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Guerre globali

Presidio: CHIUDIAMO LA BASE MILITARE DI CAMERI !!! CHIUDIAMO LA CASERMA BABINI DI BELLINZAGO !!!

01/10/2009 - 18:00
01/10/2009 - 23:00
Etc/GMT+2

CENTO ANNI SONO ANCHE TROPPI

- - CHIUDIAMO LA BASE MILITARE DI CAMERI !!!

- - CHIUDIAMO LA CASERMA BABINI DI BELLINZAGO !!!

- - Due centri di tecnologia avanzata in interventi militari per le

missioni di guerra (Afghanistan).

Denunciamo la falsità della propaganda di regime sulle ricadute economiche e occupazionali nel territorio novarese.

Pochi posti di lavoro in cambio di morte e distruzione.

Basta con il progetto del cacciabombardiere F 35 che sottrae dalle tasche degli italiani 16 miliardi di euro per future guerre di aggressione.

Responsabili di questo piano criminale sono stati i precedenti governi di centrosinistra e l’attuale governo Berlusconi.

Chiediamo che sui territori delle due basi militari siano costruite una centrale fotovoltaica (la pista di Cameri), e alla Babini il centro per la produzione dei manufatti (pannelli solari) per la messa in funzione e controllo dell’impianto.

Solo liberando i centri di produzione di guerra scaturirà un percorso di pace, di produzione di energia a basso costo salvaguardando l’ambiente migliorando le condizioni di vita della popolazione e del territorio circostante.

Queste sì sono le ricadute positive che auspichiamo.

- - BASTA GUERRA

- - NO ALLA FABBRICA DELLA MORTE

- - NO F-35

Assemblea Permanente No F-35

Per info: info@nof35.org > www.nof35.org > myspace.com/nof35 > ci trovi anche su facebook

Giovedì 01 ottobre 009

A NOVARA

PRESIDIO: in p.zza Puccini (a lato teatro Coccia),

a partire, dalle ore 18.00 alle ore 23.00.

Nel giorno in cui la banda musicale dell’Aeronautica Militare terrà un concerto sinfonico al teatro Coccia, incluso in un fitto programma per le celebrazioni del Centenario dell’aeroporto militare di Cameri.

Con l’esibizione finale domenica 04 ottobre all’aeroporto militare dei CACCIABOMBARDIERI della MORTE TORNADO e EUROFIGHER.

Pedagogia di guerra/2: la guerra e (lo sfruttamento de)i bambini

autore: 
mk
image1: 
simone_valente_basco.jpg

"In questo momento l'Italia in Afghanistan e' in missione di guerra e non di pace. Non ha piu' militari che costruiscono ponti e distribuiscono caramelle, ma la Folgore e altri appartenenti a corpi speciali che non sono in quel luogo per la pace. Gli italiani stanno facendo la guerra in Afghanistan."
(Maso Notarianni, direttore di PeaceReporter e membro del consiglio direttivo di Emergency)

stiamo tornando alla guerra, al nazionalismo, al patriottismo, al fascismo: tutte BUGIE utili al Potere che distruggeranno noi, il nostro paese, le nostre vite.
il piccolo Simone con il basco del papà è riuscito a far perdere il lume della ragione anche a Sofri, che ricorda commosso i bimbi afghani uccisi dal terrorismo ma dimentica quelli uccisi nel conflitto, ossia dai "buoni"... la sua forse è soltanto umana debolezza, che finisce però per tornare utile al Potere. invece di commuoversi per il soldato "buono" e per il figlio "buono" col basco in testa, perchè non inorridisce per le vittime civili innocenti provocate da USA e NATO nella cosiddetta "guerra al terrore" in Afghanistan? sono difficili anche da guardare...ma non è certo questo il motivo per cui non ce le mostra nessuno!!!

QUESTA è ragionevolezza, consapevolezza:
"Simone, due anni, ignaro di quello che succedeva attorno a lui, era al suo posto, perché un bambino deve stare in braccio alla mamma. Solo una cosa era fuori luogo e, per me, costituisce il segno della perdita della ragione: il berretto da parà in testa a Simone.
Quella immagine è terribile perché proietta la pazzia degli adulti nel mondo e nell’immaginario dei bambini perché li usa per alimentare la commozione e condizionare il mondo infantile degli adulti.
Quel berretto da parà in testa a Simone è un’ipoteca sul suo futuro perché lo trasforma in simbolo che continua la «missione» del padre. Crescendo ne resterà schiacciato e non potrà uscirne perché gli adulti irresponsabili lo hanno caricato di un compito che è la sua condanna."

