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Antimafie

Dal passato per capire alcune "pratiche" del presente

autore: 
Napuletano

Vergini a 50 scudi l'una

“'E' un'altra causa che viene ad aumentare il numero di persone da mettere in questo gruppo ( i lazzari napoletani) . E' uso che le madri povere consegnino le loro figlie di 9 , 10 e anche 15 anni a cavalieri della nobiltà napoletana libertini.
Come ricompensa ricevono al massimo 50 scudi per le loro pratiche ignominiose, e questa somma è il denaro previsto per la futura dote della ragazza. La giovane deve passare solo un po' di mesi al palazzo del cavaliere, finchè costui non se ne annoi.

Poi egli cerca, su preghiera e supplica della madre stessa, di dare la ragazza in moglie ad uno dei suoi domestici. Finchè la nuova coppia ha denaro, vive in armonia, ma quando non ce n'è più, riesce appena a vivere col salario mensile dell'uomo, che è al massimo di 6 talleri. Nessuno dei due ha voglia di lavorare, pratica estranea a gran parte dei Napoletani. Il servo vuole esser padrone e la moglie non si vuol far mettere i piedi in testa, perchè non può dimenticare che per un po' di tempo è stata , nella sua fanciullezza, vezzeggiata dal loro stesso padrone. Da qui nasce la discordia, non solo tra marito e moglie, ma anche fra il servo e il padrone. La cosa peggiora quando ci si aggiunge la gelosia, se la donna , per bisogno o piacere si trova un amante. Se l'uomo divenuto cornuto, come usano chiamarli qui, sa un po' nascondere la sua gelosia ( deve esser davvero molto paziente) ha il vantaggio di sbafare spesso il pranzo gratis.”

Paul Christian Dies
A Napoli nel 1790
Da: Bemerkungen uber der character und sitten der Italiener nebst;
einer kurzen Beschreibung meiner reise von Mahon bis Naeapel - Gottingen 1790

Giovanni Impastato a Besnate

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“Resistere a Mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastato”, l'autore presenta il suo libro-intervista di denuncia della mafia. . . .. .. ......... .

BESNATE - E’ il 9 maggio del 1978: Giuseppe Impastato, giovane attivista politico, fondatore di una rivista socialista e di Radio Aut, un’emittente libera autofinanziata che denuncia gli affari della mafia locale, muore assassinato, nella violentissima esplosione di una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. La mafia lo ha costretto al silenzio, ma “la memoria di Peppino ha vinto e la nostra resistenza, nel suo nome, non è finita”: così afferma Giovanni Impastato, fratello di Giuseppe - meglio noto come Peppino -, nel libro “Resistere a Mafiopoli.

La storia di mio fratello Peppino Impastato” (Stampa Alternativa, Viterbo 2009, pp. 174, euro 14.00), che nasce come una lunga intervista condotta da Franco Vassia, giornalista e fondatore della rivista “Nobody's Land”. Giovanni Impastato e Franco Vassia saranno presenti, venerdì 30 ottobre, alle ore 20.45, alla tavola rotonda promossa dal Comune di Besnate presso il Teatro Incontro: una serata che segna il momento culminante di una serie di incontri sul tema, e che nasce dalla volontà di non dimenticare questa tragica vicenda, ma soprattutto di riflettere, ancora una volta, sulle storture di un paese piagato dalla mafia. Nelle pagine del libro, Giovanni Impastato ripercorre la lotta politica dei suoi familiari e dei compagni, e infine l’attività del Centro Siciliano di Documentazione, nei faticosi tentativi di trovare la verità dietro alla violenza, ai depistaggi, all’omertà che stringono in una morsa di violenza la Sicilia di ieri e di oggi. Dalle sue parole, traspare la speranza di chi sa che è possibile ribellarsi: la coraggiosa testimonianza del difficile cammino di persone che, come Peppino, Giovanni e la madre Felicia, hanno già spezzato i vincoli dell’appartenenza a una famiglia mafiosa, per inseguire la libertà di pensiero. Alla serata parteciperanno inoltre il Dott. Francesco Dettori, Procuratore Capo della Repubblica di Busto Arsizio, e il Dott. Michele La Stella, Comandante della Compagnia dei Carabinieri di Gallarate.

