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Guerre globali

folgorati dai nostri eroi pt 2

Scandalo Somalia, parlano le vittime
Sono a Roma per essere interrogati i protagonisti delle denunce ai soldati italiani

----------------------------------------------------------------- Scandalo Somalia, parlano le vittime Sono a Roma per essere interrogati i protagonisti delle denunce ai soldati italiani ROMA - L'ultimo mistero viene alla luce all'aeroporto di Fiumicino. E' appena atterrato il volo sul quale erano imbarcati testimoni e presunte vittime delle violenze di alcuni soldati del contingente italiano impegnato in Somalia (dal dicembre '92 al marzo del '94) nella missione di pace Ibis. Yahia Amir e' il presidente del Sis, la Societa' degli intellettuali somali che ha raccolto parte delle denunce presentate nel paese del Corno d'Africa e rintracciato alcune delle persone che hanno accusato di torture i paracadutisti della Folgore. Dichiara: "E' stata sequestrata la madre di una delle donne violentata in Somalia". E poi spiega che la giovane stuprata e' Dahira Salad Osman, 28 anni, quella che appare in una allucinante sequenza fotografica al posto di blocco "Demonio" di Balad, a nord di Mogadiscio. "C'e' un collegamento tra il sequestro e il nostro viaggio perche' qualcuno non vuole che la ragazza parli e racconti le vicende che le sono accadute", e' la nuova accusa di Amir. Che aggiunge: "E' un altro episodio che si collega a quelli tesi a ostacolare la nostra partenza e la ricerca della verita'. Dahira e' molto scossa - ha spiegato il presidente degli intellettuali -, ha problemi psicologici perche' risente ancora dello choc: quando sente rumori di grosse auto, pensa siano autoblindo militari o tank...". Accompagnati dall'inviato speciale del governo per la Somalia, l'ambasciatore Giuseppe Cassini, i sei testimoni e le cinque presunte vittime delle violenze sono sbarcati poco dopo le 6 al "Leonardo da Vinci" con un volo di linea dell'Alitalia proveniente da Nairobi. Vestiti con abiti leggeri e quasi tutti con i sandali ai piedi e con pochi bagagli a mano, i somali sono apparsi quasi intimoriti e sono sempre rimasti uno vicino all'altro, come se volessero farsi forza a vicenda. Tra rigide misure di sicurezza, il gruppo e' stato trasferito con un pullman all'ospedale militare del Celio, dove sara' ospitato in attesa degli appuntamenti previsti per i prossimi giorni. Oggi ne sono in programma due: uomini e donne saranno ascoltati nella capitale dalla Commissione parlamentare d'inchiesta presieduta da Ettore Gallo e poi alcuni di loro verranno trasferiti a Livorno, dove il giudice per le indagini preliminari Sandra Lombardi (che ha in mano il filone piu' consistente d'inchiesta contro i para' della Folgore) li ha convocati per un incidente probatorio. Il ritorno a Mogadiscio avverra' mercoledi' prossimo. Del gruppo fanno parte Aden Abukar Ali, 32 anni, l'uomo al quale sarebbero stati applicati elettrodi ai testicoli, e Hashi Homar Hassan, 22 anni, che il 22 settembre del '93 sarebbe stato gettato in mare, mani e piedi legati, da militari italiani nel porto vecchio della capitale somala. Ci sono poi Abdulle Mao Afrah, 50 anni, e Ibrahim Mohamud (27), che nell'aprile di 5 anni fa sarebbero stati "incaprettati" a El Dere e quindi duramente malmenati. Pronti a ribadire le loro accuse anche Abdullahi Sheik Ismail (che dopo gli scontri del 3 luglio '93 al check point "Pasta" di Mogadiscio afferma di essere stato picchiato da soldati del contingente italiano) e Abdullahi Hussein Omar, 40 anni, l'ex maggiore della polizia che nel '93 era vicecomandante del commissariato di Johar, nel cui vicino campo militare sarebbe avvenuta l'ormai tristemente nota tortura con gli elettrodi. Con loro anche Habdirahman Haji Gaal, avvocato ed ex presidente del "Consiglio per la ricostruzione della giustizia" ai tempi dell'operazione Restore Hope, e Ali' Sayd, l'autista della camionetta sulla quale viaggiavano l'inviata del Tg3 Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin quando furono uccisi: "Non conosco gli aggressori, Ilaria era seduta dietro Hrovatin quando ci fu l'assalto", ha detto Sayd, ribaltando la versione che aveva dato in precedenza. ----------------------------------------------------------------- LA MISSIONE DI PACE ALLA SBARRA Stupri e sevizie: i sospetti sulla Folgore Lo scandalo scoppia il 5 giugno scorso, quando il settimanale Panorama pubblica alcune foto scattate al campo italiano di Johar il 9 aprile 1993 da un caporal maggiore, Michele Patruno. Il sottufficiale della Folgore Valerio Ercole tiene in mano due fili elettrici, collegati a un generatore. Sembra stia per attaccarli ai testicoli di un prigioniero somalo. Al quartier generale della Folgore, a Livorno, negano che si siano verificati episodi di tortura. Ercole viene sospeso dall'incarico, ma non dal servizio. Ma la settimana successiva Panorama rincara la dose pubblicando alcune foto che riprendono lo stupro di una somala penetrata da un razzo illuminante spalmato di marmellata e la sequenza in cui si vede una camionetta somala distrutta da una cannonata. Le due interviste a corredo sono una testimonianza agghiacciante. La seconda, dell'ex militare del battaglione Lupi di Toscana Benedetto Bertini, si dimostrera' pero' falsa. La camionetta somala non era stata mitragliata dagli italiani ma salto' su una mina. Vengono istituite due commissioni di inchiesta: la prima militare, il 10 giugno, presieduta dal generale Gianfranco Vannucchi, la seconda governativa, il 16 giugno, presieduta da Ettore Gallo. Si occupa della vicenda anche il procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano. Inchieste vengono aperte in varie procure d'Italia, tra cui Livorno. Dalla Somalia cominciano ad arrivare altre denunce. Inquietante quella dell'ex interprete del contingente italiano in Somalia, Abdi Hassan Addow, il quale coinvolge dettagliatamente in episodi di torture, pestaggi, stupri e omicidi un gran numero di militari. Il 30 luglio la commissione Gallo, il procuratore militare Intelisano e il sostituto procuratore di Milano Daniela Borgonovo sono in trasferta a Addis Abeba e a Nairobi per interrogare un gruppo di somali. Viene ascoltata, tra gli altri, Faduma Abdi Salad, una ragazza che sostiene di essere stata violentata da un maresciallo. Subito dopo le audizioni, Gallo dichiara: "La sua mi sembra una testimonianza sincera". L'8 agosto la commissione conclude i lavori con una relazione che assolve i vertici militari ma solo "per insufficienza di prove" (come commenta la commissaria Tina Anselmi). A proposito della ragazza violentata con un razzo la relazione cosi' recita: "Oltre alle fotografie c'e' la deposizione di chi le ha scattate, Stefano Valsecchi, che ha vanificato il benevolo tentativo esperito dalla relazione del Comando di interpretare come consenso della giovane prostituta al triste gioco, alcuni momenti ritratti dalle foto". Gallo spiega: "Abbiamo lavorato solo per 6 settimane. Un tempo troppo limitato". A fine luglio il maresciallo Francesco Aloi aveva consegnato al procuratore Intelisanno un diario di accuse al comportamento del contingente. Intelisano lo interroga il 21 agosto. La commissione Gallo viene incaricata di un supplemenmto di indagine. Ai primi di settembre cominciano le udienze, con nuove denunce e testimonianze.
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Michele Patruno e' stato interrogato per tutta la giornata di ieri dal sostituto procuratore Intelisano sulle violenze commesse dagli italiani
Torture in Somalia, si rompe l' omerta'
Il para' " pentito " fa i nomi al magistrato. Cinque morti sospette C' e' chi ricorda le magliette con il volto di Mussolini e la canzone " Faccetta nera " intonata durante i bivacchi. Avvocato denuncia 34 casi di soprusi

----------------------------------------------------------------- Michele Patruno e' stato interrogato per tutta la giornata di ieri dal sostituto procuratore Intelisano sulle violenze commesse dagli italiani Torture in Somalia, si rompe l'omerta' Il para' "pentito" fa i nomi al magistrato. Cinque morti sospette C'e' chi ricorda le magliette con il volto di Mussolini e la canzone "Faccetta nera" intonata durante i bivacchi. Avvocato denuncia 34 casi di soprusi ROMA - Un interrogatorio lungo un giorno, al riparo da occhi indiscreti. Dalle undici di mattina alle otto e un quarto di sera. Un interrogatorio del quale si puo' intuire facilmente la drammaticita': Michele Patruno, ex para' della Folgore, due turni in Somalia nel '93 come militare di leva, racconta al sostituto procuratore Antonino Intelisano la storia del suo personale inferno somalo. Di quelle foto uscite da un cassetto dopo quattro anni, che mandano in frantumi la leggenda degli "italiani brava gente" che ci portiamo addosso da sempre. Ma Intelisano per dovere d'ufficio non puo' essere interessato alle leggende, vere o false che siano. Nomi, cognomi e circostanze: al procuratore militare interessano i fatti. E Patruno, dopo aver confermato ogni virgola di quello che aveva detto nelle interviste, "fornendo ulteriori elementi". Insomma, ha fatto dei nomi. Sui quali da domani il pm iniziera' a lavorare. Dall'aprile scorso il pubblico ministero con le stellette aveva gia' aperto un fascicolo sulle torture in Somalia: da quando La Gazzetta del Mezzogiorno aveva pubblicato una prima intervista con Patruno. Adesso pero' ci sono le fotografie. E dunque i nomi dei soldati che vi compaiono. Intelisano pero' non e' solo nel suo lavoro. Domani infatti si mettera' all'opera anche il generale di corpo d'armata Francesco Vannucchi, che su mandato del capo di stato maggiore dell'Esercito iniziera' un'inchiesta interna sulle "deviazioni" dei soldati italiani durante l'operazione "Restore Hope". Cosi' si chiamava la missione in Somalia, "riportare la speranza". Ma anche Patruno forse non restera' solo a lungo. Piano piano, fra mille esitazioni, altri ex soldati stanno cominciando ad uscire allo scoperto. Anche se nessuno ammette di aver assistito in prima persona alle torture. L'ultimo in ordine di tempo e' Vincenzo Ciancio, torinese, gia' paracadutista della Folgore, in Somalia per quattro mesi come militare di leva, da meta' gennaio a meta' maggio del '93. Ciancio ha pubblicato un libro sulla sua esperienza, dal titolo "Combattente per caso", edito dalla Manifesto libri. "Non ho mai visto soldati italiani torturare somali - dice - ma giorno dopo giorno al campo le voci sulle sevizie si facevano sempre piu' insistenti. Non riguardavano pero' solo il nostro contingente". Anche gli inviati dei giornali, che hanno trascorso mesi assieme alle truppe, tirano fuori dalla memoria brandelli di ricordi. E c'e' ad esempio chi - come Toni Fontana de L'Unita' - ricorda le magliette con la faccia di Mussolini indossate dai para' sotto la divisa, chi "Faccetta nera" cantata la sera nei bivacchi. La denuncia di Patruno e' di quelle che fanno scalpore, e non solo in Italia. Un gruppo di somali ad esempio ha gia' fatto sapere che presentera' una "formale denuncia" all'autorita' giudiziaria italiana. Douglas Douale, avvocato somalo che esercita a Roma, e' durissimo: "Gli atti di violenza non sono stati circoscritti, ma hanno caratterizzato tutto il territorio somalo. E sono stati posti in essere dai militari di tutto il corpo internazionale che facevano parte della operazione "Restore Hope": canadesi, belgi, americani, pachistani e indiani, nessuno escluso. I somali erano consapevoli della estraneita' dei comandi militari italiani, che pero' furono a conoscenza di parecchie denunce presentate a livello di ambasciatori e rimaste al coperto". E da Mogadiscio gli da' manforte Yaya Amir, 40 anni, una laurea in economia, presidente di una associazione degli intellettuali somali: "Abbiamo finora documentato 34 episodi di violenze ai danni di somali da parte di soldati del contingente italiano, comprese cinque uccisioni. Ma stiamo verificando molti altri casi, mentre per ciascuno di quelli gia' documentati abbiamo raccolto almeno due testimonianze, come prescrive la legge coranica". A detta del professore, gli episodi di violenza sono avvenuti "soprattutto nella regione del Medio Scebeli", subito a nord di Mogadiscio. "Abbiamo raccolto prove e testimonianze non solo di torture ed esecuzioni sommarie, ma anche di ferimenti, stupri, percosse a sangue, distruzioni di scuole coraniche e proprieta'. In alcuni casi, come quelli di stupro, le vittime presentano gravi turbe psichiche".

