L espresso
Affari troppo Grossi
di Vittorio Malagutti
Una bonifica milionaria con fondi pubblici. E in più terreni a costo zero. Nel mirino dei pm altri business dell?imprenditore arrestato
Un assessore regionale all'Ambiente che costruisce palazzi in società con la donna accusata di riciclare i fondi neri del più importante imprenditore delle bonifiche ecologiche si trova in una situazione politicamente imbarazzante. Per Massimo Ponzoni, nominato nella giunta lombarda di Roberto Formigoni poco più di un anno fa, la china si è fatta ancora più scivolosa da quando l'imprenditore, cioè Giuseppe Grossi, è finito in carcere (il 20 ottobre) per riciclagggio, frode fiscale e appropriazione indebita.
Se poi si scopre che la signora in questione, Rosanna Gariboldi, anche lei arrestata, è la moglie del parlamentare Giancarlo Abelli (Pdl) e che al business immobiliare partecipa anche un altro assessore lombardo, Massimo Buscemi, allora queste relazioni assumono i contorni sgradevoli del network politico-affaristico svelato la settimana scorsa dall'inchiesta de "L'espresso". Ponzoni dovrà tra l'altro spiegare come mai proprio pochi giorni prima dell'arresto di Grossi ha trasferito a una fiduciaria le sue quote in una delle società immobiliari costituite con la Gariboldi. Ma in prospettiva guai ancora più seri potrebbero arrivare dalla nuova documentazione agli atti dell'inchiesta della Procura di Milano. L'indagine porta dritto al gigantesco affare della bonifica dell'area Sisas, dal nome dell'azienda fallita nel 2001 che ha inquinato circa 300 mila metri quadri di terreni a est di Milano, nei comuni di Pioltello e Rodano. Dagli atti ufficiali emerge che Grossi ha messo a segno un bingo multimilionario. Male che vada si vedrà rimborsare le spese di bonifica fino a 76 milioni con soldi pubblici (Stato e Regione). Altrimenti, dopo aver rilevato l'area a costo zero, potrà costruire a più non posso (centro commerciale, albergo e insediamento industriale) con oneri di urbanizzazione dimezzati. Fenomenale. Come c'è riuscito? Tutto nasce da una sentenza della Corte di Giustizia europea del 2004 che condanna l'Italia a pagare una maxi multa, fino a un massimo di 300 milioni, per il mancato disinquinamento dei terreni ex Sisas. Nel 2006 il governo Prodi (ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio) negozia con la Commissione Ue una sospensione della procedura a patto che la bonifica venga realizzata entro la fine del 2009.
Nel 2007 entra in scena Grossi che a gennaio d'intesa con il ministero inizia i lavori e a dicembre firma un accordo di programma con tutti gli enti interessati in cui si impegna a completare l'appalto "senza alcun intervento di finanziamento pubblico". In cambio potrà costruire sui terreni ripuliti. Da allora in poi, però, la bonifica procede al rallentatore. La Commissione europea minaccia nuove sanzioni. Ma ormai siamo nel 2009 ed è troppo tardi per scaricare Grossi e rivolgersi altrove. Anzi, l'imprenditore ottiene di cambiare il piano di bonifica con un sovraprezzo di 12 milioni di euro a carico della Regione. La giunta Formigoni per placare l'ira di Bruxelles deve mettere sul piatto 32 milioni a garanzia del pagamento dei lavori che si aggiungono ad altrettanti stanziati dal governo.
L'approvazione del consiglio regionale arriva a fine giugno e solo all'inizio di luglio, Grossi finalmente compra, a zero euro, i terreni Sisas messi in vendita dal curatore Vittorio Ottolenghi con via libera del giudice Bartolomeo Quatraro, il presidente del tribunale fallimentare che lascerà l'incarico pochi giorni dopo. Resta una domanda: perché nelle istituzioni nessuno si è mosso prima che Bruxelles mettesse con le spalle al muro governo e Regione? La risposta potrebbe arrivare dalle decine di intercettazioni telefoniche in cui Grossi e i suoi manager parlano con alti burocrati del ministero dell'Ambiente e con funzionari regionali.
