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Antimafie

Agenda rossa: tutte le verita' occultate

di Federico Elmetti - 23 novembre 2009
Il 17 febbraio 2009 la VI Sezione Penale della Cassazione, presieduta dal dott. Giovanni de Roberto, respinge il ricorso presentato dalla Procura di Caltanissetta contro la decisione del giudice per le indagini preliminari (gup), il dott. Paolo Scotto di Luzio, che aveva stabilito il 'non luogo a procedere' nei confronti del colonnello dei Carabinieri Giovanni Arcangioli, accusato di aver sottratto, il 19 luglio 1992...
...in via D'Amelio a Palermo, l'agenda rossa del magistrato Paolo Borsellino dalla sua borsa di pelle marrone, con tutta una serie di aggravanti tra cui quella di aver favorito Cosa Nostra.
Il 18 marzo 2009 venivano depositate le motivazioni della sentenza della Cassazione, che accoglieva in toto le ragioni del giudice Scotto e poneva così un macigno inamovibile sulle speranze di fare luce su uno degli episodi più inquietanti della storia della repubblica.

La vicenda era iniziata quattro anni prima, il 27 gennaio 2005, quando una fonte riservata aveva segnalato presso lo studio di un fotografo di Palermo l'esistenza di una foto che ritraeva una persona in borghese aggirarsi in via D'Amelio, negli istanti successivi all'esplosione, con una borsa in mano. Una copia della foto viene consegnata agli inquirenti dal fotografo stesso, Paolo Francesco Lannino, il 17 febbraio 2005. La persona ritratta nella foto viene subito individuata nella persona di Giovanni Arcangioli, che viene ascoltato per la prima volta il 5 maggio 2005 dando il via a quattro anni di indagini ed interrogatori, conclusisi nel nulla con il verdetto della Cassazione del febbraio 2009.

E' utile notare come proprio ora, nel momento esatto in cui lo scontro sulla riforma della giustizia è incandescente e le indagini sulle stragi del '92 e sulla presunta trattativa tra stato e mafia stanno entrando nel vivo (portate avanti da ben quattro procure della Repubblica), siano apparse in rete alcune note APCOM che rilanciavano la notizia della decisione della Cassazione, balzata dunque agli onori della cronaca con ben nove mesi di ritardo.

La notizia è di quelle forti: nella borsa del magistrato ucciso, l'agenda rossa non c'era.

Questo è quanto dice la Cassazione, ricalcando le motivazioni presentate dal giudice Scotto per stabilire il proscioglimento di Arcangioli. Motivazioni presentate addirittura il 29 aprile 2008, ovvero un anno e mezzo fa. Oggi, a sorpresa, questa notizia viene riproposta e spacciata come una primizia, come una verità processuale finalmente accertata, che spegnerebbe sul nascere ogni tipo di teoria complottista, tanto cara ai 'professionisti dell'antimafia'. E' forse un modo subdolo per tentare di delegittimare la procura di Caltanissetta, che voleva rinviare a giudizio Arcangioli e che è stata bastonata dalla Cassazione? La stessa procura di Caltanissetta che oggi ha in mano indagini delicatissime sui mandanti occulti? Il sospetto è forte.

E siccome le sentenze della Cassazione non si possono appellare, ma analizzare e criticare ovviamente sì, vogliamo qui mettere in evidenza tutte quelle incongruenze e quelle deduzioni, alcune volte palesemente superficiali, alcune volte (a nostro giudizio) addirittura surreali, che stanno alla base della decisione del giudice Paolo Scotto di Luzio e a cui la VI Sezione Penale della Cassazione, in un paio di paginette, ha dato ragione, senza sollevare alcuna ombra di dubbio.

Ai lettori il giudizio finale sulla ragionevolezza delle nostre osservazioni. In coda al tutto, si potranno trovare i link ai documenti ufficiali.

Cominciamo.

Innanzitutto è necessario sottolineare i casi in cui un gup ha la facoltà di decidere il 'non luogo a procedere'. L'art. 425 del Codice di Procedura Penale al comma 3 stabilisce che uno di questi casi è “anche quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l'accusa in giudizio”. Tradotto: se il pm non ha un briciolo di prova per far condannare l'imputato. La norma serve ovviamente ad evitare che si celebrino processi inutili, destinati a sicura assoluzione, con conseguente sperpero di tempo e denaro. Secondo il giudice Scotto, questo sarebbe stato proprio il caso di un eventuale processo a carico dell'allora capitano del Ros dei Carabinieri Giovanni Arcangioli. Tra le motivazioni di Scotto si legge infatti: “Sussistono nel caso una serie di elementi che si pongono tra loro in contraddizione insuperabile e tale da far ritenere che il vaglio dibattimentale delle medesime fonti di prova, ascoltate ripetutamente in fase di indagine, più di un decennio dopo lo svolgimento dei fatti e destinate ad ulteriore logorio per il tempo trascorso, non consenta di sostenere adeguatamente l'accusa in giudizio”. Tradotto: le indagini preliminari hanno già detto tutto quello che c'era da dire e un eventuale processo non potrebbe in alcun modo far luce su una vicenda troppo oscura e contraddittoria. Meglio non provarci nemmeno, a far luce. Meglio chiudere tutto in partenza.

Dopo aver presentato tali motivazioni, Scotto passa alla dimostrazione delle stesse.

I FILMATI

Parte dall'analisi di due filmati, quelli che ritraggono per pochi secondi il capitano Arcangioli camminare in via D'Amelio con una borsa di pelle marrone nella mano sinistra, una pettorina azzurra su cui si staglia uno stemma dorato dell'Arma, un marsupio nero attorno alla vita. Sono due frammenti. Il primo inquadra Arcangioli con una borsa in mano, a circa 25 metri dall'esplosione, mentre cammina verso l'uscita di Via D'Amelio. Il secondo lo inquadra a circa 60-70 metri dall'esplosione, sempre con la borsa in mano, in prossimità di via Autonomia Siciliana. L'ipotesi accusatoria è quella che Arcangioli si sia allontanato con la borsa per qualche tempo, si sia appartato per estrarre l'agenda rossa e consegnarla a ignoti o trattenerla per sé, abbia poi riposto la borsa nella macchina del magistrato ucciso, dove sarebbe stata poi raccolta dall'ispettore di polizia Francesco Paolo Maggi.

Scotto cita una nota della Dia del 7 settembre 2007 dove si dice che “non è neanche possibile stabilire il tempo reale trascorso tra le immagini che inquadrano il capitano Arcangioli con la borsa in mano e quelle che lo ritraggono senza”. Questa osservazione nulla toglie all'ipotesi accusatoria descritta sopra. E' chiaro che non sia facile stabilire esattamente il tempo trascorso tra generiche immagini in cui Arcangioli appare con la borsa in mano e altre immagini in cui Arcangioli ne appare privo. Al massimo è possibile stabilirne una successione cronologica in base ad elementi esterni oggettivi (inclinazione della luce del sole, quantità di fumo presente, ecc.). Ma non è questo il punto e niente ha a che fare con i due filmati in questione. Tanto che Scotto deve prendere atto invece che la nota informativa del 27 novembre 2007 sostiene che i due filmati in esame si possano mettere in successione cronologica. Cioè Arcangioli è partito con la borsa in mano dal luogo dell'esplosione ed è arrivato fino in fondo a via D'Amelio, all'incrocio con via Autonomia Siciliana, sempre tenendo la borsa in mano.

Per il giudice Scotto tutto questo non ha alcuna valenza: “Nulla consente autonomamente di inferire circa la condotta che gli viene ascritta e in particolare di stabilire che la borsa contenesse l'agenda che poi sarebbe stata fatta sparire. (…) Quelle immagini non danno contezza di quanto tempo l'imputato avrebbe trattenuto la borsa, né da sole consentono di sostenere che questi si sia allontanato, non visto, per manipolarne il contenuto. Va inoltre rilevato che nemmeno è possibile sostenere che la borsa contenesse sicuramente l'agenda in questione”. Certo, verrebbe da osservare ironicamente, se ci fosse un filmato in cui si vede Arcangioli che apre la borsa e occulta l'agenda rossa saremmo tutti più felici e non ci sarebbe bisogno nemmeno di discutere se fare un processo o meno. Addirittura, se le telecamere fossero state a raggi X, avremmo potuto vedere direttamente se davvero dentro quella borsa c'era l'agenda rossa o meno. Peccato che, di solito, la colpevolezza di un imputato non sia così facile da dimostrare, anche a fronte di prove schiaccianti. E' chiaro che un dibattimento serve proprio per ottenere informazioni che possano corroborare o smentire quello che appare come una forte prova indiziaria. E cosa c'è di più forte di un filmato che mostra Arcangioli allontanarsi a 70 metri dal luogo dell'esplosione con la borsa in mano?

Scotto non fa un piega: “La direzione percorsa – verso Via Autonomia Siciliana – non è tale da far stabilire che l'imputato abbia sicuramente percorso tutta la Via D'Amelio, al fine precipuo di controllare il contenuto della borsa, non visto, e di celare l'agenda”. Certo, ma il sospetto è forte e oggettivamente fondato. Che senso aveva allontanarsi così tanto dal luogo dell'esplosione con la borsa in mano? Per farle prendere aria? E' un comportamento assolutamente normale o suscita qualche sospetto? O bisogna credere che Arcangioli facesse così con tutti gli oggetti che si trovava sotto mano? Li prendeva e li accatastava in via Autonomia Siciliana? Un copertone fumante qua, un pezzo di carrozzeria accartocciata là, una borsa... Avanti e indietro da Via D'Amelio senza uno scopo preciso? Dove stava portando quella borsa? E a chi? Cose evidentemente non degne di essere approfondite.

MA QUANTE BORSE AVEVA IL GIUDICE?

Il giudice Scotto introduce poi quella che secondo lui sarebbe la testimonianza più attendibile per la ricostruzione dell'accaduto: un verbale dell'ispettore di Polizia Francesco Paolo Maggi risalente al 21 dicembre 1992. Dice Scotto: “Gli unici dati certi circa una borsa appartenuta al magistrato ucciso sono costituiti dal verbale in cui si dà conto che veniva repertata, come priva di ogni rilievo investigativo, alla Procura della Repubblica di Caltanissetta il 5 novembre 1992”. La frase del giudice è a dir poco infelice. Che infatti questi siano “gli unici dati certi” sulla borsa del giudice fa quanto meno sorridere, se si pensa che Scotto sembra ignorare completamente che la borsa non fu in realtà “repertata” il 5 novembre 1992, cioè quattro mesi dopo, ma venne portata in Questura addirittura il giorno successivo, come dimostra la copia della ricevuta. Ma, a parte questo piccolo particolare, c'è un dettaglio da non trascurare nella frase del giudice: il fatto che parli di una borsa e non della borsa del giudice. Cioè, sta introducendo la tesi che poi riprenderà in seguito: la possibile esistenza di più borse tra loro identiche (almeno un paio). Sembra una idea surreale, visto che cozza contro ogni evidenza dei fatti e soprattutto contro le dichiarazioni degli stessi famigliari del giudice ucciso, ma Scotto vedremo che la insinuerà (senza mai sostenerla esplicitamente) con una certa frequenza e insistenza.