QUESTA, invece (l'esatto opposto delle parole di Farinella), è FOLLIA PURA. quella verso la quale ci stanno conducendo:
"Il papà di Simone è morto in guerra, in una guerra giusta, onorevole, necessaria (???). E quand’anche fosse guerra sbagliata nei metodi di conduzione e infarcita di errori di strategia, questo non muta di un millimetro e di un grammo la sostanza della guerra per il cui il papà di Simone era partito. (...) Vanno a combattere e talvolta morire non solo per gli afghani, di cui la gente in fondo se ne frega, ma per la gente, quella italiana. Quella che grida “ritirateli” pensando di onorare la memoria dei soldati e invece così facendo i soldati li tradisce e ferisce. Quella gente da cui esce quello che grida: «Pace subito» ai funerali, pensando di essere testimone dell’unica buona causa e difensore di ultima istanza della vita dei soldati e invece è un disperato che non sa e non vuole sapere non solo cosa è davvero la guerra ma anche cosa è davvero la pace(???). (...) Gli dovremmo a Simone, gli avremmo dovuto una città piena di bandiere tricolori alle finestre(???), bandiere che invece a Roma non c’erano."

Pedagogia di guerra: Dio, patria, famiglia, realtà

autore: 
mk
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cazzone.jpg

Dio, patria, famiglia, realtà
di Giuseppe Caliceti

Dopo il ritratto di Gelmini come un San Sebastiano trafitto dalle polemiche firmato da Galli Della Loggia, ieri dal Corriere della Sera arrivano le parole di stima al ministro attraverso la penna di Aldo Cazzullo.

“Quando la settimana scorsa Mariastella Gelmini ha denunciato, in un’intervista al Corriere, la persistenza di aree di militanza politica nella scuola, si sono levate contro di lei molte critiche. Ora appare chiaro che il ministro non aveva torto. Di cosa si sarebbero macchiati alcuni docenti italiani? Di aver gridato pace subito o ritiro delle truppe?”

No, di non aver fatto osservare in modo compatto ai propri studenti il minuto di silenzio per i soldati morti. E così Cazzullo usa morti e bambini per difendere Gelmini. E ci da una lezione di pedagogia di guerra. E si rammarica perché la scuola riesce a trasformare anche un’occasione di unità nazionale in un punto di divisione e si ostina a leggere qualsiasi vicenda attraverso le lenti della politica, peggio ancora dell’ideologia.

Forse sarebbe meglio che Cazzullo lasciasse stare i morti e i bambini. E ci dicesse piuttosto se trova naturale – o troppo politico o ideologico – che oggi, già alle elementari, un bambino italiano non sappia il nome del Papa o del presidente della Repubblica ma quello di Berlusconi. Accadeva così solo in un altro periodo storico dell’Italia.

Bello riempirsi la bocca con parole come Dio, Patria, Famiglia. Importanti, per carità. Ma solo se calate nella realtà, altrimenti restano esercizi di retorica.

Posso assicurare a Cazzullo che, scendendo nella trincea della scuola primaria italiana di oggi, ci si accorge per esempio che ci sono tante famiglie molto diverse da quelle che abbiamo in mente. E bambini che credono in religioni differenti. E gli stessi concetti di “patria” o di “unità nazionale”, o semplicemente di “nazione”, almeno per come forse lo si aveva in mente nel primo dopoguerra, oggi sono assolutamente sorpassati dalla realtà.

Bisognerebbe riflettere sulla frase di un mio ex alunno extracomunitario: “forse se non ci dicevano che eravamo tutti nati in nazioni diverse sarebbe stato più facile vivere e andare d’accordo”.

L’editorialista del Corsera ha scritto anche, riferendosi al dolore provato dai familiari dei soldati morti nella basilica di San Paolo, che quel dolore è stato la migliore delle lezioni. E anche i piccoli l’hanno capita benissimo. Ecco, speriamo che il futuro non ci riservi una scuola in cui la migliore delle lezioni che possiamo dare a un bambino o a un ragazzo sia la morte di un padre in missione di pace (o di guerra). Non credo sia questo il mondo che i cittadini italiani di domani, ma anche i loro genitori e docenti di oggi, si augurano per il loro futuro né per quello dei loro figli.

