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Economie

Non chiamiatelo “Piano casa” …

image1: 
CASA_fdg.jpg

Il devastante decreto del governo Berlusconi non ha nulla a che vedere con il bisogno della casa, è solo un’orrida manovra di abusivismo legalizzato che sta portando allo scempio tutto il paese.

Leggete la bozza del decreto:
http://cobasreto.files.wordpress.com/2009/03/bozza_decreto_edilizia2.pdf

Disoccupazione, allarme del Cnel: nel 2009 a rischio 500mila posti

image1: 
capitalismo.JPG

Fino a mezzo milione di posti di lavoro a rischio nel 2009 per effetto della crisi. È la prospettiva contenuta nel Rapporto sul mercato del lavoro del Cnel.

Nel 2009 l'economia italiana potrebbe assistere alla scomparsa di oltre mezzo milione di posti di lavoro. La stima è contenuta nel rapporto sul mercato del lavoro del Cnel, secondo cui sono a rischio tra le 350mila e le 540 mila unita' se misurate in forze di lavoro e tra le 620mila e le 820mila in termini di unità di lavoro annue. Lo stock di disoccupati potrebbe aumentare all'interno di in una forchetta che oscilla tra 270mila e 460mila unità. Nella peggiore delle ipotesi, il tasso di disoccupazione potrebbe arrivare a sfiorare il 9% a fine anno. Il Cnel sottolinea quindi la necessità, per i prossimi mesi, di ulteriori interventi per estendere i sostegni al reddito.

Fonte il Tempo

CENA MESSICANA ::: Libertad y justicia para Atenco @ sos Fornace

26/07/2009 - 20:00
26/07/2009 - 23:00
Etc/GMT+2
autore: 
sos FORNACE

DOM 26 LUGLIO
Difendi il tuo territorio e mangia solidale!

Cena messicana: “Libertad y justicia para Atenco”
La repressione contro il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra e militanti della Otra Campaña a Texcoco e a San Salvador Atenco (Messico) nel maggio del 2006, ha lasciato un saldo di 207 detenuti, due giovani assassinati (Alexis Benhumea e Javier Cortèz, rispettivamente di 21 e 14 anni), e 26 donne abusate sessualmente, in un contesto di tortura generalizzata e perquisizioni illegali.
Oggi, dopo tre anni di mobilitazioni nazionali e internazionali si è riusciti a ottenere la liberazione della maggioranza dei detenuti, tuttavia sono ancora incarcerati 12 compagni che stanno scontando pene assurde ( 9 sono stati condannati a 10 anni e 6 mesi, due a 67 anni e 6 mesi ed uno a 112 anni) in carceri di massima sicurezza. Tutto questo per aver difeso il loro territorio lottando contro la costruzione di un nuovo aeroporto internazionale a Città del Messico; il quale avrebbe significato la scomparsa delle loro comunità, delle loro terre e della loro cultura, il tutto a favore degli interessi del grande capitale internazionale.

L’ iniziativa si inserisce nella campagna internazionale per la liberazione dei detenuti politici del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra a cui sarà destinato quanto ricavato della serata.
!Presos polìticos libertad!
Info: http://www.atencolibertadyjusticia.com
programma della serata:

ore 20:00 cena messicana con guacamole, salsa, tortillas, arroz, frijoles, empanadas, tamales, costillitas de cerdo en salsa de cilantro.
Prezzo: 12 €
La cena è solo su prenotazione (3381432876 /sosfornace@inventati.org) entro mezzogiorno di venerdì 24 luglio.

A seguire tequila e proiezione di foto e del video “Romper el cerco” che racconta i fatti accaduti a San Salvador Atenco il 3 e 4 maggio del 2006. Nel video si mostra il modo di operare dei mezzi di comunicazione, specialmente della televisione, accusati di occultare la violazione dei diritti umani in Atenco, di agire come complici dell'operativo repressore e di creare un ambiente di paura nel contesto delle elezioni presidenziali dello stesso anno.

Per finire in bellezza sound by Galleno Selecta

Centro Sociale SOS Fornace
Comitato No Expo

www.sosfornace.org
sosfornace@inventati.org
www.myspace.com/sosfornace

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Rho (MI) - Via San Martino 20
(dietro alla stazione Fs)

Happy Hour all’Hilton

autore: 
Alex Miozzi

Mercoledì 22 luglio 2009, ore 17 – Hotel Hilton, via Galvani, 12 - Milano

MILANO, lunedì 20 luglio 2009. Per dopodomani mercoledì 22 luglio, alle cinque del pomeriggio, una singolare protesta organizzata dalla FLAICAUniti-CUB insieme ai lavoratori dell’Hotel Hilton di via Galvani, 12, allieterà il tardo pomeriggio milanese.

Un Happy Hour in piena regola a cui sono tutti invitati, contro l’apertura della procedura di licenziamento collettivo di 30 lavoratori dell’ente della nota catena alberghiera americana.

Una protesta contro la volontà di sostituire questi lavoratori con addetti di cooperative esterne, una scelta che porterebbe inevitabilmente a un peggioramento della qualità del servizio.

Alla Rsa Pontirolo Codess getta benzina sul fuoco

autore: 
Alex Miozzi

MILANO, martedì 22 luglio 2009. La società cooperativa Codess, che ha in appalto i servizi alla persona presso la Rsa Pontirolo, fondazione realizzata dai cinque comuni del territorio (Assago, Corsico, Buccinasco, Trezzano S.N. e Cesano Boscone) getta benzina sul fuoco.

Davanti a problemi sollevati dagli stessi lavoratori relativi al mancato rispetto del contratto di lavoro e dell’integrativo territoriale, oltre che alla scarsa tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, situazione che incide negativamente sulla qualità del servizio reso, Codess invece di cercare soluzioni pone un netto rifiuto al confronto civile.