Scotto riporta un passo saliente del verbale di Maggi, secondo cui lui stesso “si avvicinava all'auto del magistrato dove un vigile del fuoco stava spegnendo detta auto e lo stesso dal sedile posteriore del mezzo in questione prelevava un borsa in pelle di colore marrone, parzialmente bruciata, il quale dopo avergli gettato dell'acqua per spegnerla, la consegnava al sottoscritto. Immediatamente informava il dr. Fassari della presenza della suddetta borsa, il quale riferiva di trasportarla presso l'ufficio del dirigente di qs. Squadra Mobile”. Scotto cita anche il fatto che, in un verbale successivo del 13 ottobre 2005, Maggi dichiara di essere intervenuto “quasi in contemporanea” ai primi mezzi dei vigili del fuoco (il primo intervento dei vigili del fuoco è delle 17:03). A corroborare la sua ipotesi, Maggi dichiara di aver visto il superstite Antonio Vullo non ancora soccorso, di essersi addentrato nella via D'Amelio, di aver notato la borsa nell'auto, di aver chiesto l'intervento di un vigile del fuoco e di aver prelevato la borsa, che ricorda essere stata “gonfia, quindi piena e pesante”.

Peccato che questa, che dovrebbe essere la prova regina secondo il giudice Scotto, cioè il fatto che Maggi fu il primo in assoluto ad entrare in possesso della borsa del giudice, è una ricostruzione palesemente falsa, che non ha alcun riscontro con tutte le altre dichiarazioni di tutti gli altri testi e soprattutto che stravolge (si spera in modo non voluto) le correzioni successive apportate dallo stesso Maggi. Maggi infatti ha poi precisato di essere sì arrivato in via D'Amelio “quasi in contemporanea con i vigili del fuoco”, ma non di non aver subito esaminato l'auto del giudice. La verità è che Maggi, per sua stessa ammissione, prima di arrivare sul luogo andò a prendere il dr. Fassari a casa sua, poi, una volta in Via D'Amelio, si attivò per soccorrere una bambina e infine fece più volte avanti e indietro in via D'Amelio aspettando che i vigili del fuoco spegnessero gli incendi. Solo allora si avvicinò alla vettura del giudice ed estrasse la borsa. E' chiaro dunque che non è possibile stabilire, come fa il giudice Scotto, che Maggi sia stato il primo a prendere nelle mani la borsa. C'era infatti tutto il tempo, per altri soggetti, di mettere mano alla stessa.

E che sia una tesi che fa a pugni con la realtà è subito dimostrato. Se veramente bisogna credere che Maggi fu il primo a prendere la borsa e ad affidarla a Fassari che la portava immediatamente in questura senza ulteriori passaggi di mano, significa che la borsa che ha in mano Arcangioli, ritratto in foto, è un'altra! Scotto sta dunque veramente asserendo che esisterebbero due distinte borse del giudice Borsellino: una prelevata da Maggi e portata immediatamente in questura, l'altra che, sbucata da non si sa bene dove, compare nelle mani di Arcangioli qualche minuto più tardi. Una tesi quanto mai bizzarra, che è subito demolita da una più realistica ricostruzione dei fatti. Si vedrà infatti che, anche tralasciando tutte le possibili incongruenze delle dichiarazioni dei vari testi, una delle poche cose incontrovertibili della vicenda è che fu Ayala il primo ad intervenire sul luogo dell'attentato e ad occuparsi immediatamente della borsa. Il quadro è confermato dalle dichiarazioni del suo agente di scorta, dal giornalista Felice Cavallaro e persino in qualche modo da Arcangioli stesso. Il giudice Scotto sottolinea il fatto che Maggi dichiarò che la borsa era “piena e pesante”, come a insinuare che dentro ci potesse ancora essere l'agenda rossa e che quindi, nel caso, sicuramente non fu Arcangioli a farla sparire. Peccato che la borsa era pesante, non certo per la presenza dell'agenda, ma perché era impregnata di acqua, gettata da un vigile del fuoco per spegnere un ritorno di fiamma.

Alla luce di questi fatti, è veramente sconcertante leggere che “gli unici dati certi circa una borsa appartenuta al magistrato ucciso sono costituiti dal verbale” di Maggi. Anzi: probabilmente è vero. Il problema è la ricostruzione deformata che Scotto ne fa. Una ricostruzione che oggettivamente non sta insieme e che arriva a sfiorare il ridicolo quando ipotizza implicitamente l'esistenza di due borse identiche. Cosa che, tra l'altro, lungi dallo scagionare Arcangioli, lo metterebbe per assurdo in una posizione ancora più sospetta. Dove avrebbe preso Arcangioli la “seconda borsa” e dove la starebbe portando?

Un ulteriore aspetto che avrebbe dovuto far insospettire Scotto, è il fatto che questa relazione di servizio fu redatta solo sei mesi dopo la strage. Un tempo enorme. Ma Scotto non solo non si insospettisce: utilizza questo particolare come un punto a favore di Arcangioli. Perchè, argomenta Scotto, prendersela tanto con Arcangioli per non aver mai redatto una relazione di servizio, quando anche altri ci hanno messo sei mesi per farne una? Ma che modo di ragionare è? Da quando in qua due mancanze si annullano fra loro? E poi: Scotto è forse l'avvocato di parte di Arcangioli? Non spetta certo al gup stabilire l'innocenza dell'imputato, soprattutto quando questa è reclamata in modo così maldestro, cioè a fronte di possibili analoghi torti altrui.

I TESTIMONI

Il giudice Scotto passa a questo punto ad analizzare le varie testimonianze.

La prima versione di Ayala

L'8 aprile 1998, in tempi dunque non sospetti, cioè sette anni prima del coinvolgimento di Arcangioli, Giuseppe Ayala, che il 19 luglio 1992 era deputato della Repubblica, in un diverso processo, aveva dichiarato: “Tornai indietro verso la blindata della procura anche perché nel frattempo un carabiniere in divisa, quasi certamente un ufficiale, se mal non ricordo aveva aperto lo sportello posteriore sinistro dell'auto. Guardammo insieme in particolare verso il sedile posteriore dove notammo tra questo e il sedile anteriore una borsa di cuoio marrone scuro con tracce di bruciacchiature e tuttavia integra, l'ufficiale tirò fuori la borsa e fece il gesto di consegnarmela. Gli feci presente che non avevo alcuna veste per riceverla e lo invitai pertanto a trattenerla per poi consegnarla ai magistrati della procura di Palermo”.

In questa prima versione è dunque un ufficiale in divisa ad aprire la portiera, ad estrarre la borsa e a fare il gesto di consegnarla ad Ayala, ma lui rifiuta di prenderla in mano.

La prima versione di Ayala, riveduta

Il 2 luglio 1998, sentito al Borsellino Ter, Ayala aveva dichiarato di essere residente all'hotel Marbella, a non più di 200 metri in linea d'aria da Via D'Amelio. Sente il boato nel silenzio della domenica pomeriggio. Si affaccia, ma non vede nulla perché davanti c'era un palazzo. Per curiosità scende giù, si reca in via D'Amelio e vede “una scena da Beirut”. “Saranno passati dieci minuti, un quarto d'ora massimo”. Dice di non sapere che lì ci abitava la madre di Paolo Borsellino. Camminando comincia a vedere pezzi di cadavere. Vede due macchine blindate, una con un'antenna lunga, di quelle che hanno solo le macchine della procura di Palermo. Pensa subito a Paolo Borsellino. “Ho cercato di guardare dentro la macchina, ma c'era molto fumo nero”. Ayala afferma che proprio in quel momento stavano arrivando i pompieri. Osserva il cratere e poi torna indietro. “Sono tornato verso la macchina, era arrivato qualcuno... parlo di forze di polizia. Ora, il mio ricordo è che a un certo punto questa persona, che probabilmente io ricordo in divisa, però non giurerei che fosse un ufficiale dei carabinieri, (...) ciò che è sicuro è che questa persona aprì lo sportello posteriore sinistro della macchina di Paolo. Guardammo dentro e c'era nel sedile posteriore la borsa con le carte di Paolo, bruciacchiata, un po' fumante anche... però si capiva sostanzialmente... lui la prese e me la consegnò. (…) Io dissi: - Guardi, non ho titolo per... La tenga lei. -”

In questa versione leggermente ritoccata, non c'è più la sicurezza di un ufficiale in divisa che apre la portiera, ma permane la certezza che sia stata questa persona ad aprire la portiera e a raccogliere la borsa. Ayala, in ogni caso, nega assolutamente di aver preso in mano e aperto la borsa. “Io poi mi sono girato, sono andato di nuovo verso questo giardinetto, e lì poi ho trovato il cadavere di Paolo. (…) Io ci ho inciampato nel cadavere di Paolo, perché non era un cadavere... era senza braccia e senza gambe”.

Ayala afferma che in quel momento lo raggiunge Felice Cavallaro, che scoppia a piangere e lo abbraccia e gli dice che tutta Palermo lo crede morto: questo perché pochissimi sapevano che lì abitava la madre di Borsellino, mentre tanti sapevano che in quelle zone abitava lui. “Tutta Palermo è piena della voce che ti hanno ammazzato!”

La prima versione di Arcangioli

In un verbale di sommarie informazioni del 5 maggio 2005 Arcangioli dichiara: “Non ricordo se il dottor Ayala o il dottor Teresi, ma più probabilmente il primo dei due, (…) mi informarono del fatto che doveva esistere una agenda tenuta dal dottor Borsellino e mi chiesero di controllare se per caso all'interno della vettura vi fosse una tale agenda, eventualmente all'interno di una borsa. Se non ricordo male, aprii lo sportello posteriore sinistro e posata sul pianale, dove si poggiano di solito i piedi, rinvenni una borsa, credo di color marrone, in pelle, che prelevai e portai dove stavano in attesa il dottore Ayala e il dottore Teresi. Uno dei due predetti magistrati aprì la borsa e constatammo che non vi era all'interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. Verificato ciò, non ricordo esattamente lo svolgersi dei fatti. Per quanto posso ricordare, incaricai uno dei miei collaboratori di cui non ricordo il nome, di depositare la borsa nella macchina di servizio di uno dei magistrati”. Di quest'ultimo fatto non ha però un ricordo preciso. Ricorda invece che sul luogo della strage fosse presente anche un altro magistrato, Alberto Di Pisa.

Quando ad Arcangioli viene riferito che Maggi aveva parlato di un vigile del fuoco che aveva estratto dalla macchina una borsa bruciacchiata, Arcangioli risponde: “Di tale borsa non so dire nulla, quella che io ho prelevato, ritengo dopo l'episodio citato, non aveva tracce di bruciatura”. Citando questa frase, Scotto sembra di nuovo dare credito all'ipotesi che la borsa prelevata da Maggi sia diversa da quella prelevata da Arcangioli. Peccato che Scotto dia tanta rilevanza a questa prima testimonianza di Arcangioli, visto che risulterà essere palesemente falsa. Si scoprirà infatti che Teresi giunse in via D'Amelio solo un'ora e mezza dopo l'esplosione e non incontrò mai Ayala e che Alberto Di Pisa quel giorno in via D'Amelio proprio non c'è mai stato. Sono dichiarazioni talmente false, che lo stesso Arcangioli sarà costretto a correggere il tiro nelle sue successive deposizioni. Tutto ciò non crea su Arcangioli una nube densa di sospetti? Perché avrebbe dovuto mentire così spudoratamente? Era una tentativo di depistaggio? O di occultamento delle responsabilità?

In merito, il giudice Scotto non sembra darsi molta pena e afferma che le “originarie dichiarazioni di Ayala, rese quando non vi era alcun sospetto su Arcangioli (…) non sembra si pongano in stridente contraddizione con quelle rese dall'ufficiale dei carabinieri il 5 maggio 2005”.

