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Antifascismo

E Intanto De CoRaTTo rosica a più non posso

autore: 
MoRATTI amica di De CoRaTTo

DE CORATO: SCARCERAZIONI FACILI - Negativo e sarcastico il commento del vicesindaco Riccardo De Corato, che scrive in una nota: «Non avevamo dubbi che i due studenti arrestati sarebbero stati subito liberati... Una prassi, quella della scarcerazione facile e dei processi fissati a distanza, che accomuna il trattamento degli affiliati ai centri sociali ai clandestini, puntualmente rimessi in libertà. Sistema che finisce per rendere più difficile la tutela dell’ordine pubblico da parte delle forze dell’ordine. Che paradossalmente saranno messe sotto accusa, nel classico stravolgimento e deformazione della realtà cui siamo da tempo abituati». De Corato ha aggiunto che i 400 studenti che ieri hanno inscenato disordini «non rappresentano nessuno perché equivalgono allo 0,2% dei 150 mila studenti della città» e li ha definiti «quattro gatti che contano zero». Ha puntato il dito inoltre contro il centro sociale Cantiere di via Monterosa, «che da anni fomenta tensioni in città pur occupando abusivamente uno stabile da otto anni. E che si è messo in luce, tra l’altro, nel blocco dei treni per far viaggiare gratis i propri affiliati, imbrattamenti pure al consolato danese. E che è sempre presente - conclude De Corato - in occasione di cortei tesi a seminare disordini».

Stalcio di articolo dal Corriere della Pera

PROSCIOLTI TUTTI SENZA OBBLIGO DI FIRMA

LIETA NOVELLA.

I COMPAGNI PRESI IERI SONO TUTTI LIBERI.

Maroni, De CoRATTO e compagnia...e adesso rosicate ;)

Sembra che in molti stiano per arrivare in tribunale

autore: 
top

Diverse altre centinaia di giovani si stanno muovendo dai rispettivi istituti per raggiungere il tribunale. Al momento la situazione è tranquilla anche per il massiccio dispiegamento delle forze dell'ordine che presidiano la zona di palazzo di giustizia e il centro cittadina.

Da Repubblica

Video su Youtube di una contestazione al Leoncavallo

autore: 
Girovago della rete

Video sulla reazione dei ragazzi fuori dal Leoncavallo dopo il pestaggio di un ragazzo.

http://www.youtube.com/watch?v=RlMzkdh9i0k

[Verona] Arrestati due compagni antifascisti

autore: 
Arditi del Popolo sezione Vero

Verona: Arrestati due compagni antifascisti

All’alba di questa mattina la questura di Verona ha fatto scattare l’ennesima infame operazione: una trentina di servi in divisa hanno arrestando due compagni nella loro abitazione in quanto, secondo chi li accusa, la scorsa estate avrebbero incontrato e chiesto spiegazioni ad un noto neonazista di forza nuova membro delle squadracce fasciste colpevoli di numerose e continue aggressioni nel centro cittadino ai danni di chi considerano diverso.

Questi gruppi neofascisti sono composti da esponenti di forza nuova, fiamma tricolore, casa pound, leghisti e razzisti non inquadrati in formazioni politiche ufficiali; questa accozzaglia da anni si diletta a ripulire il centro cittadino minacciando e ferendo (con la protezione dei potenti di turno e dei loro lacchè) decine di persone: compagni, alternativi, meridionali, immigrati, e chiunque non si uniforma a questo stato di cose.

Le loro scorribande com’è noto sono sfociate, nei primi giorni di Maggio del 2008, nell’omicidio di Nicola Tommasoli (i cui assassini sono liberi da mesi e lavorano e frequentano le scuole cittadine), ma questa feccia non si è mai fermata, infatti l’ultima aggressione è di un paio di settimane fa ai danni di un compagno studente.

A diversi mesi di distanza dai fatti contestati, questo vile attacco intende colpire due compagni che non hanno mai abbassato la guardia davanti a queste infamità; ormai è chiaro: questa operazione fascista messa in piedi da magistrati e dai paladini in divisa si inquadra nel clima di repressione globale che mira costantemente a schiacciare il debole ed annientare chi lotta contro i fascisti di tutte le risme.

Che questi vigliacchi non si illudano, non abbasseremo mai la testa.

Ora più che mai è necessario autorganizzarsi contro il fascismo e rispondere colpo su colpo alle loro azioni infami.

Pasquale e Luca liberi subito!

Arditi del Popolo sezione Verona

Per scrivere ai compagni l’indirizzo è il seguente:

Pasquale Gentile
Luca Geroin

Casa Circondariale Di Verona Montorio Direzione
37033 Verona (VR) - Via S. Michele, 15

La Massoneria italiana e l'antifascismo 1927-1939

La convergenza tra massoneria e repubblicanesimo, già presente nell’età liberale e giolittiana, si rafforzò sul finire degli anni venti, nel periodo che coincise con la formazione dell'esilio politico antifascista.

La dittatura e l'esilio sicuramente svolsero un ruolo propulsore per l’impegno antifascista delle logge massoniche, minacciate mortalmente da un potere in antitesi con i principi di fratellanza e libertà alla base del pensiero liberomuratorio. In questa congiuntura molti esponenti repubblicani, massoni sinceri e convinti della scelta iniziatica fatta anche in anni lontani, si sentirono in dovere di rafforzare la loro presenza nelle logge e stimolare nuove iniziazioni con il fine di migliorare e coordinare la lotta per le libertà democratiche con le altre forze antifasciste pur senza coinvolgere il Grande Oriente d’Italia in un impegno politico specifico.

Durante il 1925, in attesa di perfezionare l'iter della legge che, il 20 novembre dello stesso anno[1] seppur non nominandola, metteva la massoneria fuorilegge, i fascisti ricorsero in grande stile alla tattica già sperimentata d'intimorire preventivamente l'opposizione dando via libera al terrorismo squadrista. In questa situazione si ebbe a Firenze fra il 25 settembre e il 4 ottobre un feroce pogrom squadristico contro le persone e i beni degli avversari del fascismo e specialmente contro i massoni; fra gli uccisi vi fu il massone Giovanni Becciolini, accorso in difesa del suo venerabile. Il 12 ottobre vennero assalite le sedi di Palazzo Giustiniani e di Piazza del Gesù. Il 4 novembre il massone Tito Zaniboni, ex combattente pluridecorato, fu arrestato mentre si accingeva a sparare contro il duce, dopo che per settimane la polizia aveva seguito passo passo la preparazione dell'attentato. Seguì l'arresto del generale Luigi Capello, massone e considerato suo complice, l'occupazione poliziesca delle sedi massoniche e una nuova ondata di violenze[2].

In tale l'atmosfera il 22 novembre Torrigiani decretò lo scioglimento di tutte le logge del regno, riservando al Grande Oriente, come Istituzione, il compito di continuare la vita dell'Ordine[3].

La scomparsa della massoneria era il preludio ‑ secondo l'espressione usata da Croce il 20 novembre – della “distruzione del sistema liberale”. Ed essa infatti venne perfezionata nel corso dell'anno seguente. Fu ancora un attentato, il colpo di pistola sparato contro il duce il 26 ottobre 1926 a Bologna dal giovane Anteo Zamboni, il quale venne ammazzato immediatamente, a dare il destro ai fascisti per un'ennesima ondata di violenze fisiche, prontamente seguita dalla violenza legale spinta al massimo grado: cioè la promulgazione, in novembre, delle "leggi eccezionali", che sciolsero tutti i partiti tranne quello fascista, dichiararono la decadenza di tutti i deputati liberamente eletti, soppressero la libertà di stampa e istituirono il tribunale speciale contro gli oppositori del fascismo.

Questo era il tragico epilogo di una spirale di violenze che avevano colpito le forze antifasciste tra cui naturalmente anche i repubblicani.

Il Partito Repubblicano Italiano (PRI) e i suoi più noti dirigenti e militanti furono al centro delle violenze squadristiche. La sede romana del partito e la redazione della "Voce repubblicana" furono assaltate e distrutte. Stessa sorte subirono le attività professionali dei deputati Eugenio Chiesa, Guido Bergamo e Giovanni Conti. Parlamentari e esponenti di primo piano come Ferdinando Schiavetti, Mario Razzini, Randolfo Pacciardi, Mario Angeloni, Egidio Reale, l'onorevole Cipriano Facchinetti, per citare solo i più noti, patirono aggressioni, minacce e arresti arbitrari.

In questo clima l'unica forma di resistenza al regime era la ricostruzione delle organizzazioni politiche, sindacali e sociali in esilio con il duplice scopo di mantenere in vita le basi di un sistema democratico e organizzare, sia all'estero che in Italia, una valida lotta antifascista.