Gallo Giuliano

Pagina 9
(8 giugno 1997) - Corriere della Sera
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ROMA - Uno schiocco di dita basta al conge per dare il block alla vecchia, pena decine di pompate. Una ruotata di mano del borga è sufficiente per paralizzare la scimmia. Chi non si adegua è un cane morto o un cagnaccio e potrebbe toccagli anche di fare un giro su una bicicletta un po' particolare, senza ruote né sella. E poi: cento giorni per indossare il baschetto spagnolo, duecento per portare le brache fuori dagli anfibi. Sono fatti di parole così i dodici mesi di un parà di leva. Di uno slang incomprensibile a chi non ha frequentato le caserme, ma che nasconde rituali, consuetudini, goliardate, soprusi. E a volte crimini veri e propri.

Un codice scritto del nonnismo folgorino - non esaustivo - è raccolto alle pagine 91-93 dello Zibaldone del generale Enrico Celentano. Che descrive con dovizia di particolari i comportamenti ammessi nelle caserme dei parà e quelli vietati, i diritti degli anziani e i doveri delle reclute, le mansioni e le sanzioni. Nel rispetto, ovviamente, non di regolamenti ufficiali, ma della spietata legge del nonno. Il documento, che offriamo in consultazione ai lettori di Repubblica.it, appare come un vero e proprio manuale in tre tabelle che spiegano diritti e doveri a seconda dell'anzianità di servizio. (Link qui a destra, è possibile cliccare sulle definizioni più oscure per ottenere una spiegazione).

Grazie anche all'aiuto di un "interprete", un ex parà, scopriamo nel digesto raccolto da Celentano che esiste una gerarchia militare parallela, che è ordinata non per grado ma per anzianità. Quelli dell'ultimo scaglione, appena arrivati, sono a scelta "scimmie", "rospi", "spine" o "mostri". Quando mancano otto mesi alla fine si diventa "vecchie". E a seguire "borga" (cioè borghese) o "aspirante vice conge" (congedante). La scalata continua man mano che in caserma arrivano reclute dei nuovi scaglioni e così si passa a "vice conge d'Italia" o "borga d'Italia", "borga imperiale" o "conge d'Italia". Fino ad essere un "fantasma", colui che può rispondere sprezzante alle richieste di chicchessia: "Ma mi stai vedendo? Non credo, io qui non ci sono più".

Fin qui solo amenità. Espressioni gergali per ingannare il tempo e cementare l'identità di gruppo. La questione cambia del tutto quando lo Zibaldone passa in rassegna gli "scherzi". A subire alcuni dei quali c'è davvero poco da ridere. La "bicicletta" è testualmente spiegata così: "Alcol sprizzato sui piedi e incendiali; la vittima, nel tentativo di spegnere le fiamme, muove i piedi simulando il movimento della pedalata in bicicletta".

Per niente piacevole anche il "sette e mezzo": il malcapitato protegge la spalla con la mano sinistra mentre il nonno lo schiaffeggia per sette volte, concludendo con una gomitata. Si va poi dalle "pompate" (le flessioni) allo "sbrandamento" (che consiste nel rovesciamento del materasso durante il sonno), dalla "schiumata" (sapone da barba sul cuscino e le lenzuola) al "juke box" (la recluta viene chiusa nell'armadio e deve cantare la canzone voluta dall'anziano, che inserisce le monetine nella fessura).

Un campionario di punizioni, anche loro gerarchicamente organizzate, che possono avere una rapida escalation. Per entrare nel vortice del nonnismo è sufficente un gesto di ribellione alle "tradizioni". Anche minimo. Come il rifiuto di obbedire al "block", all'ordine cioè di rimanere immobili dopo lo schiocco delle dita o la rotazione della mano di un commilitone con più anzianità. Chi non esegue è un "cane morto" o un "cagnaccio" ed è sanzionato con le flessioni. Se rifiuta di fare anche quelle, tanto peggio per lui. Si passerà a misure più severe e barbariche. Le più gravi, le sodomizzazioni con fucili e picconi, per esempio, non sono descritte nello Zibaldone di Celentano. Ma le cronache ne hanno riferito.

L'anzianità del nonno, poi, la si vede dal suo modo di stare in caserma, dal suo abbigliamento. Dopo cento giorni i parà possono sostituire il basco amaranto delle reclute con quello più stretto e rifinito detto "spagnolo". Altri venti giorni e gli è consentito di tenere dritti i pantaloni dell'uniforme negli anfibi con un elestico. Al quinto mese hanno facoltà di aggirarsi per la caserma con il portachiavi (una pallina legata a un laccio) arrotolato fra le dita e tenere la barba incolta per qualche giorno per farsi crescere il pizzetto.

Passano i mesi e i militari vanno sempre più a sbracarsi, fino a portare i pantaloni fuori dagli anfibi e accorciare la giacca attaccando le tasche ai calzoni. Fin quando, a 69 giorni dal congedo, non gli è concesso di dormire per una notte con il cuscino ai piedi del letto. La caserma ormai è loro, centinaia di reclute e parà meno anziani, hanno riempito le compagnie. Possono ora permettersi di far passare a tutti gli altri quello che loro per mesi hanno subito. Sono nonni ormai. Il circolo è chiuso. Le legge occulta della caserma, ancora una volta, è stata onorata. Quella del mondo "civile", forse, no.

(27 agosto 1999)

Somalia, niente memoria per gli inutili negri.

recuperato e ripostato dall archivio di italy.indymedia
di questo periodo torna utile

Somalia, niente memoria per gli inutili negri.
by mazzetta Friday, Feb. 11, 2005 at 9:25 AM mail:

Il rappresentante dell'opposizione italiana e candidato premier Romano Prodi, ha richiamato in questi giorni il paese a battersi contro le trasfigurazioni della realtà, operate attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione di massa dalla maggioranza, e dal suo padrone. Tutti noi sappiamo di cosa stesse parlando, avendo trascorso gli ultimi anni a contrastare false visioni messe in scena per occultare veri e propri crimini contro la collettività, posti in essere dall'attuale governo.

Un salutare passo all'indietro ci può far rammentare la definizione che Berlinguer diede ai tempi del congresso socialista del Midas, quando affermò che una "banda di briganti" si era impadronita del Psi eleggendone Bettino Craxi segretario. Definizione per nulla campata per aria, certificata poi dagli sviluppi di Tangentopoli e dal veloce riorganizzarsi della "banda" attorno all'erede craxiano, il quale senza neppure l'impedimento di un partito, e grazie al controllo dei media, porterà a nuovi fasti l'arte italiana dell'inganno e della manipolazione popolare.

Affermazione, la mia, contraddetta dallo stesso palco da un altro dei capi dell'opposizione, l'on. Piero Fassino; che è parso riconoscere di nuovo in Craxi un padre nobile della sinistra. Sarebbe però ingiusto attribuire solamente a Berlusconi e ai piduisti suoi complici, il clamoroso successo grazie al quale sono finora riusciti a depredare l'Italia e a devastare le sue leggi.

La radice del male è molto più remota, il cancro era già molto sviluppato prima della discesa in campo dell'unto del Signore, lo ha dimostrato la sua stessa affermazione, inconcepibile in un paese sano. Berlusconi non sarebbe riuscito nell'intento senza la passiva complicità e la paurosa degradazione morale e qualitativa dei dirigenti dell'opposizione.

Le righe che seguono vi introdurranno in una vicenda che ci restituisce l'immagine di un ceto politico privo d'etica e di morale, in questo perfettamente allineato con la percepibile, e parallela, decadenza generale che interessa il nostro paese. Etica e morale, due parole antiche che occorre resuscitare per restituire ad alcuni avvenimenti la loro dimensione reale e trarne alcune conseguenze.

La storia che costituisce il filo conduttore di questo ragionamento è quella del disgraziato intervento umanitario in Somalia, cominciato nel dicembre 1992 e terminato il 21 marzo 1994 e ormai dimenticato da tutti, vedremo poi di capire il perché. La storia dell'operazione Ibis, o Restore Hope nella sua denominazione americana, è una storia che ci racconta di un disastro provocato in primis proprio da noi italiani; in questo senso la sua clamorosa rimozione non deve stupire molto.

All'inizio degli anni '90 la Somalia è in preda alla guerra civile. Diverse fazioni, riunite secondo linee disegnate dall'appartenenza ai clan tribali sono riuscite a rovesciare il dittatore Siad Barre, e si contendono il potere mentre la popolazione è sconvolta da una carestia. L'Onu, presenta una missione umanitaria scortata da caschi blu in gran parte pakistani e sovrintende alla diffusione degli aiuti con sempre maggiori difficoltà, fino ad essere attaccata pesantemente. All'appello di Boutros Ghali risponde un George Bush a fine mandato, promettendo l'invio di 25.000 militari e di mezzi all'occorrenza. Oltre alla motivazione umanitaria Bush indica anche la necessità della caccia al terrorismo islamico, dato in espansione nel Corno d'Africa.

La Somalia è un paese nominalmente musulmano.

L'Onu affiderà alla forza multinazionale costituita su base volontaria il compito di distribuire gli aiuti e di avviare la procedura di nation building "con ogni mezzo necessario", licenza che si rivelerà troppo ampia. Un regalo avvelenato per il successore, Bill Clinton, o un passo dell'espansione coloniale americana in Africa; in ogni caso a Bush Senior nessuno degli analisti del tempo riconosce alcun afflato umanitario. Si costituisce così un forza multinazionale destinata a rilevare la missione UNITAF, che sarà composta da una ventina di paesi al disperato soccorso dei somali che muoiono per fame come mosche.

Il panorama politico italiano è a quel tempo in piena rivoluzione; da un lato la fine del Pci segna la frantumazione del partito attraverso linee di frattura che corrono lungo diversità "politiche" ed "etiche" che rendono impossibile la permanenza sotto la stessa insegna dei vecchi compagni; dall'altro la fine della Democrazia Cristiana ci consegna l'immagine di un paese privo ormai di formazioni politiche di massa, nel quale i funzionari ed i burocrati dei due, ormai ex "partitoni", organizzano piccole formazioni destinate alla contrattazione permanente della loro sopravvivenza politica.

Il governo "tecnico" di Giuliano Amato decide così per la partecipazione del nostro paese all'avventura umanitaria. La decisione passa in cavalleria, contrari solamente Rifondazione Comunista e Rete; tra le motivazioni addotte c'è, infatti, la grave crisi umanitaria del paese, c'è il legame storico con la nostra ex-colonia verso la quale tutti dicono di sentirsi in debito, anche il precedente successo della campagna contro Saddam nel '91 concorre ad ispirare ottimismo; c'è infine il segnale della riabilitazione del passepartout colonialista, finalmente riutilizzabile dopo la caduta dell'impero sovietico: l'intervento civilizzatore. Si parte tra lo sventolio delle bandiere.

A nulla servono le proteste dei somali residenti in Italia, poco o nulla considerati, arrivano ad auto-censurarsi non appena cominceranno a morire i nostri soldati, timorosi di essere indicati come collaborazionisti. Da allora i sempre più numerosi interventi armati, occidentali, in paesi in via di sviluppo o in ogni caso non allineati con i desideri dell'Occidente, tornano ad essere leciti in nome dell'ipocrita altruismo al quale sono di volta in volta intitolati. Un mezzuccio razzista che pareva essersi dissolto dopo la delegittimazione subita negli anni '60, ai tempi della decolonizzazione, ma riesumato alla bisogna e senza opposizione dopo il crollo del blocco sovietico.

Un trucco esclusivamente semantico che, in questi anni, non ha trovato alcuna forza in grado di contrastare la narrazione bugiarda con la quale è imposto dai corporate media. Quali reali motivi, hanno spinto allora il nostro paese ad imbarcarsi nell'avventura somala correndo incontro al disastro? Se da una lato ci fu interesse a non lasciare mano libera ad estranei in Somalia, dall'altro ci fu il crollo totale d'ogni impostazione critica verso questo tipo d'avventure, ben riassunta in frase dell'epoca dell'on. Fassino: "Con le spedizioni militari - rivendicate in quanto tali - l'Italia acquisisce coscienza di sé".

A nulla valgono i pareri contrari di Usa ed Onu sulla partecipazione del nostro paese, la missione è battezzata Ibis ed i nostro valorosi partono dopo che gli americani sono sbarcati, e che è chiaro come non ci siano rischi immediati ed eccessivi. Su questi presupposti i nostri militari costituiscono i loro quartieri per conto loro in una parte diversa della capitale somala ed in alcune località del grande paese africano, la missione internazionale non ha un unico comando, ma solo un coordinamento trai i diversi comandanti sul campo. Mentre la distribuzione degli aiuti prosegue senza intoppi e resistenze, tanto da consegnare all'eterno ridicolo lo sbarco dei marines su una spiaggia affollata solo di telecamere e giornalisti, cova in realtà la tragedia.

