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Arte-cultura

La strage di Marzabotto negli occhi dell’innocenza

martiri di marzabotto

CINEMA «Vorrei che questo film fosse l’occasione per riportare l’attenzione sulla difesa della vita come primo obiettivo dell’umanità». A colloquio con Giorgio Diritti, regista di “L’uomo che verrà”, uno dei film in concorso al Festival cinematografico di Roma che si sta svolgendo in questi giorni.

A Monte Sole, non lontano da Bologna, Martina, una bambina di 8 anni aspetta che nasca il fratellino. È l’inverno del 1943. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre il bambino nasce, ma contemporaneamente i nazisti entrano in paese per rastrellare la popolazione. L’eccidio di Marzabotto, dove persero la vita 770 persone, è la storia che viene raccontata da Giorgio Diritti nel film L’uomo che verrà. Una delle tre pellicole italiane in concorso al Festival internazionale del film di Roma. Regista rivelazione nel 2005 con una poetica opera prima, Il vento fa il suo giro, sulla diffidenza e la paura dell’altro, con questo ultimo film il regista indaga su uno dei crimini più efferati commessi contro la popolazione civile da parte dell’esercito nazifascista, durante la Seconda guerra mondiale.

Ci può spiegare il significato del titolo del film?
L’uomo che verrà fa riferimento a due significati. Da una parte, nel film c’è l’attesa dell’arrivo di un nuovo fratellino, ma dall’altro rappresenta la volontà di guardare oltre e chiedersi, dopo vicende come questa, che umanità sarebbe nata.

Lei ha detto che L’uomo che verrà vuole essere anche una riflessione sul presente. In che senso è attuale un film come questo?
È vero, la mia è una riflessione che rimanda al presente. È una pagina di storia che purtroppo finora è stata un po’ nascosta e che è stato difficile riportare alla memoria comune. Quindi da parte mia, da un lato c’è questa volontà di non dimenticare e poi di vigilare sul fatto che non risorgano ideologie che definiscono delle persone diverse da altre. Credo che ci sia bisogno ancora una volta di ricordare che il nazismo nasce da una logica di razza superiore. Per questo penso che il film sia utile a mantenere vigile l’attenzione contro ogni forma di discriminazione e nazismo. Oltre a ciò c’è da dire che, purtroppo, nel mondo ci sono ancora fronti di guerra aperti, dove i civili si trovano a essere vittime, spesso considerate accessorie dai media. Vorrei, per questo, che il mio lavoro fosse l’occasione per far sentire forte il grido degli innocenti e riportare l’attenzione sulla difesa della vita, come primo obiettivo dell’umanità.

Secondo lei in questo momento storico in Italia si rischia di dimenticare il significato di eventi così importanti del passato?
In parte è dovuto al fatto che le persone che hanno vissuto la guerra sono di età molto avanzata e questo fa sì che la memoria reale, storica, dell’epoca si stia stemperando. È importante mantenere vivo il ricordo di quello che è stata l’occupazione nazista, di cosa è stato il fascismo e la Resistenza. Il valore della Resistenza non è solo un valore politico, ma è la reazione a un’ideologia, come quella nazista, che partiva dalla volontà di imporre un proprio dominio sull’Europa sulla base di una razza superiore. Credo che questi elementi siano utili anche oggi. La società è cambiata, esistono dinami- che diverse, ma la logica di una differenza fra gli uomini ancora serpeggia. Oggi alcuni vengono definiti extracomunitari, molto spesso vengono fatte delle classificazioni che possono diventare il germe di ideologie che portano a scelte molto gravi.

Perché ha scelto di raccontare una tragedia così grande attraverso gli occhi di una bambina?
Semplicemente perché lo sguardo dei bambini è sicuramente innocente e curioso. Tutti noi per fortuna siamo stati bambini e per questo ricordiamo la felice sensazione del conoscere l’umanità, la vita, la società, unita a un sentimento di disagio quando c’erano delle cose strane che non tornavano, che erano incoerenti. Ritrovare la logica dello sguardo dei bambini può aiutare a identificare le proprie contraddizioni. Poi non dobbiamo dimenticare che la gran parte delle vittime di Marzabotto è rappresentata da bambini di età inferiore ai 12 anni. Dunque era anche un modo per ricordarli e averli ben presenti.