Un rifiuto che si manifesta nel disertare l’invito proposto dal Prefetto, per cercare di scongiurare l’avvio dello stato di agitazione e di un possibile sciopero, riunione a cui sia CUB-Sanità che i lavoratori della Pontirolo hanno presenziato.

“Quello che è avvenuto stamane è un gravissimo gesto” afferma Walter Gelli, coordinatore nazionale di CUB-Sanità . “Un atteggiamento che conferma la pericolosa leggerezza con questa realtà affronta e gestisce le tematiche dei diritti delle persone.”

La convocazione del prefetto è infatti prevista dalla legge, definita procedura di raffreddamento dei conflitti, il cui obiettivo di scongiurare possibili disservizi nell’ambito dei servizi pubblici alla persona.

“A questo punto ci riserviamo di indire scioperi e manifestazioni di protesta nei cinque comuni che hanno dato vita alla fondazione.” Prosegue Gelli. “Dall’altra segnaleremo tempestivamente l’accaduto alle autorità competenti, a partire dalla commissione di Garanzia sul Diritto di Sciopero, per i provvedimenti opportuni del caso.”

La classe media perde il tetto

autore: 
amuroccupa

Una famiglia su due spende per il proprio appartamento più di un quarto del proprio reddito.
L’emergenza colpisce specialmente chi sta in affitto, precari, giovani coppie, anziani. Viaggio nella nuova povertà, tra occupazioni, liste d’attesa infinite, sfratti appesi a un voto del Parlamento

La signora dice di chiamarsi Lina, avrà sessant’anni.
Esce dagli uffici dell’Ater di Piazza Sempione, a Roma, con dei fogli protocollati in mano e un sorriso che le illumina il viso da parte a parte. «I capelli sono diventati bianchi per la rabbia e l’attesa. Sedici anni ho dovuto aspettare, sedici anni». Ora Lina ha il suo contratto di locazione. Può ritenersi fortunata: solo a Roma sono 30mila le famiglie che aspettano un giorno come questo, 600 mila in tutta Italia, secondo Federcasa.
Non è un giorno di festa invece per i ragazzi che hanno occupato uno stabile di quattro piani al 121 di viale Aventino. Sono tutti giovani.
Niente famiglie o anziani. Un’occupazione anomala che ha popolato questa palazzina signorile di materassi e amache fissate nel giardinetto. Le quattro righe sui giornali che ne hanno parlato l’hanno descritta come “l’occupazione dei single”. «Ma quali single – dice Alberto, uno degli occupanti – magari potessimo farcela una famiglia». Sono studenti, lavoratori saltuari, qualche immigrato. «Ma se scrivi precari fai prima», dice ancora Alberto, che studia economia. La palazzina era disabitata da 18 anni. Ora loro vorrebbero realizzare degli spazi abitativi e laboratori culturali. Altro che “bamboccioni”: «Abbiamo deciso di occupare all’improvviso e l’abbiamo fatto in centro, dove ci sono solo aziende e ministeri. Per i giovani avere un tetto è impossibile».
In mezzo a queste due storie c’è la questione casa: la realtà del un ceto medio impoverito da quel trita-reddito dell’affitto. Lo scorso 14 ottobre è scaduta la proroga fissata dalla legge 9 che congelava gli sfratti nei comuni sopra i 10mila abitanti. Cifre da capogiro secondo le Prefetture: 1.120 sfratti a Roma, 239 a Milano, 789 a Napoli e 178 a Firenze. Dati tra l’altro al ribasso, perché provenienti da solo 88 prefetture su 103.

Al numero 34 di via Stevenson, a Roma, c’è un comprensorio di ex case popolari tirate su ai tempi di Mussolini e acquistate in blocco da un privato. E’ una struttura enorme in cui abitano centinaia di persone che, negli anni, hanno assistito alla vendita degli appartamenti piano per piano, scala per scala. Anche la casa della signora Pina, al quarto piano della scala M, è stata venduta. E nel 2002 è arrivato l’avviso di sfratto: finita locazione. Da anni ormai che la signora Pina vive con una delle sue figlie in questa casa coi muri divorati dall’umidità, in attesa dell’ufficiale giudiziario. Ma lo scorso 23 ottobre l’ufficiale è entrato per l’ultima volta nell’appartamento: la prossima lo sgombero non sarà più rinviabile. Insieme alla signora ci sono anche alcuni esponenti di Action e gli occupanti di altre strutture della Capitale, come il Regina Elena o via Catania.
C’è un brutto clima: Pina ha 84 anni e si muove a fatica, i figli non possono aiutarla a trovare una sistemazione alternativa. La tensione sale subito in un misto di rabbia e disperazione. L’ufficiale e il legale dei proprietari dà altri 15 giorni a Pina. Saranno gli ultimi. Il 15 novembre prossimo dovrà lasciare l’appartamento. Manuela di Action prova a trattare: chiede più tempo per trovare un altro tetto per l’anziana signora. Quindici giorni, e poi chissà. La speranza è appesa al disegno di legge che dovrebbe garantire una ulteriore proroga degli sfratti fino al 2008. La soluzione è uscita fuori dal Consiglio dei ministri del 23 ottobre. Ma la proposta sembra non soddisfare nessuno: un disegno di legge al posto di un decreto immediatamente esecutivo. Per la proroga, quindi, servirà il passaggio parlamentare. Fino a quel giorno la signora Pina rimarrà con il fiato sospeso, ma almeno lei una chance ce l’ha. Perché il disegno di legge comprende i casi come il suo - quelli per finita locazione - ma non quelli per morosità. «La montagna ha partorito un topolino», dice Angelo Fascetti dell’Asia RdB. «In questo modo rimarranno fuori gli sfratti per morosità che sono più del 70 per cento».
D’altronde gli sfratti oggi hanno quasi un’unica, drammatica giustificazione: la morosità. Gli affitti, insomma, stanno inchiodando le famiglie all’impossibilità di garantire il proprio diritto alla casa. Se negli ultimi vent’anni – si legge nel recente rapporto Nomisma – le disponibilità economiche delle famiglie sono cresciute del 20 percento, i canoni di locazione sono aumentati del 66 percento. Insomma la classe media è con l’acqua alla gola. Le differenze più marcate sono tra chi ha già una casa di proprietà e chi no. Una lotta di classe tra quattro mura.