Il programma completo delle iniziative:
Lunedì 19 ottobre
Ore 21.00 - Cinema Teatro Incontro

Seminario con gli adolescenti ed i ragazzi di Besnate con proiezione del video del film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana

Venerdì 30 ottobre
Ore 12.00 - Cinema Teatro Incontro
I ragazzi della scuola secondaria di primo grado di Besnate incontrano Giovanni Impastato
Ore 20.00 - Sala Consiliare
Momento di accoglienza di Giovanni Impastato da parte dell’amministrazione comunale e dei Giovani di Besnate.
Ore 20.45 - Cinema Teatro Incontro
Testimonianza di Giovanni Impastato con interventi di Franco Vassia, giornalista;
Francesco Dettori, procuratore Repubblica di Busto Arsizio; Michele La Stella, Comandante della Compagnia Carabinieri di Gallarate.

[Catania] inchiesta sul «regalo» di Berlusconi da 140 milioni

A Catania c’è un’inchiesta aperta sull’utilizzo dei fondi governativi stanziati per ripianare il deficit: i 140 milioni che arrivarono per espressa volontà di Berlusconi. Per l’attuale sindaco Raffaele Stancanelli è stata richiesta l’archiviazione. Mada un’intercettazione telefonica che l’Unità è in grado di rivelare emerge come il premier abbia avuto un ruolo di “super-consulente” nella partita che ha destinato il denaro pubblico ad una città guidata, all’epoca del buco, da Scapagnini, caro amico e medico personale del Premier. Berlusconi, in sostanza, avrebbe consigliato quali voci mettere in elenco per evitare il fallimento del Comune: una lista fittizia di opereda finanziare e da vendere (beni invendibili) così da giustificare l’esborso straordinario di 140 milioni di euro a fronte di nessuna realizzazione concreta. Del caso si è occupata ieri sera anche la trasmissione di Milena Gabanelli, Report.

È il 18 settembre 2008. Il ragioniere del comune di Catania, Francesco Bruno, chiama il sindaco Raffaele Stancanelli. Dice il primo cittadino: «Rimanga tra me e lei. Mi ha telefonato Berlusconi in questo momento. Siamo in condizione di avere il valore del patrimonio che possiamo vendere?». Bruno risponde affermativamente. Il sindaco continua: «Quello che si può vendere, che loro acquistano subito, immediatamente e mi danno i soldi». «Ma loro acquistano?», chiede incredulo il ragioniere Bruno. «Non lo sappiamo chi. Vuole la scusa, sta aspettando la mia telefonata». Bruno non crede alle sue orecchie. «Il 90% sono dei beni indisponibili» – dice a Stancanelli. Che ribatte, perché ha avuto l’assicurazione del Premier: «Lui mi dice “tu mi devi dire in linea di massima”...».Aquel punto Bruno si lascia andare: «Eh avvocato Stancanelli, un valore di massima ce lo inventiamo eh?...». Ecco, questa storia è un gioco di prestigio. I soldi di cui si parla però sono veri, sono tanti e sono pubblici. La vicenda è quella dei fondi per le aree sottoutilizzate elargiti lo scorsoanno alla città di Catania senza garanzie e solo per coprire i buchi di bilancio, in barba alla legge. Una storia a cui Report nel marzo scorso aveva già dedicato una lunga inchiesta condotta da Sigfrido Ranucci e Antonio Conderelli. Ieri la seconda parte del caso Catania.

