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gio, 24 set @ 07:10
INNSE ed ESAB, un interessante confronto
Pubblicato in:: Numero606-09 www.operaicontro.it
La lotta degli operai dell’INNSE continua anche indirettamente ad essere fonte di
molti insegnamenti per tutti gli operai.
Raffrontiamo brevemente l’accordo della fabbrica di Milano con quello della ESAB
Saldature di Mesero (Milano), in cui un gruppo di operai è stato per più di due
settimane sul tetto della fabbrica.
L’INNSE non viene più smantellata, anzi riprende le attività, con l’acquisto degli
impianti da parte di un nuovo padrone, che dovrà riassumere tutti i lavoratori della
fabbrica, che sono attualmente in mobilità.
L’ESAB, invece, chiude da subito. A fronte di qualche vuota chiacchiera su una
eventuale “reindustrializzazione” dell’area, nessun impegno concreto viene preso
sulla ricollocazione dei dipendenti. Gli operai avranno un massimo di due anni di
cassa integrazione straordinaria, poi scatterà la mobilità, cioè il licenziamento.
L’assegno di cassa integrazione sarà integrato dall’azienda fino al 100% del salario
normale. Tutte le altre eventuali integrazioni salariali, che non potranno superare
per ciascun lavoratore il tetto dei 24.000 Euro, saranno erogate dall’azienda solo
sotto forma di incentivo all’esodo, cioè solo in occasione dell’accettazione
individuale del licenziamento e, addirittura, il diritto a ricevere tali somme sarà
subordinato alla sottoscrizione “da parte del lavoratore interessato di una
transazione generale e novativa con rinuncia ad ogni richiesta e domanda connessa
alla esecuzione e cessazione del rapporto di lavoro nei confronti di ESAB”. Una vera
carognata, fatta da chi tiene ben stretta la pistola puntata alla tempia degli
operai: ti do i soldi che ti servono per tirare avanti per un po’ di tempo senza
lavoro, ma devi garantirmi che non mi costringerai legalmente a pagarti risarcimenti
futuri per questioni contrattuali e normative o per danni biologici. Una vera e
propria estorsione, che non provoca però nessun intervento della magistratura, così
pronta invece a perseguire l’occupazione della fabbrica o quella della tangenziale
nel corso della lotta dell’INNSE.
Non c’è dubbio allora che per il primo accordo, quello dell’INNSE, si tratta di una
vittoria degli operai, mentre quello della ESAB rappresenta una pesante sconfitta
delle maestranze.
Questo dato incontrovertibile ci spinge a fare due ordini di riflessioni. Col primo
evidenzieremo alcune lezioni che si traggono dal confronto delle due esperienze di
lotta. Col secondo valuteremo il ruolo del cosiddetto “sindacalismo di base”, cioè
dei sindacatini alternativi.
Non appena Genta, il vecchio padrone della INNSE, ha tentato con un colpo di mano di
chiudere la fabbrica, iniziando le procedure di messa in mobilità e
contemporaneamente invitando i lavoratori a stare a casa “pagati”, in attesa che si
concludessero i tempi canonici per l’avvio della mobilità, la preoccupazione degli
operai è stata quella di avere il controllo dell’officina. Loro obiettivi prioritari
erano impedire la chiusura dello stabilimento e respingere anche un solo
licenziamento. Su questo si sono confrontati duramente con Genta per 15 mesi, senza
mai aprire trattative su un eventuale avvio della cassa integrazione straordinaria da
aggiungere al periodo di mobilità o su eventuali integrazioni salariali, finendo così
in mobilità senza ricevere nessuna integrazione, e si può immaginare cosa abbia
significato vivere a Milano per più di un anno con il misero assegno di mobilità. Gli
operai dell’Innocenti sapevano però che nella situazione di oggettiva debolezza in
cui si trovavano, con un padrone non interessato a continuare la produzione, la cassa
integrazione e l’integrazione del salario potevano essere ottenuti solo cedendo su
altre questioni, ad esempio accettando il trasferimento di alcune macchine. In
pratica, lo scambio era: più sussidi e per più tempo in cambio dell’accettazione del
licenziamento. Scambio che gli operai dell’INNSE non hanno giustamente voluto fare.
Di fronte a un dilemma simile si sono trovati anche gli operai della ESAB, come del
resto si trovano tutti gli operai le cui fabbriche stanno chiudendo, vedi la LASME di
Melfi. La risposta degli operai dell’ESAB è stata però l’esatto contrario di quella
dell’INNSE. Al centro della trattativa non è stata la continuità produttiva della
fabbrica e il rifiuto dei licenziamenti, ma l’eventuale cassa integrazione e le
integrazioni che l’azienda avrebbe dovuto dare. Questa linea veniva già sancita nel
preaccordo del 3 agosto, dove si parlava di cassa integrazione e incentivi mentre si
accennava solo genericamente ad una eventuale reindustrializzazione dell’area.
L’accordo del 15 settembre è perciò la diretta conseguenza delle strategie scelte
all’inizio della vertenza, con le quali non solo si è accettata chiusura della
fabbrica e licenziamenti, ma si è ottenuto davvero anche molto poco sul piano delle
forme di integrazione al reddito e praticamente nulla sugli impegni per una eventuale
ricollocazione degli operai. Tutto ciò malgrado la mobilitazione operaia nel corso
dell’ultimo mese fosse cresciuta, arrivando a forme di lotta dure, come il presidio
della fabbrica e la permanenza sul tetto.
Due strategie opposte, cui hanno corrisposto due opposti risultati.