Lei sembra non avere padri in Italia dal punto di vista dello stile. Anche in questo film privilegia l’immagine e il raccon to del paesaggio al dialogo?
Sicuramente questi elementi fanno parte del mio fare cinema e direi di questo tipo di storia. In realtà, poi, nel miei film ci sono dei riferimenti cinematografici ad altri autori, anche se non espliciti. Ad esempio faccio riferimento a Piavoli per certi sguardi sulla natura, per certi silenzi, e a Olmi in altre parti. Però è giusto e forse importante che ciascuno esprima se stesso e la propria identità in maniera originale. In questo film era essenziale fare un salto al 1944 e dare la possibilità allo spettatore di realizzare un viaggio nel tempo, per sentirsi il più possibile vicino all’epoca dei fatti.

Dunque il lavoro è stato molto attento alla ricostruzione degli ambienti, alle sensazioni che generavano dalla scelta dei volti, ai movimenti degli attori e al loro linguaggio. Ho poi scelto di girare il film nel dialetto bolognese dell’epoca, perché questo aiutava a entrare meglio in quella dimensione. Realizzare un’opera è un modo di comunicare e parlare alla gente e questo io lo faccio con il linguaggio che più mi viene istintivo. Da questo punto di vista penso che certi gesti, paesaggi e sensazioni comunichino in maniera più forte di tante parole.

Quanto è difficile proporre in Italia un cinema di qualità?
In Italia ci dovrebbe essere senz’altro maggior rispetto per la cultura, che è la base dell’arricchimento di tutta la società. La comunicazione, lo scambio d’informazioni, di esperienze ed emozioni sono il motore del mondo. Per questo banalizzare tutto alla dimensione commerciale è qualcosa che pagheremo a caro prezzo. Purtroppo le dinamiche di consumo anche nell’ambito dello spettacolo fanno arrivare allo spettatore cose insipide che si dimenticano facilmente, lasciando un senso di vuoto. Questo molte volte genera sofferenza e dalla sofferenza possono nascere ideologie sbagliate, come quelle di cui parlo nel film.

http://www.terranews.it/news/2009/10/la-strage-di-marzabotto-negli-occhi...

PERMETTETE!

PERMETTETE!

Mentre in tutto il paese soffia potente il freddo vento della reazione - con militari che iniziano a pattugliare le strade, leggi razziste che riempiono i moderni lager dei clandestini caduti nelle retate, aggressioni quotidiane a chiunque non porti il marchio dell’omologazione, una videosorveglianza talmente pervasiva da ricordarci che è già trascorso un quarto di secolo dal 1984 - è stata inaugurata a Roma una mostra che promette "La riscoperta di Dada e Surrealismo", definiti niente meno che “due movimenti rivoluzionari”. Ad assumersi la responsabilità dell’organizzazione è il solito Arturo Schwarz (surrealista di Stato, sedicente anarchico, bottegaio dei sogni, ebreo oggi collaborazionista di un governo xenofobo). Vista la propensione delle camicie nere e dei doppi-petti azzurri per il confusionismo e il trasformismo, la consacrazione ufficiale a questa impresa non poteva mancare. Ed infatti questa mostra gode dell’alto Patronato del Presidente della Repubblica, del patrocinio di Senato, Camera e Ministero degli Affari Esteri, nonché della promozione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Come a dire: lo stalinista, il mafioso, il fascista, il pallone gonfiato e il maggiordomo. Quest’ultimo, eletto protettore delle Arti e delle Lettere dall’Ubu Re italiano, non si è forse sempre vantato di essere un poeta dilettante? Chissà, forse questa iniziativa riuscirà ad allietare il suo padrone Silvio Berlusconi, a distrarlo anche solo per un attimo dalle preoccupazioni che gli danno alleati e magistrati, cataclismi e contestazioni, a risvegliare in lui l’editore che in questo ultimo periodo è un po’ scomparso dietro “l’utilizzatore finale” di baldracche.