(Questo articolo è uscito su Il Manifesto del 24 settembre 2009)

http://www.ilprimoamore.com/testo_1578.html

~WILL THE POPE NOW PLEASE HELP RESCUE OUR 45 MILLION POOR AMERICANS ~

autore: 
LAWYERS FOR POOR AMERICANS

**WEALTH~CARE FOR ALL THE HEAVILY INVESTED INTERNATIONAL AND AMERICAN BILLIONAIRES IN THE CURRENT U.S.HEALTH FOR THE WEALTHY SYSTEM WILL NOT END ANYTIME SOON... IT WILL ONLY BE RE~ARRANGED TO MAKE SURE ALL THESE MEGA CAPITALISTS PROSPER IN JUST ANOTHER FASHION **

THE FINE ART OF DENYING 45 MILLION AMERICANS HEALTH~CARE IN OUR JUDEO~CHRISTIAN NATION IS NOT RACIST AT ALL... IT'S JUST OUR BEHIND THE SCENE WEALTHY ELITE CITIZENS USING THEIR TREMENDOUS WEALTH TO DIRECTLY INFLUENCE OUR U.S. CONGRESSIONAL REPRESENTATIVES IN KEEPING ALL THE little poor folk down *

AMERICAN RELIGIOUS LEADERS ALL ACROSS THE USA HAVE ALWAYS BEEN ABLE TO COUNT ON THEIR RELIGIOUS FLOCK TO CONTRIBUTE(TITHE)THEIR HARD EARNED MONIES TO THEIR MINISTRIES EVERY WEEK.

THE MAJORITY OF AMERICANS ATTENDING RELIGIOUS SERVICES IN THE U.S. ARE MIDDLE~CLASS AND WORKING POOR CITIZENS WHO NOW DESPERATELY NEED THE HELP AND SUPPORT FROM THESE SAME U.S.RELIGIOUS LEADERS IN LOBBYING THE U.S.CONGRESS TO PROVIDE PROPER HEALTH~CARE FOR ALL POORER AMERICANS.

***THERE ARE CURRENTLY AN ESTIMASTED 45 MILLION MEN WOMAN AND CHILDREN WITHOUT HEALTH~CARE IN THE WEALTHIEST COUNTRY IN THE WORLD????

SILENT AMERICAN RELIGIOUS LEADERS WHO ALL HAVE HEALTH~CARE FOR THEMSELVES AND THEIR FAMILIES IS MUCH MORE FRIGHTENING THEN THE POSSIBLE DENIAL OF A FUTURE HEALTH~CARE PLAN FOR ALL...

LAWYERS FOR POOR AMERICANS
(424-247-2013)

La Provinca schiera i militari in congedo Da Natale alpini, parà e carabinieri delle associazioni d'arma pattuglieranno il

La Provinca schiera i militari in congedo
Da Natale alpini, parà e carabinieri delle associazioni d'arma pattuglieranno il
Per rispondere alle “ronde padane” la Provincia è pronta a reclutare già da Natale alpini, paracadutisti e carabinieri in congedo. La conferma arriva dal presidente del consiglio provinciale Bruno Dapei del Pdl. «Chi ha voluto polemizzare usando il termine ronde in senso spregiativo — spiega — non si rende evidentemente conto di cosa potrà significare, per la sicurezza dei cittadini residenti nella provincia, un protocollo di intesa con gli alpini e i rappresentanti di altri corpi militari come quello al quale stiamo lavorando. Il decreto Maroni ce ne dà la possibilità. Si tratta di persone esperte, radicate al territorio e con un forte senso di appartenenza, che hanno dato la loro disponibilità a pattugliare il territorio».

Del progetto, naturalmente, è stato informato l’assessore provinciale alla Sicurezza della Lega Stefano Bolognini, ma appare evidente che la scelta di Palazzo Isimbardi è quella di considerare quelle “militari” ronde buone, da contrapporre a quelle annunciate dal Carroccio ma finora non ancora ufficialmente entrate in servizio.

L’ipotesi della Provincia è piaciuta al generale di Brigata dell’e sercito Camillo de Milato che, però, precisa subito: «Non si tratta assolutamente di ronde, ma semplicemente di compiti di protezione civile. Non siamo noi dell’esercito che possiamo ordinare alle associazioni cosa dovranno fare, ma la Provincia. Saranno coinvolti gli alpini in congedo che sono suddivisi in trentotto comuni della provincia, l’associazione dei paracadutisti di Cinisello Balsamo e tre nuclei dei carabinieri in congedo che già operano nel campo della protezione civile».

