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Economie

Italia- Usa: nuovo ambasciatore

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E' David Thorne, in Italia e a San Marino

(ANSA) - WASHINGTON, 25 GIU - David Thorne e' il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Italia e a San Marino. Lo ha annunciato la Casa Bianca.L'Italia aveva dato gia' il gradimento alla nomina di Thorne,che e' un ex cognato del sen.John Kerry. La nomina deve adesso ricevere la conferma del Senato prima di diventare operativa.Sara'la Commissione Esteri del Senato, presieduta proprio da Kerry,a tenere un'audizione per ascoltare una dichiarazione del nuovo ambasciatore e votare la conferma ufficiale.

Come Spogli Throne parla perfettamente l'italiano (oltre allo spagnolo ed al francese) ed è figlio di un agente della Cia inviato a Roma negli anni 50, dietro copertura di consigliere economico dell'allora ambasciatrice Usa presso il Vaticano Clare Boothe Luce. Uomo d' affari di successo, con quartier generale a Boston, Thorne è un esperto di borsa e cofondatore di Adviser Invetment, una società di investimenti specializzata in fondi pensione.

Il suo pedigree è impeccabile. Discendente di John Bowne, pioniere della lotta per la libertà religiosa in America nel 1600 e pronipote di Henry Stimson, segretario alla guerra di Roosevelt e poi Truman, Thorne è il fratello gemello della scrittrice Julia, prima moglie - morta di cancro nel 2006 - di John Kerry. A spingere la sua candidatura sarebbe stato proprio l' amico del cuore Kerry, suo compagno di camera a Yale: uno dei favori imposti ad Obama per farsi risarcire della mancata nomina a Segretario di Stato, andata a Hillary Clinton.

Ha combattuto in Vietnam partecipando da reduce ai movimenti pacifisti degli anni successivi.

Crisi economica: Berlusconi «Chiuderela bocca a chi sparge panico»

autore: 
fuori-di-zucca

Crisi, Berlusconi va all'attacco «Chiudere bocca a chi sparge panico»
E insiste: niente pubblicità ai media catastrofisti. «Gli italiani con me nonostante i veleni e le calunnie»
http://www.corriere.it/politica/09_giugno_26/berlusconi_crisi_tappare_bo...
ROMA - Per combattere davvero la crisi economica bisogna «chiudere la bocca a tutti questi organismi internazionali che ogni giorno dicono la crisi di qua e la crisi di là» e anche «agli organi di stampa che tutti i giorni danno incentivi alla paura e diffondono il panico». Lo dice il premier Silvio Berlusconi in conferenza stampa a Palazzo Chigi per l’approvazione del Dl manovra. «Gli organi di stampa - ha insistito Berlusconi - riprendono le posizioni del tanto peggio tanto meglio delle opposizioni e danno incentivi alla paura».

NO PUBBLICITÀ A MEDIA CATASTROFISTI - Illustrando i contenuti del decreto anti crisi, torna a parlare del rapporto con la stampa che da spazio al catastrofismo: «Occorre incentivare l'azione affinchè editori e direttori dei giornali non contribuiscano a diffondere pessimismo». Poi attacca: «L'ho detto a Santa Margherita anche se ha fatto scandalo e lo ripeto: gli imprenditori devono minacciare di non dare pubblicità a quei media che sono essi stessi fattori di crisi». Al G8 e G27 che «presiederò dirò agli imprenditori di non avere paura, di pubblicizzare i loro prodotti e di essere più convincenti con i direttori e i responsabili degli organi di stampa, incentivandoli affinchè non diffondano la paura».

ORGANISMI INTERNAZIONALI - «Bisogna rilanciare i consumi come prima. E per risollevarli bisogna far sì che prima di tutto il governo e in secondo luogo tutte le organizzazioni internazionali, lavorino per rilanciare la fiducia». Secondo il Cavaliere queste organizzazioni internazionali «un giorno si» e uno no escono e dicono che il deficit è al 5%, meno consumi del 5%, crisi di qui, crisi di lá, la crisi ci sará perfino al 2010, la crisi si chiuderà nel 2011... un disastro. Dovremmo - avverte - veramente chiudere la bocca a tutti questi signori che parlano, magari perché di cose che i loro uffici studi gli dicono possono verificarsi, ma che così facendo, distruggono la fiducia dei cittadini dell'Europa e del mondo». Tra gli altri, a parlare del pil a meno 5% era stato giovedì il governatore di Bankitalia Mario Draghi.

