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Economie

[Vicenza] La celere blocca Via Sant'Antonino

autore: 
da globalproject

La celere blocca in massa Via Sant'Antonino per impedire al corteo di raggiungere l'aeroporto.
Il corteo è molto grosso. Sicuramente più di 15.000 persone.
In testa posizionati degli scudi.
Un elicottero volteggia sulle teste dei manifestanti.

Psico-guerra Ocse per privatizzare l’Inps

autore: 
Comidad
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Nell’ultima settimana di giugno l’OCSE ha spedito il suo ennesimo siluro contro il sistema previdenziale italiano, accusato di gravare in modo spropositato sulla spesa pubblica. L’accusa è priva di senso, poiché l’ente previdenziale italiano, l’INPS, non grava sulla spesa pubblica, ma vive dei contributi del lavoro dipendente e del lavoro autonomo, e inoltre copre una serie di spese assistenziali (dalla cassa integrazione agli assegni familiari), sgravando il bilancio dello Stato di questo onere.

I bilanci dell’INPS non sono in rosso, anzi questo ente è una vera miniera di soldi, tanto che è stato ammesso - unico ente pubblico - a far parte della proprietà della privatissima Banca d’Italia; una banca di diritto pubblico che appartiene a banche e compagnie assicurative private e fa, ovviamente, gli interessi dei privati, gravando - questa sì - in modo insopportabile sul bilancio dello Stato.

Come Mastro Don Gesualdo, ad onta delle sue origini umili e ignobili, l’INPS è stata ammessa, seppure in quota minoritaria, nella proprietà della esclusivissima banca centrale, poiché l’ente previdenziale, grazie ai contributi dei lavoratori, costituisce una fonte di denaro fresco, di “soldi veri”, di cui i privati hanno sempre un disperato bisogno.

Quindi l’INPS è sotto attacco non perché sia in perdita, ma per le risorse finanziarie illimitate di cui dispone. Questo è il motivo per il quale si sta progettando da tempo non soltanto di privatizzare il sistema previdenziale, ma anzitutto di privatizzare la stessa INPS, per mettere le mani sulla sua cassaforte e sul suo patrimonio immobiliare.

È interessante però capire chi sia, e cosa sia, il mittente delle accuse contro il sistema previdenziale, cioè l’OCSE, la sedicente Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo, che ha la sua sede centrale a Parigi. L’antenato di quella che poi si sarebbe chiamata OCSE, fu fondato nel 1948 per volontà del Fondo Monetario Internazionale, la banca privata che gestisce l’economia mondiale per conto di quell’altra banca privata che gestisce l’economia statunitense, la Federal Reserve. Quali siano stati i compiti specifici dell’OCSE nell’economia europea e mondiale, nessuno l’ha mai capito, o, quantomeno, nessuno è mai riuscito a spiegarlo, se non con le solite arrampicate sugli specchi. In realtà l’OCSE non svolge alcuna funzione di carattere strettamente economico, ma è essenzialmente una agenzia di propaganda, o, per essere più precisi, di guerra psicologica, al servizio degli interessi del colonialismo statunitense.

Propaganda e guerra psicologica sono concetti distinti, anche se non separabili. La funzione della guerra psicologica è di far crollare il morale del nemico, provocargli uno stato confusionale tale da abbassare le sue difese e la sua volontà di resistenza all’aggressione. La guerra psicologica ha raggiunto il suo scopo, quando l’aggressore viene percepito come un salvatore. Da questa ultima formula, si comprende che gli Stati Uniti sono i maestri incontrastati della guerra psicologica.

La privatizzazione è un saccheggio delle risorse pubbliche, ma deve essere fatta passare come un salvataggio dell’economia, e i rapinati devono essere messi nello stato d’animo dei profughi a cui è stato offerto il conforto di una zuppa calda. Spesso la psico-guerra induce nelle vittime persino il timore di difendersi, come se per essere degni di resistere al rapinatore fosse necessario poter vantare una sorta di perfezione morale. Nel caso della privatizzazione dell’INPS, si può essere certi che basterà alla psico-guerra rinfacciare che l’ente previdenziale fu fondato a suo tempo da Mussolini, e che oggi è un feudo dei vertici sindacali, per indurre gran parte della sinistra a ritenere moralmente sconveniente difenderlo.

Non bisogna sopravvalutare le forze reali della “superpotenza” statunitense, che è molto meno “super” di quanto riesca a far credere. Lo strapotere coloniale dell’oligarchia statunitense si fonda soprattutto sul fatto di costituire un sicuro punto di riferimento per i reazionari di tutto il pianeta, un alleato a disposizione per tutti i cleptocrati - o aspiranti tali - del mondo. “Privatizzazione” è una di quelle parole che accendono cupidigie e speranze di partecipare al saccheggio, anche in una parte delle popolazioni sottoposte all’aggressione coloniale, quindi costituisce un indiretto appello al collaborazionismo.

Per la nostra Confindustria, la crisi costituisce infatti un ottimo pretesto per brandire la bandiera delle privatizzazioni, nella speranza di partecipare, anche se in funzione subordinata, al saccheggio organizzato dalle multinazionali statunitensi. Si progetta perciò di privatizzare non soltanto l’INPS, ma anche l’ENI e l’Enel (che sono SPA, ma controllate dallo Stato), e persino l’istruzione e i servizi del Pubblico Impiego. In questi progetti di rapina coloniale, le tecniche di guerra psicologica svolgono una funzione decisiva: anche quelli che ci appaiono come uomini di governo sono in realtà icone di guerra psicologica, la cui presenza fisica deve risultare talmente squallida da suscitare nei colonizzati uno stato d’animo di depressione, disperazione, vergogna.

[Vicenza] assemblea permanente al presidio permanente

autore: 
Chiara Spadaro
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Pensieri e preparativi sotto i tendoni del presidio dei No Dal Molin, a Vicenza, in vista della grande manifestazione del 4 luglio contro la nuova base militare e contro la guerra.