Ora, io invito il lettore a rileggersi la testimonianza di Ayala e a confrontarla con quella di Arcangioli. Dire che non esiste “uno stridente contrasto” è oggettivamente un capolavoro di “arrampicata sui vetri”. Ma forse ha ragione Scotto: non c'è uno stridente contrasto, c'è un contrasto assoluto e insuperabile. Non combacia niente di niente. Ayala parla di un ufficiale in divisa, mentre Arcangioli dice che e' in borghese. Ayala dice di aver esaminato la macchina con l'ufficiale, mentre Arcangioli dice che Ayala era rimasto in un posto diverso. Ayala dice che la borsa era bruciacchiata, mentre Arcangioli dice di no. Ayala dice di aver rifiutato la borsa e di non averla mai aperta ed esaminata, mentre Arcangioli dice che addirittura la aprirono e la esaminarono insieme. E' chiaro che almeno uno dei due mente, se non entrambi. Eppure per Scotto sembra esistere un punto di incontro. Ci spieghi per favore dove, perché noi non lo vediamo proprio.

La seconda versione di Ayala

Ayala il 12 settembre 2005 cambia completamente il tiro. Affermato di essere arrivato sul luogo subito dopo l'esplosione, di aver identificato il cadavere di Paolo Borsellino e di aver notato l'auto del magistrato con la portiera posteriore sinistra aperta: “Scorsi sul sedile posteriore una borsa di pelle bruciacchiata. Istintivamente la presi, ma mi resi subito conto che non avevo alcun titolo per fare ciò, per cui ricordo di averla affidata immediatamente ad un ufficiale dei carabinieri che era a pochi passi. Nell'affidargli la borsa gli spiegai che probabilmente era la borsa appartenente al dottore Borsellino”. Quando gli viene mostrata la foto di Arcangioli, Ayala dichiara: “Non ricordo di aver mai conosciuto, né all'epoca né successivamente il capitano Arcangioli. Non posso escludere ma neanche affermare con certezza che detto ufficiale sia la persona alla quale io affidai la borsa. Per quanto posso sforzarmi di ricordare mi sembra che la persona alla quale affidai la borsa fosse meno giovane, ma può darsi che il mio ricordo mi inganni. Insisto comunque nel dire che l'ufficiale ricevette la borsa e poi andai via. Escludo comunque in modo perentorio che all'inverso sia stato l'ufficiale di cui si parla a consegnare a me la borsa”.

Cambia tutto, dunque. Non è più l'ufficiale in divisa ad estrarre la borsa dalla macchina, ma Ayala in persona, che aveva precedentemente escluso di aver mai preso in mano la borsa. E' lui a questo punto a consegnarla all'ufficiale e questa volta esclude “in modo perentorio” che sia avvenuto l'inverso.

La versione di Minicucci

Marco Minicucci il 19 luglio 1992 era il superiore gerarchico di Arcangioli. Il 14 dicembre 2005 aveva dichiarato che “il collega (Arcangioli, n.d.a.) fu incaricato da uno dei magistrati presenti sul posto, del quale non ricordo il nome, di prelevare dall'interno dell'auto del procuratore Borsellino la valigetta dello stesso, all'interno della quale mi ricordo era contenuto un crest araldico, se non erro dell'Arma”. Due anni più tardi, il 6 novembre 2007, aveva specificato un piccolo particolare: che questo era semplicemente quanto gli era stato riferito dallo stesso Arcangioli. Sono dunque dichiarazioni prive di qualunque tipo di credibilità (o almeno, una credibilità non maggiore delle parole stesse di Arcangioli), ma il giudice Scotto le cita proprio per sostenere l'attendibilità di Arcangioli. Cioè Scotto usa dichiarazioni di Arcangioli, riferite da altri, per tentare di dimostrare che Arcangioli è attendibile. Alquanto bizzarro.

La terza versione di Ayala

L'8 febbraio 2006 Ayala modifica di nuovo la propria versione dei fatti: “Ebbi modo di vedere una persona in abiti borghesi (…) è certo che non fosse in divisa, la quale prelevava dall'autovettura attraverso lo sportello posteriore sinistro una borsa. Io mi trovavo a pochissima distanza dallo sportello e la persona in divisa si volse verso di me e mi consegnò la borsa. (…) Dato che accanto alla macchina vi era anche un ufficiale dei carabinieri in divisa quasi istintivamente la consegnai al predetto ufficiale”.

Cambia tutto, di nuovo. Questa volta Ayala si dice certo che chi ha prelevato la borsa non fosse in divisa, ma in borghese. Non fu lui quindi a estrarla, ma la prese in mano e la consegnò poi ad un altro ufficiale, in divisa. Quest'altra dichiarazione di Ayala è talmente confusa che lui stesso chiaramente sbaglia quando dice “la persona in divisa si volse verso di me”, visto che due secondi prima si era detto certo che non fosse in divisa. Scotto nemmeno nota questo particolare, che rende la ritrattazione di Ayala, se possibile, ancora più traballante.

La seconda versione di Arcangioli

Nello stesso giorno in cui viene sentito Ayala, l'8 febbraio 2006, Arcangioli dichiara: “Non ricordo con certezza se io o il dottor Ayala aprimmo la borsa per guardarvi all'interno, mentre ricordo che all'interno vi era un crest dell'Arma dei carabinieri (…) così come non posso confermare di aver io stesso o uno dei miei collaboratori deposto la borsa nella macchina di servizio di uno dei due magistrati, mentre ritengo di aver detto di rimetterla o di averla rimessa io stesso nell'auto di servizio del dottor Borsellino”.

Quindi, rispetto alla prima versione, scompare il giudice Teresi, nella borsa compare un crest dell'Arma (e non dei fogli bianchi) e soprattutto la borsa viene rimessa da Arcangioli al suo posto, nella macchina di Borsellino. Il giudice Scotto lascia passare questa nuova dichiarazione come se niente fosse, la quale invece appare francamente inverosimile. Noi semplicemente ci chiediamo: ma che senso aveva rimettere la borsa nella macchina del giudice, esattamente nello stesso posto in cui era stata rinvenuta (tra il sedile anteriore e quello posteriore), con il pericolo che prendesse nuovamente fuoco? E' forse un lapsus freudiano di Arcangioli?

Per non parlare del fatto, non riportato dal giudice Scotto, secondo cui Arcangioli, in questa stessa audizione, dichiara anche di essersi appostato dalla parte opposta della strada per aprire la borsa e non averci trovato dentro niente di interessante. Peccato che la ricostruzione è smentita dai filmati, che inquadrano Arcangioli camminare verso l'uscita di via D'Amelio e non verso il marciapiede opposto alla casa della madre del giudice.

La versione di Farinella

Il 2 marzo 2006 l'appuntato Rosario Farinella, in servizio di scorta al dottor Ayala il 19 luglio 1992, dichiara: “Premetto che siamo arrivati quasi in contemporanea con i vigili del fuoco, (…) ci siamo avvicinati all'auto del magistrato che aveva tutte le portiere chiuse, ma non a chiave, il Dr. Ayala ha notato che all'interno della stessa, appoggiata sul sedile posteriore, c'era la borsa di cuoio del dr. Borsellino per cui, con l'aiuto dello stesso vigile del fuoco (intento poco prima a domare l'incendio dell'auto) abbiamo aperto la portiera posteriore. (…) Io personalmente ho prelevato la borsa dall'auto e avevo voluto consegnarla al dr. Ayala. Questi però mi disse che non poteva prendere la borsa in quanto non più magistrato, per cui io gli chiesi che cosa dovevo farne. Lui mi rispose di tenerla qualche attimo in modo da individuare qualcuno delle Forze dell'Ordine a cui affidarla. Unitamente a lui ed al mio collega ci siamo allontanati dall'auto dirigendoci verso il cratere provocato dall'esplosione, mentre io reggevo sempre la borsa. Dopo pochissimi minuti, non più di 5-7, lo stesso Ayala chiamò un uomo in abiti civili che si trovava poco distante e che mi indicò come ufficiale o funzionario di polizia, dicendomi di consegnargli la borsa. Allo stesso, il dr. Ayala spiegava che si trattava della borsa del dr. Borsellino e che l'avevamo prelevata dalla sua macchina (…). L'uomo che ha preso la borsa non l'ha aperta, almeno in nostra presenza; ricordo che appena prese la borsa, lo stesso si è allontanato dirigendosi verso l'uscita di Via D'Amelio, ma non ho visto dove è andato a metterla”.

Le dichiarazioni di Farinella, molte lucide e anche in parte confermate dal pompiere Giovanni Farina che ricorda di avere aiutato un appartenente alle forze dell'ordine ad aprire la portiera incastrata, sembrano dunque mettere a posto tutti i pezzi del puzzle. Purtroppo, quando i magistrati gli mostrano la foto di Arcangioli, Farinella dichiara: “Non sono in grado di riconoscere la persona che mi mostrate; posso aggiungere però che non ricordo assolutamente che la persona alla quale ho consegnato la borsa avesse una placca metallica di riconoscimento; di questo particolare ritengo che mi ricorderei”. Il buio torna fitto.

La quarta versione di Ayala

Il 23 luglio 2009 Ayala ha rilasciato un'intervista ad Affaritaliani.it dichiarando: “La borsa nera di Borsellino l'ho trovata io, dopo l'esplosione, sulla macchina. Che ci fosse, nessuno lo può sapere meglio di me, perché l'ho presa io. Non l'ho aperta io perchè ero già deputato e non avevo nessun titolo per farlo. A differenza di quanto si ricordi, io sono andato in Parlamento prima della morte di Borsellino e quindi non avevo nessun titolo per aprirla. Ma io sono arrivato per primo sul posto perché abito a 150 metri. Anche prima dei pompieri. Quando l'ho trovata l'ho consegnata ad un ufficiale dei carabinieri. E' verosimile che l'agenda fosse dentro la borsa e che sia stata fatta sparire”.

Cambia tutto, di nuovo. Questa volta ha fatto tutto lui, l'ha presa, l'ha estratta e l'ha consegnata ad un ufficiale dei carabinieri. Conferma di esser stato il primo ad arrivare, addirittura prima dei vigili del fuoco.

La versione di Cavallaro

Il 22 luglio 2009, Cavallaro, in un'intervista, ha riassunto così i suoi ricordi: “Questa borsa di cuoio l'ho vista e l'ho anche avuta per le mani. A volte le Storia ci passa davanti agli occhi e non cogliamo il segmento al quale poi ripensiamo il resto dei nostri giorni. Quel giorno io sono arrivato immediatamente dopo l'esplosione perché stavo abbastanza vicino. Tra l'altro aspettavo il giudice Ayala nell'ufficio in cui stavo lavorando alla stesura di un libro (…) Lui era in ritardo e quando alle cinque meno qualcosa sento il botto... fumo dalle parti della Fiera del Mediterraneo... io ho un tremito perché penso proprio a Giuseppe Ayala. (…) Mi precipito al telefono proprio per chiamare l'utenza del residence. Per fortuna trovo la moglie che mi dice: - No. Abbiamo sentito anche noi il botto: è sceso con la scorta. - (…) Mi sono precipitato sul luogo dove ho trovato Ayala. (…) Dopo qualche minuto io e Ayala ci siamo ritrovati appunto protagonisti di un pezzo di Storia che ci è passato sotto gli occhi perché eravamo accanto all'auto del giudice Borsellino con la portiera posteriore spalancata e fra il sedile anteriore dell'autoguida e la poltrona posteriore, proprio poggiata a terra, c'era una borsa di cuoio che una persona, credo un agente in borghese, ha preso e quasi consegnato a me, forse scambiandomi per un assistente (…) Fatto sta che questa borsa, avendola avuta per un istante così... avendola tenuta dal manico per un istante, io la stavo quasi passando al giudice Ayala con il quale ci siamo scambiati... così... degli sguardi. (…) Giuseppe Ayala ha avuto la prontezza di spirito di... vedendo un colonnello dei carabinieri o comunque un alto ufficiale dei carabinieri, del quale non ricordiamo con esattezza né i gradi né purtroppo il volto, (…) Il giudice Ayala ha consegnato questa borsa a un colonnello dicendo: - La tenga lei - ”.