Bisogna ammettere che, in questi tempi di guerra, è stata ben scelta l’occasione per lasciarsi andare al delirio agiografico. Coloro che vengono qui celebrati avevano per le pompe della nostra civiltà solo gesti di disprezzo e parole di odio, essendo la loro aspirazione del tutto contraria a quella di chi vorrebbe oggi canonizzarli. La negazione dadaista, come la rivoluzione surrealista, furono un oltraggio continuo alla Patria, a Dio, alla Famiglia, al Lavoro, al Denaro, allo Stato. Ma per chi ha voluto e finanziato questa mostra, la rivolta si coniuga solo al passato e sul modello istituzionale. È una merce come un’altra, da esporre in mezzo alle altre. In effetti una volta reclusa dentro un museo, o presa in ostaggio dietro alle vetrine, non rischia di raggiungere gli attuali rappresentanti dell’Ordine stabilito e i suoi cantori, che potranno sbavare servilmente in tutta tranquillità.
Bisogna del resto ammettere che alcuni fra gli stessi diretti interessati avevano imboccato di loro sponte il cammino che li ha condotti nella hit-parade dell’arte-spettacolo. Nel Tempio del consumo culturale, eretto sulle rovine del pensiero, non vi è perciò alcun pericolo di scatenare il Grande Scarto utopico. Un dadaista ben conosceva il segreto che spingerà molti, soprattutto fra quelli che si riconoscono nel non-conformismo benpensante, a fare visita al Vittoriano - che simbolo! - per sfilare davanti ai reperti mummificati dei dadaisti e dei surrealisti: “l’arte è un prodotto farmaceutico per imbecilli”.

A cosa miri una simile operazione è chiaro: la negazione dadaista e la rivoluzione surrealista, plurali, radicali, irriducibili e animate da una volontà di rottura totale col potere, con tutti i poteri, scompariranno schiacciate sotto il peso artistico. Eppure, anche se dadaisti e surrealisti non seppero mantenere fino in fondo la promessa di una rivolta assoluta, di una non-sottomissione totale, di un rifiuto ardente di queste grottesche imbalsamazioni, anche se i loro appuntamenti li portarono lontano dalle loro tensioni originarie mettendoli alla mercè dei recuperatori moderni, resta il fatto che ciò che si trova al cuore della loro opera insorgerà sempre contro questo mondo e i suoi lacché.

L’ombra sembra infittirsi sempre più sulle paludi dilaganti. L’ipocrisia stende la sua orrida mano sugli individui che stimiamo, per farli servire alla conservazione di ciò che essi hanno sempre combattuto. È evidente che non ci inganniamo più sulla portata di tali imprese di confisca, e non ci allarmiamo più del necessario per queste manovre abiette e abituali, persuasi come siamo che una forza di compimento totale anima contro questo mondo tutto quello che in esso vi si trova di appassionato. Poco importa che si inauguri una mostra a XXX, che si pubblichino le opere complete di YYY, che si tragga un qualche profitto dalle intelligenze più sovversive, giacché il loro meraviglioso veleno continuerà ad infiltrarsi eternamente nell’animo degli individui per corromperli e accrescerli.

Radio Difusora: A Casa dos Brega da Barra

autore: 
Barragarcense
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A TV Serra Azul era o ponto da breguice matogrossense, com o programa Sinal Verde Caipira e o quadro Os Brega. Agora a Radio Difusora da Barra ( http://radiodifusorabarra.com.br) se tornou o novo centro cultural do movimento bregueiro matogrossense.

O movimento cultural dos Brega na Barra toma novo impulso com o Programa Sinal Verde Caipira na rádio.

Movimento cultural que iniciou-se no programa Sinal Verde Caipira da TV Serra Azul surprendeu a comunidade baragarcense com o sucesso do quadro televisivo, ao construir uma nova mentalidade cultural entre a juventude da região do Vale do Araguaia e também de Mato Grosso. Parabenizo Os Brega Bem ti vi, Xodó e Fernando Delmondes por esta iniciativa.

Website: http://osbrega.blogspot.com

La farfalla granata: gigi un

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Luigi "Gigi" Meroni nasce a Como il 24 febbraio del 1943 e proprio a Como inizia la sua carriera calcistica nel campetto dell'oratorio di San Bartolomeo dove gioca la squadra Libertas.
Cresce nel vivaio del Calcio Como insieme all'amato fratello Celestino, ma la sua carriera nella formazione lariana è breve.
Nell'estate del '62 infatti, a soli 19 anni, passa al Genoa dopo 2 brillanti stagioni in maglia lariana. Gigi non crede a ciò che gli sta succedendo, ora gioca nel club più vecchio d'Italia, in quegli anni secondo solo alla Juventus per numero di scudetti vinti. La città marittima di Genova fa emergere in Gigi il suo carattere estroverso e controcorrente che si manifesterà poi nella sua interezza dopo il trasferimento a Torino nel '64.