In quasi tre anni di mobilitazione contro il Dal Molin, mi è capitato a volte di chiedermi il significato del trascorrere il tempo sotto i tendoni di un Presidio «permanente». È poi dalle giornate come queste, verso la manifestazione a Vicenza del 4 luglio, che trovo la risposta e che mi rendo conto di quanto questo aggettivo – «permanente» – sia pregnante. In questi giorni, infatti, siamo in assemblea permanente in un Presidio permanente.

Notte e dì ci ritroviamo in quei tendoni – che finalmente stanno su un terreno che è nostro, una proprietà collettiva che ha radici solide, permanenti pure quelle – per cercare di organizzare al meglio la manifestazione di sabato, sviscerando ogni piccola sfaccettatura di questo 4 luglio di indipendenza dalle basi di guerra: come dice Francesco, stiamo «sgrezzando la materia». Ed è solo questo lavorio costante, questo incontro permanente, che ci permetterà di arrivare «preparati» al 4 luglio. O almeno così speriamo.

In queste giornate il Presidio è affollato e le cose da fare sono ancora molte: dare una ripulita ai tendoni, preparare cartelli colorati e manifesti creativi per il corteo, dividere gli ultimi volantini da distribuire, organizzare l’accoglienza di chi arriverà sabato in città… E nonostante la stanchezza, dedicarsi ad una di queste occupazioni è un ottimo diversivo contro l’agitazione.
A riportarci alla realtà c’è il rumore – fastidioso e permanente, appunto – dell’elicottero delle forze dell’ordine che sorvola il Presidio e il resto della città. E mentre sappiamo di essere osservati ed ascoltati, teniamo bene a mente le parole di don Andrea Gallo: «Osare la speranza».

È quello che vogliamo fare sabato, nel provare ad entrare, in modo pacifico, al Dal Molin per dichiarare la nostra indipendenza dalle servitù militari e dalle arroganti imposizioni degli «otto grandi». È al presidente Obama, in particolare, che ci rivolgiamo, invitandolo a venire a Vicenza e rimettere in discussione la decisione di stabilire un nuovo insediamento militare al Dal Molin.

A lanciare con noi questo deciso messaggio ci saranno diverse realtà locali e del nordest, e non solo: hanno aderito alla manifestazione anche importanti realtà nazionali dall’Arci ad Attac, dalla Tavola per la pace alla recente adesione di Sinistra e libertà.
Un’importanza particolare la riveste la partecipazione di numerosi altri movimenti con cui abbiamo stretto legami di partecipazione e amicizia: dai valsusini No Tav ai cittadini di Aprilia, dai comitati di Chiaiano contro la discarica agli aquilani del 3e32 ed Epicentro solidale, insieme a molti altri.

A nostra volta, abbiamo deciso di raggiungere l’Aquila da Vicenza, l’indomani della manifestazione del 4, per partecipare alla fiaccolata che si terrà alle ore 3,32 di domenica 6 luglio. Alcuni di noi si fermeranno in Abruzzo con il comitato 3e32 anche per il forum sulla ricostruzione del 7 luglio, durante il quale si parlerà di un’altra ricostruzione possibile, di progetti condivisi e partecipazione dal basso nel contesto aquilano. A dimostrazione che anche la mobilitazione delle comunità in difesa dei beni comuni – da Vicenza all’Aquila, «e le altre» – è permanente. E gli «otto grandi instabili» non potranno ignorarla.

Per partecipare alla fiaccolata delle 3,32 a l’Aquila, da Vicenza partirà un pullman domenica 5 luglio alle ore 14 dal piazzale dell’autostrada [casello di Vicenza est]. Il ritorno [per chi non si ferma anche al forum sulla ricostruzione] è previsto per il lunedì pomeriggio. Per prenotazioni e informazioni, tel. 339 2851657 [Barbara].

Tutte le informazioni logistiche sulla manifestazione di sabato 4 luglio a Vicenza sono invece sul sito www.nodalmolin.it, in costante aggiornamento.

Rho, sciopero del biglietto in stazione

Una petizione sottoscritta da oltre 4.000 pendolari, spiegano i responsabili della protesta, è stata recapitata all'assessore ai Trasporti della Regione Lombardia
Un facsimile di biglietto di Trenitalia, ribattezzato in modo polemico "Trenitaglia", è stato distribuito a Rho (Milano) a centinaia di pendolari, per protestare contro la soppressione della fermata ferroviaria di Rho centro in favore di quella di Rho Fiera, sulla linea Milano-Torino, e invitare allo sciopero del biglietto come forma di dissenso.
La protesta è stata inscenata di fronte alla stazione di Rho, dove il centro sociale Sos Fornace e il comitato No Expo hanno allestito una finta biglietteria, accompagnata da striscioni polemici come "Niente fermata, niente biglietto" e "Rho Fiera: una stazione in più, 30 treni in meno". Una petizione sottoscritta da oltre 4.000 pendolari, spiegano i responsabili della protesta, è stata recapitata all'assessore ai Trasporti della Regione Lombardia, Raffaele Cattaneo, "che non ha ancora risposto - affermano gli organizzatori - al nostro invito a un incontro in cui consegnargli le firme".

La Repubblica

Occupazione abusiva di case popolari: la risposta alla crisi dei nuovi senzatetto

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Uno degli aspetti meno evidenti nelle continue notizie di crisi e licenziamenti di questi giorni è che oltre al lavoro spesso si perde anche la casa.

Anche se più dell’80% degli italiani sono proprietari di alloggio c’è un numero di famiglie, soprattutto di nuove famiglie, che hanno un appartamento solo in affitto. Il valore di questo affitto, che è aumentato notevolmente insieme al forte rincaro degli appartamenti degli ultimi anni, è sostenibile solo se si ha un lavoro. Perdendo il lavoro sostenere l’affitto diventa impossibile a volte anche con l’assegno di cassa integrazione. A questo punto l’unica possibilità è tornare dai genitori o, se non ci sono, andare provvisoriamente da amici prima di, irrimediabilmente, non avere un posto dove stare.