Poi di quella borsa non sanno più nulla. Afferma che nessuno di loro sospettava che dentro quella borsa ci fosse una cosa così importante come l'agenda rossa. E' evidente che le dichiarazioni di Cavallaro in parte confermano, in parte smentiscono quelle di Ayala.

Il giudice Scotto riassume tutte le varie versioni di Farinella, Ayala e Arcangioli dicendo che, pur essendo contrastanti (tutti e tre dicono di aver estratto la borsa dalla macchina), la rettifica di Ayala (quale delle quattro?) scagionerebbe Arcangioli perché, se l'uomo in borghese è da identificare con Arcangioli, non si capisce perché avrebbe dovuto consegnare la borsa ad Ayala se il suo intento era quello di rubare l'agenda rossa. Se invece si dà credito a Farinella, bisogna desumere che Arcangioli non sia stato il primo ad entrare in possesso della borsa.

A parte il fatto che mettere sullo stesso piano le dichiarazioni dell'imputato, su cui pendono delle gravi prove indizianti e che quindi ha tutto l'interesse a salvaguardare la propria posizione, con quelle di tutti gli altri testi è una mossa alquanto azzardata, perché vengono superficialmente vagliate solo un paio di versioni, una separata dall'altra? Di fronte a dichiarazioni tanto contrastanti, tra l'altro più volte rivedute e stravolte, come è possibile dare credito tout court ad una sola di esse e da questa trarre delle conclusioni, senza pensare che magari ci siano degli elementi di verità e falsità in ognuna di esse? Non andrebbe fatta chiarezza su tutto questo macello di testimonianze per capire chi dice il vero e chi mente, invece che buttarle al macero e dire che sono inutilizzabili? E poi, riguardo all'ultima argomentazione di Scotto, anche se fosse vero che Arcangioli non e' stato esattamente il primo ad entrare in possesso della borsa, in base a quale contorto ragionamento questo fatto potrebbe scagionarlo?

La versione di Garofalo

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/22098/78/

Walter Galbusera della UIL chiede solidarietà per i cattomafiosi della statale

dal Giornale

Il sindacato: "Assalti a Cl? Metodo da prime Br era un dovere mobilitarci"
di Giulia Guerri

Non c’è scusa che tenga. Non c’è credenza ideologica o politica che possa giustificare l’assenza di una presa di posizione e il silenzio di questi giorni. Perché episodi come quelli accaduti ai ragazzi di Comunione e liberazione all’interno della Statale richiedono una solidarietà civile e umana che è ben al di sopra delle parti. Dopo l’intervento del ministro all’Istruzione Mariastella Gelmini, che ieri da queste pagine aveva invitato il rettore dell’Università degli Studi a render conto delle aggressioni nel suo ateneo, ora scendono in campo anche i sindacati. Lo fa la Uil Lombardia per prima attraverso il proprio segretario generale Walter Galbusera. «Anche chi è lontano per formazione politica, ha il dovere di schierarsi e muoversi e di creare quella mobilitazione e quell’allarme che finora sono mancati». Nelle forze sociali, come l’Anpi e nelle stesse associazioni corporative. «Non ci abbiamo pensato e arriviamo con un po’ di ritardo su questa faccenda», ammette Galbusera che, nonostante il momento difficile per i rapporti con le altre sigle, si augura lo stesso di riuscire a creare le condizioni per prendere una posizione comune e condivisa su quanto accaduto.
La vicenda ormai è nota: i ragazzi della cartolibreria Cusl sono stati prima aggrediti dai centri sociali e poi costretti a barricarsi nel loro locale, sotto la minaccia dell’estrema sinistra. Infine, la pubblica gogna ovvero la lista con i nomi dei titolari della libreria scritto sulle pareti della facoltà, colpevoli di aver denunciato cinque anarchici che avevano rubato 800 fotocopie. «Sì, l’elenco con le persone da colpire... Ora - continua Galbusera -, non abbiamo le fette di salame sugli occhi: questo significa che il ripetersi di comportamenti simili può riaprire una strada che abbiamo già visto in passato». E questo vale per quello che è successo in Statale ma anche per altri fatti. «Qui stiamo parlando di un gruppo stretto di persone con eccesso di militanza. La vicenda, i nomi, il comportamento: è il metodo delle prime Br. All’inizio non è stato ucciso nessuno, venivano soltanto picchiati». Il problema rimane ed è grave. Il problema, ribadisce ancora una volta il segretario della Uil Lombardia, è che questi atti devono essere repressi immediatamente per evitare poi di domandarsi il perché di una possibile degenerazione. «Sinceramente non capisco cosa intende fare l’università. Se lo stesso episodio fosse accaduto nei confronti di alcune realtà, la mobilitazione sarebbe stata immediata e forte. E giustamente. Perché fatti del genere non devono avere colore politico. Ma la reazione deve essere coerente». Come a dire: se l’indignazione si sveglia solo se ad essere colpita è la sinistra, allora non va bene. Allora sì che si commette un grave errore. «Su questo, le forze politiche, la magistratura e l’Università in primo luogo dovevano muoversi. Un tempo quando si voleva colpire in modo profondo, si distruggevano i libri, si abbattevano le statue...Insomma, quest’aggressione è avvenuta in un luogo simbolico come l’Università, la casa della cultura».
Si chiami pure latitanza, ritardo oppure indifferenza. Da parte delle istituzioni così come di alcuni organi di stampa. La sostanza, secondo Galbusera, non cambia di molto. «Chi tace si assume la responsabilità di non difendere la libertà politica. Quello che è grave è che non ci sia una reazione analoga dei democratici. Quello che colpisce è il ritardo con cui affrontiamo questa vicenda, ed è questo l’allarme». Anche il silenzio da parte cattolica non è un bel segnale, aggiunge il segretario. Avrebbero potuto farsi sentire attraverso le Acli, la Caritas o la Cisl. «Nessuno può condividere l’indifferenza. Ripeto: la logica della solidarietà in questi casi va al di sopra delle parti».

Spataro critica il processo breve - Il Pdl: dalle toghe azione eversiva(ahahah)

Da Gasparri a Bondi dure reazioni
alle accuse del pm sulla riforma
ROMA
Un riferimento al ministro dell’Interno Roberto Maroni («Guai a lanciare allarmi esagerati» sul terrorismo) e una bocciatura dei dati forniti dal ministro della Giustizia Alfano sull’impatto del ddl sul processo breve. Il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, va in televisione ospite di Lucia Annunziata a "In mezz’ora" e quel che dice fa scatenare le critiche del Pdl, che lo accusa di aver fatto una vera e propria «tribuna politica» e invita a «battersi a tutti i livelli» contro questa anomalia. Spataro parla del processo Abu Omar, di cui si sta occupando e spiega di non aver ricevuto pressioni, ma di aver di sicuro trovato ostacoli. «L’apposizione del segreto di Stato - argomenta - non è una pressione, ma un ostacolo giuridico».

Ma soprattutto il procuratore aggiunto di Milano punta il dito contro le nuove normative in materia di giustizia. Attacca il ddl Alfano che nella parte in cui prevede di sganciare il pm dalla polizia giudiziaria sembra ispirato da «logica aziendale», ma in particolare critica il ddl sul processo breve che martedì comincia il suo iter al Senato. Alfano ha detto che riguarderà l’1% dei procedimenti? «Allora - chiede Spataro - dov’è il problema? Vuole dire che il 99% dei processi funziona egregiamente. Se è solo l’1% allora la legge non serve ma io temo che i numeri saranno peggiori in futuro».

Parole che scatenano critiche a pioggia da parte del Pdl. Per il portavoce del Partito, Daniele Capezzone, quella di Spataro è stata una «tribuna politica» senza contradditorio. «Siamo di fronte a un’azione eversiva contro la legalità democratica» commenta il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, mentre il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi sottolinea che l’anomalia non è soltanto nelle parole di Spataro, ma anche nella mancata presa di distanza della sinistra. Il presidente dei deputati, Frabrizio Cicchitto, è convinto che le parole del procuratore aggiunto di Milano siano la conferma «dell’esistenza di una grande anomalia italiana contro la quale è indispensabile battersi a tutti i livelli, nel Parlamento e nel Paese».

Madonnina, tutta una mafia

di Davide Milosa, il manifesto, 29 marzo 2009

Ogni mattina, cascasse il mondo, salgono i pochi gradini del palazzo di
Giustizia di Milano, prendono l'ascensore e si fermano al quarto piano,
quello della Procura. Entrano in uffici che rigurgitano carte,
informative giudiziarie, brogliacci di intercettazioni. Loro annotano,
confrontano, evidenziano, ascoltano. Per tutto il giorno non fanno
altro. Quindi si incontrano. E quando si riuniscono sono sempre in tre.
Fanno gruppo. Sono il nuovo pool antimafia della procura di Milano. Sono
i sostituti procuratori Ilda Boccassini, Alessandra Dolci e Mario
Venditti. Una novità assoluta non ancora formalizzata ma che funziona a
pieno regime già da qualche mese. Il pool oggi è la dimostrazione di
quanto sia grave l'infiltrazione mafiosa in Lombardia. Un'infiltrazione
guidata e programmata dall'alto di una cupola che ha nel clan calabrese
Barbaro-Papalia il suo vertice assoluto.

Milano come Palermo, dunque. E come in Sicilia anche qui la battaglia è
chiara, aperta, dichiarata: da un lato questi tre magistrati, dall'altro
un esercito di uomini d'onore pronti a tutto. Perché all'ombra del Duomo
la mafia esiste. C'è e si vede. Addirittura si sente. Quando uccide ad
esempio: tre morti in appena tre mesi, da marzo a settembre 2008. Tre
boss freddati in luoghi pubblici. Come a Platì o a Gela o a Casal di
Principe. A Milano la mafia fa rumore quando spara nei cantieri che sono
"roba loro", tanto sicuri da usarli per testare le armi. Capita ad
Assago alle ex Cartiere Binda. Capita troppo spesso, solo che qui fino
ad oggi tutto è scivolato via in nome di una strana idea di pulizia
morale tanto dannosa quanto colpevole. «La mafia a Milano non esiste. La
Piovra è soltanto una favola raccontata in televisione, questa città è
sana e pulita». Lo disse negli anni Ottanta un sindaco socialista. Non
era vero allora, non lo è soprattutto oggi con gli uomini della
'ndrangheta e di Cosa nostra che si spartiscono droga, appalti,
ristoranti, discoteche.

Gli affari sono tanti e quando qualcosa non va, ci sono picciotti dal
grilletto facile da reclutare nelle periferie di Quarto Oggiaro, della
Barona, di Baggio, del Corvetto, tutte ottime palestre criminali. Perché
anche a Milano gli imprenditori che non si piegano vengono gambizzati,
mentre chi collabora paga una tangente, anche qui i sindaci onesti
ricevono proiettili in busta chiusa, anche qui capita che dodici camion
per il movimento terra vadano a fuoco in una sola notte, anche qui le
gare d'appalto sono truccate, anche qui le teste di capretto vengono
ritrovate all'alba appese ai cancelli delle case di alcuni industriali.

Fatti del genere se ne contano a decine, ma fino ad ora erano stati
tutti interpretati come episodi scollegati l'uno dall'altro. L'obiettivo
del pool, invece, è quello di mettere assieme le varie piste. Un lavoro
in fondo semplice. È bastato, infatti, analizzare le diverse inchieste
per accorgersi, ad esempio, che il clan Barbaro oltre a gestire in
totale monopolio mafioso il movimento terra nei cantieri di Milano,
aveva in mano anche tutti i lavori della Tav.

