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Guerre globali

Per Teresa Strada

05/09/2009 - 17:00
Etc/GMT+2
autore: 
Uno

Alle 17 all'arena di Milano si terrà la commemorazione per Teresa Sarti, moglie di Gino Strada e fondatrice di Emergency.

[Mantova] VIDEO PALESTINA "I crimini israeliani: il Muro della Vergogna e le stragi in Libano e a Gaza

06/09/2009 - 18:00
06/09/2009 - 22:00
Etc/GMT+2
autore: 
SU LA TESTA-L'altra Lombardia

MANTOVA
Domenica 6 settembre 2009 ore 18:00
Giardini degli angeli (quartiere nuovo)
Largo I maggio

PROIEZIONE VIDEO PALESTINA
"I crimini israeliani: il Muro della Vergogna e le stragi in Libano e a Gaza"
e a seguire intervista di Giorgio Riboldi a Abu Ahmad Fouad, membro dell'ufficio politico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

SCHEDA VIDEO (durata 60 minuti)

IL MURO (tratto dal documentario “Questione Palestina: dai campi profughi in Siria al Muro dell’Apartheid”)
GAZA: UN LAGER GIGANTE
LIBANO (tratto dal documentario “Libano e Palestina: due popoli in lotta contro l’imperialismo”)
INTERVISTA AD ABU AHMAD FOUAD

QUESTIONE PALESTINA: DAI CAMPI PROFUGHI IN SIRIA AL MURO DELL’APARTHEID

Regia e montaggio: Mariella Megna
Testi di Giorgio Riboldi
Prima parte: dal confine turco-siriano a Gerusa-lemme
Seconda parte: Gerusalemme vecchia, i Territori Occupati, il Muro della vergogna.
Edizioni 2005 L'altra Lombardia - SU LA TESTA
Questo film-documento racconta l'esperienza di una delegazione di L'altra Lombardia - SU LA TESTA nei campi profughi palestinesi in Siria (a Damasco e ad Aleppo) e in Palestina nei Territori occupati. “La pace in Palestina non ci sarà finché un solo soldato israeliano resterà sul suolo palestinese” questo è il messaggio che ci hanno ri
badito più volte sia i palestinesi dei campi profughi in Siria, sia quelli che vivono nei territori occupati. Nel corso
di questo viaggio la delegazione ha avuto modo di verificare l'immutata determinazione e la volontà di vastissimi settori del popolo palestinese a continuare la lotta con ogni mezzo contro l'occupazione coloniale di Israele del territorio dell'Autorità Nazionale Palestinese e per il diritto al ritorno di tutti i profughi sparsi in Medioriente nei vari campi profughi dove vivono con grande dignità in mezzo ad enormi difficoltà.

LIBANO E PALESTINA: DUE POPOLI IN LOTTA CONTRO L’IMPERIALISMO

Regia e montaggio: Mariella Megna
Testi di Giorgio Riboldi
Prima parte: introduzione geopolitica: le origini storiche del Libano fino all’ultima aggressione isra-eliana nel 2006
Seconda parte: i campi profughi palestinesi (tra gli altri Beddawi e Nahr el Bared) in Libano e l’attualità politica (elezioni presidenziali e le forze in campo con stralci di interviste)
Edizioni 2008 L'altra Lombardia - SU LA TESTA (anche in versione inglese e francese)
Questo film-documento è stato girato da esponenti de L’altra Lombardia – SU LA TESTA e rivolge una particolare attenzione alle riprese nel Libano del sud e nei principali campi profughi palestinesi, Bourj el Shemali (Tiro), Bourj el Baranjeh e Shatila (Beirut sud), Beddawi e Nahr el Bared (Tripoli).
E’ un tentativo di raccontare la storia di questo paese dalle sue origini fino all'ultima aggressione israeliana, con approfondimenti sul carcere di Khiam,la strage di Sabra e Shatila e la situazione dei campi profughi palestinesi. Vi è in particolare un’ampia documentazione sulla distruzione del campo di Nahr el Bared da parte dell’esercito libanese e la situzione dei profughi costretti e a rifugiarsi nel campo vicino di Beddawi.
Vi sono inoltre interviste ad un esponente della coalizione dell'opposizione e al segretario generale del Fronte popolare(FPLP) in Libano che fanno il punto sulla situazione attuale e sulla prova di forza che ha messo di fronte il governo uscente di Siniora e le formazioni dell’opposizione che per oltre un anno, fino a fine maggio 2008, hanno stazionato davanti al Parlamento per chiedere garanzie sulle modalità dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica e per denunciare l’illegittimità dell’attuale governo.
Vogliamo fornire uno strumento di comprensione delle complicate vicissitudini politiche di questo paese ed è per questo che nella prima parte ci dedichiamo alla ricostruzione storica delle vicende che hanno portato il Libano ad essere uno dei luoghi al centro degl interessi imperialisti negli ultimi trent’anni.
Nella seconda parte affrontiamo, invece, la situazione dei profughi palestinesi e il complesso rapporto tra il popolo palestinese nei campi e la realtà libanese oltre che l’attualità politica.
Il documento è stato girato in occasione della visita in Libano della delegazione del comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila” della quale facevano parte gli esponenti de L’altra Lombardia – SU LA TESTA.
Questo documento è dedicato a Stefano Chiarini, giornalista de Il Manifesto recentemente scomparso e fondatore del comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila”, al comandante George Habash, fondatore del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, a Ahmed Sa’adat, attuale segretario del Fronte Popolare, rinchiuso in un carcere israeliano, e a tutti i prigionieri politici e ai popoli in lotta contro l’imperialismo.

