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II crollo della sinistra;analisi e Nuovo Inizio

autore: 
Gruppo Emancipazione

ANALISI

Il risultato elettorale che ha visto il crollo della sinistra in Italia -intendendo con "sinistra" le formazioni di Sinistra Arcobaleno,Sinistra Critica e Partito Comunista dei Lavoratori - è spiegabile con 3 fattori che elenchiamo in ordine di importanza;

1)- Il PD e il voto utile-
Il Partito Democratico voluto dagli industriali liberal e la sua scelta di presentarsi da solo anzichè in coalizione ha spinto al cosiddetto "voto utile" gran parte degli elettori di sinistra spaventati dalla possibilità di affermazione delle destre.

2)- L'eredità del governo Prodi -
Troppo fresco e bruciante il ricordo di un governo che ha lasciato impoverire le persone senza redistribuire alle stesse quello di cui già disponeva (recupero dall'evasione-tesoretto).

3)- Cattiva campagna elettorale -
In special modo la Sin. Arcobaleno ha condotto una pessima campagna elettorale,del tutto scollegata dal "sentire" comune delle persone oggi.Autoreferenziale , troppo di nicchia e troppo astrattamente"politicista" ,parlava solo del suo progetto politico agli addetti ai lavori dimenticandosi ;dei milioni di massaie/padri di famiglia a cui è aumentato il pane , dei 2 milioni di commesse a cui importerebbe chiudere il contratto,e di tutti quelli/e che chiedono solo di stare meglio nella fatica quotidiana del vivere.

Ci sarebbe un quarto fattore (oltre a quelli esterni della crisi economica mondiale e delle cannonate antisinistra dei media in generale),l'astensionismo;alla Grillo e non solo.Ma è troppo apparentato e causato dai tutti i punti sopra per costituire qualcosa con un rango a sè.

IL NUOVO INIZIO

Dalle macerie si rinascerà.
La sinistra è una categoria dell'anima prima ancora che della politica.
Finirà con l'essere umano,non prima.
Ma nel frattempo meglio accellerare la palingenesi che dovrà passare per un punto obbligato.

Un Nuovo Inizio che dovrà necessariamente essere un "Partito Laburista" o "Partito del Lavoro" o "Sinistra e lavoro".
Già "Nuova Sinistra" rischierebbe di avere meno appeal e fortuna dell'omologa "Neue linke" tedesca.

Dovrà certamente essere approntato ;

-con spirito costituente

-da tutti i gruppi della sin Arc ed essere partecipato anche da Sinistra Critica e ,possibilmente,dal PCL di Ferrando.

-su guerre ed economia ,l'obbligato esilio fuori dal Parlamento ed in mezzo alle persone appianerà molte differenze;si dovrà essere chiaramente e soprattutto all'opposizione,senza se e senza ma.

- niente pastrocchi e mediazioni sul nome;il lavoro ci deve essere;l'ambiente ,la laicità e tutte le altre nicchie,per quanto importanti (e lo sono molto) non devono esserci nel nome ma nei programmi.Chi ci sta ci sta,e sarebbe un bene che tutti capissero ch'è meglio starci.

-uno spirito costituente comporta anche la ridefinizione dei metodi.Dovrà essere non solo un partito di lotta,ma soprattutto di propaganda.
E' tempo di semina.

-Proselitismo molecolare e diffuso; pedagogia modesta ma costante ; agit-prop critico ma propositivo e non massimalista ne intellettualista,ma sempre aderente ai problemi concreti ; uso dei media e dei linguaggi (chi ha concepito l'inservibile sito della Sinistra Arcobaleno?) ; spirito di militanza agile,adattabile, leggera e tematica,performativa al massimo sul rapporto fra impegno e risultati;diminuzione della centralità delle nicchie di "movimento" ; ricerca degli ambienti più convenzionali e allargati ,frequentati dalle persone comuni cogliendone i bisogni e indicando le alternative;andare a cercare i lavoratori del Nord e parlargli,seguirli,infiltrarsi,spiegare,appoggiarne le rivendicazioni e le esigenze condizionandole in senso progressivo spiegandone la convenienza,con tenacia e continuità.

