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Approfondimenti

A scuola di manganello

Dal sito Milano Internazionale (http://www.milanointernazionale.it):

A scuola di manganello

di Andrea Ferrario

Arresti di studenti e militanti di sinistra con accuse pesantissime, manganellate sui liceali, neofascisti che rialzano la testa in strana coincidenza con le azioni di polizia, il Corrierone che si fa interprete ideologico del regime, mentre in parallelo continua la campagna razzista contro rom e immigrati. Così la macchina del potere milanese si appresta ad affrontare l’emergente questione giovanile e la crisi economica.

Nel giro di una sola settimana a Milano si è verificata una serie di fatti che dipingono un’immagine della città dai toni neri, nerissimi, in senso sia figurato che politico. I giornali li hanno riportati con ampi particolari, ma senza metterli in reciproco collegamento, come se non fossero attraversati tutti da un unico filo comune (un filo impersonato in particolare da uno che di nero e di fascismo se ne intende molto: il vicesindaco Riccardo De Corato). Vale pertanto la pena di ripercorrerli tutti insieme.

POLIZIA, MANGANELLI E CORRIERE DELLA SERA

Il 13 novembre, all’alba, con un blitz che ha visto la presenza spropositata di addirittura 90 poliziotti, sono stati arrestati tre militanti di sinistra del Collettivo autonomo Ringhiera in Ripa di Porta Ticinese, mentre altri due sono stati arrestati presso le loro abitazioni. L’accusa è quella pesante di rapina e minacce in seguito a un episodio in realtà molto meno pesante avvenuto presso la Libreria Cusl dell’Università Statale (da sempre area Comunione e Liberazione) il 2 ottobre scorso: secondo quanto riferiscono i giornali, i cinque avrebbero fatto alcune centinaia di fotocopie rifiutandosi poi di pagare e ne sarebbe nato un alterco con insulti e minacce, qualche testata parla anche di rissa. Valerio Ferrandi, 24 anni e già sotto sorveglianza speciale, è tuttora in carcere, mentre gli altri quattro sono agli arresti domiciliari. De Corato elogia le forze dell’ordine “che hanno riaffermato che la legge è uguale per tutti”: per tutti, forse, ma di sicuro non per il Comune, come illustra con chiarezza il caso del liceo Gandhi. La sera dello stesso 13 novembre quindici studenti lavoratori e professori del liceo serale Ghadhi di via XXV aprile sono entrati nella loro scuola occupandola. Sono esasperati, da due mesi protestano accampati nelle loro tende di fronte alla scuola serale (l’unica di Milano) per protestare contro la chiusura dei corsi per volontà del sindaco Letizia Moratti. Il particolare interessante è che il 22 ottobre il Tar (Tribunale amministrativo regionale) ha emesso un’ordinanza che impone la riapertura della scuola, ma il Comune non la applica. Dopo poche ore, l’alba del giorno successivo, ben sei camionette di polizia e carabinieri in assetto antisommossa, accompagnati dai vigili del fuoco, arrivano alla scuola e con un blitz durante il quale sono stati usati addirittura una motosega e la fiamma ossidrica sgomberano a manganellate gli occupanti che gridano “vergognatevi, non siamo delinquenti: vogliamo tornare a studiare e voi fate a pezzi le nostre scuole”. Le forze dell’ordine intervengono insomma con la violenza per difendere chi non rispetto un’ordinanza, cioè il Comune, da chi protesta per rivendicare l’applicazione del proprio diritto allo studio, sancito peraltro da un tribunale. Mariolina Moioli, che non si capisce perché si fregi del titolo di assessore alle politiche sociali, visto che il suo lavoro ha come esito principalmente blitz di polizia, sgomberi, chiusure di scuole, licenziamenti e simili, rincara la dose: “L’occupazione ha provocato danni [presumibilmente si riferisce alle porte abbattute dalle forze dell'ordine con motosega e fiamma ossidrica - N.d.A.] e il Comune è intenzionato a procedere”. Passano solo tre giorni e ancora manganellate contro studenti e militanti di sinistra. Il 17 novembre si protesta in tutta Italia, ma anche in altre città d’Europa, all’insegna dello slogan “l’educazione non è in vendita” e centinaia di migliaia di studenti manifestano per le strade. Se a Torino gli studenti ricordano il loro compagno Vito Scaridi, ucciso un anno fa da un crollo dovuto all’incuria in cui versa la scuola italiana, a Milano si protesta anche per la chiusura del Gandhi e gli arresti dei cinque militanti di sinistra. Ma nella metropoli meneghina il corteo non è autorizzato, da piazza Cairoli qualche centinaia di studenti, quasi tutti delle superiori, si dirigono prima all’assessorato all’educazione in Largo Treves e poi in piazza della Scala per cercare di raggiungere Piazza Duomo. In Piazza Mercanti alcuni di loro vengono accerchiati dalla polizia, scattano la carica e le manganellate, con cinque studenti feriti e quattro arrestati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, di cui due presto rilasciati in quanto minorenni. Gli arrestati sono due nomi noti tra gli studenti milanesi, perché da anni particolarmente impegnati nelle lotte studentesche, Gianmarco Peterlongo e Matteo Tunesi: i loro arresti appaiono quindi ben poco casuali. Così come appaiono ridicole le accuse di violenze contro i poliziotti, dato che questi ultimi erano a decine, ben messi, protetti da scudi e manganelli contro un piccolo gruppo di liceali pressoché tutti minorenni. Il giorno successivo i due arrestati vengono fatti scarcerare dal giudice (ma ora li attende un processo penale) e De Corato commenta acido: “per gli aderenti ai centri sociali vale il sistema delle facili scarcerazioni come per i clandestini”. Il Corriere della Sera di Ferruccio De Bortoli, giornale di proprietà tra gli altri di Banca Intesa e Salvatore Ligresti e che si sta trasformando sempre più nell’organo del nazional-populismo italiano, spara una raffica di articoli. Nel primo, un commento di Carlo Baroni dall’inopinato titolo “Quando si varca la sottile linea della violenza” (l’autore intende quella, inesistente, degli studenti e non quella, reale, della polizia) si parla della manifestazione con una retorica del tutto fuori luogo: i fatti vengono commentati usando termini come “rivolta sconsiderata”, “slogan urlati al cielo della violenza senza ragione” [!?! - forse Baroni si riferisce allo slogan "L'educazione non è in vendita"?], mentre in un altro articolo del Corriere si scrive, come esempio delle “violenze”, di “bidoni della spazzatura divelti”: rimaniamo in attesa che qualcuno ci spieghi come i cassonetti (e non bidoni) della spazzatura, che a Milano poggiano sui marciapiedi senza essere fissati, possano essere “divelti” – i vocaboli giusti sarebbero “rovesciati” o “spostati”, ma non suonano sufficientemente violenti… Due giorni dopo il Corriere condisce il tutto con un servizione mirato a discreditare le occupazioni, in cui tra le altre cose si rispolvera l’ipotesi del 5 in condotta per gli studenti che occupano. Per riassumere il quadro complessivo, quindi, in soli cinque giorni 9 arresti di studenti e militanti di sinistra, cinque studenti feriti, due blitz all’alba con decine di poliziotti in tenuta antisommossa, una carica a suon di manganellate, il tutto condito con i consueti due o tre sbrodoloni filoregime del Corriere.

NEOFASCISTI

A tutto questo va ad aggiungersi l’attivazione dei neofascisti, che a ottobre si sono presentati provocatoriamente due volte al Liceo classico Manzoni (il “più di sinistra” di Milano) e una volta al Parini per volantinare in gruppi composti da energumeni con caschi, che hanno tra l’altro effettuato filmati con i cellulari. In due casi l’iniziativa è stata di Lotta studentesca (Forza Nuova), in un caso invece di Blocco studentesco (Cuore Nero). Ieri poi quelli di Forza Nuova sono tornati al Manzoni con un’altra provocatoria azione “contro le zecche, ovvero gli studenti di sinistra”, uno slogan che va a braccetto con le manganellate della polizia. Vale la pena di ricordare a proposito un altro caso in cui i neofascisti, sempre quelli di Forza Nuova, hanno organizzato a Milano un’azione provocatoria che ha preceduto di poco le movimentazioni studentesche dell’Onda, durante le quali poi a Roma c’è stata la brutale aggressione da parte di un manipolo del Blocco studentesco contro alcuni liceali, sotto gli occhi della polizia che non è intervenuta. Nel settembre 2008 Forza Nuova aveva preso di mira il liceo linguistico comunale Manzoni di Lambrate. I locali del liceo sono di proprietà dei Martinitt, che li dà in affitto al Comune ma ne utilizza alcuni in un’ala adiacente per ospitare alcuni ragazzi minorenni stranieri. Forza Nuova ha prima attaccato striscioni e manifesti contro i Martinitt sul muro dell’edificio con evidenti fini di minaccia nei confronti dei ragazzi da loro ospitati, che infatti per paura di raid sono stati allontanati dall’edificio per alcuni giorni, poi ha organizzato un volantinaggio con slogan deliranti come “Il Manzoni agli studenti, Italia agli italiani”. I neofascisti nell’occasione hanno tra l’altro dimostrato di essere totalmente estranei alla scuola in questione e più in genere alla città: da sempre a Milano il liceo linguistico viene chiamato “la” Manzoni (che un tempo era femminile) per distinguerlo da “il” Manzoni liceo classico. Va notato poi, in relazione a quest’ultimo caso che ha colpito un’istituzione di beneficienza di Milano dalla tradizione secolare come i Martinitt, che il Corriere della Sera, altrimenti prodigo di articoloni sulla “violenza” degli studenti di sinistra, non ha nemmeno riportato la notizia. Quello che comunque risulta evidente è che negli ultimi tempi, e in particolare nell’ultimo mese e mezzo, c’è stata una particolare “attenzione” dei neofascisti nei confronti della scuola, che coincide, guarda un po’, con quella della polizia e i relativi arresti e manganellate: cadono in questi giorni i quaranta anni dall’autunno caldo e da Piazza Fontana, e alla luce della storia le coincidenze di tempistica tra le azioni dei neofascisti e quelle dei cosiddetti “difensori dell’ordine” suonano particolarmente inquietanti. Più in generale, la violenta campagna repressiva contro gli studenti va letta nel contesto del momento. Da una parte la riforma Gelmini entra nella sua fase applicativa con le relative concrete conseguenze deleterie. Dall’altra, come abbiamo già notato in un recente numero del nostro Diario della crisi in Lombardia, la crisi ha effetti particolarmente pesanti per i giovani, in conseguenza soprattutto del crollo delle assunzioni che chiude loro prospettive per il futuro. Arresti, manganellate e provocazioni fasciste hanno quindi la funzione di prevenire eventuali più ampie proteste, isolando chi è più attivo e incutendo paura agli altri potenziali contestatori.

ROM E AMBROGINI

Al quadro repressivo/decoratiano vanno aggiunti altri episodi, sempre di questi giorni. Quello più odioso è quello dello sgombero del campo rom di via Rubattino, in zona Lambrate, a due passi dallo stabilimento Innse. 61 famiglie, ivi compresi 40 bambini che frequentavano le scuole del quartiere, sono state sbattute per la strada nel giro di solo un paio di ore con un’operazione di polizia. Il Comune in un primo tempo non ha proposto nemmeno la soluzione del dormitorio per le donne e i bambini (comunque solo d’emergenza e inaccettabile), contrariamente a quanto aveva fatto in passato. Poi, su pressione di associazioni e di alcuni politici dell’opposizione, il Comune ha proposto il dormitorio per le mamme e i bambini, ma questa volta “solo fino al settimo anno di età”, una novità senza alcuna logica e per questo particolarmente crudele e chiaramente persecutoria. Non a caso solo in dodici hanno accettato. Il risultato dello sgombero è il solito: la sera decine di rom si sono rifugiati alla bell’e meglio in qualche luogo della zona (in aree dismesse o sotto i ponti) per essere poi di nuovo sgomberati due volte. In realtà questo caso ha mostrato anche un volto di Milano molto più bello di quello truce del barbuto De Corato, che è il vero ispiratore della campagna sgomberi. Qualche giorno prima si era tenuta una fiaccolata di abitanti del quartiere che, pur segnalando l’inabitilità del campo, hanno manifestato contro lo sgombero preannunciato, in solidarietà anche ai bambini rom che frequentavano le stesse scuole dei loro figli. Alcune mamme e bambini sgomberati sono stati poi ospitati proprio da alcune di queste famiglie e dagli insegnanti di alcune di queste scuole, nonché in alcune parrocchie, una manifestazione di coraggiosa solidarietà come non si vedeva da tempo in città. Nel momento in cui scriviamo circa un centinaio di rom, tra i quali i quaranta bambini, si sono rifugiati in una chiesa di via Feltre chiedendo di essere ospitati in strutture della protezione civile, ma il Comune ha ribadito il suo no e offre solo soluzioni di emergenza parziali, rifiutando di prendere in considerazione soluzioni che non comportino la divisione dei nuclei familiari. Se le repressioni contro gli studenti milanesi erano già in odore di fascismo, lo sgombero di Lambrate puzza direttamente di nazismo. L’ultimo evento della serie, di gran lunga meno preoccupante ma anch’esso disgustoso, è quello dell’assegnazione degli Ambrogini d’oro, che ormai vengono spartiti in base al dettame dei partiti esattamente come vengono spartite le poltrone ai vertici del potere amministrativo, anche loro d’oro. Su richiesta della Lega uno degli Ambrogini è andato ai manovali di quella che è un’altra operazione in odore di fascismo, i 32 vigili del nucleo trasporto pubblico che vanno a caccia di stranieri senza biglietto da rinchiudere in un apposito bus con grate, come è stato denunciato e documentato da Repubblica in una serie di articoli di Franco Vanni. Gli italiani senza biglietto, che pure ci sono, non subiscono la medesima sorte. D’altronde, come ha rilevato perfino il Corriere della Sera e come ha riscontrato in più occasioni anche chi scrive, il più delle volte i controllori i biglietti li verificano solo agli immigrati.