Con i granata allenati da Nereo Rocco l'ala numero 7 si fa immediatamente apprezzare per le sue giocate, i suoi dribbling e i suoi goal che, anche se pochi (nel Toro 24), sono ricordati nelle migliori cineteche del calcio.
Al "calciatore-beat" (uno dei suoi tanti soprannomi) non piace tirare rigori, ha bisogno di azioni, di agonismo. E' un lottatore, l'artista del gol impossibile, dei dribbling disegnati su tela dalla mano di un genio, il giocatore più atterrato in area di rigore dai terzini innervositi dalle sue finte ubriacanti, ma anche quello che fa segnare tanto i compagni. Lo sa bene Combin, suo grande amico, scaricato da Juventus e Varese perché "finito" e rinato nel Torino grazie a Meroni, l'ala che gli passa la palla sempre nel momento giusto. Per gli altri giocatori granata, Gigi è una persona su cui si poteva contare, un amico capace, nonostante la sua sregolatezza, di essere un elemento fondamentale per un gruppo compatto e affiatato.

Un elemento di queste caratteristiche sarebbe l'orgoglio di ogni tifoso, ma il personaggio di Gigi non si ferma solo all'immagine del calciatore, è molto, molto di più.
Meroni ascolta i Beatles e la musica jazz, dipinge quadri legge libri e scrive poesie. Convive nella "mansarda di Piazza Vittorio" insieme a Cristiana, la "bella tra le belle" dei Luna Park della quale si innamorò follemente tanto da presentarsi al matrimonio imposto dai genitori di lei per cercare di fermare la cerimonia.
"Mister mezzo miliardo". Così lo chiamano i giornalisti quando il giovane Agnelli cerca di portare l'ennesimo campione alla Juventus sborsando una cifra per quei tempi era impensabile. Ma una vera e propria rivolta dei tifosi del Toro impedisce il suo trasferimento. I giovani tifosi si identificavano in Meroni, il loro "calimero" (soprannome che non ha mai amato) per via dei capelli lunghi e dei basettoni, un esempio da seguire in campo e nella vita degli anni che precedono il '68.
Quando Edmondo Fabbri lo chiama in nazionale gli impone la condizione di tagliarsi i capelli. Lui che disegna i vestiti che indossa sui modelli di quelli dei Beatles, che passeggia per Como portando al guinzaglio una gallina, che si traveste da giornalista e chiede alla gente cosa pensa di Meroni, la giovane ala destra del Torino, e ride se la risposta è che non lo conoscono, non avrebbe potuto rinnegare il suo ego e rifiuta la convocazione.
Gigi Meroni

Veste ugualmente la maglia azzurra per giocare i disastrosi mondiali del '66 dove segna due gol contro la Bulgaria e l'Argentina. A lui è attribuita parte della colpa della disfatta, non tanto per il giudizio del campo, ma tanto per quello che rappresenta (ma nella disastrosa sconfitta contro la Corea del Nord non viene nemmeno schierato). Meroni è scomodo alla società italiana ancora troppo conservatrice, un personaggio costantemente in lizza con l'opinione pubblica.
Per Gigi vivere in quel modo vuol dire essere felici, non lo fa per una questione di immagine come molti farebbero oggi, lui è così.
Muore tragicamente il 15 ottobre 1967, una domenica in cui il Toro si impone per 4 a 2 sulla Sampdoria. Lui insieme al suo compagno di squadra Fabrizio Poletti attraversa Corso Re Umberto, dove si è appena trasferito dalla "mansarda di Piazza Vittorio", per andare a prendere un gelato. E' travolto dall'auto di un diciannovenne appena patentato. Ironia della sorte l'investitore, Attilio Romero, è forse uno suoi più grandi tifosi. Muore la sera stessa per i gravi traumi riportati assistito da Cristiana, dai familiari e dai suoi amici. Ai funerali partecipano migliaia di persone per colui che fu il giocatore più amato e nello stesso tempo odiato d'Italia. Nel punto in cui fu investito i tifosi di Gigi ancora oggi portano fiori in sua memoria. La domenica successiva alla sua morte si gioca il derby con la Juventus che il Torino vince per quattro reti a zero (cosa che non è più successa). Tre goal sono messi a segno dal suo grande amico Combin che malgrado i 39 gradi di febbre scende in campo ugualmente. In molti sostengono che il quarto goal è segnato dalla maglia numero 7, indossata quella domenica da Carelli.

PER SEMPRE NEI NOSTRI CUORI GIGI IL RIBELLE !!

