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Diritti digitali

INTERNET PONTE

01/06/2009 - 18:00
01/06/2009 - 23:59
Etc/GMT+2
autore: 
KOLLLETTIVO NUOVA RESISTENZA
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Entro il 30 giugno il nuovo provvedimeno sulla privacy. DPS II - la vendetta

Avete una attività e trattate dati sensibili?
Il 30 giugno sarà l'ultimo giorno a disposizione per mettersi in regola con l'ultimo provvedimento del garante della privacy.
A novembre dello scorso anno il garante ha stabilito che tutte le attività degli amministratori di rete, dei responsabili di applicazione e dei DBA dovessero essere tracciate, salvate e mantenute in condizioni di inalterabilità per almeno sei mesi.
Come sempre, anzichè tutelare la privacy delle persone, si inventano complicanze tramite provvedimenti altamente ambigui, il cui unico risultato è quello di complicare la vita dei lavoratori e di far girare denaro in attività vacue prive di qualsivoglia utilità.

A questo link trovate alcune informazioni:
http://vodkone.estri.net/menucatvodkone/25-artprovvprivacyamministratori...

Last.fm consegna i suoi utenti?

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Roma - Tracciati degli ascolti, dati sui brani musicali consumati dai netizen abbinati agli indirizzi IP di ciascuno: questi sono i dati che potrebbero essere stati travasati da Last.fm a CBS, da CBS a RIAA. Informazioni preziose che tutti gli anelli della catena negano di aver maneggiato.

Le prime accuse rivolte alla piattaforma musicale erano emerse nello scorso febbraio: una fonte non meglio precisata aveva rivelato a TechCrunch di un sospetto trasferimento di informazioni. Last.fm, per sfruttare al meglio il meccanismo della personalizzazione e delle raccomandazioni, si avvale di Audioscrobbler, un plugin che, attingendo ai tag e facendo leva sull'audio fingerprinting, accumula informazioni sui brani suonati degli utenti. Last.fm detiene dunque succulente informazioni riguardo agli ascolti e agli umori delle platee. RIAA, sosteneva quello che TechCrunch aveva classificato come un dipendente di Last.fm, avrebbe richiesto i dati e la piattaforma li avrebbe consegnati.

CBS, che controlla Last.fm, aveva negato. Un rappresentante di Last.fm aveva altresì tentato di diradare i sospetti: gli unici dati che l'azienda mette a disposizione dell'industria sono dati anonimizzati, aveva spiegato, informazioni di carattere generale sugli ascolti, sui trend che animano il pubblico. Le polemiche si erano placate, il chiacchiericcio si era sopito.
Ma ora TechCrunch ha conferito con quella che presenta come un'altra fonte interna a Last.fm: a consegnare i dati a RIAA non sarebbe stata Last.fm in prima persona. Last.fm, questo quanto avvenuto secondo la ricostruzione di TechCrunch, avrebbe consegnato i dati a CBS, a seguito di una richiesta motivata da esigenze di carattere commerciale e con l'assicurazione del fatto che i dati sarebbero circolati solo all'interno dell'azienda. È così che profili e indirizzi IP abbinati a preferenze musicali sarebbero stati consegnati da Last.fm a CBS, che a sua volta li avrebbe girati a RIAA o a etichette rappresentate da RIAA per assolvere a non meglio precisate richieste.

Si tratterebbe di una violazione della policy sulla privacy che Last.fm sottopone ai propri utenti, si potrebbe altresì trattare di una potenziale violazione del quadro normativo volto a tutelare la riservatezza del cittadino della rete. Proprio per questo motivo Last.fm è tornata ad intervenire chiarendo che non c'è stato alcun passaggio di mano dei dati: "quel particolare tipo di dati è controllato a vista dentro Last.fm ed è conservato solo per un breve periodo di tempo - ha spiegato Russ Garrett, sviluppatore del portale - ogni richiesta per ottenere quel tipo di dati dovrebbe essere approvata da me personalmente". Da Last.fm cinguettano stizziti, assicurano di non avere nulla da nascondere.