Bisogna fare un viaggio tra una giungla di numeri per capire cos’è successo negli ultimi anni. Secondo un’indagine condotta da Sunia, Sicet e Uniat Uil a settembre di quest’anno ci voglio 800 euro al mese per mantenere la propria abitazione. Questo vuol dire che il 45 percento delle famiglie investe sull’affitto più di un quarto del proprio reddito. Se si considera che il tetto del “disagio economico” è fissato al 30 per cento del peso della casa sul reddito, sappiamo che in Italia il 23 percento delle famiglie vive una condizione di difficoltà. Nelle grandi città l’incidenza dei canoni sul reddito è ancora più alto. Qualche esempio: a Roma, per 80 mq di casa, un reddito di 30mila euro verrebbe intaccato per il 37 per cento dall’affitto, il 35 per cento a Bologna. E se un altro quinto dello stipendio se ne va per mangiare, farsi due conti è facile. «Classe media sotto sfratto? Sì, di gente che non ce la fa a pagare l’affitto ce n’è tanta», dice Vincenzo Simoni, presidente dell’Unione Inquilini. «Sembra di essere tornati all’800: sono in crisi le basi della società, e una di queste è la casa. Tra chi paga l’Ici e chi paga l’affitto la differenza è abissale. E sono in molti ad essere colpiti. Pensiamo all’impossibilità delle coppie di prendere casa o alle persone separate e costrette a vivere insieme perché la casa è quella. Lo scriva: siamo nella cacca».

Non si fa fatica a crederlo. Oggi l’affitto è la spada di Damocle che non ti fa dormire la notte. Maria Teresa Conti dirige la casa di accoglienza della Caritas di via Casilina Vecchia, a Roma. Un centro moderno che ospita 80 senzatetto. Ma non solo. «Negli ultimi cinque anni chi si affaccia al nostro circuito di assistenza ha assunto diversi profili. Osserviamo la crescita dei cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro. Se una famiglia senza disagi cronici è in difficoltà – dice Conti – prima passa dalla rete familiare, poi dalle parrocchie di zona. E alla fine arriva da noi». La dirigente del centro spiega che non è raro vedere persone “normali” arrivare alla mensa a mangiare o chiedere aiuto per le bollette o per comparare la pasta. «Giorni fa mi ha chiamato una signora dicendo che si era fatta staccare tutte le utenze tranne il telefono perché, altrimenti, non ce la faceva a pagare l’affitto. Sta facendo di tutto per difendere la propria casa».
C’è poca retorica in chi difende con le unghie le proprie case. Con l’introduzione delle due tipologie di contratti convenzionati o liberalizzati (legge 431 del ’98) i prezzi degli affitti sono diventati esorbitanti. Oggi i nodi vengono al pettine: la classe media è finita sotto sfratto. Non ha dubbi Fabrizio Nizi di Action, che ha seguito da vicino la requisizione di decine di appartamenti da parte di alcuni presidenti di municipio della Capitale. Una misura “estrema” scattata il giorno dello sblocco degli sfratti. «Le ordinanze emesse dai municipi di Roma non riguardavano solo sfratti per morosità, ma soprattutto l’ex ceto medio, ovvero gente che ha sempre pagato regolarmente l’affitto finché non gli hanno chiesto il rinnovo, con aumenti vertiginosi». Nella sola via Marchisio sempre a Roma - ci spiega Nizi - su 105 appartamenti solo in 7 hanno avuto la possibilità economica di rinnovare, a causa di aumenti, anche del 300 percento del prezzo. Insomma, tra piatti di pasta alle mense della Caritas, giovani che occupano case abbandonate per non finire su un posto letto da 500 euro al mese e signore che preparano il risotto al marito per festeggiare la fine di 16 anni d’attesa per una casa popolare, il quadro è quello che è. Per gli italiani la casa è sempre stato un sogno, un pilastro di sicurezza (il 63 percento la vede così). E se la classe operaia non va più in paradiso, quella media finisce senza tetto.

26 ottobre 2007

http://www.avvenimentionline.it/content/view/1669/447/

[Honduras] Per chi suona la campana?

autore: 
Tino Pulsinelli

Honduras: Per chi suona la campana?
Etiquetas: Honduras, USA

Tito Pulsinelli
C'è una differenza abissale nelle modalità con cui il sistema monopolista della comunicazione ha trattato il caso dell'Iran e quello dell'Honduras. Ed ha poco a che vedere con il differente peso geopolitico dei due Paesi.
In un caso, le proteste contro i risultati elettorali contestati da un settore degli abitanti di Teheran ha invaso tutti gli spazi della carta stampata, degli schermi e delle radio.
Nell'altro, il fatto che un Presidente in carica sia stato sequestrato da incappucciati e abbandonato in pigiama sulla pista di un aeroporto straniero, non commuove i direttori e i proprietari della comunicazione.

Eppure, l'Assemblea generale dell'ONU, quella dei 118 Paesi Non-allineati e le organizzazioni emisferiche e regionali del continente americano, in blocco, si sono schierate a favore del Presidente Zelaya e contro il regime golpista in carica. Hanno ritirato gli ambasciatori e l'Unione Europea ha congelato tutti i programmi economici e finanziari con i golpisti del'Honduras.

Perchè, allora, la macchina mediatica europea è tanto parca e reticente? Non basta l'ONU a togliere ogni dubbio quando dice che Zelaya è l'autorità legittima e gli altri sono avventurieri? Perchè El País di Madrid si arrampica sugli specchi e cerca di riscrivere in bella copia i bollettini propagandistici provenienti dalle Fondazioni di Miami e di Aznar? Perchè quando parlano del golpista Micheletti evidenziano solo la sua origine bergamasca? La colpa di Chávez è non avere ascendenti italiani? Ma lui le elezioni le vince, alla presenza di molti e variegati osservatori internazionali.