INTERVISTA al COMPAGNO ABU AHMAD FOUAD
membro dell’ufficio politico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
a cura di Giorgio Riboldi
A margine della CONFERENZA DEL CAIRO – FORUM PER LA LIBERAZIONE, contro l’occupazione USA e sionista, che si è svolta al Cairo (Egitto) dal 27 al 30 marzo 2008 (vedi http://www.laltralombardia.it/public/docs/cairoconference.html), esponenti dell’associazione L’altra Lombardia – SU LA TESTA, che ha partecipato ai lavori, hanno intervistato il compagno Abu Ahmad Fouad, membro dell’ufficio politico del Fronte Popolare di Liberazione per la Palestina.
Il compagno Fouad ha espresso la sua valutazione sullo svolgimento della Conferenza. Ha proseguito poi illustrando le attività del Fronte ed il suo ruolo per recuperare una situazione di unità nelle forze della resistenza palestinese.

i nostri filmati
http://www.laltralombardia.it/filmati.html

esercito israeliano 'rapisce' palestinesi per prelevarne gli organi

http://it.peacereporter.net/articolo/17308
Giornale+svedese%3A+esercito+israeliano+%27rapisce%27+palestinesi+per+prelevarne+gli+organi

19/08/2009
Giornale svedese: esercito israeliano 'rapisce' palestinesi per prelevarne gli organi

La denuncia di Aftonbladet ha provocato un terremoto diplomatico

L'articolo del principale giornale svedese, Aftonbladet, che accusa i soldati israeliani di rapire palestinesi per prelevarne gli organi, sta causando un terremoto diplomatico tra i due Paesi. L'ambasciata di Israele a Stoccolma prenderà 'provvedimenti' in queste ore, mentre è prevista la convocazione dell'ambasciatore svedese al ministero degli Esteri israeliano.

Aftonbladet è uscito la settimana scorsa con una serie di racconti di palestinesi che denunciano come nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania giovani feriti o uccisi vengano 'prelevati' dalle Forze armate israeliane (Idf) e riconsegnati alle famiglie senza alcuni organi. "I nostri figli diventano involontari donatori, mi hanno raccontato i parenti di Khaled di Nablus, o la madre di Raed di Jenin, o gli zii di Machmod e Nafes a Gaza, tutti scomparsi per alcuni giorni e riportati alle famiglie nottetempo, già cadaveri e sottoposti ad autopsia", scrive l'autore dell'articolo, Donald Bostrom. Questi cita anche un episodio risalente al 1992, durante la prima Intifada. Secondo Bostrom, l'Idf avrebbe rapito un giovane, Bilal, che tirava pietre alle truppe israeliane nell'area di Nablus. Colpito al petto, alle gambe e allo stomaco da proiettili israeliani, è stato portato in un ospedale militare in elicottero e condotto in un posto "ignoto ai parenti". Cinque notti dopo, il corpo è stato riconsegnato ai genitori, avvolto in lenzuola verdi da ospedale. Sempre secondo Bostrom, Bilal era stato aperto dallo stomaco alla gola per un preciso motivo.

L'articolo include anche un collegamento a una recente inchiesta su un gruppo criminale nel New Jersey, che include diversi rabbini statunitensi, accusati di negoziare la compravendita di un rene umano per un trapianto.

La critica alla pesante denuncia di Aftonbladet giunge dapprima da un altro giornale svedese, il liberale - e rivale - Sydsvenskan, che accusa apertamente Bostrom di antisemitismo: "Abbiamo già sentito questa storia - scrive la testata - in una forma o nell'altra. Segue il classico schema della cospirazione: i teorici prendono un numero enorme di fili sparsi e tentano il lettore a metterli insieme in un tessuto che non ha alcuna connessione. Sussurri, fonti anonime, voci. E' tutto. La difesa è ugualmente prevedibile: 'Anti-semitismo', e la risposta 'No no, solo critica di Israele".

Il ministero degli Esteri ha reagito con furore, per bocca del portavoce Yigal Palmor, che ha definito la pubblicazione un "marchio d'infamia" per la stampa svedese, un'"isteria razzista nella sua forma peggiore". "Nessuno - ha aggiunto - dovrebbe tollerare questo infame medievale libello demonizzante che sicuramente può incoraggiare a compiere crimini contro gli ebrei".

Oggi è arrivata la risposta di Donald Bostrom, l'autore dell''infamante' articolo: "Non sono antisemita - dice - e mi rattrista molto sentire persone che mi accusano di questo. Ora che la storia riemerge in superficie, la mia intenzione era di evidenziare il legame con la 'cosca' del New Jersey e il fatto che debba aprirsi un'inchiesta sul caso del prelevamento degli organi".

