
Di fronte alla protesta in cinquanta città italiane dei giorni scorsi, Gelmini e il governo reagiscono con la tecnica di sempre: screditando. E inventandosi una visione su misura della realtà. C’è una Giornata di mobilitazione internazionale per il diritto allo studio che ha visto l'organizzazione di numerosi cortei e sit-in contro le privatizzazioni della formazione e della conoscenza? Gelmini lo nega. Non dice, come disse a suo tempo, che gli studenti che protestavano erano «facinorosi», ma qualcosa che per lei rappresenta una sorta di sinonimo: appartenevano tutti ai centri sociali. Dunque: non rappresentavano in alcun modo la maggioranza dei bravi studenti italiani che, per carità, invece di protestare, loro, studiano. L'altra tecnica ormai collaudata da una Gelmini a corto di argomenti per scongiurare una ripresa dell' Onda, è quella di definire «anacronista» il movimento di protesta. «Gli studenti italiani hanno capito che bisogna avere il coraggio di guardare al futuro, di cambiare la nostra scuola, di fare scelte coraggiose», dice Gelmini. «Riproporre vecchi slogan, come se fossimo ancora negli anni '70, certamente non contribuisce a rendere la nostra scuola più moderna». Gli anni '70 come culla di tutti i mali della scuola e del mondo, secondo Gelmini. In realtà è difficile capire perché il mondo dell'università e della scuola protesta senza andare a quegli anni.
Uno dei lasciti migliori degli anni '70 in Italia è stato il rinnovamento della scuola e dell'università. Poi è iniziata un'inversione di tendenza che sta andando avanti anche oggi. Si è cercato sempre più di offrire agli studenti un modello di scuola di tipo anglosassone, che prevede di arrivare da una parte a una scuola di base pubblica e gratuita di scarsa qualità e con funzioni soprattutto di contenimento sociale, e dall'altra a una scuola privata a pagamento per chi se la può permettere. E ad una ferrea privatizzazione delle Università, del sapere, della cultura, della conoscenza. Una scuola «classista» fin da bambini, a ben pensarci, che stride con il dettato costituzionale. Il primo a parlare apertamente di «modello anglosassone» nella scuola pubblica di base è stato Luigi Berlinguer, Ministro della Pubblica Istruzione dal maggio 1996 all'aprile 2000. Da allora, a tentare di completare questo disegno che ha come stella polare la riduzione dei fondi destinati alla scuola primaria, hanno provato soprattutto i Ministri dell'Istruzione del centro-destra: prima Letizia Moratti e oggi, appoggiata da un sistema informativo a senso unico, Maria Stella Gelmini.
Di fronte a un drastico taglio di fondi alla scuola e all'Università, se ne possono migliorare la qualità? No, certo. E prima o poi ci si accorgerà come «provare con l'ignoranza» invece che con l'istruzione e l'educazione, per uno Stato, non è neppure più economico. Allora che si farà?
Il Manifesto