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Affari e bonifici di Mister bonifica
di Vittorio Malagutti
È sotto inchiesta. Dai suoi fondi neri versamenti alla moglie di un politico Pdl. Ma Giuseppe Grossi ottiene un'altra cascata di denaro pubblico per ripulire un'area. E potrà speculare sui terreni
Chi lo ha visto di recente lo descrive depresso e inquieto. Giuseppe Grossi, meglio conosciuto come il re Mida lombardo delle bonifiche ambientali, imprenditore dal patrimonio personale sterminato, vive sospeso tra gli affari che hanno virato al peggio e un'inchiesta penale per false fatture ed evasione fiscale dagli esiti al momento imprevedibili. Dopo anni e anni trascorsi a tessere il filo di relazioni ad alto livello, dalla famiglia Berlusconi al governatore lombardo Roberto Formigoni fino all'ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, adesso Grossi si sente abbandonato da tutti. In breve, scaricato. Forse non è proprio così, se è vero che la Lombardia ha da poco confezionato quello che appare come l'ennesimo pacco regalo per un imprenditore cresciuto cavalcando l'onda degli appalti pubblici.
A fine giugno, con i voti della maggioranza di centrodestra, il consiglio regionale ha approvato un provvedimento che, tra l'altro, promette altri 32 milioni di euro alle aziende di Grossi impegnate nella bonifica dell'area Sisas di Pioltello-Rodano, nell'immediata periferia est di Milano. Un gigantesco deposito di veleni, oltre 400 mila metri cubi di nerofumo, eredità dell'azienda chimica Sisas dichiarata fallita nel 2001. La bonifica, però, è iniziata solo l'anno scorso e alla fine potrebbe venire a costare oltre 100 milioni, forse 120. Quasi tutti soldi pubblici. Come ultima portata, il menù del grande affare comprende anche una bella speculazione immobiliare. Su parte dell'area bonificata verrà infatti costruito un centro commerciale, l'ennesimo in quella zona già congestionata. Sarà ancora Grossi a guidare le danze, visto che ha comprato i terreni, praticamente a costo zero, dal fallimento Sisas. Al suo fianco, fino a pochi mesi fa, c'era Luigi Zunino. Una partita semplice semplice: Grossi bonifica e Zunino costruisce. Ma il re del mattone alla milanese, ormai sull'orlo del crack finanziario, è riuscito a sfilarsi per tempo, già l'anno scorso. Prima ancora, quindi, di finire anche lui nel mirino della magistratura. E prima che la crisi di bilancio ne azzerasse le ambizioni.
Lo schema dell'operazione Sisas ricalca quello a suo tempo andato in scena per Santa Giulia, il quartiere per ricchi a sud di Milano. Con le aziende di Grossi che hanno ripulito il terreno dai veleni del vecchio stabilimento Montedison. E Zunino impegnato nel progetto immobiliare. Tutto bene fino a quando, all'inizio di quest'anno, la magistratura non ha trovato le tracce di fondi neri per 22 milioni ricavati facendo la cresta sul trasporto nelle discariche in Germania dei rifiuti di Santa Giulia. Risultato: il re Mida delle bonifiche è finito nei guai. Dalle indagini è emerso un sistema di false fatturazioni e conti segreti all'estero. Ma, soprattutto, l'inchiesta dei pm milanesi ha finito per puntare dritto al cuore degli affari di Grossi. E cioè al business multimilionario delle aree dismesse da ripulire. Un business innaffiato da ricchi contributi pubblici. Tracce e indizi non mancano davvero. Dalle prime indagini è già emerso che 600 mila euro sono passati da Grossi a un conto di Montecarlo intestato alla moglie di Giancarlo Abelli, parlamentare Pdl con targa Forza Italia, un politico di lungo corso per anni potentissimo alla regione Lombardia. "Era solo la restituzione di un prestito", si è giustificata la signora. Un caso piuttosto singolare: un ricchissimo imprenditore che chiede un aiutino alla consorte di un politico. Sarà. Nel frattempo però intercettazioni telefoniche e perizie contabili autorizzano il sospetto che la giostra dei fondi neri si sia messa in moto anche per la bonifica dell'area Sisas, quella appena rifinanziata dalla regione Lombardia.