LO SCANDALO
Un vero e proprio scandalo che, stando a quanto dice Stancanelli, nasce da un accordo tra il premier e il sindaco etneo. Con un preciso obiettivo: evitare il fallimento del comune per il dissesto finanziario creato dal precedente primo cittadino, Umberto Scapagnini, medico di fiducia di Berlusconi. Insomma una questione di immagine personale risolta con i soldi dello Stato. Da qui l’avvio di due inchieste,una per abuso d’ufficio e l’altra per il buco di bilancio. Per quest’ultima è stato chiesto il rinvio a giudizio dell’ex-sindaco Scapagnini e di diciotto tra assessori e burocrati. Tra le intercettazioni depositate nell’inchiesta c’è appunto quella che riportiamo: spiega in che modo nasce la cifra di 140 milioni. Tutto ha inizio proprio con la denuncia di Report dello scorso marzo. Si scopre infatti che per evitare la dichiarazione di fallimento il governo “consiglia” alcomunedi accedere ai fondi Fas, buttando giù una lista di opere che andrebbero finanziate. È una procedura che va contro il testo unico della legislazione degli enti locali, ma poco importa. La cifra da richiedere nasce da una stima dei beni del comune che però sono invendibili, una cifra quindi basata sul nulla. Pura finanza creativa. Ma il Cipe, comitato interministeriale per la programmazione economica, dieci giorni dopo la telefonata tra Berlusconi e Stancanelli vara con la delibera numero 92 il finanziamento di 140 milioni di euro. Sulla base di cosa? Di una lista di opere, dice il sindaco. Solo che - denuncia Report – quella lista è «una rappresentazione virtuale», la delibera numero 92 non la conosce nessuno, sul sito del Cipe si passa dalla 91 alla 93. Stanacanelli lo aveva “confessato” davanti le telecamere: «Abbiamo inventatounelenco di cose per avere 140 milioni... c’è stato un accordo». Appunto, quello che si evince dalla telefonata. La cifra che consente il finanziamento di 140 milioni sarebbe stata quindi “concordata” con il Presidente del consiglio che smette i suoi panni istituzionali per vestire quelli di superconsulente della città del suo medico personale. E compare dalla telefonata tra il sindaco e il ragioniere. Che dice: «Gli può sparare 100 milioni… sa qual è il patrimonio disponibile? E c’avemu? Quattru cose? Spari se vuole 100 milioni...». Ribatte Stancanelli: «Allora c’è un valore di 140 milioni ». È la cifra che viene riportata al governo, che con un decreto ad hoc li destina alla copertura dei disavanzi. Rimane ovviamente un mistero quali opere il Cipe avesse deciso di finanziare con questa montagna di denaro. Quella lista non è disponibile.

COMUNE FALLITO
Successivamente all’accordo il Premier consente che questi 140 milioni di euro possano essere usati a copertura delle spese correnti. A distanza di un anno i soldi non sono arrivati ma sono stati usati come garanzia per coprire i buchi del bilancio dell’amministrazione Scapagnini. Alle telecamere di Report l’attuale sindaco Stancanelli dice che va tutto bene, che la Corte dei Conti ha approvato l’operazione. Ma non è vero: l’organo di controllo economico ha sentenziato come questo tipo di operazione sia contraria al Tuel (Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali). I buchi di bilancio vanno coperti entro due anni, pena la dichiarazione del dissesto e le deroghedevono essere espressamente previste dalla legge. «Il governo – denuncia Report - non lo ha fatto e con quei soldi sono stati coperti i disavanzi del biennio 2003 – 2004». Ilcomunedi Catania secondo la legge è già fallito ma nessuno lo dice. D’altronde in quella telefonata il sindaco lo aveva confidato al ragionier Bruno: «Rimanga tra di noi».

SOS Racket e Usura - Trento-Treviso-Pavia-Milano-Lugano: il pentagono maledetto

Vi raccontiamo le storie, attraverso i documenti in nostro possesso, di un'organizzazione criminale, che da oltre dieci anni, ha derubato, truffato, plagiato, riciclato decine di milioni di euro, ad ignare vittime che ha trovato sul suo percorso, vantandosi di coperture istituzionali, che gli avrebbe permesso la totale impunità, sino a che l'Associazione SOS Racket e Usura si è messa di traverso sul loro disegno criminale.

Prima puntata

C'era una volta un commercialista di nome Roberto Palumbo...