Eppure il Presidente Manuel Zelaya non è un pericoloso estremista, nè un figuro "populista", nè un ex guerrigliero, e nemmeno un uomo politico che proviene dalla sinistra, storica o no. Non ha studiato all'università di Lovanio -come l'ecuadoriano Correa- nè ha ricevuto i "perniciosi influssi" della teologia della liberazione. Zelaya è un proprietario terriero di media grandezza e proviene dal Partito Liberale. Tutti i classici clichet del repertorio satanizzante non calzano. E' impossibile fargli indossare gli abiti pret-a-porter della CIA quando pratica la guerra psicologica.

Zelaya è un politico -ora catapultato dalla stupidità dei suoi nemici a leader carismatico di un popolo- che si è macchiato della grave colpa di aver stabilito -per la prima volta- il salario minimo come norma lavorativa. Cosa inesistente prima di lui. Ha cercato di avviare programmi nel campo dell'assistenza medica e dell'istruzione primaria.

Quando esplode la crisi finanziaria e il petrolio raggiunge prezzi esorbitanti per il suo piccolo Paese, si avvicina al Venezuela ed entra in Petrocaribe. Rompe un tabù, ma si garantisce la fornitura energetica a condizioni più favorevoli, con pagamenti molto dilazionati. Fa la stessa scelta di vari altri micro-Stati dei Caraibi.

Zelaya vuole modernizzare l'Honduras ed avvicinare la cittadinanza alle istituzioni, e sa che per poter modificare quel terribile 77% di povertà esistente è necessario delimitare lo strapotere delle elites. Queste hanno pietrificato una realtà di enclave neocoloniale. Mel Zelaya nutriva la speranza -o l'illusione- di poter procedere in questa direzione con il consenso e la concertazione.

Quando si rese conto che i vertici del potere giudiziario, militare, legislativo, economico e religioso erano ostili e belligeranti, si avvicinò alla società civile, ai movimenti sociali, ai sindacati e alle forze latenti del rinnovamento.
Il cambiamento non vuole imporlo con colpi di mano nè con decreti-legge, ma appellandosi alla sovranità popolare che -in un referendum!- deliberi se si devono riscrivere le regole del gioco, e disporre di un nuovo contratto sociale.

E' la strada già percorsa in Venezuela, Ecuador, Bolivia: disporre di una nuova Costituzione che conferisca diritti reali ai cittadini, più potere all'esecutivo e più vincoli ai "poteri forti" e ai loro traffici d'ogni specie.
Le elites neocoloniali che controllano il Parlamento, esercito, magistratura e latifondo mediatico non ci stanno, giocano d'anticipo e credono così di scongiurare per sempre "l'esecrabile" referendum.

E' il loro stile, hanno sempre fatto così, e riuscivano ad imporsi senza troppi scrupoli, bastava essere ligi e fedeli al "grande vicino del nord".
Questa volta, invece, non sta funzionando e da tre settimane -con coprifuoco- la gente è nelle strade, le scuole sono chiuse e le attività produttive paralizzate. Nonostante 1200 arresti e il ritorno in prima fila dei sinistri figuri degli anni 80, quelli esperti in desaparecidos e squadroni della morte.

Gli Stati Uniti fanno quello che hanno sempre fatto: difendono i loro interessi, la strategica base militare di Palmerola e l'alleanza di ferro con l'oligarchia. Le chiacchiere sulla democrazia sono argomenti propagandistici validi per gli altri, ma non vincolano mai loro. Vanno bene in Iran non in Honduras.

Obama non sembra avere la forza per controllare il complesso militare-industriale ed il Pentagono; la vicenda honduregna ha messo in evidenza una preoccupante cacofonia: Obama parla in un modo, Bhillary Clinton in altro. I funzionari del Dipartimento di Stato e della Difesa, invece, agiscono applicando i programmi prefissati da Bush. Non per nulla, Robert Gates era ministro della difesa prima e ora. I falchi controllano il Pentagono e la CIA, e le reti istituzionali dei macellai di Negroponte e O. Reich, sono attive più che mai.

Washington, avallando il colpo di Stato messo a segno dal Comando Sud, conferma che nulla cambierà nella sua relazione con l'America latina, non c'è nessun disgelo in vista. Non ha cancellato nemmeno un visto ai golpisti o congelato quacuno dei loro succulenti e dubbiosi conti bancari. Questo è troppo, ed avrà un prezzo

China travel, outsourcing, finance, tech, management map

autore: 
globalization forum

Get onground knowledge and analysis from business and investment guide book: China’s Global Reach

Borderless Business, National Competition, Politics, and Globalization (book excerpts)

by George Zhibin Gu

Afterword
China, United States and Global Development
by Andre Gunder Frank

Part III

China’s New International Experiences

SUMMARY

(1). China, India and many other later developers have rather limited strengths to compete in a highly competitive world market dominated by a few well-developed nations today. Their best strengths come from a low-paid labor as well as hard work. Even so, they are able to provide massive low-priced goods and services. It turns out that this price gap is nothing less than survival.

(2). Gaining competitive advantages through low-pricing tags has been common throughout history. One example is the British competitiveness following the industrial revolution. For long, the British dominated the world commerce through their massively produced, highly competitive textile, steel, and consumer products, among others. China, India and other underdeveloped nations could not compete at all. This naturally changed the world production map in favor to Europe.

By early 20th century, the center of economic gravity moved to the US, as the nation was able to produce the biggest, cheapest volume of products and hence gained world economic leadership. For example, Ford was able to produce the cheapest cars in biggest volume. Through such mass production, the US has become the biggest economic power over some 100 years.

