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Antimafie

Cl Formigoni e Santa Rita e "truffe" alla sanità Lombarda

CORSIA PREFERENZIALE - (di Paolo Biondani- Espresso)

Già nel 2007 i tecnici della Regione denunciarono l'assenza di controlli sulle cliniche private. Ma il governatore Formigoni ha ignorato il dossier

Forchettoni Per trasformare la sanità in una macchina da soldi manovrata dai politici, basta azzerare l'efficacia dei controlli sulla spesa pubblica. Le cause della degenerazione di un sistema dove "i malati servono a produrre profitti", mentre i medici diventano "sciacalli" (così i giudici di Milano riassumono l'inchiesta sulla clinica Santa Rita), vengono confermate anche da documenti interni alla Regione Lombardia, finora inediti. Già 13 mesi prima dello scandalo, i tecnici di fiducia del governatore ciellino Roberto Formigoni denunciavano che i nuclei regionali di controllo (Noc) non riescono mai a scoprire "nessuna anomalia".

In giugno, quando 14 arresti decapitano la clinica d'oro del notaio Francesco Pipitone, Formigoni capisce che non può più gridare al complotto ordito da "magistrati politicizzati, giornalisti, Confindustria e Cia", come aveva fatto nel 2005 per l'affare Oil for food. "Ben vengano queste inchieste", dichiara questa volta il governatore al 'Corriere': "Basta con i medici che prendono un premio per ogni operazione in più. Cambieremo il sistema dei rimborsi". Ma allora è vero che finora la Regione arricchiva le cliniche senza verifiche? Formigoni nega: "In Lombardia c'è il sistema di controlli più vasto d'Italia. Nel solo 2007 abbiamo recuperato 29 milioni". Antonio Mobilia, direttore fino a dicembre dell'Asl Città di Milano, è ancora più audace: "L'inchiesta è partita da una nostra segnalazione. E in settembre avevamo sospeso la convenzione per la chirurgia toracica".

Peccato che il presunto reparto-killer sia stato riaccreditato dopo due mesi. Mobilia in realtà l'aveva sospeso solo un anno e mezzo dopo l'avvio delle indagini giudiziarie. Tra il 2000 e il 2006 la sua Asl ha più che raddoppiato i rimborsi alla Santa Rita: da 22 a 49 milioni. E nel marzo 2006, mentre la Guardia di finanza riceveva il primo anonimo, Pipitone festeggiava l'ennesimo boom dei ricavi ("Più 49 per cento"), "grazie all'accreditamento di altri 95 posti letto in chirurgia toracica e neurochirurgia".

Nel luglio 2007 le due pm, Tiziana Siciliano e Grazia Pradella, denunciano al Senato che "gran parte delle strutture private milanesi", compresa la Santa Rita, sono indagate per truffe milionarie: "Gonfiare i rimborsi è una prassi sistematica", che i finanzieri hanno scoperto "semplicemente incrociando i dati della Regione ed evidenziando così i rimborsi anomali". Le stesse pm segnalano "la completa inutilità dei controlli regionali". E rivelano che "già nel maggio 2007 l'apposito Gruppo di valutazione ha confermato tutte le anomalie in un rapporto alla Regione".

Nel documento, mai pubblicizzato, i tecnici di Formigoni contestano proprio "la mancanza di un serio controllo nella gran parte delle strutture". E giudicano "difficilmente comprensibile la quasi totale assenza di sanzioni" anche dove si registra "un'alta percentuale d'irregolarità". Il problema è che la Regione interviene solo se "superano la soglia del 5 per cento": un livello "impossibile da dimostrare nella pratica", perché appena ci si avvicina, i Noc si fermano. Questa mancanza di controlli riguarda tutti i rimborsi, non solo le cliniche indagate. Una torta enorme. Dal 1995 a oggi la Regione ha distribuito alla sanità privata più di 30 miliardi di euro.

II giro di vite nei controlli è stato finora solo annunciato da Formigoni. In dicembre, nell'ultima lottizzazione, la Lega ha scalzato Mobilia dalla Asl: il manager di An è stato riciclato come direttore dell'ospedale San Carlo di Milano. Dove in maggio si è fatto intercettare mentre "l'amico Pipitone" gli chiedeva di "assumermi 'sta dottoressa". Dopo gli arresti, il notaio ha nominato presidente della Santa Rita l'avvocato Luigi Colombo, che ai clienti inglesi si presenta come "consigliere del presidente lombardo". Il suo studio è legatissimo a Cl. E al Pirellone c'è già chi profetizza una vendita al San Raffaele, l'ospedale di don Verzè. Che dopo le prescrizioni del '99 ora è di nuovo inquisito per i rimborsi-truffa

FRANCESCO PAOLO PIPITONE
Notaio fino al 1996, anno del suo pensionamento. E oggi proprietario della clinica Santa Rita di Milano, ormai bollata come la ?clinica degli orrori? per la serie di interventi, ritenuti dall?� accusa gravemente lesivi, quando non mortali, e inutili, fatti per intascare presunti rimborsi illeciti per 2 milioni e mezzo di euro. Le vittime sarebbero cinque, mentre quasi un centinaio di pazienti avrebbero riportato lesioni gravissime. Socio unico e rappresentante legale della clinica, Pipitone è agli arresti domiciliari, come altri undici tra medici e dirigenti, il primario di chirurgia toracica Pier Paolo Brega Massone e il suo collaboratore Pietro Fabio Presicci. Chiusa dal 9 giugno in seguito alla sospensione del contratto con la Regione, la clinica è stata in parte riaccreditata lo scorso 22 luglio. Nuovo amministratore è l?avvocato e consulente regionale Luigi Colombo, uomo di fiducia del governatore Formigoni.

La corruzione costa 25mila euro a testa ma in Italia non è un reato grave

Sbalorditivo il silenzio di chi si batte per il Sistema Italia:
dagli imprenditori ai sindacati, alle associazioni di risparmiatori e consumatori

Paese meraviglioso l'Italia. Quando non si acceca da solo, chiude gli occhi. Il frastuono politico assorda e il rumore mediatico lascia nascosta qualche verità e - in un canto - fatti che, al contrario, meritano molta luce e l'attenzione dell'opinione pubblica. La disciplina del "processo breve" ce l'abbiamo sotto gli occhi e vale la pena di farci i conti, senza lasciarci distrarre da ingenui e imbonitori. Qualche punto fermo. Il disegno di legge pro divo Berluscone non rende i processi rapidi (è una cristallina scemenza). Quel provvedimento fabbrica una prescrizione svelta e improvvisa come un fulmine che uccide. Solitamente, a fronte dei reati più gravi, uno Stato responsabile - e leale con i suoi cittadini - si concede un tempo adeguato per accertare il reato e punire i responsabili (la prescrizione non è altro). Più grave è il reato, più problematico e laborioso il suo accertamento, maggiore è il tempo che lo Stato si riconosce prima di considerare estinto il delitto. Le regole della prescrizione svelta e assassina (dei processi) capovolgono questo criterio di efficienza e buon senso.

Più grave è il reato, minore è il tempo per giudicarlo. I magistrati avranno tutto il tempo per processare uno scippatore e tempi contingentati per venire a capo, per dire, di abuso d'ufficio, frodi comunitarie, frodi fiscali, bancarotta preferenziale, truffa semplice o aggravata: quel mascalzone di Bernard Madoff, che ha trafugato 50 miliardi di dollari ai suoi investitori, ne gioirebbe maledicendo di non essere nato italiano.

Ora il disegno di legge potrà essere corretto e limato ma - statene certi - non potrà mai lasciare per strada la corruzione propria e impropria perché Silvio Berlusconi, imputato di corruzione in atti giudiziari e con il corrotto già condannato in appello (David Mills), ha bisogno di quel "salvacondotto" per levarsi dai guai. Un primo risultato si può allora scolpire nella pietra: l'Italia è il solo Paese dell'Occidente che considera la corruzione un reato non grave e dunque, se le parole e le intenzioni hanno un senso, una pratica penalmente lieve, socialmente risibile, economicamente tranquilla. Nessuno pare chiedersi se ce lo possiamo permettere; quali ne saranno i frutti; quali i costi economici e immateriali; quale il futuro di un Paese dove "corrotto" e "corruttore" sono considerati attori sociali infinitamente meno pericolosi di "scippatore", "immigrato clandestino", "automobilista distratto", e la corruzione così inoffensiva da meritare una definitiva depenalizzazione o una permanente amnistia.

