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Antimafie

E SE FOSSE L’OLANDESE VOLANTE ? Lettera alla Prestigiacomo

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Gentile Ministro Prestigiacomo,

Quella che può osservare nella fotografia, sarebbe il relitto scovato dalla nave oceanografica “Mare Oceano” al largo di Cetraro, in Calabria.

Molto probabilmente lo è, perché la nave “Città di Catania” (all’epoca si apponeva sempre, prima, la locuzione “Città di”) fu affondata nel Marzo 1917 da un sommergibile tedesco – all’Ufficio Storico della Marina lo confermeranno di certo – e siamo dunque felici che la “Città di Catania” (proveniente dall’India e diretta a Napoli) sia stata finalmente ritrovata.

Siamo un po’ più freddi, invece, al riguardo della “cessata emergenza” diramata ai quattro venti poiché – a nostro avviso – la conclusione ci sembra cozzare contro le più elementari regole della logica. Soprattutto della logica delle costruzioni navali. Partiamo dall’inizio.

La presunta “nave dei veleni”, individuata dalla ricerca finanziata dapprima dalla Regione Calabria, doveva essere la Kunsky (che risultava, invece, demolita in Oriente ma, sulle pratiche di demolizione in quelle aree, meglio non fare troppo affidamento) ed invece si scopre che è un relitto italiano risalente alla Prima Guerra Mondiale. Le vendite di pesce sono crollate dell’80%, ed è dunque un bel sollievo sapere che si tratta di un innocente piroscafo italiano.

Ci sono, però, alcune discrepanze fra le due descrizioni, che saltano agli occhi.

Nelle risultanze pubblicate sui primi rilevamenti – quelli ordinati dalla Regione Calabria – si dice che:

E’ lei. E’ la nave descritta dal pentito di mafia Francesco Fonti. E’ come e dove lui aveva indicato. Sotto cinquecento metri di acqua, lunga da 110 a 120 metri e larga una ventina, con un grosso squarcio a prua dal quale fuoriesce un fusto. Si trova venti miglia al largo di Cetraro (Cosenza). I fusti sarebbero 120, tutti pieni di rifiuti tossici [1].

Ci sono dei fusti. Fusti in metallo, ovviamente. Peccato, Ministro Prestigiacomo, che lo stivaggio di materiali in fusti metallici non fosse assolutamente in uso agli inizi del ‘900: all’epoca, tutto veniva stivato in barili di legno, tanto che le tabelle d’armamento, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, prevedevano che a bordo vi fosse almeno un mastro bottaio con alcuni aiutanti. Controlli, la prego.

Ci sono dei fusti nei pressi della “Città di Catania”? Approfondisca.

Altro capitolo che non ci convince riguarda le dichiarazioni della “Grande Silenziosa”, la Regia Mar…pardon, oggi Marina Militare Italiana:

Di certo i misteri che hanno sempre avvolto questa vicenda non lasciano sperare bene. Come aveva già confermato la Marina Militare, nella zona – siamo a venti miglia al largo di Cetraro (CS) – non ci sono relitti bellici né della prima né della seconda guerra mondiale. [2]

Ohibò, vuoi vedere che alla gloriosa Marina Italiana era sfuggita la povera “Città di Catania”? Oppure qualcuno se n’era scordato? Per di più: una nave che porta il nome della sua città natale… Insomma: furono oppure no affondate navi, per eventi bellici, nel mare di Cetraro? Controlli, la prego: se desidera, posso inviarle i riferimenti dell’Ufficio Storico della Marina, ma sono certo che lei già li possiede.

Se il mistero dei fusti e dei barili, più le incertezze della Marina, ancora non la convincono, le sottoponiamo la relazione stesa durante i primi rilevamenti:

L’epoca della costruzione della nave affondata, secondo quanto emerso dai primi rilievi, risalirebbe agli anni `60-´70. Secondo quanto riferito dal procuratore Bruno Giordano, infatti, non sarebbe visibile la bullonatura, il che indurrebbe a pensare che sia stata costruita in quegli anni. Il relitto è coperto da numerose reti da pesca [3].

Non vorremmo tediarla con inutili dissertazioni sulle costruzioni navali, ma vorremmo ricordarle – questa è Storia, non invenzioni – che le prime navi a non avere bulloni per collegare le lamiere alle ordinate furono le corazzate “tascabili” tedesche della classe Admiral Graf von Spee (più precisamente, Admiral Graf von Spee, Admiral Scheer e Deutschland, poi Lützow), le quali – dovendo sottostare ai limiti imposti dalle Conferenze Navali di Londra e Washington – non potevano dislocare più di 10.000 tonnellate.

I tedeschi, per risparmiare il peso dei bulloni, “inventarono” la saldatura della lamiere alle ordinate, il che consentì di costruire navi con cannoni di maggior calibro (280 mm) al posto dei 203 mm dei “classici” incrociatori pesanti da 10.000 tonnellate.

Tutto questo, per dirle che – come afferma il Procuratore di Paola – se la nave in questione non ha bulloni nello scafo, non può essere la “Città di Catania” (varata nel 1906, quando si “bullonava” sempre, da non confondere con l’omonima nave affondata in Adriatico durante il secondo conflitto mondiale), ma un’altra. Che la Kunsky sia solo un poco più in là? Perché chiudere così frettolosamente le indagini? “Caso chiuso”: così in fretta?

Rimane il mistero del Cesio 137 ritrovato nei molluschi [4], proprio in quel mare: siccome il Cesio 137 non si trova in natura, chi ce lo avrà messo? Lei ha un’idea? Che siano stati gli iraniani?

Le ricordo, infine, che le precedenti rilevazioni stabilirono che – nel mare di Cetraro – il SONAR aveva individuato ben sette “macchie scure”, che non indicano necessariamente una nave, ma che forniscono alte probabilità che lo siano. Ciò che insospettisce, è che la notizia fu pubblicata da AdnKronos e – proprio mentre scrivevo questo articolo – è sparita! Sì, ritirata dal circuito! Credo che, anche per lei, la cosa risulterà assai strana. Non vorremmo che, per correre dietro all’urgenza economica di garantire la pesca, per ovviare alle proteste dei pescatori e per tacitare chi fa “allarmismo”, aveste semplicemente scambiato una nave per un’altra. Capita. In fin dei conti, quel che conta è la verità mediatica: il resto…

Provi a rifletterci un poco; se mai, chieda lumi a Bertolaso ed alla Marina: vedrà che – con un poco di calma e di riflessione – tutto si chiarirà. Come sempre, in Italia.