Resta da capire per quale motivo RIAA o le major rappresentate da RIAA abbiano richiesto informazioni a proposito degli utenti di Last.fm. Il passaggio di informazioni, si era vociferato nei mesi scorsi, sarebbe avvenuto per rivelare all'industria della musica gli indirizzi IP di coloro che avessero approfittato di una sortita sul P2P dell'ultimo album degli U2, in anticipo sull'uscita. Ma è possibile, ammesso che trasferimento di informazioni ci sia stato, che l'industria si sia limitata a chiedere i dati per spremerli, per distillare da informazioni grezze tendenze utili a giocare sul mercato con più efficacia.

http://www.techcrunch.com/2009/05/22/deny-this-lastfm/

Augias e Il problema del copia/incolla

autore: 
Aldo Vincent
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Augias e Il problema del copia/incolla

Il problema è venuto avanti furtivo, a piccoli passi, di notte come i ladri avrebbe detto il Maestro, ed ora ce lo troviamo qui in tutta la sua, diciamo cosi’, drammaticità. Si tratta del copia/incolla che negli ultimi tempi ha mietuto vittime illustri, da Sgarbi che lo ha fatto con un testo sul Botticelli, a Galimberti che ha pubblicato una serie di lavori dei suoi studenti, a Saviano che sul suo Gomorra avrebbe riportato alcuni articoli di giornale, fino ad Augias che accusato di aver fatto copia/incolla nei suoi ultimi due libri a tema religioso, ha ammesso candidamente di aver prelevato qua e là da Internet senza poter citare la fonte perché sconosciuta.

Io sono dell’opinione che Google sia il fenomeno massmediologico più dirompente dopo Gutemberg. Un’invenzione (possiamo chiamarla così?) che cambierà tutto il sistema della comunicazione del futuro. Intanto rileviamo che la copiatura sul Web diventa scandalosa quando il copia/incolla, quasi legittimo e ormai diventato prassi, si sposta dal virtuale per approdare alla carta stampata dove vigono le antiche norme del copyright entrate in uso con l’invenzione della stampa, perchè prima non esistevano autori e nemmeno titoli che indicassero l’originalità dell’opera.

Il secondo fenomeno è appunto il Web che sta raccogliendo in un punto virtuale tutto lo scibile umano, accelerandone la consultazione poiché il testo non è più raccolto da atomi e se ce lo aveva uno per la consultazione, l’altro doveva aspettare che ritornasse sullo scaffale, ma essendo composto di pura energia, puo’ essere consultato contemporaneamente da più persone. Uno studioso che vuole scrivere un saggio su qualsiasi argomento, non ha più bisogno di andare per biblioteche dove consultare i testi da cui attingere (siamo nani portati sulle spalle di giganti) ma gli basta consultare un motore di ricerca per trovare quasi tutto quello che gli serve. Che poi usa.

Come potrebbe uno studioso scrivere una riflessione su Gesù Cristo senza aver prima consultato gli esegeti, i teologi, gli ermeneuti che lo hanno preceduto? Lo scandalo nasce secondo me da due eventi sovrapposti: il primo è che il Web ha una memoria pressoché infinita e pure una capacità sovraumana di richiamare e ricordare. Basta digitare su Google “ha copiato” ed usciranno 856.000 pagine in italiano che segnaleranno Michael Jakson che ha copiato da Albano e la Bibbia dai Babilonesi, Rosalino Cellammare che ha vinto un Festival di SanRemo con un testo di Shakespeare, Luttazzi (il comico) e Bill Hiks, Luttazzi (il musicista) e Donovan, Forza Italia e il suo inno taroccato, Berlusconi ha copiato il piano di Governo di Veltroni, ha scritto la prefazione di Utopia di Thomas More copiandola da Firpo, all’esame di avvocatura gli allievi hanno copiato, Linux ha copiato Unix, l’autrice di Harry Potter ha copiato, tesine copiate, Jovanotti ha copiato… insomma, vi lascio il piacere di continuare.