L'ambasciata svedese a Tel Aviv ha condannato l'articolo come "scioccante e terribile, per noi svedesi come per i cittadini israeliani. Come in Israele, la libertà di stampa prevale anche in Svezia. Ma la libertà di stampa e quella di espressione sono libertà che portano con sè una certa responsabilità", ha detto l'ambasciatrice svedese Elisabet Borsiin Bonnier.

Luca Galassi

I missili per Teheran e il Mossad. L'ultimo mistero della Arctic Sea

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dal corriere

WASHINGTON — La misteriosa Arctic Sea è come la balena delle favole: nella sua pancia puoi trovare di tutto. Le autorità russe, dopo tante smentite, hanno affermato che il carico della nave «dirottata» in agosto poteva essere costituito «non solo dal legno finlandese» destinato all’Algeria. E dunque, ha aggiunto il capo della Commissione d’inchiesta Alexander Bastrykin, andremo fino in fondo per capire cosa sia realmente accaduto sulla nave sparita in Atlantico e ritrovata a metà d’agosto alle isole Capo Verde. «Entro dieci giorni avremo una risposta», assicurano gli inquirenti. Un tempo necessario per torchiare gli improbabili pirati e l’equipaggio. Quindi per esaminare a fondo la nave, una volta che sarà arrivata a Novorossiisk, sul Mar Nero. Infine per confezionare una verità accettabile. L’impressione è che non solo il cargo ma anche il Cremlino abbia qualcosa da nascondere. E, anche alla luce delle dichiarazioni di Bastrykin, l’ipotesi del «carico segreto» non è più una semplice speculazione.

L’ultimo scenario nella saga del Baltico chiama in causa il Mossad. Fonti giornalistiche russe hanno sostenuto che i servizi segreti israeliani avrebbero abbordato la nave in acque svedesi (24 luglio) per bloccare una fornitura di missili da crociera X-55 e anti-aerei S300 all’Iran. Un blitz camuffato da atto di pirateria per stroncare un contrabbando che andava avanti da tempo. Un’azione alla James Bond seguita da una visita del presidente israeliano Peres a Mosca: l’incontro ufficiale sarebbe però servito per chiedere spiegazioni al Cremlino. La Arctic Sea avrebbe imbarcato le armi a Kaliningrad in giugno, un mese dopo ha raggiunto uno scalo finlandese per caricare una partita di legno, poi è salpata il 23 verso l’Algeria.

Un’altra versione comparsa sulla Pravda indica, invece, come responsabile dell’operazione «una potenza occidentale» che avrebbe deciso di far emergere la storia per mettere in imbarazzo i russi. Mosca, a questo punto, avrebbe reagito «in modo isterico » — insistono le fonti locali — mobilitando la flotta per arrivare alla Arctic Sea prima di altri. Una mossa protetta da un fitto sbarramento di notizie false o confuse — Mosca ha ammesso di aver mentito — per mischiare le carte. Comportamento giustificato fino al recupero dell’equipaggio, meno dopo l’arresto dei presunti corsari.

Con la «liberazione» della nave e la cattura, senza sparare un colpo, di «otto pirati» si pensava infatti che il giallo avrebbe conosciuto l’epilogo. E invece si è arricchito di nuovi episodi. I russi, per prima cosa, hanno preso a rimorchio la Arctic Sea facendo rotta per il porto del Mar Nero dove arriveranno tra qualche giorno. L’equipaggio è rimasto sotto il controllo delle autorità: strano trattamento per delle vittime di un gesto di pirateria. Altre sorprese sono arrivate dai «corsari», trasferiti a Mosca. Quando le loro foto sono apparse, i familiari di Andrei Lunev, uno dei pirati, hanno avuto uno choc: «È incredibile. Pensavamo che fosse morto tre anni fa in un naufragio e invece è vivo». Non meno bizzarra la composizione della banda. Questa la prima lista fornita dagli investigatori: un lituano, un russo, uno spagnolo, tre apolidi e due con la nazionalità da accertare. Il «redivivo» Lunev si è professato «ecologista» ma quando gli hanno chiesto il nome della sua associazione ha replicato con un «non lo so». Un altro ha detto di essere un metalmeccanico, un terzo di aver fatto il pescatore. Diversi sfoggiavano tatuaggi sulle braccia e qualcuno ha pensato di poter decifrare tra i disegni i simboli di qualche gang mafiosa. Ma un esperto lo ha escluso: «È roba da marinai». Da Tallin hanno suggerito che almeno sei dei criminali fossero estoni, alcuni dei quali con gravi precedenti penali.

Quanti fiutano aria di imbroglio hanno avanzato dubbi su chi sia il reale proprietario del mercantile battente bandiera maltese ma registrato da una compagnia russo-finlandese. «Sono loro i veri titolari o dietro c’è la Corea del Nord?», si è domandato un osservatore americano sottolineando indiscrezioni, poi smentite, trapelate da Mosca. A questo punto non resta che attendere le conclusioni dell’inchiesta, ma con la convinzione che sentiremo parlare ancora molto della Arctic Sea.