Il silenzio su questo aspetto decisivo della "prescrizione svelta", inaugurata dalla "legge Berlusconi", è sorprendente. È sbalorditivo che il dibattito pubblico sul minaccioso pasticcio, cucinato dagli avvocati del premier nel suo interesse, non veda protagonisti anche la Confindustria, chi ha cara la piccola e media impresa, i sindacati, gli economisti, le autorità di controllo del mercato e della concorrenza, le associazioni dei risparmiatori e dei consumatori, i ministri del governo che ancora oggi si dannano l'anima per dare competitività al "sistema Italia". Come se il circuito mediatico e "pubblicitario" del presidente del consiglio fosse riuscito a gabellare per autentica la storia di un ennesimo conflitto tra politica e giustizia, e dunque soltanto affare per giuristi, toghe e giornalisti. Come se questo progetto criminofilo non parlasse di sviluppo e arretratezza; di passato e di futuro; di convivenza civile, organizzazione sociale, legittimità delle istituzioni, trasparenza dell'azione dei policy maker; di competitività e credibilità internazionale del Paese.

È stupefacente questo silenzio perché ognuno di noi paga ancora oggi e pagherà domani, con l'ipoteca sul futuro di figli e nipoti, il prezzo della corruzione del passato, quasi sette punti di prodotto interno lordo ogni anno, 25mila euro di debito per ciascun cittadino della Repubblica, neonati inclusi. Settanta miliardi di euro di interessi passivi, sottratti ogni anno alle infrastrutture, al welfare, alla formazione, alla ricerca. È una condizione che corifei e turiferari, vespi e minzolini, occultano all'opinione pubblica. È necessario qualche ricordo allora per chi crede al "colpo di Stato giudiziario", alla finalità tutta politica dell'azione delle procure, favola ancora in voga in queste ore nel talk-show influenzati dal Cavaliere. Quando Mani Pulite muove i suoi primi passi, il giro di affari della corruzione italiana è di diecimila miliardi di lire l'anno, con un indebitamento pubblico tra i 150 e il 250 mila miliardi più 15/25 miliardi di interessi passivi. L'abitudine alla corruzione cancella ogni sensibilità del ceto politico per i conti pubblici. Inesistente negli anni sessanta, il debito cresce fino al 60 per cento del prodotto interno lordo negli anni ottanta. Sale al 70 per cento nel 1983. Tocca il 92 per cento nei quattro anni (1983/1987) di governo Craxi, per chiudere alla vigilia di Mani Pulite, nel 1992, al 118 per cento. Non c'è dubbio che, in quegli anni, una maggiore attenzione della magistratura alla corruzione, e la consapevolezza sociale del danno che produce, favorisce il parziale rientro dal debito, utile per adeguarsi ai parametri di Maastricht. Di quegli anni - 1993/1994 - è infatti il picco di denunce dei delitti di corruzione. Con il tempo, la tensione si allenta. Lentamente la curva dei delitti denunciati decresce e nel 2000 torna ai livelli del 1991, quelli antecedenti all'emersione di Tangentopoli. Negli anni successivi la legislazione ad personam (taglio dei tempi di prescrizione per i reati economici, dalla corruzione al falso in bilancio), i condoni fiscali, le difficoltà della legge sul "risparmio" (in realtà sulla governance) chiudono il cerchio e una stagione.

Da qui, allora, occorre muovere per comprendere e giudicare un progetto che può spingere l'Italia, nell'interesse di uno, in prossimità di una condizione da "paese emergente". Perché la difficoltà della nostra storia recente nasce nel fondo oscuro della corruzione. Tirarsene fuori è una necessità in quanto c'è - non è un segreto, anche se è trascurato dal discorso pubblico e dai cantori dell'Egoarca - una simmetria perfetta tra la corruzione e le criticità per la società e il Paese. Mercati dominati da distorsioni e "tasse immorali" (60 miliardi di euro ogni anno per la Corte dei Conti) garantiscono benefici soltanto agli insiders della combriccola corruttiva. Oltre a perdere competitività, i mercati corrotti non attraggono investimenti di capitale straniero e sono segnati da una bassa crescita (troppe barriere all'entrata, troppi rischi di investimento). Non c'è studio o analisi che non confermi la relazione tra il grado di corruzione e la crescita economica, soprattutto per quanto riguarda le medie e piccole imprese che sono il nocciolo duro della nostra economia reale. Infatti, le piccole e medie imprese - si legge nella relazione parlamentare che ha accompagnato la ratifica della convenzione dell'Onu contro la corruzione diventata legge il 14 agosto del 2009 - , "oltre a non avere i mezzi strutturali e finanziari delle grandi imprese (che consentono loro interventi diretti e distorsivi) risultano avere meno peso politico e minori disponibilità economiche per far fronte alla richiesta di tangenti". La corruzione diventa un costo fisso per le imprese e un onere che incide pesantemente nelle decisioni di investimento. Sono costi, per le piccole e medie imprese, che possono essere determinanti per l'entrata nel mercato, così come possono causarne l'uscita dal mercato. E in ogni caso sono costi che hanno rilevanti ricadute su altri fronti: ricerca, innovazioni tecnologiche, manutenzione, sicurezza personale, tutela ambientale.

Per queste ragioni, la corruzione dovrebbe trovare una sua assoluta priorità nell'agenda politica e gli italiani se ne rendono conto anche se magari non sanno, come ha scritto il ministro Renato Brunetta, che il balzello occulto della corruzione "equivale a una tassa di mille euro l'anno per ogni italiano, neonati inclusi". Secondo Trasparency International, un organismo "no profit" che studia il fenomeno della corruzione a livello globale, il 44 per cento degli italiani crede che la corruzione "incide in modo significativo" sulla sua vita personale e familiare; per il 92 per cento nel sistema economico; per il 95 nella vita politica; per il 85 sulla cultura e i valori della società. Più del 70 per cento della società ritiene che nei prossimi anni la corruzione sia destinata a non diminuire.

Il disastroso quadro nazionale è noto agli organismi internazionali. È di questi giorni il rapporto del Consiglio d'Europa sulla corruzione in Italia. Il Consiglio rileva che in Italia i casi di malversazione sono in aumento; che le condanne sono diminuite; i processi non si concludono per le tattiche dilatorie che ritardano i dibattimenti e favoriscono la prescrizione; la normativa è disorganica; la pubblica amministrazione ha una discrezionalità che confina con l'arbitrarietà. Il gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d'Europa (Greco) ha inviato all'Italia 22 raccomandazioni di stampo amministrativo (introduzione di standard etici, per dire), procedurali (per evitare l'interruzione dei processi) normative (nuove figure di reato).

La risposta alle preoccupazioni della comunità internazionale - che appena al G8 dell'Aquila ha sottoscritto il dodecalogo dell'Ocse per un global legal standard (peraltro fortemente voluto da Tremonti) - è ora nel disegno di legge della "prescrizione svelta". La corruzione è trascurabile. Non è il piombo sulle ali dell'economia italiana. Non è la tossina che avvelena il metabolismo della società italiana. Non è il muro che ci impedisce di scorgere il futuro. È un grattacapo del capo del governo. Bisogna eliminarlo anche al prezzo di non avere più un futuro per l'Italia intera. Dove sono in questo piano inclinato "gli uomini del fare" che credono nella loro impresa, nel merito, nel mercato, nella concorrenza? E perché tacciono?

GIUSEPPE D'AVANZO

Chi sono i ladri ?

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La settimana scorsa la polizia, mediante un dispiegamento di forze “cileno”, arresta 5 studenti, quattro finiranno sepolti ai domiciliari ed uno a San Vittore.
Il terribile crimine sarebbe la sottrazione di alcune fotocopie alla libreria Cusl all'interno di Festa Del Perdono, la surreale accusa sarebbe di “rapina aggravata” e di “lesioni”, se non ci fossero di mezzo dai 4 ai 10 anni di galera la faccenda sarebbe quasi tragicomica.

Il problema, in effetti, non sta tanto nella carta quanto nel proprietario della carta, in effetti tutto diventa più comprensibile se consideriamo che la libreria Cusl rappresenta uno dei terminali della rete politica di Comunione e Liberazione all'interno dell'università.

Non si tratta di furto di fotocopie ma di vera e propria “lesa maesta”, perché il furto, la rapina la cooptazione ed il ricatto non pongono particolari problemi né a CL ne all'università degli studi di Milano, che in effetti è stata ben lieta di erogare 25000 € per finanziare riviste fantasma.
Ovviamente le riviste erano gestite da ciellini, stampate(e fatturate) da ciellini ed il pagamento è stato ovviamente autorizzato da un assemblea a maggioranza ciellina.
In quel caso non abbiamo visto le camionette ne abbiamo letto i soliti vergognosi articoli, tutto è bene quel che finisce bene, uno dei protagonisti di quell'infame vicenda riuscirà anche a fare carriera politica nel PDL.