Nel gennaio del 1927 la direzione del PRI dava la notizia del suo trasferimento a Parigi, con il seguente comunicato: «La battaglia è stata condotta per oltre cinque anni con la parola e con la penna, con il personale esempio, in mezzo ad ogni difficoltà di sorta e spesso non immaginabili, con una fede, una costanza, con una chiaroveggenza, che avrebbe dovuto rendere pensosi gli stessi avversari se questi non fossero privi d'ogni capacità di comprensione e d'ogni senso d'equilibrio. Questa battaglia ora continua più serena e più decisa che mai. La continuazione della battaglia è il diritto che rivendichiamo per noi stessi e per tutti gli oppressi; è il dovere che abbiamo promesso di compiere...».[4]

Ricostituita principalmente attraverso l'opera dell'ex-deputato Mario Bergamo, la nuova direzione era composta da tutti i membri, in esilio, di quella eletta dal Congresso di Milano del 1925: Mario Bergamo (segretario) Francesco Volterra (vice-segretario) Fernando Schiavetti, Cipriano Facchinetti a cui si aggiunsero successivamente Eugenio Chiesa, Giuseppe Chiostergi, Aurelio Natoli e Mario Pistocchi che fu nominato segretario amministrativo[5].

La nuova Direzione repubblicana poteva contare su un ambiente ben strutturato di circoli e associazioni di ispirazione mazziniana e repubblicana formatosi nell'emigrazione economica e successivamente rafforzatosi politicamente attraverso l'impegno dell’iniziale ondata di fuoriusciti antifascisti dei primi anni venti. Parigi era sicuramente il centro più importante, animato da Aurelio Natoli corrispondente della "Voce repubblicana" dalla Francia, che godeva di profonda stima nell'ambiente democratico francese. Altri gruppi importanti esistevano a Marsiglia, dove si stabilì Fernando Schiavetti, in Alsazia-Lorena e nel Lussemburgo. In Svizzera operavano Randolfo Pacciardi a Lugano, Giuseppe Chiostergi e Egidio Reale a Ginevra. I vari gruppi repubblicani avevano dato vita alla Federazione repubblicani italiani residenti in Europa (FRIE)[6].

Oltre al rafforzamento dei collegamenti già esistenti, operato attraverso la FRIE, la nuova Direzione si impegnò, con successo, a uno sforzo organizzativo finalizzato alla creazione di nuove sezioni. In poco tempo operarono una trentina di sezioni di Partito con circa 700 iscritti, numero considerevole se si tiene conto della difficoltà del periodo in esame e della struttura, non di massa, del Partito Repubblicano[7].

L'organo della FRIE, "L'Italia del Popolo", divenne, dopo la piena assunzione del controllo delle sezioni all'estero, il bollettino ufficiale del PRI.

Parallelamente alla ricostruzione della struttura organizzativa all'estero la dirigenza repubblicana dovette affrontare il problema di costituire una organizzazione clandestina in Italia. La Direzione non poteva contare su una rete clandestina strutturata ma dovette affidarsi all'impegno e al sacrificio dei singoli militanti soprattutto nelle regioni con forte tradizione repubblicana come la Romagna dove operò Mario Angeloni, figura emergente del repubblicanismo italiano[8]. Malgrado la costituzione di un comitato provvisorio a Milano[9] praticamente non esistette mai una organizzazione clandestina in Italia anche se molti repubblicani aderirono a organizzazioni antifasciste d'ispirazione repubblicano-socialista come la "Giovine Italia" o al movimento "Giustizia e Libertà".

L'aggregazione delle forze antifasciste in esilio risultò subito un impegno prioritario e i primi passi furono compiuti prima della promulgazione delle leggi del novembre 1926 che provocarono quella che l'eminente storico Aldo Garosci definì «la terza ondata dell'emigrazione politica antifascista»[10] . Già nell'agosto del 1926 la FRIE aveva lanciato la proposta di creare un organismo unitario delle forze antifasciste che superasse le ostilità e le incomprensioni, soprattutto tra socialisti e repubblicani, che in buona parte avevano agevolato l'avvento del fascismo[11].

Giudicando inopportuna una organizzazione unitaria con adesioni individuali - che secondo il socialista riformista Giuseppe Emanuele Modigliani avrebbe acuito la crisi dei partiti che faticosamente si ricostruivano in esilio - nei primi mesi del 1927 prese corpo l'idea di una "concentrazione d'azione" in cui i partiti pur mantenendo la loro fisionomia e struttura collaborassero a un programma minimo di lotta antifascista. Su questa proposta, caldeggiata soprattutto dai socialisti riformisti, il gruppo dirigente repubblicano di divise in tre posizioni. I contrasti non riguardavano l'unione delle forze antifasciste in esilio, principio sul quale tutta la dirigenza concordava, ma sulla struttura da dare alla nuova organizzazione.

La prima posizione, appoggiata da Facchinetti, Chiostergi e Natoli, era favorevole alla proposta social-riformista del mantenimento delle strutture partitiche delegando al nuovo organismo i compiti di coordinamento della lotta antifascista. Mario Bergamo, segretario del Partito, auspicava invece la creazione di una alleanza politica e non solo un "coordinamento operativo", su un preciso programma che includesse, tra i punti principali, la questione istituzionale. Infine Volterra e Schiavetti, leader della sinistra repubblicana, osteggiavano qualsiasi unione o alleanza tra i vecchi partiti pre-fascisti, che denunciavano come una sorta di nuovo Aventino, e proponevano la creazione di un movimento unitario d'ispirazione repubblicano-socialista.

Dopo un lungo e vivace dibattito prevalse la prima posizione e nel marzo del 1927 il PRI aderiva alla "Concentrazione antifascista" composta dal Partito Socialista Italiano (PSI), Partito Socialista Unitario dei Lavoratori Italiani (PSULI), Confederazione Italiana del Lavoro (CGL) e Lega Italiana dei diritti dell'uomo (LIDU)[12].

I rapporti tra PRI e Concentrazione Antifascista furono sempre sul piano organizzativo molto difficili, risentendo dell'acceso dibattito politico che contraddistinse l'ambiente repubblicano sulla questione, diviso tra l'ala "tradizionalista" favorevole e quella di "sinistra" contraria.

Malgrado l'incoerente impegno, che portò a un certo punto all'abbandono temporaneo dell'organizzazione, i repubblicani riuscirono ad imporre, a tutto lo schieramento riunito nella Concentrazione, che la lotta antifascista fosse strettamente collegata a quella antimonarchica impegnando la Concentrazione a dichiarare « di considerare come unica la lotta contro il fascismo e contro la monarchia italiana»[13] con il fine di instaurare una repubblica democratica dei lavoratori.

Con questa dichiarazione i repubblicani non apparivano più gli antiquati e anacronistici continuatori di un ideale risorgimentale, ma la loro costante denuncia di una istituzione ritenuta per sua stessa natura antidemocratica, con rigurgiti autoritari, era diventata patrimonio dell'intero schieramento antifascista democratico[14]. Le cause che portarono a un pronunciamento antidinastico vanno principalmente ricercate nella delusione per il mancato intervento della Corona, auspicato dal movimento aventiniano, contro l'insorgente fenomeno fascista che provocò vaste aree di sfiducia persino in ambienti liberal-conservatori lungi da sentimenti repubblicani. Anche in campo socialista, dove il problema istituzionale era sempre stato considerato marginale, sorsero, soprattutto ad opera di Pietro Nenni e Carlo Rosselli, i primi sintomi di autocritica. I soli oppositori al pronunciamento repubblicano rimasero i socialisti riformisti che speravano in un intervento del Re che deponesse Mussolini nel momento in cui fossero scoppiate le contraddizioni interne del fascismo e la crisi economica italiana fosse diventata drammatica. L'adesione alla pregiudiziale repubblicana venne rafforzata in seguito dall'ulteriore cedimento della Monarchia che concesse al Gran Consiglio fascista il diritto d’intervento su alcune questioni di successione dinastica e dalla stipula dei Patti Lateranensi che risvegliò nei repubblicani il mai sopito spirito anticlericale, d'origine risorgimental-massonico, e permise di accusare il regime e di conseguenza la Monarchia di avere con il Concordato riconsegnato «…. l'Italia al prete, il fanciullo alla scuola religiosa, il pensiero al doppio carcere dell'oppressione fascista e del dogma clericale»[15] .