Agenda rossa: tutte le verita' occultate

di Federico Elmetti - 23 novembre 2009
Il 17 febbraio 2009 la VI Sezione Penale della Cassazione, presieduta dal dott. Giovanni de Roberto, respinge il ricorso presentato dalla Procura di Caltanissetta contro la decisione del giudice per le indagini preliminari (gup), il dott. Paolo Scotto di Luzio, che aveva stabilito il 'non luogo a procedere' nei confronti del colonnello dei Carabinieri Giovanni Arcangioli, accusato di aver sottratto, il 19 luglio 1992...
...in via D'Amelio a Palermo, l'agenda rossa del magistrato Paolo Borsellino dalla sua borsa di pelle marrone, con tutta una serie di aggravanti tra cui quella di aver favorito Cosa Nostra.
Il 18 marzo 2009 venivano depositate le motivazioni della sentenza della Cassazione, che accoglieva in toto le ragioni del giudice Scotto e poneva così un macigno inamovibile sulle speranze di fare luce su uno degli episodi più inquietanti della storia della repubblica.

La vicenda era iniziata quattro anni prima, il 27 gennaio 2005, quando una fonte riservata aveva segnalato presso lo studio di un fotografo di Palermo l'esistenza di una foto che ritraeva una persona in borghese aggirarsi in via D'Amelio, negli istanti successivi all'esplosione, con una borsa in mano. Una copia della foto viene consegnata agli inquirenti dal fotografo stesso, Paolo Francesco Lannino, il 17 febbraio 2005. La persona ritratta nella foto viene subito individuata nella persona di Giovanni Arcangioli, che viene ascoltato per la prima volta il 5 maggio 2005 dando il via a quattro anni di indagini ed interrogatori, conclusisi nel nulla con il verdetto della Cassazione del febbraio 2009.

E' utile notare come proprio ora, nel momento esatto in cui lo scontro sulla riforma della giustizia è incandescente e le indagini sulle stragi del '92 e sulla presunta trattativa tra stato e mafia stanno entrando nel vivo (portate avanti da ben quattro procure della Repubblica), siano apparse in rete alcune note APCOM che rilanciavano la notizia della decisione della Cassazione, balzata dunque agli onori della cronaca con ben nove mesi di ritardo.

La notizia è di quelle forti: nella borsa del magistrato ucciso, l'agenda rossa non c'era.

Questo è quanto dice la Cassazione, ricalcando le motivazioni presentate dal giudice Scotto per stabilire il proscioglimento di Arcangioli. Motivazioni presentate addirittura il 29 aprile 2008, ovvero un anno e mezzo fa. Oggi, a sorpresa, questa notizia viene riproposta e spacciata come una primizia, come una verità processuale finalmente accertata, che spegnerebbe sul nascere ogni tipo di teoria complottista, tanto cara ai 'professionisti dell'antimafia'. E' forse un modo subdolo per tentare di delegittimare la procura di Caltanissetta, che voleva rinviare a giudizio Arcangioli e che è stata bastonata dalla Cassazione? La stessa procura di Caltanissetta che oggi ha in mano indagini delicatissime sui mandanti occulti? Il sospetto è forte.

E siccome le sentenze della Cassazione non si possono appellare, ma analizzare e criticare ovviamente sì, vogliamo qui mettere in evidenza tutte quelle incongruenze e quelle deduzioni, alcune volte palesemente superficiali, alcune volte (a nostro giudizio) addirittura surreali, che stanno alla base della decisione del giudice Paolo Scotto di Luzio e a cui la VI Sezione Penale della Cassazione, in un paio di paginette, ha dato ragione, senza sollevare alcuna ombra di dubbio.

Ai lettori il giudizio finale sulla ragionevolezza delle nostre osservazioni. In coda al tutto, si potranno trovare i link ai documenti ufficiali.

Cominciamo.

Innanzitutto è necessario sottolineare i casi in cui un gup ha la facoltà di decidere il 'non luogo a procedere'. L'art. 425 del Codice di Procedura Penale al comma 3 stabilisce che uno di questi casi è “anche quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l'accusa in giudizio”. Tradotto: se il pm non ha un briciolo di prova per far condannare l'imputato. La norma serve ovviamente ad evitare che si celebrino processi inutili, destinati a sicura assoluzione, con conseguente sperpero di tempo e denaro. Secondo il giudice Scotto, questo sarebbe stato proprio il caso di un eventuale processo a carico dell'allora capitano del Ros dei Carabinieri Giovanni Arcangioli. Tra le motivazioni di Scotto si legge infatti: “Sussistono nel caso una serie di elementi che si pongono tra loro in contraddizione insuperabile e tale da far ritenere che il vaglio dibattimentale delle medesime fonti di prova, ascoltate ripetutamente in fase di indagine, più di un decennio dopo lo svolgimento dei fatti e destinate ad ulteriore logorio per il tempo trascorso, non consenta di sostenere adeguatamente l'accusa in giudizio”. Tradotto: le indagini preliminari hanno già detto tutto quello che c'era da dire e un eventuale processo non potrebbe in alcun modo far luce su una vicenda troppo oscura e contraddittoria. Meglio non provarci nemmeno, a far luce. Meglio chiudere tutto in partenza.

Dopo aver presentato tali motivazioni, Scotto passa alla dimostrazione delle stesse.

I FILMATI

Parte dall'analisi di due filmati, quelli che ritraggono per pochi secondi il capitano Arcangioli camminare in via D'Amelio con una borsa di pelle marrone nella mano sinistra, una pettorina azzurra su cui si staglia uno stemma dorato dell'Arma, un marsupio nero attorno alla vita. Sono due frammenti. Il primo inquadra Arcangioli con una borsa in mano, a circa 25 metri dall'esplosione, mentre cammina verso l'uscita di Via D'Amelio. Il secondo lo inquadra a circa 60-70 metri dall'esplosione, sempre con la borsa in mano, in prossimità di via Autonomia Siciliana. L'ipotesi accusatoria è quella che Arcangioli si sia allontanato con la borsa per qualche tempo, si sia appartato per estrarre l'agenda rossa e consegnarla a ignoti o trattenerla per sé, abbia poi riposto la borsa nella macchina del magistrato ucciso, dove sarebbe stata poi raccolta dall'ispettore di polizia Francesco Paolo Maggi.

Scotto cita una nota della Dia del 7 settembre 2007 dove si dice che “non è neanche possibile stabilire il tempo reale trascorso tra le immagini che inquadrano il capitano Arcangioli con la borsa in mano e quelle che lo ritraggono senza”. Questa osservazione nulla toglie all'ipotesi accusatoria descritta sopra. E' chiaro che non sia facile stabilire esattamente il tempo trascorso tra generiche immagini in cui Arcangioli appare con la borsa in mano e altre immagini in cui Arcangioli ne appare privo. Al massimo è possibile stabilirne una successione cronologica in base ad elementi esterni oggettivi (inclinazione della luce del sole, quantità di fumo presente, ecc.). Ma non è questo il punto e niente ha a che fare con i due filmati in questione. Tanto che Scotto deve prendere atto invece che la nota informativa del 27 novembre 2007 sostiene che i due filmati in esame si possano mettere in successione cronologica. Cioè Arcangioli è partito con la borsa in mano dal luogo dell'esplosione ed è arrivato fino in fondo a via D'Amelio, all'incrocio con via Autonomia Siciliana, sempre tenendo la borsa in mano.

Per il giudice Scotto tutto questo non ha alcuna valenza: “Nulla consente autonomamente di inferire circa la condotta che gli viene ascritta e in particolare di stabilire che la borsa contenesse l'agenda che poi sarebbe stata fatta sparire. (…) Quelle immagini non danno contezza di quanto tempo l'imputato avrebbe trattenuto la borsa, né da sole consentono di sostenere che questi si sia allontanato, non visto, per manipolarne il contenuto. Va inoltre rilevato che nemmeno è possibile sostenere che la borsa contenesse sicuramente l'agenda in questione”. Certo, verrebbe da osservare ironicamente, se ci fosse un filmato in cui si vede Arcangioli che apre la borsa e occulta l'agenda rossa saremmo tutti più felici e non ci sarebbe bisogno nemmeno di discutere se fare un processo o meno. Addirittura, se le telecamere fossero state a raggi X, avremmo potuto vedere direttamente se davvero dentro quella borsa c'era l'agenda rossa o meno. Peccato che, di solito, la colpevolezza di un imputato non sia così facile da dimostrare, anche a fronte di prove schiaccianti. E' chiaro che un dibattimento serve proprio per ottenere informazioni che possano corroborare o smentire quello che appare come una forte prova indiziaria. E cosa c'è di più forte di un filmato che mostra Arcangioli allontanarsi a 70 metri dal luogo dell'esplosione con la borsa in mano?

Scotto non fa un piega: “La direzione percorsa – verso Via Autonomia Siciliana – non è tale da far stabilire che l'imputato abbia sicuramente percorso tutta la Via D'Amelio, al fine precipuo di controllare il contenuto della borsa, non visto, e di celare l'agenda”. Certo, ma il sospetto è forte e oggettivamente fondato. Che senso aveva allontanarsi così tanto dal luogo dell'esplosione con la borsa in mano? Per farle prendere aria? E' un comportamento assolutamente normale o suscita qualche sospetto? O bisogna credere che Arcangioli facesse così con tutti gli oggetti che si trovava sotto mano? Li prendeva e li accatastava in via Autonomia Siciliana? Un copertone fumante qua, un pezzo di carrozzeria accartocciata là, una borsa... Avanti e indietro da Via D'Amelio senza uno scopo preciso? Dove stava portando quella borsa? E a chi? Cose evidentemente non degne di essere approfondite.

MA QUANTE BORSE AVEVA IL GIUDICE?

Il giudice Scotto introduce poi quella che secondo lui sarebbe la testimonianza più attendibile per la ricostruzione dell'accaduto: un verbale dell'ispettore di Polizia Francesco Paolo Maggi risalente al 21 dicembre 1992. Dice Scotto: “Gli unici dati certi circa una borsa appartenuta al magistrato ucciso sono costituiti dal verbale in cui si dà conto che veniva repertata, come priva di ogni rilievo investigativo, alla Procura della Repubblica di Caltanissetta il 5 novembre 1992”. La frase del giudice è a dir poco infelice. Che infatti questi siano “gli unici dati certi” sulla borsa del giudice fa quanto meno sorridere, se si pensa che Scotto sembra ignorare completamente che la borsa non fu in realtà “repertata” il 5 novembre 1992, cioè quattro mesi dopo, ma venne portata in Questura addirittura il giorno successivo, come dimostra la copia della ricevuta. Ma, a parte questo piccolo particolare, c'è un dettaglio da non trascurare nella frase del giudice: il fatto che parli di una borsa e non della borsa del giudice. Cioè, sta introducendo la tesi che poi riprenderà in seguito: la possibile esistenza di più borse tra loro identiche (almeno un paio). Sembra una idea surreale, visto che cozza contro ogni evidenza dei fatti e soprattutto contro le dichiarazioni degli stessi famigliari del giudice ucciso, ma Scotto vedremo che la insinuerà (senza mai sostenerla esplicitamente) con una certa frequenza e insistenza.