TORINO GRANATA ROSSA E PROLETARIA

[Milano] Sabato 24 ottobre Indie-Rock per la Palestina @ CSA Vittoria

24/10/2009 - 22:00
Etc/GMT+2
autore: 
CSA Vittoria

Sabato 24 ottobre dalle ore 22
Concerto Indie-Rock per la Palestina con:

-SNORKETZ (Indie-Alternativo)

-BADGNUS (Rock alternativo)

L'infoshop sarà aperto con libri,
materiale di controinformazione, felpe e t-shirt.

S.O.S. GAZA CONTINUA:
UNA T.A.C. PER L’OSPEDALE AL AWDA

L’embargo internazionale e le ripetute aggressioni israeliane contro la Striscia di Gaza hanno portato al collasso le già provate infrastrutture di uno dei territori più densamente popolati del pianeta. Le strutture sanitarie ed ospedaliere non sono state risparmiate né dall’embargo, né dai bombardamenti. Nel corso dell’operazione “Piombo fuso”, i criminali di guerra sionisti hanno ripetutamente colpito ospedali ed ambulanze, ed ora il perdurare dell’embargo non fa che aggravare una situazione già drammatica.

All’inizio di marzo, una delegazione del Forum Palestina è riuscita a rompere l’embargo ed a consegnare alla Direzione dell’ospedale Al-Awda di Gaza i 21.300 euro raccolti da una sottoscrizione popolare nelle settimane precedenti.

Rilanciamo a tutte e tutti l’appello a sottoscrivere sul conto corrente postale n. 47209002, intestato a Monti Germano, con la causale S.O.S. Gaza. Il codice IBAN è IT59 C076 0103 2000 0004 7209 002. Lo abbiamo promesso, e le cose che diciamo, di solito le facciamo: torneremo presto a Gaza, e non lo faremo a mani vuote.
www.forumpalestina.org www.udap.net

Centro Sociale Autogestito Vittoria
via Friuli ang. via Muratori-Milano
tel. 02-5453986
vittoria@ecn.org
www.csavittoria.org

[Milano] 20 ottobre MARTEDI' CINEMA Monty Python Nights @ CSA Vittoria

20/10/2009 - 20:30
Etc/GMT+2
autore: 
CSA Vittoria

Monty Python Nights!

MARTEDI' 20 OTTOBRE:
VISIONI CULINARIE E DEGUSTAZIONI CINEFILE

ALLE 20.30 CENA VEGETARIANA CON OTTIMO VINO A 4 EURO

...ALLE 22.00
PROIEZIONE FILM
CON INGRESSO LIBERO

"Brian di Nazareth"
di Terry Gilliam, UK 1979

per la cena la prenotazione è obbligatoria!!
PRENOTATEVI a vittoria.cinema@gmail.com per le 18.00!!

Centro Sociale Autogestito Vittoria
via Friuli ang. via Muratori-Milano
tel. 02-5453986
vittoria@ecn.org
www.csavittoria.org

nasce la campagna adotta un giovane italiano

autore: 
africani sensibili

La prima ONG che mi sta bene assai, la ONG POVERI NOI

Adotta un giovane italiano
Con Poveri voi puoi aiutare il popolo d'italia a combattere contro una drammatica disumanizzazione.

Ringrazio i compagni che mi hanno segnalato questa nobile iniziativa

http://controappunto.splinder.com/

SOUND SYSTEM IRISH @ CSA Vittoria

15/10/2009 - 22:00
16/10/2009 - 01:00
Etc/GMT+2
autore: 
CSA VITTORIA

Sound System Irlandese

Dalle 22 - RESIDENT DJ

L'infoshop sarà aperto, con libri a prezzi popolari, materiale di controinformazione, felpe e t-shirt.

PERSIANA JONES per FESTA DEL RACCOLTO 2009

12/10/2009 - 15:31
Etc/GMT+2
autore: 
bstyle
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Torna immancabile come ogni inizio d'autunno la Festa del Raccolto del Leoncavallo
Si dibatterà di proibizionismo e poi si ballerà con lo ska dei Persiana Jones, con le loro sonorità orecchiabili e l'immediatezza dei loro testi sono diventate una delle band ska punk più famose d'Italia, sui palchi ben dal 1988.
Si proseguirà poi con il reggae di Vito War, lo storico djs milanese, tra i pionieri del reggae in italia.

