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Antimafie

Brunetta sigla intesa con Mediaset per fornire servizi ai dipendenti

Boicotta Mediaset

ROMA - Un accordo per semplificare i rapporti tra azienda, lavoratori e pubblica amministrazione, attraverso la creazione di "reti amiche": a siglare l'intesa è il ministro Renato Brunetta, che ha firmato un accordo col gruppo Mediaset.

In base a questa intesa - firmata per Mediaset dal direttore del centrale personale, nonché vicepresidente di Rti, Niccolò Querci - i dipendenti potranno accedere ai servizi pubblici "on the job", cioè direttamente dal posto di lavoro. Evitando code agli sportelli, con un notevole risparmio - assicurano i contraenti - per le casse dello Stato.

Al progetto, voluto dal ministro Brunetta, hanno già aderito, tra gli altri, associazioni di categoria come Confindustria e Confcommercio. Il nuovo protocollo sottoscritto da Mediaset coinvolgerà progressivamente i circa 5.000 dipendenti del gruppo, che potranno accedere a: visure anagrafiche; servizi come i pass per la sosta; pagamenti per la tassa sui rifiuti; pagamenti di tasse scolastiche; visure e pagamenti Inps.

"Abbiamo accolto subito con entusiasmo - commenta Querci - la proposta del ministro Brunetta di semplificare la vita ai nostri dipendenti. Siamo orgogliosi di essere la prima azienda editoriale a poter garantire questo servizio agli uomini e alle donne che trascorrono al lavoro gran parte della giornata".

"Reti amiche abbandona la cultura del 'numeretto' e della fila - ha detto il ministro Brunetta - e va nella direzione della semplificazione. Man mano che cresceranno i contenuti di 'Reti amiche' crescerà il valore della rete e dei suoi singoli nodi: si attiverà un circolo virtuoso dove la qualità e la velocità del servizio creeranno nuova domanda. La firma di oggi va in questa direzione".

il silvestre

FIRENZE - La polizia di Stato ha arrestato a Ventimiglia Leonardo Landi, militante anarco-insurrezionalista fiorentino, latitante dal maggio 2008. Landi è colpito da ordine di custodia cautelare in carcere, esteso anche in campo internazionale, emesso dalla autorità giudiziaria di Firenze per i reati di associazione con finalità di terrorismo e rapina. L’operazione, coordinata dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione - Ucigos, rappresenta - spiega la polizia - l’esito di indagini svolte dalle Digos di Imperia e Firenze, che avevano consentito di accertare la presenza dell’uomo nell’area di confine tra Italia e Francia. È stata quindi richiesta cooperazione alla polizia d’oltralpe che ha fornito ampia collaborazione: il latitante è stato arrestato, proveniente dalla Francia, al momento dell’ingresso in Italia.

ERA IN COMPAGNIA DI UNA DONNA - Landi è stato arrestato stamani al Parco merci della val Roja a Ventimiglia. L’uomo si trovava in compagnia di una donna della Spezia, ritenuta una sua collaboratrice e indagata in stato di libertà. Landi non era armato, ma in possesso di cartine e altro materiale, che la polizia considera molto interessante. Al momento dell’arresto, avvenuto in una zona piuttosto isolata, vicino alla statale 20 del col di Tenda, l’uomo non ha opposto resistenza. Sia il latitante che la donna che lo accompagnava avevano borse e zaini, il cui contenuto è stato sottoposto a sequestro. Proprio per il ritrovamento delle cartine e del materiale cartaceo gli investigatori non escludono che Landi stesse meditando di organizzare qualche attentato e che avesse una base logistica nel ponente ligure. Proprio per questo nei giorni scorsi erano state eseguite delle perquisizioni domiciliari in provincia di Imperia.

CHI E' LEONARDO LANDI - Elemento di spicco del movimento anarco-insurrezionalista, Landi figura fra gli esponenti di maggiore spessore del sodalizio pisano «Il Silvestre»; è rimasto coinvolto in varie inchieste condotte dalla Procura di Firenze sui gruppi libertari toscani. Il provvedimento restrittivo notificato a Landi era stato emesso a maggio 2008 dall’autorità giudiziaria di Firenze a seguito delle indagini svolte in merito ad una rapina compiuta, il 2 giugno 2007, ai danni di un ufficio postale in provincia di Lucca. In quella occasione erano stati arrestati in flagranza i militanti insurrezionalisti Daniele Casalini e Francesco Gioia; le indagini avevano evidenziato il coinvolgimento di altri estremisti anarchici, fra cui Landi, accusato, come i primi due, «di aver costituito un’associazione criminale diretta a sovvertire violentemente l’ordinamento democratico dello Stato e che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo ed eversione tra cui l’ideazione e la commissione della rapina in danno dell’ufficio postale di Terrinca (LU), eseguita il 2 giugno 2007, a scopo di autofinanziamento».

’Ndrangheta padrona dell’Expo La procura: «Cantieri sono cosa loro»

NO EXPO

Con gli occhi all’Expo2015 e le mani sui cantieri: gli affari della ‘Ndrangheta a Milano vanno a gonfie vele. Anche perché nel tessuto imprenditoriale, economico e istituzionale del capoluogo lombardo, le cosche calabresi trovano validi fiancheggiatori. Anche all’interno dello stesso palazzo di Giustizia. È illuminante il quadro emerso ieri con la maxi operazione «Parco Sud», condotta dalla Dia milanese contro le famiglie Barbaro e Papalia, cosche arrivateda Platì, Reggio Calabria, ormai trent’anni fa per radicarsi nell’hinterland sud di Milano. Diciassette ordinanze di custodia cautelare, cinquanta perquisizioni, sequestri per cinque milioni di euro e 48 persone indagate - tra questi imprenditori e funzionari comunali - perché ritenute, a vario titolo, affiliate ad associazioni per delinquere di stampo mafioso. Un’operazione che chiude due anni di indagini, che hanno accertato traffici di armi e droga, oltre a numerosi episodi estorsivi e intimidatori adanno degli imprenditori chenonsi piegavano ai clan. Tutto è cominciato con l’osservazione delle attività di movimento terra nel Parco Sud, una vasta area verde sulla quale diversi immobiliaristi hanno intenti speculativi.