Se fino al 1926 la lotta antifascista era una questione interna italiana, con la diffusione dei regimi filo-fascisti nell'Europa centrale e balcanica il problema assunse una valenza internazionale. La ricostruzione dei partiti politici italiani in esilio e la creazione della "Concentrazione antifascista" contribuì alla presa di coscienza sul pericolo che il fascismo rappresentava per la democrazia e la pace in Europa. Il PRI svolse efficacemente quest'opera di propaganda grazie agli ottimi rapporti instaurati con la democrazia radicale francese fin dalla seconda metà dell'Ottocento e rafforzatasi con la scelta interventista a favore dell'Intesa nella Prima guerra mondiale.

Un altro fattore che agevolò l'attività del partito in esilio fu, paradossalmente, il fatto che fosse un partito d'opinione e non di massa. Questa condizione gli permise di godere di un prestigio all'interno dello schieramento politico italiano superiore a quello acquisito nel periodo pre-fascista e lo pose al riparo dai problemi di identità politica di cui furono soggetti partiti tradizionalmente di massa come il PSI e il PSULI che, continuando a richiamarsi alle masse lavoratrici italiane senza avere con esse un reale rapporto, vissero una stagione di apatia profonda e di dissidi interni che ebbero una ricaduta negativa su tutto l'ambiente antifascista in esilio.

Se i partiti d'ispirazione socialista e comunista potevano contare sull'appoggio delle rispettive Internazionali e delle loro sezioni nazionali, i repubblicani godettero delle simpatie degli ambienti democratici-radicali francesi tramite i buoni uffici della massoneria transalpina e della Ligue française des droits de l'homme (LFDH), organizzazione forte di 1800 sezioni e 140.000 iscritti. La Ligue era la massima espressione del solidarismo di matrice radical-massonica e svolse un ruolo non indifferente nella laicizzazione della società francese fin dai tempi dell'affare Dreyfus.

Se inizialmente la Ligue si occupava in prima persona della difesa e dell'assistenza dei profughi di ogni paese, con l'arrivo massiccio di esuli provenienti dall'Unione Sovietica e dai paesi dove si era instaurata una dittatura fascista il compito venne delegato alle organizzazioni nazionali. Così, oltre alle già esistenti leghe tedesca, bulgara, spagnola, portoghese, nel 1923 venne creata la Lega italiana dei diritti dell'uomo (LIDU)[16] su iniziativa dei rappresentanti dello schieramento interventista democratico come il socialista riformista Luigi Campolonghi, il repubblicano Aurelio Natoli, il sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris e il massone Ubaldo Triaca[17].

Le competenze della LIDU erano fondamentalmente di carattere assistenziale e di difesa degli esuli politici. Riguardavano soprattutto l'ottenimento di documenti che permettessero lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa, d’assistenza agli esuli in particolari difficoltà economiche e di difesa, in collaborazione con la consorella francese, contro gli arbitrii polizieschi e giudiziari (espulsioni, mancata concessione o rinnovo del permesso di soggiorno).

Oltre alla funzione assistenziale nel 1926 assunse, seguendo le orme della sezione francese, un impegno politico e divenne, grazie all'azione di Campolonghi e De Ambris, il punto di riferimento dell'antifascismo non comunista, ruolo che in seguito assunse la “Concentrazione Antifascista” e di cui la LIDU ne fu la promotrice. All'interno della “Concentrazione” svolse un importante lavoro di assorbimento dei contrasti e, forte di un apparato con trecento membri attivi, supplì alle carenze organizzative “concentrazioniste” per quanto concerne la propaganda antifascista nei piccoli centri di provincia dove mancavano nuclei politici organizzati. Seppur organicamente strutturata nell'organizzazione unitaria antifascista diede sempre spazio e voce alle minoranze non rappresentate ufficialmente e persino a singoli militanti comunisti che in alcuni casi usufruirono della sua assistenza (anche se la Direzione del Partito ne osteggiava l'attività accusandola di essere una filiazione massonica). Oltre al Partito Comunista d'Italia che accusava la Lega di essere « uno strumento di cui si serve la borghesia (oggi imperialismo) per sottomettere le grandi masse lavoratrici al proprio dominio di classe»[18] anche gli anarchici intransigenti, attraverso Armando Borghi e Camillo Berneri, assunsero posizioni ostili ufficialmente perchè imputavano alla Lega un ruolo controrivoluzionario e la volontà di instaurare in Italia, in nome di una "Internazionale borghese", una repubblica di stampo conservatore. In pratica, a nostro avviso, giocava in questa opposizione l'esplicito disprezzo provato da Berneri e Borghi nei confronti di Campolonghi e De Ambris, non come dirigenti della Lega, ma come affiliati alla massoneria[19] .

I repubblicani aderirono in massa e i maggiori esponenti del Partito assunsero incarichi di dirigenza. Giuseppe Chiostergi fondò a Ginevra, nel 1926, la prima sezione in terra elvetica e la sua casa divenne il rifugio per molti antifascisti italiani in transito per la Svizzera come il futuro presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini[20], Cipriano Facchinetti era membro della commissione esecutiva mentre Mario Pistocchi era membro del Comitato centrale. Mario Angeloni svolse un ruolo cruciale nei rapporti tra PRI, LIDU e Grande Oriente d’Italia (GOI). Convinto sostenitore dell'unità antifascista, venne eletto nel Comitato direttivo della Lega dopo un vibrante discorso, tenuto nel Congresso di Chambery del 1932, dove dichiarò, parlando idealmente a nome degli antifascisti che lottavano in clandestinità, che «in Italia, le divisioni non sono comprese: esse sono giudicate come un tradimento dei doveri rivoluzionari»[21].

Contemporaneamente cercò, aderendo alla minoranza tradizionalista repubblicana, di migliorare i rapporti tra Lega e PRI, resi tesi dalla sinistra repubblicana che aveva conquistato provvisoriamente la maggioranza nel Congresso di Saint-Louis del 1932. La maggioranza di sinistra era però composita e politicamente debole. La teneva unita non un progetto politico ben definito ma l'ostilità contro la “Concentrazione Antifascista”, i socialisti riformisti, la massoneria. Mario Angeloni rappresentava l’archetipo dell’avversario interno: antifascista unitario, stimato dai socialisti riformisti e persino dai comunisti (per via del suo passato di militante clandestino e compagno di prigione di Antonio Gramsci), figlio di massone ed egli stesso iniziato. Il repubblicano perugino incarnava sotto tutti gli aspetti la figura simbolo della minoranza repubblicana all'opposizione. A parte i problemi sorti durante la direzione di sinistra, gli ottimi rapporti repubblicani-leghisti vennero mantenuti principalmente, prima dell'arrivo di Angeloni in Francia, da Eugenio Chiesa. L’anziano dirigente repubblicano, nominato in rappresentanza della LIDU nell'esecutivo della "Federation Internationale des Ligues des Droits de l'Homme"[22], agevolò i contatti con esponenti e organizzazioni della sinistra radicale della III Repubblica, contatti agevolati anche attraverso i buoni uffici di Ubaldo Triaca, Venerabile della Loggia "Italia" all'obbedienza della Grande Loge de France e di Campolonghi, che godeva della stima e della amicizia di personalità politiche come Edouard Herriot, Victor Basch, Leon Blum e Raymond Poincaré[23] .

I repubblicani esercitarono nella LIDU, come d’altro canto nella “Concentrazione”, una decisa azione antidinastica che si concretizzò con un ordine del giorno che dichiarava «inammissibile nella Lega chiunque persistesse nel riconoscere la Monarchia sabauda la possibilità di assumere una parte storica nello sviluppo della vita italiana»[24] e tale atteggiamento portò all'allontanamento del cattolico Giuseppe Donati, reo di aver difeso il Concordato. Anche in questo caso i socialisti riformisti funsero da freno al radicalismo repubblicano moderando la polemica e spostando l'accento sulla condanna per la connivenza della Monarchia con il regime e non l'istituzione in se stessa. Illuminante a questo proposito in commento di Campolonghi che preoccupato del clima polemico instauratosi non solo su questo argomento, scrisse « Il fatto stesso che le discussioni fra gli antifascisti tendano a invelenirsi e a riassumere il tono, delle vecchie discordie, dimostra che, prima di levarsi contro il fascismo degli altri, sarà mestiere che combattiamo un pochino anche quel tanto di fascismo che è in noi.»[25]

La ricostruzione del movimento repubblicano italiano in esilio e l’attività della LIDU posero le premesse di una ripresa organizzata all'estero della massoneria italiana (si noti che le logge del GOI costituite all'estero non rientravano nello scioglimento decretato alla fine del 1925 da Torrigiani), mentre in Italia la triste sorte dell'Istituzione si rifletteva in quella dei suoi massimi dirigenti. Il Gran Maestro, rientrato nell'aprile 1927 dalla Provenza dove era in cura per la malferma salute, al fine di testimoniare al processo intentato contro Capello, venne condannato al confino e deportato a Lipari. Fu poi confinato a Ponza dove, nel 1931, fondò la loggia “Pisacane”[26], di cui fecero parte tra gli altri il liberale Placido Martini e il comunista Silvio Campanile che saranno trucidati alle Fosse Ardeatine. Infine, tornato semicieco nella sua casa di Lamporecchio, Torrigiani vi spirò il 31 agosto 1932.