A dire il vero quest'ultima vicenda è già approdata in tribunale. Nei mesi scorsi la multinazionale francese Air Liquide, importante creditore della Sisas fallita, ha promosso una causa civile per bloccare quella che definiva la svendita del terreno di Pioltello-Rodano, sostenendo tra l'altro che i costi effettivi della bonifica sarebbero molto inferiori a quelli preventivati da Grossi, a sua volta finanziato con fondi pubblici. Niente da fare. Air Liquide ha perso. Il tribunale ha dato via libera all'operazione Sisas. Intanto però i magistrati penali hanno allargato il raggio delle loro verifiche.
Sotto i riflettori sono finite altre operazioni di grande rilievo, del valore (presunto) di qualche centinaio di milioni. Tutti progetti che a suo tempo hanno ricevuto il timbro di garanzia del ministero dell'Ambiente e della regione Lombardia. Bonifiche come quella dell'area Falck di Sesto San Giovanni o della cascina Gazzera di Cerro al Lambro, sempre in provincia di Milano. L'onnipresente Grossi è di casa anche a Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d'Italia governata dal sindaco Pd Giorgio Oldrini. Una sua azienda gestiva la raccolta dei rifiuti e in municipio campeggia una moto d'epoca dono del vulcanico imprenditore.
Il vero grande affare comunque resta quello dei terreni delle vecchie acciaierie. Anche in questo caso Grossi si è messo in scia dell'amico Zunino che cinque anni fa ha comprato l'area Falck per farne un quartiere modello progettato dall'architetto Renzo Piano. Prima di costruire, però, andava cancellata ogni traccia della vecchia attività. Il costo delle grandi pulizie superava i 200 milioni di euro, questa volta a carico dell'immobiliarista che contava di rientrare con la vendita dei palazzi. La bonifica è partita, ma Zunino ha finito i soldi prima ancora di inaugurare il cantiere. E così, in attesa che qualcuno (un altro investitore o forse le stesse banche creditrici) rilevi il progetto, Grossi non ha potuto fare altro che sospendere i lavori.
Poco male. Perchè a Cerro sul Lambro, poche decine di chilometri più a sud, la bonifica ha tutta l'aria di una storia infinita. Cascina Gazzera, sulle rive del fiume Lambro, è considerato una dei siti a più alta densità di veleni d'Italia. In circa 50 mila metri quadri tra gli anni sessanta e Ottanta sono stati scaricati oltre 50 mila metri cubi di melme acide. Dopo sondaggi, verifiche e molte polemiche, i lavori sono partiti nel 2000 e, in base al piano originario, avrebbero dovuto concludersi nel giro di sei anni per un costo complessivo di circa 45 milioni di euro.
Ancora una volta tutto ruota intorno a un'azienda di Grossi a cui sin da principio è stato affidato il disinquinamento. Ebbene, siamo al 2009, la bonifica è tutt'altro che ultimata ma il valore dell'operazione, di variante in variante, è già lievitato di una decina di milioni. Chi paga? I soldi arrivano grazie ai contributi pubblici, del ministero dell'Ambiente e della Regione Lombardia. Che presto potrebbero aprire ancora il portafoglio. Per Cerro al Lambro c'è un altro appalto in vista e la spesa finale potrebbe superare i cento milioni. Grossi, ovviamente, è pronto a saltare anche sul nuovo business. Magistrati permettendo
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Premiato clan Lady Lombardia
di Vittorio Malagutti
L'inchiesta Grossi alza il velo su conti all'estero e tesoretto immobiliare della moglie di Abelli. In società con tre assessori della giunta Formigoni
Cantieri e abitazioni nell'area Montecity Santa Giulia
Macché riciclaggio, macché fondi neri, macché conti off shore. In un paio di spericolate interviste di mezz'estate Rosanna Gariboldi aveva tentato di lasciarsi alle spalle dubbi e sospetti. Lei, la moglie del "faraone" Giancarlo Abelli, del boss del centrodestra lombardo vicinissimo al governatore Roberto Formigoni, non voleva restare col cerino acceso in mano a pagare per quegli strani giri di soldi tra l'Italia, il Liechtenstein e Montecarlo. Tutto un equivoco. Anzi, "un complotto", spiegava accorata l'ex impiegata del Policlinico San Matteo di Pavia convolata a nozze (seconde) con il politico che da almeno un ventennio tira le fila della sanità lombarda. Certo, non poteva negare i rapporti di fraterna amicizia con il ricchissimo imprenditore Giuseppe Grossi ("Da sette anni io e mio marito facciamo le vacanze insieme a lui"). Erano suoi, di Grossi, quei 2,3 milioni di euro piovuti tra il 2001 e il 2008 su un conto monegasco della signora Abelli. Ma lei li spiegava tutti come semplici prestiti e investimenti condotti in coppia con quell'industriale di cui si fidava ciecamente. Forse troppo. Perché martedì 20 ottobre Gariboldi e Grossi sono finiti in carcere, travolti dall'inchiesta sui fondi neri per la bonifica del quartiere milanese di Santa Giulia. E mentre gli investigatori della Guardia di finanza cercano nuovi elementi utili a ricostruire complicati giochi di sponda finanziari con i più esotici paradisi fiscali, le carte che "L'espresso" ha potuto consultare fanno luce su uno scenario inedito.