In Afghanistan per verificare sul campo la nuova strategia delle truppe americane

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dal corriere
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Nella regione di Helmand sembra che la guerra sia finita soltanto ieri. Il nostro inviato ha trascorso cinque giorni con i marines. «Il comandante adotta le logiche di Petraeus in Iraq».

KHAN NESHIM - La guerra del futuro in Afghanistan è combattuta dalle mura di un antico castello merlato, con tanto di torri circolari, feritoie, i pozzi nel cortile e le mura di fango con gli spalti che si sciolgono alle intemperie nello scorrere dei secoli. I marines del secondo battaglione meccanizzato leggero vi si sono insediati dal 2 Luglio e subito hanno piazzato qui, e in altri cinque avamposti, la sala controllo per i "drone", gli aerei senza pilota che da allora pattugliano dall’alto la regione. «Khan Neshin è il nostro campo più meridionale in Afghanistan. Prima di noi qui regnavano i talebani. Dal 2001 solo qualcuna delle nostre pattuglie vi si era avventurata per brevi missioni. Ma il terreno era sempre rimasto sotto il loro controllo. Adesso non più. La differenza è che ora noi siamo qui per restare», sostiene il comandante, colonnello Tim Grattan, 42 anni del Massachusetts, ben contento di ricordare la sua lontana origine napoletana.

LA NUOVA STRATEGIA USA - Polvere sporca, più che sabbia. Caldo, con temperature che a metà giornata sfiorano i cinquanta gradi. Dagli spalti (i contadini locali dicono che la fortezza ha quasi 300 anni) si nota a tre chilometri il riflesso delle acque del fiume che dà il nome alla regione: Helmand. Una volta sinonimo di agricoltura ricca, commerci con Iran e Pakistan. E oggi platealmente associato alle più irriducibili milizie talebane e al traffico di droga. Il Baluchistan è a meno di 80 chilometri. Una fascia di montagne scure a una trentina di chilometri verso est segna invece l’entrata nella regione di Nimruz (ancora regno incontrastato del Mullah Omar) che porta all’Iran. I marines, 570 in tutta Helmand, ma circa 200 stazionati nel castello, vivono perennemente avvolti da questa afa polverosa, che non si lava via neppure dopo la doccia, ricopre brandine, sacchi lenzuolo, zanzariere, mitra, computer e blindati. Siamo restati cinque giorni con loro, dopo un viaggio di trasferimento da Kabul prima in C130 e poi dalla zona di Kandahar con elicotteri da combattimento. L'obbiettivo è quello di raccontare la nuova strategia americana nel Paese, che vede l’incremento sostanziale e nuovi metodi di impiego del loro contingente militare concentrato lungo il confine col Pakistan a sud e nelle regioni orientali.

RADICATI SUL TERRITORIO - «In realtà il nostro comandante in capo, generale McChrystal, sta adottando le stesse logiche messe in pratica da David Petraeus in Iraq due anni fa. Si tratta di fare in modo che i nostri soldati siano distribuiti a pioggia nel Paese. Non devono restare nelle basi, ma uscire, lavorare con piccoli distaccamenti assieme alle nuove forza di sicurezza afghane. Il punto è che stiamo combattendo la guerriglia. E per batterla dobbiamo restare saldamente radicati sul territorio», commenta Grattan. Lo sforzo è immenso e per molti aspetti sembra tardivo. In questa regione di 22.500 abitanti solo 290 si sono recati a votare il 20 agosto scorso. «Le minacce talebane hanno avuto la meglio», ammette lo stesso governatore, Massoud Ahmad Rassouli Balouch, un 26enne scelto tre mesi fa dalle autorità della vicina Lashkar Gah e che due anni fa ebbe un ruolo importante nel negoziato per la liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo. Lui stesso vive asserragliato nelle zona cinturata dagli americani. I talebani vorrebbero assassinarlo con l’accusa di collaborazione con il nemico.

GOVERNO LATITANTE - A otto anni dalla caduta del regime talebano, da queste parti sembra ancora che la guerra sia finita soltanto ieri. E il governatore fa ben fatica a nascondere i problemi. «È vero. Qui il governo centrale è latitante. Mancano scuole, medici, strade, insomma praticamente tutto. Ma domani vado a Lashkar Gah e mi faccio sentire», sostiene quasi patetico, come se in un viaggio si potesse trovare soluzione a difficoltà enormi, strutturali, ormai sedimentate come la polvere che ci avvolge di continuo. Tema del giorno è il mancato arrivo degli stipendi per la cinquantina di poliziotti faticosamente reclutati prima dell’arrivo degli americani. La loro sede centrale è situata in una fattoria appartenente a un leader talebano locale nella frazione di Qualenau. Ci arriviamo il pomeriggio del 24 agosto dopo un viaggio in autoblindo Lav 25 di mezzora attraverso i resti del raccolto di papaveri. «Oppio, oppio a perdita d’occhio. Questa è la maggiore risorsa economica della zona. E non sta certo a noi distruggerla. Causeremmo solo malcontento e astio nei nostri confronti», sostengono i sei uomini dell’equipaggio.