Ecco cosa è successo: nello scorso luglio Alessandra Dolci, brillante pm
cresciuta all'ombra di Alberto Nobili, il padre della Nord-Sud,
l'inchiesta che ha svelato vent'anni di mafia in Lombardia, ha arrestato
Salvatore Barbaro, il giovane boss dell'edilizia. Lo stesso che aveva
rapporti stretti con il cugino Pasquale Barbaro, il referente, secondo
Mario Venditti, per i lavori nei cantieri dell'Alta velocità.

Ecco perché ogni giorno i tre magistrati del pool confrontano dati,
sovrappongono fatti, proseguono a cerchi concentrici, svelando a poco a
poco uno scenario criminale senza precedenti. Così dall'Arco della Pace
si passa a Buccinasco e si arriva fino a Monza, da qui alle
infiltrazione nel comune di Desio e poi oltre verso la Brianza. E mentre
le pagine delle informative aumentano, le intercettazioni rivelano
inquietanti dati di fatto. Il più clamoroso: una telefonata in cui due
boss disegnano in diretta la mappa del controllo mafioso in Lombardia.

Così, se in Procura stanno i buoni, là fuori vivono i cattivi, quelli
che il Comune di Milano, tanto impegnato nel combattere rom e
clandestini, dimentica o vuole dimenticare, ad esempio, boicottando la
Commissione antimafia votata dal consiglio. E intanto il direttivo
mafioso progetta nuovi affari. Al vertice, si è detto, il clan
Barbaro-Papalia che ha nel 25enne Domenico Papalia, figlio del superboss
Antonio Papalia, il nuovo referente per il nord Italia. Una carica di
responsabilità. Ma lui, che vive a Buccinasco e che molti chiamano già
don Mico, è uno che sa giocare da golden-boy del crimine. Scrivono gli
investigatori: «Domenico Papalia è in grado di aggregare attorno a sé
gruppi di giovani provenienti da Platì affascinati da facili guadagni
particolarmente attivi e mobili nel traffico di droga». Il giovane boss
in aprile si sposerà a Platì con una Barbaro. Intanto prende decisioni
sui fatti di sangue da compiere a Milano e dirime controversie negli
affari. Così se a Baggio i calabresi Muià hanno problemi con un gruppo
di siciliani, lui interviene, ascolta e poi decide.

Dal canto suo Ilda Boccassini, il magistrato che prima dei processi a
Silvio Berlusconi mise a segno la prima inchiesta di mafia al nord,
subito ribattezzata Duomo connection, seguendo le tracce di Luigi
Bonanno, proconsole milanese dei Lo Piccolo, ha incrociato un noto
imprenditore astigiano legato ai boss e già comparso nell'inchiesta
sulla 'ndrangheta del pm Dolci. Da qui poi è ripartita disegnando la
nuova presenza di Cosa nostra.

Milano, infatti, non è solo la capitale degli affari mafiosi ma è anche
città di latitanti. I boss in fuga all'ombra della Madonnina hanno
appoggi importanti. E così uno come Gianni Nicchi, l'ultimo vero erede
dei Corleonesi, già delfino di Bernardo Provenzano e Nino Rotolo, nel
capoluogo lombardo ha vissuto per mesi senza problemi. Dove? «Girava
voce - racconta il pentito Andrea Bonaccorso - che Nicchi fosse a Milano
protetto da Enrico Di Grusa». Di Grusa è il marito di Loredana Mangano,
la figlia di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore. Non solo, secondo
un altro pentito, assieme alla moglie gestirebbe una serie di
cooperative costituite ad hoc per creare fondi neri utilizzati da Cosa
nostra. Di più: Enrico Di Grusa, secondo i magistrati siciliani
impegnati oggi nel processo al clan Lo Piccolo, «a Milano costituisce
una filiale del mandamento palermitano di Porta Nuova dedita alla tutela
di latitanti». Un nucleo, quello di Di Grusa, che da un lato «beneficia
di amicizie importanti come quella con Marcello Dell'Ultri», vecchio
amico di Vittorio Mangano, e dall'altro aggrega attorno a sé boss di
livello come Sandro Mannino, uomo d'onore di Passo di Rigano che si
incontra con le figlie dell'ex stalliere del presidente del Consiglio.
Su questo lavora oggi il pool di Milano. Tutte vicende che prima si
perdevano in mille rivoli, e che invece oggi compongono un unico romanzo
criminale tutto da leggere.

(31 marzo 2009)

"Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che gli uomini
buoni rinuncino all'azione” - Edmund Burke

GIOVANI, SIMPATICI E MAFIOSI

Mico, Antonio, Salvatore la nuova generazione di boss a Milano
Papalia junior è latitante. Chi passa nella sua zona viene accerchiato
Quella cinquecento pare comparsa dal nulla. Sbucata dal nero della notte di Buccinasco, paese a sud di Milano, terra di imprese e di 'ndrangheta. Un salotto di ville e giardini dove comanda il clan Barbaro-Papalia. E quella macchina? Resta attaccata alla nostra. All'improvviso sbuca una smart con un faro rotto. Supera e ci chiude davanti. Per terza ecco una bmw che si mette di lato, completando il sandwich. Si prosegue così per cento metri poi le macchine si allontanano. E noi con loro, via veloci verso Milano consapevoli di aver rischiato grosso, ma anche di aver documentato in presa diretta cosa significa, qui al nord, il controllo del territorio da parte della mafia.

La scena si svolge in via Vivaldi, stradone silenzioso puntellato da palazzoni rossastri. Un luogo anonimo se non fosse per un particolare: qui vive Domenico Papalia, classe '83, figlio di Antonio Papalia, oggi al 41 bis, negli anni Ottanta referente della 'ndrangheta per il nord Italia. Ora lo scettro del comando è passato nelle mani del giovane Mico. Un ruolo di rispetto che, come si è visto, comporta una buona rete di fiancheggiatori. «Papalia è un tipo tosto - raccontano gli investigatori - non dorme più di tre giorni nello stesso posto, non usa cellulari». Lui la puzza di sbirri ha imparato ad annusarla fin da piccolo. Durante i due anni dell'indagine Parco sud, conclusasi martedì con 15 arresti, il «ragazzino» ha scoperto tre microspie. Nelle carte dell'inchiesta compare anche il suo nome, eppure quando gli uomini della Dia sono andati a bussargli a casa non c'era. Da due giorni il giovane rampollo della 'ndrangheta è latitante. E come lui è sfuggito al blitz un'altro piccolo principe del clan. Quell'Antonio Perre, classe '84, soprannominato Toto u cainu. Fino a tre giorni fa, aveva svolto il ruolo di referente per conto del 35enne Salvatore Barbaro, in carcere dal luglio 2008, ma per anni regista degli interessi mafiosi nell'edilizia milanese.

Papalia, Perre, Barbaro. Eccoli, i volti nuovi della 'ndrangheta a Milano. Volti da bravi ragazzi, cresciuti all'ombra della Madoninna e, a differenza dei padri, perfettamente a loro agio tra i tavolini dei locali più noti di Milano. Domenico Papalia, ad esempio, è solito frequentare il Toqueville di corso Como. Qui, una sera incontra un giovane imprenditore immobiliare. «Sapevo chi era Papalia», dirà. Per questo lo trova «simpatico» e gli presta, a fondo perduto, 40.000 euro. «Non sento Domenico da tre mesi, ma sono sicuro che mi restituirà i soldi».

Ovviamente non si tratta di prestito, ma di una vera regalia, perché il potere per il giovane Mico è un diritto di sangue. Ecco, infatti, come lo descrive Andrea Madaffari, vicepresidente della Kreiamo spa con sede in via Montenapoleone, secondo il gip cassaforte occulta del denaro mafioso. «Quel ragazzino non è un piripicchio qualunque sai chi è suo padre?». E il nome di Antonio Papalia, ritorna in altre intercettazioni del figlio, invitato proprio nella sede della Kreiamo a fare da garante in una disputa con il clan Sergi. «Speriamo - dice - che qua tutta questa situazione la risolviate sennò a me ve lo giuro mi dispiace. L'ho detto anche ad Antonio». Bastano queste parole per dare tono e sostanza al ruolo di Papalia, giovanissimo, eppure ascoltato da tutte le «famiglie», come i potenti Muià-Facchineri, interessate alla golosa torta degli appalti.

«Mo sto tornando con l'assegno», dice invece il giovane Perre a Salvatore Barbaro. Poco prima u Cainu era a colloquio con un imprenditore. «Allora Angelino - aveva detto Perre - lo sai che Salvatore aspetta i soldi, che facciamo con quest'assegno?». A quel punto l'imprenditore era sbottato. «Ve lo sto dicendo, tagliatemi la testa, ma io l'assegno non lo posso fare». Invece lo farà. In questa intercettazione sta la figura di Antonio Perre, prima factotum di Barbaro e poi esecutore degli ordini impartiti dal carcere. Tra i tanti quelli di imporre i camion della 'ndrangheta nei cantieri di Milano. Questi sono i calabresi di Buccinasco. «Gentaglia di merda!», come dice un imprenditore. Gentaglia che comanda grazie a un potere mafioso ai vertici della 'ndrangheta. Il fratello di Domenico, Pasquale Papalia, è sposato con la figlia di Antonio Pelle, principe nero di San Luca, arrestato la scorsa estate dopo 9 anni di latitanza, e morto ieri d'infarto. Un lutto lungo oltre mille chilometri: dall'Aspromonte al Duomo.

Davide Milosa - Il Manifesto - 15nov09

Operazione Pavone, la direttrice di banca chiede aiuto ai mafiosi: "A quello spaccategli le gambe"

Nell'istituto San Paolo di piazzale Corvetto la banda legata a Luigi Siciliano riciclava il denaro della droga. E in cambio la banca chiedeva aiuto per il recupero crediti
L'operazione

Sono 75 gli indagati, tutti destinatari di ordinanze di custodia cautelare su richiesta della Dda di Milano, finiti nell'operazione Pavone. I mandati di cattura (alcuni già in carcere, altri 19 eseguiti durante l'inchiesta in flagranza di reato) sono stati eseguiti dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale

L'indagine ha preso le mosse da un traffico di cocaina e hashish dal Marocco e dalla Spagna, controllato da Gerardo Gadaleta, detto Gerardo il criminale. Legati a lui anche il gruppo di Quarto Oggiaro e Domenico Brescia, il sarto già finito nei guai dopo la fuga di notizie sulle intercettazioni con Mancini e altri giocatori e dirigenti nerazzurri