I contingenti sul campo diventano, ogni giorno di più, meno neutrali, ed è ben presto chiaro che il previsto dialogo inter-somalo dovrà subire le ingerenze straniere. Al ruolo di arbitro dell'Onu si sostituiscono ben presto i paesi presenti sul campo con i militari, agendo ognuno secondo le rispettive politiche ed interessi nazionali. Dopo pochi mesi diviene evidente che Usa ed Italia supportano, ciascuna per sua parte, due fazioni somale rivali. Anche la Germania e l'Inghilterra coltivano interessi sul campo. Questo rimane il motivo fondamentale del fallimento della missione somala.

Un motivo che per quanto esplicitato dagli alleati non arriverà mai sul tavolo del dibattito politico italiano. I soldati italiani, appena giunti nel paese privi di chiare indicazioni politiche, si affidano alle indicazioni dei pochi italiani rimasti in loco dopo la caduta di Siad Barre. Il vecchio dittatore, complice dei craxiani nella sparizione di qualche migliaio di miliardi destinati dalla cooperazione italiana alla Somalia, era buon amico del pentapartito, e la sua scomparsa aveva lasciato gli interessi italiani nell'area orfani del principale riferimento. A comandare la missione l'ambasciatore Angelucci ed il generale Loi, sicuramente fedelissimi della prima repubblica.

Il nostro contingente si lega immediatamente ad alcuni elementi poco raccomandabili, mettendo le basi del fallimento fin dall'arrivo nel paese; con il tempo si scoprirà che nel paese africano sono in realtà i nostri servizi segreti a menare la danza, con un folcloristico giro di mafiosi, piduisti, mercanti d'armi e di rifiuti tossici, il peggior pattume del sottobosco monarchico e fascista rimasto legato da nostalgie africane e partner in traffici di ogni tipo con pezzi dello stato, galoppini del pentapartito e faccendieri di ogni risma.

Armi transitano per gli snodi controllati dai nostri militari versi i signori della guerra. Oscuri italiani, noti argentini, notissimi siriani pompano armi nel paese, faranno lo stesso in Yugoslavia, ora in Iraq; nessun intervento coloniale prescinde dalla fornitura di armi ai propri "alleati" in loco, non è un caso che questi personaggi prosperino. Apparentemente privo di guida politica il nostro contingente si assicura i servigi di Giancarlo Marocchino, un cittadino italiano che deve al sua fortuna somala all'essersi impadronito dei mezzi lasciati dalle aziende italiane all'indomani della fuga seguita alla caduta di Siad Barre. Quei mezzi, pagati con fondi pubblici italiani, il contingente li affitta da questo personaggio coinvolto anche in traffici d'armi e rifiuti tossici.

Gli americani scelgono i modi bruschi con chi non collabora, i nostri abbattono le capanne per perquisirle più velocemente, o belgi si impegnano in una battaglia per conquistare una città al Sud; gli stranieri diventano per tutti i somali degli invasori. La situazione degrada velocemente ed esplodono vere e proprie battaglie a Mogadisco come nel Sud. Questo accade, e nel '93 il 14 luglio, Il ghanese Kofi Annan, vice di Boutros Ghali e responsabile delle operazioni di peace-keeping dell'ONU, intima al Governo Italiano di sostituire il Gen. Loi alla testa del contingente.

Annan ottiene che l'Italia cambi sia il comando militare che quello civile. L'Ambasciatore Enrico Augelli rientra a Roma per consultazioni. Viene sostituito temporaneamente da Mario Scialoja; il generale Loi sarà avvicendato dal generale Fiore. Il successivo 30 agosto, prima azione di 400 Rangers del Delta Force fatti giungere in Somalia dal Presidente Usa Bill Clinton allo scopo di catturare Aidid. L'azione finisce in una farsa, anziché catturare il generale prelevano nove membri dell'ONU coprendosi di ridicolo.

A provocare la rivolta somala è la pretesa americana di voler arrestare il generale Aidid, principale "signore della guerra" somalo e la combinata contrarietà italiana al piano. L'ennesimo tentativo americano nella caccia ad Aidid si traduce nel disastro raccontato nel film "Black Hawk down", troppo per Clinton, che decide il ritiro delle truppe Usa, che determina a cascata la fine della missione.

Oggi quello scontro viene raccontato come un agguato subito da terroristi.

Emergono diffusi casi di soprusi e di maltrattamenti sulla popolazione da parte della forza multinazionale. Saranno scoperti casi di tortura ed abusi operati dalle forze italiane, canadesi e del Belgio. Un'inchiesta Onu ne renderà le dimensioni impressionanti. Nel 1994, Governo Ciampi, si conclude la missione nel disonore, il corpo di pace rientra avendo fallito l'obiettivo, a carico dei circa 12.000 avvicendatisi emergono gravi accuse di torture alla popolazione somala e di grave improvvisazione politica; l'emergere, anche in tempi successivi di queste gravi accuse porterà alla nascita della Commissione Gallo.

Oggi, a distanza di anni, siamo in grado di affermare che su tutti gli avvenimenti legati alla Somalia sia stata stesa una pesante coperta di omertà istituzionale e civile, che ha consentito a tutti coloro i quale commisero errori, omissioni o anche gravi delitti di uscirne impuniti e puliti. Tutti la commissioni parlamentari ed i procedimenti giudiziari aperti a fronte dell'evidenza dei crimini italiani commessi nel paese somalo indicano colpevoli che non verranno mai puniti.

Questa colossale opera di rimozione è stata resa possibile dalla conclamata convergenza di maggioranza ed opposizione sul punto che fosse meglio per tutti non parlarne più, agevolata in questo dal precipitare del livello del controllo democratico nel nostro paese e della capacità di conservare memorie condivise di fatti tanto dolosamente occultati.

In tutta questa storia emerge, ad ogni livello, la consapevolezza che le cose sarebbero andate in maniera molto diversa se il nostro paese non fosse intimamente razzista, e la nostra classe dirigente assolutamente compromessa. L'analisi degli avvenimenti non offre altra spiegazione. Alla colossale vergogna per il nostro operato in Somalia, ci troviamo ora ad aggiungere l'incapacità di un paese che si vuole democratico, di punire responsabili di gravi crimini e di far i conti con i propri errori e miserie. L'avventura somala ci ha consegnato un quadro devastante.

L'Italia è responsabile di gravi crimini commessi da suoi cittadini in territorio somalo.

Il più grave di tutti è sicuramente rappresentato dall'aver trasformato la Somalia nella pattumiera dei rifiuti tossici italiani. Nero su bianco, si parte da un contratto firmato dall'allora ministro di Siad Barre, dichiarato illegale dalla comunità internazionale, e si procede attraverso la sparizione di 1/3 dei rifiuti tossici prodotti nel nostro paese. Non sono finiti tutti in Somalia, esistono decine di organizzazioni che si occupano di questo affare, caterve di rifiuti vengono dispersi anche sulle nostre campagne o in altri paesi. Il traffico di rifiuti verso paesi del terzo mondo, viene difeso come legittima opportunità di affari dagli imprenditori che risultano coinvolti, e che hanno spiegato bene che fino a che potranno non avranno alcuna remora a trasformare in pattumiera tutti quegli stati che non si opporranno con le unghie e con i denti.

Faccendieri argentini, italiani, svizzeri, rivendicano il diritto di lucrare sulla inesistente resistenza dei paesi in dissoluzione e continuano a farsi beffe delle leggi. Cosa meglio di paesi come la Somalia, o Haiti, o il Mozambico, nei quali non esiste organizzazione statale e contrasto? Il business si perfeziona utilizzando i mezzi che portano i rifiuti per rifornire di armi i referenti locali, sempre alla ricerca di maggior potenza bellica in questi casi.

Uno dei più clamorosi tra questi accordi prevedeva la trasformazione di un cratere nel Sahara in pattumiera; andò a monte perché il Marocco temette un rafforzamento bellico del fronte di librazione Polisario, e denunciò l'accordo che pure aveva sottoscritto. L'evidente amoralità di questo commercio ha portato all'adozione di diverse convenzioni internazionali; delle quattro principali il nostro paese ne ha recepite solo una. Le convenzioni vincolano i paesi produttori di rifiuti a non esportarli nei paesi non-produttori.

Le quantità ipotizzabili nel caso della Somalia sono imponenti, si parla di navi e mezzi della cooperazione usati per il trasporto, e di tre enormi discariche servite proprio da quella strada che ingoiò tanti dei miliardi della cooperazione. Quello che è sicuro è che il traffico prosegue ininterrotto dagli anni ottanta fino ad oggi, è appena scattato l'allarme perché ci sarebbe un boom della dispersione in mare lungo le coste somale, approfittando dello tsunami si butta tutto.

I somali sono sfigati, dopo lo tsunami a loro non mandano aiuto, ma rumenta radioattiva; lo Yemen, che ha le coste di fronte, registra continui arrivi di fusti poco raccomandabili. Se poi uno volesse andare a fondo, scoprirebbe che quest'anno, i fondi destinati alla cooperazione, e quindi anche alla Somalia, andranno incredibilmente alle vittime dello tsunami, quelle asiatiche però. E' la generosità di Mr. Berlusconi, che finge beneficenza e ancora una volta non indigna quasi nessuno. Altra simpatica angheria ai somali.

Tutto questo in Italia non interessa a nessuno, tranne che a qualche commissario d'opposizione e agli amici della cricca mafiosa che regola il traffico.

I pochi magistrati impegnati sul caso dei rifiuti dicono di combattere "a mani nude contro i carri armati"; il nuovo regime delle prescrizioni consegnerà tutto all'oblio. Un dato che nessuno è ancora riuscito a produrre, e che probabilmente nessuno vorrà mai produrre, è quello del numero di somali che sono morti o moriranno a causa di questa pratica selvaggia. Non è una dimenticanza casuale, anche i morti per mano dei peacekeeper internazionali non li ha contati nessuno. Esiste una stima americana che li valuta, al minimo, intorno ai diecimila. In Italia non ce ne siamo accorti, ma le poche decine di vittime "occidentali" hanno avuto molto più risalto delle centinaia di pakistani, e hanno oscurato del tutto le vittime somale.

Come succede ora per la guerra in Iraq.

Il fiasco della missione ha consigliato una diffusa omertà, Usa ed Italia non hanno incontrato critiche fragorose da parte di chi condivide gli stessi peccati. In fin dei conti, sarebbero morti lo stesso per fame senza l'intervento internazionale, no? Si poteva sicuramente far meglio, ma nella nostra epoca nessuno si cura dei dettagli. Quanti somali hanno ucciso gli italiani negli ultimi venti anni con le loro scelte politiche? Il nostro paese ha un altro grosso debito morale con la Somalia. Come per belgi e canadesi i nostri soldati furono oggetto di gravi accuse in merito a torture e a vessazioni sulla popolazione. Mentre il Belgio ha condannato a cinque anni i due soldati colti sul fatto, ed il Canada ha sciolto il corpo dei paracadutisti che abusarono dei somali, il nostro paese non ha punito in alcun modo i clamorosi episodi di tortura, emersi in un articolo di Panorama del 1997. Le foto prese dai nostri paracadutisti mentre attaccavano elettrodi ai genitali di un somalo, o mentre stupravano una somala con un razzo illuminante finirono nel nulla.

La Commissione Gallo, costituita per chiarire le gravi notizie circolate sulla missione, ed i suoi componenti andrebbero in questo senso indicati ad esempio superbo di ipocrisia colonialista di ritorno.

La Commissione - accerta e certifica - che vi furono torture, stupri, abusi diffusi sulla popolazione. Accerta anche il totale fallimento della catena di comando, come il coinvolgimento di alcuni ufficiali nelle vessazioni.

La Commissione lamenta che non esista nel codice italiano il reato di tortura.

La Commissione dice che i soldati erano abbandonati, senza controllo sul morale, e che è difficile procurarsi testimonianze dei somali.

La Commissione dice che la visione della cassetta "Good morning Somalia" allegata a Panorama, ha generato numerose indagini, e diffuso sdegno tra i commissari.

La Commissione lamenta ostruzioni alle sue indagini.

La Commissione accoglie la considerazione che aver mandato un corpo di esaltati giovanotti in un tale pandemonio senza alcuna guida non sia stato un segno di lungimiranza. La commissione prende atto che alcuni procedimenti disciplinari (500 su 12.000 militari che hanno partecipato nel tempo alla missione) e processi sono in corso.

La Commissione segnala come sia stato un errore non aver mandato i carabinieri a tenere a freno soldati non adatti a relazionarsi con la popolazione civile. La commissione riconosce che i nostri soldati fossero sottoposti ad un grave - stress -. E basta.