GUERRA FRA POVERI – Negli ultimi tempi questo fenomeno ha dato vita, in molte zone di Italia ed in particolare al Sud, ad un vero e proprio assalto pirata a quelle case popolari che, per un motivo o l’altro, non sono abitate stabilmente dai loro affidatari. A volte basta una vacanza, una convalescenza in ospedale protratta a lungo, la visita ad un figlio lontano, per ritrovarsi senza effetti personali, senza mobili, senza casa. La procedura è questa: uno dei procacciatori osserva, tra i suoi vicini delle case popolari, le possibili vittime. Quando queste si assentano parte il lavoro dei fabbri: anche la migliore delle porte blindate non può sopportare il lavoro di seghe e piedi di porco. Certo si fa rumore ma ognuno si fa i fatti propri, per omertà mafiosa o per omertà e basta. Una volta aperta la porta comincia il lavoro di pulitura: non solo i valori vengono fatti fuori ma ogni traccia del precedente proprietario, foto, quadri ed effetti personali trovano la via della spazzatura. Il passo successivo è che la persona che deve occupare l’appartamento (non necessariamente la stessa che ha aperto e ha fatto il furto) va ad autodenunciarsi per occupazione abusiva in una casa che ha ritrovato vuota. In questo modo ribadisce la sua presenza, confessa il meno grave dei crimini (l’occupazione e non il furto) e, a quanto pare, usa questa dichiarazione per riallacciare le utenze.

NESSUNO PUO’ NULLA – Le forze dell’ordine, a quel punto, se chiamate dal legittimo proprietario (magari giorni dopo) troveranno il nuovo occupante con tutta la sua roba senza alcuna traccia del passato del precedente. E non potranno far altro che denunciarlo lasciandolo lì. L’ordinanza di sgombero, se mai arriverà insieme magari a centinaia di altre, provocherà quei drammi collettivi che tante volte si vedono in tivù quando la polizia cerca di sfrattare famiglie (con tanti bambini, tutti quelli che ci sono in zona) che mostrano la loro miseria e minacciano azioni di estrema disperazione. Le persone restano lì, con denuncie e magari condanne che diventeranno eseguibili solo dopo diversi anni. Si creano così a volte palazzi di abusivi, di gente che non pagando il fitto vive in case abbandonate e fatiscenti, in condizioni igieniche da terzo mondo a due passi da quartieri di lusso (a Roma ad esempio ce ne sono a Valcannuta a 200 metri dall’abitazione del presidente della Camera Fini).

MEGLIO COSì CHE SOTTO UN PONTE - Chi ha provato l’esperienza di un furto in casa sa cosa significa non ritrovare oro, danaro, effetti di valore. Ma chi subisce un esproprio di questo tipo perde le foto e i ricordi di una vita, i vestiti come i libri, tutto quello che aveva di valore come quelle cose inutili che non vanno nemmeno ad ingrossare il mercato dei ricettatori ma solo le discariche. Trova la porta chiusa, un’altra serratura e bussando, persone che giurano di aver trovato la casa vuota, quella stessa casa che ora accoglie nuovi mobili e foto ai muri. Queste persone che vanno ad occupare le case sanno che la legge non gli può nulla, perché nulla hanno da perdere: se mai si arriverà alla fine di una di queste cause (scansando condoni e prescrizioni) dormire in cella sarà comunque meglio che sotto un ponte e delinquere è, in ogni modo, l’unica possibilità per garantire un tetto ai propri figli. Così, a dispetto della tolleranza zero, grazie alla mancata difesa del territorio (per cui chiunque può scassinare una porta blindata senza essere scoperto) grazie alla lentezza della giustizia e l’incapacità di applicarne le condanne, il fenomeno delle occupazioni abusive si allarga. Fenomeno che, riguardando solo ed esclusivamente delinquenti italiani, per giunta con famiglia, non trova spazio nella cronaca ma che, con l’acuirsi della crisi, si trasformerà sempre più in una feroce guerra tra poveri.

http://www.giornalettismo.com/archives/20980/occupazione-abusiva-di-case...

V-strategy

autore: 
VVV

G8 2009, da Roma guardando all’Aquila e al mondo

“Siete vientos en los calendarios y geografias de abajo:
primer viento, una digna juventud rabiosa”
(Subcomandante Marcos, Ezln, Chiapas, Mexico, messaggio alla Grecia
ribelle, dicembre 2008)

L’8, il 9 e il 10 luglio il presidente-padrone del governo italiano
Silvio Berlusconi ospiterà il summit dei “Grandi” della Terra nella
fortezza di un corpo di polizia dello Stato a Coppito, nei dintorni
dell’Aquila, fra le terre e le popolazioni sconvolte dal terremoto
d’Abruzzo: là dove per sua espressa volontà è stato spostato il vertice
dedicato alla crisi globale, originariamente previsto al largo delle
coste sarde della Maddalena, nel mare della Costa Smeralda e su una nave
extra-lusso.
Ad opera di questo satrapo del sistema di speculazione e guerra cui
questa crisi risale, prende così corpo anche sul piano dell’immagine il
tentativo di rilegittimare la fallimentare governance politica globale,
che non a caso vedrà la riunione del G8 trasformarsi in G14 e poi G21.

Il situazionista della reazione Berlusconi offre in tal modo ai potenti
della Terra – e alla scommessa dettata dall’emergenza di allargare il
loro “club” – l’occasione d’uno spettacolo di «sobrietà», come ha detto
lui stesso: uno spettacolo che si vorrebbe adeguato a fronteggiare i
crescenti segnali di ostilità e di ribellione, diffusi in ogni angolo
della Terra, a scelte strategiche poste al servizio degli interessi
delle poche corporations espropriatrici di quasi tutta la ricchezza
globale e affamatrici di oltre 1 miliardo di persone nel mondo.