INCONTRO PUBBLICO dalle 21 partecipano
Guido Blumir –Srittore e giornalista
Alfonso Gianni – Economista
Daniele Farina - Sinistra, Ecologia e Libertà

La fotografia del presente è quella di un fallimento catastrofico. Dopo settant’anni di politiche proibizioniste il consumo di droghe è esploso come la dimensione delle mafie che le controllano.
Questo disastro ha oltretutto costi elevatissimi: umani, sociali ed economici.
Legalizzare e tassare è il tema generale con cui è prepotentemente riemerso, in tutto il mondo, il dibattito sulle strategie alternative.
Ma di che cosa stiamo esattamente parlando? Quali sono le grandezze economiche in gioco? E soprattutto come si associano queste proposte con le politiche di riduzione del danno e del rischio, di informazione e prevenzione?
E ancora: cosa può aspettarci oltre il muro ideologico della “War on Drugs” che ha decimato più generazioni e sottomesso al narcotraffico intere aree del pianeta?
Domande non proprio accademiche in un paese che attraverso il provvedimento di “scudo fiscale” legalizza svariati miliardi di euro provenienti dal traffico di stupefacenti. Denaro che in parte, come afferma il centrodestra, servirà a finanziare le nostre scuole, gli asili, gli ospedali.

IN CONCERTO dalle 23
PERSIANA JONES a seguire VITO WAR

sabato 17 ottobre 09
@
Leoncavallo
Spazio Pubblico Autogestito
via Watteau 7 _ milano
http://www.leoncavallo.org