AGENTI SENZA STIPENDIO - Ma le loro preoccupazioni sono altre. In circa un mese 5 dei loro hanno perduto la vita nelle esplosioni delle mine disseminate dai talebani nella campagna. Ogni volta cercano un tragitto diverso, evitano gli sterrati in prossimità delle loro basi, stanno attentissimi a qualsiasi segno di terra smossa di fresco. Ogni viaggio però potrebbe essere letale. E il percorso si fa in silenzio, tesi, preoccupati. A Qualenau nessuno dei 17 poliziotti è al suo posto. Alcuni stanno facendo il bagno nello stagno vicino, altri dormono, altri ancora si presentano in canottiera e affermano di essere troppo esausti dal digiuno del Ramadan per poter montare di guardia. I marines sono furiosi. «Come potete costruire il vostro Paese se non rispettate la disciplina!», urla alle orecchie del povero traduttore di turno un sergente fuori dai gangheri. Poco dopo viene però a galla un’altra versione. «Da quattro mesi nessuno ci paga lo stipendio. Perché mai dovremmo lavorare?», protestano gli agenti. Gli stessi comandi americani confermano il problema. «È parte delle inefficienze del governo centrale. È vero a Helmand non arrivano le paghe dei poliziotti», afferma il comandante del distaccamento di Khan Neshim, il capitano 38enne Gerard Dempster.

RAZZI E BAZOOKA CONTRO LE BASI - E tuttavia gli agenti accettano, pur di malavoglia, di accompagnare le pattuglie americane a fare il censimento dei contadini rimasti. Molti sono fuggiti. Temevano di restare coinvolti nella guerra tra marines e talebani. E a metà luglio la situazione è stata davvero calda. Le basi Usa sono state prese di mira da razzi e bazooka. Le mine sono cresciute come papaveri. Non sono mancate neppure le schermaglie con armi leggere. È stato allora che i comandi Usa hanno dispiegato il meglio della tecnologia militare d’avanguardia. In coordinamento con le forze che già agiscono in Pakistan, hanno fatto levare in volo i drone e i cieli di Helmand sono diventati gli occhi dell’intelligence Usa. «È incredibile. Sui nostri computer possiamo individuare gran parte dei movimenti nella regione. È una guerra diversa questa. E la tecnologia aiuta a battere la guerriglia», sostiene ancora il colonnello Grattan. Grazie a questo apparato il 21 agosto veniva individuato e ucciso assieme a sei compagni Haji Sattar, uno dei più importanti comandanti della regione. «Stavano viaggiando su di un camion carico di razzi da 107 millimetri da sparare contro le nostre basi. Il drone li ha individuati, seguiti, e quando sono arrivati in una zona aperta per evitare le vittime collaterali tra i civili via satellite abbiamo azionato il suo cannoncino». «Da allora i talebani si sono ritirati più a sud, oppure a Quetta in Pakistan. Altri sono scappati a Nimruz e sono saliti verso Farah, la regione controllata dal contingente italiano basato a Herat», aggiunge.

UN GIOCO LETALE - Ieri abbiamo potuto avere un altro esempio in diretta di questa guerra via web. Sembra un gioco, ma letale. Verso le tre del pomeriggio arriva infatti la segnalazione degli uomini dell’intelligence addetti ad un drone che vola a nord di Helmand che un luogotenente di Sattar sta viaggiando su di un camioncino carico di missili. L’ordine è quello di sparare appena possibile. «Eliminarlo subito, ma attenzione ai civili», dice Grattan agli operatori. Subito dopo però arrivano le immagini del veicolo, color bianco, fermo tra un gruppo di costruzioni nella campagna. Occorre attendere che riparta. Ma qualche cosa non funziona. Le nuove immagini del veicolo in viaggio lungo un canale mostrano che i missili non ci sono più. Qualcuno sostiene che anche l’autista potrebbe essere diverso. L’ordine rientra. I drone restano puntati sul gruppo di abitazioni sospette. Più tardi si esce in pattuglia a piedi per la campagna. Una dozzina di soldati, più il traduttore, Said, un americano della Carolina, ma di origine afghana, che lavora come contractor su base annuale. Si procede lenti, ancora facendo attenzione alle mine. Il caldo è opprimente, sotto il giubbotto antiproiettile le camice sono intrise di sudore. Le fattorie sono quasi tutte vuote, cortili con ancora i resti dei fiori di oppio anneriti dal sole, cancellate chiuse di fretta.

