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La fine dei rave

autore: 
dall'espresso

Le feste illegali come espressione di libertà. Tribù che vivevano sui camion attraversando l'Europa e occupavano fabbriche con musiche e luci. Il racconto anonimo di uno dei pionieri di quella stagione. Mentre ora dominano spaccio e business.

Adesso quando si parla di rave è solo questione di cronaca nera: notizie drammatiche, ragazzi che muoiono per overdose o per una pasticca avvelenata. Un tempo il rave era altro: quello che ne resta è solo il contorno marcio che negli anni è cresciuto ai margini, fino a fagocitarlo e distruggerlo. È per questo che ho accettato di raccontarlo: un tempo parlarne sarebbe stato un tradimento. La sua forza è sempre stata l'alone di mistero che lo circondava e lo rendeva impalpabile al modo esterno. Adesso questo non serve più, anzi, penso che per tutte quelle persone che come me ci hanno creduto, che più di me li hanno fatti nascere e crescere, sia giusto distaccarsi dalla degenerazione di oggi. Non trovo più quella coscienza che gli dava ragion d'essere, che rendeva i free party non solo un'occasione di ballare e sballare, senza limiti e senza regole: adesso vedo situazioni dove qualcuno si può arricchire, trasformandole solamente in business.

Quando tredici anni fa ho conosciuto i rave party ero poco più che adolescente, in un mondo un po' più accessibile ai ragazzi di quanto lo sia oggi. Che lasciava più libertà e più possibilità di espressione. Non era ancora nata la stagione dei divieti, della guerra alla movida e della demonizzazione di ogni divertimento giovanile. Il rave era distante da tutto: totale distacco dal sistema in cui viviamo, senza cercare di combatterlo ma neanche di confrontarsi con le sue regole. Lo si capiva già dalla scelta degli spazi. Riportava la vita in quegli edifici diventati fantasmi: i luoghi dove in passato i lavoratori smettevano di essere persone e venivano usati come ingranaggi. Fabbriche abbandonate, capannoni industriali ridotti a scheletro, senza più il cuore meccanico, pulsante, produttivo.

Lì volevamo andare, per l'enorme disponibilità di spazio, per l'acustica particolare, per la possibilità di crearci dentro un altro mondo fatto di persone, musica, cani. Al centro, come fosse un nuovo cuore, c'era il sound system: un muro di casse potente migliaia di watt. Il resto sorgeva come d'incanto. Spuntavano fontane di fiamme e giocolieri che illuminavano il buio con il fuoco, installazioni meccaniche colossali e performance che contaminavano tutte le arti. Questo magma partoriva la Taz, acronimo inglese per 'zona temporaneamente autonoma', totalmente libera. Per un periodo da tre a sette giorni nasceva un altro universo, con i suoi equilibri. Equilibri che percepivi solo vivendoci dentro. E una sola regola dominante: 'La festa sei tu!'.

Era l'espressione di una nuova cultura: quella dei traveller, un movimento nato in Inghilterra alla fine degli anni '80. Persone che le feste le organizzavano, le facevano muovere di paese in paese, di cultura in cultura. Spostando generatori, impianti audio, video, strutture meccaniche; viaggiando su veicoli militari, vecchi camion e autobus trasformati in case o magazzini mobili. Tutto questo era una tribe: una comunità di persone, cani, bambini, che viveva su quei mezzi e si spostava come fosse un circo, in carovana. Ognuno aveva un suo ruolo: chi suonava, chi costruiva le casse, chi montava l'impianto del suono, chi riparava i camion, chi creava le performance. Non esisteva il profitto. Tutti i ricavi, quelli degli alcolici venduti nei giorni del party e quelli delle droghe, servivano solo per vivere: per viaggiare, organizzare altre feste, migliorare le attrezzature.