La trama si snoda tra affari e politica. Operazioni immobiliari per milioni di euro che hanno come promotori e soci alcuni politici lombardi di primo piano, tutti targati Pdl, ramo Forza Italia. Un club ristretto di cui fanno parte due assessori in carica della giunta Formigoni come il brianzolo Massimo Ponzoni (Ambiente) e il varesotto Massimo Buscemi (Reti e Servizi di pubblica utilità). Con loro anche Giorgio Pozzi, al governo della Lombardia come responsabile di Innovazione e Artigianato fino al 2005 nonché vicecoordinatore in carica del Pdl in provincia di Como. E al centro del network troviamo proprio lei, Rosanna Gariboldi, ovvero "lady Abelli" come viene scherzosamente soprannominata nella sua città, a Pavia, dove nel 2006 è stata catapultata sulla poltrona di assessore provinciale all'Organizzazione interna.
Per anni tutto fila liscio. Nessun intoppo. Niente indiscrezioni sulle iniziative immobiliari di quella pattuglia di politici affaristi. La scossa arriva in piena estate, a fine luglio, quando Gariboldi esce di scena, cede le sue azioni. Insieme a lei si fanno da parte anche Buscemi, Ponzoni e Pozzi, che comunque restano soci tra loro in altre operazioni.
Difficile non notare che la raffica di vendite precede di pochi giorni la pubblicazione sui giornali delle prime indiscrezioni sul coinvolgimento della moglie di Abelli nell'inchiesta penale sui fondi neri di Santa Giulia. L'indagine della procura di Milano alza il velo sui conti di Montecarlo alla Banque Safra (ex banca del Gottardo) alimentati con i bonifici di Grossi, un imprenditore, frettolosamente etichettato come il re delle bonifiche ambientali, che può vantare una rete di relazioni personali di altissimo livello, da Formigoni alla famiglia Berlusconi. Tempo un paio di mesi e arrivano gli arresti, che in breve tempo potrebbero portare a nuovi clamorosi sviluppi.
Intanto però restano nero su bianco, anzi, mattone su mattone, gli affari del clan di politici forzisti insieme alla signora Abelli. È un gioco di scatole societarie che vale la pena di raccontare. Si può partire, ad esempio, dalla immobiliare "Il pellicano", una srl con sede a Desio, la cittadina brianzola capitale del mobile made in Italy. Prima del ribaltone di luglio, Buscemi, Gariboldi, Ponzoni e Pozzi possedevano ciascuno il 17,5 per cento del capitale sociale. Il restante 30 per cento risulta intestato a tale Sergio Pennati. Qualche anno fa Gariboldi e soci si sono lanciati in una speculazione immobiliare su un'area di Cabiate, paese brianzolo sul confine tra le provincie di Monza e Como. Grazie anche a un mutuo di 7 milioni concesso da Unicredit, "Il pellicano" ha realizzato alcune palazzine residenziali.