«NON BRUCEREMO I CAMPI» - Sembra evidente che qui c’è stata da poco una fuga generale. Pure qualcuno è restato. Quanto i marines entrano nei recinti delle abitazioni escono ad accoglierli solo gli uomini. Le donne sono tutte nascoste. I soldati cercano di fare un censimento con tanto di questionari già preparati. Goffi, giovani, troppo giovani per questo lavoro. È stato detto loro che da queste parti le donne non vanno mai guardate. E loro si voltano disciplinati ogni volta che chiedono agli uomini di farle cambiare di luogo per poter completare le perquisizioni. I cani ringhiano, i bambini chiedono dollari e caramelle. I soldati domandano ai contadini se hanno bisogno di un medico e se hanno votato. E questi mentono rispondendo di sì. Mentono anche quando dicono che non producono droga. Qualcuno dice però: «Un pochino, non saprei come fare altrimenti a mantenere la mia famiglia». E i ragazzoni americani li rassicurano. «Non preoccupatevi. Non saremo noi a bruciare i vostri campi». Rientriamo alla base che è l’imbrunire. Il momento di rompere il digiuno del Ramadan. Anche il mercatino sempre aperto presso le mura del vecchio castello è assolutamente deserto. I marines speravano di comprare qualche anguria e un po' di verdura. Anche oggi dovranno accontentarsi delle loro razioni militari.

[Libano] Nuovo Documentario da Nahr al-Bared

autore: 
a-films

Il collettivo anarchico a-films ha appena pubblicato un altro cortometraggio ("Un sorso di caffè"/26min) dal nord del Libano.

Nel maggio del 2007, è esplosa una battaglia tra Fatah al-Islam e l’Esercito Libanese nel campo profughi di Nahr al-Bared, nel nord del Libano. Fino a settembre 2007, attraverso pesanti bombardamenti, l’esercito libanese ha distrutto sitematicamente l’intero campo. Due anni dopo, quasi tutte le macerie sono state rimosse dal „campo vecchio“, il centro di Nahr al-Bared. Tuttavia, nonostante la crescente disperazione dei residenti sfollati, la ricostruzione non è ancora iniziata.

Non solo l’Esercito Libanese tiene la popolazione fuori dal campo vecchio, ma ne controlla anche i movimenti all’interno e fuori dell’area circostante conosciuta come „campo nuovo“. Chiunque entri nel campo nuovo deve avere un permesso emesso dall’Esercito. I profughi e le ONG che lavorano per rivitalizzare quella che una volta era un economia stabile e che ora affronta un devastante isolamento, come il mercato di Nahr al-Bared totalmente tagliato fuori dai paesi circostanti. L’economia instabile e la crescente disoccupazione sono solo alcune delle conseguenze della distruzione del campo e del persistente assedio in atto.

In questo film di 26 minuti si seguono un padre e suo figlio mentre tentano di affrontare la loro disoccupazione. I due uomini stanno vivendo in baracche di metallo da più di un anno, nell’attesa di rientrare al loro campo. Documentando le questioni sulla ricostruzione, le abitazioni temporanee, l’economia, la disoccupazione e disperazione, il film tocca la quotidiana esperienza di vita nel campo di Nahr al-Bared.

Il film può essere visto e scaricato qui:
http://a-films.blogspot.com/2009/06/110609it.html#1

Visita anche il nostro sito per maggiori informazioni e ulteriori video su Nahr al-Bared:
http://a-films.blogspot.com/search/label/campo%20profughi%20di%20nahr%20...

FINMECCANICA: AGUSTAWESTLAND ACQUISTA POLACCA PZL-SWIDNIK

autore: 
abc

FINMECCANICA: AGUSTAWESTLAND ACQUISTA POLACCA PZL-SWIDNIK

(ASCA) - Roma, 18 ago - AgustaWestland, societa' di Finmeccanica, ha sottoscritto oggi il contratto di compravendita per l'acquisto dell'87,61% di PZL-Swidnik, un'azienda polacca attiva nella produzione di elicotteri e aerostrutture, per un valore di 329 milioni di zlotj polacchi (PLN); questa quota va ad aggiungersi al 6,2% gia' in possesso di AgustaWestland. Il perfezionamento dell'operazione, avviata a seguito della gara di privatizzazione indetta dall'ARP, l'Agenzia Polacca per lo Sviluppo Industriale, interamente controllata dal Tesoro, e' condizionato all'espletamento dell'iter antitrust ed e' previsto entro la fine dell'anno.

"L'integrazione di PZL-Swidnik in AgustaWestland - ha dichiarato Pier Francesco Guarguaglini, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica - puo' comportare significative opportunita' per il Gruppo nel settore elicotteristico, non solo per le capacita' tecnologiche di PZL-Swidnik nelle aerostrutture, ma anche per l'accesso a nuovi mercati geografici e per la complementarieta' della gamma di prodotti di PZL e di AgustaWestland".

com-sen/sam/rob

http://www.asca.it/news-FINMECCANICA__AGUSTAWESTLAND_ACQUISTA_POLACCA_PZ...

Urgente: Sa'adat trasferito alla prigione di Ramon, ed è ancora in isolamento!

autore: 
CAU - Napoli

Urgente: Sa'adat trasferito alla prigione di Ramon, ed è ancora in isolamento!
11 agosto 2009

Tratto da: http://www.freeahmadsaadat.org

L'11 agosto Ahmad Sa'adat, leader nazionale palestinese imprigionato, Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, è stato trasferito dalla prigione di Asqelan, in cui era detenuto da alcuni mesi, a quella di Ramon nel deserto del Negev. Rimane in isolamento; prima del suo trasferimento da Asqelan, dal 1 agosto era stato tenuto in una minuscola cella di isolamento di 140 cm x 240 cm, a causa di una punizione dovuta all'aver comunicato con un altro prigioniero nell'unità di isolamento.