GLI ITALIANI SONO CON ME - A suffragare il suo pensiero, il presidente del Consiglio cita gli italiani: «Gli italiani ci hanno votato e continuano a darci consenso nonostante tutti i miasmi, le calunnie e i veleni che tentano di lanciarci addosso per sommergerci. Gli italiani - prosegue Berlusconi - ne vengono fuori con un maggiore attaccamento a noi, alla nostra parte politica e a me personalmente. Io credo che gli italiani ci premino perché rispettiamo gli impegni assunti, questa è la vera moralità che abbiamo portato nella politica. Con il testo di questo decreto guardiamo al domani perché è un decreto di spinta all'economia».

26 giugno 2009

SIAMO STUDENTI, VOGLIAMO L'IMPOSSIBILE!

autore: 
C.A.U. - Napoli

CI VEDIAMO A L'AQUILA

Otto anni sono passati dal G8 di Genova. Alcuni di noi erano lì, altri erano poco più che bambini. Ma nessuno ha dimenticato quelle trecentomila persone venute da tutto il mondo a manifestare per un altro mondo possibile, per la libertà dalla schiavitù del profitto, per la giustizia e la pace. Nessuno ha dimenticato l'assassinio di Carlo, il massacro di centinaia di manifestanti, le torture a Bolzaneto, la macelleria della Diaz, né il sadismo delle guardie, l'arbitrio di un potere che si assolve, i compagni perseguitati e ingiustamente condannati...

Otto anni sono lunghi, e molte cose sono cambiate. L'agenda della politica mondiale, che avevamo quasi strappato ai segretari del Capitale, ha ricominciato a segnare gli stessi appuntamenti: guerra, sfruttamento, fame, distruzione del pianeta, “lotta al terrorismo”. L'Afghanistan, l'Iraq, la Palestina, le vene aperte dell'America Latina, dell'Asia, dell'Africa, delle banlieue e delle nostre periferie, dei tanti Sud che ci assediano: il sangue di miliardi di persone che stilla senza senso, giorno dopo giorno, per la ricchezza di sempre più pochi, per l'ignoranza e l'indifferenza di troppi.

Anche noi siamo cambiati. Un po' più deboli, un po' più incerti. Un po' più impauriti, forse. Ma anche più maturi, consapevoli che la nostra lotta ha tempi lunghi, sempre più convinti che, se non è quest'altro mondo possibile - il socialismo - sarà la barbarie. Ormai adulti, non rinneghiamo la nostra infanzia. Guardiamo i volti dei nostri nemici e sappiamo che sono gli stessi di Genova. Sappiamo anche che sono diventati più violenti, più aggressivi. Che sono pericolosi, perché ora più che mai non sanno quel che fanno.

2009, il G8 torna in Italia. Torna in tempo di crisi, quando il PIL in Occidente ha un vistoso segno meno, la disoccupazione è in aumento, e non si vede nessuna via di uscita. Torna in un paese socialmente e culturalmente devastato, con i salari più bassi d'Europa, un sistema politico bloccato, l'informazione controllata; un paese incattivito da una guerra che, scatenata dall'alto, è diventata guerra fra poveri, razzismo, sessismo, omofobia, disprezzo per chi è diverso. Il G8 arriva in Abruzzo, un territorio che ha pagato con il sangue proprio quelle logiche di profitto, di speculazione, di corruzione che regolano il capitalismo ovunque; un territorio che da quasi tre mesi sta sperimentando inedite forme di controllo e di militarizzazione.