Le tribe si spostavano in continuazione per tutta Europa e talvolta anche oltre, coinvolgendo sempre più persone, creando sempre più Taz. Così altre tribù sono entrate in contatto inventando i teknival, la massima espressione di questa stagione: enormi feste che fondevano un miscuglio di giovani diversi fino a farne un'unica cosa, legate dallo stesso spirito anarchico ma non ideologico, dalla musica di più sound system. Intorno, fuori, lo stupore: l'impossibilità di bloccare questo movimento. La polizia? Era confusa, impreparata. Quando una pattuglia fermava quella carovana, si scatenava il caos. Una confusione senza violenza, semplicemente disarmante. Dai camion scendevano in massa ragazzi vestiti di nero, coperti di tatuaggi e piercing, con moltitudini di cani: c'era chi cominciava a mettere musica, che parlava inglese, francese, spagnolo, ceco, italiano. Quei camion avevano targhe e documenti di altri paesi, forse falsi, impossibili da controllare. Un incubo per gli agenti d'ogni nazionalità che preferivano lasciarci passare. Tanto - pensavano - finché rimangono ai margini, finché stanno lontani dal sistema civile che fastidio danno?

Questo caos era libertà: di spostarsi, occupare temporaneamente spazi inutilizzati e anche di far girare sostanze stupefacenti. Droghe che venivano prese in Olanda, in Inghilterra, alla fonte, là dove venivano fabbricate e non ancora manipolate. Si vendevano a prezzi politici, la qualità era garantita e a nessuno conveniva tirare pacchi: avresti perso rispetto e credibilità. Non era permesso ad esterni di venire a fare il proprio business, mettendo in circolazione acidi sballati, ecstasy tagliata male. Eroina e cocaina restavano fuori. Infatti in Campania la camorra ha vietato subito i rave, sparando contro i camion, per non vedere crollare il suo monopolio e i suoi prezzi.

I luoghi venivano scelti con attenzione: fabbriche senza più proprietari che potessero sporgere denuncia, lontane dai centri abitati, senza ambienti pericolanti. Poi si organizzava la festa. All'inizio il Web non esisteva. Le informazioni giravano a voce o attraverso i flyer: manifestini che venivano distribuiti solo in quegli ambienti. Indicazioni che comunque non segnalavano il luogo, ma un meeting point in cui trovarsi, per poi partire insieme. Questo sistema garantiva la sicurezza e la riuscita della festa. Proteggeva lo spirito dei partecipanti: un equilibrio che funziona fino a quando ognuno è cosciente dei grandi rischi ma anche delle grandi possibilità che incarna una situazione così libera. Se qualcuno si sente male o si prende male, la festa si trasforma in un bad trip per tutti. Quella forte empatia trasmetteva felicità, serenità, complicità ma al tempo stesso poteva diventare un canale riservato alle paure, alle paranoie e all'aggressività. Dentro il rave le parole e le formalità lasciavano spazio agli sguardi, alle sensazioni vissute da tutti. In tutto questo la musica ha un ruolo fondamentale: è veloce (da 180 a 200 battiti per minuto), scandita da bassi martellanti, arricchiti da suoni quasi psichedelici. Tutti ballano in una trance collettiva. La musica non si interrompe mai, occupa tutto il rave, ne scandisce il ritmo: si sostituisce al tempo, fino a farne perdere la cognizione, fino a trasmettere un senso di libertà totale. Nella festa si può ballare fino a crollare, ma anche mangiare, dormire, esplorare ogni angolo della Taz . Mettersi in macchina e uscirne solo quando ce la si sente. Tutti insieme, proteggendo la tribe dalla polizia con la forza del gruppo.