Il Gran Maestro aggiunto Giuseppe Meoni, nominato da Torrigiani presidente del Comitato coordinatore per la gestione dei beni dell'Istituzione, venne anch'egli condannato nel maggio 1929 a 5 anni di confino e deportato a Ponza[27]. Nello stesso mese Ettore Ferrari fu denunziato con l'accusa di aver tentato di riorganizzare la massoneria. Il 30 maggio egli trasmise i suoi poteri di Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico e Accettato (RSAA) al suo luogotenente, Giuseppe Leti [28] e poco dopo, il 19 agosto, spirò a Roma , all'età di 84 anni.

Del resto, l'11 febbraio 1929 la firma dei trattati del Laterano conclusi fra Mussolini e la Santa Sede era apparsa come la vittoria dell'antirisorgimento e come la sconfitta definitiva del tipo di istanza laica rappresentata per settanta anni dalla massoneria nella vita italiana.

Se il 1929 era stato un anno di sconfitte per gli avversari del fascismo, esso aveva anche registrato una loro significativa vittoria: la fuga da Lipari, in luglio, di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e del massone Francesco Fausto Nitti, la quale dimostrava che il coordinamento tra iniziativa degli esuli e azione interna portava al successo [29].

A questo inizio di riscossa seguì, il 12 gennaio 1930, la ricostituzione in esilio del Grande Oriente d'Italia.

Nei quattro anni che precedettero la ricostruzione dell'obbedienza di Palazzo Giustiniani in esilio il testimone venne assunto dalle logge operanti in Argentina, e quindi non toccate dal decreto di scioglimento di Torrigiani, che sotto la guida di Alessandro Tedeschi si costituirono in un comitato che decise di continuare i lavori massonici come se il Grande Oriente d’Italia esistesse e di coordinare le logge italiane fuori dalla penisola finché l’obbedienza italiana non si fosse ricostituita. Indubbiamente, come sottolineò Tedeschi in un promemoria inviato a tutte le Potenze massoniche, questa iniziativa rese un grande servizio alla «sopravvivenza senza interruzione» del GOI[30]. Parallelamente in Francia il ruolo di collegamento tra gli esuli massoni venne svolto dalla Loggia "Italia" all'obbedienza della Grande Loge de France (GLF),[31] e in particolare dal suo Venerabile Ubaldo Triaca, tra l’altro garante d'amicizia con il GOI del quale il Gran Maestro Domizio Torrigiani nel 1922, ne aveva richiesto la destituzione per eccessivo "antifascismo", richiesta respinta dal Consiglio dell'obbedienza transalpina[32]. Dalla loggia "Italia", costituita nel 1913, nacque con lo specifico scopo di raggruppare i massoni italiani in esilio, la loggia "Nuova Italia" di cui il Maestro Venerabile era il presidente della sezione parigina della LIDU, Antonio Coen [33] .

La sede del GOI veniva stabilita ufficialmente all'Oriente di Londra (con indirizzo in Sheriff Road 2, West Hampstead, London 6, presso la sede dell’attività professionale del noto massone italiano Francesco Galasso da tempo emigrato in Inghilterra[34]), ma praticamente funzionava a Parigi, dove venne trasferita formalmente nel 1932. Essendo al confino il Gran Maestro Torrigiani e il suo aggiunto Meoni, la direzione venne assunta dal deputato repubblicano Eugenio Chiesa, nominato secondo Gran Maestro aggiunto. Chiesa era ben noto, oltre che per il suo impegno come dirigente repubblicano e della LIDU, per il suo intervento alla Camera del 12 giugno 1924, pochi giorni dopo la scomparsa di Matteotti: dinanzi a Mussolini, rimasto in silenzio di fronte a un'interrogazione del socialista Enrico Gonzales, egli era esploso nel grido: «Risponda il capo del governo! Risponda! Tace! E' complice!»[35]. Grazie al suo prestigio e all'energica azione di propaganda da lui svolta, attraverso un serie di conferenze in Svizzera e il Francia fra il 1928 e il 1930, la partecipazione massonica allo schieramento antifascista divenne decisiva [36].

Dopo la sua morte, avvenuta il 22 giugno 1930 a Giverny, località della Normandia dove si era ritirato per curare il cuore malato, gli succedette il socialista riformista Arturo Labriola, già ministro del Lavoro con Giolitti.

Alla guida del GOI venne affiancato da Cipriano Facchinetti, Primo Gran Sorvegliante e futuro Maestro Venerabile della Loggia giustinianea "Eugenio Chiesa" di Parigi; Francesco Galasso, Secondo Gran Sorvegliante; Alessandro Tedeschi, Oratore; Alberto Giannini, Gran Segretario. Giuseppe Leti (oltre che capo del Rito Scozzese) era presidente dell'Assemblea, di cui facevano parte Cesare Lazzari in qualità di segretario e Francesco Fausto Nitti.

Oltre a Facchinetti, Tedeschi, Leti, Lazzari ai vertici della massoneria giustinianea erano presenti altri repubblicani come Giacomo Carasso, Nino Corcovado, Aurelio Natoli e Mario Pistocchi, Maestro Venerabile della Loggia "Italia" nel 1932,[37] tutti appartenenti alle Logge francesi "Italia" e "Nuova Italia", e successivamente, con la ricostruzione del GOI, alla Loggia "Giovanni Amendola" con sede a Parigi.

Nel Rito Scozzese Antico ed Accettato oltre al citato Giuseppe Leti, Sovrano Gran Commendatore e infaticabile mediatore nel rissoso ambiente antifascista democratico, troviamo il repubblicano Giuseppe Chiostergi, esule in Svizzera e membro della Loggia "Fidelité et progresse"[38], che farà parte dal 1933 della direzione repubblicana insieme ai massoni Mario Angeloni e Randolfo Pacciardi. Pacciardi ricoprirà la carica di segretario del PRI nel 1933, con vicesegretario Angeloni, a cui succederà nel 1934 lo stesso Chiostergi.

In una circolare datata 15 marzo 1931 e inviata in occasione del primo anniversario della ricostruzione del GOI, Labriola tracciava le tappe salienti del processo riorganizzativo ma soprattutto caldeggiava il riconoscimento da parte delle altre Obbedienze: «L'Assemblea costituente - affermava Labriola - dichiarò costituito il detto nostro Gr... Oriente, che proclamò indipendente, sovrano, prosecutore dell'antica nostra Organizzazione di palazzo Giustiniani, riconosciuta già da pressoché tutte le potenze massoniche del mondo, e Membro fondatore dell'Associazione Massonica Internazionale (AMI). Dichiarò di adottare per se stesso e per le Logge tutti gli statuti, i regolamenti, le norme, gli usi che erano in onore a Palazzo Giustiniani, senza nulla innovare. Data l'identità dell'organo, identità di leggi e di costumi, come c'era identità di persone e di Loggie, deliberò di lasciare vacanti i posti di Gr... Maestro e di Primo Gr\ Maestro Aggiunto, per lasciarli a disposizione rispettivamente dei cari FF... Torrigiani e Meoni, che li detennero già; o di quegli altri che la grande massa dei fratelli vorrà eventualmente sostituire loro, quando l'ordine potrà rientrare in Italia, nella sua sede di palazzo Giustiniani, perchè noi abbiamo ubbidito a necessità e a vedute d'ordine superiore, non a vanità personale. Elesse un Governo e un Consiglio dell'Ordine provvisorii, colla intesa che tutti saremo dimissionarii alla rientrata in Italia. E frattanto mise a capo dell'Ordine un secondo Gran Maestro Aggiunto, che fu prima il Potentiss... F... Eugenio Chiesa, passato prematuramente all'Oriente Eterno, e che oggi sono io.» Ma la preoccupazione principale per Labriola era la mancanza riconoscimenti e di aiuti sia morali che materiali da parte delle Istituzioni massoniche europee e americane: «La ricostruzione del Grande Oriente era necessaria, per riprendere e non far disperdere - a tutto profitto delle reazioni- la tradizione massonica italiana...Solo irregolarità di forma e non di sostanza il fatto di aver dovuto rivivere in territorio straniero, e di dovervi vivere per ora provvisoriamente. Voi comprendete, illustre Potentiss... Fratello, come ciò davvero non fosse nostro desiderio, come non è di nostro interesse; ciò risponde a ragioni di inevitabile e contingente necessità del momento...I Fratelli italiani dell'interno e dell'estero, che io rappresento, sebbene provati da sventure, dolori e danni senza misura e oltre il verosimile, non piegano, non mutano, resistono, attendono, ma hanno bisogno di trovare, nei buoni Fratelli di tutto il mondo, fraternità morale, gioiosa, unanime. Io sento che Voi ed i Vostri Collaboratori ci dimostrerete in tutta la Vostra più generosa solidarietà, nel nome dei comuni ideali, nel ricordo delle nostre antiche relazioni, nell'interesse dell'unità massonica.... Io vi prego di volermi onorare presto di Vostra risposta, e di volere disporre il rinnovo fra Noi dei rispettivi Nostri Garanti d'Amicizia...»[39]