Pur di non farci essere il Governo le ha provate tutte. Ha suddiviso il vertice, in tanti, troppi incontri. Difficili da seguire per chi deve studiare, lavorare, badare alla sopravvivenza quotidiana. Impossibili da contestare per chi deve già scendere in piazza per difendere il proprio lavoro. Eppure il movimento in questi mesi c'è stato. A Roma, contro lo smantellamento del Welfare; a Siracusa, contro la devastazione ambientale; a Torino, per un'Università non asservita agli interessi privati; ancora a Roma, contro una “sicurezza” che è espulsione dei migranti, strategia della paura e repressione delle lotte. E infine a Lecce, quando i Ministri dell'Economia si sono incontrati per decidere di dare ancora altri soldi alle banche, e spacciare i loro vecchi fallimenti per una nuova ricetta salvifica.

Ora è tempo di rimettere assieme ciò che è stato separato. È tempo di incontrarsi, di esserci tutti. Di non lasciare che l'ultima parola l'abbia chi specula su una tragedia come il terremoto, trasformando le persone in voti, facendo sporchi affari proprio mentre dilaziona la ricostruzione fino al 2033. È su una popolazione distrutta e abbandonata che i “grandi” verranno a fare la loro passerella. Davanti alle telecamere, a dirci che tutto va bene. Noi però sappiamo che non è così. E lo dobbiamo gridare forte.

Hanno detto che non avremo il cuore di esserci. Ma noi, per stare dalla parte di chi lotta e soffre, il cuore lo abbiamo sempre. In quei giorni saremo ad agitare le strade. Ed il 10 verremo al corteo nazionale, per portare le nostre ragioni, quelle degli oppressi e delle popolazioni in lotta. Per dimostrare che non ci hanno piegati, per rovinargli la passerella.

Siamo cresciuti, ma il futuro è ancora roba nostra. Ci vediamo a l'Aquila.

english version: http://cau.noblogs.org/

Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
http://cau.noblogs.org/

Due ore di sciopero al giorno contro una dismissione annunciata

autore: 
Alex Miozzi

Netta opposizione della CUB alla mobilità per 85 lavoratori della Esab Saldatura di Mesero e all’ipotesi di soppressione della linea produttiva e del magazzino.

MESERO (MILANO) 24 giugno 2009. L’assemblea dei dipendenti aderenti alla CUB presso l’Esab Saldatura S.p.A. di Mesero, del 23 giugno scorso, dovuta a una situazione di instabilità aziendale sempre più evidente, ha portato i lavoratori a un’allarmante scoperta.

E’ stata infatti aperta la procedura di mobilità per 85 lavoratori, su di un totale di 143 dipendenti, che configura la totale dismissione sia della linea produttiva che del magazzino, per una realtà con ormai quasi cento anni di vita ora appartenente a una multinazionale.

Com’è già avvenuto agli stabilimenti sia di Gothenburg, Svezia, che di Dalsbruk, Finlandia, il timore dei lavoratori, funestati anche da voci secondo cui il terreno su cui risiede lo stabilimento era già stato venduto, era che della Esab Saldatura rimanesse soltanto un presidio commerciale.

Un timore fondato, aggravato da una beffa anche peggiore, se si considera che per il 30 di questo mese era previsto un incontro tra la proprietà e le rappresentanze sindacali

Per il momento il risultato sono due ore al giorno di sciopero, fino a venerdì 26, con un presidio alle portinerie associato a un’azione di sensibilizzazione del problema che coinvolge la Regione Lombardia, la Provincia, il Sindaco di Mesero oltre ai senatori e agli onorevoli eletti sul territorio e i lavoratori della zona.

Anti-G8 a L'Aquila: il corteo si farà?