Il secondo evento, lo accennavo prima, è il copyright che è entrato in una zona d’ombra della certezza. Ricordo un episodio accadutomi durante la prima campagna elettorale di Berlusconi quando un furbacchione del Web invitò me ed altri ingenui a postare sul suo blog i manifesti taroccati della campagna elettorale. Quando ne ebbe un bel po’ li presentò a Murgia che li pubblicò ed io ricevetti (suppongo che TUTTI noi ricevemmo) una lettera da parte dell’editore che ci diceva che siccome il materiale ora era coperto da copyright eravamo pregati di esentarci dal mandarlo in giro. Capito? Le nostre minchiate, che fino ad allora giravano per il Web come minchiate, avendo ora raggiunto lo status di opera d’arte, non potevano più girare liberamente! Ma eravamo gli autori! No, l’autore era il furbacchione che aveva registrato l’opera d’ingegno. Capito?

Il problema è tutto qui e qualcuno in futuro dovrà risolvere il problema del pubblico dominio che vige nel Web ma che cambia status quando dal virtuale diventa stampa. Sembra un poco l’antico quesito se sia nato prima l’uovo o la gallina, quesito mal posto perché la gallina (hardware) altro non è che un espediente inventato dall’uovo (il software) per diffondere altre uova dopo aver immagazzinato informazioni sull’ambiente. Così – sempre secondo me – il problema non sarà risolto finchè si tenderà a proteggere il copyright letterario che non ha più senso.
So di suscitare qualche perplessità, ma io taglierei la testa al toro, e in attesa di un giurista che si pronunci, chiederei ad Augias, che ha attinto dal Web, di restituire il maltolto, lasciando che il suo testo circoli liberamente sul Web da dove in massima parte proviene, senza copyright.

http://aldoelestorietese.dilucide.com

autistici ancora giù

autore: 
jfs

eccavoli!!!

è una settimana buona che riesco ad entrare nella mia casella solo a tratti.

ancora problemi di trasmigrazione?

Internet: soltanto il 41,5% degli italiani usa la Rete

autore: 
Antonella
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Tre italiani su quattro hanno un computer a casa ma soltanto il 41,5% utilizza Internet. I dati emergono da un’indagine illustrata al convegno “Il futuro della rete” al Forum della pubblica amministrazione e fotografa una situazione in cui il nostro Paese è molto indietro rispetto ad altri nell’utilizzazione della Rete.

L’indagine mostra come chi non usa Internet abbia, in media, oltre 50 anni e un titolo di studio fermo alla scuola elementare o media. Soltanto il 20,6% delle persone utilizza i servizi on-line della pubblica amministrazione.

In media, coloro che usufruiscono di Internet, si connettono tutti i giorni, hanno un titolo di studio superiore (laurea o diploma), usano molto la posta elettronica e cercano soprattutto informazioni. Il 46% di coloro che non utilizzano Internet dichiara di non farlo perché non ha le competenze giuste (43%) o perché non gli interessano i contenuti (9%). La realtà è che gli italiani sembrano ancora molto legati ad un modello di comunicazione semplice, come, ad esempio, la telefonia mobile, dove, non a caso, siamo ai primi posti nel mondo. Internet presuppone competenze mediamente superiori rispetto al telefono (semplice ripetitore della nostra voce).

L'indagine mette in evidenza "la necessità di un importante sforzo del sistema Paese per un deciso sviluppo delle comunicazioni elettroniche" e per predisporre politiche di sviluppo della rete infrastrutturale e dell'offerta di servizi.

Governo, attacco finale alla libertà della rete

autore: 
Paolo Cassola
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L'attacco finale alla democrazia è iniziato!
Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo.
Nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l'obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC), è stato introdotto l'articolo 50-bis, "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet".
Il testo questa settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l'articolo è diventato il nr. 60.
Anche se il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della "Casta" che non vuole scollarsi dal potere.

In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all'estero.
Il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore.
La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?

Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l'informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l'unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube.
Vi rendete conto? Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che vede un'impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d'interessi.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l'Italia come la Cina e la Birmania.
Oggi pochissimi media hanno fatto rimbalzare questa notizia . Facciamola girare il più possibile.
E' in gioco davvero la democrazia. Anche su questo fronte.

ancora problemi inventati/autistici

da stamattina non è possibile accedere alla posta e ad altri servizi..è possibile mettere un banner qui su indy o autistici che avverta e/o spieghi il blacklout?grazie buon lavoro

Internet: tutti i bit sono uguali?

autore: 
Mario Braconi
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Ci sono ragioni politiche intuitive per le quali la Rete preoccupa i potenti: l’anarchia creativa, l’assenza di un centro di controllo, possibilità pressoché illimitate di comunicare, interagire, condividere, incontrarsi, divertirsi, anche fuori dai canali “ufficiali” e mainstream. Per tentare di mettere le mani su questa cosa fin troppo libera che si chiama Internet senza scatenare una rivoluzione, è necessario far leva su argomenti un po’ diversi (che poi sono sempre gli stessi) il pericolo e la scarsezza: ovvero, attenti, “la Rete è pericolosa” e “la Rete è congestionata”, anche per colpa vostra con tutti quei video che caricate e guardate (senza nemmeno pagare royalty!). Ovviamente, il primo argomento è il migliore amico di chi vuole ficcare il naso nella vita di tutti gli internauti (anche se dice di voler perseguire i criminali), mentre il secondo giustifica i patti scellerati che alcune società internet (in primis Google) stanno cercando di stringere con i fornitori di banda, realizzando le condizioni tecnologiche per una discriminazione dell’accesso sulla base dei contenuti. Di questo passo qualcuno potrà decidere che cosa può essere messo in Rete e che cosa no, un po’ come accade nella Repubblica Popolare Cinese.

Riferisce il New York Times che perfino i network militari (teoricamente i meglio protetti) possono divenire preda di attacchi informatici: nel novembre del 2008, ad esempio, si è scoperto che la rete informatica del comando militare con competenza su Iraq ed Afghanistan è stata infettata da un software maligno in grado di consentire atti di spionaggio “devastanti”. Come se non bastassero i disastri “reali” della guerra, ci si mettono anche quelli “virtuali”… Per questo si fa un gran parlare della cosiddetta Nuova Internet, sulla quale, tra gli altri, si stanno esercitando gli ingegneri del “Clean Slate” (tabula rasa), un “gruppo interdisciplinare” costituito qualche anno fa presso l’Università di Stanford con l’obiettivo dichiarato di “reinventare Internet”: consentire l’utilizzo e la messa a disposizione in rete di nuovi applicativi e servizi (ad esempio reti di sensori fisici per monitorare fenomeni fisici, metereologici, perfino sociali), migliorare l’accesso alla rete da parte dei dispositivi mobili (una delle promesse non mantenute della rete UMTS) e, soprattutto, aumentare la sicurezza, attraverso nuovi hardware e software specifici codificati direttamente nelle macchine che ne costituiscono il sistema nervoso.

Anche se l’impressione è che “Clean Slate” non abbia finora prodotto importanti innovazioni - a meno che esse non siano talmente rivoluzionarie da essere state tenute riservate - il sito istituzionale del progetto non contiene aggiornamenti successivi al 2008. Un dato è chiaro: si va verso la creazione di una comunità chiusa da un recinto, in cui gli utenti siglano un patto che prevede la rinuncia all’anonimato in cambio di sicurezza.

Un progetto tanto deplorevole quanto difficile da realizzare: secondo John Markoff (esperto di informatica e columnist del New York Times) pare che qualche “cervellone” abbia proposto perfino di dotare gli internauti di una specie di “patentino di navigazione”: peccato che “provare la propria identità (in modo certo ndr) continuerà ad essere notevolmente difficile in un contesto in cui con un software maligno operato dall’altro capo del mondo è facile, perfino banale, assumere il controllo della macchina di qualcuno per farla funzionare esattamente come se fosse la propria.

Altro tema assai dibattuto è la Net Neutrality (ovvero Neutralità della Rete, N.N.), cioè il principio secondo cui dovrebbero essere “gli utenti a controllare i contenuti che vedono e le applicazioni che usano su Internet; così come le società telefoniche non possono decidere chi gli utenti possono chiamare e quello che devono dire nelle loro telefonate, allo stesso modo ai carrier di banda non dovrebbe essere consentito di usare il proprio potere per controllare le attività online” (dal sito istituzionale di Google).