Carlo Bertani

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/10/e-se-fosse-lolandese-volante.ht...

30.10.2009

[1] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/nave-veleni/trovata/tro...

[2] Ibidem.

[3] Fonte: Il Secolo XIX – 12 Settembre 2009.

[4] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/nave-veleni/risultato-i...

[Catania] sgombero violento per l’Experia: video + foto

autore: 
mk
image1: 
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Catania, sgombero violento per l’Experia

Catania, 30 ottobre – Poco fa (questa mattina all’alba, n.d.r.) la polizia ha sgomberato il centro popolare “Experia”, un vecchio cinema (di proprietà della Regione) che da diciassette anni costituiva uno dei pochi posti di aggregazione dei quartieri popolari catanesi. I ragazzi lo avevano ristrutturato completamente, trasformando il locale fatiscente nel centro propulsore di attività civili – doposcuola, giocoleria, sport, ecc. – che contrastavano efficacemente la presenza mafiosa nei quartieri, dove l’Experia costituiva una pochissime zone libere da boss e droga. Le forze dell’ordine sono arrivate all’alba, caricando con violenza e senza preavviso. Mi segnalano diversi ragazzi feriti. Lo sgombero è stato deciso dal dottor Serpotta, magistrato catanese non particolarmente distintosi nell’attività antimafia, e preceduto da una campagna di stampa di Alleanza Nazionale, che a Catania governa da anni coi risultati che conosciamo. E’ una giornata difficile per l’esile democrazia catanese e i giovani dell’Experia fanno appello alla solidarietà di tutti i democratici e gli antimafiosi.

Riccardo Orioles

il video dello sgombero: http://www.youtube.com/watch?v=PDxY-SGJ99w


http://www.altracitta.org/?p=9898

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FOTOGALLERY SGOMBERO
http://www.ucuntu.org/Foto-sgombero-Experia.html
http://www.ucuntu.org/Altre-foto-dello-sgombero.html

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Sgombero dell'Experia, l'analisi di Riccardo Orioles

di Riccardo Orioles - 30 ottobre 2009

Nel giro di ventiquattr'ore a Catania succede che: uno dei più stimati professori dell'università viene sorpreso a ricattare una studentessa; il giornale che proteggeva i cavalieri mafiosi si mobilita per discolparlo; la polizia massacra a manganellate i ragazzi dell'unico luogo d'incontro dei quartieri popolari, rei di fare antimafia e antidroga in mezzo al regno dei boss. Altro che Norimberga del Terzo Reich: le régime, c'est nous!
Sarà violenta Napoli, sarà cravattara Milano, sarà marpiona Roma, ma quello che trovi qui a Catania non lo trovi in nessun'altra città d'Italia.. Altro che Marrazzo e altro che Berlusconi: qua i vecchi bavosi li mettono direttamente a far scuola di vita all'università. “O me la dai o l'esame te lo scordi!”. E se quella reagisce, subito arriva l'altro vecchio bavoso (questo non professore ma pennaiuolo) e ti scatena una campagna che in confronto Feltri è un chierichetto. “Bottana! A quel povero professore! Proposte oscene e ribottanti, gli facesti!”.
E se invece di essere un vecchio bavoso sei una ragazza o un ragazzo normale, amante della vita, con voglia di fare sport, di cantare, ballare, stare allegro alla faccia dei boss? Prima o poi arriveranno le guardie a riempirti di legnate in testa e a chiuderti a suon di botte lo spazio sociale che hai faticosamente costruito in più dei quindici anni e che è l'unico spazio libero del tuo quartiere, l'unico in cui boss e spacciatori non possono mettere piede. Il che, nella città dei vecchi immafiositi e bavosi, è un gran reato. E pertanto, giù botte.
Come sono allegri e simpatici, i giovani di Catania. Potrebbero avere il paradiso in terra, e certe volte lo sanno. Potrebbero, se a comandare la loro città non fossero questi vecchi incartapecoriti e feroci, gocciolanti di bile, istintivamente nemici di tutto ciò che sia gioventù e divertimento. “Si deve soffrire, a Catania!”, sussurrano feroci. E giù bastonate, intrallazzi, a volte anche colpi di pistola.
* * *
Un “professore” come Elio Rossitto insegna regolarmente in questa università e ne è anzi una colonna. Un “giornalista” come Toni Zermo, che quindici anni fa aiutava i mafiosi a nascondere il delitto Fava, è ancora la principale firma dell'unico giornale della città. Bische, bordelli, spacci di cocaina, salotti-bene e benissimo, camere di compensazione degli appalti, mercati di carni umane d'ogni genere prosperano tranquillamente in questa città. I doposcuola dell'Experia, le giocolerie, le “officine popolari” di biciclette, quelle no, non possono essere tollerate, e vengono senz'altro distrutte d'autorità, chiuse con la fiamma ossidrica, murate col cemento.
“Anche voi poliziotti avete figli e fratelli qui nel quartiere...”. “Io, che ho imparato lo sport al Gapa e adesso l'insegnavo ai ragazzini qui all'Experia...”. “Non avete nemmeno portato un'ordinanza, non è legale...”. “I quartieri hanno bisogno di sport e di giochi, non di violenza”. Seri e civili, i poveri di Catania, gli “estremisti arrabbiati” espongono le ragioni della civiltà contro i padroni della città. Non lasciateli soli.

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/21124/48/

Dell'Utri incontrerà il suo accusatore i giudici decidono di ascoltare Spatuzza

Dell'utri mafioso fascista

PALERMO - Marcello Dell'Utri ascolterà dalla viva voce del pentito Gasparre Spatuzza le accuse nei suoi confronti. I giudici della corte d'Appello di Palermo, che stanno processando il senatore del Pdl per concorso esterno in associazione mafiosa, hanno infatti deciso di accogliere la richiesta del pg Nino Gatto e ascoltare le accuse del collaboratore di giustizia, che ha indicato Dell'Utri e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi come i referenti politici di Cosa nostra dopo le stragi del '92. Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso a Radio Radicale ha rivelato che Spatuzza è "parzialmente ammesso al programma di protezione".