-ci sarà da tornare nei supermercati,nelle fabbriche,nelle multisale cinematografiche,nelle scuole,nelle discoteche e nelle passeggiate-aperitivi-movide,sulle spiagge di massa,negli stadi,nei quartieri ,nei condomini,negli ospedali,nei bar e circoli degli anziani,e in ognuno di questi luoghi di massa intercettare le esigenze delle persone ,parlare,ascoltare ,capire, dare voce.

-in questo processo nessuno perderà l'identità;devono restare i comunisti , i verdi ,i socialisti e tutti gli altri ma dovranno essere al servizio del partito del lavoro o quello che sarà.

Senza tutto questo,la fine della rappresentanza parlamentare della sinistra sarà permanente.
Nessun consolatorio ed identitario Partito Comunista ci potrà salvare.

http://gruppoemancipazione.blogspot.com/

II crollo della sinistra;analisi e Nuovo Inizio

Commenti

L'antagonismo ex parlamentare

Probabilmente siamo davanti al più brutale processo di razionalizzazione politica che si sia mai visto in Italia. Sparisce dal Parlamento un cartello elettorale, la Sinistra Arcobaleno, che riuniva partiti capaci in astratto, ma anche per storia politica alle spalle, di superare il dieci per cento.
La sinistra anticapitalista si trova ai margini della politica, fuori dal gioco, esclusa dal circuito istituzionale. È di nuovo una sinistra extraparlamentare.
Il suo simbolo oggi potrebbe essere proprio il suo candidato premier, Fausto Bertinotti: il presidente della Camera uscente che non riesce a rientrare nell'assemblea rappresentativa. La realtà complessiva è che finiscono in fuorigioco la vecchia Rifondazione comunista, i Verdi, i Comunisti italiani e quella frazione ex diessina che non aveva accettato la confluenza nel Partito democratico.

È questo uno dei risultati della rivoluzione copernicana di Walter Veltroni, che ha rovesciato lo schema politico precedente, quello di Romano Prodi e di Arturo Parisi: ai quali si doveva la convinzione per cui la sinistra "antagonista" doveva essere inclusa nel perimetro dell'alleanza necessaria per battere la destra; mentre toccava poi a ministri come Tommaso Padoa-Schioppa il compito di insegnare la "triste scienza" agli utopisti e agli oltranzisti, ai no global e agli anticapitalisti.
Tuttavia il contributo alla governabilità non esauriva la funzione che la sinistra radicale pensava di essere chiamata a realizzare. Fare la portatrice d'acqua per il governo tecnocratico del centrosinistra non era così soddisfacente. Gli anticapitalisti al servizio del risanamento del deficit e a favore del taglio del cuneo per la Confindustria: una cosa bizzarra. Insopportabile per l'acuta consapevolezza sociale di molti esponenti della sinistra radicale, per la loro nitida percezione delle nuove conflittualità, per un senso critico vivificato dal coinvolgimento personale, per il pacifismo e quindi per l'incapacità di subire troppo a lungo compromessi in economia e sull'orizzonte della politica internazionale. Tutto questo, cioè l'asimmetria delle intenzioni rispetto ai risultati, venne sintetizzato infine nel gusto dissacratorio e politicamente irridente di Bertinotti: che con le battute su Prodi come Vincenzo Cardarelli, "il più grande poeta morente", fece risuonare le campane a morto per il governo dell'Unione ben prima della disastrosa defezione di Clemente Mastella e Lamberto Dini.