La Commissione non prende alcun provvedimento, né trasmette atti alla magistratura. I procedimenti a carico dei paracadutisti riconosciuti nelle fotografie finiscono con un solo soldato che gode della prescrizione.

I politici commentano i vari passaggi distrattamente. Non solo. Cala il silenzio totale, i riferimenti alla vicenda vengono dimenticati; negli anni i media dimenticheranno di celebrare l'avventura o di dedicare inchieste a questo incredibile groviglio di orrori. Solo Rai3 e RaiNews, tra tutti i media pubblici e privati, si interesseranno agli avvenimenti. Anche su Internet c'è poco. Tra quel poco che si trova ci sono le voci dei siti riferibili a paracadutisti, nei quali la verità storica viene trasfigurata. Si parla addirittura di "onore recuperato" a seguito di una pseudo-perizia effettuata da un ufficiale, che stabilirebbe, bontà sua, che le foto di Panorama fossero false.

Ipotesi curiosa ripresa anche dalla stampa. Peccato che la "perizia" consista semplicemente nell'osservazione delle foto e nelle agghiaccianti conclusioni dei suddetti ufficiali, secondo i quali il somalo non era torturato, gli avevano attaccato i fila ai genitali per "motivi sconosciuti"; e la somala stava in realtà inserendosi da sola un razzo nella vagina, lo direbbe la sua mano sul razzo. Perizia che, chissà perché, i due valenti caballeros non hanno pensato di produrre in tribunale al tempo del giudizio, strane storie.

Di somali uccisi non parla nessuno.

Nessuno può negare che se a "godere" del razzo fosse stata una ragazza bianca e magari bionda, difficilmente la faccenda sarebbe finita così.

Senza vergogna...

A titolo di esempio: i canadesi hanno riconosciuto le loro responsabilità, hanno sciolto il corpo dei paracadutisti perché, dicono, l'esaltazione con la quale vengono nutriti i corpi speciali crea persone che si ritengono superiori e finiscono per perdere la coscienza dei limiti imposti ad un comportamento civile. Il fatto che il corpo attirasse persone dalla bassa scolarizzazione, da zone remote del paese, per trasformarle in macchine da guerra, portò alla conseguenza logica di farne degli inadatti ai contesti nei quali fossero necessarie relazioni con i civili. Grave anche che gran parte di questi divenga dipendente delle grosse Compagnie Militari Private dopo il congedo, PMC nelle quali si fonde finalmente la potenza economica con il controllo di quella di fuoco con effetti devastanti. Unica scusante, l'essere spesso coinvolti in esercitazioni con i colleghi americani, portatori di una "mentalità da gang".

La decisione dello scioglimento fu logica conseguenza, e riparazione della vergogna. Il Canada non è un paese comunista, è semplicemente dotato di standard morali che da noi sono declamati al vento. Nel nostro paese venne timidamente chiesto lo scioglimento della folgore, ma non se ne fece nulla. Se consideriamo come quegli eventi siano oggi ricordati, viene da pensare che non solo i paracadutisti non abbiano imparato niente dalla loro esperienza in Somalia, ma anche che a nessuno di loro sia mai venuto in mente di esprimere alcun dispiacere per le vittime somale.

Tra le tante efferatezze c'e poi un vezzo; nessuno pensò ad alcun sostegno psicologico o terapia per menti tanto sconvolte; una procedura comune nei paesi civili, da noi non ci ha pensato nessuno. Se a questo aggiungiamo che alcuni degli elementi presenti in Somalia parteciperanno con eguale entusiasmo al festival cileno durante il G8 a Genova, e che ora sono imputati di reati gravissimi, possiamo ben dire che la dimostrazione di civiltà impartita dal Canada fosse non solo etica, ma addirittura economica. Il Canada non si è astenuto nemmeno dal punire i militari che hanno tentato di minimizzare i fatti o resistere alle inchieste.

I militari e gli ufficiali dei servizi presenti in Somalia hanno mentito estesamente e dolosamente, nessuno è stato punito per questo, neppure il medico che pare aver consigliato di applicare gli elettrodi ai genitali del somalo, perché contengono liquidi e conducono meglio l'elettricità.. A oggi possiamo dire per certo che i nostri soldati abusarono diffusamente della popolazione somala, che nessuno di loro è mai stato punito, e che nessun governo italiano, o politico italiano, ha mai chiesto scusa al popolo somalo.

La verità certificata dalla Commissione Gallo, appare oggi sconosciuta, a destra come a sinistra, tanto che si parla da "presunte torture" a destra come a sinistra; mentre le azioni dei somali vengono definite opera di "terroristi". Nel polverone finisce in mezzo anche un ufficiale dei bersaglieri, accusato ingiustamente di aver stuprato un ragazzino somalo, un'altra vittima di una situazione incredibile Le schiere di giornalisti che bivaccarono in quegli anni in Somalia sono ricordate, a parte casi particolari, per la loro assenza, la storia dimostra la loro lungimiranza.

La latitanza dell'intera classe politica è clamorosa quanto imbarazzante.

Sulla Somalia pochissimi hanno speso parole che non fossero esercizio di clamorosa e lampante ipocrisia. La missione venne varata ed abbandonata a se stessa. Nel 2000, per accontentare il presidente Ciampi, che all'epoca dei fatti era al governo e non diede segno di accorgersi di nulla, se non quando venne sollecitato dall'Onu, la missione viene per la prima volta commemorata con una parata militare, causando ulteriore offesa ai somali.

Nessuno dei governi che si sono succeduti si è preoccupato della tortura e solo una delle raccomandazioni della commissione Gallo è stata accolta: quella relativa ai carabinieri, mandati in forze in Bosnia, Albania Afghanistan ed Iraq. Se qualcuno però a questo punto spera che i carabinieri servano "almeno" ad evitare le torture agli iracheni sotto il loro controllo, si sbaglia. I carabinieri servono ad evitare grane ai "nostri"; sovrintendono alle catture e poi si fanno firmare delle ricevute da iracheni ed americani, nelle mani dei quali si firma che i prigionieri sono consegnati integri. Peccato che le prigioni di Nassirya, sotto la loro giurisdizione quando ancora controllavano la città, venissero descritte dagli stessi carabinieri come gironi infernali nei quali i prigionieri subivano ogni atrocità. Circostanza dichiarata tranquillamente al TG, sfuggita alla cappa omertosa mentre si magnificava la nuova prigione, dono generoso di noi civilizzatori.

A nessuno è parso importare che i carabinieri tollerassero le torture fatte dagli iracheni, nemmeno alla coriacea governatrice Contini; è necessario e sufficiente pararsi il culo all'italiana. Va da sé che anche questa volta nessun italiano abbia ancora visto in Tv un solo iracheno ucciso dagli italiani.

In Somalia è ragionevole pensare a qualche centinaio di somali uccisi dai nostri soldati, stima prudentissima. Di questa enorme vergogna nazionale, amplificata ancora di più dal rifiuto di accollarsi la benché minima responsabilità morale o materiale, di fronte ai somali e al mondo, non rimane ormai più nulla, se non la "Commissione sul ciclo dei rifiuti e sulle attività ad esso connesse", destinata a combattere anni con il segreto istruttorio per scoprire reati prescritti, e l'imbarazzante Commissione Parlamentare sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Se la commissione sui rifiuti ci provvederà almeno di qualche conoscenza sul fenomeno, la commissione, presieduta dall'On. Carlo Taormina sembra invece il classico contentino per i puri di cuore, un sofisticato inganno.

Istituita per decenza, pare in realtà una macchina per la frantumazione di ogni possibile traccia e verità sui fatti di quegli anni. Se a rappresentare l'opposizione non ci sono personaggi di primo piano, dall'altra parte abbiamo una folta schiera di deputati vicini agli affari di Taormina, un fanatico dei Paracadutisti, e addirittura il figlio di Bettino Craxi, il Bobo a guardia delle vergogne paterne.

Sull'altro fronte una pattuglia di deputati emiliani raccolti attorno alla famiglia della giornalista, un gruppo di giornalisti-consulenti e altri in ordine sparso. Incolpevoli passeggeri i genitori di Ilaria ed i parenti di Miran, costretti ad essere spettatori di un film senza fine di orrori impuniti. Coerentemente con la sua storia Taormina ha presto preso il sopravvento, e in una sarabanda di irregolarità inaudite guida la commissione all'insabbiamento, non disdegnando l'uso personale dei poteri della stessa per infierire su vecchi avversari e regolare conti aperti in altre vicende.

In particolare, l'uso della secretazione compulsiva di tutto quanto riesca ad acquisire, promette di combinarsi con il nuovo regime delle prescrizioni e di murare per sempre gli armadi della memoria e le pretese di giustizia di decine di casi correlati e non.

Proprio le imprese della commissione, giunta a perquisire giornalisti e poliziotti, mi hanno spinto ad esaminare meglio l'avventura somala, e a mutare anche la mia visione riguardo alla commissione Ilaria Alpi.

Pensando a quanto successo nel paese somalo, penso che l'esistenza stessa della Commissione Alpi sia una ulteriore vergogna nei confronti dei somali. Penso che rappresenti il simbolo di un'opposizione compromessa ed omertosa, ai vertici della quale siede gente che preferisce dimenticare, o accontentarsi di provare a svelare i misteri della morte dei due dipendenti Rai. Paradossalmente la commissione Alpi propone ancora una volta al mondo due vittime occidentali e bianche, esempi per tutti.

Una italiana "buona" che cercava la verità, e che quindi ha trovato la morte per mano di qualche cattivo, preferibilmente negro, magari islamico come tutti i negri laggiù. Nessun italiano è mai stato giudicato dalla nostra giustizia come figura criminale in faccende in relazione alla Somalia, anche i coinvolti nelle indagini sulla cooperazione se la sono cavata, ma sulla bontà e nobiltà di figure come Annalena Tonelli e di Ilaria Alpi sono stati versati fiumi di inchiostro e di indignazione.

L'asimmetria è evidente.

Ancora una volta i martiri animati da buoni propositi diventano strumenti per nascondere il disegno dei cattivi. La commissione Alpi ci propone ancora una volta, nella migliore delle ipotesi, un bianco buono, ed un negro cattivo; visto che l'unico condannato fino ad ora, da un tribunale italiano, è uno dei presunti autori materiali dell'assassinio, un utile negro. Se Taormina riuscirà a trovare un altro negro come mandante, sarà tutto perfetto.

Noi siamo buoni.

Poco importa se il povero negro sia stato servito dai nostri servizi, che da decenni sarebbero da azzerare; poco importa che gli stessi servizi fossero a conoscenza e collaboranti con la cricca mafiosa che potrebbe essere stata disturbata dalla giornalista. Poco importa che il presidente metta in dubbio la testimonianza del negro, sospettato di averla fornita per rimanere in Italia, non rilevando che a scegliere i poveri negri che venivano in erano gli stessi personaggi che erano oggetto di sospetti ed indagini.

Sono i particolari che parlano: per fare un po' di colore, nell'occasione dell'importazione del negro cattivo e di quello buono che testimonierà contro di lui, vennero portati in Italia sullo stesso aereo anche altri poveri negri che vantavano danni. Anche loro selezionati dai nostri plenipotenziari sconosciuti nelle colonie, sono stati ascoltati e poi rimpatriati, non ho trovato traccia di alcun risarcimento. In realtà importa anche poco che gli stessi uomini abbiano giocato per anni in Somalia insieme a mafiosi e piduisti, giungendo a liberare trafficanti d'armi catturati dagli americani e sottraendosi a qualsiasi controllo parlamentare e governativo, costituendosi in un gruppo capace di fare infuriare in parlamento persino Andreotti, che arrivò a denunciare un uso illegittimo e senza autorizzazioni governative di tale struttura.

Poco importa il buco nero che ha inghiottito migliaia di miliardi delle vecchie lire per lasciare ai somali qualche fucile e montagne di rifiuti. Non si tratta solo di scoprire gli assassini di Ilaria Alpi, non si tratta solo di rendere pubblici i traffici degli eterni faccendieri di pura razza craxiana e piduista, non si tratta di mandare a quel paese le stesse persone che hanno approvato e condotto quell'intervento e ora ci promettono "una nuova classe dirigente", non si tratta neanche di difendere la verità in tribunale, o di rivendicare punizioni per questo o per quello, o di cercare una imperfetta giustizia parziale.

Quello che emerge è molto più preoccupante, e ci dice che nel panorama europeo e mondiale siamo e ci comportiamo appena meno peggio di un rogue state, uno stato canaglia. L'ultimo governo, corre sempre più veloce in tal senso, demolendo qualsiasi residua onorabilità che miracolosamente sia rimasta attaccata all'immagine del nostro paese. Faremo bene a tenerlo a mente, a capire quanto disattento egoismo, ignoranza e razzismo animano la nostra classe dirigente, per non trovarsi un giorno sorpresi da accuse inaspettate; perché di questo scempio siamo tutti colpevoli.