I magistrati hanno sospeso la discussione - ormai giunta alle battute finali, la pubblica accusa avrebbe dovuto formulare la richiesta di pena - e hanno stabilito che l'esame del collaboratore è rilevante e assolutamente necessario ai fini del verdetto. I giudici decideranno solo dopo avere sentito il pentito se citare sul banco dei testimoni, come sollecitato dal procuratore generale, i tre capi mafia Giuseppe e Filippo Graviano e Cosimo Lo Nigro. Il processo è stato rinviato al 6 novembre, data in cui verrà stabilito il calendario delle audizioni di Spatuzza.

Il provvedimento segue il deposito, da parte del procuratore generale, di un verbale di interrogatorio reso dal collaboratore di giustizia il 6 ottobre scorso ai pm di Palermo. Il pentito ha raccontato di avere appreso la circostanza da Giuseppe Graviano, in due diversi incontri a cui avrebbe partecipato anche il boss Cosimo Lo Nigro. Dai colloqui prima col capomafia, poi col fratello Filippo, quest'ultimo visto in carcere nel 2003, Spatuzza dedusse che tra Cosa nostra e lo Stato era in corso una trattativa e che i referenti politici dei boss fossero proprio Dell'Utri e Berlusconi.

I legali del senatore del Pdl si sono opposti alla riapertura dell'istruttoria e alla sospensione della discussione. "Si cerca di far dire al collaborante Gaspare Spatuzza il none di Marcello Dell'Utri", sostiene l'avvocato Alessandro Sammarco, uno dei legali del senatore del Pdl.

La Corte, che ha ritenuto assolutamente rilevante per il giudizio l'esame del pentito, ha però disposto che il procuratore generale depositi le dichiarazioni rese da Spatuzza su Dell'Utri non solo ai magistrati di Palermo ma anche a quelli di Caltanissetta. Il collaboratore, dunque, verrà esaminato sul contenuto di tutti gli interrogatori a cui è stato sottoposto sul senatore del Pdl.

Era stata la difesa dell'imputato a chiedere che, qualora i giudici avessero deciso di sospendere la discussione del processo e chiamare a deporre Spatuzza, l'esame non si fosse limitato alle sole dichiarazione rese alla Dda del capoluogo, ma anche a quelle fornite ai magistrati nisseni e fiorentini. In relazione ai verbali della Dda di Firenze, però, la Corte si è riservata la decisione di chiederne il deposito in quanto "al momento i contenuti noti sono vaghi e non è possibile stabilirne la rilevanza".

"La corte ha ritenuto di approfondire l'argomento e sentire Spatuzza. I giudici hanno un'ampia discrezionalità e quindi avevamo messo nel conto questa decisione anche se per noi le dichiarazioni di Spatuzza sono assolutamente inconducenti e non provate", ha detto l'avvocato Giuseppe Di Peri, legale di Marcello Dell'Utri. "Dobbiamo sentire Spatuzza e poi vedremo - ha spiegato - I verbali saranno adesso a disposizione delle parti. Su quelli Spatuzza sarà esaminato. I tempi non credo che si allungheranno tantissimo".

INCHIESTA MEDIASET: MILLS CITATO COME TESTE IL 19 NOVEMBRE

MILANO, 29 OTT - L’avvocato David Mills, per il quale nei giorni scorsi è stata confermata la condanna a quattro anni e sei mesi per corruzione giudiziaria è stato citato come testimone per l’udienza del 19 novembre nel processo che vede imputato con l’accusa di riciclaggio il deputato del Pdl Massimo Maria Berruti nell’ambito del procedimento su presunte irregolarità nella compravendita di diritti televisivi da parte di Mediaset. Mills era stato citato per oggi dalla difesa di Berruti ma, tramite il suoi legale, ha fatto sapere di non aver ricevuto l’atto di citazione. Da qui il rinvio dell’udienza.

INCHIESTA MEDIASET: MILLS CITATO COME TESTE IL 19 NOVEMBRE (2)
MILANO
(ANSA) - MILANO, 29 OTT - A quanto si è appreso, Mills, tramite il suo legale, ha fatto sapere di aver sì ricevuto l’atto di citazione ma di essere impossibilitato a presenziare all’udienza di oggi. Il tribunale ha, pertanto, disposto una nuova citazione. Ancora non si sa se il legale inglese ha intenzione o meno di deporre nel processo a carico di Massimo Maria Berruti.

Nave dei veleni: "Non c'è radioattività, il caso di Cetraro è chiuso"

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ROMA - La nave sul fondale di Cetraro, in provincia di Cosenza, non è la "nave dei veleni" che si cercava ma una nave passeggeri, la Catania, affondata durante le prima guerra mondiale, nel 1917. Lo ha annunciato il ministro dell'ambiente Stefania Prestigiacomo in conferenza stampa con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.

Fino a 300 metri di profondità e per un raggio di 7 chilometri sono da "escludere tracce di contaminazione radioattiva", ha detto Grasso nella sede della Direzione nazionale antimafia di via Giulia. Il procuratore ha aggiunto che si possono dare "le prime rassicurazioni" sugli esiti degli accertamenti compiuti dalla nave inviata dal ministero, la Mare Oceano, per effettuare dei prelievi. "Ma certo - ha aggiunto - queste rassicurazioni non possono bastare per rassicurare la popolazione calabrese, quella italiana, e i turisti che così numerosi vengono in questa regione". Grasso ha aggiunto che il suo ufficio "darà impulso ad ulteriori indagini e anche a quelle già esistenti ma è necessario recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella magistratura".

Il caso di Cetraro è quindi "chiuso ma quello dell'inquinamento, in generale, della Calabria é sempre aperto", ha annunciato Grasso. "Serve certo un programma organico di interventi, per la Calabria, per accertare se vi è necessità di bonifiche alle quali procedere con risorse adeguate".

Il procuratore ha sottolineato che finora "si è certamente causata una vittima: l'area di Cetraro e la Calabria. Perché gli operatori turistici guardano con timore alla prossima stagione, perché la popolazione si sente in pericolo temendo per le condizioni di salute, perché i pescatori hanno smesso di pescare".

"Vicende come queste vanno seguite con più prudenza e responsabilità", ha detto Prestigiacomo. "Abbiamo registrato un tentativo di soffiare su questa vicenda da parte di chi, amministratori e sindaci, avrebbero dovuto agire con più cautela - ha aggiunto -.Oggi è giusto rassicurare al più presto l'opinione pubblica e la popolazione calabrese".

