RECLAIM YOUR MEDIA!
Per continuare Indymedia Lombardia ha bisogno del vostro supporto.
Difendi la tua informAzione!

Autofinanziamento :
Partecipa|| Quanto ci costa? || Non puoi/vuoi fare una donazione online?

Antispecismo

Gli animali sono oggetti, liberarli è una rapina...

autore: 
empatia animale

GLI ANIMALI SONO OGGETTI, LIBERARLI È UNA RAPINA...

Questa è la storia dell'incontro fra una cena e una persona.
L'11 ottobre 2007, sulla ghiacciaia del pam di via Olona di Milano, sotto gli occhi di tutti, qualcuno agonizzava. Agonizzava da giorni. Il corpo gelato, i sensi annebbiati dal freddo. Agonizzava senza sapere perchè. Agonizzava e aveva paura.
Sdraiata su una ghiacciaia, una cena conosceva il terrore, il dolore, la nostalgia... Quella cena, in silenzio, urlava... Quella cena che sognava il mare...
Un continuo rumore copriva quel grido silenzioso e disperato, rendendo quel qualcuno cena silenziosa.
Ma ascoltando per un attimo il silenzio, era impossibile sottrarsi alle urla inascoltate di una cena, che in silenzio piangeva.
Quel giorno, una cena e una persona si guardavano e si ascoltavano. E poi correvano, insieme, verso il sogno di chi era nato astice ed era stato trasformato in cena. Verso il sogno di chi, sognando, piangeva.

Ma una ragazza ora correva fuori da un supermercato con in mano una cena!
L'uomo saltava giù dal camion e bloccava quella ladra di cene costosissime. Chiamava la polizia, per fermare definitivamente quella criminale.

Quella sera, mentre una ladra veniva arrestata per rapina, una cena cuoceva...

Giovedì 5 marzo, avrebbe dovuto avere luogo l'udienza di dibattimento del processo per rapina, in cui avrebbe dovuto essere letta la lettera di rivendicazione che incolliamo qui sotto. All'ultimo momento però l'udienza è stata rimandata al 25 giugno. Abbiamo comunque deciso di cogliere quest'occasione, per poter urlare che un animale non è una cena e che una liberazione non è una rapina.

Giovedì 25 giugno avrà luogo l’udienza di dibattimento. Contemporaneamente, si svolgerà un presidio per la liberazione animale:

25 GIUGNO ore 10 MILANO P.ZZA CADORNA

Ognuno sarà il benvenuto, ma ci piacerebbe non avere sigle o bandiere, per dire ciò che
profondamente sentiamo come persone.

Intanto, nel tribunale dei minori di Milano, verrà letta la rivendicazione che incolliamo qui sotto.

LETTERA DI UN ASTICE AD UN GIUDICE

UNO DEI MILIONI... PROPRIO UNO... PROPRIO LUI...

Immaginate per un attimo di essere sdraiati in una scatola di vetro, a pancia in giù sul ghiaccio, con mani e piedi legati e un pezzo di nastro adesivo sulla bocca. E' ormai una giornata che siete in quella posizione, o forse cinque minuti, in effetti vi è difficile dirlo con precisione. Siete legati in mezzo a centinaia di giganteschi pacchetti di tetrapack, sacchetti di plastica, bottiglie di lemonsoda, elastici e spazzole per capelli. Centinaia di persone si muovono intorno a voi. Vi guardano, ma sembrano non vedervi, prese a saltare da uno scaffale all'altro, come tutte spinte da uno stesso impulso perverso a voi sconosciuto. Quante ore, o giorni, o minuti saranno passati? qualcuno si ferma, vi osserva, dice qualcosa in una lingua incomprensibile. Un'altra voce risponde da dietro la vostra testa, che è ormai talmente infreddolita da non pensare nemmeno di poterla provare a girare. Da quanti anni, o giorni, siete chiusi lì dentro? ogni secondo dura un minuto, ogni minuto un'ora, mentre contate il tempo secondo dopo secondo, e ad ogni secondo vi chiedete quanti altri ne dovranno seguire. Un guanto enorme si protende verso di voi, vi solleva. La prima voce parla un'altra volta e voi vi ritrovate di nuovo con la pancia sul ghiaccio. Qualcuno di fianco a voi viene sollevato a sua volta e chiuso in un pacchetto di cellofan. Due persone, mentre scelgono le patatine fritte nello scaffale vicino al vostro, guardano la scena come fosse la cosa più normale del mondo. Tutti intorno a voi si comportano come se lo fosse.
Voi li guardate senza capirli e vi chiedete perché siete chiusi lì dentro... e forse è un bene che di questa domanda non possiate conoscere la risposta...

Io vivevo nel buco di uno scoglio (forse questa frase avrei dovuto interromperla a “io vivevo”), levigato dalle onde del mare. Conoscevo perfettamente il mio fondale e sapevo che ogni onda avrebbe portato qualcosa di diverso e di nuovo. Me ne stavo lì, per giornate intere sulla mia roccia, a sentire il risucchio delle onde sul mio corpo immobile.
Non so come abbia fatto a ritrovarmi catapultato all'inferno, è stato un attimo, quello che mi ricordo è solo il fondo del mare, e poi decine, centinaia di pesci schiacciarsi e contorcersi sulla mia schiena e sotto la mia pancia. L'acqua che scendeva, sempre di più, trascinandoci verso il basso, lasciandoci soffocare sempre più schiacciati l'uno sopra l'altro in balia della forza di gravità, ammucchiati come una catasta di legna. Avevo paura, non capivo. All'improvviso siamo precipitati su un piano duro e asciutto. Vedevo tutti morire soffocati, in preda alle convulsioni.
Poi mi sono sentito sollevare, qualcosa di stretto e doloroso mi costringeva le chele. Io non capivo, non sapevo cosa stesse succedendo, tuttora non so cosa sia successo né cosa succeda. Non so come né perchè mi sia ritrovato all'inferno. Il mio corpo è atrofizzato dal ghiaccio. Fatico a muovere le zampe. Un dolore costante e logorante mi stringe la testa e non mi lascia un solo istante di tregua. Mi chiedo perchè, mi chiedo cosa sia il posto in cui mi trovo. Dove sono le onde del mare? Mi chiedo da quanto tempo mi trovo qui e quanto ancora ne dovrà passare. Mi chiedo se sarà questo il posto in cui dovrò morire o cosa ancora mi aspetti. e intanto aspetto, aspetto rassegnato, secondo dopo secondo. Conto il tempo, senza lasciar passare un solo secondo senza chiedermi come e perchè sia stato strappato al mio mare e se mai potrò rivederlo.
E grido in silenzio, perchè voi non la potete sentire la mia voce straziata. E imploro chi di voi ha un cuore di riportarmi a casa.