Mi ricordo un teknival organizzato nel 2001 sul Monte Grappa, nell'ex base Nato, durato più di una settimana, con tribe provenienti da Italia, Francia, Inghilterra, Cecoslovacchia, Spagna: decine di migliaia i partecipanti. La Digos arrivò a festa iniziata, senza sapere che fare. Stupiti, aspettavano fuori. B. - una di quelle persone che i rave li aveva fatte nascere, li viveva, ci suonava - gli andò incontrò con piglio milanese e li accompagnò dentro. La ricordo mentre mostrava agli agenti il muro di casse alto 4 metri, mentre gli presentava i gruppi stranieri: "È un festival di musica elettronica e di incontro tra realtà underground europee". Loro increduli, chiesero solo che entro una settimana tutto scomparisse, nello stesso modo in cui era comparso: 'E senza casini!'. E così fu.

Alcune tribe si spinsero in Bosnia prima e in Serbia più tardi sfidando guerre etniche e raid della Nato, per portare la loro energia nei palazzi dilaniati dalle bombe. Il movimento continuava ad allargarsi. E questa crescita poco alla volta ha segnato la fine della stagione che ho conosciuto. Le notizie diffuse su Internet hanno aperto le porte dei rave a chi non ne condivideva i valori. Cominciarono a nascere decine di nuove tribe, che però avevano perso la filosofia libertaria diventando solo organizzatori di eventi illegali. Occasioni di profitto e divertimento, nulla di più. Iniziarono a comparire sempre più spacciatori di professione, ladri, malintenzionati, felici di poter approfittare di persone troppo 'fatte' per proteggersi. Diventò presto un fenomeno sociale: in Francia ogni fine settimana venivano intasate autostrade, deturpate zone verdi, o distrutte strutture. Erano all'ordine del giorno gli stupri, le violenze, i ragazzi morti. Le tribe delle origini sono fuggite, in cerca di terre vergini: nel nuovo mondo, in Sudamerica. Altri si sono dati alla musica creando etichette indipendenti. O al circo. E di quel mondo adesso è rimasto poco o nulla.

Commenti

bell'articolo

E' anni che alcuni dei primi ravers non si riconoscono più nella scena.
La scena anni 90 era superpoliticizzata ed ecologista ed ha saputo veramente rivoluzionare la musica elettronica.
Ora è cambiato tutto: la musica è ripetitiva e standardizzata, la gente muore a causa della droga cattiva, il rispetto per la natura non c'è più.
Questo spesso perchè gli stessi organizzatori sono più interessati al pusheraggio che alla festa o alla musica.
In Italia la situazione è tragica, soprattutto da quando ad alcuni party ci sono tossici di robba e coca.

Anni '90

I primi rave a Milano a metà anni '90 erano una cosa semplicemente spettacolare.
Tanta, tanta politica.
Ormai il nulla.