Scotto riporta un passo saliente del verbale di Maggi, secondo cui lui stesso “si avvicinava all'auto del magistrato dove un vigile del fuoco stava spegnendo detta auto e lo stesso dal sedile posteriore del mezzo in questione prelevava un borsa in pelle di colore marrone, parzialmente bruciata, il quale dopo avergli gettato dell'acqua per spegnerla, la consegnava al sottoscritto. Immediatamente informava il dr. Fassari della presenza della suddetta borsa, il quale riferiva di trasportarla presso l'ufficio del dirigente di qs. Squadra Mobile”. Scotto cita anche il fatto che, in un verbale successivo del 13 ottobre 2005, Maggi dichiara di essere intervenuto “quasi in contemporanea” ai primi mezzi dei vigili del fuoco (il primo intervento dei vigili del fuoco è delle 17:03). A corroborare la sua ipotesi, Maggi dichiara di aver visto il superstite Antonio Vullo non ancora soccorso, di essersi addentrato nella via D'Amelio, di aver notato la borsa nell'auto, di aver chiesto l'intervento di un vigile del fuoco e di aver prelevato la borsa, che ricorda essere stata “gonfia, quindi piena e pesante”.

Peccato che questa, che dovrebbe essere la prova regina secondo il giudice Scotto, cioè il fatto che Maggi fu il primo in assoluto ad entrare in possesso della borsa del giudice, è una ricostruzione palesemente falsa, che non ha alcun riscontro con tutte le altre dichiarazioni di tutti gli altri testi e soprattutto che stravolge (si spera in modo non voluto) le correzioni successive apportate dallo stesso Maggi. Maggi infatti ha poi precisato di essere sì arrivato in via D'Amelio “quasi in contemporanea con i vigili del fuoco”, ma non di non aver subito esaminato l'auto del giudice. La verità è che Maggi, per sua stessa ammissione, prima di arrivare sul luogo andò a prendere il dr. Fassari a casa sua, poi, una volta in Via D'Amelio, si attivò per soccorrere una bambina e infine fece più volte avanti e indietro in via D'Amelio aspettando che i vigili del fuoco spegnessero gli incendi. Solo allora si avvicinò alla vettura del giudice ed estrasse la borsa. E' chiaro dunque che non è possibile stabilire, come fa il giudice Scotto, che Maggi sia stato il primo a prendere nelle mani la borsa. C'era infatti tutto il tempo, per altri soggetti, di mettere mano alla stessa.

E che sia una tesi che fa a pugni con la realtà è subito dimostrato. Se veramente bisogna credere che Maggi fu il primo a prendere la borsa e ad affidarla a Fassari che la portava immediatamente in questura senza ulteriori passaggi di mano, significa che la borsa che ha in mano Arcangioli, ritratto in foto, è un'altra! Scotto sta dunque veramente asserendo che esisterebbero due distinte borse del giudice Borsellino: una prelevata da Maggi e portata immediatamente in questura, l'altra che, sbucata da non si sa bene dove, compare nelle mani di Arcangioli qualche minuto più tardi. Una tesi quanto mai bizzarra, che è subito demolita da una più realistica ricostruzione dei fatti. Si vedrà infatti che, anche tralasciando tutte le possibili incongruenze delle dichiarazioni dei vari testi, una delle poche cose incontrovertibili della vicenda è che fu Ayala il primo ad intervenire sul luogo dell'attentato e ad occuparsi immediatamente della borsa. Il quadro è confermato dalle dichiarazioni del suo agente di scorta, dal giornalista Felice Cavallaro e persino in qualche modo da Arcangioli stesso. Il giudice Scotto sottolinea il fatto che Maggi dichiarò che la borsa era “piena e pesante”, come a insinuare che dentro ci potesse ancora essere l'agenda rossa e che quindi, nel caso, sicuramente non fu Arcangioli a farla sparire. Peccato che la borsa era pesante, non certo per la presenza dell'agenda, ma perché era impregnata di acqua, gettata da un vigile del fuoco per spegnere un ritorno di fiamma.

Alla luce di questi fatti, è veramente sconcertante leggere che “gli unici dati certi circa una borsa appartenuta al magistrato ucciso sono costituiti dal verbale” di Maggi. Anzi: probabilmente è vero. Il problema è la ricostruzione deformata che Scotto ne fa. Una ricostruzione che oggettivamente non sta insieme e che arriva a sfiorare il ridicolo quando ipotizza implicitamente l'esistenza di due borse identiche. Cosa che, tra l'altro, lungi dallo scagionare Arcangioli, lo metterebbe per assurdo in una posizione ancora più sospetta. Dove avrebbe preso Arcangioli la “seconda borsa” e dove la starebbe portando?

Un ulteriore aspetto che avrebbe dovuto far insospettire Scotto, è il fatto che questa relazione di servizio fu redatta solo sei mesi dopo la strage. Un tempo enorme. Ma Scotto non solo non si insospettisce: utilizza questo particolare come un punto a favore di Arcangioli. Perchè, argomenta Scotto, prendersela tanto con Arcangioli per non aver mai redatto una relazione di servizio, quando anche altri ci hanno messo sei mesi per farne una? Ma che modo di ragionare è? Da quando in qua due mancanze si annullano fra loro? E poi: Scotto è forse l'avvocato di parte di Arcangioli? Non spetta certo al gup stabilire l'innocenza dell'imputato, soprattutto quando questa è reclamata in modo così maldestro, cioè a fronte di possibili analoghi torti altrui.

I TESTIMONI

Il giudice Scotto passa a questo punto ad analizzare le varie testimonianze.

La prima versione di Ayala

L'8 aprile 1998, in tempi dunque non sospetti, cioè sette anni prima del coinvolgimento di Arcangioli, Giuseppe Ayala, che il 19 luglio 1992 era deputato della Repubblica, in un diverso processo, aveva dichiarato: “Tornai indietro verso la blindata della procura anche perché nel frattempo un carabiniere in divisa, quasi certamente un ufficiale, se mal non ricordo aveva aperto lo sportello posteriore sinistro dell'auto. Guardammo insieme in particolare verso il sedile posteriore dove notammo tra questo e il sedile anteriore una borsa di cuoio marrone scuro con tracce di bruciacchiature e tuttavia integra, l'ufficiale tirò fuori la borsa e fece il gesto di consegnarmela. Gli feci presente che non avevo alcuna veste per riceverla e lo invitai pertanto a trattenerla per poi consegnarla ai magistrati della procura di Palermo”.

In questa prima versione è dunque un ufficiale in divisa ad aprire la portiera, ad estrarre la borsa e a fare il gesto di consegnarla ad Ayala, ma lui rifiuta di prenderla in mano.

La prima versione di Ayala, riveduta

Il 2 luglio 1998, sentito al Borsellino Ter, Ayala aveva dichiarato di essere residente all'hotel Marbella, a non più di 200 metri in linea d'aria da Via D'Amelio. Sente il boato nel silenzio della domenica pomeriggio. Si affaccia, ma non vede nulla perché davanti c'era un palazzo. Per curiosità scende giù, si reca in via D'Amelio e vede “una scena da Beirut”. “Saranno passati dieci minuti, un quarto d'ora massimo”. Dice di non sapere che lì ci abitava la madre di Paolo Borsellino. Camminando comincia a vedere pezzi di cadavere. Vede due macchine blindate, una con un'antenna lunga, di quelle che hanno solo le macchine della procura di Palermo. Pensa subito a Paolo Borsellino. “Ho cercato di guardare dentro la macchina, ma c'era molto fumo nero”. Ayala afferma che proprio in quel momento stavano arrivando i pompieri. Osserva il cratere e poi torna indietro. “Sono tornato verso la macchina, era arrivato qualcuno... parlo di forze di polizia. Ora, il mio ricordo è che a un certo punto questa persona, che probabilmente io ricordo in divisa, però non giurerei che fosse un ufficiale dei carabinieri, (...) ciò che è sicuro è che questa persona aprì lo sportello posteriore sinistro della macchina di Paolo. Guardammo dentro e c'era nel sedile posteriore la borsa con le carte di Paolo, bruciacchiata, un po' fumante anche... però si capiva sostanzialmente... lui la prese e me la consegnò. (…) Io dissi: - Guardi, non ho titolo per... La tenga lei. -”

In questa versione leggermente ritoccata, non c'è più la sicurezza di un ufficiale in divisa che apre la portiera, ma permane la certezza che sia stata questa persona ad aprire la portiera e a raccogliere la borsa. Ayala, in ogni caso, nega assolutamente di aver preso in mano e aperto la borsa. “Io poi mi sono girato, sono andato di nuovo verso questo giardinetto, e lì poi ho trovato il cadavere di Paolo. (…) Io ci ho inciampato nel cadavere di Paolo, perché non era un cadavere... era senza braccia e senza gambe”.

Ayala afferma che in quel momento lo raggiunge Felice Cavallaro, che scoppia a piangere e lo abbraccia e gli dice che tutta Palermo lo crede morto: questo perché pochissimi sapevano che lì abitava la madre di Borsellino, mentre tanti sapevano che in quelle zone abitava lui. “Tutta Palermo è piena della voce che ti hanno ammazzato!”

La prima versione di Arcangioli

In un verbale di sommarie informazioni del 5 maggio 2005 Arcangioli dichiara: “Non ricordo se il dottor Ayala o il dottor Teresi, ma più probabilmente il primo dei due, (…) mi informarono del fatto che doveva esistere una agenda tenuta dal dottor Borsellino e mi chiesero di controllare se per caso all'interno della vettura vi fosse una tale agenda, eventualmente all'interno di una borsa. Se non ricordo male, aprii lo sportello posteriore sinistro e posata sul pianale, dove si poggiano di solito i piedi, rinvenni una borsa, credo di color marrone, in pelle, che prelevai e portai dove stavano in attesa il dottore Ayala e il dottore Teresi. Uno dei due predetti magistrati aprì la borsa e constatammo che non vi era all'interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. Verificato ciò, non ricordo esattamente lo svolgersi dei fatti. Per quanto posso ricordare, incaricai uno dei miei collaboratori di cui non ricordo il nome, di depositare la borsa nella macchina di servizio di uno dei magistrati”. Di quest'ultimo fatto non ha però un ricordo preciso. Ricorda invece che sul luogo della strage fosse presente anche un altro magistrato, Alberto Di Pisa.

Quando ad Arcangioli viene riferito che Maggi aveva parlato di un vigile del fuoco che aveva estratto dalla macchina una borsa bruciacchiata, Arcangioli risponde: “Di tale borsa non so dire nulla, quella che io ho prelevato, ritengo dopo l'episodio citato, non aveva tracce di bruciatura”. Citando questa frase, Scotto sembra di nuovo dare credito all'ipotesi che la borsa prelevata da Maggi sia diversa da quella prelevata da Arcangioli. Peccato che Scotto dia tanta rilevanza a questa prima testimonianza di Arcangioli, visto che risulterà essere palesemente falsa. Si scoprirà infatti che Teresi giunse in via D'Amelio solo un'ora e mezza dopo l'esplosione e non incontrò mai Ayala e che Alberto Di Pisa quel giorno in via D'Amelio proprio non c'è mai stato. Sono dichiarazioni talmente false, che lo stesso Arcangioli sarà costretto a correggere il tiro nelle sue successive deposizioni. Tutto ciò non crea su Arcangioli una nube densa di sospetti? Perché avrebbe dovuto mentire così spudoratamente? Era una tentativo di depistaggio? O di occultamento delle responsabilità?

In merito, il giudice Scotto non sembra darsi molta pena e afferma che le “originarie dichiarazioni di Ayala, rese quando non vi era alcun sospetto su Arcangioli (…) non sembra si pongano in stridente contraddizione con quelle rese dall'ufficiale dei carabinieri il 5 maggio 2005”.

Ora, io invito il lettore a rileggersi la testimonianza di Ayala e a confrontarla con quella di Arcangioli. Dire che non esiste “uno stridente contrasto” è oggettivamente un capolavoro di “arrampicata sui vetri”. Ma forse ha ragione Scotto: non c'è uno stridente contrasto, c'è un contrasto assoluto e insuperabile. Non combacia niente di niente. Ayala parla di un ufficiale in divisa, mentre Arcangioli dice che e' in borghese. Ayala dice di aver esaminato la macchina con l'ufficiale, mentre Arcangioli dice che Ayala era rimasto in un posto diverso. Ayala dice che la borsa era bruciacchiata, mentre Arcangioli dice di no. Ayala dice di aver rifiutato la borsa e di non averla mai aperta ed esaminata, mentre Arcangioli dice che addirittura la aprirono e la esaminarono insieme. E' chiaro che almeno uno dei due mente, se non entrambi. Eppure per Scotto sembra esistere un punto di incontro. Ci spieghi per favore dove, perché noi non lo vediamo proprio.