Veltroni ha messo allo scoperto la fragilità di questa sinistra. L'ha costretta a porsi il problema della sua rappresentatività, e della qualità del suo programma politico, non tanto fra i velluti delle aule parlamentari e con le obiezioni di coscienza, bensì nel gioco crudele dell'arena elettorale. Nessuno, per la verità, pensava che fosse possibile la liquidazione totale di un'esperienza come quella di Rifondazione; e si pensava che nell'alveo della sinistra contestativa avrebbero trovato spazio e ruolo le nicchie ambientaliste governate da Pecoraro Scanio come gli irrigidimenti postcomunisti di Oliviero Diliberto e i maldipancia dei diessini dissenzienti guidati da Fabio Mussi e Cesare Salvi.

Invece è scattata una specie di trappola elettorale, spaventosa negli effetti ma piuttosto tipica per l'estremismo politico di sinistra. Quando è il momento meno opportuno, che si tratti della scissione di Livorno o della scomparsa dello Psiup, a sinistra non si conoscono mezze misure. O catastrofe, o niente. L'Arcobaleno ha pagato la scarsa visibilità delle sue proposte, in parte dovute al concentrarsi dei media sul duello fra Pd e Pdl, e in parte legate alla varietà volatile dei suoi programmi politici. La nuova sinistra voluta da Bertinotti, finalmente slegata dalle sue eredità comuniste, doveva diventare una forza moderna trasversale, connessa ai temi di fondo della globalizzazione, alle inquietudini sull'"impronta ambientale" dello sviluppo, e al recupero di ispirazioni socialiste reinterpretate alla maniera della Linke tedesca. Messi nello shaker questi ingredienti, ne è venuta fuori una miscela in cui le identità sono evaporate, la falce e martello si è dissolta, le culture non si sono amalgamate se non in un composto di radicalismi vari.

Vale a dire: mentre Veltroni tentava un'iniziativa davvero egemonica (e spesso denunciata come tale dalla sinistra radicale), tutta proiettata a definire il profilo di una sinistra di governo, la Sinistra arcobaleno si è trovata in una impasse drammatica. Era finita la rendita dei partiti in grado di raccogliere voti estremisti e di renderli comunque "utili" all'interno di un'alleanza estesa e anche condizionabile. E in una situazione come questa sono stati gli elettori a risolvere i problemi impossibili della sinistra antagonista: qualcuno si è fatto convincere dall'appello implicito al "voto utile" al Pd come bastione contro la macchina berlusconiana; altri hanno trovato sfogo antipolitico nel partito di Di Pietro e perfino nel populismo radicaleggiante della Lega; e mentre qualcuno dei nostalgici della falce e martello ha trovato rifugio nel simbolo di Sinistra critica dell'eretico Turigliatto, molti altri, a quanto si capisce, come i redattori del manifesto, devono avere sciolto il dilemma rifugiandosi nell'astensione.

Ma andrà detto che il ripiegamento fuori dalla politica, in una sinistra ideale e non empirica, lascia il campo privo di una rappresentanza istituzionale per una parte di società dispersa ma ancora consistente. Ora, Bertinotti annuncia l'addio. Gli altri parlano di anno zero, di costituenti, di un nuovo inizio. Comunque sia, ogni costituente è buona se si pone il problema di come ci si connette al problema del governo. L'idea che fosse possibile il giardinetto dei radicalismi è stata sfigurata dalla violenza della realtà. Per chi ha sempre amato parlare delle ragioni "oggettive", dei "rapporti di forza", della "struttura", è giunto il momento di fare i conti fino in fondo con la realtà, e non con il labirinto delle illusioni.

La notte terribile della gauche italiana

Addio lista Arcobaleno. E Bertinotti lascia. E gli operai fanno festa con la Lega. A Valdagno il Carroccio batte la Sinistra Arcobaleno 30
a 2,1. Bossi: «La Lega l’hanno votata i lavoratori».