EXPO È proprio il movimento terra - risorsa tipica della ‘ndrangheta, che controlla i subappalti nell’edilizia - a preoccupare il procuratore capo di Milano, Manlio Minale, quando fa riferimentoall’Expo 2015. Perché «il punto che favorisce l’infiltrazione mafiosa è proprio la mancanza nei contratti d’appalto della voce sul movimento terra». Un business che, assieme al settore dello smaltimento dei materiali, rappresenta la porta d’ingresso delle cosche negli appalti. Anche perché, spiega Minale, «non c’è la necessità della certificazione antimafia ». Occore quindi rivedere le norme che regolano il settore, «la cui consegna - dice il magistrato - non può essere lasciata alla direzione dei lavori sui cantieri». L’allarme è alto, anche se non sono emersi finora riferimenti diretti all’Expo. Si è fatta luce invece sull’inquinamento mafioso nei cantieri della linea ferroviaria Milano-Mortara e della Tav, «cosa loro» per la procura che ha accertato la presenza di soggetti vicini alla cosca Barbaro-Papalia, tra l’altro già emersa con un’inchiesta del luglio 2008. CONNIVENZE Con l’operazione condotta dalla Dia di Milano, dal Gico della Gdf e dai carabinieri, e coordinata dal procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini e daipmMario Venditti, Alessandra Dolci e Paolo Storari, sono finite in carcere 9 persone, tra cui un geometra, Achille Frontini, storico perito del Tribunale di Milano, che avrebbe pilotato un’asta giudiziaria per assegnare un terreno a prezzo modico alla cosca. Cinque persone sono state raggiunte dalle ordinanze in carcere emesse dal Gip Giuseppe Gennari. Tra loro il presunto boss Domenico Barbaro, 72 anni detto «L’Australiano» e i figli Salvatore e Rosario, arrestati nel 2008. Tre persone invece sono latitanti, tra queste Domenico Papalia, figlio del boss della ‘ndrangheta in Lombardia Antonio, detenuto col carcere duro. Sono indagate anche 48 persone, tra cui addetti di uffici tecnici comunali che avrebbero favorito la cosca nelle pratiche edili. Un sistema di connivenze tra ambienti istituzionali, imprenditoriali e mafiosi, che allarma. «L’imprenditoria sana - ha commentato ilpmIlda Boccassini - deve capire che bisogna stare con lo Stato, non contro. Che non può accettare le violenze delle mafie per propri tornaconti personali».

Il mistero del Cunsky non è ancora risolto -Prestidigitazioni

Questa è una storia dove si può mentire raccontando la verità. È una favola, ma non raccontatela ai bambini. Non ancora. Anche se a loro piacerebbe: ci sono le navi, forse i pirati che le inabissano, e la gente che ha paura e alla fine arrivano i buoni che scoprono che il mare è limpido e pulito. Dipende da dove le peschi, queste storie. Da dove tuffi l’amo. E nel mare di Cetraro pesca il governo, e l’importante è mettere il punto in fondo all’ultima riga.

Ha fatto in fretta: 30 anni per intrecciare i fili di una vicenda di affari fra Stato, ‘ndrangheta, Paesi esteri e poi poche ore per dire che i calabresi sono pazzi, a voler vederci il Diavolo. Si erano allarmati dopo il riscontro alle parole del pentito Francesco Fonti: «A 11 miglia a largo di Cetraro ho affondato per conto della ‘ndrangheta un relitto russo, il Cunski. Ce ne sono a decine, intorno alla costa. Sono stipate di bidoni pieni di rifiuti radioattivi». La procura di Paola (Cosenza) andò giù e trovò una nave simile alla descrizione offerta dal pentito.

A sei mesi da quella denuncia, a tre mesi dalla crisi economica che ne è seguita, a 45 giorni dalle foto subacquee della procura, si è mosso il ministero dell’Ambiente. La Prestigiacomo sentenziò: «Quel relitto non è il Cunski, ma una nave passeggeri affondata nel 1917, di nome Catania, silurata il 16 marzo 1917, nel corso della prima guerra mondiale, da un sommergibile tedesco». Lo aveva ripreso e riprodotto la nave Oceano, spedita lì dal ministero stesso. Perfetto, preciso, il lavoro finito, e il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso disse subito: «Sì, è così». È così. Mentire è dire la verità. Dipende da dove guardi. I pescatori di Cetraro dissero all’Unità, già 40 giorni fa: «Lì vicino c’è una nave affondata nella prima guerra mondiale». Lo sapevano i padri e i nonni. E lo intuì anche il pm Franco Greco, ascoltato dalla commissione rifiuti nel 24 gennaio 2006 e titolare ai tempi di un’inchiesta sullo smarrimento delle navi a perdere. Una parte di quella seduta ieri è tornata a galla. In un documento
si dice che le navi in quella zona sono tre: «...è stato rilevato un corpo estraneo della lunghezza di 126 metri... potrebbe essere una nave... si trova a 680 metri di profondità». Greco accenna ad altri ritrovamenti: «...una nave lunga tra gli 88 e i 108 metri, larga dai 15 ai 20 metri, a 380 metri di profondità. Che perde liquido scuro... e deve essere il carico della nave che appoggiandosi, si è aperto ed è fuoriuscito». Veleno, teme il magistrato. Non è tutto: spunta fuori un mercantile affondato nel 1920, la Federico
II, ma gli atti sono secretati. Da tempo si conosce la presenza promiscua di scafi là sotto, ed è documentata la fuoriuscita di possibili veleni. Ma nessuno ha fornito le procure dei mezzi per verificare. Non è questo rammarico che conta adesso: bisogna
capire se è in atto un depistaggio da manuale.

Quindi - con ampio ritardo - il governo decide di scandagliare i fondali. Non usa l’attrezzata Saipem dell’Eni, capace di recuperare relitti e fusti a migliaia di metri di profondità, con tecnici e scienziati indipendenti. Manda a Cetraro l’Oceano della Geolab, di proprietà degli Armatori del Monte di Procida, all’indirizzo della famiglia Attanasio. L’armatore Diego Attanasio è un 56enne napoletano finito nell’inchiesta sulla corruzione al giudice Mills. I giudici desumono sia Berlusconi (per suo vantaggio) il corruttore. Il premier - smentito dal processo - tirò in ballo Attanasio (che si fece due mesi di carcere): i soldi di Mills erano per
lui. In breve: spedendo in zona l’Oceano - al prezzo di 50 mila euro al giorno per il nolo - si foraggia un amico. Ma l’Oceano è attrezzata con un robot di ultima generazione. Può andare bene. A bordo non vuole nessun tecnico della Regione, che aveva sovrinteso le rilevazioni di metà settembre, a bordo della Copernaut, che “videro” il Cunski. Da qui in avanti i fatti non tornano.