Anche Giorgio Urbinati, presidente dell’associazione che raggruppa un centinaio degli alpini in congedo da Vigevano a Giussano, prende le distanze dalle cosiddette ronde politiche. «Finora i nostri compiti sono sempre stati prestare soccorso a popolazioni colpite da alluvioni o calamità. Senza un riconoscimento, però, non possiamo fare prevenzione, ma solo intervenire dopo. Quindi non possiamo impedire che si commettano atti che producono danni al territorio. Non ci interessa avere compiti di sicurezza, ma di educazione. Gli alpini sono abituati a non perdere tempo, se uno non capisce ancora dopo tre volte che gli spiegano cosa deve fare, piuttosto preferiscono farlo loro. Non abbiamo la pazienza dei vigili».

Il peso della morte in Afghanistan

autore: 
Fabio Sallustro
image1: 
Civili.jpg

Ho aspettato il giusto, il tempo che si placassero gli animi.

Troppo facile qualche giorno addietro parlare di Afghanistan e chiedere il ritiro delle truppe.
Troppo facile invocare l'amor patrio quando chi ci esorta in tal senso spesso ha le mani sporche di sangue.

Adesso sono trascorsi alcuni giorni e scopro che la rabbia non è mutata di una virgola.
Mi rendo conto che il giorno dei funerali di stato, osservando la bandiera italiana esposta su alcuni balconi, sono restato disgustato.
Cercherei termini più mediati se solo rispecchiassero il vero.
Ma non è così: io quella bandiera l'avrei nascosta.
L'avrei celata, dimenticata e se necesserio l'avrei anche bruciata.
Pur sapendo che bruciare la bandiera per molti è peggio che uccidere.

Dunque siamo arrivati al punto di essere anti-italiani se chiediamo un ritiro.
Niente di nuovo.
Forse, per quanto mi riguarda, in parte è vero.

Negli Stati Uniti Chomsky faceva notare come, in generale, il dibattito sul ritiro delle truppe spesso partisse da premesse dubbie.
I soldati americani morti facevano da unico ago della bilancia nelle scelte di politica estera.
Non era elemento decisivo, se non per pochi, il fatto che si ammazzassero anche civili stranieri nei vari tentativi di esportare la democrazia.

Negli ultimi anni si è intensificata, negli Stati Uniti, una politica militare che genera più morti civili e meno militari.
Gli attacchi aerei sono diventati una sorta di pratica "mantra proteggi militari."
E questo proprio perchè l'opinione pubblica si è dimostrata meno disposta ad accettare la perdita dei propri figli a causa di guerre in luoghi dimenticati o mai conosciuti.
(in tal senso vanno ricordate le polemiche sulla possibilità di fare riprese televisive delle bare dei soldati americani)
Questa politica ibrida che da un lato nascondeva i propri morti e dall'altro diminuiva il loro numero (aumentando quello dei civili) ha funzionato?
In parte si.
Gli Stati Uniti continuano ad esportare democrazia (o come direbbe qualcuno a "perseguire i propri interessi, multilateralmente dove possibile, unilateralmente dove necessario"*) solo che cercano di moderare i malumori dell'opinione pubblica utilizzando il più possibile strategie a costo zero (per i militari).

Gli italiani, da parte loro, provano a fare i cugini poveri.
Una sorta di "vorrei ma non posso".

Ma questa missione come sta andando?
Come dice anche il centro sinistra, non possiamo andare via, siamo andati per fare del bene.
Così gli italiani hanno anche imparato a mettere da parte la loro "proverbiale solidarietà": il problema non sono i morti afghani civili (che gioverebbe ricordare non sono pochi e non muoiono solo per mano dei talebani anzi..).
http://en.wikipedia.org/wiki/Civilian_casualties_of_the_War_in_Afghanist...

Il problema non è la democrazia mai raggiunta (con elezioni farsa che adesso non vengono neanche più citate tanto sono state truccate. Un vergogna che la NATO vorrebbe dimenticare dato che doveva essere uno degli obiettivi cardine).
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=383264

Il problema non sono i diritti delle donne (erosi da prassi e leggi avvallate dallo stesso fantoccio Karzai)..
http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/?id=3.0.3742231128

Il problema sono sei soldati italiani morti.
Sei.

Quando nello stesso attentato sono morti 15 civili afghani che essendo tali, sui nostri giornali, a fatica risultano essere mai esistiti.

Possiamo vedere la foto di Simone con il basco di papà (uno dei caduti italiani).
http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_21/fedrigotti_simone_basco_...

Molti hanno pianto alla vista di quest'immagine.
"Quel basco in testa che stringe il cuore"
Isabella Bossi Fedrigotti merita un plauso per la sensibilità mostrata e per il coraggio espresso ricacciandosi in gola le lacrime davanti ad una simile straziante immagine.