Tra gli arrestati anche un gruppo napoletano legato alla camorra e guidato da Luigi Siciliano. Lui, una volta arrestato, aveva corrotto una guardia penitenziaria per cambiare cella e mantenere i contatti con l'esterno. Tra gli arrestati anche un agente di polizia di 39 anni U. S, residente a Torrevecchia Pia, in provincia di Pavia. E due avvocatesse di Milano 7 novembre 2009 - “Gli faccia un bello mazziatone...tieni qualche mafioso...eh, mi raccomando”. E’ da poco passato mezzogiorno del 5 luglio 2006. Vincenzo Busso, imprenditore-riciclatore per conto del trafficante Luigi Siciliano, chiama al telefono Angela D.F., direttrice della banca San Paolo Imi di piazzale Corvetto (oggi Intesa-San Paolo). Busso chiede conto di alcuni movimenti bancari per 90 mila euro da fare eludendo le norme antiricilcaggio. Ma nella telefonata si parla soprattutto di recupero crediti. La direttrice dell’istituto chiede aiuto a Busso e ai suoi amici per recuperare 2 mila euro da un cliente: “uhm, uhm, però fammi recuperare quei duemila euro”, chiede la donna. “Stai tranquilla che glieli faccio recuperare”, la risposta di Busso. E così la direttrice – oggi interdetta dalle sue funzioni per un anno come disposto dal giudice per le indagini preliminari nell’ambito dell’operazione Pavone del Ros dei carabinieri -, specifica le sue richieste: “Gli faccia un bello mazziatone...tieni qualche mafioso...eh, mi raccomando”.
Conversazioni riportate nell’ordinanza d’arresto del gruppo legato a Luigi Siciliano e Gerardo Gadaleta e Domenico Brescia. Annota il gip nell’ordinanza emessa su richiesta del pm Marcello Musso: “altre conversazioni vengono richiamate perché servono a provare il particolare rapporto che Busso intrattiene con la filiale del San Paolo. Con quella che segue si documenta che continua questa incredibile richiesta da parte della filiale di banca - dunque non solo della direttrice - di intervento in funzione di recupero crediti”. In questa telefonata, tre ore dopo la precedente, interviene anche un impiegato della banca che raccomanda l’intervento per recuperare il credito. A chiamare l’istituto di piazzale Corvetto è ancora Vincenzo Busso, stavolta risponde tale Salvatore, impiegato dell’istituto. E’ lui a chiedere a Busso le condizioni di salute di Stefano C., il creditore della banca. Busso risponde che lo stesso "sta bene...sta bene ancora per poco... " e allora Salvatore continua con la sua richiesta: “quando gli spezzeranno le gambicelle?”. L’imprenditore, così come annotato nell’ordinanza di custodia cautelare, risponde di “avergli mandato per due sere di fila suo fratello a citofonare a casa e che non ha risposto nessuno”. Per questo il bancario chiede che cosa debbano fare. Busso risponde di “non preoccuparsi e che lo aspettano, che magari lo stesso è andato a farsi due giorni di ferie con i soldi del San Paolo (della banca, n.d.r.). E a questo punto Salvatore ribatte dicendo che Stefano C. "..i giorni di ferie se li andrà a fare con le stampelle... ".

Si legge nell’ordine di custodia: “Per la direttrice di banca Angela D.F. il pm ritiene di dover richiedere la misura cautelare interdittiva dall'esercizio della funzione bancaria che è funzione di servizio pubblico. La D.F, nella sua qualità di direttrice della filiale di piazzale Corvetto della banca San Paolo Imi di Torino, cooperata senza ritegno con il Busso Vincenzo, al quale si rivolge con il 'tu', in qualsiasi operazione che il Busso le richiede, pur di tenersi il cliente, e quindi anche nella sostituzione di denaro, mediante deposito in banca attuato con artifici tali da occultarne la provenienza e da non lasciarne traccia sui conti correnti del Busso. Non si è dubbio che quando si sente il responsabile di agenzia bancaria aderire alla richiesta del proprio cliente - come si sente fare da parte della D.F. nella conversazione del 5.7.2006 - che vuole depositare 90 mila euro ' ... però non dobbiamo farli vedere... ' e domanda al responsabile bancario di "trovare il sistema"; quando lo si sente proporre la soluzione in modo da eludere - detto esplicitamente - le norme 'antirìciclaggio', tramite'"... un'operazione per cassa però li dobbiamo metterli su un fondo ... ', senza farli transitare sul conto del riciclatore, è del tutto evidente che tale responsabile va fermato e gli va impedito di continuare, anche perché, e per di più, nel caso di specie si assiste ad una sorta di baratto, e cioè alla richiesta, da parte del responsabile dell'agenzia, di essere aiutato, a sua volta e da parte del cliente a recuperare un credito di altro cliente, una sorta di incarico a recuperare il credito andando 'a casa' del debitore". (cg)

http://www.milanomafia.com/home/pavone2-1

Domenico Papalia e Antonio Perre. Ecco i volti dei giovani superlatitanti della 'ndrangheta milanese.

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Domenico Papalia e Antonio Perre. Ecco i volti dei giovani superlatitanti della 'ndrangheta milanese
I due sono latitanti dal 3 novembre, quando sono sfuggiti al blitz della Dia. Ora le indagini sono passate alla sezione catturandi dei carabinieri. Da Milano a Locri è caccia ai due rampolli della 'ndrangheta
L'indagine

Domenico Papalia e Antonio Perre sono coinvolti nell'indagine Parco sud. A carico dei due c'è un mandato di cattura per associazione mafiosa

Assieme al clan Barbaro avrebbero gestito, in regime di monopolio, gli affari del movimento terra nel Milanese

Dalla carte dell'inchiesta, coordinata dal pm Alessandra Dolci, Domenico Papalia emerge come capo indiscusso dell'organizzazione. Lui, pur giovanissimo, sarebbe il refernte della 'ndrangheta per il nord Italia

Nell'ordinanza di custodia cautelare emerge, infine, l'intento del clan di fare un salto di qualità ed entrare nel circuito delle agenzie immobiliari. Una di queste, la Kreiamo con sede in via Montenapoleone, avrebbe funzionato come lavatrice del denaro della cosca

19 novembre 2009 - Li hanno cercati ovunque, setacciando palmo a pamo l’intero territorio di Buccinasco. Hanno provato nei paesini che si allungano verso Pavia. Ma nulla. Domenico Papalia e Antonio Perre si sono trasformati in fantasmi. Di loro non si hanno tracce dal 3 novembre scorso quando sono sfuggiti al blitz degli investigatori. Quella notte gli uomini della Dia hanno bussato alle loro case con in mano l’ordinanza d’arresto per associazione mafiosa. “Ma Papalia – confida un ispettore – era già tre giorni che non si vedeva a casa”. Diversa la situazione di Perre, detto Toto 'u cainu. “Ci è sfuggito da davanti al naso – dice il pm Alessandro Dolci, titolare dell’indagine Parco sud - . Perre è riuscito a scendere in garage, qui ha preso l’auto ed è scappato, quasi travolgeva un investigatore”. E così a 16 giorni di distanza le ricerche stanno a zero. Intanto, l’indagine è passata dagli uomini della Dia alla sezione catturandi dei carabinieri. In mano, i militari hanno solo due immagini che Milanomafia.com è in grado di pubblicare in anteprima (da sinistra Domenico Papalia e Antonio Perre). Si tratta di foto tratte dai documenti di identità dei due latitanti.

Altro non si sa. Nulla è emerso dalle perquisizioni effettuate negli appartamenti di parenti e amici. Decine di persone, legate ai due giovani boss. “Non abbiamo trovato nulla che assomigli a un bunker”, ci dice un investigatore. Ora il dubbio è che i rampolli della ‘ndrangheta milanese siano scesi in Calabria. Domenico Papalia, ad esempio, oltre che a Platì, dove è nato il padre Antonio (oggi al 41 bis), potrebbe aver trovato rifugio in qualche masseria attorno a San Luca. La sua giovane moglie, infatti, è originaria di questo paese, i cui clan, storicamente, sono tra i più potenti della mafia calabrese. Stesso discorso vale per Antonio Perre. E’ chiaro che a entrambi, visti soprattutto i loro legami familiari, non mancherebbero appoggi e fiancheggiatori.

Eppure, fonti molto qualificate della squadra Mobile sostengono la tesi di una latitanza tutta milanese. Scenario più che ragionevole, visto che sia Papalia che Perre da sempre vivono qua la nord ed è qua che hanno interessi e amicizie. L’influenza del clan Papalia, infatti, non è limitata al solo territorio di Buccinasco e Corsico. Uomini legati alla cosca sono presenti a Zelo Surrigone, paesone satellite che si affaccia sulla statale 30 in direzione Vigevano. Qui abita Pasquale Violi, detto lucifero, originario di Platì con diversi precedenti penali. Ancora più in là, a Bubbiano, vivono elementi di spicco della famiglia Trimboli. Un nome che si allunga fino a Casorate Primo. Qui, prima di essere arrestato, aveva la sua residenza Giuseppe Pangallo, classe ’80 di Platì, sposato con Rosanna Papalia figlia del boss Rocco Papalia. Si tratta di un territorio molto vasto dove tutti questi paesi degradono in una campagna punteggiata di cascine abbandonate, luoghi ideali per trascorrere una latitanza, tanto più che si trovano in spazi aperti e facilmente controllabili. (cg, dm)

http://www.milanomafia.com/home/foto-latitanti

Domenico Papalia e Antonio Perre. Ecco i volti dei giovani superlatitanti della 'ndrangheta milanese.

Domenico Papalia e Antonio Perre. Ecco i volti dei giovani superlatitanti della 'ndrangheta milanese.

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DOSSIER & INCHIESTE. LA MAFIA A MILANO‎ ‎
Domenico Papalia e Antonio Perre. Ecco i volti dei giovani superlatitanti della 'ndrangheta milanese
I due sono latitanti dal 3 novembre, quando sono sfuggiti al blitz della Dia. Ora le indagini sono passate alla sezione catturandi dei carabinieri. Da Milano a Locri è caccia ai due rampolli della 'ndrangheta
L'indagine

Domenico Papalia e Antonio Perre sono coinvolti nell'indagine Parco sud. A carico dei due c'è un mandato di cattura per associazione mafiosa

Assieme al clan Barbaro avrebbero gestito, in regime di monopolio, gli affari del movimento terra nel Milanese

Dalla carte dell'inchiesta, coordinata dal pm Alessandra Dolci, Domenico Papalia emerge come capo indiscusso dell'organizzazione. Lui, pur giovanissimo, sarebbe il refernte della 'ndrangheta per il nord Italia

Nell'ordinanza di custodia cautelare emerge, infine, l'intento del clan di fare un salto di qualità ed entrare nel circuito delle agenzie immobiliari. Una di queste, la Kreiamo con sede in via Montenapoleone, avrebbe funzionato come lavatrice del denaro della cosca

19 novembre 2009 - Li hanno cercati ovunque, setacciando palmo a pamo l’intero territorio di Buccinasco. Hanno provato nei paesini che si allungano verso Pavia. Ma nulla. Domenico Papalia e Antonio Perre si sono trasformati in fantasmi. Di loro non si hanno tracce dal 3 novembre scorso quando sono sfuggiti al blitz degli investigatori. Quella notte gli uomini della Dia hanno bussato alle loro case con in mano l’ordinanza d’arresto per associazione mafiosa. “Ma Papalia – confida un ispettore – era già tre giorni che non si vedeva a casa”. Diversa la situazione di Perre, detto Toto 'u cainu. “Ci è sfuggito da davanti al naso – dice il pm Alessandro Dolci, titolare dell’indagine Parco sud - . Perre è riuscito a scendere in garage, qui ha preso l’auto ed è scappato, quasi travolgeva un investigatore”. E così a 16 giorni di distanza le ricerche stanno a zero. Intanto, l’indagine è passata dagli uomini della Dia alla sezione catturandi dei carabinieri. In mano, i militari hanno solo due immagini che Milanomafia.com è in grado di pubblicare in anteprima (da sinistra Domenico Papalia e Antonio Perre). Si tratta di foto tratte dai documenti di identità dei due latitanti.

Altro non si sa. Nulla è emerso dalle perquisizioni effettuate negli appartamenti di parenti e amici. Decine di persone, legate ai due giovani boss. “Non abbiamo trovato nulla che assomigli a un bunker”, ci dice un investigatore. Ora il dubbio è che i rampolli della ‘ndrangheta milanese siano scesi in Calabria. Domenico Papalia, ad esempio, oltre che a Platì, dove è nato il padre Antonio (oggi al 41 bis), potrebbe aver trovato rifugio in qualche masseria attorno a San Luca. La sua giovane moglie, infatti, è originaria di questo paese, i cui clan, storicamente, sono tra i più potenti della mafia calabrese. Stesso discorso vale per Antonio Perre. E’ chiaro che a entrambi, visti soprattutto i loro legami familiari, non mancherebbero appoggi e fiancheggiatori.