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Se Berlusconi era convinto di depotenziare il «movimento» spostando all’ultimo istante il vertice internazionale dalla Maddalena al capoluogo abruzzese rimarrà deluso. Almeno a sentire l’assemblea della Rete dei comitati No-g8 che si è radunata domenica scorsa per promuovere le contestazioni. Che dureranno l’intera settimana. «La popolazione locale inizialmente ha visto di buon occhio lo spostamento - spiega Renato De Nicola dell’Abruzzo social forum - Ma adesso percepisce la fallimentare politica del governo e vede quell’appuntamento come una vetrina per criticare il decreto ricostruzione». Non solo. La militarizzazione del territorio, il controllo sociale nelle tendopoli, l’enorme speculazione in atto e la mancanza di fondi per ricostruire fanno montare la protesta.
I primi a mobilitarsi contro il G8 saranno i vicentini del no-Dal Molin che per il 4 luglio promuovono una manifestazione, con partenza dal presidio permanente per finire, forse, con l’occupazione della base militare. Non è da escludere che abruzzesi e altri attivisti no-global vadano a Vicenza a dar man forte a quello che si presenta come il primo appuntamento della settimana anti-summit. Nella notte tra il 5 e il 6 invece, esattamente alle 3 e 32 (l’orario in cui si è avvertita la scossa più devastante il 6 aprile scorso), si svolgerà a L’Aquila la fiaccolata «Memoria, verità e giustizia» per ricordare le vittime e le responsabilità. Come quella - denunciano i comitati - dei costruttori e della protezione civile, che «sapeva e non ha fatto nulla».
La giornata più «turbolenta» sarà quella del 7, dove si preannuncia il benvenuto ai potenti della Terra. Non si sono ancora decise le modalità. La rete romana, al momento, parla di «piazze tematiche» che confluiranno in una contestazione unitaria. Mentre nel capoluogo abruzzese si svolgerà, in contemporanea, un «forum» nel parco allestito dall’Unicef in cui si dibatterà insieme a varie comunità locali «ribelli» (come quella di Chiaiano, i no-Dal Molin e i no-Tav) di modelli di sviluppo, democrazia e partecipazione dal basso.
L’8 e il 9 la protesta diventerà generale, con manifestazioni su tutto il territorio, blitz e azioni estemporanee. In vista del 10, giorno del corteo nazionale promosso, tra gli altri, dal Patto di Base (Cobas, Rdb e Sdl), rete campana, Socialismo Rivoluzionario e Rete dei comunisti. La manifestazione partirà dalla stazione di Paganica e toccherà i luoghi simbolo del terremoto: le tendopoli di Onna, Tempera, San Gregorio, Sant'Elia, per concludersi all'ingresso del centro storico.
Una marcia che però ha generato frizioni nell’assemblea dei no-G8, che alla fine non hanno trovato un’intesa. «È una forzatura, non tutti gli aquilani capirebbero l’arrivo da fuori di migliaia di persone, meglio rispettare il loro cammino», dice Sara Segni del comitato 3e32. La paura è che venga interpretata come una «chiamata dall’alto» e che possa distogliere l’attenzione dalla questione «ricostruzione» a quella dei possibili scontri. «È l’ultima vetrina internazionale per esprimere dissenso - continua Segni - Meglio lasciare la protesta solo agli aquilani sempre più arrabbiati, facciamo un anti-G8 creativo e intelligente e delocalizziamo la rivolta in tutto il Paese».
Tra le adesioni al corteo c’è anche quella dell’Epicentro solidale, a testimoniare che non c’è una frattura netta tra abruzzesi e non. Di questo si fa forza Piero Bernocchi dei Cobas. «Non ci sono divisioni tra chi vuole criticare questi vertici e chi vuole opporsi al decreto sull’Abruzzo - sostiene - Sono due facce della stessa medaglia». Comunque la maggior parte dei comitati abruzzesi, pur non aderendo alla marcia, buttano acqua sul fuoco: «Siamo comunque uniti nel contestare il vertice, poi ognuno decide le sue forme».
Giacomo Russo Spena

L'OCSE attacca la previdenza italiana

autore: 
((A))
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Continuano i chiari di luna economici in Europa e Stati Uniti.
L'economia dell'area Ocse dovrebbe contrarsi del 4,3% nel 2009 e non si prevede un ritorno alla crescita fino al 2011. E' quanto afferma l'Organizzazione mondiale per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Le previsioni dell'Ocse sui tassi di disoccupazione mostrano inoltre un aumento nell'area dal 5,6% del 2007 al 9,9% nel 2010. Il numero dei disoccupati raggiungerà così a fine 2010 i 57 milioni, quasi 20 milioni in più rispetto ai 37,2 milioni del 2008.