Un astice dei milioni... proprio uno... proprio io..

In questo processo ci sono due parti in causa: una si deve difendere dall'accusa di rapina, l'altra è quella che accusa. Ogni anno migliaia di astici muoiono bolliti vivi, miliardi di animali vengono torturati uccisi per soddisfare il nostro palato. Al mondo esistono milioni di lager, in cui gli animali non sono che numeri, fatti nascere al solo scopo di essere sfruttati e uccisi, considerati alla stregua di macchine che convertono i mangimi in carne, latte, uova, pellicce, risultati di esperimenti.
Trovo ai limiti dell'assurdo che in questo processo sia io a trovarmi al banco degli imputati, per questo motivo ho voluto con la presente lettera chiamare a testimoniare la vera vittima di tutta la vicenda, l'unico testimone che credo meriti veramente di essere ascoltato. Purtroppo ho dovuto usare sentimenti, parole, sensazioni e pensieri umani per provare a rendere vagamente l'idea della profonda angoscia e del dolore provati dall'animale, e dell'insensatezza della diffusa convinzione che chi ne è responsabile sia nel giusto. E' evidente che si tratti di un espediente letterario e sono consapevole del fatto che l'astice non possa aver provato tali sensazioni così come descritte, ma era l'unico modo per rendere l'idea avvicinandosene il più possibile. So comunque di non essere riuscita nel mio scopo, tuttavia non avrei potuto in alcun modo farlo. Si tratta di situazioni che chi ha vissuto non potrà mai raccontare e da chi non sono state vissute non potranno mai essere comprese... mai sul serio... mai fino in fondo... Tuttavia è sufficiente guardare un animale negli occhi per capire che dietro ad ognuno di loro, così come ad ognuno di noi, si trova un intero mondo, un mondo che nessuno ha il diritto di distruggere deliberatamente.
Considero questo processo un'occasione per provare a dare voce a tutti coloro le cui grida straziate non fanno che rimbalzare contro un muro di silenzio. Ritengo necessario non rinnegare quelle che sono state le vere ragioni del mio gesto per fermarci tutti un attimo a riflettere su cose erroneamente date per scontate, io con voi.
Il grattacielo in cui viviamo, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato. Ed il tutto si regge su un pregiudizio, simile a quello razzista o sessista, il pregiudizio antropocentrico, che giustifica la diversa considerazione degli interessi su base di specie. La scala dei valori è stata completamente ribaltata, conformemente alle esigenze umane, fino al punto di attribuire diverso valore alla sofferenza a seconda del grado di "razionalità" di chi la prova, senza minimamente considerare il fatto che sentimenti e sensazioni come dolore, paura, istinto ed interesse alla sopravvivenza, terrore, percezione della vita e della morte, non sono affatto connessi alla "ragione", ma semmai alla sensibilità, propria degli altri animali così come dell'animale umano. A dire la verità, comunque, non è neanche propriamente la razionalità ad essere portata come principio discriminante, ma la mera appartenenza di specie.
Prendiamo in analisi il caso di un uomo portatore di un handicap tale da renderlo privo di capacità razionali, ma non di sensibilità. Ragionando in modo laico, coerentemente con l'assunto che la razionalità sia il principio che stabilisce il valore della vita, della morte e della sofferenza, l'individuo in questione dovrebbe essere considerato (e di conseguenza trattato) alla stregua di un animale-non-umano, ovvero come un potenziale mezzo che consenta ai cosiddetti "esseri razionali" di conseguire i propri fini. Il fatto che ciò (fortunatamente) non avvenga, rivela un'evidente contraddizione. L'opposta valutazione che spinge in un caso ad infliggere e nell'altro a evitare la sofferenza, non è forse il sintomo di un atteggiamento schizofrenico? Perché non si ha il coraggio di mettere in discussione i principi che lo ispirano, invece di elevarli a verità assolute e indiscutibili? Se lo si facesse, forse un gesto come il mio risulterebbe non solo comprensibile, ma addirittura doveroso ed inevitabile.
Io ho visto la sofferenza negli occhi di quegli animali, questo è stato il motore del mio gesto. La pietas, uno dei più nobili fra tutti i sentimenti. Ho portato una serie di ragioni perfettamente in grado di essere capite. Voi avete la facoltà di stabilire se restituire la dignità ad un essere senziente sia o meno un gesto criminale, ma prima che possiate decidere se volervi prendere questa responsabilità, voglio appellarmi al vostro buon senso, vorrei che voi provaste a chiedervi: siete fino in fondo sicuri di avere il diritto di farlo? E siete certi di poter soprassedere su quanto sopra detto?
...E siete disposti a prendervi la responsabilità di riconoscere la tortura e di condannare la compassione e l'empatia?

Contatti: empatia.animale@gmail.com

empatia.noblogs.org

Presidio per la liberazione animale - Gli animali sono oggetti, liberarli è una rapina...

25/06/2009 - 10:00
25/06/2009 - 14:08
Etc/GMT+2
autore: 
empatia.noblogs.org

Questa è la storia dell'incontro fra una cena e una persona.
L'11 ottobre 2007, sulla ghiacciaia del pam di via Olona di Milano, sotto gli occhi di tutti, qualcuno agonizzava. Agonizzava da giorni. Il corpo gelato, i sensi annebbiati dal freddo. Agonizzava senza sapere perchè. Agonizzava e aveva paura.
Sdraiata su una ghiacciaia, una cena conosceva il terrore, il dolore, la nostalgia... Quella cena, in silenzio, urlava... Quella cena che sognava il mare...
Un continuo rumore copriva quel grido silenzioso e disperato, rendendo quel qualcuno cena silenziosa.
Ma ascoltando per un attimo il silenzio, era impossibile sottrarsi alle urla inascoltate di una cena, che in silenzio piangeva.
Quel giorno, una cena e una persona si guardavano e si ascoltavano. E poi correvano, insieme, verso il sogno di chi era nato astice ed era stato trasformato in cena. Verso il sogno di chi, sognando, piangeva.
Ma una ragazza ora correva fuori da un supermercato con in mano una cena!
L'uomo saltava giù dal camion e bloccava quella ladra di cene costosissime. Chiamava la polizia, per fermare definitivamente quella criminale.
Quella sera, mentre una ladra veniva arrestata per rapina, una cena cuoceva...