Quello che preoccupa è che con la sparizione dei partiti di massa sia svanita anche solo l'illusione che il paese conservi ancora un baricentro di etica elementare condivisa attorno al quale mobilitare una minima resistenza consapevole..

Questo, unito ad istituzioni ogni giorno sempre più dolosamente paralizzate e sabotate, ci lascia colpevoli della barbarie in Somalia; come ci lascia colpevoli, ed esposti alle conseguenze, di tutte le azioni che senza alcun controllo alcuni uomini inadatti, sicuramente guidati da scopi inconfessabili, compiono ogni giorno in nostro nome.

"Italiani, brava gente", ricordiamoci che non e' vero, ci può credere solo un italiano.

mazzetta@reporterassociati.org

L'elenco delle angherie subite dai somali non è completo, in questa bibliografia c'è molto altro, storie vere quanto ignorate.
Bibliografia in link
---------------------Storia

Unosom I e II secondo l’Onu
http://www.un.org/Depts/DPKO/Missions/unosomi.htm
http://www.un.org/Depts/DPKO/Missions/unosom2b.htm

Frazioni somale
http://www.ilcannocchiale.it/blogs/style/bilancia/dettaglio.asp?id_blog=...

La monnezza tra la monnezza
http://italy.indymedia.org/news/2002/11/121957.php
http://italy.indymedia.org/news/2002/08/72869.php
http://italy.indymedia.org/news/2003/12/442043.php

Cronologia
http://bunker.altervista.org/avvenimenti.html

Commissione Gallo
http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer?tipo=BGT&id=83335

Interpellanza
http://digilander.libero.it/nerowolfe/testi%20documenti/
Interpellanza%20sullo%20spiaggiamento%20della%20motonave%20Rosso
%20ad%20Amantea%20e%20sul%20traffico%20di%20rifiuti.htm

Fanno la sfilata che piace a Ciampi
http://www.italosomali.org/Torture%20in%20Somalia.htm

I governi
1991
http://www.governo.it/Governo/Governi/andreotti7.html
1992
http://www.governo.it/Governo/Governi/amato1.html
1993
http://www.governo.it/Governo/Governi/ciampi1.html
2000
http://www.governo.it/Governo/Governi/amato2.html

2002 altre tensioni
http://www.esteri.it/ita/6_38_90_01.asp?id=613&mod=2&min=0
http://english.pravda.ru/main/2002/01/03/24891.html
http://www.sgrtv.it/link/ultimonumero/speciale/apparati%20militari/somal...

Materiale dal Canada
http://archives.cbc.ca/IDD-1-71-723/conflict_war/somalia/
---------------La voce dei Somali

L’unico sito che conserva le foto
http://www.italosomali.org/Orrori.htm

I somali si chiedono
http://www.italosomali.org/ApAt.htm

Ultimo Amnesty
http://www.amnesty.it/pubblicazioni/rapporto2003/152.php3

Frazioni somale
http://www.ilcannocchiale.it/blogs/style/bilancia/dettaglio.asp?id_blog=...

Amnesty 1997
http://www.amnesty.it/pubblicazioni/rapporto1997/AFR52.htm

Somaliland puntland
http://www.amnesty.it/pubblicazioni/rapporto2003/152.php3
http://www.newsworld.cbc.ca/archive/html/1997/06/30/belgium.html

Somali
http://www.somalilandnet.com/drweridall.shtml
http://groups.google.it/groups?hl=it&lr=lang_en|
lang_it&newwindow=1&selm=01bc7e9b%2452c4ef80%24b4567ec2%40mukhos&rnum=1
http://utenti.lycos.it/somalia2001/
http://www.banadir.com/index.shtml
http://www.somalitalk.com/

Petizione al governo che non c’è
http://www.somalicenter.com/2005/jan/op/hosh_fiqi.htm
-------------------Rifiuti

Il caso, noto ed analizzato e sanzionato
http://www.militari.org/approfondimenti2001/articolo_accame_uranio.htm
http://italy.indymedia.org/news/2003/05/294652.php

I siti
http://www.somwat.com/dumpsites.html

Inquinamento dell’acqua, peraltro scarsa
http://www.somwat.com/scwe.html

Commissione
http://www.camera.it/_bicamerali/rifiuti/home.htm

Quadro generale
http://www.narcomafie.it/news_archivio/news_2001_2.htm

Bando paesi Oecd
http://www.ban.org/Library/ierarticle.html
http://www.ban.org/Library/AFROPOPs.PDF

Il contratto
http://gurukul.ucc.american.edu/ted/somalia.htm

Ratifiche per paese
http://www.ban.org/country_status/report_card.html

I penetratori
http://www.deputatids.it/Controllo/Atto.asp?Id=11417

Arrivano i nostri
http://www.militari.org/approfondimenti2001/articolo_accame_uranio.htm

Inconvenienti che non interessano nessuno
http://italy.indymedia.org/news/2003/05/294652.php

I siti in mare
http://www.somwat.com/dumpsites.html

Inquinamento dell’acqua, peraltro scarsa
http://www.somwat.com/scwe.html

Produzione italiana: Toxic waste comes from factories like ACNA in Northern Italy
http://www.tve.org/earthreport/archive/20Aug2001.html

Pattume reale
http://www.aicods.org/Organisation.htm

In Francia
http://www.amnistia.net/librairi/amnistia/n31/dechets.htm

Azionisti in Freedomland
http://66.102.9.104/search?q=cache:Pt_Ldwsw_0oJ:http://www.kwfinanza.
kataweb.it/img/gestione/matricole/pdf/
Freedomland.pdf+Nickolas+Bizzio&hl=en%20target=nw

Allarme continuo: 2004
http://www.themercury.co.za/index.php?fSectionId=284&fArticleId=401062

In Yemen, ancora oggi
http://www.hiiraan.com/2005/jan/nuclear_waste.htm

Contaminati?
http://www.corriere.it/primo_piano/liv_primo_a5.20001107153100.shtml
--------------------Torture e parà

Panorama, mai smentito
http://www.panorama.it/italia/archivio/media/ix1-A020001015802/idpag1-36
http://italy.indymedia.org/news/2004/05/543177.php

Amnesty ci accusa
http://web.amnesty.org/library/Index/ENGEUR300021997?open&of=ENG-2U3

Appunti Parà
http://www.whatreallyhappened.com/RANCHO/POLITICS/UN/peace.html
http://bunker.altervista.org/caduti.html
http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio1999/un26/art681.html

Dicono loro
http://www.amicifolgore.com/congedati/opinioni/article_2004_01_29_4651.h...
http://www.folgore.com/somalia/messaggero_12_04_2001.html
http://digilander.libero.it/folgore4a/dueluglio.htm

Prescritto
http://www.italosomali.org/Torture%20in%20Somalia.htm
http://notizie.tiscali.it/speciali/missione_pace/somalia.html

Il bersagliere calunniato
http://italy.indymedia.org/news/2003/08/360194.php

Un para' dice nel 2001
http://italy.indymedia.org/news/2002/09/85787_comment.php#85995

Michele Patrono, parà
http://www.ecomancina.com/somalia1.htm

Dicono oggi i Bersaglieri
http://www.fisicamente.net/index-548.htm

Piccoli parà crescono; gita a Genova
http://italy.indymedia.org/news/2002/09/84372.php
http://italy.indymedia.org/news/2002/08/72869.php

Quello che mostrano oggi in Tv, torture e formalismi
http://italy.indymedia.org/news/2004/05/546835.php

Good morning Somalia
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?View
Item&category=17930&item=6333595621&rd=1#ebayphotohosting

“Loro” sono diversi
http://www.ilcircolo.net/lia/000548.php

Caso belga
http://www.cnn.com/WORLD/9704/17/belgium.somalia
http://www.newsworld.cbc.ca/archive/html/1997/06/30/belgium.html

Caso canadese
Faccia da Abu Grahib
http://www.ctv.ca/servlet/ArticleNews/story/CTVNews/1088544828642_26?hub...
http://www.netnomad.com/canada.html
----------------------Caso Ilaria Alpi

http://www.ilariaalpi.it/index.php

Commissione
http://www.camera.it/_bicamerali/leg14/compo/Alpi.htm
http://www.camera.it/_bicamerali/leg14/IlariaAlpi/home.htm
http://www.piazzacarlogiuliani.org/carlo/pernoncarli/esecuzione.htm
http://www.volpin.it/dossier/ilaria-alpi.htm
http://www.reporterassociati.org/index.php?option=articles&task=viewarti...

Il commissario di An innamorato dei parà, e nume del sito “bunkerafricano”
http://www.camera.it/chiosco.asp?position=Deputati/La%20Scheda%
20Personale&cp=1&content=deputati/Composizione/
01.camera/nuovacomposizione/framedeputato.asp?Deputato=0d300640

Ipotesi di lavoro
http://italy.indymedia.org/news/2002/06/56018.php

Comunisti!
http://italy.indymedia.org/news/2002/06/56018.php
----------------------Last but not least

Opposizioni e opinioni
http://www.marxismo.net/fm117/fm117-p05-somalia.htm http://www.tightrope.it/user/chefare/archivcf/cf44/somalia.html
http://www.geocities.com/CapitolHill/8340/gepart01.htm

Repubblica sorvola e minimizza
http://www.repubblica.it/online/fatti/somtort/rapporto/rapporto.html

L’Esercito Italiano non c’era, e se c’era dormiva
http://www.esercito.difesa.it/root/attivita/mix_ibis.asp

Anche a sinistra ci si dimentica, e si apre una parentesi per dire: “mai dimostrate!”. Le torture.
http://www.carmillaonline.com/archives/2003/11/000491print.html

Dice Forza Italia: “L'agguato terroristico di cui rimasero vittime in Somalia decine di militari
americani determinò nel 1994 il fallimento della missione Restore hope”.
http://www.ragionpolitica.it/testo.2202.html

Sciacalli e cialtroni italiani
http://www.ifrance.com/amipalazzi/it/palazzi12_it.htm
http://amislam.com/libero14.htm
http://amislam.com/italian.htm

Un isolato grillo parlante
http://digilander.libero.it/alternativeinfo/nannimoretticarmillagiugno20...

Ancora torture
http://www.oz.net/~vvawai/sw/sw35/Somalia.html

Magistratura e politica
http://www.credfed.it/debrasi.htm

Strane storie
http://www.ilariaalpi.it/index.php?id_sezione=2&id_notizia=577
http://www.rekombinant.org/reader2.php?sid=936
http://www.amisnet.org/articolo.php?id=2276

La Difesa intanto progetta
http://www.adnkronos.com/IGNDispacci/20050128/ADN20050128195213.htm

Meccanismi di controllo(enorme, 400 pagine completo)
http://www.humiliationstudies.org/documents/evelin/HumiliationBook2.pdf

Trafficanti
http://www.eldiariodemoron.com.ar/investig.htm
http://www.eldiariodemoron.com.ar/principal.htm

Folgorati dai nostri eroi

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piccola rassegna stampa d'annata sui nostri eroi , giusto per ricordare chi sono.
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Torture in Somalia
condannato Ercole

LIVORNO - Condannato per abuso di autorità. Il tribunale di Livorno ha emesso la sua sentenza contro l'ex sottufficiale dell'esercito Valerio Ercole per la vicende delle presunte torture dei soldati italiani in Somalia nel 1997 durante una missione di pace. Ercole è stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione (pena sospesa e non menzione) e al pagamento di una provvisionale di 30 milioni alla parte civile.

I fatti si riferiscono al comportamento tenuto in Somalia da parte di alcuni militari italiani impegnati nell'operazione "Ibis". Secondo quanto documentò il settimanale "Panorama", anche con una serie di fotografie, il maresciallo Ercole, assieme ad altri due suoi commilitoni, applicò ai testicoli di un somalo, Aden Abukar Alì, due elettrodi, composti dai fili di un telefono da campo. Secondo il legale di quest'ultimo, Aden è diventato impotente, mentre la perizia ha escluso la presenza di danni organici. Dopo la pubblicazione delle foto, il tribunale di Livorno istruì il processo e rinviò a giudizio l'ex militare.

Il tribunale questa mattina ha accolto la richiesta di rito abbreviato avanzato dalla difesa di Ercole. Il pubblico ministero De Bellis aveva chiesto una condanna a 20 mesi (ovvero il massimo, decurtato di un terzo della pena per il rito abbreviato). La difesa aveva chiesto l'assoluzione.

Deluso dalla sentenza il difensore di Ercole, l'avvocato Giangualberto Pepi: "Le prove contro il mio assistito erano contraddittorie - dice - e smentite dalle perizie e dalle dichiarazioni del colonnello della polizia somala sentito nell'incidente probatorio. Il colonnello aveva escluso maltrattamento e segni di percosse". Molto probabilmente però non ci sarà nemmeno il processo d'appello perchè il reato contestato a Ercole si prescrive il 10 ottobre prossimo.