Quella che era iniziata -sintetizza l'Ocse - come una crisi finanziaria è diventata una crisi economica e sociale".

In Italia,l 'Ocse attacca l'alta spesa pensionistica, pari al 14% del Prodotto interno lordo nel 2005.
Nel decennio 1995-2005 la spesa previdenziale è aumentata del 23%, a discapito - dice l'Ocse - di welfare e istruzione.
Solo paesi quali Giappone, Korea, Portogallo e Turchia sono sui livelli italiani.

L'italia governata dai re degli appalti

Un libro inchiesta di Alberto Statera che denuncia una politica trasversalmente succube della speculazione e del saccheggio del territorio. Su la Repubblica, 17 giugno 2009
Nell'antica Mesopotamia fondare città era attività considerata divina. Sarà di questa specie la nuova città che potrebbe sorgere tra Dolo e Mirano, a cavallo delle province di Padova e Venezia, 560 mila metri quadri a poca distanza dal Passante di Mestre? Il nome circola già: Veneto City. Si innalzeranno torri di 150 metri accanto ad alberghi per mille posti letto, sale congressi, teatri, cinema, residenze. Motore finanziario saranno uffici regionali e centri direzionali. «Un sogno o un incubo?», si domanda Alberto Statera in Il termitaio. I signori degli appalti che governano l'Italia (Rizzoli, pagg. 197, euro 17, da oggi in libreria). Nel libro sfila la galleria dei nuovi e vecchi potenti oggi seduti su un'enorme catasta di cemento, da dove controllano i destini di un paese in cui la politica ha ceduto loro le armi. Quella politica che si riserva al massimo di regolare il traffico, ma senza troppa energia, e si ritrova d'accordo nell'assecondare interessi e appetiti, lasciando che il destino di città e territori sia governato dai più smaccati congegni speculativi.
In Veneto governa la destra di Giancarlo Galan e dei suoi alleati-rivali leghisti, ma sulla new town è d'accordo anche «un bel pezzo di sinistra», annota Statera. Che sintetizza in un elementare quesito il paradosso di un'iniziativa imposta dopo l'esaurirsi del radioso ciclo nordestino: «Tanti centri direzionali che cosa dirigeranno, a parte se stessi, in un deserto di iniziative imprenditoriali?».
Il reportage dal Veneto è esemplare del modo di fare inchiesta giornalistica proprio di Statera: documentazione ricchissima, raccolta ben al di là della cronaca superficiale, scrittura fluida e attraente. Ed è anche uno dei pezzi più gustosi fra quelli che Statera colleziona viaggiando dalla Milano dell'Expo alla Sardegna orfana di Renato Soru, dalla Roma governata dai Caltagirone e dai loro amici-nemici costruttori Toti, Mezzaroma, Scarpellini, fino al piccolo Molise in cui regna il clan di Michele Iorio, presidente della Regione del Pdl con sorella direttrice di distretto sanitario di Isernia, cognato primario e presidente dell'Ordine dei medici di Isernia, figlio medico chirurgo nell'ospedale di Isernia, cugino ex direttore del distretto sanitario di Isernia, moglie del cugino vicedirettrice sanitaria nel distretto sanitario di Isernia.