Alle 13 di giovedì 5 marzo, avrebbe dovuto avere luogo l'udienza di dibattimento del processo per rapina, in cui avrebbe dovuto essere letta la lettera di rivendicazione che incolliamo qui sotto. All'ultimo momento però l'udienza è stata rimandata al 25 giugno. Abbiamo comunque deciso di cogliere quest'occasione, per poter urlare che un animale non è una cena e che una liberazione non è una rapina.

Giovedì 25 giugno avrà luogo l’udienza di dibattimento. Contemporaneamente, si svolgerà un presidio per la liberazione animale:

25 GIUGNO, ORE 10, MILANO P.ZZA CADORNA

Ognuno sarà il benvenuto, ma ci piacerebbe non avere sigle o bandiere, per dire ciò che profondamente sentiamo come persone.
Intanto, nel tribunale dei minori di Milano, verrà letta la rivendicazione che incolliamo qui sotto.


LETTERA DI UN ASTICE AD UN GIUDICE
UNO DEI MILIONI... PROPRIO UNO... PROPRIO LUI...

Immaginate per un attimo di essere sdraiati in una scatola di vetro, a pancia in giù sul ghiaccio, con mani e piedi legati e un pezzo di nastro adesivo sulla bocca. E' ormai una giornata che siete in quella posizione, o forse cinque minuti, in effetti vi è difficile dirlo con precisione. Siete legati in mezzo a centinaia di giganteschi pacchetti di tetrapack, sacchetti di plastica, bottiglie di lemonsoda, elastici e spazzole per capelli. Centinaia di persone si muovono intorno a voi. Vi guardano, ma sembrano non vedervi, prese a saltare da uno scaffale all'altro, come tutte spinte da uno stesso impulso perverso a voi sconosciuto. Quante ore, o giorni, o minuti saranno passati? qualcuno si ferma, vi osserva, dice qualcosa in una lingua incomprensibile. Un'altra voce risponde da dietro la vostra testa, che è ormai talmente infreddolita da non pensare nemmeno di poterla provare a girare. Da quanti anni, o giorni, siete chiusi lì dentro? ogni secondo dura un minuto, ogni minuto un'ora, mentre contate il tempo secondo dopo secondo, e ad ogni secondo vi chiedete quanti altri ne dovranno seguire. Un guanto enorme si protende verso di voi, vi solleva. La prima voce parla un'altra volta e voi vi ritrovate di nuovo con la pancia sul ghiaccio. Qualcuno di fianco a voi viene sollevato a sua volta e chiuso in un pacchetto di cellofan. Due persone, mentre scelgono le patatine fritte nello scaffale vicino al vostro, guardano la scena come fosse la cosa più normale del mondo. Tutti intorno a voi si comportano come se lo fosse.

Voi li guardate senza capirli e vi chiedete perché siete chiusi lì dentro... e forse è un bene che di questa domanda non possiate conoscere la risposta...

Io vivevo nel buco di uno scoglio (forse questa frase avrei dovuto interromperla a "io vivevo"...), levigato dalle onde del mare. Conoscevo perfettamente il mio fondale e sapevo che ogni onda avrebbe portato qualcosa di diverso e di nuovo. Me ne stavo lì, per giornate intere sulla mia roccia, a sentire il risucchio delle onde sul mio corpo immobile.

Non so come abbia fatto a ritrovarmi catapultato all'inferno, è stato un attimo, quello che mi ricordo è solo il fondo del mare, e poi decine, centinaia di pesci schiacciarsi e contorcersi sulla mia schiena e sotto la mia pancia. L'acqua che scendeva, sempre di più, trascinandoci verso il basso, lasciandoci soffocare sempre più schiacciati l'uno sopra l'altro in balia della forza di gravità, ammucchiati come una catasta di legna. Avevo paura, non capivo. All'improvviso siamo precipitati su un piano duro e asciutto. Vedevo tutti morire soffocati, in preda alle convulsioni.

Poi mi sono sentito sollevare, qualcosa di stretto e doloroso mi costringeva le chele. Io non capivo, non sapevo cosa stesse succedendo, tuttora non so cosa sia successo né cosa succeda. Non so come né perchè mi sia ritrovato all'inferno. Il mio corpo è atrofizzato dal ghiaccio. Fatico a muovere le zampe. Un dolore costante e logorante mi stringe la testa e non mi lascia un solo istante di tregua. Mi chiedo perchè, mi chiedo cosa sia il posto in cui mi trovo. Dove sono le onde del mare? Mi chiedo da quanto tempo mi trovo qui e quanto ancora ne dovrà passare. Mi chiedo se sarà questo il posto in cui dovrò morire o cosa ancora mi aspetti. e intanto aspetto, aspetto rassegnato, secondo dopo secondo. Conto il tempo, senza lasciar passare un solo secondo senza chiedermi come e perchè sia stato strappato al mio mare e se mai potrò rivederlo.

E grido in silenzio, perchè voi non la potete sentire la mia voce straziata. E imploro chi di voi ha un cuore di riportarmi a casa.

Un astice dei milioni... proprio uno... proprio io...

In questo processo ci sono due parti in causa: una si deve difendere dall'accusa di rapina, l'altra è quella che accusa. Ogni anno migliaia di astici muoiono bolliti vivi, miliardi di animali vengono torturati uccisi per soddisfare il nostro palato. Al mondo esistono milioni di lager, in cui gli animali non sono che numeri, fatti nascere al solo scopo di essere sfruttati e uccisi, considerati alla stregua di macchine che convertono i mangimi in carne, latte, uova, pellicce, risultati di esperimenti.

Trovo ai limiti dell'assurdo che in questo processo sia io a trovarmi al banco degli imputati, per questo motivo ho voluto con la presente lettera chiamare a testimoniare la vera vittima di tutta la vicenda, l'unico testimone che credo meriti veramente di essere ascoltato. Purtroppo ho dovuto usare sentimenti, parole, sensazioni e pensieri umani per provare a rendere vagamente l'idea della profonda angoscia e del dolore provati dall'animale, e dell'insensatezza della diffusa convinzione che chi ne è responsabile sia nel giusto. E' evidente che si tratti di un espediente letterario e sono consapevole del fatto che l'astice non possa aver provato tali sensazioni così come descritte, ma era l'unico modo per rendere l'idea avvicinandosene il più possibile. So comunque di non essere riuscita nel mio scopo, tuttavia non avrei potuto in alcun modo farlo. Si tratta di situazioni che chi ha vissuto non potrà mai raccontare e da chi non sono state vissute non potranno mai essere comprese... mai sul serio... mai fino in fondo... Tuttavia è sufficiente guardare un animale negli occhi per capire che dietro ad ognuno di loro, così come ad ognuno di noi, si trova un intero mondo, un mondo che nessuno ha il diritto di distruggere deliberatamente.