Le immagini filmate dalla Oceano sono diverse da quelle riprese in precedenza. È diverso il fondale, è diverso il relitto. La nave misurata dal mezzo governativo è lunga 95 metri, larga 12. Quella della Copernaut è lunga più di 100 metri, e larga 20. Il relitto è adagiato comodo sul fondale, il presunto Cunski è inclinato di 45 gradi. Nel primo filmato non c’è accenno di vegetazione attorno
alla nave. Nell’altro video è tutto un fiorire, cosa impossibile ai 480 metri di profondità del Cunski. Il sospetto è che il governo abbia cercato un’altra nave, per tacere l’allarme e per non impelagarsi nella ricerca di rifiuti tossici, con le conseguenze e gli imbarazzi economici e politici del caso (si tratta di bidoni smaltiti dopo una trattativa fra Stato e criminalità?). Il Wwf ne è certo:
«La procura di Paola e i tecnici della Regione fissano il relitto da loro filmato a 3 miglia e mezzo di distanza da dove ha operato l’Oceano e dove si troverebbe il mercantile Catania». Le coordinate dell’ufficio idrografico inglese lo confermano. Il caso è chiuso, ha detto il ministro (che ha esagerato: «Volevano usare il Cunski contro di noi»). Non un bidone è stato prelevato dal mare, quando è certo che ci sono 50 navi piene di rifiuti tossici sottacqua. Se n’era accorto il capitano Natale De Grazia, morto d’infarto e curiosità 14 anni fa e alla cui memoria è stato intitolato un lungomare ad Amantea, dieci giorni fa. Non si intitolano le strade ai visionari. Poi un giorno sarà bello raccontarla ai due figli che ha lasciato in terra: una storia, non una favola.

04 novembre 2009
L'unità

Milano, le mani dei boss su politica e affari. Indagati anche un perito e un cancelliere

autore: 
da repubblica

Fra i soggetti arrestati ci sono imprenditori edili e immobiliari che hanno accettato le logiche mafiose e un perito arrestato di corruzione dopo aver accettato una mazzetta per agevolare un operazione economica della cosca. Tra gli indagati anche personale di amministrazioni comunali, addetti al rilascio di pratiche edilizie e un cancelliere del tribunale.

I volti puliti degli imprenditori lombardi con un fitto reticolo di società con sede anche in via Montenapoleone e i boss della 'ndrangheta di Platì, le famiglie Barbaro e Papalia arrivate ormai alla terza generazione di affari criminali e di monopolio nel movimento terra. Con le 17 ordinanze emesse dalla Dia e firmate dal gip Giuseppe Gennari - su richiesta dei pm Ilda Boccassini, Mario Venditti, Alessandra Dolci e Paolo Storari della Dda - viene disarticolato un gruppo criminale ramificato con agganci anche nella pubblica amministrazione: tra gli arrestati, anche un perito del Tribunale al servizio dei boss, mentre sono 58 le persone perquisite, 48 indagate, e oltre 5 milioni di euro il valore dei beni sequestrati dal Gico della Guardia di finanza.

L'organizzazione aveva il monopolio del movimento terra e dello smaltimento rifiuti, anche in cantieri come il raddoppio della Milano-Mortara e la Tav. "Tu sai meglio di me, nell’edilizia bisogna spesso rispettare degli equilibri... a volte devi dare la possibilità di fare delle demolizioni a qualcuno, altre volte la costruzione all’altro… è un discorso di reciproche soddisfazioni... — dice l’imprenditore Andrea Madaffari, in una intercettazione — La comunità calabrese è assolutamente ben radicata e quindi siamo circondati, a parte che siamo noi tutti calabresi.. quelli che fanno gli scavi è gente di Platì". Madaffari e il socio Alfredo Iorio, quest’ultimo presidente del Cusago calcio, puntavano all’acquisto e alla ristrutturazione del castello di Cusago, dove riciclare milioni di euro.

Ed è così che sulla capitale del Nord torna l’ombra delle infiltrazioni mafiose negli appalti dell’Expo 2015. "Certamente c’è un interesse — dice il procuratore capo Manlio Minale — . L’esclusione del movimento terra dai contratti rimane una porta aperta per le cosche". Netto l’appello lanciato da Ilda Boccassini: "Gli imprenditori devono capire che devono stare con lo Stato o contro lo Stato". (03 novembre 2009)

Berlusconi: «Non parteciperò al processo Mediaset» C'è il vertice sull'alimentazione da non mancare

Mediaset - Gasparri

Si ricomincia: i legali del premier Silvio Berlusconi hanno presentato un'istanza di legittimo impedimento per il loro assistito per l'udienza fissata il 16 novembre con cui riprende il processo sui diritti Tv Mediaset. l presidente del Consiglio il 16 novembre è impegnato nel vertice mondiale sulla sicurezza alimentare.

I legali del premier Silvio Berlusconi hanno presentato un'istanza di legittimo impedimento per il loro assistito per l'udienza fissata il 16 novembre con cui riprende il processo sui diritti Tv Mediaset. L'istanza con cui si chiede un rinvio è stata presentata alla cancelleria della prima sezione penale del Tribunale di Milano.

Nell'istanza depositata i legali di Silvio Berlusconi spiegano che il presidente del Consiglio il 16 novembre è impegnato nel vertice mondiale sulla sicurezza alimentare che si terrà a Roma alla presenza di capi di Stato e di governo e dunque non potrà essere presente all'udienza di ripresa del processo che era stato sospeso più di un anno fa. Sempre per il 16 novembre anche l'avvocato Roberto Pisano, legale di Frank Agrama, l'uomo definito dall'accusa il 'socio occulto' di Berlusconi ha presentato al tribunale un legittimo impedimento in quanto impegnato in altra causa.

Ma, appena dopo aver chiesto di non andare in tribunale, Berlusconi fa sapere che intende partecipare ad ogni udienza del processo sulla compravendita dei diritti tv Mediaset il presidente del consiglio Berlusconi che figura tra gli imputati. Nell'istanza di legittimo impedimento presentata dai suoi difensori relativa all'udienza del 16 novembre, giorno in cui è stata fissata dal tribunale di Milano la ripresa del processo, si spiega che il premier «intende partecipare a ogni udienza dibattimentale». Nell'istanza presentata dai difensori, inoltre, si cita la sentenza con cui la consulta ha dichiarato incostituzionale il Lodo Alfano e si invita i giudici a tenere conto a fissare il calendario del processo tenendo conto degli impegni istituzionali di Berlusconi.

Maurizio Gasparri portavoce di un condannato per mafia

Gasparri Scemo

di Giorgio Bongiovanni - 3 novembre 2009
Maurizio Gasparri è il presidente del gruppo parlamentare del Pdl al Senato, portavoce di Marcello dell'Utri, condannato in I° grado a 9 anni...