La seconda versione di Ayala

Ayala il 12 settembre 2005 cambia completamente il tiro. Affermato di essere arrivato sul luogo subito dopo l'esplosione, di aver identificato il cadavere di Paolo Borsellino e di aver notato l'auto del magistrato con la portiera posteriore sinistra aperta: “Scorsi sul sedile posteriore una borsa di pelle bruciacchiata. Istintivamente la presi, ma mi resi subito conto che non avevo alcun titolo per fare ciò, per cui ricordo di averla affidata immediatamente ad un ufficiale dei carabinieri che era a pochi passi. Nell'affidargli la borsa gli spiegai che probabilmente era la borsa appartenente al dottore Borsellino”. Quando gli viene mostrata la foto di Arcangioli, Ayala dichiara: “Non ricordo di aver mai conosciuto, né all'epoca né successivamente il capitano Arcangioli. Non posso escludere ma neanche affermare con certezza che detto ufficiale sia la persona alla quale io affidai la borsa. Per quanto posso sforzarmi di ricordare mi sembra che la persona alla quale affidai la borsa fosse meno giovane, ma può darsi che il mio ricordo mi inganni. Insisto comunque nel dire che l'ufficiale ricevette la borsa e poi andai via. Escludo comunque in modo perentorio che all'inverso sia stato l'ufficiale di cui si parla a consegnare a me la borsa”.

Cambia tutto, dunque. Non è più l'ufficiale in divisa ad estrarre la borsa dalla macchina, ma Ayala in persona, che aveva precedentemente escluso di aver mai preso in mano la borsa. E' lui a questo punto a consegnarla all'ufficiale e questa volta esclude “in modo perentorio” che sia avvenuto l'inverso.

La versione di Minicucci

Marco Minicucci il 19 luglio 1992 era il superiore gerarchico di Arcangioli. Il 14 dicembre 2005 aveva dichiarato che “il collega (Arcangioli, n.d.a.) fu incaricato da uno dei magistrati presenti sul posto, del quale non ricordo il nome, di prelevare dall'interno dell'auto del procuratore Borsellino la valigetta dello stesso, all'interno della quale mi ricordo era contenuto un crest araldico, se non erro dell'Arma”. Due anni più tardi, il 6 novembre 2007, aveva specificato un piccolo particolare: che questo era semplicemente quanto gli era stato riferito dallo stesso Arcangioli. Sono dunque dichiarazioni prive di qualunque tipo di credibilità (o almeno, una credibilità non maggiore delle parole stesse di Arcangioli), ma il giudice Scotto le cita proprio per sostenere l'attendibilità di Arcangioli. Cioè Scotto usa dichiarazioni di Arcangioli, riferite da altri, per tentare di dimostrare che Arcangioli è attendibile. Alquanto bizzarro.

La terza versione di Ayala

L'8 febbraio 2006 Ayala modifica di nuovo la propria versione dei fatti: “Ebbi modo di vedere una persona in abiti borghesi (…) è certo che non fosse in divisa, la quale prelevava dall'autovettura attraverso lo sportello posteriore sinistro una borsa. Io mi trovavo a pochissima distanza dallo sportello e la persona in divisa si volse verso di me e mi consegnò la borsa. (…) Dato che accanto alla macchina vi era anche un ufficiale dei carabinieri in divisa quasi istintivamente la consegnai al predetto ufficiale”.

Cambia tutto, di nuovo. Questa volta Ayala si dice certo che chi ha prelevato la borsa non fosse in divisa, ma in borghese. Non fu lui quindi a estrarla, ma la prese in mano e la consegnò poi ad un altro ufficiale, in divisa. Quest'altra dichiarazione di Ayala è talmente confusa che lui stesso chiaramente sbaglia quando dice “la persona in divisa si volse verso di me”, visto che due secondi prima si era detto certo che non fosse in divisa. Scotto nemmeno nota questo particolare, che rende la ritrattazione di Ayala, se possibile, ancora più traballante.

La seconda versione di Arcangioli

Nello stesso giorno in cui viene sentito Ayala, l'8 febbraio 2006, Arcangioli dichiara: “Non ricordo con certezza se io o il dottor Ayala aprimmo la borsa per guardarvi all'interno, mentre ricordo che all'interno vi era un crest dell'Arma dei carabinieri (…) così come non posso confermare di aver io stesso o uno dei miei collaboratori deposto la borsa nella macchina di servizio di uno dei due magistrati, mentre ritengo di aver detto di rimetterla o di averla rimessa io stesso nell'auto di servizio del dottor Borsellino”.

Quindi, rispetto alla prima versione, scompare il giudice Teresi, nella borsa compare un crest dell'Arma (e non dei fogli bianchi) e soprattutto la borsa viene rimessa da Arcangioli al suo posto, nella macchina di Borsellino. Il giudice Scotto lascia passare questa nuova dichiarazione come se niente fosse, la quale invece appare francamente inverosimile. Noi semplicemente ci chiediamo: ma che senso aveva rimettere la borsa nella macchina del giudice, esattamente nello stesso posto in cui era stata rinvenuta (tra il sedile anteriore e quello posteriore), con il pericolo che prendesse nuovamente fuoco? E' forse un lapsus freudiano di Arcangioli?

Per non parlare del fatto, non riportato dal giudice Scotto, secondo cui Arcangioli, in questa stessa audizione, dichiara anche di essersi appostato dalla parte opposta della strada per aprire la borsa e non averci trovato dentro niente di interessante. Peccato che la ricostruzione è smentita dai filmati, che inquadrano Arcangioli camminare verso l'uscita di via D'Amelio e non verso il marciapiede opposto alla casa della madre del giudice.

La versione di Farinella

Il 2 marzo 2006 l'appuntato Rosario Farinella, in servizio di scorta al dottor Ayala il 19 luglio 1992, dichiara: “Premetto che siamo arrivati quasi in contemporanea con i vigili del fuoco, (…) ci siamo avvicinati all'auto del magistrato che aveva tutte le portiere chiuse, ma non a chiave, il Dr. Ayala ha notato che all'interno della stessa, appoggiata sul sedile posteriore, c'era la borsa di cuoio del dr. Borsellino per cui, con l'aiuto dello stesso vigile del fuoco (intento poco prima a domare l'incendio dell'auto) abbiamo aperto la portiera posteriore. (…) Io personalmente ho prelevato la borsa dall'auto e avevo voluto consegnarla al dr. Ayala. Questi però mi disse che non poteva prendere la borsa in quanto non più magistrato, per cui io gli chiesi che cosa dovevo farne. Lui mi rispose di tenerla qualche attimo in modo da individuare qualcuno delle Forze dell'Ordine a cui affidarla. Unitamente a lui ed al mio collega ci siamo allontanati dall'auto dirigendoci verso il cratere provocato dall'esplosione, mentre io reggevo sempre la borsa. Dopo pochissimi minuti, non più di 5-7, lo stesso Ayala chiamò un uomo in abiti civili che si trovava poco distante e che mi indicò come ufficiale o funzionario di polizia, dicendomi di consegnargli la borsa. Allo stesso, il dr. Ayala spiegava che si trattava della borsa del dr. Borsellino e che l'avevamo prelevata dalla sua macchina (…). L'uomo che ha preso la borsa non l'ha aperta, almeno in nostra presenza; ricordo che appena prese la borsa, lo stesso si è allontanato dirigendosi verso l'uscita di Via D'Amelio, ma non ho visto dove è andato a metterla”.

Le dichiarazioni di Farinella, molte lucide e anche in parte confermate dal pompiere Giovanni Farina che ricorda di avere aiutato un appartenente alle forze dell'ordine ad aprire la portiera incastrata, sembrano dunque mettere a posto tutti i pezzi del puzzle. Purtroppo, quando i magistrati gli mostrano la foto di Arcangioli, Farinella dichiara: “Non sono in grado di riconoscere la persona che mi mostrate; posso aggiungere però che non ricordo assolutamente che la persona alla quale ho consegnato la borsa avesse una placca metallica di riconoscimento; di questo particolare ritengo che mi ricorderei”. Il buio torna fitto.

La quarta versione di Ayala

Il 23 luglio 2009 Ayala ha rilasciato un'intervista ad Affaritaliani.it dichiarando: “La borsa nera di Borsellino l'ho trovata io, dopo l'esplosione, sulla macchina. Che ci fosse, nessuno lo può sapere meglio di me, perché l'ho presa io. Non l'ho aperta io perchè ero già deputato e non avevo nessun titolo per farlo. A differenza di quanto si ricordi, io sono andato in Parlamento prima della morte di Borsellino e quindi non avevo nessun titolo per aprirla. Ma io sono arrivato per primo sul posto perché abito a 150 metri. Anche prima dei pompieri. Quando l'ho trovata l'ho consegnata ad un ufficiale dei carabinieri. E' verosimile che l'agenda fosse dentro la borsa e che sia stata fatta sparire”.

Cambia tutto, di nuovo. Questa volta ha fatto tutto lui, l'ha presa, l'ha estratta e l'ha consegnata ad un ufficiale dei carabinieri. Conferma di esser stato il primo ad arrivare, addirittura prima dei vigili del fuoco.

La versione di Cavallaro

Il 22 luglio 2009, Cavallaro, in un'intervista, ha riassunto così i suoi ricordi: “Questa borsa di cuoio l'ho vista e l'ho anche avuta per le mani. A volte le Storia ci passa davanti agli occhi e non cogliamo il segmento al quale poi ripensiamo il resto dei nostri giorni. Quel giorno io sono arrivato immediatamente dopo l'esplosione perché stavo abbastanza vicino. Tra l'altro aspettavo il giudice Ayala nell'ufficio in cui stavo lavorando alla stesura di un libro (…) Lui era in ritardo e quando alle cinque meno qualcosa sento il botto... fumo dalle parti della Fiera del Mediterraneo... io ho un tremito perché penso proprio a Giuseppe Ayala. (…) Mi precipito al telefono proprio per chiamare l'utenza del residence. Per fortuna trovo la moglie che mi dice: - No. Abbiamo sentito anche noi il botto: è sceso con la scorta. - (…) Mi sono precipitato sul luogo dove ho trovato Ayala. (…) Dopo qualche minuto io e Ayala ci siamo ritrovati appunto protagonisti di un pezzo di Storia che ci è passato sotto gli occhi perché eravamo accanto all'auto del giudice Borsellino con la portiera posteriore spalancata e fra il sedile anteriore dell'autoguida e la poltrona posteriore, proprio poggiata a terra, c'era una borsa di cuoio che una persona, credo un agente in borghese, ha preso e quasi consegnato a me, forse scambiandomi per un assistente (…) Fatto sta che questa borsa, avendola avuta per un istante così... avendola tenuta dal manico per un istante, io la stavo quasi passando al giudice Ayala con il quale ci siamo scambiati... così... degli sguardi. (…) Giuseppe Ayala ha avuto la prontezza di spirito di... vedendo un colonnello dei carabinieri o comunque un alto ufficiale dei carabinieri, del quale non ricordiamo con esattezza né i gradi né purtroppo il volto, (…) Il giudice Ayala ha consegnato questa borsa a un colonnello dicendo: - La tenga lei - ”.

Poi di quella borsa non sanno più nulla. Afferma che nessuno di loro sospettava che dentro quella borsa ci fosse una cosa così importante come l'agenda rossa. E' evidente che le dichiarazioni di Cavallaro in parte confermano, in parte smentiscono quelle di Ayala.

Il giudice Scotto riassume tutte le varie versioni di Farinella, Ayala e Arcangioli dicendo che, pur essendo contrastanti (tutti e tre dicono di aver estratto la borsa dalla macchina), la rettifica di Ayala (quale delle quattro?) scagionerebbe Arcangioli perché, se l'uomo in borghese è da identificare con Arcangioli, non si capisce perché avrebbe dovuto consegnare la borsa ad Ayala se il suo intento era quello di rubare l'agenda rossa. Se invece si dà credito a Farinella, bisogna desumere che Arcangioli non sia stato il primo ad entrare in possesso della borsa.

A parte il fatto che mettere sullo stesso piano le dichiarazioni dell'imputato, su cui pendono delle gravi prove indizianti e che quindi ha tutto l'interesse a salvaguardare la propria posizione, con quelle di tutti gli altri testi è una mossa alquanto azzardata, perché vengono superficialmente vagliate solo un paio di versioni, una separata dall'altra? Di fronte a dichiarazioni tanto contrastanti, tra l'altro più volte rivedute e stravolte, come è possibile dare credito tout court ad una sola di esse e da questa trarre delle conclusioni, senza pensare che magari ci siano degli elementi di verità e falsità in ognuna di esse? Non andrebbe fatta chiarezza su tutto questo macello di testimonianze per capire chi dice il vero e chi mente, invece che buttarle al macero e dire che sono inutilizzabili? E poi, riguardo all'ultima argomentazione di Scotto, anche se fosse vero che Arcangioli non e' stato esattamente il primo ad entrare in possesso della borsa, in base a quale contorto ragionamento questo fatto potrebbe scagionarlo?

