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Il “femminismo” neocoloniale di Daniela Santanché
L'Occidente ha sempre avuto seri problemi nel comprendere e relazionarsi culturalmente (cioè: politicamente) con quello strano oggetto cha da almeno un decennio incarna il prototipo dell'Altro orientale: il velo indossato dalle donne islamiche per proteggersi dallo sguardo altrui (in specie: maschile). Figuriamoci se ad essere in gioco è il Burqa, condensato simbolico di un alterità radicale, non solo perché mediaticamente riconosciuta come pendant femminile del miliziano di Al-Qaeda, ma soprattutto perché sottratta allo sguardo scientifico e indagatore dell'occhio conoscitore della tradizione occidentale dove l'Io-guardo ha sussunto l'Io-penso e in un oggetto come il Burqa si riconosce paradossalmente l'insopportabile visibilità di un desiderio d'invisibilità.
Il fatto
E' successo che ieri, in occasione della festa rituale di fine Ramadan a Milano, un evento cui hanno preso parte migliaia di persone, la post-fascista Daniela Santanché assieme a una decina molto scarsa di appartenenti al suo nuovo raggruppamento politico "Movimento per l'Italia", abbia tentato di contestare la presenza di donne col burqa perché in contrasto con la legge italiana. Il pretesto del presidio era la recente morte di una ragazza marocchina, uccisa dal padre perché in rapporto sentimentale con un giovane italiano. La situazione precipita quando l'ex-ministro tenta di scoprire una delle donne velate. Intervengono uomini musulmani e la polizia per "riportare la calma". A evento consumato segue la rituale trafila di dichiarazioni e gestione mediatica. La Santanché spiega di essere intervenuta anche e soprattutto per "aiutare queste donne a liberarsi dalla costrizione del burqa".
Le implicazioni politiche
Si potrebbe facilmente smontare la retorica dell'ex-ministro ricostruendone la storia politica ma non è quello che qui interessa... Più produttivo ci sembra invece raccogliere e prendere sul serio le sue dichiarazioni, laddove queste continuano un Discorso politico ormai fattosi Tradizione nel dibattito pubblico d'Oltralpe relativo alla legge di stato sul (contro il) velo. Un dibattito, quello francese sul velo, in cui l'ideologia repubblicana francese quasi s'ipostatizzava in una sorta di religione laica, con tutte le conseguenti implicazioni circa il rapporto tra norma di legge e diritto di differenza. Un dibattito acceso e irto di spine che non ha mancato d'interrogare le irriducibili aporie che minano dal di dentro la nostra idea di modernità.
La Santanché s'è inserita (sicuramente senza saperlo) in questo filone di pensiero per cui la libertà delle donne musulmane (ammesso - e non concesso - che questa liberazione interessi davvero alla Santanché) possa e debba essere il prodotto di norme governative. Strana idea di un liberazione imposta dall'alto, dimentica della lezione storica più profonda dei movimenti di liberazione per cui l'apertura dei percorsi di emancipazione sono invece il risultato di bisogni e cooperazione collettiva che - inversamente - partendo dal basso delle lotte sociali, incidono nell'alto della sfera giuridica e legislativa (come i movimenti che in Italia hanno imposto il diritto al divorzio e all'aborto... A proposito, cosa pensa l'ex-ministro della conquista femminile al diritto d'interruzione della gravidanza?).
Gli strali del dibattito francese isolarono poche voci fuori-coro coscienti dell'implicazione politica di un tale discorso. Tra queste, quella della pensatrice femminista ex-jugoslava Rada Ivékovic che, invitando ad un approccio al tempo stesso femminista e post-coloniale alla questione del velo, sottolineava invece il rischio di chiusura comunitaria e patriarcale delle comunità come reazione fisiologica all'imposizione di una norma che, dietro la facciata emancipatrice laicizzante, nascondeva invece una volontà statale d'integrazione forzata. Il risultato fu che proprio le donne (immigrate e musulmane) furono invece le spossessate di ogni possibilità di parola e quindi, in ultima istanza, d'azione ritrovandosi chiuse nella doppia tenaglia tra imposizione statale e comunitarismo patriarcale.
Ci sarebbero poi anche (non ne siamo espert* ma le sappiamo esistere, per quanto la nostra formazione occidentale e universalista fatichi a concepirle) esponenti di un femminismo che si autodefinisce "islamico". Alcune di queste pensatrici offrono un sguardo interessante e decentrato su quell'universo simbolico e culturale. Uno sguardo capace di spiegare come e perché, in certi contesti, il velo possa anche essere per la donna musulmana un mezzo di difesa e tenuta a distanza di un universo maschile invadente e pervasivo. Riflessioni che precisano quanto quotidiana e micro-politica sia la battaglia che le donne islamiche stesse conducono proprio intorno alla questione del velo (ex: l'Iran), una battaglia in cui a volte qualche centimetro di "svelamento" equivale all'irruzione della minigonna nell'Italia culturalmente contadina e clericale del primo dopoguerra.
Quante di queste considerazioni e riflessioni hanno preceduto il gesto della Santanché? Un gesto in cui non può non riconoscersi la violenza coloniale (e patriarcale) del conquistatore. Un gesto ancora una volta pesantemente centrato sul corpo pubblico della donna. Poco importa allora che il gesto consista nello svelamento... La Santanché sicuramente non s'è posta questo genere di problemi. O forse sì e molto scientemente ha deciso di agire in questa direzione. Una scelta che l'apparenta alla lunga e variegata sfilza bipartisan di intellettuali, uomini e donne pubbliche che proclamano libertà dal di sopra dei carri armati, corifei ben pagati della ragion di stato.
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Commenti
Perché non si spoglia lei?
Perché la Santanché pretende di "liberare" le donne musulmane dal burqua e invece non prova a togliere il copricapo ad una suora? E' la stessa cosa, l'unica differenza è che il burqua copre di più del copricapo della suora.
E' la stessa cosa anche se venisse una donna da qualche società dove vanno in giro nude e pretendesse che anche noi ci spogliassimo.
Quando i missionari sono andati nelle tribù in giro per il mondo hanno preteso che gli indigeni si vestissero. Adesso pretendiamo che le donne si svestano.
Non va bene coprirsi troppo, ma nemmeno troppo poco. Potrebbe essere giusto coprire i genitali, ma i divieti riguardano anche altre parti del corpo. In questa società, una donna che indossa un top che lascia scoperte le spalle è già al limite del tollerabile, per esempio ci sono cartelli fuori dalle chiese frequentate dai turisti che invitano a non entrare in pantaloni corti e canottiera (peraltro precetto valido anche per gli uomini).
Chi ha stabilito che il viso deve restare scoperto e le spalle coperte? Perché certe parti del corpo devono essere nascoste e altre, al contrario, non possono essere nascoste?
La Santanché dovrebbe riflettere su queste domande, prima di fare gesti sconsiderati offensivi dei costumi di altre società.
Lei non si pone il problema che ogni cultura ha i suoi usi da rispettare. Lei ritiene che i precetti della nostra società sull'abbigliamento siano universalmente giusti. Chi non li segue, è schiavo di una mentalità sbagliata. Chi si maschera il volto è schiavo, chi tiene il volto scoperto e poi si mette lo scialle sulle spalle prima di entrare a visitare una chiesa è libero.