Dietro il cabaret compassionevole allestito per portare a spasso i
massimi decisori politici mondiali fra le tende dei terremotati, in
verità il summit dei Grandi si prepara a confermare quelle scelte e quel
dominio: rifinanziare la speculazione finanziaria, salvare le banche,
precarizzare ed asservire ancor più il lavoro e al contempo rafforzare
le architetture securitarie, implementare la cooperazione degli Stati
nelle pratiche di repressione e accompagnare lo sfruttamento senza
frontiere dell’umanità e delle risorse del pianeta con l’innalzamento
ulteriore delle frontiere di sangue e vergogna che affrontano le grandi
migrazioni dalle terre umiliate, martoriate e desertificate da tale
sfruttamento, continuare la militarizzazione delle università, rendendole
sempre più luogo della repressione e non di socialità, con il fine di disciplinare le vite degli studenti e normalizzare il conflitto.

Ma questo G8-G14-G21, oltre che sulla scena disastrata d’un terremoto
come quello d’Abruzzo reso micidiale dalla speculazione e
dall’ingiustizia sociale, oltre che alll’ombra degli scandali addensati
intorno alla figura dell’”ospite” Berlusconi, si svolgerà sullo
sfondo d’una serie recente di rivolte contro l’oppressione, esplose ad
ogni latitudine e in diverse dimensioni precisamente nel pieno del
dispiegamento della dinamica di crisi: dall’Argentinazo alla rivolta di
El Alto in Bolivia a quella dell’Appo a Oaxaca in Messico e oggi alla
resistenza dei popoli originari dell’Amazzonia peruviana, alle rivolte
contro il Cpe e di sollevazione delle banlieues in Francia del 2005; da
quelle delle e dei migranti dentro e contro i lager e i sistemi di
espulsione e respingimento dei contrafforti dell’Unione europea, dal
Peloponneso a Ceuta e Melilla a Lampedusa, alla recente rivolta
giovanile in Grecia contro lo Stato e la repressione dopo l’assassinio
poliziesco di Alexandros Grigoropoulos a 16 anni; dalle tumultuose
proteste contro i poteri economici e i governi responsabili della crisi
in Islanda come a Dublino, alle rivoltose contestazioni del summit G20 a
Londra – dov’è stato ucciso dalla polizia il cittadino Ian Thomlison – e
poi di quello Nato a Strasburgo, fino alla notte di rabbia del 1° maggio
a Berlino.

Anche sul piano delle mobilitazioni d’attivismo contro il G8,
l’appuntamento di luglio è stato preceduto in Italia da una sequenza di
campagne, manifestazioni e iniziative di lotta rivolte ai vertici a
livello ministeriale e di lobbies che l’hanno preparato: nel caso dei
summit sull’Agricoltura e sull’Ambiente come in quello dei rettori
universitari che a Torino ha visto il corteo dell’Onda studentesca
concludersi in scontro frontale con lo schieramento repressivo, come
pure nei casi degli appuntamenti a Roma dei ministri economici il 28
marzo, quando sono state sanzionate sedi di banche e assicurazioni
durante un corteo di sindacati di base e di giovani studenti e precari
che ha battuto il tentativo di vietare il centro storico e politico alle
manifestazioni di dissenso, e dei ministri di Giustizia e degli Interni
il 29 e il 30 maggio, quando azioni dirette creative hanno colpito
l’Oim, occupato simbolicamente chiese e comunicato coi reclusi del
lager-Cie di Ponte Galeria e un corteo antisecuritario e antirazzista si
è svolto nelle strade della capitale italiana in continuità con quello
delle e dei migranti la settimana precedente a Milano.
Mentre nelle ultime settimane parti significative delle stesse
popolazioni terremotate dell’Aquilano hanno espresso ribellione,
portandola fin sotto i palazzi del Parlamento e del governo nella
capitale,
contro le politiche di menzogna sulla “ricostruzione” e contro la
scelta di trasferire lo spettacolo del G8 fra le loro tende.

L’assemblea nazionale a L’Aquila il 1° giugno ha lanciato un appello a
realizzare contro il G8 «una mobilitazione diffusa» nel segno della
«radicalità», la successiva assemblea del 21 ne ha stilato il
calendario. In questa cornice la Rete NoG8 di Roma, convergenza di
movimenti di lotta diversi della città che ha organizzato gli
appuntamenti di marzo e di maggio prima ricordati, propone per le
giornate del summit dei capi di Stato e di governo dei “Grandi” una
“Giornata d’Accoglienza ai Potenti della Terra” individuata nel 7
luglio, quando le delegazioni internazionali transiteranno per la
capitale, anche garantendo in diverse parti della città alcuni
“info-point” rivolti a chi voglia parteciparvi; e di praticare con
azioni per gruppi d’affinità una “Mappa della Crisi”, sul modello di
quella sperimentata a Londra durante il G20, in più città italiane,
europee e dei Paesi del “Club dei Grandi” nei giorni di effettivo
svolgimento del summit in Abruzzo.
Il 10, ultimo giorno del vertice, i sindacati di base e varie reti di
autorganizzazione sociale danno appuntamento proprio a l’Aquila per un
corteo generale al cospetto dei potenti del malgoverno globale.

Noi, attiviste e attivisti autocton* e migranti delle lotte
metropolitane, precarie e studentesche, umili costruttrici e costruttori
di forme di vita indipendenti, gelose e gelosi della nostra sincera e
convinta indipendenza politica, anticapitalist* e antifascist* tanto
quanto antiautoritar* e antimilitarist*, antirazzist* quanto
antisessist*, alternativ* quanto libertar*, aderiamo alla manifestazione
finale all’Aquila; e ci proponiamo di realizzare intanto nella
“Giornata d’Accoglienza” del 7 luglio a Roma una dinamica di blocco
della circolazione e della mobilità che, combinando pratiche creative e
intelligentemente radicali, rivolga la nostra degna rabbia ad ostacolare
la funzionalità della celebrazione dei potenti della Terra e della loro
bancarotta. La cooperazione tra realtà diverse che condividono pratiche e interessi spaventa chi gestisce la crisi, per questo riteniamo che questa inter-azione sia un passaggio fondamentale e necessario, un punto di forza per contrastare insieme il disegno di un mondo invivibile e asservito dalle
logiche di profitto.
Lo stesso proponiamo alle reti e a* singol* del movimento – italiano,
europeo e globale – che vogliano convergere con noi e che accoglieremo
per quanto possibile, con risorse ed iniziative di movimento a partire
dalla costituzione di almeno un “info-point” in un luogo da strappare
alla normalizzazione e alla pacificazione imposte, nel quadro delle
caratteristiche locali e delle modalità condivise della mobilitazione
unitaria a Roma.