...per concorso esterno in associazione mafiosa.
Marcello dell'Utri è un politico per il quale è tuttora in corso il processo di appello per concorso esterno in associazione mafiosa; non è stato condannato definitivamente, ma sono state sufficientemente provate le sue frequentazioni con boss mafiosi.
Nonostante tutto questo il sen. Gasparri si permette di dichiarare impunemente che Paolo Borsellino disistimava suo fratello Salvatore.
Eppure il senatore sa benissimo di essere portavoce di un politico frequentatore di mafiosi (lo stesso Dell'Utri ha ammesso ai giudici di aver pranzato e cenato con dei mafiosi).
E di questa attività di Gasparri cosa direbbe il suo padrino, il suo mentore, Giorgio Almirante, se fosse ancora vivo?
Si vergogni sen. Gasparri, lei non è degno di sedere in un'aula del senato!
A Salvatore Borsellino va tutta la nostra solidarietà e il nostro infinito ringraziamento per il suo esempio incondizionato di uomo giusto al di sopra di una classe politica destinata unicamente all'oblio.

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/21272/48/

[Pescara] Premio Borsellino: contestazioni, pugni in faccia e polizia

autore: 
mk
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nodari_servo.jpg

Aggredito l'organizzatore del Premio Borsellino, la contestazione a Gasparri
di Lorenzo Baldo - 2 Novembre 2009

Pescara. Questa mattina nel parcheggio della Provincia di Pescara è stato aggredito l'organizzatore del premio nazionale “Paolo Borsellino”.

Leo Nodari stava per accogliere il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, venuto appositamente per partecipare ad un incontro sulla legalità realizzato all'interno delle giornate del Premio Borsellino.
Secondo le prime ricostruzioni un paio di persone lo hanno avvicinato gridandogli “servo dei fascisti”, sferrandogli poi un pugno in faccia. Le stesse forze dell'ordine presenti sul luogo lo hanno soccorso ed accompagnato all'ospedale per esaminare la ferita riportata ad un occhio. Sconosciuti al momento gli aggressori che sono riusciti a dileguarsi tra la folla.
Contemporaneamente si stava svolgendo una manifestazione pacifica dei rappresentanti dell'associazione “Amici di Beppe Grillo", Prc, Idv ed altri per protestare contro la partecipazione di Gasparri al Premio Borsellino.
“Ci dispiace per Leo Nodari – ha dichiarato Massimiliano Di Pillo, organizzatore della manifestazione di protesta – prendiamo le distanze da quanto accaduto, ma noi non c'entriamo nulla. Manifestiamo contro una persona che può parlare di tutto, ma non di Borsellino che è morto in nome della giustizia e della legalità, essendo portavoce di Marcello Dell'Utri, condannato a nove anni (condanna in I° grado per concorso esterno in associazione mafiosa ndr), essendo firmatario dello scudo fiscale ed essendo contro le intercettazioni telefoniche”.
Dal canto suo Leo Nodari ha successivamente dichiarato che “non ci facciamo intimidire, non c'era bisogno di un gesto violento e comunque andiamo avanti con più forza di prima”.
Secondo la testimonianza di Helene Benedetti, che insieme ad un altro gruppo di persone hanno cercato di presenziare alla manifestazione con le agende rosse, l'aggressione a Nodari (di cui non hanno avuto assolutamente contezza) sarebbe stata una scusante per non permettere loro di accedere all'interno della sala.
La Benedetti ha riferito inoltre di alcune frasi offensive nei confronti di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino, che Maurizio Gasparri avrebbe pronunciato durante il dibattito.
“Abbiamo notizia di parole gravemente offensive che il senatore Gasparri avrebbe pronunciato nei miei confronti nel corso del suo intervento al "Premio Borsellino" – ha replicato poco fa Salvatore Borsellino – Ci riserviamo di esaminare la registrazione dell'intervento per verificare quali siano state le parole pronunciate e valutare eventuali azioni legali da intraprendere nel caso quanto mi è stato riferito sia effettivamente avvenuto, eventualità che riteniamo possibile ed in sintonia con la personalità dell'autore dell'intervento e che riteniamo gravissima soprattutto se riferita all'ambito in cui sarebbe avvenuta”.
Facendo un passo indietro si può rileggere con più cognizione di causa ciò che è avvenuto oggi. Tutto inizia con le aspre polemiche sollevate per l'eventuale partecipazione di Clemente Mastella al Premio Borsellino. Partecipazione che poi non c'è stata. Nodari ha ribadito che l'idea di realizzare un dibattito tra Clemente Mastella e Luigi de Magistris all'interno del Premio Borsellino era stata approvata dall'ex ministro della giustizia e disapprovata dall'ex magistrato, facendo di fatto saltare l'incontro che non veniva quindi inserito nell'ultima stesura del volantino.
Quest'anno, oltre alla partecipazione di magistrati come Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Maurizio De Lucia e Piergiorgio Morosini, gli inviti al Premio Borsellino erano stati estesi ad altri esponenti della società civile, così come ad alcuni esponenti di Centrosinistra e ad altri del Centrodestra. Qualche forfait è arrivato dal Centrosinistra, mentre diverse conferme di partecipazione sono giunte dal Centrodestra. Conferme che, nelle persone di Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, hanno riacceso inevitabilmente le polemiche.
Aspre polemiche che ci riportano agli anni bui del nostro Paese nei quali per bloccare sul nascere le contestazioni bastava infiltrare con qualche “disturbatore” i movimenti di protesta che finivano poi essere ritenuti gli unici responsabili delle azioni violente perpetrate.
Un rischio molto alto per coloro che anche oggi pacificamente hanno manifestato il proprio dissenso nei confronti di presenze inopportune ad una manifestazione nazionale sulla legalità e che possono venire strumentalizzati da interessi politici.
Ogni aggressione va condannata e per questo la nostra solidarietà va a Leo Nodari per l'atto vile che ha subito.
Ma la critica nei confronti degli organizzatori del Premio Borsellino per avere invitato alcuni esponenti del Centrodestra che nulla hanno a che spartire con la memoria di Paolo Borsellino e che possibilmente intendono rifarsi una verginità parlando di antimafia, resta più che mai immutata.

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/21210/78/

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3 novembre 2009 - 06.45
Gasparri, ministro senza... Borsellino

Lo stato di diritto è finito. In maniera strisciante, silenziosa, i nostri diritti se ne vanno. Uno ad uno. Solo che non ce ne accorgiamo, storditi dai fuochi artificiali degli spettacoli televisivi, distratti dal chiacchiericcio delle comari che pubblicano gossip politico e autoreferenziale sulle prime pagine dei giornali.

Mentre alcuni talk-show politici somigliano più a una puntata di Zelig - dove tutti ridono fragorosamente rilanciandosi battute e dileggi - che a un dibattito sull’arte del buon governo, le strade si svuotano e vengono confiscate dallo stato di polizia. Ciò che era pubblico diviene inesorabilmente privato, comprato da chi spende e intende il consenso elettorale come se ogni voto conseguito fosse moneta sonante, come se ogni scheda o preferenza acquisita fosse l’equivalente di un pacchetto azionario, una stock-option sulla società italiana, che era una società civile, mentre oggi è una società per azioni: l’Italia S.p.A.