Ma questo rappresenta solo un' infinitesimo del potere e della propensione al furto cielline: Cl gode di corsie preferenziali per l' erogazione di servizi all'interno dell'università non solo librerie ma mense, bar e chissà quant'altro, non è importante se i servizi siano rispondenti alle esigenze degli studenti, l' importante e che il fatturato finisca nei santi portafogli dei ciellini, la cui devozione e la cui presenza nei centri nevralgici del potere lombardo assicura a loro un giro di affari di 70 miliardi di euro annui a noi eccellenze quali Santa Rita, Milano Santa Giulia e che ci assicura la permanenza al potere di menti eccelse come il dott. Aletti.
E se per caso dovesse venirvi la malsana idea di riappropriarvi di quanto questi loschi figuri vi hanno sottratto, sappiate che, contro ogni logica, i ladri sareste voi.

Aggiornamenti
- corteo del 17-11 caricato in Piazza Mercanti, 4 fermi , h 15.00 @ s. babila iniziativa per il rilascio dei 4 fermati

Appuntamenti:
- 13-11-09 corteo in notturna verso san vittore
- 14-11-09 Presidio sotto S. Vittore h 14.00 [1] [report] [report 2]
- 16-11-09 prima giornata di mobilitazione [report]
- 16-11-09 h 14.00 assemblea in Statale
- 17-11-09 h 9.00 presidio al tribunale h 14.00 volantinaggio in statale
- 18-11-09 h 12.30 assemblea @scienzepolitiche a seguire assemblea @ lingue
- 19-11-09 h 11.30 giornata contro CL @ festa del perdono controinformazione ed autofinanziamento
- 21-11-09 h 19.00 @ T.A.Z. concerto benefit spese legali

Rassegna Stampa: [1] [2] [3] [4] [5]

Comunicati
- Corsari milano - Uninversi -Fuoricontrollo - Assemblea Spo
- Arresti Cariche Denunce riforme

Approfondimenti:
- un poliziotto ogni nove fotocopie - memoria storica contro Cielle

Links
- http://agitazione.noblogs.org
- http://cattomafia.noblogs.org

CL dossier Santa Giulia

L espresso
Affari troppo Grossi
di Vittorio Malagutti
Una bonifica milionaria con fondi pubblici. E in più terreni a costo zero. Nel mirino dei pm altri business dell?imprenditore arrestato

Un assessore regionale all'Ambiente che costruisce palazzi in società con la donna accusata di riciclare i fondi neri del più importante imprenditore delle bonifiche ecologiche si trova in una situazione politicamente imbarazzante. Per Massimo Ponzoni, nominato nella giunta lombarda di Roberto Formigoni poco più di un anno fa, la china si è fatta ancora più scivolosa da quando l'imprenditore, cioè Giuseppe Grossi, è finito in carcere (il 20 ottobre) per riciclagggio, frode fiscale e appropriazione indebita.

Se poi si scopre che la signora in questione, Rosanna Gariboldi, anche lei arrestata, è la moglie del parlamentare Giancarlo Abelli (Pdl) e che al business immobiliare partecipa anche un altro assessore lombardo, Massimo Buscemi, allora queste relazioni assumono i contorni sgradevoli del network politico-affaristico svelato la settimana scorsa dall'inchiesta de "L'espresso". Ponzoni dovrà tra l'altro spiegare come mai proprio pochi giorni prima dell'arresto di Grossi ha trasferito a una fiduciaria le sue quote in una delle società immobiliari costituite con la Gariboldi. Ma in prospettiva guai ancora più seri potrebbero arrivare dalla nuova documentazione agli atti dell'inchiesta della Procura di Milano. L'indagine porta dritto al gigantesco affare della bonifica dell'area Sisas, dal nome dell'azienda fallita nel 2001 che ha inquinato circa 300 mila metri quadri di terreni a est di Milano, nei comuni di Pioltello e Rodano. Dagli atti ufficiali emerge che Grossi ha messo a segno un bingo multimilionario. Male che vada si vedrà rimborsare le spese di bonifica fino a 76 milioni con soldi pubblici (Stato e Regione). Altrimenti, dopo aver rilevato l'area a costo zero, potrà costruire a più non posso (centro commerciale, albergo e insediamento industriale) con oneri di urbanizzazione dimezzati. Fenomenale. Come c'è riuscito? Tutto nasce da una sentenza della Corte di Giustizia europea del 2004 che condanna l'Italia a pagare una maxi multa, fino a un massimo di 300 milioni, per il mancato disinquinamento dei terreni ex Sisas. Nel 2006 il governo Prodi (ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio) negozia con la Commissione Ue una sospensione della procedura a patto che la bonifica venga realizzata entro la fine del 2009.

Nel 2007 entra in scena Grossi che a gennaio d'intesa con il ministero inizia i lavori e a dicembre firma un accordo di programma con tutti gli enti interessati in cui si impegna a completare l'appalto "senza alcun intervento di finanziamento pubblico". In cambio potrà costruire sui terreni ripuliti. Da allora in poi, però, la bonifica procede al rallentatore. La Commissione europea minaccia nuove sanzioni. Ma ormai siamo nel 2009 ed è troppo tardi per scaricare Grossi e rivolgersi altrove. Anzi, l'imprenditore ottiene di cambiare il piano di bonifica con un sovraprezzo di 12 milioni di euro a carico della Regione. La giunta Formigoni per placare l'ira di Bruxelles deve mettere sul piatto 32 milioni a garanzia del pagamento dei lavori che si aggiungono ad altrettanti stanziati dal governo.

L'approvazione del consiglio regionale arriva a fine giugno e solo all'inizio di luglio, Grossi finalmente compra, a zero euro, i terreni Sisas messi in vendita dal curatore Vittorio Ottolenghi con via libera del giudice Bartolomeo Quatraro, il presidente del tribunale fallimentare che lascerà l'incarico pochi giorni dopo. Resta una domanda: perché nelle istituzioni nessuno si è mosso prima che Bruxelles mettesse con le spalle al muro governo e Regione? La risposta potrebbe arrivare dalle decine di intercettazioni telefoniche in cui Grossi e i suoi manager parlano con alti burocrati del ministero dell'Ambiente e con funzionari regionali.
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Affari e bonifici di Mister bonifica
di Vittorio Malagutti
È sotto inchiesta. Dai suoi fondi neri versamenti alla moglie di un politico Pdl. Ma Giuseppe Grossi ottiene un'altra cascata di denaro pubblico per ripulire un'area. E potrà speculare sui terreni

Chi lo ha visto di recente lo descrive depresso e inquieto. Giuseppe Grossi, meglio conosciuto come il re Mida lombardo delle bonifiche ambientali, imprenditore dal patrimonio personale sterminato, vive sospeso tra gli affari che hanno virato al peggio e un'inchiesta penale per false fatture ed evasione fiscale dagli esiti al momento imprevedibili. Dopo anni e anni trascorsi a tessere il filo di relazioni ad alto livello, dalla famiglia Berlusconi al governatore lombardo Roberto Formigoni fino all'ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, adesso Grossi si sente abbandonato da tutti. In breve, scaricato. Forse non è proprio così, se è vero che la Lombardia ha da poco confezionato quello che appare come l'ennesimo pacco regalo per un imprenditore cresciuto cavalcando l'onda degli appalti pubblici.

A fine giugno, con i voti della maggioranza di centrodestra, il consiglio regionale ha approvato un provvedimento che, tra l'altro, promette altri 32 milioni di euro alle aziende di Grossi impegnate nella bonifica dell'area Sisas di Pioltello-Rodano, nell'immediata periferia est di Milano. Un gigantesco deposito di veleni, oltre 400 mila metri cubi di nerofumo, eredità dell'azienda chimica Sisas dichiarata fallita nel 2001. La bonifica, però, è iniziata solo l'anno scorso e alla fine potrebbe venire a costare oltre 100 milioni, forse 120. Quasi tutti soldi pubblici. Come ultima portata, il menù del grande affare comprende anche una bella speculazione immobiliare. Su parte dell'area bonificata verrà infatti costruito un centro commerciale, l'ennesimo in quella zona già congestionata. Sarà ancora Grossi a guidare le danze, visto che ha comprato i terreni, praticamente a costo zero, dal fallimento Sisas. Al suo fianco, fino a pochi mesi fa, c'era Luigi Zunino. Una partita semplice semplice: Grossi bonifica e Zunino costruisce. Ma il re del mattone alla milanese, ormai sull'orlo del crack finanziario, è riuscito a sfilarsi per tempo, già l'anno scorso. Prima ancora, quindi, di finire anche lui nel mirino della magistratura. E prima che la crisi di bilancio ne azzerasse le ambizioni.