opo il ribaltone di luglio, usciti di scena Buscemi e Pozzi oltre a lady Abelli, la quota di maggioranza della società fa capo a Ponzoni, il giovane (36 anni) e rampante assessore formigoniano all'Ambiente con il pallino del mattone. Infatti, partendo da Cabiate, basta spostarsi fino a Meda, pochi chilometri più a sud, per incontrare di nuovo la coppia Ponzoni-Gariboldi. Questa volta entra in scena l'Immobiliare La Perla, un'altra srl che sta costruendo su un'area di pregio proprio nel centro della cittadina, a pochi metri di distanza dal municipio. La residenza "Le acacie", questo il nome del nuovo complesso, prevede negozi, garage e abitazioni, con "finiture di pregio a basso consumo energetico", come recita un annuncio pubblicitario. Calma piatta fino al 30 luglio, quando Ponzoni (80 per cento) e Gariboldi (20 per cento) vendono le loro quote. Chi compra? All'orizzonte spunta una società milanese, Tulipano, che pochi mesi prima è passata sotto il controllo di due neocostituite finanziarie lussemburghesi. Difficile dire, quindi, chi sia il reale proprietario di Tulipano e, quindi, anche della Immobiliare La Perla. A Meda però i lavori proseguono affidati alla società di costruzioni che fa capo alla famiglia della moglie di Ponzoni. Insomma, l'assessore non molla la presa.
Buscemi e Pozzi, invece, dopo aver abbandonato "Il pellicano" e la speculazione di Cabiate, fanno ancora affari insieme. Li troviamo a Gallarate, in provincia di Varese. Questa volta si spartiscono il capitale di una società dal nome altisonante, "Lux usque ad sidera" (dal latino, luce fino alle stelle). Mediante questo veicolo finanziario i due affaristi targati Forza Italia hanno partecipato come soci di maggioranza a un'operazione immobiliare in una zona di gran pregio nel centro della cittadina varesotta. La Galcentro srl, controllata dalla "Lux usque ad sidera", nel maggio del 2008 ha comprato un'area di oltre due ettari, 23 mila metri quadrati, messa in vendita dall'istituto religioso delle suore Canossiane.
L'affare, secondo quanto esposto nei documenti ufficiali, vale almeno 3 milioni di euro, finanziati con un prestito bancario. La città di Gallarate non è stata scelta a caso. Buscemi, un ex manager di Publitalia ai tempi di Marcello Dell'Utri, vive proprio lì. Il comasco Pozzi invece, secondo quanto raccontano le biografie ufficiali, di mestiere fa l'imprenditore immobiliare. E, a quanto pare, quando capita, è ben contento di fare da sponda agli amici di Forza Italia. Compresa la signora Abelli.
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Gaytv.it
Comunione e Liberazione, auto di lusso, elicotteri, messe domenicali e spazzatura: chi e` Giuseppe Grossi, l`uomo al centro dello scandalo smaltimento rifiuti
(21/10/2009) Ciellino doc, va a messa tutte le domeniche, è amico di Formigoni e Paolo Berlusconi. E colleziona rolex, auto di lusso e ville storiche. E` Giuseppe Grossi, capo della Green Holding, arrestato ieri per lo scandalo finanziario da 22 milioni di fondi neri nell`inchiesta che svela il marcio nascosto nel business ecologico.
Fino a ieri nessuno aveva mai sentito parlare di Giuseppe Grossi, perché Giuseppe Grossi è un uomo che ama tenere un basso profilo. Giuseppe Grossi è miliardario, ma odia apparire sui giornali. Giuseppe Grossi va a messa tutte le domeniche. Giuseppe Grossi non si occupa di politica, ma è in buoni rapporti con tutti, dai deputati pdl alle Coop rosse. Giuseppe Grossi è un uomo tutto casa e chiesa.
Ma analizziamo meglio questa definizione. Chiesa: Grossi è membro devoto di Comunione e Liberazione, il cui network economico-politico rappresenta una potenza al cui confronto Facebook è un'associazione parrocchiale. Nella chiesa di Inzago, dove abita, si presenta sempre alla messa della domenica mattina dove fa la comunione prima di dedicarsi alla battuta di caccia settimanale in una delle sue tenute di campagna. Casa: come si è detto, Giuseppe Grossi risiede nel piccolo comune di Inzago, alle porte di Milano, in una villa con tanto di eliporto e elicottero personale, ma possiede anche diverse ville storiche, oltre a diversi appartamenti di lusso a Milano.