La versione di Garofalo

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/22098/78/

elezioni a primavera?

autore: 
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Elezioni a primavera?

Se qualcuno si prendesse la briga di sfogliare gli articoli precedenti di questo blog scoprirebbe che tutto quello che sta succedendo era già ampiamente prevedibile e (quasi) previsto.
Il 2 luglio, scrivevamo che il momento critico per il Cavaliere sarebbe stato il G8, superato il quale sarebbe scattata la sua controffensiva:
“ rimpasto di governo (con punizione di quanti non lo hanno difeso, a cominciare dalle ministre), purga interna contro i finiani, poi attacco alle opposizioni, magari condito da qualche scandalo, forte pressing sull’Udc per assorbirlo nella maggioranza, “ritocco” agli organigrammi dei servizi (qualcuno forse pagherà…), pressing sulla Corte per far passare il lodo Alfano…”

Salvo il rimpasto di governo ed il ritocco agli organigrammi dei servizi, il resto è andato esattamente così (assalto a Fini, pressing sulla corte, scandali sessuali…). Poi il 6 agosto commentammo il ritorno di Feltri al “Giornale” segnalando come questo fosse il primo sintomo della controffensiva che sarebbe partita dagli scandali contro esponenti della sinistra e giornali ostili al Cav.
Il 13 settembre scrivemmo che Berlusconi stava pensando ad elezioni anticipate ed elencammo anche i motivi per cui esse gli sarebbero apparse desiderabili e dicemmo anche che una sentenza costituzionale sfavorevole sul Lodo Alfano avrebbe favorito tutto questo. E, infatti, di elezioni si parla.
Diciamo questo non per rivendicare alcuna preveggenza (per carità…) ma per dire quanto si trattasse di cose prevedibili anche da una persona che segue la politica leggendo i quotidiani e senza alcuna fonte privilegiata a disposizione. Tutto facilmente prevedibile. Perchè questa è una partita a scacchi a mosse obbligate.

Ora la questione sta in questi temini: Berlusconi ha interesse ad andare ad elezioni a marzo perchè:
a- sino ad allora godrà di un’area di consensi abbastanza ampia; dopo, gli effetti sociali della crisi inizieranno a mordere ed il suo consenso potrebbe entrare in sofferenza. Inoltre la sua maggioranza appare già in affanno interno e, presumibilmente, sarà esposta ad un crescente logorio
b- i progetti alternativi (grande centro, nuovo centro sinistra, operazione finiana ecc.) sono ancora in gestazione e giungerebbero impreparati all’appuntamento
c- le elezioni regionali non sono un test favorevole ad un partito come il suo, con debole radicamento territoriale, ed un eventuale risultato mediocre (come è accaduto con le europee) avrebbe l’effetto di accelerare il suo logoramento
d- più passa il tempo e più diventano probabili le condanne per i processi in corso.
Per le stesse ragioni, i suoi avversari (Pd, Fini, Casini) hanno interesse a far slittare le elezioni politiche dopo quelle regionali e, magari, al 2011.
Per evitare le elezioni l’unica possibilità sarebbe quella di un governo alternativo -con una maggioranza diversa- presentato come governo istituzionale (a presidenza Fini e con ministri “politici”) o tecnico (ad es. Presidenza Draghi e con ministri “tecnici” non parlamentari). Ma questa soluzione non è facilissima, soprattutto con lo spettro delle elezioni regionali che offrirebbe al Cavaliere il destro per una campagna forsennata contro “l’espropriazione della volontà dei cittadini, il colpo di stato ecc.”. E se poi alle regionali la coalizione Pdl-Lega (anche senza Fini) ottenesse oltre il 45%, sarebbe la fine del governo tecnico o istituzionale ed elezioni politiche immediate con condizioni ancora più favorevoli a Berlusconi.

Morale: Fini, Casini, il Pd hanno interesse a mantenere questa situazione sino alle regionali, per poi fare il governo di transizione ed andare alle politiche fra l’autunno del 2010 e la primavera 2011. Ma se Berlusconi dovesse accelerare la crisi, non c’è dubbio che il tentativo di fare il governo di transizione verrebbe fatto. Insomma, il gioco del cerino.
Vediamo chi si brucia.

www.aldogiannuli.it

Dialogo fra Pietro e Matteo che non sono...evangelisti

autore: 
vittoria Pietro matteo e Alice

dialogo fra Pietro e Matteo che non sono...evangelisti
Pietro

La rivoluzione, il suo momento insurrezionale, non dipenderà dagli spiriti e dalle coscienze. Se credessi a questo, io non sarei comunista. Saranno le pance e le gambe a farla.
Per questo non sono un libero pensatore
Tutti, comunisti ed anarchici danno troppa importanza al SOGGETTO RIVOLUZIONARIO e pancia e gambe globali contano più di me soggetto o solo o atruppato coi compagni!
Questa, della preminenza del soggetto, è una posizione idealista e idealizzante, autoreferrenziale.
Come comunista non mi ritrovo nel ruolo del misisonario che deve salvare le anime per un al di là da conquistare.
Chi sente avversione verso questa società e questo è il primo e indispensabile passo, sentimentale, di pancia, non per convinzione filosofica, per essere comunista, rivoluzionario non ha bisogno che tutti gli altri attorno a lui la amino
Gli fa schifo questa società e tanto a lui gli basta, questo basta per adeguare le sue azioni ai suoi sentimenti..
La teoria gli darà solo gli strumenti razionali per rendersi meglio conto del perché la schifa, e per affinare il suo comportamento ostile
Capirà allora che non deve preparare la rivoluzione, MA PREPARARSI AD ESSA,
sapendo che la preparazione, avendo tempi storici, riguarda intere generazioni di vite, con la coscienza di questo dato reale, storico, materiale ha senso qualsiasi azione in un preciso momento temporale dato, senza questa coscienza rimane mero attivismo.

Io soggetto, noi soggetti rivoluzionari, siamo le cellule di un processo che, avendo tempi storici, riguarda intere generazioni di vite, e questo è BELLISSIMO, è questo che annulla la nostra solitudine, pensare questo vuol dire che poi in effetti la solitudine in questo processo non è reale.
La tua vita, la mia vita, le nostre vite sono dentro questa serie ininterotta, se pensi questo comprendi che poi la solitudine non è reale.
l'insurrezione è un fatto che dipende da tutta la storia del mondo che va in quella direzione, quando verrà anche se già fossi cibo per vermi, avendola prevista ed essendoci per generazioni preparati, sapremo meglio come comportarci perché l'insurrezione sfoci nella possibilità che vinca e spazzi la vecchia società liberando la nuova.
Le rivoluzioni sconfitte non sono che tappe in questo percorso, e questo dato biologico e storico insieme è la debolezza del nemico, lui pare forte e vincente, pare.Non esiste un comunismo novecentesco. Non per me. Obsbawm, col suo secolo breve, è un coglione, tanto più coglione quanto più intelligente. Esistono rivoluzioni sconfitte: 1848, 1871, 1917, per indicare le date più importanti. Da quelle s'impara, fa parte della preparazione, per affrontare più agguerriti la prossima. Ci riempiano pure le teste di merda coi loro mezzi di comunicazione di massa, come stanno molto efficacemente facendo, saranno le pance a fregarli. È per questo che i situazionisti, che pure hanno alcune indubbie capacità di leggere profondamente questi tempi, non mi convincono. Mettendo troppo in primo piano lo spettacolo e i suoi mezzi tecnici per diffonderlo, pensano in fin dei conti a una rivoluzione che passi per le teste, da liberare dalla merda che la comunicazione mette loro. E ce n'è tanta che parecchi giustamente disperano di poterla più levare. Passerà per le pance, nonostante la tanta merda che c'avranno accumulato in testa. Chi crede nei valori dello spirito e dell'idea, avrà una bella sorpresa

Matteo

Caro Pietro, se il mio mettere la presa di coscienza come punto basilare è idealismo, la tua posizione, permettimi la battuta, e' una "teologia". E poi la conoscenza fuori delle accademie non è coscienza della vita e del suo processo storico e sociale nelle sue forme effettive?.
Se faccio riferimento ad un "soggetto" (collettivo) di trasformazione e'proprio perche' non credo "nell'evoluzionismo", nel determinismo e che inevitabilmente, cabalisticamente la storia vada in una direzione unilaterale e prestabilita, sono gli uomini e i rapporti di classe, il loro agire; quale classe vincerà lo scontro che porterà ad una certa evoluzione.
I tuo pare quasi in comunismo fatalista, attendista persino.
Rispetto questo senso "religioso" dell'esistenza ma non riesco a ragionare come se la vita e la storia abbiano uno scopo e un senso in se' predeterminato e contraddittoriamente neanche che esse siano una caotica catena di eventi impazziti. Soltanto nella dimensione , privata, "cellula" di un processo
storico materiale che si scandisce di generazione in generazione francamente non mi sento a mio agio. Dovrei ridurre la mia esistenza solo alla comprensione di una necessità storica e dovrei ridurre . d'altro canto, il suo sviluppo ad una ragione biologica e vitale di sopravvivenza (pancia e gambe).
Faccio riferimento ad una "soggettività"anche perché pur credendo nel crollo inevitabile del capitalismo, non e' detto che finirebbe, questo crollo, col produrre gli effetti politici-sociali che desideriamo.

Quale è' il punto in discussione? e' che le condizioni sociali dell'esistenza di tutti sono estraniate, alienate e tutte preordinate dal Sistema Capitale contro la vita individuale e personale.
Nel sistema delle merci tutto è ridotto a merce, la coscienza per prima , perché sia essa stessa una merce che si pieghi al dominio delle merce, è plasmata per le merci è mercificata, mercificati sono tutti i rapporti umani. Compito di un comunista non è quello di tenere tale cognizione per se, ma di renderla comune il più possibile, non credi?

Il "soggetto", la "soggettività" che io intendo e' la coalizione degli sfruttati che non cade dal cielo, che non ha il suo corso fatalistico quasi, ma che è lo strumento per uscire dalla condizione di merce umana:
Senza questa "unione" non arbitraria gli individui restano dei singoli separati, nemici nella concorrenza per la sopravvivenza. Questa"espressione collettiva" oggi non c'e' e non penso che prenderà forma oggettivamente, da se', senza la condivisione e la lotta. Ora è vero che l'attivismo fine a sé stesso, al particolare, non porta ad una presa di coscienza totale, ma a me pare, che nemmeno il quasi aspettare fatalmente che la storia trovi il suo sbocco; dato per naturale, porti a questa presa di coscienza.
De resto le esperienze delle rivoluzioni fallite che tu mi hai portato intanto sono avvenute perché i soggetti collettivamente si sono uniti per realizzarle, non certo perché si sono uniti sono fallite..
il resto su
http://controappunto.splinder.com/

Missioni di 'pace', missioni di STUPRO

autore: 
da http://it.peacereporter.net

17/11/2009
Caschi blu puniti per abusi

Cinquanta caschi blu Onu in missione di Peacekeeping nei paesi a rischio sono stati puniti per abusi. Una vicenda che va dalla Costa d'Avorio a Haiti.
Messo in sostanza con le spalle al muro, il Media Center dell'Organizzazione delle Nazioni Unite non ha potuto che confermare una voce che da tempo girava negli ambienti: negli ultimi tre anni almeno 50 caschi blu delle missioni di Peacekeeping dell'Onu sono stati puniti per aver commesso stupri e altri generi di abusi sessuali.

Un dato che sicuramente potrebbe, se analizzato a fondo, rivelarsi dieci volte inferiore rispetto a quello reale. Infatti, sarebbero molti di più, almeno 450, i casi di abuso commessi dai soldati delle varie missioni di pace sparse per il pianeta.
E perchè allora solo 50 di loro sono stati puniti? Per un motivo molto semplice. L'Onu in queste situazioni non può fare altro che indagare sulle violazioni commesse dai caschi blu mentre l'azione giudiziaria è affidata ai governi nazionali dei Paesi di origine del personale. Insomma, se un casco blu di nazionalità brasiliana commette in Haiti un reato come quello dello stupro non può essere giudicato né dal governo haitiano né da un tribunale Onu ma solo ed esclusivamente da un giudice brasiliano.

