazza pro-Israele (organizzata dal giornalista - e confesso agente della CIA - Giuliano Ferrara), per vantare in quella pubblica occasione i determinanti meriti di Stalin nella nascita di Israele.
Nel 1948 i sionisti costituivano già da mezzo secolo una banda di mercenari al soldo del colonialismo britannico, ma la Gran Bretagna e gli Stati Uniti temevano che la nascita di uno Stato di Israele costituisse una provocazione eccessiva e insostenibile verso gli Arabi, perciò risultò decisivo alla fine l'atteggiamento favorevole di Stalin. La propaganda ufficiale non soltanto ha taciuto sul fatto che Stalin sia il vero padre dello Stato di Israele, ma è arrivata ad inventarsi un suo presunto antisemitismo, in modo che il nesso Stalin-Israele sia considerato inconcepibile.
A differenza dei leader "occidentali", Stalin non si lasciò mai andare a dichiarazioni razzistiche, ma la sua scarsa sensibilità verso le spinte anticolonialistiche nel mondo arabo fa comunque pensare che subisse dei pregiudizi in tal senso.
Durante la guerra di Spagna, dalle colonne del suo giornale "Guerra di Classe", l'anarchico Camillo Berneri si batté perché il governo repubblicano concedesse l'indipendenza al Marocco spagnolo, in modo da togliere a Franco la sua base di appoggio; ma anche in quel caso prevalsero nel governo, controllato dagli stalinisti, sia i pregiudizi contro società arretrate e tribali, che avrebbero potuto costituire un ostacolo al progresso se liberate dall'oppressione coloniale, sia - e soprattutto - il timore di infastidire le grandi potenze coloniali. Considerando nella giusta dimensione l'importanza della questione marocchina, l'assassinio di Berneri potrebbe essere stato concepito dagli stalinisti anche come un favore nei confronti di Francia e Gran Bretagna.
In tutta la visione staliniana pare completamente assente la consapevolezza che anche l'Unione Sovietica costituisce un bersaglio per il colonialismo "occidentale"; un fatto che risulta evidente oggi che la Russia post-comunista non costituisce più una sfida ideologica per il sedicente "Occidente", che però continua a cercare di accerchiarla e smembrarla per impadronirsi dei suoi serbatoi naturali di materie prime.
Avendo svolto la sua funzione controrivoluzionaria da vivo, Stalin poteva essere poi infangato da morto, poiché la sua figura funziona da comodo pretesto per mettere sotto accusa ogni istanza rivoluzionaria. La destalinizzazione dell'Unione Sovietica ha sicuramente favorito questa propaganda, poiché gli argomenti contro Stalin contenuti nel rapporto segreto del XX Congresso del PCUS del 1956 finivano, volontariamente o meno, per mettere sotto accusa la stessa idea di Rivoluzione.
Losurdo riferisce nel suo libro di una testimonianza del ministro degli Esteri sovietico Molotov, secondo cui Stalin avrebbe avuto una premonizione sul fatto che la sua tomba sarebbe stata ricoperta di immondizia. Stalin poteva profetizzarlo con cognizione di causa, dato che doveva essere a conoscenza dell'opportunismo del gruppo dirigente che egli stesso aveva selezionato. Alla morte di Stalin, il suo pupillo Beria, e l'annessa mafia georgiana, vennero eliminati, ma il resto del gruppo dirigente sovietico era comunque di derivazione staliniana e, dal punto di vista ideologico, non rappresentò mai una rottura in tal senso.
In un discorso all'Assemblea Costituente, Benedetto Croce affermò che il fascismo continuava nell'antifascismo, poiché la nuova classe dirigente seguita alla caduta del regime mussoliniano proseguiva nel costume fascista di denigrare l'Italia. Anche lo stalinismo è continuato nella destalinizzazione, poiché è proseguita la pratica staliniana di trovare il nemico soprattutto a sinistra, e di cercare il potenziale interlocutore sempre a destra.
Oggi, con Veltroni, siamo addirittura allo stalinismo senza comunismo e senza sinistra, poiché il segretario del PD è persino riuscito, contro ogni evidenza, ad attribuire il fallimento del governo Prodi alla mitica "politica dei no" della cosiddetta "sinistra radicale", isolandola da ogni futura ipotesi di governo, anche a costo di condannare se stesso ed il suo Partito Democratico all'estinzione.