«Cercate l’orso bruno "JJ3"», aveva ordinato l’altro ieri Alfonso Pecoraro Scanio. Ciò detto, spiegava un comunicato, il ministro dell’Ambiente aveva «aperto tavoli di confronto con alcuni Paesi dell’Arco alpino» chiedendo preoccupato dove fosse finito lo Yoghi sparito dal parco dell’Adamello. Da ieri, però, ha altri problemi per la testa: con l’orso è sparita la sinistra radicale. Comunista e verde. Almeno dal Parlamento. Non un rappresentante al Senato, non uno alla Camera. O almeno così pareva ormai certo mentre calava la notte più straziante, tormentata e insonne che la «gauche» italiana abbia mai vissuto. Una notte resa ancora più cupa, agli occhi dei protagonisti attoniti del mondo arcobaleno, dal trionfo di Silvio Berlusconi, dal dilagare della Lega e da quella rivendicazione del segretario del Carroccio Umberto Bossi che non ammetteva repliche: «La Lega l’hanno votata i lavoratori». Pausa. Rilancio: «I lavoratori non votano più la sinistra: è la Lega il partito nuovo dei lavoratori».

Hai voglia, adesso, ad alzare il sopracciglio ridacchiando. A fare spallucce. A buttarla sul ridere. Perché i dati che emergono questo dicono. Basta prendere la provincia di Vicenza. Provincia industriale. Metalmeccanica. Manifatturiera. Provincia bianca. Per decenni democristiana. Mariana e bisagliana, cioè fedele a Mariano Rumor e Toni Bisaglia. Obbediente a Monsignor Carlo Zinato, il vescovo che Camilla Cederna chiamava «La Wandissima» per come voleva essere sempre al centro di tutto. Bene: anche a quei tempi la sinistra aveva sempre tenuto in alcune roccaforti. Sempre. I dati di ieri sono nettissimi. E dovrebbero rappresentare per Fausto Bertinotti, che si insediò alla presidenza della Camera dedicando il suo trionfo «alle operaie e agli operai», una spina nel cuore. La Lega straccia la Sinistra Arcobaleno a Valdagno (Valdagno: dove quarant’anni fa i ribelli tirarono giù la statua di Gaetano Marzotto) 30 a 2,1%, la distrugge a Schio (la Schio della Lanerossi) 25 a 2,6%, la polverizza ad Arzignano (dove pure c’è un sindaco di centrosinistra) 37 a 1,5 e la annienta in due paesi storicamente strapieni di Cipputi come Chiampo (41 contro 0,9) e San Pietro Mussolino, dove una popolazione in larga parte composta da tute blu e dalle loro famiglie consegna al Senatur uno stratosferico 49,8 per cento e a quella che forse un po' presuntuosamente si era autodefinita «l’unica sinistra», un umiliante 0,6.

Certo, Bertinotti e Pecoraro e Diliberto, potrebbero cercare qua e là per l’Italia qualche motivo di incoraggiamento. Del resto la storia ci ha consegnato esempi formidabili di sconfitte disastrose spacciate per flessioni. Immortale, ad esempio, resta il caso del democristiano Vito Napoli che, sotto le macerie fumanti del crollo della Democrazia Cristiana nelle disastrose «comunali» del 1993 disse: «Abbiamo perso Roma, Milano, Napoli, Venezia, Palermo... Ma ci sono anche segnali incoraggianti. Penso ai successi di Gerace, Pizzo Calabro, Praia a mare...». Né si può dimenticare il buttiglioniano Maurizio Ronconi dopo una batosta generalizzata al Cdu: «Gli elettori riconsegnano Valfabbrica al Polo, nonostante la presenza di una lista di disturbo. E con Valfabbrica sono nostre anche Parrano e Attigliano... ». Mai, però, si era vista sparire così di colpo, come fosse stata inghiottita da un abisso, un’intera area. Basti dire che soltanto due anni fa Rifondazione Comunista aveva preso il 5,8 per cento, i Comunisti Italiani il 2,3, i Verdi il due abbondante. Per un totale del 10,2 per cento. Per non dire delle elezioni europee del 2004, quando insieme arrivarono a passare l’undici. Di più: non c’era discorso, dibattito, confronto in cui l’uno o l’altro, nella scia delle grandi adunate di piazza antiberlusconiane, non rivendicassero i sondaggi che li davano, tutti insieme, intorno al tredici per cento.