Per rafforzare la credibilità e l’autorità del nuovo organismo massonico il Gran Maestro sottolineava anche la volontà di Ettore Ferrari di riattivare il Supremo Consiglio del RSAA che, attraverso l’instancabile lavoro di Leti, avrebbe rafforzato il prestigio della massoneria regolare italiana in esilio. Il mazziniano e massone Giuseppe Leti rimane senza dubbio la figura più rappresentativa della convergenza iniziatico-politica in esame. Massima autorità in campo iniziatico svolse una attiva militanza politica che lo portò a stretto contatto con i maggiori esponenti antifascisti italiani, in alcuni casi ben lungi da simpatie massoniche, come Francesco Saverio Nitti, Alberto Cianca, Pietro Nenni, Filippo Turati, Emanuele Modigliani, Emilio Lussu, di cui godette della loro stima e amicizia, pur sapendolo «intinto di pece massonica» come scrisse, con amichevole ironia, Filippo Turati[40]. Nel 1931, in seguito alla grave crisi della “Concentrazione antifascista” dovuta allo scontro tra il movimento “Giustizia e Libertà” (GL) e il PRI (sul ruolo che doveva svolgere il movimento repubblicano clandestino "Giovane Italia" e sul patto d’alleanza tra il Partito Socialista Italiano e GL) venne nominata una commissione formata da Leti, per il PRI e con incarico di presidente, Nenni per il PSI, Quaglino per la Confederazione Generale del Lavoro (CGL) e Bosso per la LIDU, con lo scopo di tentare una mediazione tra le parti e preparare l'ingresso di “Giustizia e Libertà” nella “Concentrazione”. Nella positiva soluzione del problema giocò un ruolo fondamentale la figura di Leti grazie alle buone relazioni instaurate con tutte le organizzazioni antifasciste in esilio[41].

Se le relazioni repubblicane-massoniche da una parte agevolarono la collaborazione tra le forze antifasciste e rafforzarono i contatti del PRI con l'ambiente democratico francese, dall'altra influenzarono la vita del GOI che nel 1930 si schierò, rompendo una tradizione di imparzialità politico-istituzionale, apertamente per una svolta repubblicana affermando che «Il Grande Oriente, esaminata la situazione italiana, indipendentemente da ogni pregiudiziale di partito, afferma che la crisi italiana è ormai nettamente caratterizzata dalla necessità della conquista rivoluzionaria di istituti repubblicani che garantiscano al popolo l'esercizio dei diritti consacrati dal trinomio massonico ed invita la Giunta esecutiva del Grande Oriente a ispirare a tali concetti la propria azione»[42].

Anche sul problema della sottovalutazione internazionale del fenomeno fascista e sulla conseguente necessità di una maggiore collaborazione tra le forze democratiche e laiche per fronteggiarlo incontriamo una significativa convergenza tra repubblicanesimo e massoneria. La difficoltà, soprattutto da parte delle comunioni massoniche anglosassoni, di capire il drammatico momento che attraversava l'Europa continentale, suscitò una dura presa di posizione del Primo Gran Sorvegliante del GOI, il repubblicano e ex-onorevole Cipriano Faccinetti, secondo cui la massoneria internazionale «dorme e non si accorge o finge di non accorgersi che si prepara una nuova guerra» e che «ormai 10 Stati Europei sono nelle mani dell'Autocrazia, in 10 Stati non vi è più parlamento, libertà di parola, libertà di riunione»[43] .

I massoni italiani, infine, contribuirono in modo rilevante al sostegno delle attività antifasciste grazie ai collegamenti, a livello personale e individuale, con i "fratelli" francesi e d'oltreoceano anche se è da ritenersi una montatura del regime fascista l'accusa lanciata alla massoneria internazionale, come istituzione, di essere la finanziatrice occulta dell'antifascismo.

Anche in questo caso risultarono fondamentali l'opera e le relazioni di Giuseppe Leti. Dopo un intenso carteggiò con il Sovrano Gran Commendatore, Charles Fama e Arturo Di Pietro costituirono negli USA la società nazionale "Fides", con chiara influenza massonica tanto che il consiglio direttivo era formato da sette massoni, un repubblicano e un socialista. Oltre alla sovvenzione del bollettino "Italia" sponsorizzato da Francesco Saverio Nitti, Eugenio Chiesa e con Filippo Turati direttore, la "Fides" svolse una intensa propaganda antifascista nella comunità italo-americana in particolare e nell'opinione pubblica nord-americana in generale, in collaborazione con la sezione di Washington della Lega dei diritti dell'uomo. Per ultimo, ma non per importanza, si impegnò nella raccolta di fondi da destinare all'antifascismo esule in Europa, fondi che, inviati a Leti, vennero gestiti da un comitato composto da tre membri in rappresentanza del Grande Oriente d’Italia, di Giustizia e Libertà e della “Concentrazione Antifascista”[44] .

Il 29 novembre 1931, al dimissionario Arturo Labriola, succedette nella carica di Gran Maestro Alessandro Tedeschi, stimato medico della comunità italiana di Buenos Aires e fervente mazziniano, che dopo una lunga permanenza in Argentina, agli inizi degli anni trenta aveva deciso di stabilirsi in Francia per collaborare alla rinascita della massoneria in esilio.

Fin dalla sua prima “balaustra”[45] Tedeschi volle ribadire che la sua gran maestranza si inseriva in quel “afflato mazziniano” che aveva accompagnato e ispirato i suoi predecessori, sottolineando, con toni profetici, che la massoneria avrebbe fatto la sua parte per la realizzazione di un «fine pieno di luce e forse anche pieno di sangue» ossia la liberazione dell’Italia dalla dittatura e il ripristino della libertà «in quella terra, che fu la patria di tutte le libertà, e le cui tradizioni laiche e repubblicane risuonano in tutti i secoli della sua storia»[46]. Questo richiamo alle tradizioni repubblicane confermava la linea dell’abbandono dell’imparzialità politico-istituzionale, precedentemente citata, da parte dei vertici dell’Istituzione.

Ma il primo dei problemi che il nuovo Gran Maestro dovette subito affrontare non fu di carattere politico, quindi esterno, ma uno totalmente e drammaticamente all’interno del mondo della libera-muratoria: la ricollocazione dell’Obbedienza italiana in esilio nel tessuto delle relazioni massoniche internazionali.

La questione, già sollevata da Labriola nel suo accorato appello, non aveva fatto dei passi in avanti e procedeva con difficoltà, sia per effetto della situazione atipica in cui si trovava il Grande Oriente d’Italia, sia per l'ottusità di quei dirigenti massonici stranieri i quali tardavano a capire cosa fosse una dittatura fascista e in quali difficoltà si trovassero i massoni italiani.

In una lettera alla dirigenza dell'Associazione Massonica Internazionale, da lui firmata il 13 giugno 1930, pochi giorni prima della morte, Eugenio Chiesa elencava le ragioni ‑ fra cui l'adesione delle logge del GOI all'estero ‑ che avrebbero dovuto far ammettere la sua massoneria esule nell'associazione. In questa missiva rifiutava inoltre le richieste assurde, da taluno formulate, di fusione, a quel punto, con Piazza del Gesù e di ritorno in Italia, e commentava amaramente: «Quando si scriverà la storia della nostra grande famiglia in Italia, sarà difficile alla Massoneria straniera, in particolare agli alti gradi scozzesi, di scolparsi delle sue gravi responsabilità»[47].

«Cinismo indegno» ribadirono esattamente quattro anni dopo Leti e Tedeschi nelle loro vesti rispettivamente di Sovrano Gran Commendatore del RSAA e di Gran Maestro del GOI ad un ennesimo e ridicolo rifiuto da parte dell’AMI di riconoscere l’Obbedienza italiana in esilio finché non avesse logge che operassero in Italia, rifiuto motivato con il fatto di non creare precedenti che mettessero in discussione il “dogma” della territorialità, ossia che le Obbedienze massoniche regolari non possono installare logge in paesi dove esiste già una Comunione libero-muratoria regolarmente costituita[48].