e

RAVE: CRONACA DI UNA SCOMPARSA ANNUNCIATA
La perdita di un ragazzo 19enne, per overdose durante un rave illegale nei pressi di Segrate, in provincia di Milano, ha fatto tornare sotto gli occhi dell’opinione pubblica questo particolare tipo di eventi. Nelle righe che seguono si cercherà di analizzare il fenomeno con occhio critico e libero da pregiudizi moralistici e demonizzanti, partendo dagli ideali che ne hanno sancito la nascita, l’affermazione e l’ascesa nel mondo giovanile, fino ad arrivare alla decadenza attuale che ne ha inaugurato la fase terminale – senza dimenticare l’intima connessione con il più generale problema della droga.
Sorta nei primi anni ’90 nel fitto sottobosco delle controculture giovanili, sull’onda del pensiero cyber-punk e della contestazione pre-Seattle, l’idea che ha mosso negli anni successivi milioni di giovani ravers in tutto il mondo, dirigendoli verso le più sperdute aree industriali del pianeta, era questa: la riappropriazione di spazi che l’industria e il mercato hanno dapprima tradotto in fabbriche o immensi centri commerciali – i famosi non-luoghi del filosofo Marc Augé – deturpando l’ambiente naturale con enormi quantità di cemento ed inevitabile inquinamento, per poi abbandonarli – in seguito a fallimenti o altre esigenze finanziarie – ad uno stato di squallore che ben rappresenta il grigiore della nostra epoca; di qui la pretesa di riutilizzare quei luoghi ridando loro vita, trasformandoli in TAZ (Temporary Autonomous Zone), con musica e danze spensierate, in una sorta di moderno rito dionisiaco – un baccanale, a onor del vero, al cui richiamo nessuna società nella storia è mai riuscita a resistere – portatore di istanze di liberazione e svincolato da ogni genere di norma e pregiudizio; al fine di rievocare il battito primordiale del cuore dell’umanità con musica techno ossessivamente ripetitiva, sparata a volumi altissimi, e di “liberare mente e corpo” tramite l’assunzione di stupefacenti, di ogni genere.
Ai primi tempi, la consapevolezza del significato del rave era ben radicata e diffusa negli ambienti underground di tutto l’occidente, proprio per il fatto di essere rimasto circoscritto all’interno della nicchia dei movimenti alternativi. Ora, il numero dei ravers è cresciuto esponenzialmente, a discapito dell’informazione e dell’autocoscienza dei partecipanti: nell’incatalogabile verietà di questi, buona parte è fatto di adolescenti – ormai anche di 14-15 anni - che vi si recano esclusivamente per approfittare della libertà del consumo di droga, e nient’altro; si attende che si renda raggiungibile il contatto telefonico rimediato da internet, e si parte – necessariamente in auto – all’una per tornare alle 10 di mattina. O per stare giorni e giorni immersi nel circolo vizioso del rave, o meglio di ciò che ne è rimasto: bisogna ballare, quindi assumere droghe eccitanti – sempre più cocaina e anfetamine – per stare appeso ai bordi delle casse ore e ore a seguire quel martellìo incessante, con il cervello che ad ogni bpm chiede pietà, e poi bisogna calmarsi, per tornare a casa, e dunque assumere oppiacei, anche se si trova davvero di tutto, dal fumo all’eroina passando per le infinite varietà di droghe sintetiche …è uno scenario desolante quello che attornia il novizio festaiolo: spaccio ovunque, chi defeca in libertà, chi collassa diventa cianotico o in preda a convulsioni, senza che nessuno ci faccia caso…fa paura, ma poi ci si fa l’abitudine, e si balla, ci si diverte in artificialissimi paradisi, e si decide di tornare nel circolo, e piano piano si diventa zombie, che trovano il soddisfacimento nelle sostanze elargite loro dallo stesso sistema che sembrano contestare, lo stesso che distrugge l’ambiente e finanzia le guerre, che è mafioso e sfruttatore di popoli interi.