Agghiacciante ciò che è stato raccontato alcuni mesi fa da Save the Children. Secondo un rapporto dell'Ong, infatti, più della metà dei giovani intervistati in Haiti, Costa D'Avorio e Sudan, avrebbe ammesso di essere entrato in contatto con persone che dicevano di aver subito abusi da parte del personale delle missioni di Peacekeeping. E non è difficile immaginare come questi dati siano reali. In Haiti ad esempio molto spesso, forse troppo, si è parlato di stupri sulle giovani donne del Paese da parte dei caschi blu. Nei quartieri periferici, come ad esempio Martissant, è lo sfruttamento della prostituzione il problema principale. Come conferma anche l'ambasciatore dell'Unione Europea Francesco Gosetti di Sturmeck. "Circa un anno fa - dice l'ambasciatore dal suo ufficio di Petion Ville, quartiere residenziale della disastrata capitale Port au Prince dove si trova l'ambasciata Ue- c'era un problema importante legato, se ricordo bene, a un contingente che controllava il quartiere di Martissant. Si é parlato di sfruttamento della prostituzione, di traffico di droga. La Minustah (Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite) ha aperto un'inchiesta e preso misure correttrici".
E sembra anche che poco tempo fa il comando generale delle missione abbia emesso nuove linee guida per il comportamento dei soldati, ai quali sarebbe stato ovviamente richiesto di non frequentare prostitute locali.

Inoltre, gli stupri in Haiti sono quasi all'ordine del giorno e lasciano segni indelebili sulla psiche di chi li subisce. Oltre al danno fisico, infatti, si deve aggiungere quello psicologico. Non solo. Una donna che subisce stupro nell'isola che una volta era considerata la perla dei Caraibi, viene rifiutata dalla società, emarginata e a tutti gli effetti si trasforma in una persona senza diritti. E se poi dopo lo stupro resta anche incinta non le viene garantito un dignitoso supporto clinico sanitario. Oltre a questo, si moltiplicano anche i casi di morte legata a complicazioni della gravidanza.

Francis Ford Coppola: "Gomorra? Una brutta esperienza"

Il regista italoamericano, a Torino per presentare il suo film "Segreti di famiglia", non è convinto dal cinema italiano di oggi: "La colpa è dei maschi italiani che vogliono tutta la fama per se stessi lasciando le briciole ai figli"

“Gomorra ed è stata una brutta esperienza”. Il pluripremiato film di Matteo Garrone, tratto dal best seller di Roberto Saviano, non ha convinto del tutto Francis Ford Coppola, il celeberrimo regista italoamericano presente in questi giorni al Torino Film Festival per presentare la sua ultima pellicola “Sefreti di Famiglia, che uscirà domani nelle sale italiane. “È un film troppo duro, anche se molto ben recitato”, ha precisato il film maker della saga de “Il Padrino” al quotidiano di informazione cinematografica online Cinecittà News.

CINEMA ITALIANO OSTAGGIO DEI PADRI – “Il Divo, che non ho visto, e Gomorra sono un po’ poco per parlare di rinascita”. Coppola non crede che i film di Sorrentino e Garrone rappresentino il risorgimento del cinema italiano “specie se confrontati con i film di Rosi, Rossellini, Monicelli, Antonioni, Dino Risi e Nanni Loy. Il vostro problema sono i maschi italiani – dichiara il Premio Oscar – padri che non mollano l’osso, che vogliono tutte le donne e tutta la fama per se stessi e ai figli lasciano le briciole. Per i giovani non ci sono abbastanza opportunità, anche nel cinema”.

ORIGINI NAPOLETANE – Ciononostante Coppola rivendica tutt’oggi le sue origine italianissime: “Mi sento profondamente italiano – spiega il regista – Tutti e quattro i miei nonni sono nati qui. Tre nella zona di Napoli ed un altro in Lucania. Del resto è la forza degli immigrati ad aver fatto grandi gli Usa, un paese composto al cento per cento da gente venuta da altri paesi”.

ha sgamato saviano ahahaha

Una storia di amicizia e di sacrificio John Cookson e Fernando Iaffa Brodsky - Clarence Kailin

John Cookson, americano di Madison (Wisconsin) di origine anglo tedesca, era un teenager quando alla secondary school incontra e diventa grande amico di Clarence Kailin. Quando Hitler prende il potere in Germania Clarence e John subito capisco la follia e il disastro che sta per colpire il popolo ebraico. Nel momento del sollevamento militare di Franco nel 1936 Clarence e John sono tra i primi a partire per New York e a imbarcarsi per la Spagna. A John mancavano solo due mesi per ottenere la laurea presso lUniversita del Wisconsin. Cookson era un grande matematico e un giorno leggendo un articolo di Albert Einstein scopri un errore in uno dei suoi calcoli. Scrisse allora ad Einstein allUniversità di Princeton il quale lo ringrazio per iscritto. Durante la guerra John fu ricoverato a causa di itterizia e i dottori chiesero di rimandarlo a casa, ma lui rifiutò e chiese di essere rimandato al fronte. Fu quindi inviato nella retroguardia fascista dove portò avanti operazioni di sabotaggio contro depositi di munizioni e contro treni militari. In seguito chiese di essere inviato al Battaglione Lincoln (XV Brigata Internazionale) dove vi erano molti suoi amici di Madison. Fu assegnato alle comunicazioni della XV Brigata, compito che svolse in modo egregio. Alla fine di aprile del 1938 fu incaricato responsabile delle comunicazioni della Brigata Lincoln. Alla fine di settembre a pochi giorni dal rimpatrio delle Brigate Internazionali fu mandato al fronte e ferito con alcuni compagni. Inviato allospedale da campo nei pressi di Marca morì in seguito alle ferite. Fernando Iaffa Brodsky, argentino di origine ebraica, amico di John, fu uno di coloro che lo trasportarono allospedale. Sotto il regime di Franco tutti i soldati repubblicani furono gettati in una fossa comune nei pressi di Barcellona e le loro tombe distrutte. Ma la tomba di John, nascosta dai pini e dai frutteti e dai contadini del luogo per circa quaranta anni, si è salvata e non ha subito questo scempio, tra le poche o probabilmente unica in tutta la Spagna. Iaffa sposato con un donna di Marca dalla quale ebbe quattro figli visse per tutta la sua vita a Buenos Aires anche se spesso tornava a Marca dalla famiglia della moglie. Iaffa espresse il desiderio che le sue ceneri fossero sparse vicino alla tomba dellamico e nel 2005 una delegazione, composta tra laltro da Milton Wolf, capo della Brigata Lincoln, autore di vari libri e da Giovanni Pesce ha posto una lapide semplice vicino alla tomba di John. Che emozione è stata il aver trovato questo luogo (9 luglio 2007) ancor oggi nascosto e protetto dai pini e porre alcuni fiori di campo sulle tombe dei due amici li vicino al vecchio mulino dellolio tra Marca e Torre di Fontaubella. Grazie alla popolazione di Marca e Torre Fontaubella che hanno preservato questo luogo e che continuano a custodirlo con lassociazione no jubilem la memoria. Nel 2003 Clarence Kailin, che ha raccolto le lettere alla famiglia dellamico John e le ha pubblicate allo scopo di far conoscere le doti umane dellamico, ha presenziato allinaugurazione del monumento alla pace e alla liberta. Nella penultima foto John è in basso a sinistra e Clarence alla sua destra, mentre nellultima foto Clarence è in mezzo. Ciao John e Fernando http://www.youtube.com/watch?v=xZAVcJ8oIf0

Come funzionano i servizi segreti

autore: 
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COME FUNZIONANO I SERVIZI SEGRETI
di Aldo Giannuli

Leggi l’indice
http://ia341307.us.archive.org/2/items/IndiceComeFunzionanoServiziSegret...

Il testo è diviso in due parti:

- la prima, più elementare, è rivolta ad un pubblico alle prime armi e, dopo un breve capitolo storico, descrive le attività informative e le operazioni speciali dei servizi segreti;
- la seconda parte riguarda, invece il ruolo crescente dei servizi segreti nel Mondo. Quindi i nuovi tipi di guerra e le nuove sfide. Molta attenzione è dedicata al tema della guerra economica ed alla convergenza fra i servizi segreti statali e quelli privati delle multinazionali nel mondo dell’ipercapitalismo finanziario, quindi alla trasformazione dell’idea stessa di guerra che non è più riducibile al solo aspetto militare. Gli studi strategici, ormai intrecciano senza soluzione di continuità i dati militari con quelli politici, economici, sociali, finanziari, tecnologici ecc. e prendono in considerazione modelli operativi che mescolano indifferentemente i vari piani (dall’uso del terrorismo alle manovre di destabilizzazione finanziaria, dall’appoggio alla criminalità ed alla pirateria all’aggressione batteriologica o informatica) secondo le dottrine della “guerra asimmetrica”.

L’esito finale è il profilarsi del pericolo di una guerra coperta, asimmetrica, globale che ci obbliga a rivedere tutte le nostre chiavi di lettura politiche.

Il libro si conclude con un appendice che invita ad applicare queste nozioni alla tranquilla, rituale lettura mattutina del giornale, insieme alla colazione: “Cappuccino, brioche ed intelligence” riporta alcune notizie uscite di recente sulla stampa proponendone possibili letture alternative, un po’ più maliziose. Il giornale letto come lo leggerebbe l’operatore di un servizio segreto. Beninteso: lo scopo non è quello di dire come effettivamente siano andate determinate vicende, ma quello di “leggere il giornale con gli occhiali dell’intelligence”, cioè come le leggerebbe un operatore del settore mettendole in relazione con altre notizie precedenti e spesso dimenticate.
Un gioco intellettuale che, però, può servire a renderci un po’ più pronti a misurarci con una realtà che cambia e nella quale i servizi segreti hanno un ruolo sempre maggiore.

www.aldogiannuli.it

IL VACCINO DALLE UOVA D'ORO

autore: 
Rita Pennarola

Sorpresa: nei grandi ospedali per malattie infettive buona parte di medici in servizio non intende vaccinarsi contro il virus della Suina. Succede al Cotugno di Napoli. E non solo. Vediamo perche'.

Se, come dimostrano i numeri, i colossi del farmaco, dall'alto del loro mezzo biliardo di dollari e passa all'anno di fatturato, superano di gran lunga l'invincibile industria delle armi, non risulta poi cosi' difficile capire perche' periodicamente, con cadenza ormai “regolare”, scoppia l'allarme mediatico sulle pandemie che, come altrettanti Armageddon, stanno arrivando a flagellare il pianeta, mietendo milioni di vittime e rendendo percio' piu' che mai invocato l'arrivo di specifici vaccini. Virus creati in laboratorio proprio per far nascere la necessita' di contrastarli, mantenendo su livelli altissimi le corazzate quotate in Borsa? E, in ogni caso, quali conseguenze potranno avere sulla salute umana prodotti a base di virus, realizzati molto spesso sull'onda dell'emergenza, ma destinati alla profilassi di massa su scala mondiale (quest'anno da novembre in poi)?
Quasi “naturale”, allora, che dopo gli allarmi globalizzati sul virus dell'antrace (2001) e sull'influenza aviaria (che nel 2005 vide l'allora ministro della Salute Francesco Storace lanciato all'acquisto di dosi da milioni di euro, poi di fatto mai utilizzate perche' nel frattempo il virus era “mutato”), oggi dovesse arrivare una ennesima “maledizione biblica”. Terrorizzante, per la maggior parte dell'umanita', ma, per qualcun altro, provvidenziale.
Sulla influenza A o “suina” - quel virus H1N1 che sta tenendo col fiato sospeso buona parte dell'umanita', fra propaganda dei governi, complicita' dei grandi media nelle mani degli stessi colossi farmaceutici, ma anche fra leggende metropolitane e falsi scoop - cominciano oggi a farsi strada le prime, rigorose ricostruzioni che, dati scientifici alla mano, lasciano filtrare le terribili verita' alla base dell'allarme planetario.
Percio', nelle stesse ore in cui la Agenzia europea per il controllo sui farmaci da' via libera ai primi due vaccini anti-pandemia, che saranno prodotti da Novartis e GlaxoSmithKline, arrivano impietosi dossier come quello di Luciano Gianazza, autore di numerosi libri che smascherano il dietro le quinte affaristico della medicina contemporanea. Il quale oggi parla di questi vaccini come delle nuove armi biologiche di distruzione di massa.