Anche negli anni seguenti i dirigenti del GOI in esilio continuarono a lamentare le incomprensioni nei loro confronti confermando quanto nel luglio 1932, dando alle stampe a Parigi (per un editore di Brooklyn) la sua Storia del Supremo Consiglio d’Italia, Leti aveva annotato «né la solidarietà mondiale, né quella più ristretta internazionale non hanno mai sufficientemente funzionato»[49].

Parole amare per colui che nel Congresso massonico internazionale del 1911, che si tenne a Roma, fu il relatore proprio sul tema “La solidarietà mondiale della massoneria”, relazione approvata all’unanimità dai Gran Maestri che erano convenuti nella “città eterna” ospiti del GOI.

Un mese dopo, il 31 agosto 1932, moriva Torrigiani. Tedeschi ne dava notizia ai fratelli stranieri, in una circolare listata a lutto, con accenti commossi[50]. Quindi, a seguito dell'Assemblea del 18 dicembre 1932, in cui si confermava la distribuzione delle cariche stabilita l'anno precedente[51], diramava un'altra circolare anch'essa listata a lutto, in cui associava il ricordo del Gran Maestro martire all'espressione del fermo proposito del GOI in esilio di continuare per la via intrapresa, inoltre alla aspirazione a «dare alla nostra patria, che ora ne è priva, libertà e giustizia». Da allora in poi, le commemorazioni di Torrigiani valsero più volte a destare le simpatie dei fratelli stranieri.

Alla fine di gennaio del 1933 l'ascesa al potere di Hitler in Germania sbloccò la situazione d'immobilismo della politica europea. Negli anni seguenti il dilagare progressivo del contagio fascista farà subire alle massonerie di vari paesi esperienze dolorose simili a quella italiana. Avrà inizio sul piano politico generale un movimento di risposta al fascismo, fra l'altro con la formazione dei Fronti popolari, teorizzata nell'agosto 1935 dall’Internazionale comunista e realizzata in Francia l'anno seguente. In tale movimento gli esuli antifascisti si troveranno variamente inseriti.

Il 29 giugno 1934 la prematura morte di Meoni aveva apposto un ulteriore suggello alle sofferenze della massoneria italiana. Il 2 settembre un'Assemblea ebbe luogo a Reignac nella Gironda, in casa di Tedeschi, il quale accennò all'avvenuto rilancio dell'iniziativa massonica nella penisola[52] e ribadì ai “fratelli” in esilio «la coerenza, lo spirito di sacrificio, l’austerità dei costumi, la disciplina»[53]. L’anno seguente egli propose, perdurando le tergiversazioni dell'AMI, di formare una lega delle massonerie perseguitate, progetto che si concretizzò nel 1937. Con l’inizio della guerra d'Etiopia si accentuò la dislocazione della situazione internazionale. In una sua balaustra Tedeschi ne additò con lungimiranza le future, nefaste conseguenze mentre altri invece furono indotti a quell'epoca, dall'apparente trionfo del regime fascista, a indecorose resipiscenze; tale fu il caso dell’ex-Gran Maestro Aggiunto Arturo Labriola, preceduto dal clamoroso voltafaccia dell’ex-Gran Segretario Alberto Giannini che, rientrato in Italia, aderì al fascismo e scrisse in seguito un libro pieno di acredine nei confronti del fuoriuscitismo in generale e della massoneria in particolare.[54]

La vittoria militare in Etiopia e la proclamazione dell'impero fascista furono causa, per molti italiani in patria, di un'ubriacatura nazionalistica, mentre si stava realizzando quanto Carlo Rosselli aveva previsto sin dal 1933, nell'articolo La guerra che torna[55]. Ma la rivolta militare, scoppiata nel luglio 1936 nel Marocco spagnolo contro il governo repubblicano di Madrid, fu come il sinistro crepitio di una di quelle fiammate fra i cespugli, che in breve divampano in un incendio spaventoso.

I massoni furono fra le vittime designate dalla coalizione reazionaria facente capo al generale Francisco Franco che il 18 luglio 1936 iniziò «una crociata contro la politica, il marxismo, la massoneria» scatenando una guerra civile, che durò quasi tre anni e fu il preludio sotto molti aspetti, ideologico, politico, militare, della Seconda conflagrazione mondiale.

In Spagna, oltre agli orrori della guerra, si instaurò un clima d’autentica persecuzione nei confronti dei massoni man mano che i nazionalisti conquistavano nuovi territori, coinvolgendo non solo i liberimuratori autentici ma tutti coloro che venivano indicati come tali. Appartenere alla massoneria significava la condanna a morte senza processo né appello: 30 esecuzioni avvennero a Salamanca, altrettante a Zaragoza, 15 a Logroño, 7 a Burgos, 17 a Ceuta, 24 a Algeciras, 30 a Valladolid e a Malaga, per 80 massoni l’esecuzione avvenne con la “vil garrota”, strumento che fu orrendamente usato dal regime franchista fino al 1974.

Questo isterismo non colpì solamente i vivi ma si abbatté anche sui morti con profanazione di tombe di massoni, tanto che nel 1938 un decreto impose la distruzione dei simboli libero-muratori nei cimiteri[56].

Di fronte a tanta violenza e consci che in terra spagnola erano in gioco i principi di libertà, eguaglianza e fratellanza numerosi massoni accorsero come volontari in difesa della repubblica democratica spagnola. Tra i casi più noti e tragici citiamo quelli del già ampiamente ricordato perugino Mario Angeloni, caduto mentre era a capo del reparto costituito da Carlo Rosselli, nella battaglia di Monte Pelato dell’agosto 1936 e dell’istriano Giordano Bruno Viezzoli che morì mentre partecipava col suo aereo alla difesa di Madrid[57], e alla cui memoria gli venne decretata la promozione al grado 18° del Rito Scozzese.

Notevole fu anche l’attivismo dimostrato da coloro, che pur non andando a combattere in terra iberica, si batterono per libertà del popolo spagnolo. Il Secondo Gran Sorvegliante Francesco Galasso ospitò nella sua abitazione londinese la redazione della rivista “Spain and the world”, rivista d’ispirazione libertaria alla quale collaborò anche George Orwell[58], e si adoperò per offrire ospitalità agli italiani che avevano combattuto nelle Brigate internazionali e che naturalmente non potevano rientrare, alla fine della guerra, nell’Italia fascista. In Svizzera Chiostergi sarà tra i promotori dell’associazione “Amici della Spagna repubblicana” e insieme ai giornalisti repubblicani e massoni Silvio Stringari, ex-redattore del “Gazzettino” costretto all’esilio per sfuggire alle violenze fascista, e Aurelio Natoli[59], pubblicò tre numeri speciali de “La voce repubblicana”, destinati alla diffusione clandestina in Italia, interamente dedicati alla lotta degli antifascisti italiani in Spagna[60].

Nel corso dell'Assemblea del GOI in esilio del 20 giugno 1937, che si tenne a Parigi nel tempio della Grande Loge de France in rue Puteaux, Facchinetti esaltò la partecipazione dei massoni alla guerra di Spagna, e il ricordo dei caduti venne collegato a quello dei fratelli Rosselli. Di ciò diede ragione anche la relazione sulla situazione politica svolta da Leti, che in precedenza, nel suo saggio del 1932, aveva evocato l'ideale dell'unione europea auspicando, da fedele seguace del pensiero repubblicano mazziniano, che questo nuovo soggetto statuale nascesse dal crollo dei troni europei e delle dittature esistenti dato che era inconcepibile «colla coesistenza dei troni degli Hohenzollern, degli Hasbourg, dei Romanoff» ma era possibile ora «che quei troni crollarono nella polvere insieme con altri, e che i pochi restati traballano quasi tutti»[61]. Ma Leti seppur condividendo il pensiero di Carlo Sforza che «le idee e i sentimenti che ogni europeo ha in comune, prendono maggior valore che non le idee i sentimenti che ci dividono»[62]era consapevole che questo cammino comune era lungo e preconizzava, con una lungimiranza straordinaria, passaggi intermedi con la creazione di unioni economiche e atteggiamenti comuni, nel campo della politica internazionale, dato che «l’unione europea non può sorgere ad un tratto, uno ictu; ma certe attitudini politiche internazionali, certi movimenti spirituali, e le unioni economiche possono a mano a mano trasformare codesta aspirazione in pratica realizzazione, dato che l’unione risponde a una necessità della produzione e a un bisogno generale di sicurezza»[63].