Per usare le parole di Richard Whitt, Senior Policy Director della “Grande G”, azienda ufficialmente schierata a favore della N.N., vi sono pratiche accettabili e altre da condannare: tra le prime, dare priorità ad alcune applicazioni appartenenti genericamente ad una data categoria (ad esempio gli streaming video), bloccare determinate forme di traffico su indirizzi IP per proteggere gli utenti da attacchi, virus e “worm”; fare local caching (cioè collocare su server connessi ad alta velocità a network regionali copie dei file più richiesti, in modo da consentire agli utenti di connettersi ad essi in modo più veloce, evitando nel contempo congestioni in aree lontane da quella in cui il file viene richiesto); fornire contenuti proprietari (ad esempio televisione su IP); fatturare ai consumatori una tariffa supplementare per avere maggior velocità di connessione.

Questa lista di “autoassoluzioni” fa storcere la bocca ai puristi, convinti che ogni misura che permetta di navigare con lo sprint dopo aver sganciato qualche dollaro in più collida con i principi libertari impressi nel DNA della Rete e fatti propri da quasi tutti i suoi utenti. In un celebre articolo del 15 dicembre del 2008 il Wall Street Journal ha attaccato frontalmente Google, sostenendo di essere entrato in possesso di documenti riservati secondo cui il colosso di Mountain View “si sarebbe fatto avanti con le principali società di servizi via cavo e telefoniche che forniscono anche servizi Internet con la proposta di creare una ‘corsia di sorpasso’ per i propri contenuti.”

Secondo Ben Scott, dirigente di Free Press (un gruppo di pressione che si batte per l’indipendenza dei media negli USA) sentito dal quotidiano finanziario, “qui si parla di vendere il diritto di saltare la fila; ora la prima parte del business plan di qualsiasi internet company sarà incontrare i rappresentanti della AT&T per ottenere un posto in prima fila, questo è una vera maledizione per una cultura dell’innovazione”.

Secondo il Wall Street Journal, il fatto che Google abbia pensato di collocare i suoi server per il caching direttamente all’interno del network dei fornitori di banda costituirebbe un’abiura del principio di N.N., da sempre ufficialmente propugnato dalla Casa. Ovviamente, Google la vede in modo diametralmente opposto: secondo Richard Whitt, “gli eventuali accordi che verranno stipulati con i provider di banda non sono in esclusiva e, quindi, qualsiasi altra società può stringere patti di questo genere (anche se Google non è un proprio l’ultimo arrivato, dato che ha una quota di mercato del 65%, N.d.R.).

Inoltre, nessuno di quei contratti prevede (o incoraggia) i provider a trattare il traffico di Google con priorità più elevata del traffico generato da altri. Piuttosto, se i provider modulassero il loro controllo unilaterale sulle connessioni di Rete e offrissero la collocazione congiunta dei server delle varie internet company nel loro network in modo anti-competitivo, questo sì sarebbe un problema per Internet e per l’innovazione che consente.” Come dire, andate a parlare di Neutralità della Rete con le società che offrono l’accesso, non con noi fornitori di contenuti e di servizi.

Un altro esempio di quanto la purezza iperurania del network neutrale sia lontana dalla realtà è dato dall’impiego della cosiddetta tecnica di “Deep Racket Inspection” (o DPI) da parte degli Internet Service Provider (ISP): a differenza di quanto accade con “Stateful Packet Inspection”, che analizza solo l’header (il titolo) dei pacchetti internet, DPI effettua un’analisi dettagliata di ciò che si trova all’interno del pacchetto stesso: questo consente di perseguire finalità legittime (ad esempio dare priorità ai pacchetti che portano la voce in applicazioni Voice Over IP, protezione da worm, attacchi e virus) come pure altre assai meno commendevoli: ad esempio, rallentare il traffico proveniente da o diretto verso operatori concorrenti, oppure mettere a disposizione di altri soggetti la “storia” della navigazione dei propri clienti, al fine di consentire a chi acquista i dati di fornire offerte commerciali “tagliate” su misura del potenziale cliente. Con tanti saluti delle regole di mercato e di quelle della privacy.