ACCHIAPPA LA SUINA
Dopo le prime avvisaglie della scorsa primavera, il clamore mediatico sulla suina esplode a giugno, quando la Organizzazione mondiale della sanita' annuncia che la pandemia sara' di livello 6, vale a dire molto elevato, scatenando la corsa dei governi all'acquisto del vaccino. L'attivita', nei laboratori, diventa da allora frenetica. Quali rischi comportano la fretta e la conseguente, possibile approssimazione? "Alle multinazionali del cartello Big Pharma (GlaxoSmithKline, Baxter, Novartis e altre) - punta l'indice Gianazza - e' stato assicurato che non vi sara' contro di loro alcun ricorso per eventuali morti o gravi danni che questi vaccini possono causare".
Ancor piu' esplicito il movente economico: "la Novartis - fa sapere Gianazza - ha raccolto ordinativi gia' da trenta diversi Paesi. Solo dagli Usa ricevera' 346 milioni di dollari per l'antigene e 348,8 milioni per un adiuvante. La Baxter ha ordini da cinque Paesi per 80 milioni di dosi, ma non ha ricevuto l'approvazione della Food and Drug Administration, quindi vendera' al di fuori degli Stati Uniti. GlaxoSmithKline ha ricevuto 250 milioni per la fornitura agli Usa di numerosi “prodotti pandemici”. Il totale degli ordini nei soli Stati Uniti ammonta a 7 miliardi di dollari".
Numerose le sostanze tossiche, a partire dai cosiddetti adiuvanti, senza i quali i vaccini non potrebbero essere conservati ne' mantenuti in forma stabile. Fra questi Gianazza enumera ad esempio "il thimerosal, conservante 50 volte piu' tossico del mercurio, che puo' provocare a lungo termine disfunzioni del sistema immunitario, sensoriali, motorie, neurologiche, comportamentali".
GlaxoSmithKline, che ha sede a Londra, come adiuvante per i suoi vaccini usa anche un composto contenente alluminio, il cui uso, in certe dosi, e' causa accertata di disfunzione cognitiva.
C'e' poi la formaldeide: una nota sostanza cancerogena e tossica per l'apparato riproduttivo. "Nel 2007 - continua Gianazza - la California ha utilizzato piu' di 30.000 tonnellate di questa sostanza cancerogena come microbicida sulle piu' importanti coltivazioni sparse nel suo territorio".
Altro ingrediente comune ai nuovi vaccini e' lo squalene, noto come sostanza che puo' provocare l'artrite reumatoide. E i ricercatori oggi associano l'uso dello squalene alla cosiddetta “Sindrome della Guerra del Golfo” che ha colpito migliaia di soldati americani con danni irreparabili al sistema immunitario, compresi sclerosi multipla, fibromialgia e, appunto, l'artrite reumatoide.
Passiamo al secondo produttore, la Baxter International con casa madre a Chicago e una sede anche in Italia. Non si conoscono ancora fino in fondo le sostanze presenti nel nuovo vaccino, ma puo' essere utile dare un'occhiata a quelle che si trovavano nel prodotto contro il virus H5N1 dell'influenza aviaria.
"Le cellule in coltura - si legge nel dossier di Gianazza - sono prese dalla “scimmia verde africana”. I tessuti prelevati da questa specie di scimmie sono stati in passato responsabili della trasmissione di virus, tra cui l'HIV e la poliomielite. La Baxter ha posto una richiesta di brevetto sul processo che utilizza questo tipo di coltura cellulare per la produzione di quantita' di virus infettivi, che vengono poi inattivati con formaldeide e luce ultravioletta".
Passiamo al terzo colosso, l'elvetica Novartis International AG con sede a Basilea e una propaggine in Italia, a Torre Annunziata, ai margini del fiume Sarno, il corso d'acqua tristemente famoso per essere uno fra i piu' inquinati d'Europa. Ed e' proprio dalla Novartis che l'Italia avrebbe acquistato le sue dosi di vaccino anti-suina. Al pari della Baxter, la corazzata elvetica sta utilizzando una linea cellulare di cui e' proprietaria (analoga a quella della scimmia verde) per far crescere i ceppi del virus, invece delle uova di gallina, come si era sempre fatto finora. Cio' permette all'azienda di ridurre drasticamente il tempo necessario per iniziare la produzione del vaccino, che ha preso la denominazione ufficiale di “Focetria”.
Anche qui non mancano additivi come la formaldeide e il bromuro dicetiltrimetilammonio, un disinfettante utilizzato per sterilizzare utensili.

PARTICELLE KILLER
Altro allarme e' quello lanciato dall'economista e politologo William Engdahl, collaboratore di testate come Asia Times e autore di libri sulla globalizzazione. A meta' settembre il gruppo indipendente internazionale Global Research pubblica un articolo in cui Engdahl rivela la presenza di nanoparticelle nei vaccini per l'influenza H1N1. "Ora e' saltato fuori - si legge - che i vaccini approvati per essere utilizzati in Germania e nei paesi europei contengono delle nanoparticelle in una forma che e' risultata attaccare cellule sane e che puo' essere mortale".
Il sistema era stato messo a punto nel 2007 dai ricercatori dell'Ecole Polytechnique Fe'de'rale de Lausanne i quali, in un articolo pubblicato sulla rivista Nature Biotechnology, avevano spiegato: "queste particelle sono cosi' sottili che, una volta iniettate, nuotano nella matrice extracellulare della pelle e vanno di filato ai linfonodi. Entro pochi minuti raggiungono una concentrazione di cellule D migliaia di volte maggiore che nella pelle. La risposta immunitaria puo' essere quindi estremamente forte".
"C'e' un solo - obietta Engdahl - piccolo problema: i vaccini che contengono nanoparticelle possono essere mortali o, come minimo, causare danni irreparabili per la salute". Le particelle di nanodimensioni - viene spiegato - si fondono con le membrane del nostro corpo e, secondo studi recenti condotti in Cina ed in Giappone, vanno avanti a distruggere le cellule senza sosta. Una volta che hanno interagito con la struttura cellulare, non possono piu' essere rimosse.
"Dopo lo scandalo dell'amianto - incalza Engdahl - e' stato appurato che particelle di dimensione inferiore ad un milionesimo di metro, per la loro enorme forza attrattiva, penetrano in tutte le cellule distruggendo tutte quelle con le quali entrano in contatto. E le nanoparticelle sono ben piu' piccole delle fibre di amianto. Prove effettuate a Beijing dimostrano gli effetti mortali sull'uomo".
L'European Respiratory Journal, autorevole periodico destinato a medici ed operatori sanitari, nel numero di agosto ha pubblicato un articolo intitolato "L'esposizione alle nanoparticelle e' correlata con il versamento pleurico, la fibrosi polmonare ed il granuloma". Si riporta quanto avvenuto nel 2008 a sette giovani donne ricoverate presso il Beijing Chaoyang Hospital. Di eta' fra i 18 ed i 47 anni, erano state esposte a nanoparticelle per un periodo dai 5 ai 13 mesi sul posto di lavoro. Analoghi i sintomi: dispnea, versamento pleurico, liquido nei polmoni, difficolta' respiratoria. Gli esami hanno confermato che le nanoparticelle avevano innescato nei polmoni infiammazioni e processi di fibrosi, con presenza di granulomi nella pleura. Il microscopio elettronico ha permesso di osservare che le nanoparticelle si erano collocate nel citoplasma e nel nucleo delle cellule epiteliali e mesoteliali dei polmoni.
"Il fatto chel'Organizzazione mondiale per la sanita', l'European Medicines Evaluation Agency ed il German Robert Koch Institute permettano oggi che la popolazione venga iniettata con vaccini ampiamente non sperimentati contenenti nanoparticelle - e' la drastica conclusione di William Engdahl - la dice lunga sul potere della lobby farmaceutica sulle politiche europee".

Memores Domini

dal sito di cl

’Associazione Memores Domini riunisce persone di Comunione e Liberazione
che seguono una vocazione di dedizione totale a Dio vivendo nel mondo.
I fattori portanti nella vita dei Memores Domini sono la contemplazione,
intesa come memoria tendenzialmente continua di Cristo, e la missione,
cioè la passione a portare l’annuncio cristiano nella vita di tutti gli uomini.

Il Memor Domini "è un laico che liberamente vive una esistenza totalmente immersa nel mondo con una totale responsabilità personale" (Memores Domini – Intervista a Monsignor Luigi Giussani) e che si impegna alla missione vivendo il proprio lavoro professionale come il luogo della memoria di Cristo, traducendolo, cioè, in offerta.
Gli associati intendono seguire una vita di perfezione cristiana praticando i consigli evangelici “sintetizzabili nelle categorie in cui, tradizionalmente, la Chiesa riassume l’imitazione di Cristo. L’obbedienza, nel senso che lo sforzo spirituale, la vita ascetica, sono facilitate e autenticate da una sequela. La povertà, come distacco da un possesso individuale del denaro e delle cose. La verginità, come rinuncia alla famiglia per una dedizione anche formalmente più totale a Cristo” (Intervista citata)
I Memores Domini – chiamati anche “Gruppo adulto” - praticano vita comune in case il cui scopo, sostenuto dal clima di silenzio, dalla comune preghiera e dalla condivisione fraterna, è l’edificazione vicendevole nella memoria in vista della missione.

I Memores Domini hanno avuto origine a Milano nell’anno 1964, nell’ambito dell’esperienza di Gioventù Studentesca.

Dopo essersi diffusa in varie Diocesi, l’Associazione venne eretta canonicamente dal Vescovo di Piacenza, Mons. Enrico Manfredini, il 14 giugno 1981. Sette anni dopo, l’8 dicembre 1988, i Memores Domini vennero approvati dalla Santa Sede, che riconobbe loro personalità giuridica come “Associazione ecclesiale privata universale”.