Ed è proprio con questo spirito “europeista” e di solidarietà antitotalitaria che il giorno seguente l’assemblea del GOI venne costituita, con la partecipazione di esponenti della massoneria spagnola, portoghese e di quella germanica, l' “Alleanza delle Massonerie perseguitate”, ideata da Tedeschi e da lui stesso presieduta. Nella conclusiva manifestazione esterna il Gran Maestro inneggiò all'azione del comandante della brigata internazionale Garibaldi, Randolfo Pacciardi[64].

Pacciardi, a quanto pare da recenti ricerche iniziato nel 1919 in una loggia di Grosseto[65], nel maggio 1938 intraprese un viaggio nel Stati Uniti ed ebbe dalla Gran Loggia di New York l'autorizzazione a visitare le officine di quello stato, al fine di «risolvere, nel caso eccezionalissimo, la posizione del riconoscimento di tutti i grandi orienti che per ragione di persecuzione della dittatura si trovassero in esilio»[66]. Ma a parte i massoni newyorkesi e malgrado l'approssimarsi del conflitto mondiale, quando era ormai chiara a tutti la natura dei regimi fascisti, le Obbedienze straniere continuarono in quelle tergiversazioni di cui tanto avevano sofferto i massoni del GOI.

La Seconda guerra mondiale ebbe inizio il 1° settembre 1939, quando le truppe tedesche attaccarono la Polonia senza dichiarazione di guerra. Della collettività dei massoni italiani esuli in Francia non faceva più parte Giuseppe Leti, morto il 1° giugno di quell'anno. Nel giugno dell'anno seguente, il crollo della Francia dopo poco più d'un mese dall'inizio dell'offensiva tedesca travolse anche i componenti del GOI in esilio, messi bruscamente di fronte all'alternativa fra la difficile fuga e l'imminente pericolo della prigionia e della morte.

In tale congiuntura Alessandro Tedeschi decretò che in caso di sua morte le logge all'obbedienza del GOI in esilio procedessero a nominare un suo successore, e raccomandò l'elezione del fratello Davide Augusto Albarin, un valdese stabilito ad Alessandria d'Egitto, che si era fatto notare per la sua attività e il suo impegno, fra l'altro costituendo in Egitto sezioni della Lidu.

Secondo una testimonianza di Augusto Bindi, Albarin «fu così regolarmente e all'unanimità eletto da tutte le logge della nostra Obbedienza operanti all'estero, in Francia, in Tunisia, in Egitto, in Siria, nel Brasile, nel Messico, in Argentina e in diversi orienti dell'America del nord e del sud»[67] E così, alla morte di Alessandro Tedeschi, avvenuta a St. Loubès il 19 agosto 1940, Albarin ne assunse la successione.

Coerente nel suo attivismo, unitamente al figlio Roberto e a un altro fratello della loggia "Cincinnato" di Alessandria d'Egitto, fondò un Gruppo di azione antifascista, collegato con la Resistenza francese, «sempre attivo e operante durante tutto il periodo di guerra, riuscendo a far uscire dai campi di concentramento molti italiani, ben conosciuti per i loro sentimenti antifascisti»[68], parecchi dei quali furono poi iniziati nella loggia "Cincinnato" o in logge egiziane.

Nell'agosto 1942, allorché le forze dell'Asse comandate da Rommel arrivarono a 100 chilometri da Alessandria, l'ambasciata britannica dispose l'evacuazione sua e della sua famiglia dalla città. Albarin trascorse qualche tempo a Betlemme, nel convento della Natività, dove, secondo una testimonianza di Bindi, della quale non abbiamo nessun altro riscontro ma se confermata avrebbe una forte valenza simbolica «fu l'animatore di numerose tenute massoniche, cui partecipavano fratelli di ogni nazionalità»[69].

Ma la prevalenza militare dell'Asse nell'Africa settentrionale non fu di lunga durata: il 23 ottobre 1942 il generale inglese Montgomery, ricevuti cospicui rinforzi, lanciò una controffensiva, centrata su El Alamein, che si concluse ai primi di novembre con la sconfitta e la disastrosa ritirata delle forze italo-germaniche, che ripararono in Tunisia. Frattanto, l'8 novembre, era avvenuto il poderoso sbarco angloamericano in Marocco e Algeria e, dopo qualche mese di stasi, il corpo italo-tedesco in Tunisia capitolò. La strada era aperta per l'invasione dell'Italia, che avvenne infatti il 10 luglio 1943 con lo sbarco alleato in Sicilia.

Dopo pochi giorni il contraccolpo politico di tale situazione militare fu il crollo del regime fascista, che si ebbe il 25 luglio con la caduta di Mussolini. Già il 26 luglio un gruppo di dirigenti massonici costituitosi in governo dell'Ordine proclamava la ripresa dei lavori del GOI[70], prescindendo dall'esistenza dell’Obbedienza in esilio.

Vi fu comunque uno jato organizzativo e uno stato di emarginazione di Albarin, anche per effetto delle drammatiche vicende che spezzarono l'Italia negli anni seguenti. Solo dopo la ricomposizione dell'unità del paese e della organizzazione massonica nazionale sotto la reggenza di Guido Lai, si provvide a sanare la situazione. Nella primavera del 1947 vi fu uno scambio di documenti: Albarin, con una sua balaustra diretta alle logge italiane all'estero, invitò tutti i fratelli alla sua Obbedienza a stringersi attorno alla nuova guida dell'Ordine, mentre egli riprendeva il suo posto fra le colonne della loggia "Cincinnato": nome che a questo punto appariva profetico. Da parte sua Lai, con un decreto datato 21 marzo 1947, riconosceva i meriti di Albarin e lo nominava Gran Maestro onorario ad vitam[71].

In conclusione nell’esilio antifascista esistette una stretta relazione tra repubblicani e massoni anche se all’interno delle Officine le specifiche e fondamentali regole che impediscono alle obbedienze massoniche di occuparsi di politica e religione, salvo rari casi in cui era in gioco la stessa vita delle istituzioni, furono rispettate. Infatti anche nel periodo in esame sia il Grande Oriente d'Italia in esilio che il Rito Scozzese Antico ed Accettato lo ribadirono. Il Gran Maestro aggiunto Arturo Labriola, nel 1931, dichiarò che l'impegno in campo sociale «non significa, per noi, fare della politica o combattere una religione. La nostra Istituzione è insieme spirituale, di cultura, di incitamento e operativa»[72] concetto ribadito dal Sovrano Gran Commendatore del RSAA Giuseppe Leti che scrisse «se si vuole restare in Massoneria non si può fare una politica repubblicana o socialista e più che farla non si può dichiararla, in una parola gli statuti dell'Ordine non si possono cambiare né correggere»[73] .

La netta maggioranza di repubblicani nel governo del GOI, di massoni nella direzione nel PRI, l’indubbia caratterizzazione repubblicano-massonica della LIDU sono sicuramente elementi non casuali su cui è auspicabile un maggiore approfondimento non solo a livello dirigenziale ma esteso a una analisi sistematica che coinvolga la base degli iscritti ai partiti repubblicani, dei militanti delle sezioni nazionali della Lega dei diritti dell'uomo e agli iniziati alle logge massoniche.