Dunque, il Veneto. A Vicenza - dove sta calando un villaggio per tremila soldati americani nell'area dell'aeroporto Dal Molin, un paio di chilometri dalla Basilica palladiana, unico spazio verde fino a Schio e Thiene - il sistema degli appalti è controllato da Amalia Sartori, ex socialista, ora Pdl, sconfitta dal democratico Achille Variati nella corsa a sindaco (Variati è un ex dc, fermamente contrario all'operazione Dal Molin). La Sartori è considerata, scrive Statera, «la mente del governatore Giancarlo Galan». Ed è il fulcro intorno al quale, durante la precedente giunta comunale di centrodestra, ruotavano costruttori, studi di progettazione e Irene Gemmo, presidente di Veneto Sviluppo, una finanziaria di proprietà della Regione, e socia di un'azienda che ha vinto l'appalto per l'ampliamento della Fiera di Vicenza, di cui sempre la Gemmo è socia sia con la sua società che con Veneto Sviluppo. «L'appalto l'ha vinto con il massimo ribasso?», si chiede Statera. No, con il massimo rialzo, perché a Vicenza, dove si progettano tangenziali e circonvallazioni per servire la base americana, il sistema è congegnato affinché si possa prevalere con il prezzo meno vantaggioso per l'ente pubblico. E come mai? Perché si inserisce nel bando «un punteggio altissimo per la valutazione estetica del progetto».
Il viaggio di Statera fra le termiti, insetti divoratori di danaro pubblico e di suolo, avviene seguendo «una trama fatta di malaffare trasversale, nella quale quel che resta dei partiti è ridotto a sponda degli affari e di consorterie per le quali i tradizionali concetti di destra e sinistra sono ormai un residuo giurassico». Teorico di questa società a suo modo post-ideologica è Alfredo Romeo, detto la Volpe, che saltella come gestore immobiliare fra Napoli, Milano e Roma, Genova e Pescara, e per il quale la magistratura napoletana ha chiesto l'altro ieri dieci anni di reclusione. Romeo non fabbrica solo servizi che vende ai Comuni, fabbrica anche carriere politiche: è lui che può trasformare un consigliere comunale in deputato e un deputato in sottosegretario.
Romeo è sbarcato anche a Firenze, dove una schiera di amministratori del Pd è inciampata nelle seducenti spire di Salvatore Ligresti, uno che sapeva bene come trattare con la politica quando ancora Romeo si pagava gli studi facendo il cameriere ed era iscritto al Pci. La Fondiaria-Sai è proprietaria dei 180 ettari della piana di Castello che, come a Vicenza il Dal Molin, è l'ultimo lembo di verde che interrompe la continuità cementizia verso nord-ovest. Ed è qui che dovrebbero sorgere edifici destinati a residenze e a uffici pubblici per un milione di metri cubi, risparmiando un'area da convertire a parco, che per molti era la foglia di fico che copriva l'inondazione di cubature. Ma anche il parco stava saltando, sacrificato per lo stadio di calcio voluto dai fratelli Della Valle. Su tutto questo indaga la Procura.
L'economia, dunque, non è più succube della politica, ricorda Statera, e si diletta nel saccheggio del territorio, risorsa non riproducibile. Le ultime pagine del libro Statera le dedica alla madre di tutte le inchieste giornalistiche su affari, politica e devastazione del suolo. Gennaio 1956: sull'Espresso diretto da Arrigo Benedetti esce il primo degli articoli di Manlio Cancogni sulla speculazione edilizia a Roma. Si intitola Capitale corrotta = nazione infetta. Da allora poco è cambiato, annota Statera. Ma, parafrasando Cancogni, il titolo giusto per il termitaio di oggi potrebbe essere Provincia corrotta = nazione infetta.