I Memores Domini sono presenti in 31 nazioni oltre l’Italia

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Da: http://blog.brunovergani.it/
Perché pubblicare questa testimonianza su internet?
Se guardo indietro la passività è stata per me condizione primigenia.
Per giustificarla ho nel tempo costruito un percorso avventuroso, un personaggio di animo sensibile e profondo, alla ricerca di un senso nella vita.
Oggi qualcosa è radicalmente cambiato in me: non mi va più bene. Non sopporto più la mia passività. Questo è un tema molto interessante che Richiama Rilke, Hesse, Nietsche. Diventare ciò che si è. Uscire dalla passività, dalle costruzioni ideologico-religiose che nascondono un mero desiderio di protezione, ed affrontare la vita. Per questo ho iniziato da tempo un percorso artistico con scritti ed immagini dove sono protagonista e Memorie di un ex monaco è parte di questo percorso. L’ho pubblicato per ergermi di fronte al mondo, pacatamente orgoglioso di essere ciò che sono.
perché oggi?
Per due motivi. Il primo intimo: Il frutto per maturare necessita del suo tempo. Oggi, le scelte di una passività culturalmente e spiritualmente "alta" fondate non tanto su un lento e libero disvelamento quanto su una dolorosa necessità iniziale, si stanno in me sgretolando.
E per una urgenza sociale: Il pensiero che, se non fossi andato via, potrei essere ancora lì connivente con l’attuale classe dirigente italiana, per la contiguità di CL con la stessa, mi fa rabbrividire e mi ha spinto ad espormi.
dove hai rappresentato finora il monologo teatrale tratto dal testo letterario “memorie di un monaco”?
Dieci annni fa il drammaturgo e regista teatrale Vincenzo Todesco, mi ha guardato in faccia e d’istinto mi ha proposto di mettere in scena “l’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett da lui diretto ed io, d’istinto, ho detto di si. Da lì, grazie a Todesco, è iniziato il mio percorso artistico. E’ un percorso un po’ zen, dove non si cerca il consenso ma la verità. Non ho sentito l’urgenza di intraprendere la carriera artistica, preferisco essere libero da qualsiasi condizionamento. Per campare faccio l’erborista, una bellissima professione. Da dieci anni ogni anno metto in scena un monologo. Negli ultimi anni miei testi piuttosto autobiografici. La prima messa in scena è di solito anche l’ultima. La rappresentazione come ripetizione esula dai miei interessi. Memorie di un ex monaco è stato rappresentato l’ultima estate all’interno di un trullo in Puglia. Un uomo su una sedia racconta e tace (talvolta le pause raccontano più delle parole). Addetti ai lavori apprezzano le rappresentazioni. Quest’anno hanno assistito Marco Baliani, Marco Bechis e Carlo Formigoni.
chi, di quelli che conoscevi negli anni 70 ha fatto carriera, dentro il movimento e nel mondo?
Non mi risulta si faccia carriera in CL, esistono responsabilità che dovrebbero essere vissute come servizio. I nomi non mi interessano, mi sa di gossip e qui stiamo parlando di faccende terribilmente importanti.
come vengono "scelti" i memores che fanno carriera o acquisiscono posizioni di visibilità nel movimento (es. formigoni, lupi, ecc)?
Ai miei tempi per capacità e competenze specifiche, suppongo sia ancora così.
c'era un indirizzamento politico?
L’anticomunismo a tutti i costi.
come si diventa capo della casa dei memores?
Per una valutazione del Direttivo che applica criteri che francamente ignoro.
chi era il ragioniere priore con conto segreto a vaduz?
Lo si può leggere su “Repubblica” Inchiesta Oil for food.
credi che la tua esperienza sia isolata?
Si. Ci vogliono le palle per emanciparsi da costrizioni del genere.
quali erano gli umori della casa e la vita con gli altri memores?
Un gruppo di uomini che non si sono scelti ma che vivono tutti i giorni insieme, rinunciando al sesso e alla paternità. Che accettano una assoluta dipendenza ontologica da un altro uomo, un superiore che gli rappresenta cristo stesso, che si traduce nel chiedergli sistematicamente “posso?” anche su scelte o dettagli insignificanti. Che danno i soldi del proprio lavoro al gruppo. O cristo esiste davvero e ti dona una struttura affettivo ormonale dell’altro mondo o impazzisci. Io stavo male.
Anche se l’essere aggiornato riguardo il bollettino medico degli attuali Memores non è, al momento, mia urgenza esistenziale, ho ricevuto numerose mail di appartenenti a CL che mi rassicurano: le cose stanno diversamente da quanto avevo testimoniato di me stesso e garantiscono che tutti stanno piuttosto bene.
perché andato via?
Un malessere profondo, financo fisico nel tradire la mia natura, direi la mia vocazione di uomo.
conosciuto don Giussani?
In "memorie di un ex monaco" racconto una micro storia personale, sullo sfondo si scorge il contesto sociale milanese degli anni '70 di cui voglio fare cenno per spiegare come funzionavano le cose e il mio rapporto personale con Don Giussani. Il materialismo ateo, così si chiamava tutto quello che non riconosceva cristo e la sua chiesa come centro della storia, era piuttosto dilagante a tutti i livelli. Ripensandoci oggi all'interno di questa galassia eterogenea era presente, insieme ad una minoranza ideologicamente miope e violenta, un umanesimo onesto e profondo. Don Giussani non la vedeva così e col suo temperamento focoso ha fatto fronte all'emergenza drasticamente. La casa brucia, diceva, anzi urlava. E se la casa bruciava mica si poteva andare per il sottile, mica si poteva dialogare con i presunti piromani, mica si potevano aspettare le indicazioni di un magistero ecclesiale dormiente e tiepido. Urgeva che l'avvenimento chiesa potesse sopravvivere fuori dalle sagrestie, che non fosse relegato a dimensione intimistica ma presente e protagonista assoluto nella storia e nella società a qualsiasi costo, anche quello di utilizzare il bisogno di senso esistenziale di ragazzi sensibili per farli diventare, a fin di bene, militanti obbedienti per la nobil causa. Dinamica accaduta, con le debite proporzioni, anche nella sinistra estrema con conseguenze nefaste. Don Giussani, con la bontà nel cuore, ha fatto questo. Occorreva agire con urgenza. Non si poteva star lì a perdere tempo nel rispettare la sensibilità del singolo che entrava nel movimento, nell'accoglierlo così come era, con la sua personalità e espressioni. Serviva manovalanza attiva per spegnere l'incendio, così siccome il fine giustificava i mezzi questi ragazzi sono stati programmati all'obbedienza militante me compreso. Io mi ero innamorato di Don Giussani, come si innamorano gli adolescenti sani ad una proposta forte e totalizzante. Ancora oggi se leggo alcuni suoi interventi li avverto condivisibili e coinvolgenti. Ma proprio obbedendo a quelle parole affascinanti mi sono ritrovato nel supplizio dell’obbedienza. Cercavo un senso esistenziale e mi sono ritrovato a distribuire volantini contro il divorzio, ad obbedire a persone che mai avrei frequentato, a dare tutto me stesso per appoggiare la campagna elettorale di tizio e caio che nulla centravano con il significato dell'essere, con lo svelarsi del sacro, con i motivi di fondo per cui avevo abbracciato una dedizione totale a dio. Una teoria ineccepibile e affascinante che poi mi conduceva nel quotidiano in un labirinto per me disumano e Don Giussani ne è stato responsabile.
qual era il fascino dell'obbedienza?
Un fascino teorico ma potente: la possibilità di emanciparsi da se stessi. Un io detronizzato che abbraccia l’Assoluto diventato carne e così, fusi in questa alterità, potersi percepire definitivamente liberi dalla finitudine. Poi di fatto l’obbedienza era di uomini ad altri uomini che, a loro dire, rappresentavano l’Assoluto stesso. Un bell’equivoco.
perchè tanti giovani oggi aderiscono al movimento?
Se ti arriva la notizia che Colui che ha fatto tutto ha preso un corpo e ti invita a cena sarebbe stupido non accettare.
era facile fare proseliti?
Quando la proposta è totalizzante e con un pizzico di esaltazione i giovani accorrono.
che tipo di incontri "politici e culturali" frequentavate?
Incontri nell’ambiente sociale, nella politica e nelle istituzioni a partire dalle indicazioni del Magistero ecclesiastico. No al divorzio. Punire penalmente una donna che abortisce. No al marxismo. No al preservativo. Si alla scuola cattolica sovvenzionata dallo Stato e così via. Quando arrivavano le indicazioni dall’autorità si obbediva nel sostenerle e divulgarle ad oltranza senza grado di dubbio e senza rispetto per la ragioni altrui. Non si considerava se era saggio vietare l’uso del preservativo nel terzo mondo, od era opportuno sanzionare penalmente una donna che abortiva. In quegli anni non esistevano tecniche medicali di rianimazione come le attuali, tanto sofisticate da differire il momento della morte, così potevi congedarti senza chiedere il permesso al vescovo. Non si rifletteva ma si obbediva, in quanto la dottrina sociale dell’autorità ecclesiastica era la volontà di Dio stesso. E Dio ne sapeva sicuramente di più della mia piccola mente. Quindi si obbediva cercando di far proprie le ragioni di fondo che motivavano le indicazioni della Chiesa e se le ragioni non si trovavano si obbediva lo stesso, utilizzando stratagemmi retorici e ogni mezzo disponibile per modificare la società alle direttive avute.
come si entrava nei circoli di potere politico in Cl?
Non lo so non ci sono mai entrato. Ero un manovale della base.
memores mediamente colti? buona istruzione?
Si. Le università sono le roccheforti.
casa di sofferenti, evidenti problemi di salute.
Statisticamente, rispetto alla media italiana, ricordo di si. Io tra questi.
quanto tempo rimasto?
Tra movimento di CL e monaci una decina d’anni. Proprio quelli della mia formazione umana. Se non sono venuto troppo male forse qualche merito glie lo devo riconoscere.
chi esce rimane nel movimento?
Nel Memoriale ho scritto: “Andato via una mattina. A freddo. Rapido. Senza preavviso. Dopo una notte un po’ insonne dove, tirando onestamente le somme, ho concluso che la Chiesa e forse anche Dio erano una invenzione umana, una cattiva idea.” Siccome non sono parole di un intellettuale illuminista, si può comprendere quanto sia umanamente devastante una simile esperienza. Comprendo chi va via dal gruppo monastico ma rimane ciellino. Io non sono riuscito, mi sarei sentito disonesto con me stesso, ma comprendo chi sia rimasto.

hanno saputo della tua testimonianza pubblicata. come hanno reagito?

Prima di pubblicare il memoriale l’ho trasmesso per conoscenza all’attuale responsabile dei Memores, con il quale avevo avuto un buon rapporto. Mi ha risposto parole di vicinanza umana e di augurio spero sincere, che ho apprezzato e che condivido. Per il resto dei messaggi a me personalmente diretti di appartenenti a CL che hanno preferito non esporsi nel blog. Rispettosi, non di rado arguti e a tratti sinceramente vicini al mio percorso umano hanno contribuito ad un confronto costruttivo. Punto contestato è stato come ho descritto l'obbedienza all'autorità. Contenti loro.

in che modo questa esperienza ha cambiato il tuo rapporto con la fede?

Con la fede non si ha un rapporto. O c’è o non c’è. In Dio quello della rivelazione non ci credo più. Credo in una vocazione umana, in un Destino al quale preferisco non dare nome.

frammenti del testo teatrale

La comunità monastica era ispirata alla regola di San Benedetto e formata da piccoli nuclei di otto, dieci elementi dislocati prevalentemente in anonimi appartamenti metropolitani. Era il modello di quegli anni, non so se le bande armate avessero copiato noi o noi loro. Fedeli al “ora et labora”, che metodologicamente significa prega lavorando e lavora pregando, si lavorava all’esterno della casa facendo i lavori che fanno tutti. Nessuna veste particolare, nessun distintivo. All’interno di ogni casa un responsabile: il capo casa. A coordinare le case un Direttivo guidato da un abate: il Vecchio. Detto così sembra una confessione di Buscetta, ma non trovo altro modo per spiegare la struttura dell’organizzazione.
La povertà consisteva nel non possedere nulla di proprio, in quanto proprietà è un'estensione della personalità. Lo dice anche “Il Bolscevico”, il quotidiano maoista che leggeva mio figlio. La rinuncia a possedere materialmente, a livello personale, era un atto di rinuncia a se stessi che il vangelo comanda a coloro che cercano la perfezione cristiana, ma siccome la regola diceva, che bisognava lavorare nel mondo, il profitto derivante dal lavoro lo si versava interamente nelle cassa comune, così personalmente si rimaneva poveri. Quanto versato nella cassa comune serviva per le spese generali della casa e il vitto, il settanta per cento che avanzava veniva devoluto al Direttivo. C’era un piccolo budget per le spese personali che, siccome era concesso fumare, io spendevo in sigari. Toscani extravecchi.
[...]
Quanto mi beccavo una latrata ne prendevo nota e il giorno dopo nella medesima situazione, provavo a comportarmi con il superiore in modo opposto. La latrata arrivava identica e puntuale come quella del giorno precedente. Stesso tono, stesse parole, medesimo volume della voce. La faccenda incominciava ad appassionarmi, così ho indagato a fondo e con scrupolo provando, giorno per giorno, decine e decine di comportamenti diversi nello stesso contesto, proponevo tutte le variabili di cui ero capace e regolarmente il feedback del capo era l’identica latrata. indipendentemente da quanto dicevo, facevo, avvertivo, indipendentemente dal significato che attribuivo alle situazioni, i miei sentimenti, pensieri e messaggi venivano spogliati di validità. Alla fine dell’esperimento ho compreso quanto fossero per me vantaggiosi i modi di fare del capo casa, che con la sua mirabile costanza nel massacro sistematico mi permetteva in quell’olocausto provinciale di non attaccarmi alla logica, alla coerenza e al buon senso, infidi alibi per non emanciparmi dall’egoiga personalità. Una dipendenza ontologica. Io non esistevo. Dipendevo dall'altro per esistere.
[...]
Per contattare la presenza del Dio incarnato, morto, risorto e che si è sciolto in tutto dovevo obbedire al capo casa, un ragioniere brianzolo alto con labbra grandi. Miope. La mattina quando si svegliava dopo le lodi, che sono le preghiere del mattino, prima di bere il caffè, si ricreava appoggiando il suo pollice destro sull’occhio del primo subalterno che gli capitava schiacciando con forza. A me faceva male ma a lui piaceva. Io sopportavo perché, siccome lui era per me Dio, la pratica della pressione oculare, in qualche modo, faceva parte della regola. Visto che al capo piaceva giocare a carte e il calcio, quando avevamo tempo libero si giocava a carte o si andava a vedere la “Domenica Sportiva” in casa dei suoi genitori. Non ero entusiasta, ma era sempre meglio di un dito nell’occhio e poi come dire di no alla presenza storica di Dio nella mia vita? Non era una persona cattiva, solo che gli piaceva di tanto in tanto insultare i subalterni e schiacciargli gli occhi. Sono più di trent’anni che non lo incontro, ma proprio ieri ho letto di Lui su “Repubblica” . Il ragioniere brianzolo, alto con grandi labbra e miope, che era il mio priore, a dire di un pubblico ministero, ha negato l’innegabile quando interrogato ha risposto: “Non ho alcun conto in Svizzera con la denominazione Paiolo, ne sono beneficiario economico di altri conti esteri”. Agli atti, invece, risulta una rogatoria che lo indica cotitolare di ”un conto societario aperto a Vaduz”. Non si trova, quindi, nei guai per aver schiacciato gli occhi ad un novizio, ma per l’inchiesta “Oil for food”, roba di consulenze pilotate, fondi neri e ipotesi di tangenti dove il mio ex priore, che attualmente collabora con il governatore della sua regione, è rimasto coinvolto.
[...]
E’ trascorso molto tempo da quella mattina che ho fatto le valigie e sono andato via. Non so se nel frattempo le cose lì siano cambiate, ho però notato che quel confratello che prima era un giovane politico, che non trovava spazio in nessun partito, oggi è il governatore della più ricca regione italiana, il fatto è tuttavia moralmente irrilevante in quanto i monaci, pur avendo accettato il voto di povertà, possiedono le cose in un modo completamente diverso, essi vivono come se non avessero niente pur possedendo tutto. I giovani preti con i quali scherzavo in semplicità adesso sono vestiti di rosso come a carnevale e portano strani copricapi. Alcuni sono vescovi, un altro cardinale che ha rischiato di diventare Papa.

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