Volantini dei NAT: sembra proprio l'ennesima montatura

Volantini dei NAT: sembra proprio l'ennesima montatura

Milano, 17 novembre 2009. Allarme terrorismo, allarme Nuove Brigate Rosse, allarme attentati contro esponenti politici di centrodestra, allarme minacce da parte della mafia contro "gli uomini puri" delle Istituzioni. E ogni volta, l'uso di un linguaggio che pare pianificato da un pubblicitario o comunque un esperto di comunicazione. E in ogni occasione, una diffusione mirata: volantini e messaggi che raggiungono redazioni di giornali e network televisivi, come fossero comunicati stampa. Il Gruppo EveryOne ha già analizzato alcuni dei "pezzi" di questa campagna di "marketing politico" - i cui organizzatori sono certamente "fan" dell'attuale maggioranza - rivelandone le insensatezze, gli elementi ripetitivi, la comunicazione ansiogena e la mancanza di riscontri dell'esistenza dei mittenti nel tessuto sociale italiano. Anche il volantino dei sedicenti NAT ci pare far parte del filone, che rientra forse in una strategia di propaganda già utilizzata da movimenti autoritari nella Storia: lupi che vestono pelli di agnelli per giustificare l'uso della forza e il potenziamento dell'apparato securitario. Il manifesto dei NAT ricalca alcuni stilemi propri delle Brigate Rosse negli anni 1970: lo stile tipografico che ricostruisce i caratteri della macchina per scrivere, l'impiego di un normografo per l'intestazione ai destinatari, la scelta - nella denominazione del "nucleo" - di due fratelli militanti nei Nuclei armati proletari, morti durante scontri con le forze dell'ordine, Annamaria e Luca Mantini e così via. Anche la "minaccia" che chiude il volantino è in puro stile-Brigate: "Leggere, diffondere, passare all'azione. Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è un dovere farlo, perché questo è il senso profondo della nostra vita".
Gli autori dell'iniziativa, tuttavia, dopo aver elaborato e stampato un testo programmatico, dimenticano di inviarlo a quelli che dovrebbero essere gli ipotetici destinatari: il volantino non è stato segnalato in nessun ambiente di estrema sinistra o anarchico, ma è stato mandato per posta solo ai media. Ci si domanda se il "nucleo" intenda stimolare redattori e giornalisti alla rivolta armata! Maldestramente, poi, i sedicenti rivoluzionari svelano la propria strategia: "Non vogliamo costituire nessun partito armato o combattente, né scimmiottare il terrorismo, ma vogliamo ottenere la disarticolazione del regime e non l'attacco al cuore dello Stato". Quindi rivolgono una lode indiretta (narcisismo egli organizzatori?) all'efficienza del governo: "Scegliamo ora la strada della propaganda armata e della violenza diffusa perché ogni altra strada ci è stata preclusa dal regime". Quindi, piuttosto goffamente, i NAT definiscono uno dopo l'altro i loro obiettivi, per evitare che qualcuno fra i partiti che non sono al governo possa sentirsi minacciato, e avvertono che il tempo dei discorsi (ma chi li ha mai sentiti prima, questi "NAT"?) è terminato e si passa all'azione: "Siamo di fronte a una situazione straordinaria che esige una risposta straordinaria. Di fronte a un regime che utilizza fascisti, nazisti, leghisti e fanatici cattolici, gli strumenti della democrazia formale non bastano più. È ora di concludere i discorsi e dare inizio all'azione". Il corpus del manifesto segue lo stesso ritmo, che rifà il verso (spesso con una scelta di termini e motti che suona decisamente farsesca) agli anni di piombo: "Questo regime si regge sulla forza delle armi (mediatiche e militari) e chi lo vuole combattere si deve mettere sullo stesso piano (...) Bisogna dare vita ad avanguardie armate. Alla violenza quotidiana dei poteri forti occorre rispondere con la violenza dei fatti. Se la violenza del regime si chiama giustizia, la giustizia del popolo si deve chiamare anche violenza". Ed ecco l'elenco degli obiettivi che i NAT si propongono di proteggere (e che nel comunicato assumono l'aspetto sinistro di complici dei "nuclei"): "Servono azioni su obiettivi concreti e quotidiani come il bisogno di case popolari, la disoccupazione e il lavoro nero, lo sfruttamento dei migranti. Per questo in ogni Regione, in ogni città, in ogni territorio occorre un'opposizione dura, all'occorrenza anche violenta, che colpisca capillarmente il regime. Le avanguardie nei vari territori possono produrre azioni violente facilmente e autonomamente riproducibili". Le "colpe" del governo sono specificate in altri punti del manifesto e ovviamente si propongono di apparire agli occhi del lettore democratico - visto il tono terroristico (non tutti lo troveranno "comico") del volantino" - come azioni benemerite: "carceri stracolme", "migranti trattati come delinquenti" (in riferimento alla legge n° 94/2009, ndr), "monopolio dell'informazione", "pericolo di stravolgere la Costituzione" ecc.
E per chi fosse duro a comprendere chi siano gli "eroi dello Stato" a cui sono dirette le intimidazioni dei "cattivi", ecco la chiosa: "La nostra impazienza è cresciuta. Politici razzisti e fascisti non devono più dormire sonni tranquilli". Ma per favore!

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repressione studentesca (e non solo)

Giusto per capire un po' di più che sta succedendo e come si collochino arresti e mattanze di studenti (e non solo) a Milano (e non solo), ricordiamoci di ciò che disse Kossiga a proposito della necessità di sparare sugli studenti (lo potete vedere qui: http://www.youtube.com/watch?v=Q7WvLwmgqn4)


e che nel piano della P2 uno dei passaggi dice testualmente:
[...] c) Pregiudiziale è che oggi ogni attività secondo quanto sub a) e b) trovi protagonista e gestore un Governo deciso ad essere non già autoritario bensì soltanto autorevole e deciso a fare rispettare le leggi esistenti. Così è evidente che le forze dell’ordine possono essere mobilitate per ripulire il paese dai teppisti ordinari e pseudo politici e dalle relative centrali direttive soltanto alla condizione che la Magistratura li processi e condanni rapidamente inviandoli in carceri ove scontino la pena senza fomentare nuove rivolte o condurre una vita comoda. Sotto tale profilo, sembra necessario che alle forze di P.S. sia restituita la facoltà di interrogatorio d’urgenza degli arrestati in presenza dei reati di eversione e tentata eversione dell’ordinamento, nonchè di violenza e resistenza alle forze dell’ordine, di violazione della legge sull’ordine pubblico, di sequestro di persona, di rapina a mano armata e di violenza in generale. [...]
http://www.terzoocchio.org/documenti/piano_di_rinascita_democratica/

Uccisione in Russia

autore: 
Uno

Russia: ucciso a Mosca attivista antifascista

17 Novembre 2009 10:56 ESTERI

MOSCA - Un attivista antifascista, noto per il suo sostegno a organizzazioni di sinistra, e' stato ucciso a Mosca. Secondo quanto riportato dall'agenzia Interfax il cadavere di Ivan Khutorskoi e' stato rinvenuto nell'androne di uno stabile nella zona est della capitale russa. Sul cadavere sono stati rinvenuti numerosi colpi d'arma da fuoco. L'attivista in passato era gia' stato vittima di minacce. (RCD)

Le missioni di "pace" della Folgore

Le note del “Silenzio” in ricordo dei soldati italiani caduti in Afghanistan hanno dato inizio sabato, allo stadio Picchi di Livorno, alla cerimonia che ricorda il 67° anniversario della Battaglia di El Alamein che coincide con la festa dei paracadutisti della Brigata Folgore. Una manifestazione che quest’anno ha avuto una dimensione e un’eco più ampi e intensi poiché la brigata è da poche settimane rientrata da sette mesi di missione in Afghanistan dove ha pagato un elevato tributo di sangue distinguendosi in azioni di combattimento che hanno avuto il plauso di tutti i più importanti contingenti alleati, americani in testa. In Afghanistan la Brigata Folgore ha dato “ampia prova di efficienza, concretezza e affidabilità” ha sottolineato il capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Giuseppe Valotto.

Alla cerimonia è intervenuto anche il presidente del Senato Renato Schifani, che era stato precedentemente due volte a Herat, autorità locali e tutti i vertici militari. Un segnale importante in un’Italia che per opportunismo spesso dimentica i suoi soldati e che in un recente passato ha visto in molte occasioni le cariche governative disertare cerimonie di partenza o di rientro dai fronti bellici di contingenti militari, quasi che quei soldati avessero deciso da soli di andare sei mesi in Iraq o in Afghanistan.

Il rientro della Folgore ha avuto invece un alto profilo istituzionale e mediatico e del resto non capita certo tutti i giorni che per una cerimonia militare venga utilizzato uno stadio peraltro necessario per ospitare le 15.000 persone che per quasi due ore hanno seguito la manifestazione mentre sul campo di gioco erano schierati 1.500 paracadutisti di tutti i reggimenti di paracadutisti.

Una cerimonia che ha avuto nell’appello ai caduti il suo momento più toccante mentre il generale Rosario Castellano (che sabato ha ceduto il comando della Folgore a Federico D’Apuzzo) scandiva i nomi dei paracadutisti morti in Afghanistan e le truppe schierate rispondevano in coro “presente!” Ma anche un grande show popolare con spettacolari lanci di precisione e piccoli velivoli che sorvolavano lo stadio lasciando scie tricolore, proseguito nel pomeriggio sul lungomare di Livorno dove ogni reparto di parà mostrava mezzi ed equipaggiamenti.

Sorprendenti le immagini di combattimento realizzate in Afghanistan dai “combat camera” e mostrate sul grande schermo dello stadio a testimonianza di una trasparenza fino a ieri impensabile in Italia dove le “missioni di pace” sono sempre state raccontate attraverso le immagini retoriche e mielose dei soldati che sfamano donne i bambini.

La Folgore del resto può a buon diritto mostrare i combattimenti sostenuti costati 8 morti e 74 feriti in sei mesi di missione durante i quali, secondo indiscrezioni, i talebani uccisi dai nostri paracadutisti sarebbero oltre 700.

gianandrea gaiani
Lunedì 16 Novembre 2009
Panorama

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