Gli operai dell’INNSE sapevano che accettare la chiusura dello stabilimento
significava nella migliore delle ipotesi, la ricollocazione in qualche altra
fabbrica, con condizioni lavorative e normative peggiorate e si sono opposti con
estrema determinazione alla chiusura, senza farsi né irretire da chi proponeva loro
fantasie come l’autogestione, né blandire dalle interessate proposte di mobilità fino
al pensionamento o ricollocazione per una minoranza. L’unità degli operai doveva
essere garantita a tutti i costi perché è proprio l’unità la forza degli operai e
l’unico modo per garantirla era impedire la chiusura del luogo dove essa fisicamente
si forma, la fabbrica.
Difesa dell’unione degli operai, anche contro chi, preso atto della loro incrollabile
determinazione, vorrebbe trasformarli in padroncini o contro chi ha creduto di
dividerli con qualche miserabile incentivo. Unione operaia, questa è una delle più
importanti lezioni che ricaviamo dalla lotta dell’INNSE Naturalmente, non è mancato
il solito imbecille piccolo borghese, che, incapace di cogliere questa lezione, ha
sparlato di patto fra gli operai dell’INNSE e i capitalisti produttivi contro i
capitalisti speculatori, ragionando allo stesso modo con cui i borghesi russi
tacciavano nel ’17 i bolscevichi di essere filo tedeschi.
Andiamo ora ad affrontare la questione delle organizzazioni sindacali, perché anche
su questo versante il raffronto fra i due accordi ci dà notevoli spunti di
riflessione.
L’accordo dell’INNSE è stato sottoscritto dai vertici FIOM, mentre tutti gli altri
sindacati, inclusi quelli “alternativi” sono stati assenti nella lotta. L’accordo
dell’ESAB è stato sottoscritto dalla FLMU, che ha praticamente diretto la lotta fino
alla sua amara conclusione. In verità l’accordo porta solo la firma delle RSA, a
maggioranza appartenenti alla FLMU, e non dei sindacati territoriali. Ma la scelta è
solo frutto di una sporca ipocrisia. La FLMU è d’accordo con l’intesa raggiunta, ma
sa che essa è impresentabile e allora opta per la soluzione di lasciare l’onere della
firma ai suoi delegati aziendali, salvo poi sostenere la loro scelta scellerata in
assemblea e firmare insieme alla RSA solo il verbale di accordo al Ministero in cui
si avvia la cassa integrazione straordinaria per cessazione delle attività. Una
vergognosa ipocrisia del tutto in linea con quella imperante fra i politici italiani
pronti a chiamare “missione di pace” l’occupazione militare di altre nazioni. Il
tutto condito da parte della FLMU dalle soliti frasi in sindacalese con l’elencazione
certosina delle luci ed ombre dell’accordo e con i piagnistei sulla debolezza cronica
degli operai.
Una sola domanda, brutale e diretta, va fatta a questi sindacalisti: ma perché vi
siete sforzati tanto per creare un sindacato alternativo se alla prima prova dei
fatti finite col fare le stesse cose della peggiore dirigenza Fiom?
E’ la fine di una illusione, quella per cui bastava fondare un sindacato “buono”,
creare cioè un guscio formale di organizzazione sindacale per poi crescere fra i
lavoratori e diventare determinante. Si anteponeva così la questione formale (la
costituzione dell’organizzazione sindacale) a quella sostanziale (la conquista della
maggioranza degli operai), che è l’unica base su cui può nascere veramente una
organizzazione sindacale. Il sindacato, infatti, conta ed esiste solo in quanto
organizzazione di massa, capace di rappresentare la maggioranza dei lavoratori.
L’esperienza degli ultimi due decenni dimostra come la scorciatoia del “sindacalismo
di base” sia fallimentare, essendo servita solo ad isolare e chiudere in un ghetto le
minoranze più combattive.
Ancora una volta qui torna utile riferirsi alla esperienza della INNSE, in cui il
fatto di essere rappresentativi della stragrande maggioranza degli operai, ha
permesso alle RSU di quella fabbrica di dettare modalità e forme della lotta e le
stesse condizioni della trattativa ai vertici sindacali FIOM.
La Sezione AsLO di Napoli
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Commenti
... la scorciatoia del
... la scorciatoia del “sindacalismo
di base” sia fallimentare, essendo servita solo ad isolare e chiudere in un ghetto le
minoranze più combattive.
Com'è vero quel che dite compagni di Napoli.
Mi chiedo ma non sapevano "i basici" la distinzione elementare tra organizzazione politica e organizzazione sindacale?
Ventanni e più di sindacalismo di base ha migliorato la condizione operaia, la loro capacità di rivolta. la coscienza di classe?
Rivoluzionari stufi di pagare la tessera ai confederali che hanno preso la scorciatoia, autoisolandosi dalla maggioranza, che si consumavano in uno scontro tra "pari", grandi burocrazie e piccole burocrazie in pectore, ansiose di legittimità. La famigerata rappresentanza!
Solo ignoranza del principio elementare che solo la rivolta cambia il sindacato, la cultura, il cielo della politica?
-La cavalleria errante-
No! Non si sono mai
No! Non si sono mai confrontati con la realtà operaia, come cambiarla, quale lotta.
Avanguardie il cui sforzo principale era ed è "conquistare lo spazio sui media.
Il loro problema era ed è ancora, purtroppo, la famigerata visibilità, non l'unità e l'organizzazione dei lavoratori in una lotta lunga contro il padrone fatta dalla maggioranza dei lavoratori. Insomma esisti se ne parlano i media, è vero se ne parlano i media.
Prostituzione del pensiero rivoluzionario che vede nei media lo specchio distorto della realtà, non la realtà.
Insomma andare sui media o chi hai dietro la tua lotta?
Il gioco della rappresentanza non ci interessa
Fabbrica e lavoro
Ma tu in una fabbrica ci sei mai entrato?