Again, Japan Inc. suddenly rolled its products all over the globe, which began in 1960s. In fact, made-in-Japan products had a low pricing advantage. For example, in 1970s, all the US TV manufacturers went bankrupt, even if the Japanese TV makers had no technological advantage over their US counterparts back then.

(3). The world economic map is changing rapidly for now. Though the late developers have gained quick growth, their advantages are few. It is still the developed world that gains most advantages. For example, the developed world can get enormous benefits simply by outsourcing to the low cost nations like China, Mexico, Vietnam, and India. In addition, they can easily set up shop there. Such moves have already brought unprecedented wealth to the developed world.

At the same time, the developing nations have also gained fast growth doing what they do best: low cost products and services, which have helped to lift living standards. Under this new environment, the world enters a new era, the era of borderless economy and unprecedented opportunities;

(4). One new trend is the increased internationalization of all businesses from all nations. For long, multinationals from the developed nations have dominated the world markets. This is beginning to change, as more emerging companies from the developing nations desire to go global as well. However, these emerging companies like the Chinese ones are still weak. This Chinese weakness happens at home market above all. But the reason is simple: there is a high degree of openness and massive foreign presence. As a result, cutthroat competition is common. In all this, building a strong home base is a must for the Chinese before any meaning international expansion. But achieving this goal will take a long time; and

(5). One alternate strategy for the Chinese expansion is through partnerships with established players overseas. One highly interesting area is that many international giants wish to dump their unprofitable business units to China. Both IBM-Lenovo and Thomson-TCL deals show this new trend in the making. Another kind of development is that Huawei goes global through various partnerships in different markets.

[...]

Chapter 3. Creation of a Global Manufacturing Center

This is a very creative era for China. The nation has become a highly dynamic and vibrant place as if overnight. One most unexpected outcome is the existence of a new manufacturing center, coming to life seemingly from nowhere.

Moving China forward has demanded huge efforts. There have been full of surprises as well. An old Chinese saying goes, “Things one dearly wishes for never occur, while things nobody expects do happen.” This manufacturing center has emerged more by accident than by design. But it is reaching a rational stage for now. We will explore its rise and development here and in the next two chapters.

Unexpected Contributors

To begin with, the center is partly tied to the new private sector. The next group is overseas businesses that have created more than 560,000 companies inside the nation as of mid-2006. The third player comes from the state sector, though it is going through vast transitional pains. These three groups together have produced this commercial hub in some rather accidental ways.

By now, this center has the biggest manufacturing capability in the world. For example, it produced 300 million mobile handsets in 2005 alone. Actually, it could double the volume easily if there were markets for it.

What is the biggest driving force behind this new center? It is nothing but the exploding domestic consumption, which has created all sorts of opportunities. Before the reform, there was a poverty-stricken life in the nation. Most Chinese did not have any personal savings. Today, consumers have over $2 trillion in cash deposited in banks as of mid-2006. This rising consumption power is behind the business boom.

In this market, above all, there are immediate business transactions as well as profits for all participants to gain. Without these quick benefits, it would have been next to impossible to attract huge international capital within a short time.

In addition, integrating China into the global economy is another powerful driving force. Selling low-priced, made-in-China products has gained vast popularity. The US computer giant Dell spent $16 billion in buying made-in-China components in 2005 alone; Wal-Mart spent even more: $18 billion in 2004.

But traffic goes both ways. Foreign selling to China has been setting new records year after year. Selling to China is a new buzzword around the globe. In 1978, the nation’s total international trade was only $21.1 billion, but it had reached $1.42 trillion as of 2005. In that year, international players sold $658 billion worth goods to China. This Chinese buying could reach over $1 trillion within five years.

This exploding trade is partly tied to this new manufacturing hub. In short, China has become the world’s biggest factory within a short time. The massive foreign involvement has become part of a new commercial nation.

Arrival of Indian Companies

Today, numerous developing countries have a labor pool cheaper than China’s. Nevertheless, foreign multinationals see many advantages to being in the Chinese market. Even thousands of Indian businesspeople are here. Why?

[...]

Chapter 13. Chinese Multinationals

In this era, the key Chinese strategy is to bring foreign investors over to China. In this regard, China has been doing very well. Consequently, the nation has quickly become a global center. This basic strategy will not change any time soon.

At the same time, especially recently, a small group of Chinese companies have increasingly tried to reach the overseas markets in various ways. However, it has not happened in any big way so far. In truth, setting up an extensive international franchise for China Inc. remains at the very beginning.

In this chapter and the next one, we will examine various business dealings of China’s international work. Still, the most interesting ones take place at home market still.

Some Sizable Chinese Companies

At this time, the 15 Chinese companies in the 500 club are all state-run companies. The list in 2003 included several telecom operators, four banks, State Grid, China Food Group, China Life, Baosteel, and SAIC, the Shanghai-based auto maker.

For now, China’s energy needs are exploding. It now builds a new power plant each and every week. However, the prize goes mostly to State Grid and six other state energy companies. Only in this era have private investors and overseas parties been allowed to enter the field. Still, nobody can compete with State Grid directly, which controls much of the power transmission business. Its predecessor, State Energy, monopolized the entire energy sector for several decades. Only by the end of 1990s, reform on the energy sector gave rise to State Grid and six other companies.

State Grid was already ranked 46th in the club as of 2003. It will become bigger, as China’s energy needs are still exploding. For long, there have been frequent power shortages, even if China is already the second biggest energy supplier after the United States. Naturally, this attracts more investment.

In the state sector group, at least three companies, China National Petroleum Company (CNPC), Sinopec, and China National Offshore Oil Corporation, are already global players. How can they be this big? Well, these three companies form the state monopoly. Their annual profits could reach over $10 billion.

A booming economy has brought these companies all the perks. Since 1993, China has become a net importer of oil. In 2005, China consumed over 7% of the global oil supply. By 2020, its oil demand will likely triple. Fifty percent or more will have to be imported. Therefore, these three giants must go outside to acquire both supply and assets.