Considero questo processo un'occasione per provare a dare voce a tutti coloro le cui grida straziate non fanno che rimbalzare contro un muro di silenzio. Ritengo necessario non rinnegare quelle che sono state le vere ragioni del mio gesto per fermarci tutti un attimo a riflettere su cose erroneamente date per scontate, io con voi.

Il grattacielo in cui viviamo, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato. Ed il tutto si regge su un pregiudizio, simile a quello razzista o sessista, il pregiudizio antropocentrico, che giustifica la diversa considerazione degli interessi su base di specie. La scala dei valori è stata completamente ribaltata, conformemente alle esigenze umane, fino al punto di attribuire diverso valore alla sofferenza a seconda del grado di "razionalità" di chi la prova, senza minimamente considerare il fatto che sentimenti e sensazioni come dolore, paura, istinto ed interesse alla sopravvivenza, terrore, percezione della vita e della morte, non sono affatto connessi alla "ragione", ma semmai alla sensibilità, propria degli altri animali così come dell'animale umano. A dire la verità, comunque, non è neanche propriamente la razionalità ad essere portata come principio discriminante, ma la mera appartenenza di specie.

Prendiamo in analisi il caso di un uomo portatore di un handicap tale da renderlo privo di capacità razionali, ma non di sensibilità. Ragionando in modo laico, coerentemente con l'assunto che la razionalità sia il principio che stabilisce il valore della vita, della morte e della sofferenza, l'individuo in questione dovrebbe essere considerato (e di conseguenza trattato) alla stregua di un animale-non-umano, ovvero come un potenziale mezzo che consenta ai cosiddetti "esseri razionali" di conseguire i propri fini. Il fatto che ciò (fortunatamente) non avvenga, rivela un'evidente contraddizione. L'opposta valutazione che spinge in un caso ad infliggere e nell'altro a evitare la sofferenza, non è forse il sintomo di un atteggiamento schizofrenico? Perché non si ha il coraggio di mettere in discussione i principi che lo ispirano, invece di elevarli a verità assolute e indiscutibili? Se lo si facesse, forse un gesto come il mio risulterebbe non solo comprensibile, ma addirittura doveroso ed inevitabile.

Io ho visto la sofferenza negli occhi di quegli animali, questo è stato il motore del mio gesto. La pietas, uno dei più nobili fra tutti i sentimenti. Ho portato una serie di ragioni perfettamente in grado di essere capite. Voi avete la facoltà di stabilire se restituire la dignità ad un essere senziente sia o meno un gesto criminale, ma prima che possiate decidere se volervi prendere questa responsabilità, voglio appellarmi al vostro buon senso, vorrei che voi provaste a chiedervi: siete fino in fondo sicuri di avere il diritto di farlo? E siete certi di poter soprassedere su quanto sopra detto?

...E siete disposti a prendervi la responsabilità di riconoscere la tortura e di condannare la compassione e l'empatia?

Contatti: empatia.animale [at] gmail.com

LETTERA DI UN ASTICE AD UN GIUDICE

LETTERA DI UN ASTICE AD UN GIUDICE

UNO DEI MILIONI… PROPRIO UNO… PROPRIO LUI…
Immaginate per un attimo di essere sdraiati in una scatola di vetro, a pancia in giù sul ghiaccio, con mani e piedi legati e un pezzo di nastro adesivo sulla bocca. E’ ormai una giornata che siete in quella posizione, o forse cinque minuti, in effetti vi è difficile dirlo con precisione. siete legati in mezzo a centinaia di giganteschi pacchetti di tetrapack, sacchetti di plastica, bottiglie di lemonsoda, elastici e spazzole per capelli. centinaia di persone si muovono intorno a voi. vi guardano, ma sembrano non vedervi, prese a saltare da uno scaffale all’altro, come tutte spinte da uno stesso impulso perverso a voi sconosciuto. quante ore, o giorni, o minuti saranno passati? qualcuno si ferma, vi osserva, dice qualcosa in una lingua incomprensibile. un’altra voce risponde da dietro la vostra testa, che è ormai talmente infreddolita da non pensare nemmeno di poterla provare a girare. da quanti anni, o giorni, siete chiusi li dentro? ogni secondo dura un minuto, ogni minuto un’ora, mentre contate il tempo secondo dopo secondo, e ad ogni secondo vi chiedete quanti altri ne dovranno seguire. un guanto enorme si protende verso di voi, vi solleva. la prima voce parla un’altra volta e voi vi ritrovate di nuovo con la pancia sul ghiaccio. qualcuno di fianco a voi viene sollevato a sua volta e chiuso in un pacchetto di celofan. due persone, mentre scelgono le patatine fritte nello scaffale vicino al vostro, guardano la scena come fosse la cosa più normale del mondo. tutti intorno a voi si comportano come se lo fosse.
voi li guardate senza capirli e vi chiedete perché siete chiusi li dentro… e forse è un bene che di questa domanda non possiate conoscere la risposta…

io vivevo nel buco di uno scoglio, levigato dalle onde del mare (forse questa frase avrei dovuto interromperla a “iovivevo”). conoscevo perfettamente il mio fondale e sapevo che ogni onda avrebbe portato qualcosa di diverso e di nuovo. me ne stavo li, per giornate intere sulla mia roccia, a sentire il risucchio delle onde sul mio corpo immobile.
non so come abbia fatto a ritrovarmi catapultato all’inferno, è stato un attimo, quello che mi ricordo è solo il fondo del mare, e poi decine, centinaia di pesci schiacciarsi e contorcersi sulla mia schiena e sotto la mia pancia. l’acqua che scendeva, sempre di più, trascinandoci verso il basso, lasciandoci soffocare sempre più schiacciati l’uno sopra l’altro in balia della forza di gravità, ammucchiati come una catasta di legna. avevo paura, non capivo. all’improvviso siamo precipitati su un piano duro e asciutto. vedevo tutti morire soffocati, in preda alle convulsioni.
poi mi sono sentito sollevare, qualcosa di stretto e doloroso mi costringeva le chele. io non capivo, non sapevo cosa stesse succedendo, tutt’ora non so cosa sia successo ne cosa succeda. non so come ne perchè mi sia ritrovato all’inferno. il mio corpo è atrofizzato dal ghiaccio. fatico a muovere le zampe. un dolore costante e logorante mi stringe la testa e non mi lascia un solo istante di tregua. mi chiedo perchè, mi chiedo cosa sia il posto in cui mi trovo. dove sono le onde del mare? mi chiedo da quanto tempo mi trovo qui e quanto ancora ne dovrà passare. mi chiedo se sarà questo il posto in cui dovrò morire o cosa ancora mi aspetti. e intanto aspetto, aspetto rassegnato, secondo dopo secondo. conto il tempo, senza lasciar passare un solo secondo senza chiedermi come e perchè sia stato strappato al mio mare e se mai potrò rivederlo.
e grido in silenzio, perchè voi non la potete sentire la mia voce straziata. e imploro chi di voi ha un cuore di riportarmi a casa.
Un astice dei milioni… proprio uno… proprio io..