Gli italiani sono diventati dipendenti. Dai e dei media, che poi coincidono con i loro padroni. I sindacati sono stati aboliti. Se ti lamenti, perdi i tuoi diritti di cittadinanza e vieni spento, silenziato, annullato come se non fossi mai esistito. Se ti va male finisci in galera e non ne esci più. Quantomeno non vivo. I pochi nostalgici che provano ad esercitare un diritto, quello della libera manifestazione del dissenso, della critica, vengono immediatamente avviluppati, inattivati, resi inerti.

Si moltiplicano ormai in lungo e in largo gli episodi di contestazione a questa nuova morale del tornaconto personale. Chi serba ancora, gelosamente custodito tra i suoi ricordi più intimi, memoria del tempo nel quale il cittadino aveva diritto di parola e la dialettica era vista come un arricchimento del tessuto democratico, non come un fastidio da reprimere con disprezzo, lo tiene per sé. Sa bene che se commettesse l’errore di provare a trasferire il principio astratto della sovranità popolare nell’ologramma multimediale cui è ridotta la nostre Repubblica, verrebbe isolato, trattato come un’interferenza nel segnale, azzittito dai suoi stessi concittadini, come accade al cinema quando un vicino molesto fa un rumore che risveglia dall’incanto ipnotico una moltitudine di individui estremamente vicini ma disperatamente soli.

I cittadini che escono dalle loro case per essere partecipi della vita reale, quella che – paradossalmente - fluisce al di fuori dei reality-show, rischiano grosso. Rischiano l’incolumità fisica, fronteggiati da eserciti in tenuta antisommossa che invece di essere impiegati per debellare le mafie, la camorra e la criminalità organizzata, sono addestrati e stipendiati per impedire ai padri di famiglia, alle madri e ai loro ragazzi di esprimere ogni pensiero che non sia omologato e conforme alle opinioni ufficiali, quelle che ogni sera i telegiornali pubblicano come un gazzettino, un decalogo delle idee lecite e consentite. Rischiano l’incolumità psicologica, sottoposti ad un linciaggio morale e mediatico ottenuto grazie alla mistificazione più sleale e scorretta, in un gioco di continui ribaltamenti tra il vero e il falso, tra il giusto e l’ingiusto che non si fa scrupolo di commettere scempio della verità e dei fatti. Rischiano la libertà e la stessa vita, annotati in elenchi di sorvegliati speciali, seguiti per le strade e nei locali pubblici, intimiditi dalle forze dell’ordine, identificati, perquisiti, talvolta perfino prelevati a casa come terroristi, nemici non della patria ma dei padrini, conseguenza di un difetto nel software di tele-inoculazione, fisiologica percentuale di individui autoimmuni da eliminare con i cari vecchi metodi tradizionali dell’era pre-televisiva: la rimozione fisica.

Ieri mattina a Pescara, davanti al Palazzo della Provincia, si è consumata l’ennesima farsa, l’ennesima mortificazione dei valori millenari che la nostra civiltà ha sintetizzato nel tentativo di edificare una costruzione che si trovasse in equilibrio e in armonia con i diritti e i doveri di ogni essere umano, perché i forti non fossero tali solo con i deboli e perché i deboli avessero, mediante l’esercizio della bilancia istituzionale, il mezzo per diventare forti ed alimentare il moto perpetuo della dialettica democratica.

Un gruppo di cittadini, armati della sola agenda rossa di Paolo Borsellino – simbolo di quella parte corrotta delle istituzioni che ha ordinato quella che viene definita non una strage di mafia, bensì una vera e propria strage di stato -, si è dato appuntamento ad un convegno organizzato in occasione del XIV Premio Borsellino, con l’intento di attendervi ed esprimere il proprio dissenso rispetto alla partecipazione di Maurizio Gasparri in qualità di ospite. Giusto o sbagliato che fosse, nell’esercizio dei loro diritti costituzionali, questi cittadini della Repubblica Italiana hanno ritenuto che il portavoce al Senato dell’onorevole Marcello Dell’Utri, condannato a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, non fosse in alcun modo titolato per onorare, commemorare e celebrare la memoria di Paolo Borsellino, saltato in aria con la sua scorta il 19 luglio 1992, in via D’Amelio.

Nonostante il convegno fosse aperto al pubblico e nonostante l’unica voce che si levasse dalle loro fila fosse quella di un libricino rosso tenuto stretto in in una mano tesa verso il cielo, è stato loro vietato l’ingresso all’aula. Nell’era del decadimento dello stato di diritto, non c’è bisogno di alcuna motivazione per negare la rappresentanza ad un gruppo di cittadini: si mente, tutt’al più si tace. Alle ripetute richieste di una spiegazione ufficiale è lecito non dare alcuna risposta, e perfino darne una falsa. Un faraone non deve nulla ai suoi schiavi, e neppure un padrone ai suoi operai. Non una banda di incalliti delinquenti, non un manipolo di facinorosi teppistelli, ma ragazzi e ragazze di buona famiglia, colti, educati. Tra di loro perfino alcuni consiglieri comunali e circoscrizionali. Ecco chi è stato allontanato come un gruppetto di giovincelli ubriachi tenuti alla larga dal buttafuori di una discoteca. Questo è uno stato di buttafuori, senza nessuna dignità né alcun rispetto per la persona. Camorristicamente parlando: “La gente sono vermi e devono rimanere vermi”.

Quando la Consigliera Circoscrizionale Lea Del Greco, in virtù del suo ruolo istituzionale, è riuscita a superare le fitte maglie dei bravi posti ad invalicabile baluardo tra i cittadini e i loro diritti, si è trovata di fronte a un’aula semivuota – non strapiena, dunque, come aveva sostenuto il vice-questore nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile divieto di accesso – e ad uno scenario irreale e fiabesco, fatto di madamigelle scollacciate e politici locali ossequiosi, preoccupati di non sfigurare, in un andirivieni di servi e lacchè disperatamente intenti a compiacere il loro ospite potente, possibile viatico per una opportunità di carriera o di commercio da non lasciarsi sfilare di mano per colpa di una stupida questione di articoli costituzionali e diritti di cittadinanza. Fuori dal palazzo, che il popolino continuasse pure ad agitare quelle insulse rubrichette rosse! A chi in seguito avrebbe sostenuto di avere avuto l’accesso negato, sarebbe stato semplice rispondere: “lei non ha mica chiesto di entrare”, cosa che in effetti è stato davvero risposto ad una incredula ed alquanto basita Lea Del Greco, a fronte dell’ennesima rimostranza con richiesta di citazione degli articoli di legge che giustificavano questa disparità di trattamento. Richiesta, com’è ovvio, rimasta totalmente inevasa.