Giuseppe Grassi è un miliardario, ovviamente, ma è anche una potenza: è infatti il "re del verde", il capo della Green Holding, società leader nello smaltimento rifiuti nell'area lombarda coinvolta, tra le altre cose, nel progetto di bonifica dell'ex area industriale di Rogoredo e in quello di Milano-Santa Giulia. Tra i suoi collaboratori più stretti c'è Rosanna Gariboldi, assessore pdl all'Organizzazione della Provincia di Pavia e moglie di Giancarlo Abelli, parlamentare pdl, braccio destro del Ministro della Cultura Sandro Bondi.
Insomma: Giuseppe Grossi è un pezzo da novanta, una potenza industriale, un Paperone dell'economia, un papavero di CL e buon amico di molti politici. Eppure, fino a ieri, nessuno ne aveva mai sentito parlare.
Il motivo di questa 'invisibilità' mediatica è presto detto: Giuseppe Grossi è un signore che ama l'understatement: odia apparire sui giornali, mantiene un basso profilo nei salotti della Milano da bere, non si espone alle cronache finanziarie e alle ribalte sociali. Certo, nonostante questo approccio alla vita così modesto, nonostante sia tutto "casa e chiesa", anche lui si toglie qualche sfizio.
Una collezione di auto di lusso (Ferrari, Lamborghini) e moto Guzzi d'epoca. Un elicottero personale (con Abelli c'era anche una sorta di competizione su chi avesse l'elicottero più bello). Decine e decine di rolex accumulati negli anni per un valore di oltre 6 milioni di euro. Il castello visconteo di Brignano d'Adda, il quale, secondo diversi esperti, sarebbe appartenuto al personaggio manzoniano dell'Innominato (curiosa coincidenza, per un uomo 'invisibile'). E poi ville, appartamenti a Milano (un'abitazione da un milione e mezzo di euro, nella centralissima via Moscova, è stata graziosamente donata alla sua fedele segretaria, un'altra alla fedelissima Gariboldi).
Tutti hanno diritto a uno svago, insomma, tutti hanno un hobby. Anche se certe passioni costano: e capita di dover pagare un dipendente il cui unico gravoso compito è quello di accendere, tutte le mattine, il motore delle decine e decine di Ferrari parcheggiate in garage.
Nonostante l'understatement mediatico, Giuseppe Grossi in passato si era concesso qualche sgarro alla sua regola sociale monastica. Alla festa per il suo sessantesimo compleanno, sobriamente celebrato al Four Seasons di Milano, sono intervenuti tanti volti noti: Formigoni, Paolo Berlusconi, gli amici di CL, e persino i pezzi grossi delle Coop rosse. Quando si dice: l'importanza del network.
Fino a ieri, tuttavia, nessuno sapeva niente di Giuseppe Grossi: nessuno sapeva delle sue 20 Ferrari, né del meccanico pagato per avviarle ogni mattina. Fino a ieri non si sapeva nemmeno che lui, insieme ai suoi manager e a Rossana Gariboldi, avesse drenato all'estero oltre 22 milioni di euro dai fondi neri delle sua società "verde", né che la fedele Gariboldi e il suo parlamentare marito fossero titolari di un conto a Montecarlo, usato probabilmente per riciclare denaro. Per smaltire il marcio finanziario del business della spazzatura. Fino a ieri nessuno sapeva chi fosse Giuseppe Grossi; fino a quando per lui, per la Gariboldi, per la segretaria domiciliata in via Moscova e per due manager della holding è scattato l'arresto per "associazione a delinquere finalizzata a frode fiscale, appropriazione indebita, truffa, riciclaggio e corruzione". Questo è Giuseppe Grossi, l'uomo di cui nessuno sapeva niente. Scommettiamo che ne sentiremo ancora parlare?