L'altro imputato al processo, Antonello Migneco, ritratto insieme a Ercole nel servizio fotografico del settimanale, aveva chiesto due mesi fa il patteggiamento. Ma il giudice aveva respinto la richiesta considerando la pena "non adegauta con quanto accaduto". Ora è in attesa di una nuova udienza.

(13 aprile 2000)
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Ercole e Migneco torturarono Abukar Aden durante
la missione di pace dell'Onu. Li individuò Panorama

Somalia, nuovo processo
per i militari della Ibis
Il giudice ha negato il patteggiamento a uno dei due
"La pena non è adeguata a quanto è accaduto"

LIVORNO - Sono tornati davanti al giudice i due militari italiani che nel 1993 in Somalia, durante la missione di pace Onu "Restor Hope", avevano torturato un cittadino somalo applicandogli degli elettrodi ai testicoli. I due militari della Ibis, Valerio Ercole, 33 anni, di Livorno e Antonello Migneco, 27 anni, di Augusta sono accusati di abuso di autorità perché identificati, dopo la pubblicazione di alcune foto su Panorama, come i militari che avevano arrestato e sottoposto al trattamento dei cavi elettrici Ali Abukar Aden, 34 anni, accusandolo di ladrocinio.

Il difensore di Antonello Migneco ha chiesto il patteggiamento a sei mesi di pena per il suo assistito, ma il giudice di Livorno ha respinto la richiesta "perché la pena non è adeguata a quanto accaduto". Il giudice ha così disposto il rinvio del fascicolo processuale al presidente del tribunale per la nomina di nuovo giudice e l'ulteriore fissazione di udienza. Il difensore di Ercole ha chiesto invece l'applicazione del rito abbreviato per l'ex maresciallo. Per lui il giudice si è riservato, fissando l'udienza al 16 aprile prossimo.

I fatti risalgono al 10 aprile 1993. A Johar in Somalia, vennero scattate alcune fotografie che ritraevano Valerio Ercole mentre applicava fili elettrici ai testicoli di Ali Abukar Aden mentre Migneco lo teneva bloccato a terra con uno scarpone. Nella foto pubblicata da Panorama, oltre a Migneco ed Ercole, compariva anche un altro militare che alimentava a manovella il generatore elettrico. Quest'ultimo non è mai stato identificato.

Aden non verrà ascoltato in aula durante il processo livornese perchè già sentito con incidente probatorio il 12 gennaio del '98, ma l'avvocato Douglas Duale, che rappresenta la parte civile, ha affermato che "non ci sono garanzie per riportare un somalo davanti ad un tribunale italiano".

"Quell'uomo è rimasto impotente - ha aggiunto il legale - e non illeso come dice la perizia". La parte civile costituita chiederà al tribunale un risarcimento di un miliardo di lire.

(22 febbraio 2000)
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Da “UmanitÀ Nova” n. 26 del 5 settembre 1999

Folgore 1997/1999: Incidenti mortali, scandali e nonnismo.

Sulla “Folgore” si potrebbe scrivere un libro. Per mancanza di spazio però ci limiteremo a analizzare gli avvenimenti di questo corpo dopo le clamorose denuncie sulle torture compiute dai parà durante la missione “umanitaria” in Somalia. Questa cronistoria si commenta da sola. Da parte nostra segnaliamo solo la complicità del governo di centro-sinistra che invece di fare piazza pulita continua ad esprimere solidarietà nei confronti dei vertici militari coinvolti
negli scandali. Vuoi vedere che la “Folgore” Éconsiderata un ”soggetto” pericoloso che, non si sa mai, conviene avere dalla propria parte? Potrebbe essere questa una chiave di lettura che spiega perché alla “Folgore” è permesso di fare tutto, o quasi.

5 giugno 1997: un servizio pubblicato da “Panorama” fa scoppiare lo scandalo delle torture compiute dai parà italiani durante la missione in Somalia iniziata nel 1993. Le foto e le testimonianze pubblicate parlano di torture e sevizie in stile sudamericano che confermano
quanto era stato denunciato fin dal 1993 da alcuni settimanali (“Epoca” e “Avvenimenti”) ma che era stato insabbiato dalla magistratura militare. Lo scandalo si allarga a macchia d’olio e la
”Folgore” è sul banco degli imputati. I generali Loi e Fiore, ex comandati dei parà e della missione sono costretti a dimettersi. Il governo decide di istituire una commissione di inchiesta, presieduta
da Domenico Gallo.

20 giugno 1997: lo Stato maggiore dell’Esercito comunica “che è allo studio la sostituzione del generale Cantone” comandante della Folgore fin dai tempi della missione in Somalia e attualmente in Albania come comandante di una missione civile-militare. A sostituire Cantone viene chiamato il colonnello Celentano, che durante la missione in Somalia aveva comandato il 186mo reggimento della Folgore. A Cantone rimane però² l’incarico in Albania.

23 giugno 1997: dopo essere stato interrogato dal magistrato inquirente il generale Cantone sostiene la tesi della “torbida macchinazione” contro la “Folgore”.

12 luglio 1997: i genitori di tre giovani parà morti durante dei lanci effettuano un volantinaggio in occasione del giuramento di un gruppo di allievi parà dello SMIPAR di Pisa un volantinaggio.
Chiedono giustizia per i loro figli morti fra il 1994 e il 1996 per una serie di “problemi tecnici legati alla tecnica di lancio con uscita rapida ideata dal generale Loi” quando comandava la “Folgore”.
Per la morte dei parà la procura di Lucca ha rinviato a giudizio 21 militari fra cui lo stesso generale Loi, il generale Staccioli, il generale Rosa, il generale Jacono. Fra i rinviati anche il direttore
di lancio Marco Giacomini, accusato di nonnismo per aver picchiato e costretto a fare delle flessioni prima del lancio uno dei giovani morti.

1 agosto 1997: piena stima e sostegno morale alla Brigata Folgore viene portato da Valdo Spini e dalla Commissione difesa della Camera durante un incontro con 400 fra ufficiali e sottufficiali parà svoltosi nella sede del comando della Brigata a Livorno.

9 agosto 1997: la commissione Gallo conclude i suoi lavori assolvendo i vertici della “Folgore”: le torture ci sono state ma sarebbero dei ”casi isolati”.

17 agosto 1997: il caso delle torture si riapre per la testimonianza di un maresciallo del carabinieri paracadutisti che rende pubblico il suo diario. Il diario costringe la commissione Gallo a riaprire
l’inchiesta.

4 settembre 1997: la magistratura livornese decide di prorogare di sei mesi le indagini sull’omicidio del maresciallo della “Folgore” Marco Mandorlini, trovato morto il 13 giugno 1995 sulla scogliera livornese con colpi portati da un pugnale in uso fra i parà . Durante la missione in Somalia Mandorlini era stato il capo scorta del generale Loi.

9 ottobre 1997: il pretore di Lucca decide di unificare i procedimenti aperti per la morte durante i lanci dei tre parà .

23 marzo 1998: inizia a Lucca il processo per la morte dei tre parà che vede coinvolti 21 imputati, tutti alti gradi della “Folgore”. Il processo è tutt’ora in corso.

4 aprile 1998: il comandante dello SMIPAR, gen. Nardi, e il suo vice, gen. Scalera, vengono rimossi dai loro incarichi dopo la denuncia di tre episodi di nonnismo. La decisione é stata presa dallo Stato Maggiore dell’Esercito. Il provvedimento é giustificato dal “non rispetto delle procedure” e “per non aver tempestivamente comunicato i casi di nonnismo”. Fra i casi denunciati una recluta ricoverata in ospedale per aver avuto una pedata nei testicoli e un’altra costretta
a bere un bicchiere di urina.

9 aprile 1998: un ex-sergente dei parà viene condannato dal tribunale di Livorno a otto mesi per “violenza aggravata continuata” nei confronti di una recluta che portata all’esasperazione si era poi
suicidata.

16 aprile 1998: lo Stato maggiore dell’Esercito smentisce l’esistenza del progetto di sciogliere la “Folgore” trasferendone alcuni reparti alle Brigate Friuli, Garibaldi e Pozzuolo, pubblicato dal “Borghese”.

7 maggio 1998: durante una visita all’Accademia militare di Livorno il sottosegretario della difesa Brutti dichiara che la “Folgore è uscita a testa alta dal caso Somalia”.

28 maggio 1998: la commissione Gallo conclude il suo supplemento di indagine. Dopo aver confermato che le torture e le violenze ci sono state ma sono state episodiche, la commissione ammette che “talvolta l’azione di comando è risultata inadeguata o addirittura carente”. La
commissione ammette anche “l’ostentazione in talune unità di simboli e slogan nazisti e fascisti”. Si tratta di ammissioni molto limitate che non inficiano un giudizio positivo sull’operato della missione militare italiana in Somalia.

8 giugno 1998: muore nell’Ospedale di Genova un maresciallo dello SMIPAR che il giorno prima si era schiantato sul tetto di una casa durante un lancio di addestramento.

24 giugno 1998: i familiari della vittima rivelano che una lettera anonima sostiene che il maresciallo Mandorlini è stato ucciso nella Caserma di Livorno la notte fra il 12 e il 13 giugno 1995 e solo successivamente trasportato sulla scogliera.

23 luglio 1998: nella campagna pisana viene trovato il corpo del comandante della 2^ compagnia dello SMIPAR. In serata il comando della “Folgore” dichiara che il “capitano É morto per presunto suicidio”.

30 luglio 1998: in una audizione di fronte alla Commissione difesa della Camera, il ministro della difesa Andreatta sostiene che il comportamento del contingente militare in Somalia é stato carente
nell’azione di comando a livello intermedio “ma non ai vertici”.

27 agosto 1998: un carabinieri del GIS, le “teste di cuoio” dell’arma reclutate fra i carabinieri paracadutisti del “Tuscania” di stanza nella caserma dei parà di Livorno, si ferisce gravemente durante un’esercitazione in una fabbrica dismessa di Marina di Pisa.

4 settembre 1998: durante un lancio di addestramento ad Altopascio un maresciallo dei parà rimane attorcigliato ad un paracadute di un compagno e muore impiccato. In serata il ministero della difesa precisa che “non vi è alcuna connessione tra l’incidente e la cosiddetta tecnica di uscita rapida, tra l’altro non più in uso nell’esercito”.

27 novembre 1998: due parà del reggimento Nembo rimangono gravemente feriti durante un’esercitazione a Marina di Vecchiano (LU).

11 maggio 1999: un maresciallo del “Col Moschin” viene trovato morto nel magazzino della caserma degli incursori sita a S. Rossore, alla foce dell’Arno. Viene aperta un’inchiesta: sembra che la morte sia dovuta alla caduta provocata da un malore durante un esercizio fatto ”per tenersi in forma”.