Ma la ciliegina sulla torta doveva ancora arrivare. La democrazia, ovvero il potere del popolo, è talmente ormai un’espressione vuota e priva di ogni reale significato, che anche solo avvicinare colui che il popolo demanda ad amministrare i suoi interessi è impresa non solo ardua, ma addirittura pericolosa. Perfino se a farsi portavoce presso un Ministro di Sua Maestà è una giovane donna avvenente, raffinata, colta e gentile, che tenta di porgere con tatto ed educazione quella che a tutti gli effetti sarebbe potuta sembrare a Gasparri una lettera d’amore, ben infiorettata e minuziosamente ripiegata, se un indelicato, rozzo e bavoso cane da guardia di pavloviana memoria non avesse afferrato il polso della giovane come un soldato israeliano afferrerebbe la mano di un attentatore suicida palestinese che sta per innescare il detonatore, con l’intento non meglio decifrabile di accartocciare un’arma letale – il foglio di carta che Lea avrebbe potuto impugnare di taglio per squarciare la gola di Gasparri all’altezza della giugulare – o forse di invitarla per un improbabile giro di walzer, avendola improvvidamente scambiata per una di quelle veline che negli ambienti regali è possibile reperire a buon mercato.

Nonostante il destino avverso, la lettera contenente le dieci domande del popolo delle agende rosse perviene alfine tra le mani del portavoce di Dell’Utri – essendo Gasparri capogruppo PDL al Senato, ed essendo Marcello stato premiato in seguito alla condanna con la carica di senatore –, quel Dell’Utri per il quale Mangano non strozzava i bambini ma era al contrario un eroe.

Che Maurizio Gasparri - Ministro di un governo che querela chi fa le domande, anziché rispondere - non avrebbe minimamente preso in considerazione l’eventualità di soffermarsi a disquisire punto a punto sul contenuto della lettera, credo che fosse un fatto largamente assodato per tutti. Che invece, dopo essersi appropriato della memoria di un uomo che ha combattuto strenuamente la mafia ed ogni compromesso morale, volesse appropriarsi anche dei legami familiari di Paolo Borsellino, esautorando il fratello Salvatore che sarebbe stato nientedimeno addirittura “disistimato” dallo stesso Paolo, questo era francamente meno prevedibile.

Grazie alla videocamera del popolo delle agende rosse di Pescara, il blog ha ricevuto le immagini di quanto accaduto ed ha così potuto fare ascoltare le dichiarazioni di Maurizio Gasparri a Salvatore Borsellino, raccogliendo le sue prime reazioni a caldo. Guardate il video accluso a questo articolo: Gasparri, Ministro senza… Borsellino!

Dopo la conclusione del convegno, il presidente ed il vice-presidente di Espressione Libre, Antonio Mancini ed Emanuele Mancinelli, che erano presenti alla contestazione delle agende rosse, sono stati pedinati dalla Polizia fino a quando non sono entrati in un fast-food. Lì, mentre stavano mangiando, sono stati raggiunti ed è stato richiesto loro di esibire i documenti, senza che nessun giustificato motivo venisse loro addotto. Gli agenti di polizia si sono dunque allontanati, per tornare poi con una piccola agenda in mano – si spera non rossa – sulla quale hanno scrupolosamente annotato i nomi sui citofoni delle due abitazioni dei ragazzi.

Anche questa è l’Italia S.p.A.: si va a contestare il potere mafioso, e si riceve una visita della polizia a casa.

http://www.byoblu.com/post/2009/11/03/Gasparri-ministro-senza-Borsellino...

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VIDEO
Gasparri arrivato poi a Pescara ha parlato di una aggressione «inquietante».
«Mi sembra veramente inquietante - ha aggiunto Gasparri - che dei mafiosi rossi compiano azioni così violente nei confronti di chi garantisce la legalità. Forse era qualcuno che votava per i sindaci che hanno messo a sacco questa città. Probabilmente non può più rubare e picchia gli onesti». Per ora Nodari non ha voluto rendere noto il nome del facinoroso.
http://www.piazzagrandeonline.com/watch/213292/-premio-borsellino-aggred...

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Premio Borsellino. Il fratello Salvatore furioso con organizzatori

PESCARA. «Invito personalmente Leo Nodari, che mi risulta essere tra gli organizzatori del Premio e con il quale ho partecipato in passato a incontri per la Legalità e per la Giustizia, a non volere, per il futuro, inseguire riconoscimenti da parte delle Istituzioni mescolando per questo il sacro con il profano».

«Dove si ricorda, si commemora o si onora il nome di Paolo Borsellino vogliamo che si possa sentire solo un "fresco profumo di libertà" e niente altro».
Parole durissime quelle di Salvatore Borsellino, rilasciate al blogger Byoblu che demoliscono e disconoscono il Premio Borsellino organizzato in Abruzzo proprio da Leo Nodari.
La contestazione è sbarcata sul web da alcuni giorni e gruppi di persone e movimenti vicini a Borsellino non hanno visto di buon occhio un certo modo di gestire il premio e la selezione delle persone da invitare.
«Contesteremo però nella maniera più dura», ha aggiunto Salvatore, il fratello del giudice ammazzato, «chi vorrà strumentalizzare il nome di Paolo Borsellino utilizzando un premio a lui intitolato per tentare di ripulire la propria immagine mentre nei discorsi e nelle azioni quotidiane legate alle proprie responsabilità di parlamentare o di membro del governo contribuisce, attaccando anche e demonizzando la magistratura allo scopo di tutelare gli interessi del proprio padrone, ad alimentare il puzzo del compromesso morale, della contiguità e della complicità che ammorba l'aria del nostro paese. Clemente Mastella ha già avuto la decenza di rinunciare a partecipare all'incontro previsto nell'ambito del premio, lo stesso chiediamo che facciano altri rappresentanti delle Istituzioni, quali Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, altrimenti non potremo fare a meno di contestare la loro partecipazione a questo premio levando in alto le nostre Agende Rosse e gridando la nostra rabbia e la nostra indignazione».
«Scacciati da via D'Amelio dal popolo delle Agende Rosse», ha aggiunto Salvatore Borsellino, «quei politici vogliono oggi sfruttare la possibilità offerta loro da un premio intitolato a Paolo Borsellino per andare a Pescara a lustrare la loro immagine accostandola a quella di un nome che non sono degni neanche di pronunciare. Oggi sappiamo che non di mancata protezione si è trattato 17 anni fa in Via D'Amelio, ma di una vera e propria Strage di Stato, purtroppo l'ennesima nel nostro paese. Strage organizzata da pezzi deviati dello Stato stesso per eliminare quel magistrato che si era opposto a quella scellerata trattativa avviata tra lo Stato e l'antistato che oggi le rivelazioni di collaboratori di giustizia e la improvvisata ritrovata memoria di membri delle Istituzioni, che mi auguro siano chiamati a rendere conto del loro prolungato silenzio, stanno in maniera sempre più chiara portando alla luce grazie all'opera di magistrati coraggiosi che finalmente stanno per squarciare il velo che per anni ha coperto i veri responsabili di quella strage».
Oggi, lunedì 2 novembre, Gasparri sarà a Pescara alle ore 11 presso la Sala della Provincia di Pescara proprio nell’ambito del premio Borsellino
L’Associazione Espressioni Libre, presieduta da Massimiliano Di Pillo, ha organizzato per l’occasione una protesta alla quale aderiranno anche PescarainComune, i Meet Up, Rifondazione comunista ed altri.
«A tutto c'è un limite», commenta Gianluca Vacca di Pescarain Comune by Amici di Beppe Grillo, «Gasparri, Mastella, La Russa non devono avere niente a che fare con la memoria di Paolo Borsellino. Il Pdl e i suoi esponenti sono incompatibili con la giustizia e con chi ha dato la propria vita per combattere gente come Mangano, pluricondannato per mafia nonché eroe, secondo i parametri del capo-padrone del Pdl, Berlusconi».
La protesta è promossa dal cosiddetto Popolo delle agende rosse, «quello che, dopo aver marciato il 19 luglio a Palermo e il 6 ottobre a Roma, si stringe intorno alla figura di Salvatore Borsellino e alla sua sete di verità e giustizia».
02/11/2009 8.39