Grasso all'Antimafia "Mangano trattò a nome di Cosa Nostra"

Berlusconi: "Mangano eroe"

La trattativa fra mafia e Stato proseguì anche nel 1993, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. «Lo stesso Giovanni Brusca ha riferito di una missione affidata a Vittorio Mangano per potersi mettere in contatto con sue vecchie conoscenze al Nord». A rivelarlo è stato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che ieri è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia sulla presunta trattativa che Cosa Nostra intavolò con parti dello Stato a cavallo delle stragi mafiose del 1992-1993. E secondo Grasso la missione affidata a Vittorio Mangano, ai tempi reggente della famiglia mafiosa di Porta Nuova dopo anni trascorsi alla corte di Silvio Berlusconi in qualità (ufficialmente) di stalliere tuttofare nella villa di Arcore, va contestualizzata in quella stagione che nell’autunno del1993 su iniziativa di Leoluca Bagarella portò alla creazione del movimento politico “Sicilia Libera”: «Come ha raccontato il collaboratore di giustizia Tullio Cannella, che era stato incaricato di organizzare il movimento politico - ha proseguito Grasso - l’idea era quello di creare un partito in proprio per evitare di farsi prendere in giro dai politici come in passato accaduto a Totò Riina ». Un progetto che ebbe vita breve, ha ricordato Grasso, «abbandonata questa iniziativa si arriva agli eventi noti che portano alle elezioni del 1994 e quindi alla fase attuale».

Frasi che aprono nuovi scenari, specie se lette in relazioni alle ultime rivelazioni fatte dal pentito Gaspare Spatuzza (cui lo stesso Grasso ieri ha fatto un veloce riferimento) e anticipate dal sostituto procuratore generale di Palermo Antonino Gatto nel corso del processo d’appello a carico di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. «Giuseppe Graviano - ha raccontato Spatuzza ricordando una chiacchierata fatta a Milano nel gennaio del 1994 col boss palermitano a proposito di una presunta trattativa - era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “cristi” dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”». Dopo quell’incontro, ha raccontato Spatuzza, Cosa Nostra diede il via libera per l’attentato (poi fallito) che il 24 gennaio del 2004 allo Stadio Olimpico avrebbe dovuto causare la morte di decine di carabinieri. Una strage, ha proseguito Spatuzza, che sarebbe dovuta servire a “riscaldare” il clima della trattativa.

TRATTATIVA E STRAGI
Ma davanti ai membri della commissione parlamentare antimafia Piero Grasso ha parlato anche della accelerazione impressa dai boss mafiosi alla strategia stragista. Una anomalia, ha spiegato, anche nei modi in cui vennero compiuti gli attentati. «Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra - ha spiegato Grasso - Rimane però il sospetto che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia». Che progettava di uccidere Falcone a Roma dove spesso si muoveva senza scorta e minori erano le misure di sicurezza («Riina inviò nella capitale un commando che doveva occuparsi dell’eliminazione del magistrato, di Maurizio Costanzo, dell’onorevole Martelli e di Andrea Barbato - ha spiegato il procuratore nazionale -ma poi fu proprio Riina a bloccare tutto perché, disse, “si era trovato qualcosa di meglio”») ma che invece optò per l’attentatuni facendo saltare in aria un tratto autostradale con 500 chili di tritolo con una azione «chiaramente stragista ed eversiva». «Chi ha indicato a Riina queste modalità?», si è chiesto Grasso. «Finché non si risponderà a questa domanda - ha proseguito - sarà difficile un effettivo accertamento della verità».

Massoneria: scoperta loggia deviata nel messinese, 6 indagati

Messina. Le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia fanno scoprire una loggia massonica 'deviata' e chiaramente non censita a Barcellona P.G...

...nel messiense, che operava da circa 5 anni.
Della loggia 'Ausonia', con sede nella centrale piazza Marconi, fanno parte medici, funzionari, docenti e altri professionisti. Sei gli indagati, ad iniziare dal Gran Maestro Carmelo La Rosa, medico.
L'ipotesi di reato e la violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. L'inchiesta e' stata condotta dalla Squadra mobile di Barcellona su disposizione dei sostituti procuratori della Dda, Giuseppe Verzera e Angelo Cavallo.
Nel tempio perquisito dalla Polizia sono stati trovati i registri con gli iscritti alla loggia. Decine di persone tra professionisti, funzionari e insospettabili. E le indicazioni sulle altre strutture sorelle.
Secondo gli investigatori, la loggia non censita, attiva da circa 5 anni, avrebbe condizionato la vita politica ed amministrativa di Barcellona, gestendo appalti pubblici, assunzioni e condizionando altri rapporti. Ritrovati nel tempio gli arredi e i simboli della massonera.
L'indagine e' scaturita dall'operazione antimafia 'Sistema', che all'inizio dell'anno ha portato all'arresto del ghota mafioso di Barcellona: da Giuseppe D'Amico, reggente dello storico boss Giuseppe Gullotti, e i due capi bastone di Santa Lucia del Mela, Pietro Nicola Mazzagatti, a capo degli ''scozzesi'' e Carmelo Bisognano di Mazzara' Sant'Andrea. A indicare l'esistenza dela loggia deviata e' stato Maurizio Marchetta, l'imprenditore edile ed ex presidente del consiglio di Barcellona, indagato e poi assolto dalle accuse di essere colluso con la mafia, che nel febbraio scorso ha deciso di collaborare con la giustizia.

Caso Mills, la Corte d'appello conferma la sentenza di condanna

I giudici della seconda sezione della Corte d'Appello di Milano hanno confermato la condanna a 4 anni e mezzo per il legale inglese David Mills imputato di corruzione in atti giudiziari. Mills, come in primo grado, è stato ritenuto colpevole di aver ricevuto 600 mila dollari per testimoniare il falso in due processi a carico di Silvio Berlusconi, quello su 'All Iberian' e quello sulle tangenti ad uomini della Guardia di Finanza.

«È una decisione che mette a dura prova la buona fede dello stato di diritto». Così Alessio Lanzi, uno dei difensori di David Mills, commenta la sentenza. «Il mio non può che essere un commento amaro - aggiunge Lanzi - noi comunque andremo in Cassazione, ma quelle di oggi sono decisioni che fanno riflettere e che piacciono».