Lo schema dell'operazione Sisas ricalca quello a suo tempo andato in scena per Santa Giulia, il quartiere per ricchi a sud di Milano. Con le aziende di Grossi che hanno ripulito il terreno dai veleni del vecchio stabilimento Montedison. E Zunino impegnato nel progetto immobiliare. Tutto bene fino a quando, all'inizio di quest'anno, la magistratura non ha trovato le tracce di fondi neri per 22 milioni ricavati facendo la cresta sul trasporto nelle discariche in Germania dei rifiuti di Santa Giulia. Risultato: il re Mida delle bonifiche è finito nei guai. Dalle indagini è emerso un sistema di false fatturazioni e conti segreti all'estero. Ma, soprattutto, l'inchiesta dei pm milanesi ha finito per puntare dritto al cuore degli affari di Grossi. E cioè al business multimilionario delle aree dismesse da ripulire. Un business innaffiato da ricchi contributi pubblici. Tracce e indizi non mancano davvero. Dalle prime indagini è già emerso che 600 mila euro sono passati da Grossi a un conto di Montecarlo intestato alla moglie di Giancarlo Abelli, parlamentare Pdl con targa Forza Italia, un politico di lungo corso per anni potentissimo alla regione Lombardia. "Era solo la restituzione di un prestito", si è giustificata la signora. Un caso piuttosto singolare: un ricchissimo imprenditore che chiede un aiutino alla consorte di un politico. Sarà. Nel frattempo però intercettazioni telefoniche e perizie contabili autorizzano il sospetto che la giostra dei fondi neri si sia messa in moto anche per la bonifica dell'area Sisas, quella appena rifinanziata dalla regione Lombardia.

A dire il vero quest'ultima vicenda è già approdata in tribunale. Nei mesi scorsi la multinazionale francese Air Liquide, importante creditore della Sisas fallita, ha promosso una causa civile per bloccare quella che definiva la svendita del terreno di Pioltello-Rodano, sostenendo tra l'altro che i costi effettivi della bonifica sarebbero molto inferiori a quelli preventivati da Grossi, a sua volta finanziato con fondi pubblici. Niente da fare. Air Liquide ha perso. Il tribunale ha dato via libera all'operazione Sisas. Intanto però i magistrati penali hanno allargato il raggio delle loro verifiche.

Sotto i riflettori sono finite altre operazioni di grande rilievo, del valore (presunto) di qualche centinaio di milioni. Tutti progetti che a suo tempo hanno ricevuto il timbro di garanzia del ministero dell'Ambiente e della regione Lombardia. Bonifiche come quella dell'area Falck di Sesto San Giovanni o della cascina Gazzera di Cerro al Lambro, sempre in provincia di Milano. L'onnipresente Grossi è di casa anche a Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d'Italia governata dal sindaco Pd Giorgio Oldrini. Una sua azienda gestiva la raccolta dei rifiuti e in municipio campeggia una moto d'epoca dono del vulcanico imprenditore.

Il vero grande affare comunque resta quello dei terreni delle vecchie acciaierie. Anche in questo caso Grossi si è messo in scia dell'amico Zunino che cinque anni fa ha comprato l'area Falck per farne un quartiere modello progettato dall'architetto Renzo Piano. Prima di costruire, però, andava cancellata ogni traccia della vecchia attività. Il costo delle grandi pulizie superava i 200 milioni di euro, questa volta a carico dell'immobiliarista che contava di rientrare con la vendita dei palazzi. La bonifica è partita, ma Zunino ha finito i soldi prima ancora di inaugurare il cantiere. E così, in attesa che qualcuno (un altro investitore o forse le stesse banche creditrici) rilevi il progetto, Grossi non ha potuto fare altro che sospendere i lavori.

Poco male. Perchè a Cerro sul Lambro, poche decine di chilometri più a sud, la bonifica ha tutta l'aria di una storia infinita. Cascina Gazzera, sulle rive del fiume Lambro, è considerato una dei siti a più alta densità di veleni d'Italia. In circa 50 mila metri quadri tra gli anni sessanta e Ottanta sono stati scaricati oltre 50 mila metri cubi di melme acide. Dopo sondaggi, verifiche e molte polemiche, i lavori sono partiti nel 2000 e, in base al piano originario, avrebbero dovuto concludersi nel giro di sei anni per un costo complessivo di circa 45 milioni di euro.

Ancora una volta tutto ruota intorno a un'azienda di Grossi a cui sin da principio è stato affidato il disinquinamento. Ebbene, siamo al 2009, la bonifica è tutt'altro che ultimata ma il valore dell'operazione, di variante in variante, è già lievitato di una decina di milioni. Chi paga? I soldi arrivano grazie ai contributi pubblici, del ministero dell'Ambiente e della Regione Lombardia. Che presto potrebbero aprire ancora il portafoglio. Per Cerro al Lambro c'è un altro appalto in vista e la spesa finale potrebbe superare i cento milioni. Grossi, ovviamente, è pronto a saltare anche sul nuovo business. Magistrati permettendo
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Premiato clan Lady Lombardia
di Vittorio Malagutti
L'inchiesta Grossi alza il velo su conti all'estero e tesoretto immobiliare della moglie di Abelli. In società con tre assessori della giunta Formigoni

Cantieri e abitazioni nell'area Montecity Santa Giulia
Macché riciclaggio, macché fondi neri, macché conti off shore. In un paio di spericolate interviste di mezz'estate Rosanna Gariboldi aveva tentato di lasciarsi alle spalle dubbi e sospetti. Lei, la moglie del "faraone" Giancarlo Abelli, del boss del centrodestra lombardo vicinissimo al governatore Roberto Formigoni, non voleva restare col cerino acceso in mano a pagare per quegli strani giri di soldi tra l'Italia, il Liechtenstein e Montecarlo. Tutto un equivoco. Anzi, "un complotto", spiegava accorata l'ex impiegata del Policlinico San Matteo di Pavia convolata a nozze (seconde) con il politico che da almeno un ventennio tira le fila della sanità lombarda. Certo, non poteva negare i rapporti di fraterna amicizia con il ricchissimo imprenditore Giuseppe Grossi ("Da sette anni io e mio marito facciamo le vacanze insieme a lui"). Erano suoi, di Grossi, quei 2,3 milioni di euro piovuti tra il 2001 e il 2008 su un conto monegasco della signora Abelli. Ma lei li spiegava tutti come semplici prestiti e investimenti condotti in coppia con quell'industriale di cui si fidava ciecamente. Forse troppo. Perché martedì 20 ottobre Gariboldi e Grossi sono finiti in carcere, travolti dall'inchiesta sui fondi neri per la bonifica del quartiere milanese di Santa Giulia. E mentre gli investigatori della Guardia di finanza cercano nuovi elementi utili a ricostruire complicati giochi di sponda finanziari con i più esotici paradisi fiscali, le carte che "L'espresso" ha potuto consultare fanno luce su uno scenario inedito.

La trama si snoda tra affari e politica. Operazioni immobiliari per milioni di euro che hanno come promotori e soci alcuni politici lombardi di primo piano, tutti targati Pdl, ramo Forza Italia. Un club ristretto di cui fanno parte due assessori in carica della giunta Formigoni come il brianzolo Massimo Ponzoni (Ambiente) e il varesotto Massimo Buscemi (Reti e Servizi di pubblica utilità). Con loro anche Giorgio Pozzi, al governo della Lombardia come responsabile di Innovazione e Artigianato fino al 2005 nonché vicecoordinatore in carica del Pdl in provincia di Como. E al centro del network troviamo proprio lei, Rosanna Gariboldi, ovvero "lady Abelli" come viene scherzosamente soprannominata nella sua città, a Pavia, dove nel 2006 è stata catapultata sulla poltrona di assessore provinciale all'Organizzazione interna.

Per anni tutto fila liscio. Nessun intoppo. Niente indiscrezioni sulle iniziative immobiliari di quella pattuglia di politici affaristi. La scossa arriva in piena estate, a fine luglio, quando Gariboldi esce di scena, cede le sue azioni. Insieme a lei si fanno da parte anche Buscemi, Ponzoni e Pozzi, che comunque restano soci tra loro in altre operazioni.

Difficile non notare che la raffica di vendite precede di pochi giorni la pubblicazione sui giornali delle prime indiscrezioni sul coinvolgimento della moglie di Abelli nell'inchiesta penale sui fondi neri di Santa Giulia. L'indagine della procura di Milano alza il velo sui conti di Montecarlo alla Banque Safra (ex banca del Gottardo) alimentati con i bonifici di Grossi, un imprenditore, frettolosamente etichettato come il re delle bonifiche ambientali, che può vantare una rete di relazioni personali di altissimo livello, da Formigoni alla famiglia Berlusconi. Tempo un paio di mesi e arrivano gli arresti, che in breve tempo potrebbero portare a nuovi clamorosi sviluppi.