Sono certo che abbia vissuto lo stesso trauma quando ha saputo di una bambina ammazzata dal contingente italiano in Afghanistan ad un posto di blocco.
http://www.zmag.org/blog/view/3272
http://www.zmag.org/blog/view/3127
Behnooshahr, questo è il nome della bambina ammazzata dai militari italiani.
Sono certo che lo ricorderà.

E' finita qua?

No, troppo facile.

Mi riaggancio subito a dei dati, già diffusi.
Dal 1° gennaio all' 11 settembre 2009:
732 morti sul lavoro
183.315 invalidi
732.624 infortuni, in Italia.
Dati Attac
http://www.gennarocarotenuto.it/10530-linfluenza-unarma-di-distrazione-d...

732 morti sul lavoro dal primo gennaio.
Più di due al giorno.
Avete visto funerali di stato ogni giorno dal primo gennaio?
Avete osservato dibattiti prolungati ed accesi sulle norme di sicurezza nei cantieri edili?
Un palazzo in costruzione non è esattamente Kabul eppure ammazza con una puntuale precisione che lascia indifferenti.

Sarà forse il fatto che a morire spesso sono extra-comunitari (o romeni, che per molti è peggio) senza alcun permesso di soggiorno?
Sarà che preferiamo chiudere gli occhi sui nostri morti ammazzati (perchè quando la morte colpisce in modo tanto sistematico e prevedibile e non facciamo niente per fermarla questo è un omicidio) perchè non sono funzionali allo spirito patrio?

Quando giunge un lutto affrontare certi temi, parlare, anche solo esprimere un parere, potrebbe sembrare una mancanza di rispetto.
Gratuita volontà di provocare.
Spesso ci viene detto di interrompere la discussione, ci viene rammentato che bisogna essere uniti e non litigare.
Ci viene detto di fare silenzio.

Manifestazioni di piazza? Non sia mai.
Forse è giusto forse no.

Ma io so che quando non si parla di morte, di occupazione, di civili vittime di guerra... quando non se ne parla
non vuole dire che non stia succedendo.
E coloro che in altri momenti si stracciavano le vesti a comando, invocando il senso della patria, preferiscono tacere.

E' questo il silenzio che ammazza più gente.
Ma questo silenzio non conta.

*Ex-segretario di Stato U.S.A. Madeleine Albright

http://www.zmag.org/blog/view/3698

Altana Pietro: 007 del SISMI che spia centri sociali, IRANIANI, fiscalisti, alta finanza ...

autore: 
Mr. Bean - interceptor®
image1: 
Spy Story Milanofinanza_Pagina_1.jpg

Su Milano Finanza del 15 agosto 2009 è uscito un articolo a firma Marco Gregoretti (che trovate di seguito allegato pdf e ritrascritto) che parla d'un curioso agente “tuttofare” del SISMI (l'ex servizio segreto militare) che spia centri sociali, iraniani, fiscalisti, alta finanza, etc etc.

L'articolo è visionabile al link:

http://www.milanofinanza.it/giornali/preview_giornali.asp?id=1618052&cod...

o anche sul sito del Ministero della Difesa Italiano al link:

www.difesa.it/files/rassegnastampa/090815/13486355.pdf

Titolo:

“Grandi Intrighi. Alla Procura di Genova un archivio dei rapporti tra politica, finanza e servizi segreti. Da cui si scopre che per anni i fiscalisti furono tenuti d'occhio dal SISMI. Con l'aiuto di una potente società armatrice. Spy story sotto la lanterna”.