Francesca Tognetti
francesca.tognetti@gay.tv
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chi è Giancarlo Abelli
lombardia.indymedia.org/?q=node/3496
er tutti, amici e nemici, Giancarlo Abelli è il "ras del Ticino". Un politico rampante fino alla sfrontatezza. Grintoso, potentissimo. Vero padre della riforma sanitaria del governatore lombardo Roberto Formigoni. Un passato da democrististiano, prima di diventare un fedelissimo di Silvio Berlusconi, ma anche vicino a Comunione e Liberazione, pur non essendo un ciellino doc. Negli anni Ottanta, il suo padre politico, Carlo Donat Cattin, diceva di lui: «Ha la testa e le palle. E le sa usare al momento giusto». Per questo, almeno in Lombardia è stimato, riverito e temuto da direttori sanitari, primari, medici. Che anche oggi che l' ex assessore regionale alla Famiglia lavora a Roma come parlamentare e capo della segreteria politica del coordinatore nazionale del Pdl Sandro Bondi fanno la fila per incontrarlo il lunedì e il venerdì, nell' ufficio che Formigoni gli ha riservato nella sede della Regione. Consapevoli che nella sanità in Lombardia «non si muove foglia che Abelli non voglia». Lui minimizza: «Nel mio impegno politico mi sono un po' specializzato. Per cui conosco un po' tutti nella sanità. Tutto qui». I soprannomi si sprecano. Il più noto è «il faraone», a sottolineare il suo potere. O il «pastore», per ricordare la capacità nel far rispettare la disciplina nel gruppo di Forza Italia in Lombardia.O «il comandante», nomignolo che risale al 1989 quando guidava il Policlinico di Milano. La sua irresistibile ascesa inizia nel 1974, quando a soli 34 anni diventa il più giovane presidente del policlinico San Matteo di Pavia. Lo stesso dove dieci anni dopo scoppia lo scandalo delle "polizze d' oro" e viene arrestato e poi condannato per truffa Claudio Gariboldi, fratello dell' attuale moglie di Abelli, Rosanna, arrestata ieri. Il "faraone", nel frattempo, è passato con Formigoni nel Cdu di Rocco Buttiglione. Presiede la commissione Sanità e viene anch' egli arrestato con l' accusa di peculato, ma poi assolto. È proprio in quegli anni che conosce Rosanna Gariboldi, che lavora come impiegata al San Matteo. È già sposata con Gigi Tronconi, noto cardiologo socialista. I Gariboldi sono una delle famiglie più in vista della città. Basti pensare che quando divorziano vendono la loro casa al ministro dell' Economia Giulio Tremonti. Anche Abelli è sposato e di buona famiglia. Ma viene da Broni, nell' Oltrepo pavese, dove è tornato a vivere, dopo il divorzio, con la seconda moglie. Nel 1998, in piena Tangentopoli, viene solo sfiorato dal caso Poggi Longostrevi. Non viene nemmeno rinviato a giudizio. «Assolto perché il fatto non sussiste - commenta soddisfatto - Dalle mie disavventure sono sempre uscito pulito. Potrei anzi definirmi una vittima degli errori giudiziari». L' accusa era di presunta frode fiscale. Sono gli anni dell' avvicinamento a Cl e a Forza Italia. Nel 2000 viene eletto in Lombardia e diventa assessore regionale alla Famiglia. Nel 2005 ripete il successo. A Pavia, Abelli e lady Rosanna fanno vita mondana. Vanno spesso in Costa azzurra nella loro casa di Beaulieu sur Mer. Nel 2005, lui finisce nel mirino della Lega. L' allora assessore lombardo alla Sanità del Carroccio Alessandro Cè accusa Formigoni di usare la sanità come «sistema di potere». Il governatore lo caccia, ma dopo una pace siglata ad Arcore gli restituisce le deleghe. La Padania pubblica un editoriale che accusa Abelli di aver fatto diventare un figlio primario. Lui replica: «Mi accusano solo perché conosco tutti e tutti mi conoscono. Loro, invece, vorrebbero decidere ma in realtà non sanno distinguere tra un asino, un mulo e un cavallo». Nel 2008, Berlusconi lo chiama a Roma come vicecoordinatore nazionale di Forza Italia. E dopo il congresso del Pdl diventa braccio destro del coordinatore nazionale Sandro Bondi. Per alcuni una promozione. Per altri un pensionamento anticipato. Nonè un mistero che Abelli ora stia pensando al ritorno in Lombardia. Magari proprio per guidare il Pdl. - ANDREA MONTANARI