Solo una manciata di mesi fa, nella fase più dura di tensioni sulla Finanziaria dentro quella che allora era la maggioranza, Fabio Mussi minacciava: «Siamo una forza imponente, quindi se non si prestasse orecchio alle nostre proposte si farebbe un errore grave, molto grave». «L’8,7% ottenuto dalla sinistra unita in Germania sarebbe per voi una vittoria o una sconfitta?», chiesero qualche settimana fa al sub-comandante Fausto. E lui: «Siamo uomini di grande ambizione, mai porre limiti alla provvidenza rossa». Erano cinque, i partiti, partitini e micro-partitini, che si presentavano alle elezioni sventolando ancora (nonostante lo stesso Bertinotti avesse spiegato che dentro l'alleanza il comunismo sarebbe stato «una corrente culturale») la bandiera con la falce e il martello. E non uno è stato preso sul serio dagli elettori. E il risultato è una svolta inimmaginabile. Per la prima volta nella storia, dopo la fine della dittatura fascista, il Parlamento italiano non avrà tra i suoi banchi, dove anche la nascita della Costituzione venne salutata da un gruppo di camicie rosse, un solo «rosso». «E' una sconfitta netta dalle proporzioni nette e questo la rende più acuta», ha spiegato l’anziano leader annunciando che il suo ruolo «termina qui».

Neanche il tempo che le prospettive più fosche si concretizzassero e già a sinistra si aprivano come scontato le liti, gli sberleffi, gli insulti, i conati di veleno, i processi ai colpevoli. Certo, niente a che vedere con le purghe di un tempo, quando Antonio Roasio schedava i compagni rifugiatisi in Russia per scoprire se meritavano di farsi un giretto nel carcere Taganka o con la «kista », l'autocritica dei propri errori che veniva chiesta alla scuola quadri delle Frattocchie per fortificare lo spirito comunista. Ma il processo sarà lungo, tormentato, duro. Perché ha perso dappertutto, questa sinistra rancorosa e sognatrice, pacifista e bellicosa che in questi anni ha detto no alla Tav e no all’eolico, no alle missioni di pace e no alla riforma delle pensioni e no a tutto o quasi tutto. E si ritrova sgominata a Taranto (dove soltanto un anno fa aveva incredibilmente vinto le «comunali» dopo un crollo del 46% delle destre ieri risorte) e in tutta la Puglia che le aveva regalato il trionfo di Vendola, in Sicilia dove candidava Rita Borsellino, in Campania dove è finita sotto le macerie del bassolinismo a dispetto delle battaglie contro gli inceneritori e in Piemonte a dispetto dell'opposizione all'Alta Velocità in Val di Susa. E sullo sfondo, mentre loro malinconicamente ripiegano le bandiere, sorride il Cavaliere trionfante e sorride Gianfranco Fini e sorride soprattutto lui, Umberto Bossi. Tra operai in festa ai quali la sinistra non riesce più a parlare.