Eppure, fonti molto qualificate della squadra Mobile sostengono la tesi di una latitanza tutta milanese. Scenario più che ragionevole, visto che sia Papalia che Perre da sempre vivono qua la nord ed è qua che hanno interessi e amicizie. L’influenza del clan Papalia, infatti, non è limitata al solo territorio di Buccinasco e Corsico. Uomini legati alla cosca sono presenti a Zelo Surrigone, paesone satellite che si affaccia sulla statale 30 in direzione Vigevano. Qui abita Pasquale Violi, detto lucifero, originario di Platì con diversi precedenti penali. Ancora più in là, a Bubbiano, vivono elementi di spicco della famiglia Trimboli. Un nome che si allunga fino a Casorate Primo. Qui, prima di essere arrestato, aveva la sua residenza Giuseppe Pangallo, classe ’80 di Platì, sposato con Rosanna Papalia figlia del boss Rocco Papalia. Si tratta di un territorio molto vasto dove tutti questi paesi degradono in una campagna punteggiata di cascine abbandonate, luoghi ideali per trascorrere una latitanza, tanto più che si trovano in spazi aperti e facilmente controllabili. (cg, dm)

1 dicembre - Manifestazione a Messina - I soldi del ponte per la sicurezza del territorio!

Rete No Ponte

La Rete No Ponte da anni si oppone, in tutte le sedi e con i più vari mezzi (documentazione scientifica, dibattiti, campeggi, volantinaggi, manifestazioni sempre più partecipate) alla progettazione e realizzazione del cosiddetto manufatto stabile sullo Stretto, per l'ingentissimo spreco di risorse che ha già inutilmente sperperato e ancor più sperpererà, per la devastazione ambientale e il dissesto idrogeologico che provocherà, per la sua inutilità sostanziale in un contesto trasportistico da quarto mondo.

La Rete No Ponte si oppone a una delle tante scelte calate dall’alto grazie alla famigerata legge obiettivo che ignora i bisogni e i diritti dei territori per privilegiare opere faraoniche e grandi imprese come lmpregilo, nota ormai più per l'abilità finanziaria e le disavventure giudiziarie con i cantieri dell’alta velocità, la casa dello studente all’Aquila e i megainceneritori campani che per la celerità e la correttezza dei lavori.

Da sempre il movimento no-ponte si batte perché si investa sulle cosiddette opere di prossimità, il risanamento delle colline delle coste e dei torrenti, il consolidamento antisismico del patrimonio edilizio esistente evitando nuove aggressioni speculative a un territorio già compromesso, il potenziamento e il rilancio del trasporto marittimo nello Stretto.

Oggi, dopo il tragico e annunciato disastro dell’1 ottobre e il rischio che possa di nuovo accadere anche in altre parti del nostro territorio, occorre invertire decisamente la rotta e porre con forza la necessità di realizzare con gradualità ma con determinazione quello che ha detto, a caldo, anche il presidente Napolitano: non sprechiamo soldi per il ponte ma investiamoli per il risanamento del territorio.

Senza questa scelta netta continuerà il balbettio confuso sulle responsabilità, sulle scelte da fare, sui soldi da trovare, su dove e se ricostruire, aggravando la sofferenza e il disagio degli sfollati che hanno il sacrosanto diritto di tornare, presto e in sicurezza, dove hanno sempre vissuto.

Il governo invece persevera imperterrito: proprio in questi giorni ha stanziato 1,3 miliardi di euro per la progettazione esecutiva e le cosiddette opere collaterali e compensative e la Regione Sicilia ha dichiarato che investirà 100 milioni di euro per la costruzione dell’opera.

Una delle opere compensative, la variante ferroviaria di Cannitello, sarà inaugurata in pompa magna il 23 dicembre e gabellata come inizio dei lavori del Ponte. La rete siciliana e calabrese risponderà con una grande manifestazione nazionale a Villa San Giovanni il 19 dicembre e con altre iniziative sul territorio.

La Rete No Ponte messinese indice pertanto a Torre Faro, a due mesi dall’alluvione, in un luogo simbolo minacciato dal megapilone del Ponte e lì dove oggi trovano accoglienza in strutture alberghiere buona parte degli abitanti delle zone alluvionate, una MANIFESTAZIONE MARTEDÌ 1 DICEMBRE ore 18.00 con concentramento in Via Circuito (davanti Campeggio dello Stretto) per chiedere l’ utilizzo del miliardo e trecento milioni di euro stanziato per il Ponte per la messa in sicurezza dei nostri territori e, prioritariamente, per le aree alluvionate.

Rete No Ponte

Memores Domini

dal sito di cl

’Associazione Memores Domini riunisce persone di Comunione e Liberazione
che seguono una vocazione di dedizione totale a Dio vivendo nel mondo.
I fattori portanti nella vita dei Memores Domini sono la contemplazione,
intesa come memoria tendenzialmente continua di Cristo, e la missione,
cioè la passione a portare l’annuncio cristiano nella vita di tutti gli uomini.

Il Memor Domini "è un laico che liberamente vive una esistenza totalmente immersa nel mondo con una totale responsabilità personale" (Memores Domini – Intervista a Monsignor Luigi Giussani) e che si impegna alla missione vivendo il proprio lavoro professionale come il luogo della memoria di Cristo, traducendolo, cioè, in offerta.
Gli associati intendono seguire una vita di perfezione cristiana praticando i consigli evangelici “sintetizzabili nelle categorie in cui, tradizionalmente, la Chiesa riassume l’imitazione di Cristo. L’obbedienza, nel senso che lo sforzo spirituale, la vita ascetica, sono facilitate e autenticate da una sequela. La povertà, come distacco da un possesso individuale del denaro e delle cose. La verginità, come rinuncia alla famiglia per una dedizione anche formalmente più totale a Cristo” (Intervista citata)
I Memores Domini – chiamati anche “Gruppo adulto” - praticano vita comune in case il cui scopo, sostenuto dal clima di silenzio, dalla comune preghiera e dalla condivisione fraterna, è l’edificazione vicendevole nella memoria in vista della missione.

I Memores Domini hanno avuto origine a Milano nell’anno 1964, nell’ambito dell’esperienza di Gioventù Studentesca.

Dopo essersi diffusa in varie Diocesi, l’Associazione venne eretta canonicamente dal Vescovo di Piacenza, Mons. Enrico Manfredini, il 14 giugno 1981. Sette anni dopo, l’8 dicembre 1988, i Memores Domini vennero approvati dalla Santa Sede, che riconobbe loro personalità giuridica come “Associazione ecclesiale privata universale”.