I giudici della seconda sezione della Corte d'appello di Milano hanno confermato anche il risarcimento alla presidenza del consiglio, costituitasi parte civile, pari a 250 mila euro. Nello stesso processo era imputato anche Silvio Berlusconi ma la posizione del premier era stata stralciata in conseguenza del lodo Alfano, riguardante le più alte cariche dello Stato e il dibattimento a suo carico era stato sospeso. Dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della consulta, il dibattimento a carico di Berlusconi ricomincerà, anche se davanti a un altro collegio rispetto a quello presieduto da Nicoletta Gandus, che aveva condannato Mills. Questo collegio, infatti, è incompatibile, e di conseguenza si dovrà tenere una apposita udienza nella quale i giudici presieduti da Gandus si spoglieranno del processo che sarà assegnato ad altri giudici. Difficile prevedere i tempi entro i quali ricomincerà il dibattimento per il premier.

La difesa di Mills ha sostenuto fino all'ultimo che quel versamento di 600mila dollari non è mai esistito. Altro terreno di scontro è stata la prescrizione: per il sostituto Pg Laura Bertolè Viale, il «momento consumativo» del reato è da collocarsi nel febbraio del 2000, quando la somma entrò nella disponibilità di Mills. In questo caso la prescrizione cadrebbe nel 2010. Per la difesa, che ha chiesto comunque l'assoluzione, il reato, se accaduto, si sarebbe consumato in una fase precedente alle dichiarazioni di Mills del '97-'98 e sarebbe, quindi, «abbondantemente prescritto».

Nei giorni scorsi, Mills in un'intervista, aveva detto: «Sarebbe illogico che uno sia condannato e l'altro assolto; uno colpevole e l'altro innocente. Siccome io so che il dottor Berlusconi non c'entra assolutamente niente in questa cosa, non vedo come possa essere condannato».

L'Unità

Il Tempo - “Calcestruzzi spa” - Domenico Bonifaci - Gardini tutto da rifare

Riparte l’inchiesta sulla morte del patron della Calcestruzzi.
E la pista mafia-appalti dietro le stragi