La fame nel mondo colpisce oltre un miliardo di persone

autore: 
((A))
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Nuovo allarme della Fao sulla fame nel mondo, che continua a crescere.
Oltre un miliardo di persone nei Paesi in via di sviluppo sottonutrito: mai si erano toccati livelli simili.
Rispetto all'anno scorso, la soglia è aumentata di 100 milioni di unità.

Dunque, un sesto della popolazione mondiale non ha sufficiente cibo per sopravvivere.
Secondo la Fao, pesa soprattutto l'effetto dell'attuale crisi economica mondiale, che ha ridotto i redditi, aumentato la disoccupazione e diminuito l'accesso al cibo ai pi poveri.

Colpite in particolare Asia, Africa del nord e sub-sahariana, America latina; ma 15 milioni di affamati vivono anche nei Paesi sviluppati.
"Questa silenziosa crisi alimentare costituisce un serio rischio per la pace e la sicurezza nel mondo. Non possiamo rimanere indifferenti" ha detto il direttore della Fao Jacques Diouf.

"Le nazioni povere devono essere dotate degli strumenti economici e politici necessari a stimolare la produzione e la produttività del loro settore agricolo -ha detto ancora Diouf-. Per ridurre il numero di persone vittime della fame, i governi, assistiti dalla comunità internazionale, devono garantire ai piccoli contadini l'accesso non solo a sementi e fertilizzanti, ma anche a tecnologie più adatte, infrastrutture, schemi di finanza rurale e mercati".

Fiat: un cavallo di Troia statunitense in Europa

autore: 
G. P.
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L’acquisizione di Opel da parte di Magna non è ancora un fatto compiuto. Il partito
antirusso che ha in Angela Merkel e nel ministro dell’economia Karl-Theodor zu
Guttenberg i suoi principali rappresentanti, dopo telefonate e consultazioni con
Washington, sta opponendo dubbi e ostacoli sulla strada dell’accordo già raggiunto
con Magna per far rientrare Fiat nella partita.

Come avevamo intuito sin dall’inizio, tutta la faccenda resta legata agli appetiti degli Stati ed ai loro interessi strategici rispetto ai quali libera concorrenza e profittabilità economica passano necessariamente in secondo piano.
Il governo italiano, inizialmente mostratosi distratto rispetto a questi giochetti, viene ora costretto a prendere posizione a maggior sostegno della linea atlantica, di cui Fiat è palese espressione.

Quest’ultima rappresenta per gli Usa un cavallo di troia per far meglio penetrare in Europa la propria volontà nel tentativo di ripristinare un’egemonia (tanto politica che economica) che va incrinandosi a causa della crisi e della fase multipolare in dispiegamento.
Berlusconi ha subito gli attacchi incrociati dell’opposizione e degli esponenti del suo partito per non aver agito con maggiore risolutezza a favore dell’azienda “italiana” ma quest’ultima, del resto, non si era mostrata troppo interessata al sostegno del governo di centro-destra e non aveva inteso avvallare sovrapposizioni laddove per essa stava contrattando direttamente Obama.

Al momento, gli storici rapporti Germania-Russia e gli interessi nazionali tedeschi
hanno aperto la via alla cordata austro-russa-canadese, sponsorizzata dai
socialdemocratici e dall’ex cancelliere Gerhard Schroder per le ragioni che abbiamo
espresso altrove, ma gli Usa caleranno ancora qualche asso che potrebbe rimettere
tutto in discussione.
Dal loro punto di vista ciò è indispensabile poiché altrimenti l’unione Fiat-Chrysler resterebbe azzoppata e senza alcun valore strategico. Qualcuno potrà anche essere abbastanza stolto da credere allo scambio tecnologia-rete commerciali o all’invasione delle piccole 500 sulle highway americane come unico obiettivo perseguito dalle parti ma si ridesterà presto dal suo sogno industriale quando la Fiat tornerà a battere cassa allo Stato o a condizionarne le politiche come è sempre accaduto.

Anche solo valutando gli aspetti economici della fusione i conti continuerebbero a non tornare: che senso avrebbe fondere due aziende che sono di fatto fallite e molto distanti tra loro per vocazione commerciale e industriale nonostante entrambe si occupino di auto? Come è stato scritto in un articolo apparso su Il Foglio sarebbe come pretendere di curare il doppio di pazienti avendo a disposizione lo stesso numero di medicine: “Le due aziende sono tra le più deboli, in termini di finanze e di prospettive di business, a livello mondiale, e ognuna lo è nel proprio continente di origine.

Quanto alle favole sugli americani impazienti di stringersi in una 500 sia nelle highway transamericane che nelle avenues delle metropoli, lasciamo stare: il folklore ha isuoi diritti”.
Solo l’integrazione di Opel nell’affare avrebbe dato allo stesso ben altro respiro, ma non dal punto di vista economico perché questo aspetto interessa marginalmente agli americani. Se solo avessero voluto questi avrebbero ripristinato la saldezza finanziaria di Chrysler con i loro soldi e senza rivolgersi al nostro capitalismo straccione. Questioni tecnologiche? Siamo seri, davvero possiamo credere che gli americani non sono in grado di sviluppare delle tecnologie efficienti (anche del tipo ecologico) tanto da dover venire in Italia per accapparrarsele?