Ci vorrebbe Pepe Carvalho, il celebre e disincantato investigatore privato inventato dallo scrittore spagnolo Manuel Vasquez Montalban. Solo lui, abituato come è a districare trame dove si incontrano interessi inconfessabili di imprenditori con la faccia pulita, condite da soffiate di giornalisti prestati ai servizi segreti da poliziotti intraprendenti dei reparti speciali, da addetti alle pubbliche relazioni sempre a posto, da montagne di soldi e forse anche da un po' di terrorismo, potrebbe capire la vera intrinseca natura della magica Genova. Sembra, infatti, che sotto la Lanterna da almeno 15 anni, in un parossistico inseguirsi di date, si stiano giocando partite romanzesche, spy story da leggere con gioia sotto l’ombrellone: servizi segreti militari che spiano commercialisti e avvocati d'affari, armatori che usano la propria società come fosse la Cia, tangenti, denunce, blog militanti-militari, querele e finte bombe. Pero, è tutto vero. Gli archivi della Procura della Repubblica di Genova fanno invidia a quelli cosiddetti coperti di Pio Pompa, il potente collaboratore di Nicolò Pollari a capo del Sismi, il vecchio Servizio Segreto Militare.
I fascicoli con documenti riservati, con fotografie, con filmati, con intercettazioni telefoniche e ambientali, con hard disk di computer che scottano, sulla morte in fraq di Fabrizio Quattrocchi e sulla strana storia del Dssa, quel centro studi sul terrorismo accusato di essere una sorta di polizia parallela collegata al Sismi, sono a Genova e costituiscono di fatto un archivio di intrighi tutti collegati. A cui si potrebbe aggiungere quello che sta venendo fuori dalla de-secretazione di pagine giacenti nel dimenticatoio genovese.
Accuse da verificare. Una grande e prestigiosa compagnia di navigazione, la Coeclerici spa, avrebbe funzionato come una centrale di spionaggio e controspionaggio stabilmente agganciata ai servizi segreti, ma anche capace di attivare una rete informativa riservata per battere slealmente la concorrenza negli appalti e nelle commesse internazionali. “Negli anni Ottanta e all'inizio degli anni Novanta”, rivela a MF/Milano Finanza «G-71», un agente proveniente dal Comsubin che aveva già operato all'estero per il cosiddetto Supersid di Vito Miceli e Francesco La Bruna, “usavamo le navi di Coeclerici come copertura per andare a fare operazioni nel Golfo di Guinea. Ricordo che era una donna il nostro riferimento all'interno della compagnia genovese. Non so se fosse la titolare o un alto dirigente”. Nel dicembre del 1994 Coecierici denunciò per spionaggio industriale e intercettazioni telefoniche abusive un giornalista torinese, residente a Genova, collaboratore di alcuni importanti studi di fiscalisti liguri e quindi a contatto con notizie sensiblli e riservate. Infatti, era anche un consulente fisso del Sismi: passava informazioni e a volte era anche mandato in missione, come quando, nel 2004, infiltrato con successo in alcuni centri sociali per cercare connessioni con società iraniane in odore di terrorismo islamico. Pietro Altana ha 49 anni, si professa pacifista al punto da aver fatto 15 mesi di carcere a Gaeta per obiezione di coscienza, abbozza un look militante con codino e in un documento che ha inviato alla Procura della Repubblica di Genova elenca perfino gli studi dei fiscalisti nel mirino dei controlli del Sismi: chissà perché, poi, visto che il servizio segreto militare dovrebbe occuparsi di terrorismo internazionale, finanziamenti off shore, mafia cinese... I casi sono due: o quegli studi sono sospettati di attività pericolosa internazionale o i controlli sono illegittimi.
Per infiltrarsi negli archivi e nei giornali Altana usava (e usa tuttora) diversi pseudonimi. Dal recente Anonymous Remaller a Guglielmo Dabove, quello con cui lo aveva inizialmente identificato la società armatrice genovese. La denuncia del 1994 contro di lui si è trasformata in un potenziale boomerang contro Coeclerici spa e le sue controllate, nonostante i pedinamenti, le perquisizioni a casa e in ufficio effettuate da un intraprendente poliziotto della Digos. Perché il 14 agosto 1998 è il giornalista-spione-investigatore a depositare dai Carabinieri di Bolzaneto, a Genova, una querela denuncia contro i vertici di Coeclerici spa, Coeclerici Logistics spa, Coeclerici Armatori spa, Coeclerici Carbometal spa, il direttore dello studio Banchero & Costa e altri tre personaggi stranieri. Altana accusa tutti di spionaggio industriale, turbativa d'asta, concorrenza sleale.
Anche se la Procura di Genova non ha agito nei loro confronti il documento descrivere la rete informativa e corruttiva che la società genovese sarebbe stata capace di mettere in piedi, dove figurano perfino personaggi di cui si conoscono l’indirizzo e il nome, Jasim, ma non il cognome. O faccendieri come una certo Berdy; con società di catering in India per copertura. La denuncia si riferisce a un contratto che “Coeclerici rincorre da tempo: il contratto denominato Hadeed Lighterage Project (prende il nome dalla omonima società Hadeed - Saudi Iron and Steel Company, che ha indetto la gara). L’ottimismo è palpabile...”.
In effetti c'era l'arma segreta, l'arma letale contro cui i concorrenti in gara per quell'appalto, i norvegesi di Oslo della Torvald Klaveness Konsern As, non potevano nulla: la società di Genova era in grado di avere in anticipo tutti i dettagli dell'offerta di Klaveness. Un mese prima della final commercial dicussion di fine luglio, Coeclerici aveva già in mano le rate offerte da Klaveness, presentate in busta chiusa e sigillata appunto un mese dopo, ad Hadeed. Ecco come cominciava la lettera fax “strettamente confidenziale” di Pino Silvestri, direttore di Banchero & Costa, datata 16 giugno 1998, a Coeclerici Logistics, stando alla denuncia di Altana: “Mi ha appena telefonato Berdy da casa. Mi ha confermato che Hadeed ha chiamato Klaveness il 29 giugno e non 30 giugno. Queste sono le rate che ha offerto Klaveness...”.
È un pezzetto di una grande vicenda, la classica punta dell'iceberg già denunciata due volte, nel 1995 e nel 1996, dal giornalista-agente. Ma ancora non sono del tutto chiari gli sviluppi e i ruoli dei personaggi. Per esempio perché il giornalista-agente si è trasformato in giustiziere finanziario e ora promette nuove rivelazioni su enti pubblici? E adesso che il Sismi non c'è più, Altana-Anonymous Remaller è ancora in servizio?”