http://www.primadanoi.it/notizie/23283-Premio-Borsellino-Il-fratello-Sal...

Mafia e potere a Milano, una piece che non fa ridere

mafiamilano.jpg

(dal testo di A Cento passi dal Duomo) su Terra della domenica 1° novembre 2009 - Gli affari, gli appalti, l’assalto all’Expo.

I boss stanno a cento passi da palazzo Marino, residenza del sindaco Letizia Moratti.
O l’hanno già percorso quel tratto di strada che li separa dal palazzo della politica e dell’amministrazione? Certo, qualcosa di marcio l’hanno già fatto nell’hinterland e in altri centri del milanese. Uno stralcio del testo teatrale, musicato da Gaetano Liguori, che è una graffiante denuncia sul malaffare in Lombardia

Qualcuno si è allarmato? per questo incesto tra uomini della politica e uomini delle cosche? No. A Milano l’emergenza è quella dei rom. O dei furti e scippi (che pure le statistiche indicano in calo). Quando scippano un rom magari è proprio un trionfo. La mafia a Milano non esiste, come diceva già negli anni Ottanta il sindaco Paolo Pillitteri. “Non appartiene a questa città” come dice l’appunto lieta Letizia Moratti sindaco in carica. Se la cronaca è nera, nerissima allora è solo un problema di lavaggio, di temperatura, di ammorbidente della distrazione.

A Milano che “la mafia non esiste” o ormai la sindachessa ha provato a ripeterlo ovunque dai consigli comunali, alle televisioni in prima serata fino ad abusarne favoleggiandoselo (probabilmente) la sera per addormentarsi. Non soddisfatta ha poi lanciato comunque la commissione comunale antimafia che è durata poco meno di uno starnuto (come un Lazzaro non risorto per un pelo) per rimangiarsela subito dopo adducendo competenze prefettizie che non andavano scavalcate. Ora, saputo in agosto che nella “Milanoland delle fiabe” un’intera cittadella è in mano alla criminalità organizzata come segnalato dal pm Nicola Gratteri (che di ‘ndangheta un po’ ne conosce avendone studiato la storia, morsicato alcune locali e reativi capibastone e annusandone tutti i giorni l’odore tra gli stipiti blindati che il suo lavoro gli impone) la sindachessa e la politica milanese tutta rimbalza responsabilità di intervento a non precisati enti o ruoli. Mentre La Russa si ridesta invocando l’esercito. Intanto tutti felici e contenti concordano nel ritenere i 6 caseggiati popolari di Viale Sarca e via Fulvio Testi in mano agli onomatopeici fratelli Porcino (bossetti di periferia legati alle cosche di Melito di Porto Salvo), i nomadi Hudorovich e i Braidic semplicemente un “neo”, una pozzanghera piccola piccola in quel placido, enorme e ligresteo tappeto di cemento che è il capoluogo lombardo spiato dall’alto.

Negli uffici della Direzione Nazionale Antimafia Enzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia, parla da profeta inascoltato. «Che la ‘ ndrangheta stesse colonizzando Milano lo dicevo negli anni 80. L’ ho confermato due anni fa e i fatti mi danno ragione. Ora c’è l’ Expo e non so più come dirlo».
Stupirebbe questo atteggiamento impermeabile in un paese normale, dove normalmente i politici dovrebbero essere eletti per prendere posizione, dare segnali forti e non solo per banalmente amministrare capitoli di spesa e distribuire (scaricandosene) ruoli e responsabilità. Qui non si tratta di disquisire i ruoli di governo e ordine pubblico come stabilito dalla legge; qui si rimane a supplicare un segnale, un lampo in cui ci si illuda che Marcello Paparo non possa sentirsi “libero” di collezionare bazooka come nei peggiori scenari di desolazione metropolitana post industriale, o Morabito non sfrecci impunito a parcheggiare il ferrarino in un posteggio dell’Ortomercato con l’arroganza di uno zorro a quattro ruote, o che Andrea Porcino (classe 1972, giusto per identificarlo meglio là fuori dal suo fortino dove gioca a seminare terrore) possa addirittura inventarsi intermediario con arie da tour operator mentre raccomanda ai secondini del carcere milanese di San Vittore dei buoni servigi e una residenza confortevole per i suoi amici Nino, Ettore e Massimo.

L’impunità dentro le teste (oltre alle tasche) dei capibastone ‘ndranghetisti o dei prestanome camorristi o dei ragionieri di Cosa Nostra in Lombardia è una responsabilità politica. Risolvibile semplicemente con la voglia e l’onestà di volere dare al di là di tutto un segnale. Per restituire dignità anche nella forma.
Una regione che controlla la carta d’identità di un mojito e cammina su fiumi di cocaina. Una regione che s’abbuffa alle conferenze stampa delle grandi opere e che inciampa al primo gradino del primo subappalto. Una regione che convoca gli stati generali dell’antimafia per ribadire di stare tranquilli. Una regione che ci convince di aver risolto tutto spostando i soldatini del Risiko con la scioltezza di un tiro di dadi. Una regione diventata maestra perspicace nel strappare con la pinzetta delle ciglia l’allarmismo mentre grida all’emergenza dei rom che scippano le nonne. Una regione che se il fenomeno criminale non emerge allora non esiste. Una regione che mette i moniti dei procuratori antimafia nei faldoni di “costume e società”. E intanto ride. Nel riflesso degli eroi diventati onorevoli che “la mafia l’hanno debellata decenni fa” e se così non fosse è semplicemente perchè non l’hanno mai trovata.
Una regione che è sacerdotessa della clandestinità diventata finalmente illegale e intanto finge di non sapere che l’illegalità pascola clandestina.