Innanzitutto, l’accordo tra la casa italiana e quella americana rappresenta un tassello (anche se importante) della complessiva strategia americana la quale mira
complessivamente a ricalibrare l’orbita del satellite Europa intorno alla stella polare statunitense, per il più efficace raggiungimento degli obiettivi geopolitici di quest’ultima.
I richiami all’ordine fatti pervenire all’Italia da diverse vie, soprattutto per quanto riguarda la politica estera, dovrebbero togliere ogni dubbio nel merito.

[Roma] le case più costose d´Italia e trovarle in affitto è un miraggio

Mattoni come lingotti d´oro. Sono quelli usati per costruire le case di Roma, le più costose d´Italia secondo l´ultimo Rapporto Uil "Famiglia, reddito, casa". Comprare un´abitazione di 70 metri quadrati nella Capitale costa in media 424mila euro (6.057 al metro quadrato): 100mila in più di Venezia, 130mila in più rispetto a Milano, quasi il doppio di Firenze. E se chi si accontenta della periferia può riuscire a spendere 318mila euro, chi ama il centro deve metterne insieme 584mila, 8.350 al metro quadrato.

Insomma, il paventato crollo del mercato immobiliare ha solo lambito i confini della Città Eterna perché se nel secondo semestre 2008 i prezzi delle case sono diminuiti dello 0,3 per cento rispetto ai mesi precedenti, è anche vero che appena un anno prima - cioè all´inizio del 2007 - sarebbero serviti 20mila euro in meno per vedersi intestata la stessa abitazione di 70 metri quadrati.

I vertiginosi crolli del mercato statunitense o di quello spagnolo arrivano quindi come echi lontani, perché per vedere scendere i valori delle case è necessario spostarsi dal capoluogo agli altri capoluoghi del Lazio come Latina (prezzo medio 130mila euro), Frosinone (100mila), Rieti (105mila) e Viterbo (94mila).

Vivere nella Capitale diventa così sempre più un sogno per pochi, spesso inseguito puntando sull´abitazione in affitto piuttosto che sull´acquisto della casa. Secondo un´analisi firmata Tecnocasa i canoni di locazione più elevati a livello nazionale sono proprio quelli romani, che nella seconda parte del 2008 hanno reagito all´aumento della domanda di affitto di appartamenti, legata principalmente alla maggiore difficoltà di accesso al credito per acquistare una casa.
Affittare un appartamento a Roma costa in media 1.656 euro al mese, rispetto ai 1.400 di Venezia e ai 1.020 di Firenze, le due città che la seguono in classifica. Il dato esprime comunque una media, che passa dai 1.260 della periferia ai 2.257 del centro.

Ma la rilevazione più significativa riguarda l´incidenza delle spese per la casa sul reddito delle famiglie.
Mentre in Italia un nucleo di 4 persone spende mensilmente il 26,4 per cento del reddito, questa percentuale arriva al 63,9 per gli abitanti della Capitale.

Si tratta di una fetta importante della ricchezza cittadina interamente investita all´interno delle quattro mura domestiche, così elevata da rendere spesso difficile la gestione del menage familiare.
Non è infatti un caso se proprio nel Lazio si registra il numero più alto di sfratti (4.452, la maggior parte dei quali segnalati a Roma) contro i 3.168 della Lombardia o i 2.756 dell´Emilia Romagna.

Sull´altro piatto della bilancia, a rendere ancora più gravoso questo bilancio, il dato dei contributi regionali a sostegno dell´affitto. Rispetto ai 15 milioni di euro stanziati nel Lazio - rivela il Rapporto Uil - sono 30 quelli previsti dalla provincia autonoma di Bolzano, 18 dalla Puglia, 8 da Trento e 11 dal Friuli.
(18 giugno 2009)

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