In questo processo ci sono due parti in causa: una si deve difendere dall’accusa di rapina, l’altra è quella che accusa. Ogni anno miglia di astici muoiono bolliti vivi, miliardi di animali vengono torturati uccisi per soddisfare il nostro palato. Al mondo esistono milioni di lager, in cui gli animali non sono che numeri, fatti nascere al solo scopo di essere sfruttati e uccisi, considerati alla stregua di macchine che convertono i mangimi in carne, latte, uova, pellicce, risultati di esperimenti.
Trovo ai limiti dell’assurdo che in questo processo sia io a trovarmi al banco degli imputati, per questo motivo ho voluto con la presente lettera chiamare a testimoniare la vera vittima di tutta la vicenda, l’unico testimone che credo meriti veramente di essere ascoltato. Purtroppo ho dovuto usare sentimenti, parole, sensazioni e pensieri umani per provare a rendere vagamente l’idea della profonda angoscia e del dolore provati dall’animale, e dell’insensatezza della diffusa convinzione che chi ne è responsabile sia nel giusto. E’ evidente che si tratti di un espediente letterario e sono consapevole del fatto che l’astice non possa aver provato tali sensazioni così come descritte, ma era l’unico modo per rendere l’idea avvicinandosene il più possibile. So comunque di non essere riuscita nel mio scopo, tuttavia non avrei potuto in alcun modo farlo. Si tratta di situazioni che chi ha vissuto non potrà mai raccontare e da chi non sono state vissute non potranno mai essere comprese… mai sul serio… mai fino in fondo… Tuttavia è sufficiente guardare un animale negli occhi per capire che dietro ad ognuno di loro, così come ad ognuno di noi, si trova un intero mondo, un mondo che nessuno ha il diritto di distruggere deliberatamente.
Considero questo processo un’occasione per provare a dare voce a tutti coloro le cui grida straziate non fanno che rimbalzare contro un muro di silenzio. Ritengo necessario non rinnegare quelle che sono state le vere ragioni del mio gesto per fermarci tutti un attimo a riflettere su cose erroneamente date per scontate, io con voi.
Il grattacielo in cui viviamo, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato. Ed il tutto si regge su un pregiudizio, simile a quello razzista o sessista, il pregiudizio antropocentrico, che giustifica la diversa considerazione degli interessi su base di specie. La scala dei valori è stata completamente ribaltata, conformemente alle esigenze umane, fino al punto di attribuire diverso valore alla sofferenza a seconda del grado di “razionalità” di chi la prova, senza minimamente considerare il fatto che sentimenti e sensazioni come dolore, paura, istinto ed interesse alla sopravvivenza, terrore, percezione della vita e della morte, non sono affatto connessi alla “ragione”, ma semmai alla sensibilità, propria degli altri animali così come dell’animale umano. A dire la verità, comunque, non è neanche propriamente la razionalità ad essere portata come principio discriminante, ma la mera appartenenza di specie.
Prendiamo in analisi il caso di un uomo portatore di un handicap tale da renderlo privo di capacità razionali, ma non di sensibilità. Ragionando in modo laico, coerentemente con l’assunto che la razionalità sia il principio che stabilisce il valore della vita, della morte e della sofferenza, l’individuo in questione dovrebbe essere considerato (e di conseguenza trattato) alla stregua di un animale-non-umano, ovvero come un potenziale mezzo che consenta ai cosiddetti “esseri razionali” di conseguire i propri fini. Il fatto che ciò (fortunatamente) non avvenga, rivela un’evidente contraddizione. L’opposta valutazione che spinge in un caso ad infliggere e nell’altro a evitare la sofferenza, non è forse il sintomo di un atteggiamento schizofrenico? Perché non si ha il coraggio di mettere in discussione i principi che lo ispirano, invece di elevarli a verità assolute e indiscutibili? Se lo si facesse, forse un gesto come il mio risulterebbe non solo comprensibile, ma addirittura doveroso ed inevitabile.
Io ho visto la sofferenza negli occhi di quegli animali, questo è stato il motore del mio gesto. La pietas, uno dei più nobili fra tutti i sentimenti. Ho portato una serie di ragioni perfettamente in grado di essere capite. Voi avete la facoltà di stabilire se restituire la dignità ad un essere senziente sia o meno un gesto criminale, ma prima che possiate decidere se volervi prendere questa responsabilità, voglio appellarmi al vostro buon senso, vorrei che voi provaste a chiedervi: siete fino in fondo sicuri di avere il diritto di farlo? E siete certi di poter soprassedere su quanto sopra detto? …E Siete disposti a prendervi la responsabilità di riconoscere la tortura e di condannare la compassione e l’empatia?
___________________________________
Gli animali sono oggetti, liberarli è una rapina…

Questa è la storia dell’incontro fra una cena e una persona.
L’11 ottobre 2007, sulla ghiacciaia del pam di via Olona di Milano, sotto gli occhi di tutti, qualcuno agonizzava. Agonizzava da giorni. Il corpo gelato, i sensi annebbiati dal freddo. Agonizzava senza sapere perchè. Agonizzava e aveva paura.
Sdraiata su una ghiacciaia, una cena conosceva il terrore, il dolore, la nostalgia… Quella cena, in silenzio, urlava… Quella cena che sognava il mare…
Un continuo rumore copriva quel grido silenzioso e disperato, rendendo quel qualcuno cena silenziosa.
Ma ascoltando per un attimo il silenzio, era impossibile sottrarsi alle urla insascoltate una cena, che in silenzio piangeva.
Quel giorno, una cena e una persona si guardavano e si ascoltavano. E poi correvano, insieme, verso il sogno di chi era nato astice ed era stato trasformato in cena. Verso il sogno di chi, sognando, piangeva.