Il decesso consumatosi a Segrate non è un caso isolato, e troppo semplicistico sarebbe ascrivere l’episodio come una tragica in ogni caso prevedibile in simili contesti, così lontani dalla “realtà” televisiva: il fatto accaduto dovrebbe invece far riflettere, senza veli d’ipocrisia, sul problema della droga e della sua diffusione, soprattutto della cocaina, e delle sostanze eccitanti in genere. La prima è stata sdoganata dagli innumerevoli fatti di cronaca, che la vedevano sempre presente tra i fasti di certi privilegiati e barbari modelli televisivi (vedi Corona e co.), veri esempi di vita per la maggioranza degli adolescenti di oggi, rinchiusi nei loro fortini fatti di internet, cellulare, ipod, con cui poter comunicare a tutti la propria ansia da prestazione, di qualunque tipo e in ogni modo. Senza badare alla realtà, credendo che quella che si vive non sia la propria vita, bensì quella del protagonista di un videogioco, che può strafare in abbondanza godendo di una sorta di immortalità conferitagli dai suoi stessi apparecchi elettronici. Emerge tuttavia il fardello dell’incapacità di rapportarsi realmente con gli altri, anche coetanei, quando magari si esce la sera o si affrontano compiti in classe (o esami universitari) senza il filtro dell’elettronica, che viene risolto con l’assunzione di sostanze tacitamente ammesse dalla società.
Gli allarmi sul crescente consumo di cocaina in Italia rispecchiano la funzionalità dei suoi effetti rispetto ad una società che procede a ritmo serrato, incessante e costantemente precario, in cui a sniffare non è più solamente il ricco facoltoso, ma anche l’operaio, il camionista che vuole riuscire a guadagnare di più facendo straordinari massacranti; lo studente in preda all’ansia da esame; in discoteca per sconfiggere le inibizioni nei rapporti sentimentali; allo stadio, per sfogare l’animalesca rabbia dei tifosi; nelle feste private perché non si sa più che fare. C’è stato un exploit della polvere bianca mai visto prima, che sta contagiando ogni casta e classe sociale, così che la sua reperibilità è aumentata a dismisura. La si trova ovunque, ma è molto più visibile nelle zone temporaneamente contagiate dalla foll(i)a di ravers, che trasformano campi interi (a volte coltivabili e devastati per farne parcheggi per i camper e le auto) in grandi piazze del libero spaccio, dove a ben vedere non sono tutti stravolti, c’è anche gente sveglissima a controllare che tutto si svolga regolarmente, come logica estensione di un mercato che finalmente ha raggiunto ogni tipo di utenza. Tutto ciò che accade nei rave – lo ripeto – non è che la punta dell’iceberg di un problema ben più vasto, nonché la metafora di una società malata in toto, una piccola finestra su un mondo - quello occidentale – che scivola inesorabilmente verso il decadimento, nonostante la sua ostentata opulenza.
In conclusione, sussiste in che scrive la convinzione che il solo modo per evitare altre inutili morti sia puntare sempre più sulla prevenzione e sulla riduzione del danno, agendo in ogni contesto senza moralismi o pregiudizi, promuovendo una chiara informazione sui rischi e applicando una politica di assistenza e sostegno ai tossicodipendenti, come avviene in molti paesi europei. Per citare degli esempi, in Olanda si effettuano pill tests gratuiti per testare la qualità delle droghe e prevenire decessi da sostanze da taglio; in Germania, come in Svizzera, Spagna e molti altri, sono in funzione da anni le cosiddette “stanze del buco”, in cui gli assuntori di droghe possono contare su una qualificata assistenza socio-sanitaria, nonché utilizzare strumenti sterili ed assumere la sostanza in condizioni igieniche adeguate. I risultati sono sorprendenti: le vittime per overdose sono calate vertiginosamente a fronte di condizioni di sicurezza nelle strade cittadine visibilmente migliorate.
Si tratta insomma di superare le resistenze “moralizzatrici”, che tendono ad emarginare il fenomeno, più che tentare di risolverlo, e di cui speriamo anche l’Italia si sbarazzi in fretta, prima di assistere all’ennesima, inutile tragedia.