Punto e a capo

Piero Sansonetti

Nessuno, francamente, si aspettava una batosta così grande, storica. Addirittura, di fronte al crollo della sinistra, passa in secondo piano la nettissima affermazione del centrodestra e il ritorno al potere, solenne e festoso, di Silvio Berlusconi. L'Italia si trova per la prima volta ad avere un Parlamento della repubblica privo di una delegazione della sinistra. C'è una fortissima coalizione di destra, che ha la maggioranza ed è condizionata dal successo strepitoso della sua anima xenofoba e antimeridionalista (cioè la Lega); c'è una opposizione di centro, condizionata a sua volta dall'altrettanto strepitoso successo della sua componente forcaiola (cioè l' Italia dei valori di Di Pietro); e poi c'è un piccolo partito cattolico moderato, molto moderato (l' Udc di Casini), schierato su posizioni intermedie rispetto ai due schieramenti grossi.
Difficile dire se con questi risultati - in gran parte imprevisti e molto più a destra di quello che ci si aspettava - Berlusconi deciderà di governare da solo con Bossi, come i numeri gli consentono, o se invece cercherà una grande coalizione, e cioè proverà a coinvolgere il partito di Veltroni in un accordo, in qualche forma di intesa. Dalle dichiarazioni che ha rilasciato ieri sera a "Porta a Porta" parrebbe di no. Comunque l'ipotesi del «Veltrusconi obbligato», e cioè reso quasi inevitabile da un pareggio al Senato, che molti osservatori avevano pronosticato, ora non c'è più. Se ci sarà la grande alleanza, ci sarà per scelta politica dei gruppi dirigenti dei due partiti, ma questo, con ogni probabilità, se dovesse avvenire, comporterebbe delle rotture, soprattutto nel partito di Veltroni.
Che Italia sarà? Non chiedetelo a noi, si sa come la pensiamo: un'Italia senza la sinistra in Parlamento, cioè senza una sentinella che si oppone agli scivolamenti reazionari, alla ferocia del mercato, alla religione della competitività, un'Italia cosiffatta, pensiamo, sarà un paese pessimo. Però non c'è niente di peggio, di fronte a un ceffone politico elettorale di questa potenza, mettersi a piangere e abbandonarsi al lamento. Conviene mantenere la mente fredda e riprendere a fare politica.
Ponendosi, ovviamente, due domande. La prima è: quali sono le cause della sconfitta? La seconda viene come conseguenza: e ora, che fare?
Non so rispondere alla prima domanda. Se avessi conosciuto in anticipo le cause della sconfitta le avrei dette. Non credo che nessuno avesse capito cosa stava succedendo, e quindi non credo che nessuno sappia analizzare lucidamente le cause. Certo, se mi chiedete un elenco ve lo faccio: il bipartitismo imposto da Veltroni e tutta quella faccenda del voto utile, lo slittamento a destra dell'opinione pubblica italiana, il peso di temi come l'immigrazione e la sicurezza, il ritardo con il quale la sinistra ha saputo avviare il processo unitario, una discreta litigiosità interna, l'assenza di rinnovamento, il poco appeal delle liste elettorali, l'indebolimento drammatico della struttura dei partiti politici e dunque del loro radicamento di massa, la difficoltà ad avere un dialogo con il proprio popolo (anzi: con il popolo), le conseguenze della grande disillusione creata dal governo Prodi, l'impressione che abbiamo dato di essere troppo subalterni al governo e l'impressione, opposta, e cioè di essere stati troppo bastian-contrari, la poca convinzione con la quale abbiamo battuto sul tema dei diritti civili, l'aver messo in secondo piano la battaglia delle donne, i diritti degli omosessuali, l'opposizione al clericalismo, e anche - di nuovo all'opposto - le difficoltà che ci ha creato la svolta improvvisa (fondamentalista e moderata) della Chiesa cattolica passata da Woijtyla a Ratzinger... Posso proseguire ancora, e mettere tra gli errori, ovviamente, le difficoltà di comunicazione (e da questo punto di vista il giornale non si chiama fuori), la difficoltà a fare politica in un sistema ormai del tutto spettacolarizzato e televisionaro. Ma alla fine di questo elenco resta poco. Tutto giusto, ma non ci basta certo a capire dove sono stati gli errori veri essenziali, e quindi in che modo correggerli. Dobbiamo, credo, aprire una discussione seria, approfondire l'analisi, fare tutti quei passi che nel più orrendo gergo della sinistra si chiama l'«autocritica». Possibilmente aprendosi e non chiudendosi. Cioè non aggrovigliandosi in una discussione da ceto politico, piena di sottintesi, di ripicche, dispetti, psicodrammi e cose del genere. Ma aprendosi alla società, al popolo, ai movimenti. E chiamando a raccolta tutti quelli che vogliono ricostruire la sinistra, che sono inorriditi da questo Parlamento che è uscito dalle urne.
Mi è più facile rispondere alla seconda domanda. Da oggi si fa punto e a capo. Si ricomincia. Si inizia a lavorare per rifondare la sinistra. Senza farsi spaventare, accettando, anche con umiltà, questa durissima lezione che abbiamo ricevuto. Sicuri di aver fatto un numero enorme di sciocchezze, ma anche di avere in testa delle idee che non sono affatto male.