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Link correlati:

Altana Pietro: lo 007 del SISMI che spiava i centri sociali (e non solo)
http://piemonte.indymedia.org/article/5620

"ALTANA PIETRO – Giornalista/Agente del SISMI e SISDE - Missiva sconcertante ai vertici di SISMI e SISDE "
http://piemonte.indymedia.org/../article/3566

“Genova – Spy story al pesto - ecco come Coeclerici Spa spiava ”
http://piemonte.indymedia.org/../article/1347

“Mafioso è bello" (parola di COECLERICI) ”
http://piemonte.indymedia.org/../article/1700

“ENI, "codice etico" e Servizi Segreti”
http://piemonte.indymedia.org/../article/5520

“SISMI e IRANIANI - Prima si spiano poi gli si tende la mano. ”
http://piemonte.indymedia.org/../article/5025

“Sull'allontanamento di un losco figuro dal Borgorosso...”
http://italy.indymedia.org/news/hidden.php?id=588723

Honduras,Brasile chiede summit Onu

autore: 
allopatico

Honduras,Brasile chiede summit Onu
"Riunione d'emergenza del Consiglio"

Il Brasile ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza sulla crisi che si è aperta in Honduras dopo il ritorno del del deposto presidente Manuel Zelaya. In un a lettera ai membri del Consiglio di Sicurezza il Brasile ha detto di essere preoccupato "per la sicurezza del presidente Zelaya e del personale e della sede dell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa" dove Zelaya si è rifugiato.

Afghanistan, una guerra costosa e rischiosa

Afghanistan, una guerra costosa e rischiosa

I costi umani ed economici di questa guerra, la ricostruzione che non c'è, il crescente coinvolgimento delle truppe italiane

La guerra in Afghanistan, quella iniziata il 7 ottobre 2001, ha provocato la morte di 21 soldati italiani, 1.400 soldati alleati, 6 mila soldati e poliziotti afgani, circa 25 mila guerriglieri talebani e quasi 11 mila civili afgani (di cui oltre 3 mila vittima degli attacchi talebani e almeno 7 mila uccisi dalle truppe alleate - più di 3 mila civili morirono nei soli bombardamenti aerei del 2001-2002). In totale, quindi, almeno 43 mila vite umane sono state stroncate in otto anni di guerra.
La spedizione militare in Afghanistan è costata finora ai contribuenti italiani oltre due miliardi e mezzo di euro. All'inizio la missione aveva un costo annuo medio di circa 300 milioni di euro, ma oggi - con il progressivo invio di più uomini e mezzi - supera ampiamente il mezzo miliardo (il che significa quasi un milione e mezzo di euro al giorno).
Per la tanto propagandata ricostruzione dell'Afghanistan, l'Italia ha speso finora circa 40 milioni di euro.