Intanto però restano nero su bianco, anzi, mattone su mattone, gli affari del clan di politici forzisti insieme alla signora Abelli. È un gioco di scatole societarie che vale la pena di raccontare. Si può partire, ad esempio, dalla immobiliare "Il pellicano", una srl con sede a Desio, la cittadina brianzola capitale del mobile made in Italy. Prima del ribaltone di luglio, Buscemi, Gariboldi, Ponzoni e Pozzi possedevano ciascuno il 17,5 per cento del capitale sociale. Il restante 30 per cento risulta intestato a tale Sergio Pennati. Qualche anno fa Gariboldi e soci si sono lanciati in una speculazione immobiliare su un'area di Cabiate, paese brianzolo sul confine tra le provincie di Monza e Como. Grazie anche a un mutuo di 7 milioni concesso da Unicredit, "Il pellicano" ha realizzato alcune palazzine residenziali.

opo il ribaltone di luglio, usciti di scena Buscemi e Pozzi oltre a lady Abelli, la quota di maggioranza della società fa capo a Ponzoni, il giovane (36 anni) e rampante assessore formigoniano all'Ambiente con il pallino del mattone. Infatti, partendo da Cabiate, basta spostarsi fino a Meda, pochi chilometri più a sud, per incontrare di nuovo la coppia Ponzoni-Gariboldi. Questa volta entra in scena l'Immobiliare La Perla, un'altra srl che sta costruendo su un'area di pregio proprio nel centro della cittadina, a pochi metri di distanza dal municipio. La residenza "Le acacie", questo il nome del nuovo complesso, prevede negozi, garage e abitazioni, con "finiture di pregio a basso consumo energetico", come recita un annuncio pubblicitario. Calma piatta fino al 30 luglio, quando Ponzoni (80 per cento) e Gariboldi (20 per cento) vendono le loro quote. Chi compra? All'orizzonte spunta una società milanese, Tulipano, che pochi mesi prima è passata sotto il controllo di due neocostituite finanziarie lussemburghesi. Difficile dire, quindi, chi sia il reale proprietario di Tulipano e, quindi, anche della Immobiliare La Perla. A Meda però i lavori proseguono affidati alla società di costruzioni che fa capo alla famiglia della moglie di Ponzoni. Insomma, l'assessore non molla la presa.

Buscemi e Pozzi, invece, dopo aver abbandonato "Il pellicano" e la speculazione di Cabiate, fanno ancora affari insieme. Li troviamo a Gallarate, in provincia di Varese. Questa volta si spartiscono il capitale di una società dal nome altisonante, "Lux usque ad sidera" (dal latino, luce fino alle stelle). Mediante questo veicolo finanziario i due affaristi targati Forza Italia hanno partecipato come soci di maggioranza a un'operazione immobiliare in una zona di gran pregio nel centro della cittadina varesotta. La Galcentro srl, controllata dalla "Lux usque ad sidera", nel maggio del 2008 ha comprato un'area di oltre due ettari, 23 mila metri quadrati, messa in vendita dall'istituto religioso delle suore Canossiane.

L'affare, secondo quanto esposto nei documenti ufficiali, vale almeno 3 milioni di euro, finanziati con un prestito bancario. La città di Gallarate non è stata scelta a caso. Buscemi, un ex manager di Publitalia ai tempi di Marcello Dell'Utri, vive proprio lì. Il comasco Pozzi invece, secondo quanto raccontano le biografie ufficiali, di mestiere fa l'imprenditore immobiliare. E, a quanto pare, quando capita, è ben contento di fare da sponda agli amici di Forza Italia. Compresa la signora Abelli.

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Gaytv.it

Comunione e Liberazione, auto di lusso, elicotteri, messe domenicali e spazzatura: chi e` Giuseppe Grossi, l`uomo al centro dello scandalo smaltimento rifiuti

(21/10/2009) Ciellino doc, va a messa tutte le domeniche, è amico di Formigoni e Paolo Berlusconi. E colleziona rolex, auto di lusso e ville storiche. E` Giuseppe Grossi, capo della Green Holding, arrestato ieri per lo scandalo finanziario da 22 milioni di fondi neri nell`inchiesta che svela il marcio nascosto nel business ecologico.

Fino a ieri nessuno aveva mai sentito parlare di Giuseppe Grossi, perché Giuseppe Grossi è un uomo che ama tenere un basso profilo. Giuseppe Grossi è miliardario, ma odia apparire sui giornali. Giuseppe Grossi va a messa tutte le domeniche. Giuseppe Grossi non si occupa di politica, ma è in buoni rapporti con tutti, dai deputati pdl alle Coop rosse. Giuseppe Grossi è un uomo tutto casa e chiesa.

Ma analizziamo meglio questa definizione. Chiesa: Grossi è membro devoto di Comunione e Liberazione, il cui network economico-politico rappresenta una potenza al cui confronto Facebook è un'associazione parrocchiale. Nella chiesa di Inzago, dove abita, si presenta sempre alla messa della domenica mattina dove fa la comunione prima di dedicarsi alla battuta di caccia settimanale in una delle sue tenute di campagna. Casa: come si è detto, Giuseppe Grossi risiede nel piccolo comune di Inzago, alle porte di Milano, in una villa con tanto di eliporto e elicottero personale, ma possiede anche diverse ville storiche, oltre a diversi appartamenti di lusso a Milano.

Giuseppe Grassi è un miliardario, ovviamente, ma è anche una potenza: è infatti il "re del verde", il capo della Green Holding, società leader nello smaltimento rifiuti nell'area lombarda coinvolta, tra le altre cose, nel progetto di bonifica dell'ex area industriale di Rogoredo e in quello di Milano-Santa Giulia. Tra i suoi collaboratori più stretti c'è Rosanna Gariboldi, assessore pdl all'Organizzazione della Provincia di Pavia e moglie di Giancarlo Abelli, parlamentare pdl, braccio destro del Ministro della Cultura Sandro Bondi.

Insomma: Giuseppe Grossi è un pezzo da novanta, una potenza industriale, un Paperone dell'economia, un papavero di CL e buon amico di molti politici. Eppure, fino a ieri, nessuno ne aveva mai sentito parlare.
Il motivo di questa 'invisibilità' mediatica è presto detto: Giuseppe Grossi è un signore che ama l'understatement: odia apparire sui giornali, mantiene un basso profilo nei salotti della Milano da bere, non si espone alle cronache finanziarie e alle ribalte sociali. Certo, nonostante questo approccio alla vita così modesto, nonostante sia tutto "casa e chiesa", anche lui si toglie qualche sfizio.

Una collezione di auto di lusso (Ferrari, Lamborghini) e moto Guzzi d'epoca. Un elicottero personale (con Abelli c'era anche una sorta di competizione su chi avesse l'elicottero più bello). Decine e decine di rolex accumulati negli anni per un valore di oltre 6 milioni di euro. Il castello visconteo di Brignano d'Adda, il quale, secondo diversi esperti, sarebbe appartenuto al personaggio manzoniano dell'Innominato (curiosa coincidenza, per un uomo 'invisibile'). E poi ville, appartamenti a Milano (un'abitazione da un milione e mezzo di euro, nella centralissima via Moscova, è stata graziosamente donata alla sua fedele segretaria, un'altra alla fedelissima Gariboldi).

Tutti hanno diritto a uno svago, insomma, tutti hanno un hobby. Anche se certe passioni costano: e capita di dover pagare un dipendente il cui unico gravoso compito è quello di accendere, tutte le mattine, il motore delle decine e decine di Ferrari parcheggiate in garage.

Nonostante l'understatement mediatico, Giuseppe Grossi in passato si era concesso qualche sgarro alla sua regola sociale monastica. Alla festa per il suo sessantesimo compleanno, sobriamente celebrato al Four Seasons di Milano, sono intervenuti tanti volti noti: Formigoni, Paolo Berlusconi, gli amici di CL, e persino i pezzi grossi delle Coop rosse. Quando si dice: l'importanza del network.

Fino a ieri, tuttavia, nessuno sapeva niente di Giuseppe Grossi: nessuno sapeva delle sue 20 Ferrari, né del meccanico pagato per avviarle ogni mattina. Fino a ieri non si sapeva nemmeno che lui, insieme ai suoi manager e a Rossana Gariboldi, avesse drenato all'estero oltre 22 milioni di euro dai fondi neri delle sua società "verde", né che la fedele Gariboldi e il suo parlamentare marito fossero titolari di un conto a Montecarlo, usato probabilmente per riciclare denaro. Per smaltire il marcio finanziario del business della spazzatura. Fino a ieri nessuno sapeva chi fosse Giuseppe Grossi; fino a quando per lui, per la Gariboldi, per la segretaria domiciliata in via Moscova e per due manager della holding è scattato l'arresto per "associazione a delinquere finalizzata a frode fiscale, appropriazione indebita, truffa, riciclaggio e corruzione". Questo è Giuseppe Grossi, l'uomo di cui nessuno sapeva niente. Scommettiamo che ne sentiremo ancora parlare?