So far, CNPC has been competing with the other two oil players head-on in the international field as well as at home. These three giants have fistfights with each other, especially when they see golden spots for gas stations. CNPC’s new management style is reflected in the letter of complaint it sent to Fortune magazine when the Fortune editors wrongly ranked the company a low 73rd. The magazine had to upgrade CNPC to the 52nd slot.

All three companies have already cut a few dozen deals around the world. They are aggressive and go everywhere oil resources are located. So, these three giants are ahead of the curve compared to China Inc. as far as international expansion is concerned. However, several others in this group are also strong.

Take China Mobile and China Unicom. These companies are the monopoly over China’s mobile communication market. China is already the biggest mobile phone market. By early 2006, there were over 400 million users. China Mobile and China Unicom have been the winners in this game. Private Chinese companies are banned from the field. International companies can only sell them hardware and software.

With billions in cash and over 400 million consumers in hand, these companies can go far. At investor conferences, many investors ask about their plans. But the truth is that China has an exploding mobile market, and these companies will stay at home for a while. They have yet to gain international experience above all. They are far from ready to jump into overseas market in a big way, though they may start to test the water soon.

But there are some occasional ventures especially related to industrial materials. The Shanghai-based steel mill Baosteel has created a major joint venture in Brazil. China’s steel market is already bigger than those in the United States and Japan combined, and China still imports more steel. Its manufacturing expansion is demanding ever-increasing amounts of metals, steel, and cements, among other basic industrial materials. Therefore, Baosteel and several other Chinese companies are reaching out to be near resource-rich places. Latin America, Canada, Australia, and Africa are all natural choices.

[...]

Chapter 6. All International Business Players are important

Today China is the biggest new frontier for international companies. In many ways, the Chinese market has more an international flavor than many other markets around the globe. Many unique characteristics have evolved along the way.

For now, China has already become one biggest theater for international businessmen to display their cultures and traditions as well as ambitions. They are singing their favorite songs and doing their traditional dances—all in one theater. So far, some have danced better than others.

Competing International Players

Up to now, the “Overseas Chinese Inc.” has been the biggest investor in mainland China. The United States is in second position, followed by Japan, numerous European nations, South Korea, Canada, and Australia.

Businesses from Hong Kong had an early start. Most if not all of the factories in Hong Kong have moved over the border. Today, about 240,000 Hong Kong residents work and live in Mainland China.1 Their employers are mostly small and midsize companies. They mostly focus on low-end consumer products. Their strengths are best shown in their vast numbers.

Similar things can be said about the business players from Taiwan and Macau, except that Taiwan’s semiconductor business has a sharp edge, which is increasingly established in Mainland China as well.

But the most influential players are global multinationals. China’s expanding market has created tremendous opportunities for the global giants, especially in capital-intensive and high-tech sectors. These giants have made a huge difference in connecting China to the global markets. But so far, different national players have had very different performance inside China.

Overall, on a global basis, the U.S. companies as a group are the biggest. The power of the United States is the most influential in many markets. In China as of now, U.S. players are just one among many foreign business groups. True, they are already very influential, but they can become even more influential if more US players join in.

Relatively speaking, the South Koreans are more active today than the Americans. To the Koreans, coming to China is a necessity, for their home market is small. They aim to use China as a new engine for growth. But the U.S. companies have a huge market at home. Most of them are less willing to venture out. Except for a few large players and high-tech companies, most sizable US companies have only 10% or less international business today. This is quite different from the situation for many leading companies in Europe, Japan, and South Korea. They may have much bigger international sales than their U.S. counterparts.

In China, many Korean companies have been latecomers in relation to Japanese and Western companies. But they have made great strides. Several are already household names, especially LG, Hyundai, and Samsung. Today, there are over 250,000 South Koreans living in China. In addition, some 4 million Korean workers engage in China-related business inside South Korea.

LG has been a star performer. By 2003, LG had invested $2.4 billion in China. The company has become a leader in the consumer electronics and home appliances sector. Its China business reached $8 billion in 2003 and $10 billion in 2004.2 LG is still expanding its investment programs and hoping to make China its second home.

Samsung is another success story. Its product lines—semiconductors, mobile phones, consumer electronics, and home appliances—fit China’s needs.3 By now Samsung has transferred most of its personal computer manufacturing to China. Its latest project is a new plant of making handsets. By now, it is already a top five player in China’s handsets market.

It seems that the Korean giant Samsung has found jade in China. Samsung intends to make China its biggest market, hoping to reach $14 billion in sales by 2008. To this end, the company has been adding new programs. This has already made Samsung a leader in China. The Korean giant will become even more powerful, for it has found a big space in China.

What is behind the success of Korea Inc. is a combination of good timing and the right products. Above all, the Koreans are committed to China for the long term. The Korean success has inspired envy among international competitors.

In fact, Korean companies now treat China as their own production center as well as a big market. The average monthly salary for a manufacturing job is $1,524 in South Korea, but only $115 in China.4 In addition, China is a huge market, much bigger than Korea—something the Korean companies cannot ignore. They intend to move most of their production from Korea to China, increasing the efficiency and profitability of expanding around the globe.5

Auto Market

In the auto market, all the American players are in China today. As is true internationally, GM and Ford are only two players among many in China. The largest player so far is Volkswagen. Volkswagen has been operating in China since 1985. But GM set up its Shanghai joint venture only in 1996. Volkswagen has kept its leadership role by expanding its programs and adding joint ventures.

But Volkswagen also faces huge challenges. All other players are catching up at its expense partly. In particular, GM has been doing better especially lately and moved up to the number one position as of 2005, which makes the German company try harder only. In Volkswagen’s global sales, China now takes about 20%. The German company is adding $10 billion and wishes to make China a bigger center of its global business.6

At this time, both Volkswagen and GM confront numerous competing players in their price range. Honda and Toyota are two of these. Korea’s Hyundai landed in China in 2000. It hopes to make China its biggest market and is now in a hurry to achieve this goal. So far, progress has been huge. In 2004, Hyundai sold 150,000 cars in China, making it one of the top four car makers here.