Proponiamo ancora a tutte le reti, i movimenti, i collettivi, le singole
e i singoli attivist* nelle metropoli del “Club dei Grandi” di
condividere una “Mappa della Crisi”, aperta e quanto più possibile
globale; e di praticarla attivamente, in comunicazione reciproca, nelle
giornate successive.

Proponiamo di far convergere iniziative ed azioni su alcune direttrici
della crescita e della continuità d’un movimento di ribellione da
sviluppare nei mesi a venire, attraverso la denuncia pubblica e
l’assedio sociale:
- dei maggiori responsabili della crisi, della sottrazione di reddito, di
libertà e di diritti;
- delle strutture di architettura securitaria;
- dei maggiori responsabili della precarietà, dei licenziamenti, delle
morti sul lavoro;
- dei centri di distruzione delle risorse e della vita del pianeta;
- dei centri di aggressione contro le condizioni materiali primarie di
vita;
- dei centri responsabili dell’espropriazione della ricchezza sociale e
della conoscenza.

Con queste proposte e con questi obiettivi, da oggi ci poniamo a
disposizione d’una cooperazione politica attiva e d’una connessione tra
pratiche sociali alternative, a partire dalle giornate di luglio 2009.

“Akat qhiparux waranq waranqanakax kutinixa (tornerò e saremo milioni)”
Tupac Katari, 1781

Viola: è il colore dello spettro visibile a maggior frequenza e minore
lunghezza d’onda, è il colore del movimento di liberazione delle donne e
dell’autodeterminazione sessuale, è il colore del sogno, della
metamorfosi, della transizione, della magia, dell’urgenza d’espressione
dei bambini.
Pure, viola è il colore della schiavitù, nel XVI secolo in Inghilterra
designava il lutto estremo, nella capoeira è associato all’Orixa Iansa
dea dei venti e delle tempeste, a Lima è il colore della dedizione al
Cristo Nero, “Signore dei Miracoli”, dipinto e venerato dagli schiavi
africani e su cui gli indios trasferirono la devozione a Pachacamac,
“Colui che muove il mondo”, il padrone dei terremoti…
Nelle giornate contro il G8 della crisi, il viola sarà il nostro colore.

Vendetta: è una parola dura, che non lascia spazi.
E’ una dedica a chi si alza una mattina, prende un autobus o la macchina
o una moto, arriva al lavoro e vi trova la morte. E’ dedicata alle
statistiche che conteggiano queste morti, più numerose di quelle d’una
guerra.
E’ una dedica, ancora, a chi parte dalle proprie radici per cercare un
futuro migliore e trova confini, muri e razzismo: in Italia non è certo
raro trovare una vergogna chiamata Cie, “centri d’identificazione ed
espulsione”, formula anodina per aggirare qualsiasi rispetto
dell’umanità e che nascondo quelli già conosciuti nella storia come
lager.
Sono le nostre parole e le nostre mani, le nostre emozioni e le nostre
ragioni, che disegnano la vendetta. Sono un corpo collettivo che si
muove veloce per la metropoli. Quella stessa velocità che ci porta da
uno sfruttamento ad un altro, dall’incertezza del presente alla
negazione d’un futuro, la rivoltiamo contro chi ci espropria della
nostra vita.

V di vittoria: immagine classica, indice e medio divaricati in segno
d’una resistenza che vince.
Perché è necessario volere e perseguire un cambiamento reale e radicale.
La vittoria che cerchiamo non è fatta certo della stessa pasta del potere
che combattiamo. Ciò che vogliamo è il nostro tempo che ci rubano; la
partecipazione che impediscono e la voce che ci soffocano; la ricchezza
che ci sottraggono. Quella che ci muove è la necessità di nuove scelte
politiche, economiche e sociali di contro al segno di continuità nel
profondo di questa crisi che sarà riprodotta all’infinito per riprodurre
il capitale e il suo dominio. Quella che cerchiamo è la vittoria che sta
nell’aver strappato un metro in più, aver ripreso un respiro a pieni
polmoni, aver attestato la realizzabilità d’un progetto di liberazione.
E’ vittoria anticapitalista che cerchiamo di riprodurre e sostenere. Le
vittorie possono essere anche molto piccole, ma costruiscono un cammino.
Noi siamo decise e decisi a perseguirle. Questa volta, molte altre volte
ancora.

V come viola,
V come vendetta,
V come vittoria!

V-Strategy
Roma, Italia, giugno 2009

V-strategy

Rho è in sciopero!

autore: 
sos Fornace

Questa mattina è iniziato lo sciopero del biglietto per riportare a Rho la fermata dei treni interregionali Milano Torino, scippata dalla nuova stazione di Fiera dal 14 giugno scorso.