Francesca Tognetti
francesca.tognetti@gay.tv

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chi è Giancarlo Abelli

lombardia.indymedia.org/?q=node/3496

er tutti, amici e nemici, Giancarlo Abelli è il "ras del Ticino". Un politico rampante fino alla sfrontatezza. Grintoso, potentissimo. Vero padre della riforma sanitaria del governatore lombardo Roberto Formigoni. Un passato da democrististiano, prima di diventare un fedelissimo di Silvio Berlusconi, ma anche vicino a Comunione e Liberazione, pur non essendo un ciellino doc. Negli anni Ottanta, il suo padre politico, Carlo Donat Cattin, diceva di lui: «Ha la testa e le palle. E le sa usare al momento giusto». Per questo, almeno in Lombardia è stimato, riverito e temuto da direttori sanitari, primari, medici. Che anche oggi che l' ex assessore regionale alla Famiglia lavora a Roma come parlamentare e capo della segreteria politica del coordinatore nazionale del Pdl Sandro Bondi fanno la fila per incontrarlo il lunedì e il venerdì, nell' ufficio che Formigoni gli ha riservato nella sede della Regione. Consapevoli che nella sanità in Lombardia «non si muove foglia che Abelli non voglia». Lui minimizza: «Nel mio impegno politico mi sono un po' specializzato. Per cui conosco un po' tutti nella sanità. Tutto qui». I soprannomi si sprecano. Il più noto è «il faraone», a sottolineare il suo potere. O il «pastore», per ricordare la capacità nel far rispettare la disciplina nel gruppo di Forza Italia in Lombardia.O «il comandante», nomignolo che risale al 1989 quando guidava il Policlinico di Milano. La sua irresistibile ascesa inizia nel 1974, quando a soli 34 anni diventa il più giovane presidente del policlinico San Matteo di Pavia. Lo stesso dove dieci anni dopo scoppia lo scandalo delle "polizze d' oro" e viene arrestato e poi condannato per truffa Claudio Gariboldi, fratello dell' attuale moglie di Abelli, Rosanna, arrestata ieri. Il "faraone", nel frattempo, è passato con Formigoni nel Cdu di Rocco Buttiglione. Presiede la commissione Sanità e viene anch' egli arrestato con l' accusa di peculato, ma poi assolto. È proprio in quegli anni che conosce Rosanna Gariboldi, che lavora come impiegata al San Matteo. È già sposata con Gigi Tronconi, noto cardiologo socialista. I Gariboldi sono una delle famiglie più in vista della città. Basti pensare che quando divorziano vendono la loro casa al ministro dell' Economia Giulio Tremonti. Anche Abelli è sposato e di buona famiglia. Ma viene da Broni, nell' Oltrepo pavese, dove è tornato a vivere, dopo il divorzio, con la seconda moglie. Nel 1998, in piena Tangentopoli, viene solo sfiorato dal caso Poggi Longostrevi. Non viene nemmeno rinviato a giudizio. «Assolto perché il fatto non sussiste - commenta soddisfatto - Dalle mie disavventure sono sempre uscito pulito. Potrei anzi definirmi una vittima degli errori giudiziari». L' accusa era di presunta frode fiscale. Sono gli anni dell' avvicinamento a Cl e a Forza Italia. Nel 2000 viene eletto in Lombardia e diventa assessore regionale alla Famiglia. Nel 2005 ripete il successo. A Pavia, Abelli e lady Rosanna fanno vita mondana. Vanno spesso in Costa azzurra nella loro casa di Beaulieu sur Mer. Nel 2005, lui finisce nel mirino della Lega. L' allora assessore lombardo alla Sanità del Carroccio Alessandro Cè accusa Formigoni di usare la sanità come «sistema di potere». Il governatore lo caccia, ma dopo una pace siglata ad Arcore gli restituisce le deleghe. La Padania pubblica un editoriale che accusa Abelli di aver fatto diventare un figlio primario. Lui replica: «Mi accusano solo perché conosco tutti e tutti mi conoscono. Loro, invece, vorrebbero decidere ma in realtà non sanno distinguere tra un asino, un mulo e un cavallo». Nel 2008, Berlusconi lo chiama a Roma come vicecoordinatore nazionale di Forza Italia. E dopo il congresso del Pdl diventa braccio destro del coordinatore nazionale Sandro Bondi. Per alcuni una promozione. Per altri un pensionamento anticipato. Nonè un mistero che Abelli ora stia pensando al ritorno in Lombardia. Magari proprio per guidare il Pdl. - ANDREA MONTANARI

Navi dei veleni nei fondali di Maratea: niente rifiuti, solo anfore romane

InSABBIAmentono

Le ricerche effettuate dalla ‘Mare Oceano’  hanno dato esito negativo: niente rifiuti tossici nei fondali antistante Maratea.  La bella cittadina lucana, soprannominata la ‘Perla del Tirreno’ può tirare un sospiro di sollievo.

Le indagini erano partite per indicazione della Procura calabrese e della Procura lucana le quali, dopo le rivelazioni del pentito della ‘ndrangheta Francesco Fonti, sospettavano affondamenti di navi con carico di rifiuti tossici. Le Procure erano riuscite a segnalare due aree marine ben definite (un totale di 28 miglia quadrate) grazie alle segnalazioni dei pescatori, in passato più volte avevano lamentato che in quei tratti di mare le loro reti s’incagliavano spesso.

La ‘Mare Oceano’ ha scandagliato le due aree marine indicate dalle Procure senza rinvenire tracce di rifiuti radioattivi. Il mare, però, nascondeva altri segreti: uno scafo di 20 metri e un giacimento di circa 200 anfore. L’imbarcazione non è presente nei registri dei sinistri marittimi e non è stato possibili identificarla, s’ipotizza che sia affondata per un incendio a bordo. A 600 metri di profondità giacevano inoltre circa 200 anfore di età greco-romana. Un’ altra testimonianza di come in Età Romana le coste lucane fossero spettatrici di fluenti commerci avvenuti tra il III e il II secolo a.c.

Nonostante non siano stati trovati relitti con carico di rifiuti radioattivi, l’allerta resta alta. Le indagini continuano.

Carmelo Molfetta

Un tassello di memoria storica sulla Cusl in statale

autore: 
ex studente della statale

La Cusl venne data a CL come spazio in università dall'allora rettore Mantegazza negli anni '80. Costui, interrogato durante un'assemblea su questo 'favore' fatto ai ciellini quando noi non avevamo, invece, nessun'aula in cui trovarci, si limitò a dire che due suoi figli che erano morti in un incidente d'auto frequentavano CL e che lui l'aveva fatto in loro memoria. Un 'favore' mafioso, come quelli che lo stesso Mantegazza faceva dando l'aula magna alle multinazionali farmaceutiche e negandola agli studenti. Nell'86, dopo il disastro di Chernobyl, un collettivo raccolse più di 1000 firme in statale perché venisse data l'aula magna per un convegno autogestito sul nucleare. Mantegazza la negò; vennero così appese, per tutta la statale, le firme raccolte insieme alla carta igienica dicendo che Mantegazza con quelle firme ci si puliva il culo. Il 12 dicembre di quell'anno, dopo il corteo studentesco del mattino sulla strage di piazza Fontana, l'aula magna venne occupata dopo oltre un decennio che non succedeva.
Non appena si piazzarono nello spazio 'regalatogli', i ciellini si misero d'accordo con alcuni docenti della loro area e cominciarono a stampare le dispense dei corsi (soprattutto di giurisprudenza ma anche alcuni di lettere e filosofia) costringendo le/gli studenti a riempire le loro tasche per poter dare gli esami.

Questa la mia memoria storica.
E non dimentichiamo che anche la A2A è in mano a questa gentaglia...

CL collegamenti con "Why not ?"

Tra i coinvolti in "why not? " anche esponenti della compagnia delle opere quali
Giorgo Vittadini, ex presidente nazionale della Compagnia delle Opere
e l' imprenditore calabrese Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, le cui attività rappresentano uno dei filoni principali dell’inchiesta.