Ma una ragazza ora correva fuori da un supermercato con in mano una cena!
L’uomo saltava giù dal camion e bloccava quella ladra di cene costosissime. Chiamava la polizia, per fermare definitivamente quella criminale.

Quella sera, mentre una ladra veniva arrestata per rapina, una cena cuoceva…

In p.zza Cadorna, alle 13,00 del 5 marzo, in occasione di un’udienza del processo per rapina, ha avuto luogo un presidio, per urlare che un animale non è una cena e che una liberazione non è una rapina.
l’ultima udienza è stata fissata per il 25 giugno. in quell’occasione l’imputata leggerà in tribunale la lettera qui sopra.

Spunti di analisi e critica sulla tematica animalista - IL SALTO

autore: 
ilsalto09@gmail.com
image1: 
copertina_retro.tif

Per approfondimenti sulla tematica animalista da un punto di vista rivoluzionario:

http://www.informa-azione.info/seconda_edizione_aggiornata_de_il_salto

Vivisezione: un male di cui liberarsi

autore: 
Giovanna Di Stefano
image1: 
vivisezione12.jpg

I laboratori delle case farmaceutiche e di cosmesi costituiscono ancora oggi luoghi di tortura per topi, conigli, scimmie e tanti altri animali legalmente torturati per la sperimentazione. Dinanzi a queste atrocità non bisogna chiudere gli occhi ma, al contrario, guardare, capire, riflettere e, soprattutto, dire “basta”.

All’udire la parola vivisezione la prima reazione è quella di volerne distogliere subito il pensiero, magari chiedendo al proprio interlocutore di cambiare immediatamente argomento a causa di una propria personale ipersensibilità nei confronti degli esseri viventi e di ogni forma di tortura che li vede vittime indifese.

Quante volte gli animalisti, nel desiderio di informare, semplicemente, il prossimo sulle atrocità compiute nei laboratori di vivisezione in nome della ‘scienza’, si sono sentiti ripetere la frase “non mi dire nulla di più per favore, non lo posso sopportare”? Tante. A quel punto alcuni obbediscono, preoccupati più di non provocare un momentaneo turbamento in chi hanno di fronte che di aprire loro gli occhi su ciò che realmente avviene a danni di milioni di animali, e a cui spesso ci si può opporre, tra l’altro, semplicemente facendo attenzione a cosa si mette nel carrello della spesa. Ad altri invece, per fortuna, preme di più la verità: che la gente almeno sappia quali orrori si nascondono tra le pareti dei laboratori delle principali case farmaceutiche e di cosmesi, perché questo avviene ancora oggi nella più totale legalità, ed infine cosa può fare il cittadino per manifestare il proprio dissenso.

In base ad una recente indagine risultano essere circa 115 milioni gli animali complessivamente detenuti e sfruttati nei laboratori di vivisezione di tutto il mondo. Di questi, circa l’80% sono roditori (ratti, cavie, topi, criceti), e il restante 20% cani, gatti, conigli ma anche asini, bovini e piccole scimmie. Tuttavia si tratta di cifre sicuramente sottostimate (complessivamente potrebbero essere 300 milioni, considerando gli animali non conteggiati nei dati ufficiali) a causa della mancata registrazione da parte dei laboratori di tutti gli animali realmente utilizzati.

Si pensi che per esempio negli Stati Uniti le statistiche tengono conto solo di alcune specie di animali per i dati ufficiali, ma se venissero conteggiati tutti quelli realmente usati (quindi anche uccelli, topi, pesci, anfibi e rettili) il loro numero salirebbe da appena un milione a 34 milioni.

A proposito dell’incertezza dei dati a disposizione e dell’enorme difficoltà nel reperirli la BUAV afferma:

"E’ sconvolgente che così pochi paesi ritengano importante contare il numero di animali che soffrono nei loro laboratori. E' impossibile avere un dibattito sul ruolo degli esperimenti sugli animali nel 21esimo secolo, quando il numero ufficiale degli animali coinvolti e' cosi' sottovalutato. Ciò significa che un'enorme quantità di sofferenza viene semplicemente ignorata, e gli sforzi volti a sostituire l'uso degli animali nella ricerca con tecniche più moderne viene ostacolato. La vivisezione è considerata uno dei più controversi campi di utilizzo degli animali, e' giunto il momento che i governi di tutto il mondo portino alla luce la verità”.

Di tutti gli esperimenti condotti su questa vastissima popolazione di animali solo il 30% riguarda la medicina, mentre il 70% serve a testare prodotti cosmetici, detergenti, formule industriali (detersivi, saponi, inchiostri, ecc.) o belliche (gas tossici, radiazioni nucleari, armi batteriologice, nuovi proiettili, ecc. ); infine, una piccola percentuale viene fatta a scopo didattico-dimostrativo nelle scuole.

Tutti gli animali ‘da laboratorio’ sono destinati, come facilmente intuibile, a non morire di morte naturale bensì ad essere, prima o poi, uccisi. I più fortunati moriranno prima; gli altri, sottoposti a test più lunghi o a più esperimenti consecutivi, dovranno agonizzare per un tempo maggiore, ma poi l’epilogo sarà lo stesso. L’aspetto tragico della vivisezione, come è evidente, non è la morte dell’animale in sè, ma tutto ciò che la precede. A questo proposito il punto cruciale del problema risiede nel corretto utilizzo dell’anestesia, in grado di ridurre drasticamente le agonie delle malcapitate creature durante l’esperimento e quindi di eliminare quella sofferenza che è atroce, infinita, intollerabile.

L’anestesia invece non viene sempre praticata e spesso dura solo una parte dell’esperimento, ma anche qualora il suo effetto durasse per tutto il test l’animale sottoposto soffrirebbe comunque per il dolore che si protrae normalmente ben oltre la fine dell’operazione. La totale negligenza nella pratica di un’anestesia corretta, che copra tutto il periodo di dolore, non ha nessuna motivazione se non quella economica: pur di non spendere soldi, o di non ‘perdere tempo’ per l’anestetico si lascia che l’animale, già sofferente per la condizione di prigionia e di privazione estrema conseguente al suo essere ‘animale da laboratorio’, soffra e agonizzi all’infinito.
Non ha importanza, perché tanto è …‘solo un animale’. Non ci sarà nessun avvocato a difenderlo. In qualunque modo l’animale venga trattato saranno in pochi a saperlo: il vivisettore stesso e, forse, pochi altri colleghi, che in quanto tali non avranno nulla da obiettare. Dopo tutto quando c’è di mezzo la “scienza”, qualcuno deve sempre sacrificarsi. E così i vivisettori si mettono la coscienza a posto. Ma … sarà veramente così?