I Memores Domini sono presenti in 31 nazioni oltre l’Italia

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Da: http://blog.brunovergani.it/
Perché pubblicare questa testimonianza su internet?
Se guardo indietro la passività è stata per me condizione primigenia.
Per giustificarla ho nel tempo costruito un percorso avventuroso, un personaggio di animo sensibile e profondo, alla ricerca di un senso nella vita.
Oggi qualcosa è radicalmente cambiato in me: non mi va più bene. Non sopporto più la mia passività. Questo è un tema molto interessante che Richiama Rilke, Hesse, Nietsche. Diventare ciò che si è. Uscire dalla passività, dalle costruzioni ideologico-religiose che nascondono un mero desiderio di protezione, ed affrontare la vita. Per questo ho iniziato da tempo un percorso artistico con scritti ed immagini dove sono protagonista e Memorie di un ex monaco è parte di questo percorso. L’ho pubblicato per ergermi di fronte al mondo, pacatamente orgoglioso di essere ciò che sono.
perché oggi?
Per due motivi. Il primo intimo: Il frutto per maturare necessita del suo tempo. Oggi, le scelte di una passività culturalmente e spiritualmente "alta" fondate non tanto su un lento e libero disvelamento quanto su una dolorosa necessità iniziale, si stanno in me sgretolando.
E per una urgenza sociale: Il pensiero che, se non fossi andato via, potrei essere ancora lì connivente con l’attuale classe dirigente italiana, per la contiguità di CL con la stessa, mi fa rabbrividire e mi ha spinto ad espormi.
dove hai rappresentato finora il monologo teatrale tratto dal testo letterario “memorie di un monaco”?
Dieci annni fa il drammaturgo e regista teatrale Vincenzo Todesco, mi ha guardato in faccia e d’istinto mi ha proposto di mettere in scena “l’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett da lui diretto ed io, d’istinto, ho detto di si. Da lì, grazie a Todesco, è iniziato il mio percorso artistico. E’ un percorso un po’ zen, dove non si cerca il consenso ma la verità. Non ho sentito l’urgenza di intraprendere la carriera artistica, preferisco essere libero da qualsiasi condizionamento. Per campare faccio l’erborista, una bellissima professione. Da dieci anni ogni anno metto in scena un monologo. Negli ultimi anni miei testi piuttosto autobiografici. La prima messa in scena è di solito anche l’ultima. La rappresentazione come ripetizione esula dai miei interessi. Memorie di un ex monaco è stato rappresentato l’ultima estate all’interno di un trullo in Puglia. Un uomo su una sedia racconta e tace (talvolta le pause raccontano più delle parole). Addetti ai lavori apprezzano le rappresentazioni. Quest’anno hanno assistito Marco Baliani, Marco Bechis e Carlo Formigoni.
chi, di quelli che conoscevi negli anni 70 ha fatto carriera, dentro il movimento e nel mondo?
Non mi risulta si faccia carriera in CL, esistono responsabilità che dovrebbero essere vissute come servizio. I nomi non mi interessano, mi sa di gossip e qui stiamo parlando di faccende terribilmente importanti.
come vengono "scelti" i memores che fanno carriera o acquisiscono posizioni di visibilità nel movimento (es. formigoni, lupi, ecc)?
Ai miei tempi per capacità e competenze specifiche, suppongo sia ancora così.
c'era un indirizzamento politico?
L’anticomunismo a tutti i costi.
come si diventa capo della casa dei memores?
Per una valutazione del Direttivo che applica criteri che francamente ignoro.
chi era il ragioniere priore con conto segreto a vaduz?
Lo si può leggere su “Repubblica” Inchiesta Oil for food.
credi che la tua esperienza sia isolata?
Si. Ci vogliono le palle per emanciparsi da costrizioni del genere.
quali erano gli umori della casa e la vita con gli altri memores?
Un gruppo di uomini che non si sono scelti ma che vivono tutti i giorni insieme, rinunciando al sesso e alla paternità. Che accettano una assoluta dipendenza ontologica da un altro uomo, un superiore che gli rappresenta cristo stesso, che si traduce nel chiedergli sistematicamente “posso?” anche su scelte o dettagli insignificanti. Che danno i soldi del proprio lavoro al gruppo. O cristo esiste davvero e ti dona una struttura affettivo ormonale dell’altro mondo o impazzisci. Io stavo male.
Anche se l’essere aggiornato riguardo il bollettino medico degli attuali Memores non è, al momento, mia urgenza esistenziale, ho ricevuto numerose mail di appartenenti a CL che mi rassicurano: le cose stanno diversamente da quanto avevo testimoniato di me stesso e garantiscono che tutti stanno piuttosto bene.
perché andato via?
Un malessere profondo, financo fisico nel tradire la mia natura, direi la mia vocazione di uomo.
conosciuto don Giussani?
In "memorie di un ex monaco" racconto una micro storia personale, sullo sfondo si scorge il contesto sociale milanese degli anni '70 di cui voglio fare cenno per spiegare come funzionavano le cose e il mio rapporto personale con Don Giussani. Il materialismo ateo, così si chiamava tutto quello che non riconosceva cristo e la sua chiesa come centro della storia, era piuttosto dilagante a tutti i livelli. Ripensandoci oggi all'interno di questa galassia eterogenea era presente, insieme ad una minoranza ideologicamente miope e violenta, un umanesimo onesto e profondo. Don Giussani non la vedeva così e col suo temperamento focoso ha fatto fronte all'emergenza drasticamente. La casa brucia, diceva, anzi urlava. E se la casa bruciava mica si poteva andare per il sottile, mica si poteva dialogare con i presunti piromani, mica si potevano aspettare le indicazioni di un magistero ecclesiale dormiente e tiepido. Urgeva che l'avvenimento chiesa potesse sopravvivere fuori dalle sagrestie, che non fosse relegato a dimensione intimistica ma presente e protagonista assoluto nella storia e nella società a qualsiasi costo, anche quello di utilizzare il bisogno di senso esistenziale di ragazzi sensibili per farli diventare, a fin di bene, militanti obbedienti per la nobil causa. Dinamica accaduta, con le debite proporzioni, anche nella sinistra estrema con conseguenze nefaste. Don Giussani, con la bontà nel cuore, ha fatto questo. Occorreva agire con urgenza. Non si poteva star lì a perdere tempo nel rispettare la sensibilità del singolo che entrava nel movimento, nell'accoglierlo così come era, con la sua personalità e espressioni. Serviva manovalanza attiva per spegnere l'incendio, così siccome il fine giustificava i mezzi questi ragazzi sono stati programmati all'obbedienza militante me compreso. Io mi ero innamorato di Don Giussani, come si innamorano gli adolescenti sani ad una proposta forte e totalizzante. Ancora oggi se leggo alcuni suoi interventi li avverto condivisibili e coinvolgenti. Ma proprio obbedendo a quelle parole affascinanti mi sono ritrovato nel supplizio dell’obbedienza. Cercavo un senso esistenziale e mi sono ritrovato a distribuire volantini contro il divorzio, ad obbedire a persone che mai avrei frequentato, a dare tutto me stesso per appoggiare la campagna elettorale di tizio e caio che nulla centravano con il significato dell'essere, con lo svelarsi del sacro, con i motivi di fondo per cui avevo abbracciato una dedizione totale a dio. Una teoria ineccepibile e affascinante che poi mi conduceva nel quotidiano in un labirinto per me disumano e Don Giussani ne è stato responsabile.
qual era il fascino dell'obbedienza?
Un fascino teorico ma potente: la possibilità di emanciparsi da se stessi. Un io detronizzato che abbraccia l’Assoluto diventato carne e così, fusi in questa alterità, potersi percepire definitivamente liberi dalla finitudine. Poi di fatto l’obbedienza era di uomini ad altri uomini che, a loro dire, rappresentavano l’Assoluto stesso. Un bell’equivoco.
perchè tanti giovani oggi aderiscono al movimento?
Se ti arriva la notizia che Colui che ha fatto tutto ha preso un corpo e ti invita a cena sarebbe stupido non accettare.
era facile fare proseliti?
Quando la proposta è totalizzante e con un pizzico di esaltazione i giovani accorrono.
che tipo di incontri "politici e culturali" frequentavate?
Incontri nell’ambiente sociale, nella politica e nelle istituzioni a partire dalle indicazioni del Magistero ecclesiastico. No al divorzio. Punire penalmente una donna che abortisce. No al marxismo. No al preservativo. Si alla scuola cattolica sovvenzionata dallo Stato e così via. Quando arrivavano le indicazioni dall’autorità si obbediva nel sostenerle e divulgarle ad oltranza senza grado di dubbio e senza rispetto per la ragioni altrui. Non si considerava se era saggio vietare l’uso del preservativo nel terzo mondo, od era opportuno sanzionare penalmente una donna che abortiva. In quegli anni non esistevano tecniche medicali di rianimazione come le attuali, tanto sofisticate da differire il momento della morte, così potevi congedarti senza chiedere il permesso al vescovo. Non si rifletteva ma si obbediva, in quanto la dottrina sociale dell’autorità ecclesiastica era la volontà di Dio stesso. E Dio ne sapeva sicuramente di più della mia piccola mente. Quindi si obbediva cercando di far proprie le ragioni di fondo che motivavano le indicazioni della Chiesa e se le ragioni non si trovavano si obbediva lo stesso, utilizzando stratagemmi retorici e ogni mezzo disponibile per modificare la società alle direttive avute.
come si entrava nei circoli di potere politico in Cl?
Non lo so non ci sono mai entrato. Ero un manovale della base.
memores mediamente colti? buona istruzione?
Si. Le università sono le roccheforti.
casa di sofferenti, evidenti problemi di salute.
Statisticamente, rispetto alla media italiana, ricordo di si. Io tra questi.
quanto tempo rimasto?
Tra movimento di CL e monaci una decina d’anni. Proprio quelli della mia formazione umana. Se non sono venuto troppo male forse qualche merito glie lo devo riconoscere.
chi esce rimane nel movimento?
Nel Memoriale ho scritto: “Andato via una mattina. A freddo. Rapido. Senza preavviso. Dopo una notte un po’ insonne dove, tirando onestamente le somme, ho concluso che la Chiesa e forse anche Dio erano una invenzione umana, una cattiva idea.” Siccome non sono parole di un intellettuale illuminista, si può comprendere quanto sia umanamente devastante una simile esperienza. Comprendo chi va via dal gruppo monastico ma rimane ciellino. Io non sono riuscito, mi sarei sentito disonesto con me stesso, ma comprendo chi sia rimasto.

hanno saputo della tua testimonianza pubblicata. come hanno reagito?

Prima di pubblicare il memoriale l’ho trasmesso per conoscenza all’attuale responsabile dei Memores, con il quale avevo avuto un buon rapporto. Mi ha risposto parole di vicinanza umana e di augurio spero sincere, che ho apprezzato e che condivido. Per il resto dei messaggi a me personalmente diretti di appartenenti a CL che hanno preferito non esporsi nel blog. Rispettosi, non di rado arguti e a tratti sinceramente vicini al mio percorso umano hanno contribuito ad un confronto costruttivo. Punto contestato è stato come ho descritto l'obbedienza all'autorità. Contenti loro.

in che modo questa esperienza ha cambiato il tuo rapporto con la fede?

Con la fede non si ha un rapporto. O c’è o non c’è. In Dio quello della rivelazione non ci credo più. Credo in una vocazione umana, in un Destino al quale preferisco non dare nome.

frammenti del testo teatrale

La comunità monastica era ispirata alla regola di San Benedetto e formata da piccoli nuclei di otto, dieci elementi dislocati prevalentemente in anonimi appartamenti metropolitani. Era il modello di quegli anni, non so se le bande armate avessero copiato noi o noi loro. Fedeli al “ora et labora”, che metodologicamente significa prega lavorando e lavora pregando, si lavorava all’esterno della casa facendo i lavori che fanno tutti. Nessuna veste particolare, nessun distintivo. All’interno di ogni casa un responsabile: il capo casa. A coordinare le case un Direttivo guidato da un abate: il Vecchio. Detto così sembra una confessione di Buscetta, ma non trovo altro modo per spiegare la struttura dell’organizzazione.
La povertà consisteva nel non possedere nulla di proprio, in quanto proprietà è un'estensione della personalità. Lo dice anche “Il Bolscevico”, il quotidiano maoista che leggeva mio figlio. La rinuncia a possedere materialmente, a livello personale, era un atto di rinuncia a se stessi che il vangelo comanda a coloro che cercano la perfezione cristiana, ma siccome la regola diceva, che bisognava lavorare nel mondo, il profitto derivante dal lavoro lo si versava interamente nelle cassa comune, così personalmente si rimaneva poveri. Quanto versato nella cassa comune serviva per le spese generali della casa e il vitto, il settanta per cento che avanzava veniva devoluto al Direttivo. C’era un piccolo budget per le spese personali che, siccome era concesso fumare, io spendevo in sigari. Toscani extravecchi.
[...]
Quanto mi beccavo una latrata ne prendevo nota e il giorno dopo nella medesima situazione, provavo a comportarmi con il superiore in modo opposto. La latrata arrivava identica e puntuale come quella del giorno precedente. Stesso tono, stesse parole, medesimo volume della voce. La faccenda incominciava ad appassionarmi, così ho indagato a fondo e con scrupolo provando, giorno per giorno, decine e decine di comportamenti diversi nello stesso contesto, proponevo tutte le variabili di cui ero capace e regolarmente il feedback del capo era l’identica latrata. indipendentemente da quanto dicevo, facevo, avvertivo, indipendentemente dal significato che attribuivo alle situazioni, i miei sentimenti, pensieri e messaggi venivano spogliati di validità. Alla fine dell’esperimento ho compreso quanto fossero per me vantaggiosi i modi di fare del capo casa, che con la sua mirabile costanza nel massacro sistematico mi permetteva in quell’olocausto provinciale di non attaccarmi alla logica, alla coerenza e al buon senso, infidi alibi per non emanciparmi dall’egoiga personalità. Una dipendenza ontologica. Io non esistevo. Dipendevo dall'altro per esistere.
[...]
Per contattare la presenza del Dio incarnato, morto, risorto e che si è sciolto in tutto dovevo obbedire al capo casa, un ragioniere brianzolo alto con labbra grandi. Miope. La mattina quando si svegliava dopo le lodi, che sono le preghiere del mattino, prima di bere il caffè, si ricreava appoggiando il suo pollice destro sull’occhio del primo subalterno che gli capitava schiacciando con forza. A me faceva male ma a lui piaceva. Io sopportavo perché, siccome lui era per me Dio, la pratica della pressione oculare, in qualche modo, faceva parte della regola. Visto che al capo piaceva giocare a carte e il calcio, quando avevamo tempo libero si giocava a carte o si andava a vedere la “Domenica Sportiva” in casa dei suoi genitori. Non ero entusiasta, ma era sempre meglio di un dito nell’occhio e poi come dire di no alla presenza storica di Dio nella mia vita? Non era una persona cattiva, solo che gli piaceva di tanto in tanto insultare i subalterni e schiacciargli gli occhi. Sono più di trent’anni che non lo incontro, ma proprio ieri ho letto di Lui su “Repubblica” . Il ragioniere brianzolo, alto con grandi labbra e miope, che era il mio priore, a dire di un pubblico ministero, ha negato l’innegabile quando interrogato ha risposto: “Non ho alcun conto in Svizzera con la denominazione Paiolo, ne sono beneficiario economico di altri conti esteri”. Agli atti, invece, risulta una rogatoria che lo indica cotitolare di ”un conto societario aperto a Vaduz”. Non si trova, quindi, nei guai per aver schiacciato gli occhi ad un novizio, ma per l’inchiesta “Oil for food”, roba di consulenze pilotate, fondi neri e ipotesi di tangenti dove il mio ex priore, che attualmente collabora con il governatore della sua regione, è rimasto coinvolto.
[...]
E’ trascorso molto tempo da quella mattina che ho fatto le valigie e sono andato via. Non so se nel frattempo le cose lì siano cambiate, ho però notato che quel confratello che prima era un giovane politico, che non trovava spazio in nessun partito, oggi è il governatore della più ricca regione italiana, il fatto è tuttavia moralmente irrilevante in quanto i monaci, pur avendo accettato il voto di povertà, possiedono le cose in un modo completamente diverso, essi vivono come se non avessero niente pur possedendo tutto. I giovani preti con i quali scherzavo in semplicità adesso sono vestiti di rosso come a carnevale e portano strani copricapi. Alcuni sono vescovi, un altro cardinale che ha rischiato di diventare Papa.

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