Dalle 6,30 del mattino è iniziato il presidio degli ingressi della stazione, con gli striscioni, una finta biglietteria in cartone da cui si è distribuito il vademecumbiglietto da mostrare ai controllori lungo il tragitto di viaggio e i volantini della manifestazione che il 4 luglio alle 16,00 partirà dalla stazione e attraverserà il centro di Rho. Lo sciopero, che consiste nel non mostrare il biglietto ai controllori, ha raccolto un ampio consenso tra i pendolari, anche perché la decisione di iniziare lo sciopero del biglietto e dell’abbonamento è stata assunta all’unanimità in una partecipata assemblea tenutasi davanti alla stazione lo scorso 15 giugno. Le istituzioni coinvolte, Regione Lombardia e Regione Piemonte, hanno avuto dunque tutto il tempo per evitare lo sciopero con provvedimenti concreti, ma in queste due settimane non hanno ancora dato alcuna risposta alla nostra richiesta di incontro per definire tempi e modalità del reintegro della fermata. Lo sciopero proseguirà anche nei prossimi giorni, almeno fino alla data della riunione annunciata dalla Regione Piemonte per la prima settimana di luglio, in cui alla presenza di Regione Lombardia, Trenitalia, Comune di Rho e utenti, si dovrebbe ridiscutere del provvedimento che ha generato la protesta. Come sottolineato dall’Assessore ai Trasporti della Regione Lombardia Cattaneo in occasione dell’inaugurazione della nuova stazione ferroviaria della Fiera il 22 aprile scorso, quell’opera è un primo tassello in preparazione all’Expo 2015, motivo in più di preoccupazione per i cittadini di un territorio che non è più disponibile a sacrificare servizi e diritti in nome degli interessi dei poteri forti. Ci auguriamo nel frattempo che Trenitalia non voglia esasperare un clima già molto caldo che si sta sino ad ora esprimendo con una protesta dai toni civili e contenuti, attraverso il tentativo di reprimere la protesta con multe e sanzioni che ci rifiuteremmo di pagare e che porterebbero come conseguenza a forme di protesta ben più radicali.

www.mobilitati.com
www.sosfornace.org
www.noexpo.it

Sabato 4 luglio
——————————————-
Stop that train! Manifestazione dei pendolari

[HONDURAS] CORRISPONDENZA AUDIO IN ITALIANO DALLA PIAZZA CONTRO IL GOLPISTA MICHELETTI

autore: 
da www.radiondadurto.org

da www.radiondadurto.org :

29 Giu. Ore: 18.44 - HONDURAS: POPOLAZIONE IN PIAZZA CONTRO IL GOLPISTA MICHELETTI
Continuano le reazioni negative della comunità internazionale al golpe di destra in Honduras: dopo le condanne di Unione Europea, Organizzazione Stati Americani e Stati Uniti, oggi riunione d'urgenza dell'Assemblea generale delle Nazioni unite per esaminare la situazione, che vede il presidente Manuel Zelaya destituito e costretto a partire per il Costa Rica dai militari. Zelaya è poi ripartito per il Nicaragua. Qui il presidente honduregno ha partecipato ad una riunione urgente dell'Alternativa Bolivariana delle Americhe, l'unione dei paesi latinoamericani vicini a Chavez e Morales che gli hanno espresso esplicitamente il loro sostegno. In patria, sono migliaia i sostenitori di Zelaya che fin da ieri sera hanno deciso di sfidare il coprifuoco di due giorni imposto dal nuovo capo dello Stato designato, il presidente della Camera Roberto Micheletti, un ex imprenditore con passaporto italiano e con parte della famiglia tutt'ora residente a Bergamo. Oggi a sostegno del presidente destituito sindacati e società civile hanno indetto uno sciopero generale dei lavoratori pubblici. La corrispondenza dalla piazza di Tegucigalpa con Giorgio Trucchi, associazione Italia Nicaragua in questi giorni in Honduras.
[Scarica il contributo audio, durata: 7 min.] on www.radiondadurto.org

1971: Via Tibaldi occupation

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http://libcom.org/history/1971-via-tibaldi-occupation

A short history of an occupation of empty housing in Italy by workers who had inadequate accomodation. Their direct action and solidarity forced the council to house hundreds of people.

The occupation at Via Tibaldi was a great step forward for the tenants’ and homeless movement in Italy. A whole neighbourhood was involved in it : factories, schools, housing projects took part in the organising of the struggle.
There was a victory at Via Tibaldi because everyone there was fully aware of the issue: There were 70 families, all immigrants from Southern Italy, who had been promised a place by the Council and had to be re-housed.

When the confrontation came, it was clear who was on which side: It was homeless families, workers, and students against the bosses, the unions, the housing officials, and the police.
In the six days of violence the people occupied everything; houses, the streets, the town hall, police wagons, and the Architecture Faculty at the University.
Thousands of police were mobilised against those involved in the occupations. In one day there were two attempts to evict everyone.
The forces of repression attacked with tear gas, clubbing everyone who got in their way. Twice they were beaten back and after the third attempt to shift them, the occupiers agreed to be re-housed temporarily by a charity. This was a tactical retreat.
The mayor and his mob were forced to give in. Houses were allocated to the families who had squatted and to 140 other families who had been evicted and were “living” in hostels waiting to be re-housed. The alliance of workers, students, and tenants forged before and during “the taking of Via Tibaldi” shows how strong the working class is when it fights together.
With this alliance the working class went on the offensive and won a famous victory in June of 1971.

The occupation began on Tuesday morning. The squatters were nearly all Southerners, workers at Pirelli and other smaller factories, building workers, and unemployed people. Some of the people had been involved in other struggles: Before this occupation the families from Crescenzago were on rent strike.
The occupation was strengthened by a continual coming and going of workers (many of them from OM, a large factory only 150 yards away), students, and local people who supported the action.
They offered help, brought useful materials, and worked alongside the squatters. The workers engaged in building this block of apartments were also sympathetic.
The firm they worked for was about to close down. Because of the two months of organisation which had led up to the occupation the whole of Milan knew about it.
Aniasi, the mayor, and the officials of the IACP (the Italian State building authority) knew about it too. Almost at the same time they both started denying responsibility. Barricades were built in the streets, particularly by the women and children.