In conclusione, il dibattito sulla neutralità della Rete, tutto basato su tensioni ideali, nasconde una più prosaica battaglia tra fornitori di contenuti e fornitori di banda per accaparrarsi il denaro degli utenti finali del servizio. Come sottolinea cinicamente Business Week, è davvero difficile per l’Amministrazione Obama tradurre il suo generico afflato per la neutralità della Rete in una vera a propria direzione politica. Tanto più che, fino a quando non sarà trovata una definizione di neutralità che metta d’accordo tutti gli attori (utenti, ISP e fornitori di contenuti), sarà molto difficile che la politica legiferi in materia in modo coerente.

Nuovo attacco alla libertà del Web

autore: 
((A))
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Gabriella Carlucci insiste nella sua proposta di vietare l’anonimato in rete.

La parlamentare del Pdl è convinta che per combattere la pedofilia in internet si debba eliminare l’anonimato. Carlucci, vicepresidente della Commissione Bicamerale per l’Infanzia, ha utilizzato per riproporre una tesi che ha già scatenato le proteste di associazioni, specialisti e semplici navigatori, l’arresto di quattro pedofili avvenuto ieri notte.

L’esponente del centro destra, con toni concitati ha detto: “La pedofilia in rete è un problema drammatico. Quattro orchi travestiti da agnellini, coprendosi dietro il paravento dell’anonimato, usavano internet per i loro loschi traffici. Ci sono voluti ben due anni di indagini, lo sforzo di oltre trecento militari tra Carabinieri e Guardia di Finanza, migliaia di euro per la cattura di soltanto quattro uomini. L’eliminazione dell’anonimato in rete, invece permetterebbe di risparmiare risorse economiche preziose per il nostro Paese e liberare le forze dell’ordine da indagini lunghe ed estenuanti. È per questi motivi che mi batterò perchè la mia proposta di legge che intende porre una seria e rigorosa regolamentazione di internet venga approvata quanto prima. Essa si basa sull’eliminazione dell’anonimato, che finora ha permesso il proliferare della pedofilia in rete. Non possiamo aspettare oltre e permettere che la piaga della pedofilia on line continui a diffondersi”.

La deputata del Pdl ha già presentato un disegno di legge contro l’anonimato, ma che la pedofilia sia l’obiettivo da colpire lascia alcuni dubbi. Chi ha avuto il desiderio di leggere il ddl ha scoperto che il documento era stato scritto da Davide Rossi, presidente di Univideo, l’Unione italiana editoria audiovisiva, aderente a Confindustria.

Il documento non era firmato, erano i file nascosti che permettevano di risalire all’autore. La parlamentare tanto interessata al ‘controllo’ del digitale non ne conosceva il funzionamento e con lei i suoi collaboratori.

Ora, gli interessi dell’Associazione potrebbero essere diversi dagli obiettivi dichiarati da Carlucci e piuttosto orientati a contrastare la circolazione ‘libera’ di materiali coperti da diritti. Insomma un più concreto obiettivo commerciale.

La proposta di legge “Disposizioni per assicurare la tutela della legalità nella rete internet e delega al Governo per l’istituzione di un apposito comitato presso l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni” prevede il divieto di circolazione in rete di contenuti in forma anonima, l’applicazione al web della normativa che disciplina la stampa, la costituzione di un Comitato per la tutela della legalità in internet e, guarda caso, l’estensione della legge sul diritto d’autore anche in ambito telematico.

Il tradizionale fantasma della pedofilia non è mai nominato nel ddl, ma in compenso Carlucci affonda la sua offensiva contro un diritto che fin dalla sua nascita è stato partimonio di internet: l’anonimato.

Il dispositivo pensato, prevedendo un singolare Comitato che assumerebbe il ruolo di ‘tribunale speciale’, per altro si sovrappone agli organi di polizia e alla magistratura, che hanno già giurisdizione sulla rete.

Il richiamo alla ‘lotta alla pedofilia’, che già consente numerosi arbitri, potrebbe servire da ‘obiettivo civetta’, diventando giustificazione per altro.
Reporters sans frontières ha diffuso un elenco di governi che nel mondo censurano internet: Arabia Saudita, Birmania, Cina, Cuba, Egitto, Iran, Corea del Nord, Siria, Tunisia, Turkmenistan. L’italia è in attesa.

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