Gli animali in gabbia, tenuti in isolamento, senza possibilità di socializzare, quasi sempre impazziscono La sperimentazione animale, dicevamo, viene percepita come un qualcosa di terribile, di agghiacciante.

È proprio il rifiuto dell’opinione pubblica a volerne sapere di più che riduce la vivisezione sempre e solo ad un “qualcosa” di molto nebuloso. Come conseguenza di questa ignoranza diffusa sul tema si ha un’opinione pubblica che si esprime attraverso una serie di frasi fatte e senza nesso logico, come per esempio quella più classica in assoluto: ‘meglio salvare un bambino che un cane’.

La frase, perfettamente condivisibile nel contenuto, anche dagli antivivisezionisti, pecca invece gravemente nel presupposto, e cioè che sia inevitabile sacrificare uno dei due: uomo o animale. Al contrario il movimento antivivisezionista, composto oltre che da comuni cittadini anche da moltissimi medici ed esperti in materia (www.mediciinternazionali.org), sostiene che con i metodi alternativi a quelli tradizionali che impiegano animali, metodi che già esistono da tempo e vengono in parte applicati, non solo è possibile risparmiare inenarrabili sofferenze a milioni di poveri animali ma anche e soprattutto avere la garanzia di un risultato molto più affidabile e realmente scientifico in quanto questi metodi utilizzano come modello di studio direttamente l’uomo e non più l’animale. Il vantaggio, non da poco, è di avere risultati tangibili già definitivi, nel senso che non necessitano di successive estrapolazioni e correlazioni con altre specie, perché già si riferiscono alla specie giusta: quella umana.

Per la ricerca biomedica di base i metodi alternativi si avvalgono di dati epidemiologici e statistici, colture in vitro di tessuti o di interi organi umani, dello studio diretto dei pazienti tramite i moderni strumenti di analisi non-invasivi, infine di autopsie e biopsie; per i test di tossicità in campo cosmetico si lavora molto con le colture di cellule e di tessuti umani o modelli matematici computerizzati; infine per la didattica esistono ormai centinaia di metodologie alternative già validate: modellini, manichini e simulatori meccanici computerizzati, film, video ecc.

I metodi alternativi, benché veramente scientifici e sicuramente promettenti, stentano a decollare a causa di un’insormontabile barriera burocratica che prevede un iter, per la loro validazione ai fini dell’applicabilità, molto lungo e oneroso (può durare molti anni). Un criterio di validazione, quello in atto per i metodi alternativi, che, è bene dirlo, è da considerarsi inaccettabile in triplice misura. In primo luogo perché il metodo da validare viene ritenuto idoneo solo se riesce a fornisce dati simili a quelli ottenuti, in passato e per le medesime sostanze, con la sperimentazione animale. Un criterio questo del tutto irrazionale e antiscientifico in quanto i risultati andrebbero semmai confrontati con quelli già noti sull'uomo: si parla di sostanze già sperimentate, quindi già in commercio e sulle quali sono pertanto già noti gli effetti sull’essere umano; per cui perché prendere come riferimento i risultati ottenuti sui topi, ratti o altri animali, anche quando peraltro sono spesso diversi da quelli riscontrati successivamente sul corpo umano?

Inoltre, non ha senso confrontare i dati ottenuti da un organismo in toto con quelli di una coltura cellulare umana. Questi ultimi sono parziali, ma danno informazioni certe per l'uomo, invece i test sugli animali sono più completi (ossia sarebbero ovviamente molto utili se noi volessimo conoscere gli effetti del cancro su di loro e non sull’uomo!) ma danno informazioni incerte, e quindi irrilevanti o peggio fuorvianti, riguardo all'effetto sull'organismo umano.

Infine, e qui siamo al paradosso, i test su animali correntemente utilizzati, riconosciuti, ufficiali e quindi perfettamente legali, non sono mai stati validati! E ora questi stessi test vengono innalzati a metro di giudizio per la validazione di quelli nuovi, alternativi alla sperimentazione animale. A questi ultimi cioè si richiede, per essere riconosciuti ‘idonei’, di produrre risultati simili a quelli ottenuti con la sperimentazione animale (i cui test sono spesso tra l’altro estremamente datati, alcuni risalenti addirittura al 1930), la quale esse stessa non è mai stata sottoposta a nessun tipo di verifica, bensì, venne a suo tempo presa per buona a priori, non si capisce in base a quale evidenza scientifica, viste le macroscopiche differenze biologiche tra uomo e animale. È un po’ come mandare il proprio figlio a prendere lezioni di una materia per conseguirne un diploma, in una scuola che non ha alcun titolo per farlo.

La sperimentazione animale è entrata di diritto nelle linee guida, accettate a livello mondiale, dell'Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OECD - Organization for Economic Cooperation an Development) senza alcuna validazione.

La vivisezione si basa su un presupposto completamente sbagliato, la cui gravità è fin troppo evidente: ogni specie è differente, per metabolismo e altri parametri fisiologici, di conseguenza nessun risultato conseguito su una specie animale potrà mai essere estrapolato con certezza su un'altra.

In altre parole, ogni specie è un modello valido di sperimentazione solamente per la propria stessa specie e per nessun’ altra.

La strada che porta a liberare gli animali dagli strumenti di contenzione e dagli stabulari dei laboratori si costruisce solo quindi continuando a dimostrare che tanta sofferenza, oltre che immorale e indegna di una società civile, è inutile per il benessere e la salute umana. E’ necessario dimostrarlo con i dati scientifici, confrontando quelli affidabili e certi che emergono dallo studio di cellule umane con quelli che derivano dai metodi tradizionali che analizzano l’animale, estremamente variabili a seconda della specie utilizzata, quindi pericolosi e fuorvianti se presi per buoni nella formulazione di cure o farmaci per l’uomo.