25 giugno 1999: a poco più di due anni di distanza dallo scoppio dello scandalo Somalia, la Commissione difesa del Senato assolve l’operato del contingente italiano considerandolo “fondamentalmente all’altezza delle nostre tradizioni e delle finalità di pace e soccorso umanitario della missione Restore Hope”. La Commissione preannuncia una visita alle caserme dei parà di Livorno e Pisa al fine, come sostengono due esponenti di AN, di “esprimere ai
paracadutisti la solidarietà del Parlamento”.
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Le nostre torture in Somalia
Articolo tratto da da IL FOGLIO, 13 maggio 2004

Milano. Le fotografie delle torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib hanno un precedente italiano nell'inchiesta condotta dal settimanale Panorama nel giugno del 1997. Anche allora furono pubblicate fotografie con immagini di soldati che abusavano di persone tenute in custodia dall'esercito occupante. I responsabili di questi atti erano italiani, somale le vittime. Le foto risalivano al 1993, ai tempi della missione di pace Ibis in Somalia, ma lo scandalo scoppiò quattro anni più tardi, quando il magazine della Mondadori, diretto da Giuliano Ferrara, pubblicò le foto e condusse una clamorosa e al contempo sobria campagna giornalistica. A differenza delle torture in Iraq, denunciate dall'esercito americano e oggetto di un'inchiesta militare tre mesi prima che la Abc mostrasse le foto, le torture italiane in Somalia sono state scoperte dalla stampa e le inchieste che seguirono non hanno portato a nulla. Nessuno è stato condannato, nessuno è stato allontanato, nessuno è stato punito.
A ricordare la campagna di Panorama è l'allora vicedirettore Umberto Brindani, oggi direttore del settimanale Gente: "Nel giugno del 1997 si presentò a Panorama una agenzia fotografica pugliese che ci mostrò l'immagine di un ragazzo somalo nudo e sdraiato per terra, al quale alcuni soldati italiani avevano legato mani e genitali agli elettrodi. Accertammo la veridicità e pubblicammo la foto". Panorama non sparò lo scoop in copertina: "Fin dall'inizio non abbiamo ceduto al sensazionalismo delle immagini", dice Brindani. Una scelta che accompagnò tutta la campagna, tanto che nel mezzo del caos successivo, quando tutti si aspettavano chissà quale altra copertina shock, Panorama uscì con una cover sul centenario dello scrittore Robert Louis Stevenson, dal titolo "Ritorno all'isola del tesoro".
Al tempo della pubblicazione delle fotografie il governo era guidato da Romano Prodi e il ministro della Difesa era Beniamino Andreatta. Ma, a differenza di quanto ha scritto recentemente Claudio Rinaldi sull'Espresso, non fu una campagna para-berlusconiana contro il governo dell'Ulivo in carica, per un motivo molto semplice: la missione Ibis nacque e si concluse prima ancora della nascita dell'Ulivo (1992-94). Il governo dell'Ulivo, invece, avviò inchieste e commissioni di indagini ("formalmente fu ineccepibile", dice Brindani) eppure tutto finì "a tarallucci e vino", come scrissero gli imbarazzati giornali della sinistra a insabbiamento realizzato.
A quella prima fotografia ne seguirono altre. La più orribile fu quella dello stupro di gruppo di una donna somala. La foto mostrava alcuni soldati italiani che introducevano una bomba illuminante cosparsa di marmellata nella vagina della ragazza. "Anche in questo caso non sbattemmo la foto in prima pagina. La copertina di quel numero era completamente nera, salvo il titolo 'Le nuove foto della vergogna'. Facemmo tutte le verifiche, compreso un terzo grado all'autore della foto, Stefano Valsecchi, che durò fino alle tre del mattino. Nello stesso numero, però, pubblicammo anche un altro servizio, con una foto che mostrava un gruppo di somali uccisi sul bordo di una strada. L'autore dell'altra foto, Stefano Bertini, ci disse in un'intervista che erano stati massacrati dagli italiani che si divertivano a sparare all'impazzata dalle loro jeep. Era una bufala, che scoprimmo solo qualche giorno dopo. Andammo subito in televisione a chiedere scusa. La settimana successiva il titolo di copertina fu 'Verità e bufale', nei servizi cercammo di spiegare che l'errore non doveva inficiare la veridicità delle altre torture documentate". Mentre la sinistra di governo era in imbarazzo perché un po' non voleva insabbiare un po' doveva difendere l'esercito, i bertinottiani chiedevano giustizia a voce alta. Brindani ricorda che Panorama fu duramente attaccato da alcuni parlamentari di destra, in particolar modo da Carlo Giovanardi, i quali intendevano difendere l'onore delle forze armate e si aggrappavano a quell'unica fotografia falsa per smontare l'intero scandalo. Panorama pubblicò anche una videocassetta, girata e montata dagli stessi militari della missione Ibis, nella quale non si vedevano atti di violenza ma si notava l'atteggiamento rambistico e il disprezzo per la popolazione locale di molti dei nostri soldati.
Otto procure della Repubblica aprirono un fascicolo d'inchiesta. L'Esercito avviò un'indagine disciplinare, condotta dal generale Francesco Vannucchi. La stessa cosa fece la Procura militare, con il procuratore generale Tonino Intelisano. Il Ministero istituì la Commissione Gallo. Il Parlamento affidò l'inchiesta a Libero Gualtieri. I due capi della missione Ibis, Carmine Fiore e Bruno Loi si autosospesero. Per un attimo sembrò che ci fosse la volontà di andare fino in fondo. Successe il contrario.
Le inchieste della magistratura ordinaria si sono perse per strada. La Commissione dell'esercito, col segreto militare, emise 12 provvedimenti disciplinari, ma non si sa nei confronti di chi né per quali abusi. La Procura militare, nel 1999, archiviò l'inchiesta per "omessa esecuzione di incarico e violazione delle consegne" nonostante l'accertamento di "azioni inopportune, gravi disfunzioni e sicure anomalie". La Commissione governativa guidata dal compianto professor Ettore Gallo, nella relazione finale di 114 pagine del 1998 scrisse di fatti "veri, verosimili o quantomeno da riscontrare", ma concluse di non avere, purtroppo, i poteri per farlo. L'indagine parlamentare censurò "i responsabili diretti" e chi aveva taciuto, ma non fece nomi né individuò colpevoli. Fiore e Loi furono reintegrati e poi promossi. L'unico condannato è stato Valerio Ercole, il militare che nella prima foto collegava gli elettrodi al somalo. In primo grado fu condannato per "abuso d'autorità" a 18 mesi. La pena fu sospesa e in appello, nel febbraio 2001, il reato fu dichiarato prescritto. L'America del generale Antonio Taguba e di Donald Rumsfeld è un'altra cosa.

Articolo tratto da da IL FOGLIO, 13 maggio 2004

Un sacerdote: "Mercenari i nostri parà"

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reporter
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Un sacerdote: "Mercenari i nostri parà"
La curia lo sconfessa

Diventa un caso diplomatico all'interno della Chiesa lombarda la presa di posizione di don Giorgio de Capitani, sacerdote di Monte di Rovagnate (Lecco), che nella home page del proprio sito Internet, riprodotta in questa pagina, ha definito "mercenari" i paracadutisti italiani in Afghanistan, proprio mentre l'Italia commemora i sei caduti di Kabul, chiedendosi "perché onorare la loro morte?".

L'arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, e tutta la diocesi hanno preso le distanze dalla presa di posizione definendola "personale". La curia in una nota ha ricordato che le dichiarazioni di don Giorgio "sono già state oggetto di richiamo (solo parzialmente recepito)" e ha ribadito "il dolore e la propria vicinanza umana e spirituale alla famiglie delle vittime dell'attentato".

20.09.09

Chile: From Popular Power to Social War.

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OurWar pics @ Crimethinc's Rolling Thunder 8

yay! Grab your copy @ www.crimethinc.com/rt/ or read the table of contents @ www.crimethinc.com/rt/toc/rt8_toc.pdf.

Chicle: Del Poder Popular a la Guerra Social, en la publicación Rolling Thunder de Crimethinc... con fotografías de ourwar. Si alguien lee inglés puede encargarla en www.crimethinc.com/rt/, sino puede esperar a que alguien pase el artículo a castellano.

[Palestina] Manifestanti abbattono parte del muro vicino a Ni'lin

autore: 
The Wall Must Fall

Manifestazione a Ni'ilin con abbattimento di parte del muro!!!

[Palestina] Manifestanti abbattono parte del muro vicino a Ni'lin

[Afghanistan] Per cosa sono morti?

Per difendere la pace, la libertà, la democrazia in Afghanistan e la sicurezza internazionale come dicono i nostri politici?

Era partito per fare la guerra, per dare il suo aiuto alla sua terra. Gli avevano dato le mostrine e le stelle e il consiglio di vender cara la pelle. (...) Ora che è morto la patria si gloria d'un altro eroe alla memoria. Ma lei che lo amava, aspettava il ritorno d'un soldato vivo. D'un eroe morto che ne farà se accanto, nel letto, le è rimasta la gloria d'una medaglia alla memoria.
(Fabrizio De André, La ballata dell'eroe)

L'Italia piange i suoi soldati morti a Kabul in un attentato della guerriglia talebana.
Peacereporter dedica loro, e alle loro famiglie, questi versi di Fabrizio De Andrè.

Per cosa sono morti?
Per difendere la pace, la libertà, la democrazia in Afghanistan e la sicurezza internazionale come dicono i nostri politici? No.
Non per la pace, perché i nostri soldati in Afghanistan stanno facendo la guerra.
Non per la libertà, perché i nostri soldati stanno occupando quel paese.
Non per la democrazia, perché i nostri soldati proteggono un governo-fantoccio che non ha nulla di democratico.
Non per la sicurezza internazionale, perché i nostri soldati stanno combattendo contro gli afgani, non contro il terrorismo islamico internazionale: a questo, semmai, stanno fornendo un pretesto per odiare e attaccare l'Occidente e anche il nostro paese.
E allora per cosa sono morti?
La risposta l'ha data il generale Fabio Mini, ex comandante del contingente Nato in Kosovo, intervenendo la scorsa settimana a un dibattito sull'Afghanistan tenutosi a Firenze e organizzato da Peacereporter:
"Ufficialmente lo scopo fondamentale, il center of gravity, della missione non è la ricostruzione, o la pacificazione né la democrazia: è la salvaguardia della coesione della Nato in un momento di crisi della stessa. Questo è lo scopo dichiarato, scritto nei documenti ufficiali della missione Isaf. La Nato è in Afghanistan esclusivamente per dimostrare che è coesa: lo scopo è essere insieme. Ecco perché gli Stati Uniti chiedono soldati in più: ma pensate davvero che manchino loro le forze per far da soli? Credete davvero che i nostri soldati o i lituani siano importanti? No! L'importante è che nessuno si sottragga a un impegno Nato. Ecco perché vengono chiesti continuamente uomini agli alleati".
"Agli infami, vigliacchi aggressori che hanno colpito ancora nella maniera più subdola diciamo con convinzione che non ci fermeremo", avverte il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
E' stravagante definire ‘vigliacchi' uomini che sacrificano la propria vita per uccidere il nemico. Forse questo giudizio andrebbe riservato ai piloti alleati che da mille piedi di altitudine sganciano bombe che fanno strage di talebani e civili, sapendo di non poter essere né visti né colpiti.
Anche chiamare ‘aggressori' i guerriglieri talebani che colpiscono le truppe d'occupazione Nato è curioso. Siamo noi che abbiamo aggredito loro invadendo il loro Paese.
"Non ci fermeremo", conclude La Russa in tono bellicoso. Altri soldati italiani dovranno quindi sacrificare le loro vite e stroncare quelle di altri afgani, combattenti e non. Da maggio, per la cronaca, le truppe italiane hanno "neutralizzato" almeno cinquecento "nemici" nelle battaglie combattute nell'ovest dell'Afghanistan con il massiccio impiego di carri cingolati ed elicotteri da combattimento. E presto, come annunciato, anche con le bombe sganciate dai nostri Tornado.
Secondo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, bisogna "conquistare il cuore degli afgani per fare terra bruciata di ogni complicità e omertà verso i terroristi".
Ma finché l'occupazione e la guerra continueranno, con le stragi di civili, i rastrellamenti, la distruzione dei villaggi, la terra bruciata si allargherà attorno ai nostri soldati e la guerriglia afgana diventerà sempre più popolare. La rabbia e il dolore di chi, a causa delle truppe occidentali, perde un familiare, la casa, una parte del corpo o semplicemente la libertà e la dignità, non fanno che portare acqua al mulino del "nemico". Un nemico che, infatti, più la guerra va avanti, più si rafforza e guadagna consensi.

[Afghanistan]Vittime da curare o da interrogare?

Mentre si piangono i morti italiani, un chirurgo di Emergency a Kabul racconta che fine fanno i feriti afgani

Non si capisce il perché. O forse il perché è ben chiaro, ma è troppo ripugnante per crederci.

In una città come Kabul, di quattro milioni e passa di abitanti, durante eventi violenti come quello di oggi non esiste la minima possibilità di coordinare le risorse di chi fa attività sanitaria e si occupa di feriti civili, perché buona parte dei pazienti viene trasferita con mezzi militari nell'unico ospedale militare della città: le zone colpite vengono infatti cordonate da militari afgani e di ISAF e alle ambulanze civili non è nemmeno permesso entrare.

Ai rappresentanti dello stesso Ministero della Sanità afgano è stato impedito oggi di entrare nell'Ospedale militare di Kabul e, quindi, solo il ministero della Difesa ha potuto render conto del numero delle vittime civili

Dopo il tragico attentato di oggi, oltre a piangere la morte di alcuni ragazzi italiani, dovremmo piangere la morte e il pessimo trattamento ricevuto da alcune decine di pazienti afgani che sono stati forzatamente trasferiti ed ammassati nella struttura sanitaria dell'esercito, che solo in occasioni come questa si ricorda che può trattare anche civili. Se la motivazione fosse la possibilità di garantire un trattamento migliore, lo si potrebbe comprendere: purtroppo la motivazione vera e non troppo nascosta è che così i pazienti possono essere "interrogati meglio". Nell'Afghanistan democratico, non è tanto importante quanto sei ferito ma quanto sei utile alle indagini.

Il Centro chirurgico di Emergency a Kabul riceve quotidianamente decine di feriti che vengono da tutte le province vicine, ma quando una bomba esplode a 500 metri dall'ospedale, ai pazienti viene reso impossibile esercitare il proprio diritto ad essere curati: per motivi che chi fa attività sanitaria, come me, trova difficile comprendere.