Calabria, perquisiti politici, generali e spioni *

Una vasta operazione dei carabinieri di Catanzaro ha portato alla perquisizione, su ordine della Procura della Repubblica di Catanzaro, di uffici e abitazioni in tutta Italia di oltre venti persone coinvolte in un’inchiesta denominata «Why Not». I reati contestati, a vario titolo, sono quelli di associazione a delinquere, corruzione, violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, truffa, finanziamento illecito ai partiti. Indagati politici calabresi, funzionari regionali, il capocentro del Sismi di Padova e una funzionaria del Cesis (l’ufficio di coordinamento dei servizi segreti). Indagini anche su Giorgo Vittadini, ex presidente nazionale della Compagnia delle Opere, e attuale presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, un’altra società facente capo a Comunione e liberazione.

Tra gli indagati anche il generale della Guardia di Finanza Paolo Poletti, attuale capo di Stato Maggiore del Corpo. Nella notte sono stati perquisiti i suoi uffici, a Roma. Dal decreto di perquisizione risulta che il generale Poletti è indagato per truffa, truffa aggravata ed associazione a delinquere.

Queste le 19 persone indagate: Franco Bonferroni, residente a Reggio Emilia,. del cda di Finmeccanica; PietroMacrì, imprenditore, di Vibo Valentia ; Luigi Filippo Mamone e Francesco De Grano, entrambi dirigenti della Regione Calabria; Valerio Carducci, di Bagno a Ripoli; Gianfranco Luzzo, ex assessore regionale alla Sanità; Mario Pirillo, assessore all’Agricoltura della Regione; Massimo Stellato di Abano Terme, capocentro del Sismi di Padova, e il fratello Gianmario; Vincenzo Bifano, di Lamezia Terme, Gerardo Carnevale, componente dello staff del consigliere regionale Ds della Calabria, Antonio Acri; Angela De Grano di Vibo Valentia; Nicola Adamo, vicepresidente della Regione e assessore al Turismo; Antonio Acri, consigliere regionale; Brunella Bruno, di Roma, appartenente al Cesis; Armando Zuliani, di Brenna, imprenditore; Francesco Indrieri, di Cosenza, commercialista; Salvatore Domenico Galati, 40, di Vibo Valentia, già collaboratore dello staff del senatore e coordinatore regionale di Forza Italia Giancarlo Pittelli; Piero Scarpellini, di Rimini.

Molte le proteste provocate da questa ondata di perquisizioni. Indignato il diessino Nicola Adamo, vicepresidente della regione. «Basta con questa caccia all’uomo. Però, non ho fiducia che ciò possa essere fatto da un ufficio giudiziario che nell’aula sovrana del Parlamento della Repubblica Italiana è stato definito un verminaio». Adamo sostiene di aver ricevuto un avviso di garanzia a settembre e di aver chiesto di essere sentito dal magistrato, senza ottenere risposta. «Più che ipotesi di reato mi sembra di leggere, attraverso l’ordinanza, un vero e proprio calunnioso manifesto politico. Il colmo - secondo Adamo - si raggiunge quando leggo, tra l’altro, che a diffamarmi di una infamia assolutamente infondata è una signora, contro la quale ho già disposto querela, sposata con il giudice che ha arrestato illegittimamente l’on. Franco Pacenza. Pretendo, se fondate e possibili, contestazioni a mio carico; mi si scruti fino in fondo ed in ogni direzione».

L’operazione è denominata «Why Not», dal nome di una società di lavoro interinale con sede a Lamezia Terme che «presta» lavoratori alla Regione per servizi di gestione banche dati e altri servizi informatici. Proprio nei giorni scorsi i lavoratori della «Why Not» hanno inscenato una protesta sotto la sede della giunta regionale per rivendicare il rinnovo del loro contratto di lavoro, scaduto da tempo.

Proprio una lavoratrice della «Why Not», la cui identità viene tenuta segreta, avrebbe dato il via alle indagini di De Magistris, che ha individuato un gruppo di potere trasversale, tenuto insieme da una loggia massonica coperta (la «San Marino»), usata come collante per l’attuazione del disegno criminoso. A questa loggia, una vera e propria lobby sospettata di aver influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’assegnazione di appalti, sarebbe iscritta una parte degli indagati.

da L'Unità

FINANZIAMENTI PUBBLICI, TRUFFE E MASSONERIA *

CATANZARO - Ruota attorno al ruolo della Loggia di San Marino, una loggia massonica coperta della quale avrebbe fatto parte la maggiore parte degli indagati, un’inchiesta della Procura della Repubblica di Catanzaro sul gruppo di potere trasversale che avrebbe gestito truffe utilizzando finanziamenti pubblici. Sono 26 le perquisizioni fatte dai carabinieri in Calabria, a Roma, Padova e Milano.

La loggia di San Marino ha rappresentato il collante che avrebbe unito gli indagati creando tra loro un vincolo che era la premessa per l’ attuazione del disegno criminoso su cui avrebbe fatto luce l’ inchiesta. Il ruolo svolto dalla loggia, costituita in violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, sarebbe stato quello di una vera e propria lobby che ha influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’ assegnazione di appalti. Della Loggia di San Marino avrebbero fatto parte anche massoni in sonno che avrebbero mantenuto, grazie alla loro appartenenza al gruppo, il vincolo massonico con altri associati finalizzato alla gestione di affari basati sull’ utilizzo di finanziamenti pubblici.

A venti delle persone che hanno subito le perquisizioni i carabinieri hanno notificato contestualmente informazioni di garanzia, emesse dal sostituto procuratore Luigi De Magistris, in cui si ipotizzano, a vario titolo, reati che vanno dall’ associazione per delinquere, alla truffa, alla corruzione, alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete al finanziamento illecito dei partiti.

PERQUISIZIONI IN UFFICI CONSIGLIO REGIONE CALABRIA

Perquisizione dei carabinieri negli uffici del Consiglio Regionale della Calabria effettuata in alcuni degli uffici privati dei consiglieri e degli assessori regionali, disposta dalla Procura di Catanzaro.

INDAGATO ANCHE GEN. POLETTI (GDF)

Nell’inchiesta della Procura di Catanzaro ha subito una perquisizione anche il generale Paolo Poletti, della Guardia di Finanza, di 51 anni, attuale capo di Stato Maggiore delle Fiamme Gialle. Poletti è accusato di avere fatto parte all’epoca dei fatti in questione (cioé dal 2001 in avanti) di un presunto gruppo di potere che avrebbe gestito affari con truffe basate sull’utilizzo di finanziamenti pubblici, statali e comunitari. Secondo l’accusa sarebbe stato il punto di riferimento dell’ imprenditore calabrese Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, le cui attività rappresentano uno dei filoni principali dell’inchiesta.

LE INFORMAZIONI DI GARANZIA

Le persone che hanno ricevuto le informazioni di garanzia sono Franco Bonferroni, consigliere d’ amministrazione di Finmeccanica e con cariche in diverse società e con collegamenti con esponenti del mondo bancario ed imprenditoriale; Pietro Macrì, presidente della società Met Sviluppo e del settore terziario della Confindustria di Vibo Valentia; Luigi Filippo Mamone, dirigente della Regione Calabria; Francesco De Grano, dirigente della Regione Calabria e responsabile del settore finanziamenti Por 2007-2013; Maria Angela De Grano, sorella di Francesco, con cariche in diverse società; Paolo Poletti, capo di stato maggiore della Guardia di finanza; Valerio Carducci, punto di riferimento di Antonio Saladino (ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria) per i contatti con gli ambienti parlamentari; Gianfranco Luzzo, ex assessore alla Sanità della Regione Calabria, anch’ egli legato a Saladino; Mario Pirillo, attuale assessore all’ Agricoltura della Regione Calabria; Massimo Stellato, capocentro del Sismi di Padova, ed il fratello Gianmario; Vincenzo Bifano, persona che insieme a Saladino avrebbe avuto un ruolo di rilievo nell’ attuazione del presunto disegno criminoso; Gerardo Carnevale, componente dello staff del consigliere regionale della Calabria dei Ds Antonio Acri; Nicola Adamo, vicepresidente della Regione Calabria ed assessore al Turismo; Antonio Acri, consigliere regionale della Calabria; Brunella Bruno, in servizio al Cesis, indicata come persona legata ai generali della Guardia di finanza Cretella e Poletti; Armando Zuliani, imprenditore; Francesco Indrieri, commercialista, persona vicina all’ imprenditore del settore della grande distribuzione commerciale Antonio Gatto; Salvatore Domenico Galati, componente dello staff del senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli, coordinatore regionale del partito, e Piero Scarpellini, imprenditore emiliano.