Another U.S. giant, Ford, does not want to be left behind. Its most recent project was to build an auto factory in Nanjing in partnership with Japan’s Mazda and a Chinese company. At the present time, all global auto players are busy. They expect China’s auto market to reach 10 million by 2010, from 5.92 million in 2005.

All in all, China has become a new arena for global business. All multinationals have taken their unique roles. They are all important for now, and they all want to become even more important. In order to do so they must fight hard with one another, as well as China Inc.

International Banks

In the banking sector, there have been numerous restrictions for foreign banks up to now. Even so, many international players are eager to establish a foothold. Since 2004, because of the WTO accord, lifting of these restrictions has begun.

There are numerous international banks active today. Both Citibank and HSBC are aggressive players. They are competing with each other head-on. Nobody wants to be behind. Both banks are trying to bring their entire business lines over. Their eagerness and ambition are matched only by the degree of surprise on the part of the Chinese banks. Both players are household names already.

CONTENTS
Introduction
Three New Lessons
Growing Up in China
Going International
Returning Home
This Small Book
The Big Picture

Acknowledgments

Part I China as a New Global Theater

1. Ambitions of Foreign Multinationals in China
Today’s Versions of Columbus and Magellan
International Rush
Why Are They Here?
Why China?
One Big Factory-Market
More Sectors, More Players

2. The Business of China Is Business!
“Empty Talk Destroys Prosperity!”
Foreign Bankers
Spouses and Children
Welcome!

3. Creation of a Global Manufacturing Center
Unexpected Contributors
Arrival of Indian Companies
A Crowded Market
Galanz: the Manufacturer of the World
Convenient Settings
Future Trends

4. The Ultimate Driving Force: Explosive Consumption
Unexpected Development
Impressive Outcome
Continued Consumption Surge

5. Sharp Rise of Private Sector
One U.S. Banker’s Discovery
40 Million New Businesspeople
Rural and Urban Entrepreneurs
Buttons Create a New Industrial Town
Jinjiang, Fujian: Biggest Exporting Center for Sport Shoes
Low-End Players

6. All Players Are Important
Competing International Players
Auto Market
International Banks
International Listings
Consumer Views

Part II Global Interactions, Business Dealings, and Job Transfers

7. Learning - A Big Industry
Demand for Education
A Top School
International Involvement

8. The Officials’ Global Reach
Officials Lead the Way
Guangdong versus Inland
Abolishing Bureaucratic Tricks
International First
New York versus Beijing

9. “Capital Is Not Enough”
No Shortcuts
Two Lessons to Remember
Volkswagen versus Beijing Jeep
“Capital Is Not Enough”
Ericsson’s Seven Mistakes
Bashing Carrefour

10. Global Job Transfers
One International Question
Hiring by Foreign Multinationals
New Era of Global Job Transfers
Job Worries around the World
Hiring by Chinese Players
Global Job Transfers: China versus India

Part III China’s New International Experiences

11. Price, Price, Price
A Chinese Edge
GE in China
Japan’s Global Efforts
Cisco versus Huawei
Microsoft in China
Global Price Reductions

12. When Can Chinese Companies Become Global?
Weakness at Home
Foreign Observations
Low Benefits for China
State Banks: “The Troublemakers”
A Long Way to Go

13. Chinese Multinationals
Some Sizable Chinese Companies
Buying Into International Markets
Overseas Operations
Creating More Partnerships

14. Bringing Foreigners In
Trade Fairs
Industrial Parks
Foreign Acquisitions

Part IV China’s Reform at Home: The Unfinished Task

15. Problems Outpacing Solutions
The Ownership Issue
State Assets and Death on the Nile
“Two Pockets of the Same Jacket”
Lack of Weapons and True Owners

16. How Can a Man Still Wear Baby Clothes?
Credit Crisis and Banking Problems
The Richest Man in Shanghai
Corruptive Partnerships

17. Crises of State Sector
Rapid Changes in the Managerial Class
Hiring Foreign Managers
Long Live Competition!
Reform Difficulties
Painful Layoffs
Government Trimming

18. When Can China Achieve Meaningful Restructuring?
A Saturated Market
Difficulties for a Rational Order
The CEO in China and Elsewhere
Who Is Responsible for Wealth Creation?
Buying Parties Ready?
Need for Greater Determination

19. Employment Traps
Resident Permits
Lives of the Migrants
Employment Difficulties for Other Groups
Death of a College Graduate

20. Bureaucratic Tails
Tails Everywhere
Lucky International Players
“The Red Building”

Part V Globalization in Light of History

21. An Unbroken Circle?
The British Isles as a Global Center
China’s Missed Opportunities
The U.S. Way: Dumping Losers
Expansion and Wealth Creation, Past and Present

22. Universal Companies and Global Expansion
Bigger and Bigger Multinationals
First Strategy: A Strong Home Base
Second Strategy: Creating a New Form of Dominance
Third Strategy: A True Global Reach
China’s Participation in the World Economy

23. More on the Circle
Who Has Affected Globalization the Most?
First Factor: Japan’s Global Reach and Retreat
What Is Going On in Tokyo?
South Korea: Glories and Bubbles
Second Factor: Asia’s Financial Crisis
Third Factor: The World Trade Organization
Unexpected Developments
Global Development Orbit

24. How Does China Achieve Sustained Growth?
A Great Paradox
Effective Government, Different Role
The Big Picture
A New Model
Getting Out of the Box
A New World Order

Afterword: China, United States and Global Development
by Andre Gunder Frank

Notes

ABOUT THE AUTHOR

George Zhibin Gu is a journalist/consultant based in Guangdong, China. A native of Xian, he obtained education at Nanjing University in China and Vanderbilt University and the University of Michigan in the United States. He holds two MS degrees and a Ph.D. from the University of Michigan.