di Anna Petrozzi

Ricominciare da zero. E’ quello che dovranno fare gli investigatori della Dia di Caltanissetta che hanno ricevuto il mandato della Procura per indagare ancora una volta sulla morte di Raul Gardini, il magnate della Ferruzzi morto con un colpo di Walter Pkk alla tempia la mattina del 23 luglio 1993. Si parlò immediatamente di suicidio e ogni altra ipotesi venne scartata.
Oggi invece verrà rimessa in discussione l’intera vicenda a partire proprio dal decesso.
Già la moglie dell’imprenditore Idina Ferruzzi aveva avanzato dubbi sulla drammatica scelta del consorte, e persino il bigliettino ritrovato sul comodino dell’imprenditore su cui erano scritti i nomi dei propri cari seguiti da un semplice grazie non sembra più essere così convincente. Ancor meno il fatto che la pistola esplose due colpi, un po’ improbabile per un suicidio. Per questo la Procura ha ordinato che vengano svolte tutte le perizie balistiche del caso ricorrendo soprattutto alle nuove tecnologie allora non esistenti.
Secondo la ricostruzione quella mattina Raul Gardini, ribattezzato anche “il corsaro” perché con il suo “Moro di Venezia” aveva fatto appassionare milioni di italiani alle regate di vela, si era svegliato di buon’ora. Quando il maggiordomo Franco Brunetti, che è anche l’ultimo a vederlo in vita, gli serve la colazione e gli porta i quotidiani nella saletta adiacente la sua camera da letto sono le 7. Verso le 8,30 uno dei suoi avvocati, Giovanni Maria Flick, lo cerca al telefono, il maggiordomo inoltra la chiamata, ma non ottiene nessuna risposta. Insospettito si precipita in camera da letto e trova Gardini riverso sulle lenzuola con il volto pieno di sangue. Corre in bagno e con gli asciugamani cerca di tamponargli le tempie, gli sembra ancora vivo. Chiama l’ambulanza che arriva qualche minuto dopo ma la corsa verso l’ospedale si rivelerà inutile.
Cosa è accaduto in quell’ora e mezza?
L’ipotesi più accreditata in questi 13 anni racconta che probabilmente quel mattino Gardini rimase scioccato leggendo una pagina di Repubblica che, anticipando un servizio del settimanale Il Mondo, titolava: “Tangenti, Garofano accusa Gardini”. E si è ucciso.
Siamo in piena Tangentopoli e da una settimana Giuseppe Garofano, presidente della Montedison, è in carcere. L’azienda di proprietà della famiglia Ferruzzi si trova sull’orlo del fallimento a causa della spericolata gestione di Gardini, tanto che viene estromesso dagli affari e sostituito proprio da Garofano e dal cognato Carlo Sama. Garofano, soprannominato il Cardinale per i suoi contatti con l’Opus Dei, è un uomo molto potente. In un primo momento, quando le inchieste del pool di Mani pulite di Milano raggiungono la Montedison, si rifugia all’estero, ma nel giro di sei mesi capisce che gli conviene far rientro in Italia e collaborare con i magistrati.
La Montedison ha un debito di 31.000 miliardi dovuto al fallimento della joint-venture con l’Eni che aveva la pretesa di creare uno tra i più grandi colossi del mondo nel campo della chimica: l’Enimont. Costituita nel 1988 con l’assenso del Governo di allora guidato da Ciriaco De Mita era partecipata per il 40% dalla Montedison e per il 40% dall’Eni, l’azienda di Stato. Il restante 20% veniva invece collocato in Borsa in modo da rimanere flottante sul mercato. L’accordo prevedeva che entrambe facessero confluire nella nuova creatura le loro attività nel settore chimico. Per ragioni contabili però Gardini si trova a sborsare una cifra da capogiro in tasse, qualcosa come 800 miliardi, quindi chiede al Governo che intervenga con una defiscalizzazione, ma il decreto non viene convertito in legge e verrà ripresentato altre due volte.
Nel dicembre del 1989 la Borsa si accorge che qualcuno sta cercando di rastrellare il 20% delle azioni flottanti. Da lì a breve si scoprirà che era stato lo stesso Gardini a dare la scalata al gruppo, tramite due fidati finanzieri: Gianni Ravasi e Jean Marc Vernes, per poi presentarsi alla fine di febbraio in posizione di maggioranza e chiedere un aumento del capitale di 1000 miliardi.
Il “corsaro” è convinto di aver assestato un colpo da maestro tanto che arriverà a dichiarare: “La chimica sono io”, ma aveva sottovalutato l’influenza dei partiti che non avevano nessuna intenzione di consegnare la chimica italiana in mano a privati. Gabriele Cagliari, il presidente dell’Eni, invece, sa fare bene i suoi conti e non solo si oppone all’aumento di capitale, ma chiede di compare le azioni Enimont in mano a Gardini. Vista la forte spaccatura, il ministro delle partecipazioni statali Franco Piga decide che venga fissato un prezzo per le quote Enimont e lascia a Gardini la possibilità di vendere o comprare l’intero pacchetto. Il patron della Montedison ha le spalle coperte, le sue garanzie arrivano fino in America e vuole comprare. Ma su richiesta dell’Eni il presidente Vicario del Tribunale di Milano Diego Curtò firma un “fermo provvisorio” di tutti i titoli Enimont, un provvedimento nemmeno previsto dal codice e nomina custode giudiziale Vincenzo Palladino, acerrimo nemico di Gardini. Entrambi verranno poi processati e condannati per aver intascato tangenti.
Con la guerra nel golfo e la crisi petrolifera Enimont perde 90 miliardi al mese, un indebitamento che mentre l’Eni può sopportare, la Montedison no. Non resta che vendere. Eni accetta la proposta di acquisto-vendita con una maggiorazione sul prezzo però di 600 miliardi.
Una tale supervalutazione ingenera velocemente il sospetto che vi sia celata l’esistenza di una maxi-tangente.
Ad investigare sulla questione c’è il pm Francesco Greco del pool milanese che, mentre sta cercando di ricostruire l’impero delle società off-shore del gruppo Ferruzzi, scopre che la Montedison ha creato fondi neri per almeno 140 miliardi di lire grazie ad una operazione immobiliare con il costruttore Domenico Bonifaci.
Garofano racconta che Gardini gli aveva spiegato la necessità di disporre di conti extracontabili poiché doveva rispettare gli accordi assunti con i vertici dei vari partiti in merito alla questione Enimont. A recuperare l’ingente somma era stato Sergio Cusani, finanziere dai contatti importanti e uomo di fiducia di Gardini. Il denaro era però in Bot e Cct e doveva essere riciclato in qualche modo grazie alla compiacenza di banche amiche. Cusani ha un amico che fa proprio al caso suo. Luigi Bisignani, infatti, tessera P2, gode anche di ottime entrature presso un alto dirigente dello Ior, monsignor Donato De Bonis, cui si rivolge, e ottiene di cambiare i titoli in contanti e di girarne il controvalore su conti esteri.
Non tutti miliardi però passano per il Vaticano, “solo” 93. Il resto, secondo la ricostruzione dei magistrati che istruiranno il processo per quella che passerà alla storia come la maxi tangente Enimont, è stato sparpagliato in mille rivoli e soprattutto nelle tasche di politici di primo piano come Craxi cui furono contestati 11 miliardi, Citaristi e Forlani 8 miliardi, Pomicino 5,5 miliardi, Martelli 500 milioni, La Malfa 500 milioni, Bossi 200 milioni e così via a scendere…
Ne aveva parecchie, quindi, di storie da raccontare Garofano, e Gardini certo non si trovava in una bella posizione, ma per quanto grave fosse il problema, chi lo conosceva sostiene che l’avrebbe affrontato. Infatti aveva trascorso il giorno precedente con i suoi avvocati per definire la deposizione che avrebbe reso davanti ai giudici cui aveva chiesto di essere sentito proprio quella mattina. Se non ci arrivò per volontà sua o se non ce lo fecero arrivare lo stabiliranno le nuove indagini.
Il filone dell’inchiesta però, che si propone di non trascurare alcun dettaglio, non riguarderà solo il vorticoso giro di tangenti che aveva inghiottito la Milano da bere, ma anche e soprattutto le relazioni pericolose che Gardini, tramite Lorenzo Panzavolta, aveva intrattenuto con alcune delle famiglie mafiose più potenti della Palermo “bellissima e disgraziata”.
Sono stati per primi i collaboratori di giustizia ad indicare tra i moventi del possibile suicidio anche l’onta che avrebbe potuto subire l’intera famiglia Ferruzzi se fossero emersi gli affari sporchi con la mafia. Una vergogna che Gardini non avrebbe potuto tollerare, anche perché mai come nel 1993 Cosa Nostra, dopo il dramma delle stragi, era l’emblema di tutti i mali.
Secondo il collaboratore di giustizia Angelo Siino, l’ormai noto “ministro dei lavori pubblici di Riina”, la famiglia Ferruzzi era entrata in contatto con la mafia siciliana quando, nel 1987, venne trafugata dal cimitero di Ravenna la salma del patriarca Serafino Ferruzzi. Per cercare di recuperarla Gardini si rivolse alla famiglia Buscemi, storica reggente del mandamento di Passo di Rigano. Benché la ricerca fosse fallita Gardini si mise a disposizione per favorire aggiustamenti processuali sfruttando le sue amicizie politiche.
Buscemi infatti, sempre a detta di Siino, aveva riferito a Riina che non solo Gardini avrebbe portato soldi con le sue aziende, ma anche nuovi e utili contatti politici. Un’informazione fondamentale per il capo di Cosa Nostra proprio in quegli anni in cui si erano fortemente deteriorati i rapporti con i referenti della Dc di Lima e Andreotti e che ora guardava con interesse alla politica garantista del Psi.
La Calcestruzzi spa, guidata da Panzavolta, era l’azienda leader italiana delle opere pubbliche e grazie all’alleanza con i Buscemi che possedevano un’omonima Calcestruzzi, erano riusciti ad ottenere un vero e proprio monopolio nella fornitura di cemento nell’isola. Non solo; l’azienda dei Ferruzzi si era inserita a pieno titolo nel sistema tangentizio siciliano del tutto simile a quello nordico, ma con un ingrediente in più: Cosa Nostra. Cioè oltre ai politici e agli imprenditori, a spartirsi la torta in Sicilia c’erano anche i mafiosi che da un ruolo inizialmente parassitario riescono a compiere un salto di qualità entrando in quel meccanismo che condiziona e dirige l’assegnazione degli appalti sin dalle fasi iniziali.
Ovviamente pecunia non olet e nessuna delle grandi imprese del Nord si è scandalizzata per la compartecipazione del nuovo “socio”. Del resto nessuno può interferire sul territorio se non con l’autorizzazione di Cosa Nostra.
Quando nel 1984 viene spiccato un mandato di cattura ai danni dei Buscemi con il rischio del sequestro dei beni, la famiglia mafiosa chiede aiuto a Panzavolta rappresentato in Sicilia da Giovanni Bini e la Calcestruzzi siciliana viene assorbita dalla sorella ravennate che ne acquista fittizziamente le quote.
Scrivono i magistrati palermitani che si sono occupati delle indagini: “Gardini e Panzavolta ben sapevano di legare le loro sorti a quelle di soggetti di cui conoscevano l’influenza e il carisma nel contesto mafioso palermitano e anzi ritenendo proprio per questo di potere più facilmente introdursi nel difficile mercato siciliano”. In realtà racconterà poi Sergio Cusani, quando Gardini comprese il gioco di Panzavolta cercò di uscirne vendendo la Calcestruzzi, ma il Panzavolta forte dell’antico rapporto che lo legava al patriarca Serafino Ferruzzi glielo impedì.
Dall’altra parte Cosa Nostra aveva due esigenze fondamentali strettamente connesse tra di loro. Investire e guadagnare denaro e trovare in continuazione interlocutori a livello politico e imprenditoriale. E il sistema d’u tavulinu le garantiva entrambe.
Riina e ancor di più il suo inseparabile gemello corleonese al potere: Provenzano avevano quindi ben pensato di sfruttare appieno l’occasione. Suddividendo i compiti. A Siino che aveva fatto sino a quel momento da collettore delle tangenti venne ordinato di occuparsi degli appalti fino a 5 miliardi, mentre per quelli più grossi i due boss di Cosa Nostra avevano scelto un personaggio di eccezione: Pino Lipari. Geometra dell’Anas, ben introdotto negli ambienti palermitani ed esperto consiglieri d’u Zu Binu. Non solo; il collaboratore Nino Giuffré ha spiegato con precisione che i contatti con il mondo politico-imprenditoriale erano da sempre nelle mani del Provenzano il quale, avendo fatto tesoro degli errori del compare, si muoveva seguendo una strategia più prudente e più raffinata e valida a lungo termine e ad ampio raggio.
Gli appalti dunque rappresentavano il fulcro di un sistema di potere di cui Cosa Nostra era parte integrante e che soprattutto andava ben oltre la Sicilia.
Ad intuirlo prima di tutti Giovanni Falcone che quando apprese che Gardini aveva quotato le sue azioni sul mercato disse semplicemente: “La mafia è entrata in borsa”.
Nonostante in quegli anni il giudice viva isolato all’interno di una procura ostile, coordina con il Ros un’indagine aperta nel 1989 proprio su mafia-appalti che consegnerà prima di trasferirsi a Roma presso l’Ufficio affari penali. Il dossier giace nel cassetto di Giammanco per più di un mese per essere poi ripreso da Paolo Borsellino durante gli ultimi giorni della sua vita spesi disperatamente a far luce su moventi, mandanti ed esecutori dell’assassinio dell’amico.
L’anno seguente, nel 1993, il pool di Milano guidato da Saverio Borrelli e il pool di Palermo guidato da Gian Carlo Caselli si incontrano per verificare se ci siano delle convergenze tra tangentopoli e mafiopoli visto che una buona parte delle aziende indagate a Milano hanno filiali in Sicilia.
Una pista, questa degli appalti, che torna oggi alla ribalta non solo per fare finalmente luce sulla morte di Gardini, ma anche perché gli inquirenti, dopo anni di archiviazioni la ritengono quella più probabile per individuare i mandanti esterni delle stragi in cui morirono Falcone e Borsellino. Entrambi infatti avevano concentrato i loro ultimi sforzi sulla connessione tra mafia, politica e imprenditoria, quel grumo di potere che ha arricchito a dismisura corrotti, corruttori e assassini e che ha unito Milano e Palermo come niente mai.
Pensare di poter considerare Cosa Nostra solo come una congrega di criminali che ha cercato di mettere in ginocchio lo Stato a suon di bombe per perseguire unicamente i suoi fini significa voler ignorare la potenza che aveva raggiunto già vent’anni fa e pretendere di ignorare quella di cui dispone ancora oggi, chissà con quanti altri Gardini.
Nino Giuffré, come tanti altri collaboratori di primo piano, ha fornito elementi molto importanti in questo senso. Spiegò infatti che prima delle stragi Cosa Nostra aveva effettuato una sorta di sondaggio negli ambienti ad essa attigui per “tastare il polso” a imprenditoria, politica e massoneria e calcolare vantaggi e svantaggi. Precisò poi che mentre la strage Falcone fu organizzata da Riina, per quella di Borsellino ci pensò Provenzano in persona: lui aveva i contatti, lui li aveva ereditati e mantenuti dalla morte di Bontade in poi. Ora che il grande boss è stato preso, un altro o altri, i suoi consiglieri dal volto pulito, continueranno a gestire gli enormi guadagni che Cosa Nostra ha investito nelle tante imprese apparentemente pulite e lecite che oggi come allora riciclano e reinvestono i grandi soldi sporchi per via di tutti quei canali illegali che la moderna tecnologia offre con maggior generosità rispetto ai brillanti anni Ottanta.