Ansa

Tangenti, fondi neri e appalti 40 indagati in Liguria, tre in Regione

: Vattuone e Cassini (Pd), Abbundo (Pdl)

E’ una indagine che tocca praticamente tutta la Liguria, come entità territoriale e come istituzioni: dalla Regione a Consorzi, cooperative, amministratori locali, professionisti vari, avvocati, imprenditori, privati. Con 40 indagati interessati a diverso titolo dalle perquisizioni di oggi e, tra di loro, tre esponenti regionali, deu del Pd e uno del Pdl: Vito Vattuone consigliere Pd, l’assessore Pd all’ agricoltura, pesca e Protezione civile Giancarlo Cassini e Nicola Abbundo del Pdl. Tutti confermano i controlli delle Fiamme Gialle in modo diretto o attraverso i loro collaboratori. Tutti e tre si sono detti sorpresi e, comunque, estranei o da procedure di responsabilità nell’assegnazione o gestione di fondi per le ipotesi investigative note.

Le quaranta perquisizioni e acquisizioni di atti e documenti per migliaia di pagine, sono scattate stamane con una procedura classica, alle prime ore del mattino, su disposizione della Procura di Genova e divenuta operativa con la Guardia di Finanza tocca un filone di soldi (trenta milioni), di finanziamenti comunitari europei e un modo di gestione sospetto che ha portato il pm dell’inchiesta Paola Calleri a ipotizzare oltre al reato associativo (associazione a delinquere, ipotesi che consente un ampio spettro investigativo anche nell’utilizzo degli strumenti di indagine come le intercettazioni) altri reati cosiddetti fine, ovvero obiettivo dell’associazione: truffa, turbativa d’asta, sospetti fondi neri per giustificare il pagamento delle tangenti come la sponsorizzazione di piccole società sportive, corruzione.

Insomma un ventaglio classico, quanto pesante, di reati contro la pubblica amministrazione e l’uso del denaro pubblico.

Processo Mediaset, Berlusconi assente ingiustificato

Legittimo impedimento. Il processo sui presunti fondi neri Mediaset riparte e già si ferma. L’imputato Berlusconi Silvio, accusato di frode fiscale, non sarà in aula a Milano. Il vertice Fao sulla sicurezza alimentare e contro la fame nel mondo trattiene a Roma il presidente del consiglio e non gli consente di partecipare. Già chiesto il rinvio. Ma la procura di Milano non ci sta e oggi in aula, il pm Fabio De Pasquale si opporrà all’istanza degli avvocati del premier: «Il convegno della Fao sulla sicurezza alimentare non è un impedimento assoluto – dicono i pm – l’iniziativa dura tre giorni, dal 16 al 18 novembre, e l’imputato potrebbe essere in aula la mattina e poi andare a Roma». E così la polemica politica riparte. Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, parla per tutti: «Dopo la sortita della procura milanese, che si spinge fino al punto di entrare nel merito dell’agenda del premier, c’è da chiedersi quando le procure arriveranno a scrivere anche l’ordine del giorno del Consiglio dei ministri». Poi il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto aggiunge: «Sarebbe davvero inquietante e anche molto significativo se il pm avesse un tale disprezzo per l’attività di una delle massime cariche istituzionali e per i suoi compiti, da arrivare a stabilire le ore e i giorni nei quali il premier sarebbe costretto a intervenire al vertice della Fao». Va oltre il vicepresidente dei senatori del Pdl, Francesco Casoli: «Chiediamo l’intervento ufficiale di Mancino a difesa dell’onore della carica istituzionale che Berlusconi ricopre o il suo silenzio sarà la prova della sua connivenza inequivocabile con certi ambienti colorati di rosso della magistratura».

Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla Camera ribatte: «Berlusconi salta l’udienza per andare al vertice Fao? Allora scelga quando, ma si faccia processare e non scappi. Da troppo tempo sta giocando a nascondino con le procure, dando un pessimo esempio ai cittadini e danneggiando l’immagine del Paese all’estero». Il processo sui presunti fondi neri nella compravendita dei diritti Tv e cinematografici era stato interrotto nel settembre 2008 dal lodo Alfano. Riparte adesso dopo la bocciatura della Consulta. Ma niente da fare. Due settimane fa, Berlusconi, con un’istanza degli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo, pur esprimendo «interesse a partecipare al dibattimento», ha chiesto di fissare udienza in un’altra data. E non è il solo. Anche l’avvocato Roberto Pisano oggi ha un altro impegno. Il legale di Frank Agrama, l’uomo d’affari di origine egiziana accusato di essere un «socio occulto» del presidente del Consiglio nella creazione di fondi neri, è a Parma, per uno dei processi nati dal crac Parmalat.

Toccherà al collegio, presieduto da Edoardo D’Avossa, presidente del Tribunale di La Spezia e applicato a Milano solo per il caso Mediaset, decidere se fissare il rinvio o andare avanti. Il processo dovrebbe slittare al 23 novembre, per stilare il calendario delle udienze e disporre l’eventuale riunione dello stralcio che riguarda Fedele Confalonieri, anche lui accusato di frode fiscale. Sempre che Berlusconi non invochi un altro legittimo impedimento, come ha già fatto per il 27 novembre, quando tornerà in aula la vicenda Mills, che lo vede imputato per corruzione in atti giudiziari. Ieri sera Report ha ricostruito la storia della Arner Bank, chiacchierato istituto messo sotto osservazione dalla Banca d’Italia e i cui vertici sono stati coinvolti in presunte operazioni di riciclaggio. Presso la banca – secondo la trasmissione della Gabbanelli – ci sarebbero conti di Silvio Berlusconi e della sua famiglia. di Valentina Errante – Il Messaggero

Legittimo impedimento. Il codice di procedura (articolo 506) parla di «assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito o forza maggiore». Ma nel caso specifico degli impegni di un presidente del Consiglio nessun precedente in giurisprudenza aiuta. Forse la sentenza 4 luglio 2001 della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzioni sollevato dal presidente della Camera Violante su richiesta di Previti contro il Gup: la Consulta invitò il Tribunale a trovare «un punto di equilibrio» fra le esigenze della politica e quelle della giustizia.

Emendamento alla finanziaria: riciclaggio governativo!

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viva la mafia
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forza-mafia.jpg

le notizie che non ci dicono: riciclaggio governativo!
ecco come lo Stato fa affari con la Mafia, legalmente e alla luce del sole: con lo 'scudo fiscale' permette ai mafiosi di riportare in Italia i loro soldi sporchi, dopodichè rivende loro i beni confiscatigli in precedenza! che spettacolo...

"Un emendamento alla finanziaria, già passato al Senato, permette la vendita dei beni confiscati alla mafia sottraendoli, di fatto, al loro riutilizzo per fini sociali
Ebbene si, si possono passare anni a fare incontri, dibattiti, raccolte di firme per raggiungere un obiettivo e poi, poche righe di un emendamento, rischiano di rendere tutto vano. Questo potrebbe succedere se la Camera confermasse l’emendamento alla finanziaria, oggi passato al Senato, che permette allo stato di vendere i beni confiscati alla mafia per recuperare soldi liquidi per ripianare qualche debito...
(...) Nel 1996 milioni di firme raccolte in tutta Italia hanno permesso di approvare una legge, la cui prima stesura fu di Pio La Torre, che permettesse di poter affidare i beni confiscati alle mafie ad associazioni che li riutilizzassero a fini sociali come la creazione di posti di lavoro. Dal 1996 ad oggi “Libera” e molte altre associazioni si impegnano su questo fronte e i risultati sono stati a dir poco sorprendenti. Migliaia di posti di lavoro creati, quelle terre che fino a qualche anno prima erano il simbolo della violenza e della sopraffazione ricominciano a dare i propri frutti di legalità, di speranza in zone della Sicilia martoriate dal fenomeno mafioso (...).
Con l’emendamento di oggi, approvato al Senato, lo Stato può decidere di vendere quelle terre per “fare cassa” sottraendole alla possibilità di essere riutilizzate e soprattutto dando la possibilità ai mafiosi a cui non manca di certo il denaro, di riacquistarle tramite prestanomi."

«(...) è un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all’influenza dei clan.
Facciamo un appello a tutte le forze politiche perché questo emendamento, che rischia di tradursi in un ulteriore “regalo” alle mafie, venga abolito nel passaggio alla Camera».

(Don Luigi Ciotti)

IL GOVERNO VUOLE VENDERE I BENI CONFISCATI ALLA MAFIA. OGGI UTILIZZATI PER FINI SOCIALI.
http://pdcimilena.wordpress.com/2009/11/14/il-governo-vuole-vendere-i-be...

la finanziaria
Don Ciotti: «No alla norma sulla vendita dei beni confiscati alla mafia»
«Tradito l`impegno assunto con la legge sull'uso sociale. C'è il rischio di renderli alle organizzazioni criminali»
http://www.corriere.it/politica/09_novembre_13/ciotti-norma-vendita-beni...

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