INGRESSO A SOTTOSCRIZIONE

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B.style_ufficio stampa

Dadaismo

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Durante la guerra la Svizzera accoglie molti rifugiati: c'è Joyce che lavora al suo Ulisse, Lenin con i suoi amici (lui e sua moglie abitavano allora proprio a Zurigo, nella Spiegelgasse: la stessa via in cui sorgeva il Cabaret Voltaire), a Losanna c'era Iwan Goll, nei cantoni francesi Romain Rolland ecc. Nel 1916, in un cabaret di Zurigo (il Cabaret Voltaire), il ventenne romeno Tristan Tzara fonda il movimento dada insieme ai tedeschi Richard Huelsenbeck e Hugo Ball, e al pittore alsaziano Hans Arp, tutti molto influenzati dalle attività ante-guerra di Marinetti.
Scrisse Ball: "il nostro cabaret è un gesto. Ogni parola che qui viene detta o cantata, significa per lo meno un fatto: che questo tempo mortificante non è riuscito a imporci rispetto". Non si sa bene da dove i dadaisti derivarono il termine dada: si dice che lo trovarono frugando in un vocabolario; in francese appartiene al linguaggio infantile ('cavallo'), mentre in romeno significa 'sì sì'. Tzara lo ricollega a fonemi dell'africa nera.
Scrisse Tzara 35 anni dopo, nel 1951: «dada nacque dallo spirito di rivolta, che è comune alle adolescenze di tutte le epoche e che esige la completa adesione dell'individuo ai bisogni della sua natura più profonda, senza riguardi per la storia, per la logica o per la morale.
Onore, patria, morale, famiglia, arte, religione, libertà, fraternità, tutto quel che vi pare: altrettanti concetti che corrispondono agli umani bisogni, dei quali non resta null'altro che scheletriche convenzioni, private ormai del loro significato primitivo» . E, nel 1957: «Dada ha tentato non tanto di distruggere l'arte e la letteratura, quanto l'idea che se ne aveva. Ridurre le loro frontiere rigide, abbassare le altezze immaginarie, rimetterle alle dipendenze dell'uomo, alla sua mercé, umiliare l'arte e la poesia, significa assegnare loro un posto subordinato al supremo movimento che non si misura che in termini di vita» .
Dada è parte integrante del movimento delle avanguardie che dall'inizio del secolo si fa interprete in maniera radicale della crisi che investe la cultura occidentale; rispetto a futurismo, espressionismo o cubofuturismo, dada arriva a una negazione più radicale e assoluta: è la rivolta contro il presunto razionalismo occidentale che ha permesso la guerra e che ne giustifica gli orrori e le violenze.
Il movimento si richiama al "disordine necessario" auspicato da Rimbaud.
La negazione, l'essere "anti" è una caratteristica costante delle loro posizioni e atteggiamenti.
Da questo punto di vista si comprende come la sua fine sarà data quando alcuni esponenti (A. Breton) tenteranno di dare un indirizzo programmatico più vincolante.
Movimento antidogmatico, movimento aperto subito alla ricerca internazionale. Dada si diffonde tramite il tam-tam non ufficiale, i rapporti personali, le consonanze e soprattutto il bisogno, nei giovani artisti, di qualcosa di nuovo e più vero.
A Zurigo si cerca una dialettica tra arte astratta e rivolta.
A New York sono le prove artistiche di Picabia, E. Varèse, Duchamp (che fece il suo gesto di portare in un'ampolla "aria di Paris"): a New York Duchamp fa le prime prove del ready made, il prevelamento di una cosa di uso comune (orinatoio, badile, attaccapanni ecc.) cui viene attribuito un senso nuovo ecc..
A Berlin si fa un'arte politica e di propaganda: è Huelsenbeck a portare nel 1918 dada, di cui fanno parte il poeta e pamphlettista Raoul Hausmann, il poeta e poi politico Franz Jung, il poeta Carl Einstein, Walter Mehring, John Heartfield specialista nel collage, George Grosz.
Manifestazioni e spettacoli si susseguono a Berlin, Lipsia, Praga tra il 1918 e il 1919; a Colonia e Hannover si sceglie la via dell'humor, rispettivamente con Max Ernst e Kurt Schwitters, che si erano conosciuti a Zurigo nel 1918.
A Paris dada è antifilosofico, nichilista, scandaloso: il filone dada Parisno è dal 1919 quello più importante, anche per gli sviluppi successivi.
Dada raggiunge, superficialmente, anche l'Ungheria, la Iugoslavia, l'Olanda (per un certo periodo dadaista è Th. van Doesburg teorico di «De Stijl»), l'Italia (E. Prampolini).
A Paris vi erano state riviste pre-dada, come «Nord sud» di P. Reverdy, e «Sic» di P.A. Birot.
Quando Tzara si trasferisce a Paris, fa esplodere il movimento. Nel 1920-21 dada ebbe come organo la rivista «Littérature» e l'adesione di Louis Aragon, André Breton, Ph. Soupault, Paul Eluard, G. Ribemont-Dessaignes, Blaise Cendrars.
A essi si uniscono l'americano M. Duchamp e lo spagnolo F. Picabia.
Si moltiplicano attività e iniziative, anche nel campo delle riviste: Picabia ad esempio pubblica «391» che aveva iniziato a pubblicare a New York («291»), e poi «Cannibale» e «Philaou- Thibaou»; P. Dermée pubblica «Z».
Dada vuole trasformare la poesia in azione, essere un movimento antiartistico, scandaloso.
Con la provenienza stessa dei vari componenti da varie nazioni, si pone come movimento internazionalista: la guerra era stata momento di esaltazione delle divisioni nazionalistiche, e tutti i dadaisti sono uniti dallo stesso sdegno verso la classe borghese che aveva innescato il meccanismo bellico, aveva rinnegato il suo umanesimo.
Ci si proponeva di integrare le varie arti (musica, teatro, pittura, balletto), cosa che è una delle caratteristiche dei movimenti d'avanguardia del secolo; un movimento irrazionalista se la razionalità portava ai massacri della guerra (ma a Zurigo non era un caso che ci si richiamasse al padre della razionalità settecentesca), nichilista contro gli affermatori del potere.