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Nuova inchiesta per la Calcestruzzi spa

Il nome della “Calcestruzzi spa” emerse la prima volta in un pizzino sequestrato a Luigi Ilardo nel 1995 dal quale si scoprì che Bernardo Provenzano era “attento alle sorti” dell’azienda.
La Calcestruzzi torna nuovamente alla ribalta in seguito ad una inchiesta su mafia e appalti che avrebbe indotto la Procura di Caltanissetta a sequestrare gli impianti di Gela e Riesi che fanno capo al gruppo Italcementi. Secondo l’accusa Salvatore Paterna, impiegato della Calcestruzzi spa di Riesi, Giuseppe Ferraro, proprietario della cava “Billiemi”, e Giuseppe Giovanni Laurino “u Gracciato” devono rispondere di associazione mafiosa e falso in bilancio. Avrebbero imposto a mezza Sicilia la fornitura di calcestruzzo. A curare gli interessi di Cosa Nostra era Giuseppe Giovanni Laurino rimasto coinvolto nell’operazione “Odessa”. A raccogliere il testimone sarebbe stato Giuseppe Ferraro al quale era stata intestata fittiziamente la cava. Il dispositivo di custodia cautelare nei loro confronti è stato emesso dal gip del Tribunale di Caltanissetta Giovanbattista Tona su richiesta del procuratore aggiunto Renato Di Natale e dei sostituti Nicolò Marino, Rocco Liguri e Alessandro Picchi. E’ finito in cella anche Fausto Volante, il dirigente per il sud Italia della Calcestruzzi con l’accusa di aver veicolato la cessione di una cava ad un prestanome. La “Calcestruzzi spa” ha sottolineato la sua estraneità alla vicenda. M.L.