For the past two decades, he has been an investment banker and business consultant with a focus on China. His work focuses on helping international businesses to invest in China and the Chinese companies to expand overseas. He has worked for Prudential Securities, Lazard, and State Street Bank, among others. He generally covers mergers and acquisitions, joint ventures, venture capital, business expansion, and restructuring.

Also, he is a journalist focusing on China in relation to global development. His articles or columns have appeared in Asia Times, Beijing Review, The Seoul Times, Financial Sense, Gurus Online, Money Week, Online Opinion, Asia Venture Capital Journal, and Sinomania, among others.

He is the author of three additional books, China Beyond Deng: Reforms in the PRC (McFarland, 1991),

China and New World Order: How Entrepreneurship, Globalization, and Borderless Business Reshape China and World (Fultus, 2006), and Made in China: Players and Challengers in the 21st Century (English edition forthcoming; Portuguese edition, Centro Atlantico, 2005). He is a member of World Association of International Studies hosted by Stanford University.

Nel 2008 le famiglie italiane hanno tagliato i consumi

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Istat: Sempre più frequente la spesa negli hard discount
Roma, 14 lug. (Apcom) - Le famiglie italiane riducono i consumi. E' quanto emerge da un'indagine dell'Istat, condotta su 28mila nuclei famigliari, secondo la quale nel 2008, rispetto all'anno precedente, si registra una "flessione in termini reali" della spesa destinata ai consumi. Se, infatti, spiega l'istituto di statistica, i consumi in termini nominali aumentano dello 0,2%, occorre tenere presente che nel 2008 il tasso di inflazione è stato del 3,3%. In pratica le famiglie italiane hanno speso nel 2008 la stessa cifra che avevano speso nel 2007 (in media poco più di 2.480 euro al mese). Ma, considerando che i prezzi sono aumentati, le quantità reali di prodotti acquistati sono diminuite. Sono sempre di più, spiega l'Istat, le famiglie che fanno la spesa negli hard discount: dal 9,7% del 2007 sono passate al 10,9% nel 2008. In pratica, ormai, più di una famiglia su dieci acquista pane, pasta o carne in questo tipo di esercizi commerciali. Non solo, ma aumenta anche l'incidenza delle spese alimentari su quella complessiva: se nel 2007 era pari al 18,8%, nel 2008 ha raggiunto il 19,1%. Un segnale, spiegano i ricercatori dell'istituto di statistica, che può indicare generalmente una riduzione delle capacità di spesa. Se il peso degli alimentari nei consumi delle famiglie italiane aumenta, prosegue l'Istat, stabile è invece quello degli altri generi: tra il 2007 e il 2008 la spesa è passata 2.014 a 2.009 euro mensili . Stabile la quota di spesa che la famiglie destinano all'istruzione e alle comunicazione (pari rispettivamente all'1% e al 2%). Diminuisce invece la quota di spesa per abbigliamento e calzature (6%) e quella per arredamenti elettrodomestici e servizi per la casa (5,5%). Più contenuta rispetto al 2007 anche la quota di spesa per la sanità (3,8%), per i trasporti (14,3%) e per il tempo libero e la cultura (4,3%). Aumenta, invece, la quota di spesa destinata a combustibili ed energia. L'aumento, spiega l'Istat, è determinato dal fatto che la spesa nel corso del 2007 era stata contenuta grazie al clima insolitamente mite che ha caratterizzato l'inverno, dall'altro dall'aumento dei prezzi degli energetici nel 2008.

Fermata di Rho: parziale ripristino da settembre!

autore: 
sos Fornace
image1: 
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Sono giunti oggi i primi risultati concreti di un mese di mobilitazioni dei pendolari rhodensi con il Centro Sociale Fornace e il Comitato No Expo per il ripristino della fermata di Rho per i treni interregionali Milano Torino. All’incontro l’Assessore Regionale Piemontese alla mobilità, Borioli, e l’Assessore Regionale Lombardo alla mobilità, Cattaneo, si sono impegnati a ristabilire da settembre la fermata di Rho.

Il numero delle corse che fermeranno a Rho, i relativi orari e le date precise del provvedimento saranno definiti in una riunione che si terrà il 5 agosto in cui Trenitalia porterà una proposta concreta alla luce di un approfondimento di compatibilità tecnica. A dicembre si farà invece la valutazione complessiva della sperimentazione in corso e si prenderanno i provvedimenti definitivi.

A seguito dell’incontro e dei primi risultati ottenuti, nei banchetti di presidio della stazione di Rho del mattino e del pomeriggio di domani, valuteremo con i pendolari la sospensione dello sciopero del biglietto, in attesa di verificare la situazione che si prospetta da settembre.

Dall’incontro, secondo quanto affermato dai Dirigenti di Trenitalia, è emerso che non sarebbe praticabile la doppia fermata a Rho Centro e a Fiera e che dunque gli interessi dei cittadini del territorio si contrappongono a quelli di Expo 2015, che invece di portare nuovi servizi, finisce per penalizzare i cittadini.

A pochi giorni dagli Stati Generali dell’Expo, risulta evidente che le forme di partecipazione fittizia promossa dalle istituzioni milanesi e lombarde non serviranno a portare benefici al territorio e che l’unica strada da perseguire per potere pesare nello scontro di interessi con le lobby economiche e di potere è quello di creare vertenza e conflitto all’interno della città vetrina per far si che vengano tenuti in considerazione anche gli interessi dei cittadini.

Lo stesso peso delle istituzioni locali che hanno speso tante parole in questo periodo a favore del ripristino della fermata di Rho, trae la propria unica forza dalla protesta messa sin qui in campo e il risultato positivo ma ancora insufficiente ottenuto oggi, impone da settembre di proseguire la mobilitazione con ancora maggiore determinazione per ripristinare definitivamente un servizio e un diritto scippato per le sole esigenze di Fiera ed Expo.

www.mobilitati.com
sosfornace@inventati.org

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