E' una sconfitta catastrofica

E' una sconfitta catastrofica. Il sociologo Marco Revelli chiama in causa, in poche parole, tutti gli elementi: il ruolo del Pd, la scomposizione della società, il fallimento della linea politica di Rifondazione, lo scollamento dai territori, le conseguenze di un anno e mezzo al governo.

C'è una responsabilità del Pd?
L'obiettivo era far fuori la sinistra politica. Questo scenario era stato prefigurato da Veltroni già da tempo. Era chiaro già dai tempi della manifestazione del 20 ottobre che il partito democratico stesse lavorando per un nuovo sistema politico. L'obiettivo di Veltroni non era tanto battere Berlusconi quanto quello di mettere fuori gioco la sinistra.

A questo punto il bipartitismo in Italia è una realtà. O no?
Il profilo politico e istituzionale che esce da queste elezioni è stato disegnato dal sistema mediatico. I media hanno forgiato un calco e gli elettori l'hanno riempito. Il risultato sono due partiti che non sono partiti, sono entità molto personalizzate, omologhe dal punto di vista dei programmi, ma conflittuali sul versante delle retoriche.

C'era da aspettarselo?
E' una catastrofe. Dovuta ai limiti soggettivi e culturali, all'incapacità di rendersi conto che lo spazio politico stesse mutando già da tempo e che la rappresentanza, come l'avevamo conosciuta, fosse entrata in crisi. Avremmo dovuto accorgercene prima.

Rifondazione, più del Pd, ha pagato il fallimento del governo Prodi. Non è così?
Certo. Un anno e mezzo di governo Prodi ha scavato un solco. I gruppi dirigenti di Rifondazione hanno dimostrato una gigantesca cecità. Hanno avuto una scarsa percezione dell'abisso che si è scavato tra partito e società. Sono saltati i rapporti col territorio, con i lavoratori, con le lotte sociali, con i pacifisti e la Val di Susa. Alla radice della sconfitta elettorale c'è il fallimento della linea politica che ha portato Rifondazione al governo Prodi. Le politiche di governo si sono dimostrate impermeabili alle istanze della società, dei movimenti e del lavoro. Si è tentato di esorcizzare questo fallimento. E ora il risultato è davanti ai nostri occhi.

Una linea poco chiara, senza un profilo politico-culturale forte?
C'è stato un pendolo nella linea politica. Prima la rottura nel '98, poi i movimenti, poi l'ingresso nell'ultimo governo Prodi accettandone tutte le scelte, forse anche per scontare un senso di colpa per il '98. Qualcosa che non va. Manca l'autonomia della proposta politica e manca anche un rapporto saldo con la società. Oggi la democrazia è oligarchica. Tutte queste cose assieme sono state rimosse da chi ha elaborato la linea politica. E' una batosta terribile nelle dimensioni, ma anche giustificata.

Che fare?
Dobbiamo abbandonare una volta per tutte il vizio del barone di Münchausen, la presunzione di sollevarsi da se stessi, l'abitudine all'autoreferenzialismo. La tracotanza a volte viene punita. Ricominciamo a guardare all'esterno.

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