Wednesday: A demonstration was organised to go to Porta Ticinesewhere there was the Festival of the Navigilo, where Mayor Aniasi was expected to be in attendance.
The families wanted to confront him and let him know that they were ready for anything. The march was headed by a banner that read “Homes Occupied “. There are dozens of red flags.
The marchers moved off shouting “We want houses NOW“, “Free houses for workers!”, and “Long live Communism!” When they reach Porta Ticinese they found that Aniasi had left. So everyone climbed up onto the rostrum and occupied it for a while. Then, with more and more people joining in, they set off back to the apartment building.

Thursday: The families decided that the struggle must become more militant. Twenty or so people went to the Marino Palace, to a meeting of the Council. Once again they refused to listen.
A room in the Town Hall was occupied from 5 pm till midnight.
When they get back to the Via Tibaldi there was a meeting of heads of families which decided that the struggle must continue to the bitter end.
Nobody so much as mentions the idea of abandoning the building.
The people of Milan were well aware of the Via Tibaldi struggle, and new families continued to arrive. The people who occupied and won the apartments in another street, Mac Mahon, came to give their support. There was also much discussion about new forms of struggle. Over the next few days a huge demonstration was organised to show that they had no intention of giving in.

Friday: The housing official Catalano arrived to negotiate, sent by the Town Hall and IACP.
He had a reputation for cramming workers into shanty towns after having promised them homes. Catalano wanted a list of the families involved, which he got, alongside an impromptu hearing at a People’s Tribunal.
The people told him what they thought of him, that he was nothing but a lackey of the bosses, a rat and an exploiter.
A crowd of workers surrounded him, shouting: “We’re going to have the apartments, and you can get stuffed for the rents!” He was really swaggering when he arrived; but by the time he left, several hours later, he was pale and trembling. And he was forced to give the squatters some solid commitments.

Saturday: The mobilisation continued. In the afternoon another barricade was built in the streets.

Sunday morning: Two thousand police arrived to clear out the Via Tibaldi.
The Town Hall and the bosses decided that they have to put down these people who, in six days of struggle, have become a reference point and an organisation central for the entire working class of Milan.
The squatters knew that they had a right to defend what they had taken and what was rightfully theirs.
But they wanted to make sure they built their strength and used it at the right time. On that Sunday morning they were still too weak.
After long arguments with the police the squatters decided to leave the building and move to the Architecture Faculty of the local University, at the invitation of the students.

Sunday evening: 3,000 police arrived to throw everyone out of the Architecture Faculty.
They thought that it would be as easy as it was in the morning, but they couldn’t have been more mistaken.
While the police squads took up their positions, a meeting of all the families decided that this time they had to defend themselves, that they were strong enough to do so, and that the cops were going to pay for the eviction from Via Tibaldi.
Once again all the organisation came from the squatting families.
Women and children stood on the upper floors, with all the men down below behind the gates, facing the riot squad. At 11 pm the cops charged. But they got their fingers burned. They hadn’t expected the fierce and powerful reaction from the people inside the building, or the attack from behind by people who hadn’t managed to get inside. When they eventually manage to force their way into the building, the police found no one there.
Everyone had managed to get out and began regrouping in the streets, ready to carry on the fight. Having run out of tear gas, the riot squad retreated, completely disoriented, and was charged by the squatters. Participants lost count of the jeeps demolished by stones. The battle lasted until two in the morning.

Monday morning: Members of all the families met up on the university campus.
They were all there; people decided to go along to a meeting of the architecture students. Here, in the afternoon, some of the squatters were chosen to explain the struggle In Via Tibaldi.
A proposal was made that closer links be created between the students’ struggle and that of the homeless.
On the basis of this proposal the meeting decided that the families should occupy the Architecture Faculty again later that day.
As for the Faculty Board, they decided to initiate a permanent seminar on the housing problem with the people from Via Tibaldi who are “experts” on the subject.

At the Architecture Faculty, as always, decisions about how to carry on the struggle were made solely by the assembly of families, which met twice a day.
During one of these meetings a huge demonstration was suggested for the following Saturday.
This they hoped would help to bring home the meaning of the struggle to those who weren’t directly involved.
The demonstration was to mobilise 30,000 people!

Wednesday: At five o’clock in the morning the police surrounded the whole university precinct in three huge circles. Traffic was at a complete standstill.
It was a trial of strength. 250 students were arrested plus a dozen lecturers and even the Dean of the Faculty! The families were carried off once more in police vans.
A few hours later, a general assembly held at the Polytechnic was also broken up by the police.
Vittoria, the Chief of Police, De Peppo, the General Procurator of the Republic, and Aniasi, the Mayor, thought that they had finally beaten what was originally no more than a few dozen families, but what had become the symbol of Milan’s working class.
They couldn’t have been more mistaken!

Wednesday dinnertime:
All the families ate at the canteen of the ACLI (Action Group of Italian Catholic Workers), where they have been given shelter. From then on no one could avoid the struggle in Via Tibaldi.
The ruling class were caught in enormous contradictions trying to reconcile the demands which were coming from every direction - from a section of the PSI (the Socialist Party) and local councillors; from the Communist Party, and the ACLI, which they’d always thought were under their thumb; from the FIM (one of the metal workers’ unions whose members are particularly militant)... Some orders were coming from Rome and others from local employers.
The greatest danger was that the struggle would spread.

And the families were doing everything in their power to make it happen by organising Saturday’s demonstration, by going to the factory gates with placards and leaflets, by sending a delegation to the congress of the ACLI and to the general assembly of the student movement, where they were given a tumultuous reception. And before every action was taken, the assembly of families decided what should be said, what line to take, and what proposals to put forward.

As for Aniasi and company, had to cave in.
Catalano, the same messenger boy who’d gone so arrogantly to the Via Tibaldi, now hurried to the ACLI with an offer. “Too vague”, said the families. “Your words and promises won’t be enough to solve the housing problem now. We want an agreement written and signed by Aniasi and the Council.” Two hours later the agreement was there.