L'avvocato Buthaina Duqmaq, presidente dell'Associazione Mandela per i diritti dei prigionieri e dei detenuti, ha riferito che questo trasferimento è un'ulteriore continuazione della politica di repressione e di isolamento diretta contro Sa'adat dall'amministrazione penitenziaria israeliana, mirante a minare la sua fermezza e ad indebolire la sua salute e la sua leadership nel movimento dei prigionieri. Sa'adat è stato spostato ripetutamente da un carcere ad un altro ed è stato soggetto a multe, condizioni molto dure, isolamento, confino solitario, e rifiuto di prestare cure mediche.

Ahmad Sa'adat aveva intrapreso a giugno uno sciopero della fame durato nove giorni per protestare contro il crescente uso dell'isolamento contro i prigionieri palestinesi e contro la negazione dei diritti dei detenuti, ottenuti con una lunga e dura lotta. L'unità di isolamento nella prigione di Ramon è considerata una delle peggiori unità di isolamento nel sistema carcerario israeliano in termini di condizioni e di ripetute violazioni dei diritti dei prigionieri.

Sa'adat sta scontando una condanna a 30 anni nelle prigioni militari israeliane. È stato condannato il 25 dicembre del 2008 dopo un lungo ed illegittimo processo nato da ordini politici, che egli ha boicottato. Fu rapito in un'azione militare sionista dalla prigione di Jericho, area sotto l'autorità dell'Autorità Palestinese. A Jericho era stato tenuto dal 2002 sotto il controllo di guardie statunitensi, britanniche e dell'Autorità Palestinese.

Sa'adat soffre di mali che richiedono l'assistenza medica e cure. Invece di ricevere l'aiuto medico di cui ha bisogno, gli ufficiali delle prigioni israeliane gli negano la possibilità di ricorrere a specialisti e si rendono autori di maltrattamenti. […]

Sa'adat è stato più volte trasferito nel tentativo di punirlo per la sua fermezza e per minare la sua leadership nel movimento dei prigionieri. In ogni caso, queste tattiche non hanno ottenuto alcun risultato. I prigionieri palestinesi sono ogni giorno sulla linea del fronte, sfidando l'oppressione ed i crimini israeliani. Oggi è urgente che noi siamo al fianco di Ahmad Sa'adat e di tutti i prigionieri palestinesi contro questi abusi e per la libertà di tutti i detenuti palestinesi e di tutta la Palestina!

Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
coll.autorg.universitario@gmail.com
http://cau.noblogs.org

Swidnik: Gli elicotteri polacchi volano in Italia

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PZL_Swidnik_W3A_vr.jpg

Gli elicotteri polacchi volano in Italia

Finmeccanica ha raggiunto un'intesa per il passaggio dell'87,6% di
Swidnik, costruttore locale di elicotteri, ad Agusta Westland,
controllata del gruppo italiano della difesa. AgustaWestland e Swidnik
collaborano da oltre dieci anni, con la societa’ polacca che ha la
produzione di fusoliere per alcuni modelli di elicotteri
AgustaWestland. Il produttore polacco ha fatturalo 120 milioni di euro
nel 2008.
Tuttavia in Borsa Finmeccanica e’ praticamente invariata al giro di
boa delle contrattazioni, complice la notizia che Boeing ha sospeso i
lavori nello stabilimento di Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica)
di Grottaglie, dove vengono assemblate le fusoliere dei velivoli 787
Dreamliner.

http://miaeconomia.leonardo.it/economia/borsa_e_mercati/le_ultime_dai_me...

Il codice PARRA e la COSTITUZIONE

autore: 
Fabio Sallustro
image1: 
vaurocostituzione.gif

11 Agosto 2009

Grande giornata quella che offre spunti di gioia e divertimento.

Quando le menti illuminate che ci guidano mostrano di avere spessore tale da poter ribaltare il senso delle parole fino a portarci alla più profonda comprensione della Costituzione stessa.

Partiamo dalla dichiarazione di Frattini (in riferimento alla situazione in Afghanistan):

<<(...) Credo sia sbagliato adattare alla partecipazione di un contingente come quello italiano le regole del codice militare di pace, perché ci possiamo trovare in condizioni in cui questa pace non deve essere soltanto mantenuta, ma portata perché pace non c'è.>>

Quando gli viene chiesto però di adottare il "codice di guerra" risponde:

<

Facciamo la guerra per la pace (!!!) ma non adottiamo il codice di guerra.

Ma neanche quello militare di pace (perché noi crediamo negli ossimori).

Come ci ricorda Frattini <

Lo riscrivo: << ANCHE CON VERE AZIONI MILITARI>>.

Beh, io un codice per quel tipo di azioni lo avrei e potreste chiamarlo, tanto per dire, "codice di guerra"!!!

Così, giusto per fare un esempio.