Distruggere o ricostruire? Queste cifre, che su scala maggiore sono le stesse per gli Stati Uniti e gli altri alleati, sono il frutto della strategia adottata dalla Nato in Afghanistan, soprattutto negli ultimi anni. Nel dicembre 2007 il capo del Pentagono, Robert Gates, dichiarò che in Afghanistan “la Nato deve spostare la sua attenzione dall’obiettivo primario della ricostruzione a quello di condurre una classica controinsurrezione”. E così è stato. Si è deciso che prima bisognava vincere la guerra e sconfiggere i talebani, e solo poi ricostruire il paese. “Come nella seconda guerra mondiale – spiegava recentemente nel dibattito di Firenze l’analista militare Gianandrea Gaiani – prima si sconfissero i nazisti, poi si ricostruì l’Europa con il piano Marshall”.
“Io non condivido questa sequenza, prima la sicurezza e poi ricostruzione”, gli aveva ribattuto il generale Fabio Mini, ex comandante delle truppe Nato in Kosovo. “Oggi la sicurezza in Afghanistan non è assicurata da nessuno, tanto meno dalle forze militari straniere. Controllare il territorio significa avere il consenso della gente. Noi non potremo mai avere sicurezza fino a quando non sarà garantita la sopravvivenza agli afgani. C’è bisogno di ricostruire l’Afghanistan, anzi, di lasciarlo costruire a chi ha le forze: ai civili. Lasciamo perdere i militari”.

I rischi per i soldati. Fino a tre anni fa le truppe italiane schierate in Afghanistan erano concentrate a Kabul, dove la situazione era ancora molto tranquilla, e non svolgevano azioni di combattimento - se si escludono le forze speciali della Task Force 45 impegnate nell'operazione segreta ‘Sarissa'.
Dall'estate del 2006, con spostamento del contingente stato nelle regioni più ‘calde' dell'ovest, sono iniziati i primi scontri con i guerriglieri talebani, ufficialmente solo ‘difensivi'. Dal gennaio 2009 le truppe italiane, mutate nella loro composizione (non più alpini e bersaglieri ma solo parà della Folgore), cresciute di numero (quasi 3 mila) e dotate di mezzi più aggressivi (carri armati ed elicotteri da combattimenti), hanno ufficialmente iniziato le azioni ‘offensive' penetrando in zone controllate dai talebani (Farah e Badghis). Da allora i soldati italiani sono quotidianamente impegnati in azioni di combattimento e in vere e proprie battaglie nelle quali hanno ucciso centinaia di guerriglieri.
Anche le truppe rimaste a presidiare Kabul, ormai accerchiata e infiltrata dai talebani, si sono trovate esposte a imboscate e attacchi, sia fuori che dentro la capitale.

Enrico Piovesana

fondo per famiglie soldati morti a kabul

autore: 
corriere della sera

L’iniziativa di solidarietà
Con il «Corriere» un aiuto alle famiglie
La sottoscrizione mediante conto corrente, carta di credito e via sms per i clienti Wind
Il Corriere della Sera ha aperto una sottoscrizione a favore delle famiglie delle vittime dell’attentato in Afghanistan. Come già era successo nel 2003 con l’attentato di Nassiriya, anche questa volta è stato dato il via alla gara di solidarietà tra i nostri lettori per aiutare le famiglie di caduti e feriti. Il saldo aggiornato al 22 settembre è di euro 37.263. Chi vuole dare il proprio contributo può farlo attraverso le tre seguenti modalità:

CONTO CORRENTE - E' possibile effettuare donazioni utilizzando il contro corrente di Banca Intesa-San Paolo con il codice IBAN: IT11 U030 6905 0611 0000 0000 204 intestato a «Aiuto subito-vittime di Kabul». Con il codice IBAN sarà possibile fare versamenti tramite bonifico bancario dai paesi dell’Unione europea. Da sabato sarà disponibile anche il codice BIC, che servirà per i bonifici dai Paesi non europei.

CARTA DI CREDITO - E' possibile effettuare versamenti tramite carte di credito CartaSi, Visa, Mastercard, American Express. Le donazioni avvengono attraverso il numero verde telefonico 800-317.800. Dopo avere composto il numero, seguire le istruzioni in linea.

SMS GRATUITO - I clienti telefonici Wind potranno inviare un euro mandando un sms gratuito al numero 46299. Il servizio sarà valido fino al 2 ottobre a partire da oggi.

IL COMITATO - Del Comitato «Un aiuto subito» fanno parte il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, il generale dei carabinieri a riposo Giuseppe Richero, il segretario di redazione Francesco Faranda e l’ex segretario Gianluigi Astroni. 

18 settembre 2009(ultima modifica: 23 settembre 2009)

...e poi?

quanti operai morti sul lavoro ci sono stati quest'anno? quanti fondi di soccorso sono stati aperti? quale giornale o istituzione ha pensato di sostenere famiglie veramente precarie?
perchè a loro sì e a noi no?

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