Ma c’è un tempo che è quello della memoria che supera le circostanze brevi della politica tutta a parare i colpi mungendo voti: la memoria sulla pelle dei nostri figli, delle prossime generazioni, quella che non entra nei libri di storia ma rimane sotto pelle come una traversata nella stiva mai raccontata. E allora pagheranno pegno davanti alla storia tutti i politici pavidi, cravattari amministratori tra la casetta in centro e l’incenso delle sciantose; pagheranno i sindaci dell’ “insabbia et impera” e i tranquillanti per professione. Pagheranno l’ignoranza e la persecuzione di uno stuolo di attivisti messi al muro per discolparsi di uno sguardo fatto di fatti. Sorrideranno a leggere che qualcuno, metti per caso un politico di una città qualsiasi, calpestando i cadaveri delle antiestetiche vittime milanesi delle mafie, sia riuscito a mettersi nella situazione di dover essere smentito per un allarme che da decenni è già rientrato perchè
metabolizzato: endovena, silenzioso. Impunito, appunto.

Nel gioco dei segnali così caro alla pochezza criminale, se esistesse un santo dell’estetica contro il diavolo della politica per comunicati stampa, da domani partirebbero le ronde della legalità nei crani dei politici a cercare con il lumicino la responsabilità della dignità.
E allora, e allora sarebbe da andare in giro a spararla questa storia che insiste per non farsi raccontare. Sarebbe da scriverla sulle bustine dello zucchero per la colazione giù al bar, sarebbe da registrare nella radiosveglia, gridarla nei microfoni delle casse al supermercato. Una regione che racconta tutti gli anni con il grembiulino Libero Grassi mentre in via Verdi a Milano, di fianco alla Scala, un gioielliere deve impachettare ventimila euro come regalo di Natale. Una regione che proietta Peppino Impastato per comprarsi indulgenze e non riesce nemmeno ad annusare Antonio Galasso a Pieve Emanuele, i Rispoli di Cirò che orto fruttano a Legnano dove Vincenzo apriva tutte le mattine la Bidi bodi bu, i gelesi a San Giulioano e Melegnano, gli Iacono della Stidda dei Madonia con un centro estetico e impresa edile a San Donato, o Francesco Perspicace: nato a Caltagirone una cinquantina di anni fa ma esportato a Sant’Angelo Lodigiano da un bel pezzo con un’impresa di pulizie, una quota in “iniziative immobiliari” e una fedina penale di 16 anni di condanna per una sparatoria in via Faenza il 9 maggio 1998. Un’altra agenzia, la Ad Case, vede tra i soci Ferdinando Perspicace di Caltagirone e per non farsi mancare niente anche, in passato, Arturo Molluso, dell’ omonima famiglia originaria di Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria. Hanno messo le radici a San Donato i Molluso e sono considerati legati ai clan Cappelli-Pipicella e vicini ai Calaiò. Uno di loro, Pasquale Molluso, è socio della Gra immobiliare. Il trentaquattrenne Arturo, residente a Spino d’ Adda, è presente anche in altre agenzie, come la Mocasa, sede a Milano in via Riva di Trento.

Nomi, nomi, fatti, scie con i numeri e l’impeto di un fiume prima della cascata ma con il rumore di un rivolo. Ma non potranno essere sempre impuniti, impuniti loro e impuniti tutti quelli che non sentono e non vogliono sentire, in una palude di immobile e latente inciviltà dove informare è un atto di coraggio. Non si potrà stare a lungo impuniti a forza di giocare a fare i sordi: magari mangiati, comprati, giudicati, annessi o complici. Perché il silenzio è complice, silenzio è pace, il silenzio è calma, il silenzio è rosa.

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/21198/48/

Barcellona: Scoperta loggia massonica segreta "Ausonia"

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L’inchiesta della Distrettuale antimafia di Messina scaturita dalle dichiarazioni del politico - imprenditore barcellonese Maurizio Marchetta sta diventando qualcosa di politicamente molto più grave di un caso giudiziario su un presunto giro di corruzione aggravato dal coinvolgimento di esponenti di primo piano della mafia. Senza volere anticipare l’esito dell’inchiesta della Procura sulle accuse rivolte da Marchetta ad alcuni politici e imprenditori di primo piano di Confindustria Messina, quanto finora è emerso in proposito sembra giustificare ampiamente tutti i dubbi soprattutto circa la democrazia e il libero mercato esistente nello Stretto. Ma su questo lasciamo lavorare i magistrati Giuseppe Verzera e Angelo Cavallo. Le dichiarazioni di Marchetta fanno scoprire una loggia massonica deviata e chiaramente non censita a Barcellona Pozzo di Gotto che operava da alcuni anni. Il nome di questa loggia è Ausonia, con sede nella centralissima piazza Marconi. Protagonisti attivi a detta del Marchetta, medici, funzionari, docenti e... qui cala il silenzio. La Messina da bere e la stessa classe politica, per non dire la magistratura, che parte recitavano in tutto questo? Messina, Barcellona, Patti, Capo d'Orlando... quante vicende mai completamente chiarite, ma a giudicare con il senno di poi, nell'ultimo decennio che precede l'affare Ponte, c'è qualcosa che non torna in più di un fascicolo giudiziario, in più di una nomina politico - amministrativa. Ma è soprattutto Messina e la sua ridente provincia barcellonese a non dare tregua alla ragion di stato. Barcellona Pozzo di Gotto è lo specchio di questo Paese: della politica, del costume, magari un po' deformato del mezzo, che tende a enfatizzare. E poi c'è l'appalto del secondo palazzo di giustizia di Messina, della Stu Tirone, del water front, con tutto quello che ne consegue a rigor di logica e di legge. Non è sempre facile conciliare il bene collettivo con quello privato, il Codice penale con l'azienda raccomandata dal Sistema Messina. Naturalmente, con tutto il rispetto dovuto alle Istituzioni, non abbiamo potuto fare a meno di pensare che siamo rimasti ancora fermi al cosiddetto "Tavolino". Non abbiamo sbagliato a scrivere quello che abbiamo scritto: abbiamo semplicemente riposto male la nostra fiducia nella giustizia. La carne si sa, è debole. Se questo è vero, oggi Messina paga la sua mancanza di coraggio nel dire no a certi personaggi: un cattivo affare, dettato da un calcolo politico fondato su un’illusione. Il Ponte sullo Stretto.

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