Spari sui Navigli per fermare il pitbull

autore: 
shot the sheriff

L'animale, ferito dal colpo esploso da un finanziere di pattuglia, è fuggito.
Ora se ne cerca il proprietario

Un primo attacco, un secondo e un terzo ancora.
Il pitbull che domenica sera si è avventato sui passanti che affollavano i Navigli, in Ripa di porta Ticinese, ha frenato la sua corsa solo di fronte a un colpo di pistola di uno dei due finanzieri che pattugliavano la zona.
Un colpo che l’ha ferito, messo in fuga, ma non fermato definitivamente visto che l’animale è comunque riuscito a far perdere le sue tracce.

Così come gli inquirenti — il fascicolo è sui tavoli della procura — stanno ancora cercando di conoscere il padrone dell’animale.
Cosa non facile, visto che l’uomo, forse un maghrebino, che è stato visto da alcuni testimoni inseguire l’animale con collare e guinzaglio, aveva tutta l’aria di essere un “padrone recente”, quasi impotente di fronte alle aggressioni del cane, anzi a sua volta aggredito e messo in fuga.

Erano le sette di sera, quando il pitbull è uscito all’improvviso dal portone del civico 9, spaventato come se volesse scappare da una casa non sua.
Nella zona, piena di locali alla moda, in un giorno di festa e col sole, la folla era composta da ragazzi e famiglie.
Tutti, alla vista dell’animale inferocito, scappano, si mettono a correre.

Il primo a farne le spese è un passante che viene morso sulla giacca, senza nessuna lesione, poi è la volta di un cinese che rimedia una strattonata alla manica, ma il momento peggiore è quando il pitbull si avventa su un bambino.
A salvarlo è il papà, che solleva il figlio lasciando il cane libero di ferirlo alla gamba.
A quel punto l’animale cerca di entrare in un locale, ma gli viene chiusa prontamente la porta in faccia.
Il pitbull torna indietro, crea ancora panico e si rintana sotto una automobile.

La fuga e le urla attirano l’attenzione di una pattuglia dei Baschi verdi della guardia di Finanza, in servizio in zona per il patto Sicurezza. «Abbiamo visto molta gente scappare e abbiamo capito cosa stava succedendo solo quando il cane è sbucato in mezzo a mille gambe», spiega il maresciallo-capo Tiziano Ferdinandi. «Era impossibile - prosegue il finanziere - intervenire prima, ho dovuto aspettare che il cane si volgesse contro di me per poterlo fermare. Ho sparato un colpo per ferirlo, quando ormai era a mezzo metro di distanza».

Un intervento deciso che ha creato panico, ma che non ha fermato il cane.
L’animale, infatti, è riuscito a rintanarsi di nuovo al numero 9 e a far perdere le sue tracce.
Sul posto sono arrivati il veterinario di turno e la polizia, avvisati dai due finanzieri, ma del cane non si è saputo ancora nulla.
La vicenda è diventata ora un fascicolo sul quale indaga il pm di turno.

(13 aprile 2009)

ABORTO -COMO - SITUAZIONE VERGOGNOSA

autore: 
alleradici

IN QUESTI GIORNI, A SEGUITO DEI PRESIDI ANTIABORTISTI DI FRONTE ALL' OSPEDALE S. ANNA DI COMO, SUI GIORNALI SONO USCITI ARTICOLI E DICHIARAZIONI VERGOGNOSE, ATTACCHI ALL' ABORTO E ALLE DONNE.( visionabili su : alleradici.noblogs.org )

RIPROPONIAMO L'APPELLO DI PARTECIPAZIONE AL PRESIDIO DI DOMANI POMERIGGIO, IN DIFESA DEL DIRITTO ALL'ABORTO E CONTRO LE INGERENZE RELIGIOSE E POLITICHE NELLE NOSTRE VITE E SUI NOSTRI CORPI! E' IMPORTANTE CHE SIA PARTECIPATO AL FINE DI DARE UNA FORTE RISPOSTA AGLI ATTACCHI DI QUESTI GIORNI A TUTTE LE DONNE, ALLA LIBERTA' DI OGNI INDIVIDUO, AL DIRITTO ALL' INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA!

TUTTI GLI AGGIORNAMENTI SU : alleradici.noblogs.org

SABATO 11 APRILE
DALLE ORE 15.00 ALLE 17.00
PRESIDIO DAVANTI ALL' OSPEDALE
S. ANNA DI COMO
- IN DIFESA DELL' INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA
- PER LA LIBERTA' E L'AUTODETERMINAZIONE DI OGNI DONNA
- CONTRO OGNI VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE DENTRO LE MURA DEGLI OSPEDALI
In un periodo in cui il diritto alla salute é fortemente minato da privatizzazioni e leggi razziali e xenofobe che ledono il diritto alla cure e alla salute di intere fasce della popolazione, prime fra tutte quelle persone considerate "clandestine", come Kadiatou, la donna ivoriana denunciata come clandestina da un medico dell’ospedale Fatebenefratelli di Napoli dove è andata a partorire, é importante non dimenticarsi di luoghi come gli ospedali e di quello che quotidianamente avviene al loro interno.
In materia di interruzione volontaria di gravidanza, le violenze, gli abusi e le irregolarità sono purtoppo all' ordine del giorno, in buona parte degli ospedali italiani, principalmente per motivi di ingerenze religiose e politiche.
Una donna che desidera interrompere una gravidanza, si trova spesso a dover affrontare un vero e proprio calvario fatto di discriminazione, impedimenti e violenze psicologiche ed anche fisiche.
Abbiamo deciso di organizzare un presidio per denunciare la situazione dell' ospedale di Como, che da anni permette l'accesso e le proteste a gruppi antiabortisti,
e dare la nostra solidarietà ad ogni individuo femminile ridotto a corpo, prodotto,
oggetto, riproduttrice.

alleradici@autistiche.ort

Ultime Features

A.M.P. Transiti e Malfattori, storia infinitaMAr, 24/11/2009 - 15:03
Chi sono i ladri ? Mer, 18/11/2009 - 10:51
Fermi e cariche al corteo di stamattinaMAr, 17/11/2009 - 14:00
L'accoglienzaDom, 08/11/2009 - 07:38
Comportamenti correttiSab, 31/10/2009 - 19:32
C'è del marcio in Danimarca. Gio, 22/10/2009 - 23:40
Sciopero Generale.Lun, 19/10/2009 - 09:46
Manifestazione nazionale per i cinqueMAr, 06/10/2009 - 18:27
Un altro autunno un'altra crisiSab, 03/10/2009 - 15:17
Summit UNESCO a Monza: Cultura e autorganizzazione contro la vetrina del ForumVen, 18/09/2009 - 22:25