Provocazione, esaltazione del caso e dell'esclusione dell'artista dall'opera, nell'epoca in cui J.W. Gibbs e L. Boltzmann teorizzano il caso come componente irrazionale della matematica, e N. Wiener, teorico della cibernetica, lo definisce come elemento fondamentale della struttura dell'universo.
Il caso è all'origine della tecnica del fotomontaggio.
Rispetto al futurismo anteguerra è nei dadaisti un minor feticismo rispetto alle macchine e alla tecnologia.
Dopotutto le tecnologia aveva mostrato esempio di sé sui campi di battaglia europei.
La tecnica e i nuovi medium non sono mai scelti feticisticamente: una tecnica serve soprattutto per dire certe cose, ovvero per negare certi fatti.
Così quando viene ripreso il rumorismo o le tavole parolibere di Marinetti e altre invenzioni futuriste, il senso è diverso: attraverso la poesia fonetica come la composizione tipografica, i suoni inarticolati, il linguaggio-immagine, si vuole ritrovare il grado zero all'interno di una società divenuta sorda e cieca.
Già Ball a Zurigo aveva proposto "versi senza parole"; poi Hausmann aveva prodotto la poesia dei rumori, mentre la prima raccolta, timida, di poesia fonetica è Anna Blume (1919) di Schwitters, mentre più riuscito è Ursonate nato dopo l'ascolto di un esperimento di Hausmann.
Con il Primo manifesto firmato da Tzara (1918) ci si poneva contro la lingua in cui si cristallizzavano le gerarchie di potere, la parola mercificata, si invitava al vilipendio sistematico del lessico convenzionale, alla deformazione morfologica e sintattica, al gioco della parodia e del non-sense.
La poesia sarebbe scaturita da una "scrittura rivoluzionaria" costituita da suoni e fonemi in libertà. C'era l'influsso della onomatopea futurista e la zaum dell'avanguardia russa.
Nella collezione dada Tzara pubblicò La prima avventura celeste del signor Antipyrine (La première aventure céleste de monsieur Antipyrine, 1916), seguita da Venticinque poesie (Vingt-cinq poèmes, 1918) tra cui spicca "La grande cantilena della mia oscurità tre" (La grande complainte de mon obscurité trois): testi emblematici della nuova poesia alogica. Il 12 dicembre 1920 Tzara lesse alla Galerie Povolozky (Paris) il Manifesto sull'amore debole e l'amore amaro (pubblicato poi sul n.4 della rivista «La vie de lettres»), in cui vi è il famoso metodo "per fare una poesia dadaista": "Prendete un giornale. | Prendete un paio di forbici. | Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare alla vostra poesia. | Ritagliate l'articolo. | Tagliate ancora con cura ogni parola che forma tale articolo e mettete tutte le parole in un sacchetto. | Agitate dolcemente. | Tirate fuori le parole una dopo l'altra, disponendole nell'ordine con cui le estrarrete. | Copiatele coscienziosamente. | La poesia vi rassomiglierà. | Ed eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s'intende, incompresa dalla gente volgare". Il dadaismo ha avuto la sua maggiore incidenza forse proprio sul teatro.
Si infrangono le convenzioni tra spettatori e pubblico, si instaurano nuovi rapporti (provocazioni, insulti, dibattiti) tra palcoscenico e sala. Quando esiste un testo, come ne La prima avventura del signor Antipirina, rappresentato nel 1920 da Tzara con Breton, Aragon e altri, si cerca di determinare gli stessi effetti distruttivi perseguiti in poesia e pittura: le parole fuoriescono liberamente, al di là di ogni coerenza logica e sintattica: viene colpito lo specifico teatrale del dialogo, che cessa di funzionare come mezzo di rapporto intersoggettivo.
Ogni personaggio parla per conto suo, in una specie di monologo multiplo. Interessante l'attività dadaista nel campo filmico; già i futuristi e poi i surrealisti si dedicheranno alla nuova arte, con attenzione sperimentalista.
Man Ray realizza film che si ricollegano al suo lavoro di fotografo (aveva messo a punto la tecnica del rayograph, la foto oggettiva di cose riprese senza l'intervento dell'occhio del fotografo): Le retour à la raison (apparso alla "serata dada" del 1923), Emak Bakia (1927), L'étoile de mer (1928), e il surrealista Le mystère du chateaux des dés (1929).
Nel 1918 Tzara fa conoscere il pittore Hans Richter a Viking Eggeling: dal sodalizio tra i due nasce il film astratto: nel 1921 Eggeling realizza Diagonal symphonie, una sequenza di forme geometriche, lo stesso anno in cui Richter presenta il suo Rhythmus 21.
Il furore iconoclasta dei dadaisti, che rifiutavano ogni progetto organizzativo e si esponevano in spettacoli pubblici caotici, finì con il creare contrasti e aspre polemiche, l'urto tra Tzara e Breton, soprattutto per lo sciovinismo di quest'ultimo. All'inizio del 1922 Breton con l'appoggio di Auric, Delaunay, Léger, Ozenfant, Paulhan e Roger Vitrac, rappresentanti di vari gruppuscoli e riviste dell'avanguardia, aveva progettato un congresso internazionale delle tendenze moderne. Tzara decise di non parteciparvi perché riteneva il progetto troppo ambizioso.
Breton e i suoi pubblicarono una diffida contro "il promotore di un cosiddetto movimento di Zurigo"; la xenofobia implicita nella diffida causò la reazione di Satie, Eluard, Ribemont-Dessaignes, Brancusi ecc. che solidarizzarono con Tzara. Il ritiro di parte dei partecipanti al progetto, fece fallire l'ambizioso progetto di Breton. Durante una riunione in cui dovevano essere lette delle poesie di Cocteau e una breve commedia di Tzara, Breton e i suoi amici interruppero lo spettacolo in modo violento; fu chiamata la polizia e Tzara fece causa per danni. Nel 1922 Tzara pronunciò l'orazione funebre del dadaismo, a Weimar, nella "Conference sur la fin de dada".

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