Magari si potrebbe provare vergogna a dirlo.

Ma sarebbe, mi rendo conto dell'ardire, sarebbe forse più onesto.

Se non va bene così abbiamo dunque un nuovo codice: il codice di parra (pace/guerra).

La scelta di un simile nome è un suggerimento personale che auspico il ministro possa cogliere.

Questo protocollo ci permetterebbe di lanciare bombe sui villaggi sapendo che portiamo la pace.

Sono in tanti a piccarsi di saper distinguere tra peacemaker e peacekeeper.

E noi chi siamo per tirarci indietro?

Insomma.

Pacifisti no (non scherziamo, dai).

Pacificatori si.

I pacificatori possono usare il "Codice di Parra"

Ma come si fa a introdurre il nuovo codice senza una legge costituzionale?

«L'articolo 11 possiamo interpretarlo, quindi né cambiarlo né integrarlo.>>

Doppio salto mortale carpiato.

Il meglio dunque Frattini lo concede elaborando alcuni concetti legati all'articolo 11 della Costituzione (direbbero i saggi -idee poche ma confuse-):

<< Dovremmo interpretare quel rifiuto alla guerra includendo anche le azioni propedeutiche al creare la pace>>

Fortunatamente con il passare degli anni ci siamo dati una svegliata infatti:

<

Appunto.

In fondo parlando di eventuali azioni militari ci viene detto che <

E con questo non resta da aggiungere molto.

Sarebbe superfluo parlare di giustizia e legalità internazionale.

Quasi pleonastico visto che discutiamo dell'Afghanistan.

Nell'intervista in questione infatti tali parole non fanno capolino neanche per sbaglio.

Perché per Frattini è tempo di dire "basta alle ipocrisie".

http://www.corriere.it/esteri/09_agosto_11/frattini_missione_afghanistan...

Tranquillizziamoci però: il lucido e graffiante approccio offerto da Frattini all'interpretazione della Costituzione trova comunque delle ottime spalle.

Non parlo di La Russa, sarebbe troppo facile.

Faccio riferimento ai "fanti" del PD .

Roberta Pinotti, responsabile del Pd per la Difesa:

«Sulle missioni militari internazionali, La Russa ha ragione. Il codice di pace non basta più»

http://www.corriere.it/politica/09_agosto_11/codice_missioni_pd_la_russa...

Come se il Corriere della Sera non fosse stato abbastanza chiaro ci pensa l'editoriale di Venturini a rassicurarci su alcuni concetti:

<

La costituzione?

Il nostro eroe liquida il dubbio costituzionale esplorando i meandri della lingua italiana con un concetto difficilmente attaccabile: <

Beh, spiegata così la questione effettivamente non si pone.

In realtà sarebbe un ottimo approccio anche per dirimere tutti i dubbi costituzionali degli ultimi mesi.

Non è incostituzionale perché....OVVIAMENTE NON E' INCOSTITUZIONALE.

Chapeau!

http://www.corriere.it/esteri/09_agosto_11/missione_militari_italiani_ve...

Allora vediamo 'sto benedetto articolo che tanti problemi ci "procura" (Frattini apprezzerà lo sforzo di utilizzare parole che possano avere più significati)

Articolo 11 della Costituzione:

<

Cosa potrebbe sfuggire in tutto questo?

Il verbo ripudiare è troppo forte?

Me ne rendo conto.

Proviamo ad utilizzare la parola "gradisce".

<

Ancora troppo forte?

Perché non... <.

No, ancora no.

Direi che sia troppo vincolante.

<

Così mi suona credibile.

Dovrebbe piacere a Frattini.

Potremmo chiudere comunque l'articolo con un generico "viva la pace!" che rammenti al mondo che gli italiani sono brava gente.

Inoltre, visto che ci siamo, potremmo fare qualche ritocco.

Prendiamo l'articolo 7.

<

Indipendenti?

Perché?

Sono amici.

<

Suona meglio no?

< sarebbe altrettanto valido.

Ma la mia preferita è questa.

Articolo 10:

<

Si, certo, capisco... il diritto d'asilo.

Io questo non lo interpreterei troppo.

Costituzione Ver. 2.0

Proviamo così:

<

<

http://www.governo.it/governo/costituzione/principi.html

E' tempo di finirla con le facezie:

Il rapporto stato/chiesa, il diritto d'asilo, il ripudio della guerra, i diritti inviolabili dell'uomo, il diritto al lavoro.

Comunque vada la Costituzione è stata calpestata talmente tante volte negli ultimi anni da aver assunto la connotazione di un tappetino sporco di escrementi.

E la voglia di ridere mi è passata da un pezzo.

Un testo di importanza fondamentale, motivo di vanto per un popolo e invidia di molti governi: ecco cos'è la costituzione.

Ma è soprattutto un testo che mira non tanto all'impossibile quanto semplicemente al giusto.

La giustizia. E' di questo si parla. E non solo quella nei tribunali.

Basta questa ragione, ad alcuni, per interpretarla.

Fino a quando non sarà davvero possibile liberarsene.

http://www.zmag.org/blog/view/3551

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