NOI NON PIANGIAMO I SOLDATI CADUTI PER UNA GUERRA DI RAPINA IMPERIALISTA

autore: 
SLAI COBAS
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NOI NON PIANGIAMO I SOLDATI CADUTI PER UNA GUERRA DI RAPINA IMPERIALISTA

Per cosa sono morti i soldati italiani? Questa è la prima domanda che dobbiamo porci, al di là della retorica che in questi momenti sommergerà l’Italia e che cercherà di nascondere i veri motivi perché questi soldati con le armi più sofisticate erano in questo Afganistan.

I politici, i pennivendoli del regime, i sindacati confederali, vi racconteranno parecchie bugie. Diranno in sostanza che i “nostri” soldati sono lì per aiutare le popolazioni (in sostanza quasi dei missionari), per combattere il “terrorismo”e per la “pace”.

Quello che nascondono è che i soldati italiani sono in Afghanistan (come negli altri paesi) per gli interessi politici dell’imperialismo italiano in alleanza con quello USA.

Per tale motivo partecipano nei vari teatri di guerra alle più orrende carneficine, non distinguendo gli obiettivi civili da quelli militari, mietendo numerose vittime anche e soprattutto tra ragazzi/e di giovane età che hanno la sola colpa di vivere in questi paesi. I militari sono lì per la volontà da parte del “proprio” paese imperialista il quale e in quell’area per dominare e spartire il bottino dei profitti insieme agli altri predoni imperialisti.

I lavoratori non hanno nulla in comune con queste borghesie predatrici e hanno tutto l’interesse ad opporsi alla partecipazione italiana alla guerra che si sta combattendo in Afganistan.

Per questo, il primo obiettivo urgente è quello di opporsi a tutte le guerre e, come denunciamo da tempo, per evitare altri lutti alle famiglie italiane e alle popolazioni afgane, lottare per l’immediato ritiro delle truppe italiane in Afganistan e negli altri paesi nei quali sono presenti.

Nessuna partecipazione a lutti patriottici o a mobilitazioni per cause volute dalla borghesia italiana, così come viene chiesto dai sindacati tricolori anche nel nostro Ente.

Lavoratori e delegati sindacali dello Slai Cobas della Regione Lombardia

Il governo della banda Berlusconi è un governo di assassini, di criminali e di razzisti!

autore: 
(n)PCI

(nuovo)Partito comunista italiano

Commissione Provvisoria del Comitato Centrale

Sito: http://lavoce-npci.samizdat.net
http://www.nuovopci.it
e.mail: lavocenpci40@yahoo.com

Delegazione

BP3 4, rue Lénine 93451 L'Île St Denis (Francia)
e.mail: delegazionecpnpci@yahoo.it
____________________________________________________

Comunicato CP 23/09 - 18 settembre 2009

Meglio una “crisi costituzionale” contro il governo che tenersi un governo che viola sistematicamente la Costituzione!

Il governo della banda Berlusconi è un governo di assassini, di criminali e di razzisti!

Il governo della banda Berlusconi agisce in completa illegalità!

Cacciare il governo degli assassini, dei criminali e dei razzisti!

Negare ogni collaborazione al governo degli assassini, dei criminali e dei razzisti!

Promuovere la disobbedienza e lo sciopero fiscale contro il governo degli assassini, dei criminali e dei razzisti! È un governo illegale e illegittimo!

Disobbedire al governo degli assassini, dei criminali e dei razzisti è giusto e legittimo!

I soldati possono e devono rifiutare di andare in Afghanistan!

I soldati devono rifiutare di obbedire agli ordini del governo degli assassini, dei criminali e dei razzisti!

I soldati devono rifiutare di obbedire agli ordini di ufficiali manutengoli di questo governo e traditori del loro giuramento di fedeltà alla Costituzione della Repubblica Italiana!

I sei soldati italiani abbattuti e i quattro messi fuori combattimento dalla Resistenza afghana ieri a Kabul confermano che il governo della banda Berlusconi è un governo di assassini, di criminali e di razzisti.

Esso segue le peggiori tradizioni di Mussolini che aveva messo soldati italiani a disposizione delle armate naziste di Hitler per trarre anche lui profitto dall’aggressione e dall’occupazione dell’Unione Sovietica.

Il governo Berlusconi anche in questo si allinea sulle peggiori posizioni del governo Prodi che lo ha preceduto.

I governi di ambedue questi individui hanno mandato e mandano soldati italiani a uccidere, ferire, torturare e terrorizzare la popolazione afghana, partecipando alla guerra americana. Non c’è alcun motivo giusto o dignitoso per fare la guerra in Afghanistan. I gruppi imperialisti USA hanno aggredito, occupano e saccheggiano l’Afghanistan perché vogliono dominare il Medio Oriente e l’Asia centrale. Fa parte della loro ostinazione a dominare il mondo, per saccheggiarlo e fare profitti. Barack Obama continua la politica di Bush e degli altri suoi predecessori che è la politica dell’imperialismo USA. I gruppi e governi imperialisti dei paesi europei e di altri paesi, soprattutto dell’Occidente bianco, capitalista e razzista partecipano alla guerra americana. Alcuni per avere voce in capitolo nella spartizione del bottino e non lasciare gli imperialisti USA unici padroni del terreno. Altri per servilismo e asservimento ai gruppi finanziari e al governo USA che li proteggono contro i loro stessi popoli.

Il Vaticano e la Chiesa cattolica sono complici di questa sporca guerra, che porta morti e distruzione in Afghanistan e in altri paesi, perché hanno tutti i mezzi per porvi fine e non lo fanno. Basterebbe infatti che chiamassero le masse popolari cattoliche a opporsi a questo governo, a disobbedire ai suoi ordini assassini e razzisti almeno con la stessa energia con cui le chiamano a opporsi alla “pillola del giorno dopo” e all’assistenza sanitaria alle donne che abortiscono.

La sporca guerra afghana mostra e smaschera la vera natura filopadronale, razzista e antipopolare della Lega Nord e degli altri componenti della coalizione governativa berlusconiana. Bossi, Maroni e i loro soci sono al servizio della Chiesa cristiana cattolica romana contro i musulmani e dell’America razzista e imperialista contro il popolo italiano del nord e del sud. Il carattere popolare e nazionale della concezione e della politica di questi signori consiste nel mandare soldati italiani a fare da macellai e da bersaglio delle masse popolari afghane e della loro giusta guerra contro gli occupanti. Bossi, Maroni e i loro soci sono razzisti contro i lavoratori immigrati in Italia, complici dell’aggressione dei paesi oppressi, conniventi con i padroni che licenziano, chiudono aziende e delocalizzano.

Gli oppositori borghesi e “democratici” del governo Berlusconi, se la loro opposizione è reale e non un paravento per strappare voti e condividere il potere, se è opposizione vera e non collaborazione camuffata, devono promuovere la disobbedienza al governo Berlusconi e lo sciopero fiscale.

Contro la politica criminale di questo governo, si combatte scendendo in piazza, non disdicendo manifestazioni e proteste per attenuare l’indignazione popolare contro il suo l’arbitrio e il suo comportamento illegale e illegittimo.

Il governo Berlusconi agisce in aperta e sistematica violazione della Costituzione della Repubblica Italiana che vieta al governo di ricorrere alla guerra per risolvere controversie internazionali. Il governo Berlusconi anche in questo conferma che è un’autorità apertamente illegale e illegittima. Non solo viola accordi internazionali che tutelano i diritti umani degli emigranti, non solo condanna milioni di italiani alla disoccupazione, alla precarietà e alla miseria. Esso viola apertamente le leggi e persino la Costituzione. Nessuna obbedienza a questo governo è legale e tanto meno legittima. Chi può opporsi e non lo fa, è complice.

I partiti, i sindacati di regime, le grandi associazioni hanno i mezzi, il prestigio e il seguito necessari per promuovere la disobbedienza generale e di massa a questo governo e per promuovere lo sciopero fiscale: neanche un euro a questo governo!

Se non lo fanno, è perché con l’opposizione di facciata nascondono la complicità e la collaborazione con il governo Berlusconi: contro i lavoratori, gli immigrati, i settori perseguitati da questo governo e dai suoi fautori e sostenitori, contro le masse popolari italiane.

I soldati italiani possono e devono rifiutare di andare in Afghanistan e di obbedire agli ordini di un governo che viola leggi e Costituzione e di ufficiali felloni e traditori del loro stesso giuramento di fedeltà alla Costituzione della Repubblica Italiana!

Nessun tribunale della Repubblica oserebbe condannarli per questa disobbedienza e questo rifiuto di obbedire a ordini illegali e criminali. In Inghilterra un soldato ha apertamente e pubblicamente rifiutato l’ordine di partire per l’Afghanistan e la magistratura non ha osato dargli torto, dato il carattere inumano della guerra contro il popolo afghano, sebbene in Inghilterra nessuna Costituzione vieti al governo di fare la guerra a suo piacere.

Papa Benedetto XVI benedicendo questa guerra sporca mostra e conferma la vera natura del Vaticano, complice e promotore del razzismo dell’Occidente bianco e capitalista. Esso biascica parole di pietà per i soldati italiani colpiti dalla Resistenza afghana, ma non ha niente da dire sui civili e sui combattenti afghani uccisi, feriti, torturati, terrorizzati dagli aggressori. Così faceva anche Pio XII sessanta anni fa, finché i nazisti e i fascisti erano all’attacco e vincevano.

Noi comunisti chiamiamo tutti i giovani a rifiutare di partecipare alla sporca guerra americana di aggressione alle masse popolari afghane.

Noi comunisti rendiamo omaggio ai combattenti della Resistenza afghana e a tutti quelli che, in ogni parte del mondo, combattono contro gli aggressori del loro paese.

La morte è sempre un avvenimento drammatico e senza ritorno, per chi muore e per chi resta. Ma chi muore per una causa giusta è un eroe e tutti gli uomini che hanno il senso della dignità e dell’onore li ricorderanno con riconoscenza. Chi muore per una causa infame è oggetto del disprezzo o al massimo della commiserazione.

Noi comunisti chiamiamo tutti i lavoratori italiani a opporsi a questa guerra, come li chiamiamo a opporsi alla disoccupazione, ai licenziamenti, alla riduzione del lavoro, alla chiusura delle aziende! Si tratta della stessa battaglia, perché è la stessa classe e sono gli stessi interessi quelli che scatenano le guerre di aggressione e di rapina contro i popoli all’estero e quelli che gettano nella miseria i lavoratori nel nostro paese.

I partiti, i sindacati di regime, le grandi associazioni, i vescovi e la loro Chiesa se vogliono impedire la guerra e impedire la politica d’arbitrio, di illegalità e di morte, razzista e criminale del governo Berlusconi ne hanno da subito i mezzi se solo vogliono usarli, se sono più amici delle masse popolari che complici dei padroni e del loro governo: devono chiamare alla disobbedienza civile e allo sciopero fiscale.

I lavoratori per far fronte a questo governo di criminali e di razzisti, devono anzitutto organizzarsi in organismi antigovernativi, anticapitalisti e di lotta. Solo organizzati in organismi decisi a porre fine allo stato attuale delle cose i lavoratori sono una forza e hanno voce in capitolo nella politica del paese.

Il nuovo Partito comunista italiano chiama i lavoratori più avanzati, le donne e i giovani più generosi, gli immigrati a organizzarsi nelle organizzazioni di massa che lottano efficacemente contro la borghesia e il clero, che lottano per instaurare il socialismo, che lottano per formare un governo di blocco popolare che attuerà immediatamente tutti i provvedimenti necessari per realizzare le sei misure che riassumono le esigenze delle masse popolai del nostro paese:

1. Assegnare a ogni azienda compiti produttivi (di beni o servizi) utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale (nessuna azienda deve essere chiusa).

2. Distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi.

3. Assegnare ad ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società (nessun lavoratore deve essere licenziato).

4. Eliminare attività e produzioni inutili e dannose per l’uomo o per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti.

5. Avviare la riorganizzazione delle altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione.

6. Stabilire relazioni di collaborazione o di scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi.

Queste sei misure costituiscono la base e la condizione dell’ordine pubblico e della sicurezza per le masse popolari nel nostro paese e della loro fraterna collaborazione con le masse popolari degli altri paesi, ivi comprese le masse popolari dell’Afghanistan e degli altri paesi oppressi.

Per questo lotta il nuovo Partito comunista italiano!

Per questa lotta il nuovo PCI chiede il concorso e il contributo della parte più generosa e onesta, della parte più avanzata delle masse popolari del nostro paese!

Compagni, operai, proletari, donne, immigrati e giovani: arruolatevi nel (nuovo)Partito comunista italiano!

Partecipate alla campagna di organizzazione del Partito!

Costituite clandestinamente in ogni azienda, in ogni zona e in ogni organizzazione di massa un Comitato di Partito!

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