Quando Losurdo deve smantellare molti dei miti negativi su Stalin costruiti dalla propaganda anticomunista, allora si serve di una puntuale documentazione, che certamente mette in crisi i luoghi comuni sul fenomeno Gulag. Ma allorché Losurdo si trova di fronte all'evidenza della eliminazione del gruppo dirigente della Rivoluzione di Ottobre, allora deve ricorrere a sofismi o a illazioni. Se abbiamo ben compreso l'argomentazione di Losurdo, Stalin sarebbe stato costretto ad eliminare la vecchia guardia rivoluzionaria per la propensione dei sovversivi di professione a continuare la loro attività anche contro il governo rivoluzionario; quindi la sovversione viene interpretata come nevrotica coazione a ripetere, anche quando le circostanze lo sconsiglierebbero.
Che accanto a Stalin non sia rimasto nessuno dei rivoluzionari della prima ora, costituisce una di quelle evidenze che non si possono risolvere con argomenti di questo genere. Far fuori i rivoluzionari, in definitiva, è un'attività controrivoluzionaria; nel caso di Trotzsky il fatto si può spiegare con la terribile radicalità della contrapposizione che si è verificata, ma è un argomento che certo non può valere quando si tratti di un Kamenev o di un Bucharin.
È la propaganda reazionaria a sostenere che la destabilizzazione sociale provenga sempre dalla nefasta azione di mostri mitologici, come i fanatici utopisti, i terroristi, o i tiranni. Un classico dell'antistalinismo, "Animal Farm" di George Orwell, nonostante i suoi pregi letterari, costituisce dal punto di vista politico una colossale mistificazione, poiché colloca la Rivoluzione Russa in una metafora astratta, un mondo ingiusto ma ordinato, che all'improvviso viene sovvertito dall'illusione rivoluzionaria dei "maiali", chiaramente discendenti dei "demoni" di dostoevskiana memoria.
Le motivazioni utopistiche dei "maiali", come quelli dei "demoni", alla fine si rivelano sempre la maschera di un desiderio di privilegi, perciò si ristabiliscono gli schemi reazionari della fiaba ufficialmente imposta, secondo cui la ricchezza soddisfatta viene minacciata dalla invidia sociale.
È sempre lo stesso luogo comune reazionario per cui bisogna votare il ricco perché non avrebbe bisogno di rubare, come se fosse possibile diventare e restare ricchi senza rubare. Già Aristotele avvertiva invece che la minaccia alla stabilità proviene dai ceti privilegiati, sempre ansiosi di ulteriori privilegi. Persino la Rivoluzione Francese cominciò per l'attacco mosso al potere regio da parte di un'aristocrazia desiderosa non solo di difendere, ma di estendere i suoi privilegi.
Che la Rivoluzione Russa sia sortita dal macello della prima guerra mondiale, che si sia radicalizzata sulla questione di uscire dalla guerra, che sia proseguita in una guerra civile fomentata e sostenuta dalla aggressione coloniale degli ex alleati della Russia zarista, sono fatti che si mettono in ombra troppo facilmente. Nel 1919 era pronto persino un corpo di spedizione italiano per aggredire la Georgia e strapparla all'Unione Sovietica. Questo progetto, ispirato e incoraggiato da Francia e Gran Bretagna, fu liquidato solo per l'arrivo alla Presidenza del Consiglio nel 1919 di Francesco Saverio Nitti - che ne riferisce nelle sue memorie -; altrimenti ad aggredire l'Unione Sovietica vi sarebbero state anche truppe italiane, oltre che francesi, statunitensi, britanniche e giapponesi.
La propaganda borghese non ha mai dubbi: dietro ogni mossa dei comunisti c'è sempre un movente utopistico, poiché secondo questa propaganda esistono due mondi separati, quello delle "scelte pragmatiche" e quello delle scelte dettate da utopismo e fanatismo. Il continuo sospetto nei confronti del movente utopistico, ha trasformato la ricerca storica su vicende come la collettivizzazione dell'agricoltura in un processo alle intenzioni a scapito dell'attenzione ai dati di fatto.
In realtà, parlare di una Russia strappata dal suo idillio e trasformata a forza dai rivoluzionari in un laboratorio di Utopie, costituisce un puro falso storico, ma ciò non toglie nulla alla constatazione che Stalin non abbia contribuito assolutamente a render chiaro che "rivoluzione" non significa violazione di un ordine, bensì resistenza ad un'aggressione coloniale e di classe.
Stalin ha condiviso i luoghi comuni reazionari, ed è stato per tutta la vita soprattutto un cacciatore di utopisti, di "demoni" in senso dostoevskiano. E per tutta la vita, Stalin ha cercato intese "pragmatiche" con i mitici e inesistenti "ricchi soddisfatti" di cui Churchill era solito cantare le lodi. I sedicenti "ricchi soddisfatti" - ingrati - hanno poi demonizzato anche Stalin.

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