Before July 31, the Council had to allocate 200 apartments, not only to the families from the Via Tibaldi, but also to 140 others in a similar situation. Each family received 100,000 lira ($1,665) compensation, plus 15,000 lira ($250) for each member of the family. There was not the usual stipulation of three months’ deposit before moving into the apartments. All evictions and all rent arrears were frozen by the Council. During this fortnight of struggle none of the squatters had ever imagined that the workers’ fight for housing would end at Via Tibaldi, or that the only problem was how to get a new home.
This struggle was only a beginning. Subsequently the families attempted to help organise the struggle against rents, fares, and prices, and circulate information around local factories.
For this reason the assembly of families from Via Tibaldi became long-term, involving people from every district in Milan.

Edited and altered by libcom from Lotta Continua. Translated and edited by Ernest Dowson. Taken From Radical America, vol. 7, #2. Taken from prole.info

Una crisi tira l’altra

autore: 
Toni Iero
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Il peggio è ormai passato. È una frase sentita molte, troppe volte in questi due anni passati dallo scoppio della crisi che, ricordiamolo, è datato agosto 2007 (crollo del valore dei titoli azionari delle principali banche americane).

Da alcune settimane i giornali traboccano di dichiarazioni rassicuranti di politici, economisti e giornalisti che segnalano come le cose non stiano andando più tanto male. È davvero così? In realtà, per ogni paese esistono svariate decine di indicatori che rilevano lo stato dell'economia.
Negli ultimi tempi l'esercizio più praticato dai centri di previsione congiunturale è quello di scovarne almeno un paio che mostrino un andamento positivo. Non è impossibile, poiché è difficile che proprio tutto vada peggio del mese o del trimestre precedente.

Su questa fragile base i media costruiscono l'ottimismo da elargire al popolo. È anch'esso, in un certo senso, un provvedimento anticrisi, dato che uno dei contributi per alleviare questo periodo negativo della congiuntura consiste proprio nell'infondere fiducia agli operatori economici affinché spendano e investano.
I risultati effettivi di queste "misure" li vedremo nei prossimi 3 – 4 mesi.

Certo è che gli squilibri che stanno alla base del collasso economico sperimentato dalle principali economie mondiali non sono venuti meno.
Le disuguaglianze sociali non si sono ridotte, il tasso di risparmio asiatico è ancora molto alto così come è tuttora molto basso quello degli statunitensi.
Le banche, dopo le iniezioni di denaro statale, stanno sicuramente meglio ma, in compenso, i debiti pubblici si stanno gonfiando a dismisura, generando apprensione addirittura sulla solvibilità degli Stati Uniti. Se queste sono le basi della ripresa economica… beh, siamo pronti per un'altra crisi!

Uno dei segnali di risveglio delle attività, sostengono molti osservatori, è l'aumento del prezzo del petrolio, che ha superato i 70 dollari al barile. Incrementi nei costi si registrano anche per altre materie prime. Vuol dire, affermano gli ottimisti, che c'è fiducia e le imprese hanno ricominciato a fare ordini di materiale. Strano. Gli indici della produzione industriale segnalano, con riferimento allo stesso periodo dell'anno scorso, un -21,8% nel primo quadrimestre per l'Italia e -21,6% in aprile per l'Unione Europea.
Sempre nell'Unione, nei primi quattro mesi del 2009, gli occupati sono diminuiti di 1 milione e 220 mila persone. Se l'attività produttiva sta ripartendo come è possibile che produzione industriale ed occupati diminuiscano? L'aumento dei prezzi delle materie prime e del petrolio in particolare, con tutta probabilità, sono dovuti allo stesso fenomeno che nel 2008 ha portato un barile di greggio a costare 147 dollari: la speculazione.

I provvedimenti presi dai governi e dalle banche centrali per contrastare l'estendersi della crisi, hanno generato enormi volumi di liquidità, capitali che gli investitori finanziari non possono lasciare improduttivi. Per un po' hanno acquistato titoli di Stato poi, anche per spuntare rendimenti maggiori, hanno ripreso ad acquistare azioni e future sulle materie prime.
Lo abbiamo già sperimentato l'anno scorso quando, incautamente, qualcuno ha cercato di addossare la colpa del rialzo dei prezzi dei prodotti agricoli all'aumento delle superfici coltivate per la produzione di bio-carburanti. Come si è poi visto, erano gli operatori finanziari, hedge fund in testa, che acquistavano per concludere lucrosi affari. Finita la festa, ritirati i capitali investiti, i prezzi delle materie prime sono scesi a livelli più fisiologici (il petrolio è sceso dai 137 dollari al barile dell'estate ai 40 di dicembre). Non è da escludere che tale valzer si ripeta anche questa volta.

Quanto alla ripresa economica, purtroppo nei prossimi mesi dovremo aspettarci un peggioramento della situazione, soprattutto in Italia.
Le imprese più deboli chiuderanno i battenti, aumentando il numero dei disoccupati. Questi ultimi ridurranno i consumi frenando ulteriormente la circolazione monetaria ed estendendo i riflessi recessivi anche alle aziende meno fragili. Le autorità pubbliche potranno effettuare interventi limitati, pena il rischio di declassamento del pesante debito pubblico italiano. Potremo aspettarci una inversione di tendenza non prima del momento in cui le grandi economie mondiali (Usa, Cina, Germania, Giappone) avranno ripreso un percorso di sviluppo e solo se le esportazioni italiane saranno ancora competitive.

Non vuole essere le descrizione della fine del mondo, occorrerà tempo ma, in qualche modo, si uscirà anche da questa crisi. Tuttavia sarebbe bene chiedersi in che modo e, comunque, non aspettarsi buone notizie dall'oggi al domani.
Passando agli insegnamenti da trarre da quanto sperimentato fino ad oggi, è sempre più difficile negare che il capitalismo è un sistema instabile per sua natura. Tale instabilità è tanto più accentuata quanto maggiore è la disuguaglianza sociale.
Per uscire da questa crisi, in fretta e con basi solide per il futuro, occorrerebbe ridurre la disuguaglianza sociale.
Per non avere più crisi di questa portata occorrerebbe superare il capitalismo.

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