ANTIMAFIADuemila N°50

Le inchieste sulle stragi si concentrano sui reparti speciali dei carabinieri

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PALERMO - Con il "papello" nelle mani dei procuratori siciliani le indagini sulle stragi e sulla "trattativa" si stringono sui reparti speciali dei carabinieri. Su tutta la "catena di comando" dei Ros. Colonnelli, generali, maggiori, capitani. Sono sott'accusa, sono sospettati. Per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina nel 1993. Per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Per i patti e i ricatti fatti fra il massacro di Capaci e quello di Via D'Amelio nel 1992. Per le rivelazioni della vedova di Paolo Borsellino nell'agosto del 2009: "Mio marito mi ha detto che il generale Subranni era punciutu". Letteralmente significa affiliato a Cosa Nostra, probabilmente il procuratore ucciso voleva indicare una certa spregiudicatezza investigativa che prevedeva sempre negoziazioni con i boss.
La deposizione di Agnese Borsellino è stata secretata ma da ieri si rincorrono voci su nuovi "avvisati" alla procura di Caltanissetta, in particolare voci sul generale Subranni. Qualcuno parla di un "atto dovuto" dopo le dichiarazioni della vedova Borsellino, qualcun altro - anche se la notizia è ufficialmente smentita - racconta che l'alto ufficiale sarebbe stato già indagato per favoreggiamento.
Il generale Antonino Subranni, diciassette anni fa era il comandante dei Ros ed era il diretto superiore del colonnello Mario Mori, l'ufficiale - poi diventato capo dei servizi segreti nel penultimo governo Berlusconi - che oggi è a processo a Palermo (con il colonnello Mauro Obinu) per avere favorito Provenzano in una latitanza lunga quarantatré anni. Nello stesso procedimento è ancora sub iudice anche Subranni, già indagato per favoreggiamento aggravato. Per lui il sostituto procuratore Nino Di Matteo ha chiesto l'archiviazione, il fascicolo è ancora sulla scrivania del giudice per le indagini preliminari.
Sono i Ros più di ogni altro soggetto istituzionale o apparato poliziesco i protagonisti di quella stagione fra stragi e mercanteggiamenti, colloqui riservati, contrattazioni. È il capitano Giuseppe De Donno - ma lui nega e annuncia querela - che viene citato dall'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli come l'ufficiale che avvicina il direttore degli Affari penali Liliana Ferraro per dirle che "Ciancimino sta collaborando". È sempre De Donno con il colonnello Mori che incontrano più volte don Vito per trattare con Totò Riina e, secondo Massimo Ciancimino, visionano il "papello". È sempre Mori, secondo l'ex presidente della commissione parlamentare Luciano Violante, che vuole perfezionare un patto "politico" con Ciancimino. È sempre il generale Subranni, secondo ancora Massimo Ciancimino, "che in un primo momento era il referente capo" di De Donno e di Mori. Un elenco interminabile di incontri e di abboccamenti, tutti finalizzati alla "trattativa" con i Corleonesi alla vigilia dell'uccisione di Borsellino.
Le domande, diciassette anni dopo, sono poche e precise. I Ros hanno agito autonomamente? Hanno trattato per loro conto con Totò Riina? Hanno ricevuto un mandato politico o si sono abbandonati a scorribande sbirresche? "Mio padre mi ha detto che quegli ufficiali erano accreditati da Mancino e Rognoni", dichiara a verbale Massimo Ciancimino. Nicola Mancino, che al tempo era ministro degli Interni, da mesi smentisce ogni trattativa. Virginio Rognoni, che al tempo era ministro della Difesa, dice che non "ha mai saputo nulla". L'inchiesta di Palermo riparte da questi passaggi, da questi sospetti. Chi ha "autorizzato" la trattativa con il capo dei capi di Cosa Nostra?
E riparte proprio nel giorno della discovery del "papello" di Totò Riina, le 12 richieste che il boss ha presentato allo Stato per fermare le stragi. La copia del documento è in una cassaforte della procura palermitana, all'inizio della prossima settimana da una cassetta di sicurezza custodita in una banca del Liechtenstein arriverà in Sicilia probabilmente anche il "papello" originale.
Solo allora i magistrati ordineranno una perizia grafica per vedere chi ha materialmente scritto quelle richieste dettate da Totò Riina. I primi sospetti si stanno allungando su uno dei figli del boss di Corleone. E sul fidato Antonino Cinà, il mafioso più vicino a Riina in quell'estate del 1992.

La prossima settimana forse arriveranno a Palermo anche le registrazioni - altra promessa di Massimo Ciancimino - dei colloqui avvenuti fra don Vito e il colonnello Mori e il capitano De Donno durante la "trattativa". Ha spiegato il figlio dell'ex sindaco: "Mio padre non si fidava di quei due e così ha registrato tutto".
Il contenuto del "papello" già noto ieri l'altro nel dettaglio oggi è un "atto pubblico". I 12 punti sono elencati, uno dopo l'altro: dalla revisione del maxi processo fino alla defiscalizzazione della benzina "come Aosta". In più c'è anche quel foglio anticipato da L'espresso e scritto da Vito Ciancimino.
Appunti e riflessioni per il suo libro. I nomi di Mancino e Rognoni, una riga sulla "riforma della giustizia all'americana sistema elettivo con persone superiori ai 50 anni indipendentemente dal titolo di studio Es. Leonardo Sciascia". Un'altra riga sull'abolizione del monopolio Tabacchi e un riferimento a "Sud partito". La Lega del Sud. Il sogno indipendentista dei mafiosi che non muore mai.

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