i rave di ora non sono il nulla come dici tu...

...sono soprattutto dei supermarket dove si vende droga.
all'inzio la droga c'era, ma ce n'era di meno ed era buona, soprattutto xtasy e acidi, non polveri... speed e keta han sono state le prime a passare, ma
è con l'arrivo di roba e coca alle feste che *tutto* è cambiato.
perchè spesso dietro ai party di ora ci sono interessi criminali, non l'attitudine underground di un tempo.
io in particolare hoi smesso di suonarci perchè son finito nei guai più volte e per cosa?
io ero l'idealista che teorizzava i free party, ma dietro l'angolo c'erano italiani e stranieri che si arricchivano con le fottute buste...
fanculo a loro e ai tossichelli che popolano le feste di ora.
la rave-o-luzione è finita da 8-10 anni.
chi sapeva suonare fa i dischi, chi spacciava allora lo fa ancora!
sveglia ragazzi!

tanta politica nei vecchi rave?

ma cos'è uno scherzo? studiate la storia va là...

un 50enne che per anni è andato ai rave (finchè il fisico gliel'ha permesso)

..

io sono giovane, ma conosco gente di sulla quarantina che i rave fine `80/primi `90 se li é passati tutti, e l`opinione di tutti é che ai rave ci vai se vuoi sballare! la droga c`é sempre stata, e se adesso ci trovi la coca invece dell`ecstasy non credo sia meglio o peggio, é sempre la solita merda, ci vai per sentirti esaltato ed arrivare all`alba ancora carico di energia, per sentirti "onnipotente", per essere "fuori", ma scusate, la politica nei rave proprio non ce la vedo!!

Politica nei rave??? buaahahaha!!!

Ma ve la immaginate una massa di impasticcati cerebrolesi che discutono di politiche salariali con un martello pneumatico lanciato 2000 decibel come sottofondo??? Ce ne vuole di fantasia, eh...
Questa mi ricorda la barzelletta dei ciechi che si prendono a sassate...fa solo più ridere!

senza offesa... però i rave

senza offesa... però i rave come li conosceva chi ci è andato nei suoi anni d'oro sono finiti da un bel pezzo, se oggi sono solo un'accozzaglia di fighetti drogati con le macchine tamarrate, bhè a noi che ce ne frega?
poi per gli impasticcati che dicono che nei rave non c'era politica: non c'erano mica solo i vostri di rave.ci sono stati anche rave del movimento, quindi non cagate il cazzo solo perchè voi vi siete beccati quelli in mezzo a gabber e sfigati simili

c'è rave e rave

Forse il termine politico è un po' eccessivo. Di sicuro però a Milano ci sono stati rave consapevoli. Dove si parlava anche del diritto al file sharing, dove le stanze di decompressione esistevano davvero e soprattutto dove gli organizzatori lo facevano per divertirsi e non per piazzare sostanze. A un certo punto chi organizzava questi eventi ha iniziato a percepire una perdita di senso nella cosa e ha smesso di farli.
Di fatto lasciando il giochino in mano a chi organizzava rave esclusivamente per fare soldi (tra l'altro con l'ipocrisia del free rave, niente cassa all'ingresso, tanto i soldi arrivano in altro modo...).
La prima ondata quella degli anni '80 era spoliticizzata però almeno gli extasi erano buoni e non le schifezze che gorano oggi.
Poi c'è stato il rapposrto tra il movimento e i rave.
Poi è rimasta la ripetizione infinita.
Questo discorso vale anche per la musica techno e non solo i suoni erano innovativi e radicali. Poi hanno iniziato a ripeteresi sempre uguali all'infinito.
Per questo molta gente che ndava i rave per la musica innovativa ha un certo punto si è stufata.

Per me ora il rave è revival, anche un po' malinconico. Come chi ascoltava e ballava la disco dance anni 70 nei primi anni '90...

bua hahahaha

politica = discutere di politiche salariali?!
Cos'è? Te li scrive Nanni Moretti i testi da pubblicare su indymedia??

spiralist

non sono d'accordo con voi,cioè che ora le feste sono tutte una merda...c'è la droga è vero,ma come c'è sempre stata,la gente che si occupa di arte,sociale e politica(nel senso piu ampio del termine) ci sono solo che scelgono con piu cautela i free parties a cui andare(cosa che dovrebbero fare tutti).comunque ragazzi non scoraggiamoci siamo l'ultimo vero baluardo delle occupazioni e della t.a.z. ora come ora nella miriade d piccoli sound che sono nati in italia c'è ne sono alcuni che fanno feste molto valide dove le buone vibrazioni sono presenti e s sentono...un ultima cosa abbandoniamo tutto cio che riguarda internet e parliamo delle nostre faccende di persona,solo in questa maniera riusciremo a smascherare gli sbirri...

FORWARD THE REVOLUTION , YOU CAN STOP THE PARTY BUT YOU CAN'T STOP THE FUTURE !

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