"Nell'anno 1988 suo padre, Romeo Palumbo, è in cattive acque, hanno una società la MAR SPORT Snc, piena di debiti con la Banca Popolare di Asolo e Montebelluna, che gli aveva ipotecato la casa.
Sua moglie, Maria Luisa Bof, aveva una casa a Ciano del Montello, in via Fantin.
Questa casa era stata trasformata in magazzino ed assicurata con l'Helvetia Assicurazioni, di Baldon di Treviso. Questa casa fu stivata di materiale calzaturiero, pellami, macchinari, collanti e diluenti. Poi su decisione di Romeo ed Roberto Palumbo si sono allontanati per alcuni giorni ad Abazia, e su richiesta di Roberto Palumbo. il sig. Cavezzan Franco, dipendente della MAR SPORT, e molto amico della moglie di Roberto, durante la notte ha dato fuoco al magazzino. Hanno intascato tra il 1988 e il 1989 Lire 280/300.000.000 dall'Assicurazione Helvetia.
La fortuna finanziaria del commercialista Roberto Palumbo incomincia da questo episodio".

In una lunga lettera del 2002, che scrive a tre avvocati, avv. Umberto Vincenti, avv. Nicola Demetrio Luisi, avv. Donatello Ferraro, la moglie di Roberto Palumbo, tale Nadia Tesser, sostiene che il marito Roberto, ha commesso gravi fatti, tra cui quello che abbiamo sopra descritto, perpetrati negli anni e descritti in maniera minuziosa.

Questo pesante atto d'accusa ben circostanziato non è frutto dell'immaginazione o della delazione dell'Associazione SOS Racket e Usura, bensì di accuse gravi mosse al rag. Roberto Palumbo dalla moglie Nadia Tesser, nelle lettere qui allegate (vedi all. 2 e 7).

Queste gravi notizie di reato. vengono confermate da un'amica di Nadia Tesser che sottoscrive una dichiarazione in data 12 giugno 2006, qui di seguito allegata (vedi all.3).

A questo punto noi ci chiediamo chi è questo Roberto Palumbo e da dove arrivi questa sua smodata ed immensa ricchezza?

Roberto Palumbo è un dottore commercialista a cui è vietato dal suo Ordine di svolgere qualunque tipo di commercio.
Da quando è iscritto all'Ordine dei Commercialisti di Treviso, 31 marzo 1993, deve compilare un'autocertificazione in cui dichiara sotto sua responsabilità di non svolgere attività commerciali che producano profitto, che quindi ricadrebbero nel conflitto d'interesse.
Dalla documentazione in nostro possesso si evidenzia in maniera chiara ed inequivocabile che Roberto Palumbo commercialista ha interessi in decine di società. vedi allegato (vedi all. 4 e 5).

Roberto Palumbo, commercialista, ha rilasciato quindi dichiarazioni mendaci al suo Ordine.
Dichiarazioni che hanno aperto in data martedì 13 ottobre 2009 un provvedimento disciplinare da parte dell'Ordine dei Commercialisti di Treviso nei suoi confronti, grazie alla nostra pubblica denuncia.

In una lettera datata 29 agosto 2002, Nadia Tesser chiede al suo avvocato Umberto Vincenti di Padova, la "restituzione di ogni mio scritto e documento consegnato a lei ed all'avvocato Luisi, tenendo conto che questa mia scelta mi è stata consigliata dall'avv. Luisi, visto che la documentazione societaria e bancaria, italiana ed estera, in vostro possesso, deve essere discussa nell'appropriata sede giudiziaria, visto che mio marito Roberto Palumbo si vanta che nessun Giudice ed avvocato sarebbe mai riuscito ad incastrarlo".
Infine sono indicate le cassette di sicurezza ed i conti correnti dove sono tenuti i soldi, nella lettera qui sotto allegata (vedi all. 1).

In ultimo lo stesso avvocato Nicola Demetrio Luisi, ricostruendo la vicenda in un documento da lui firmato, attribuisce, tra gli altri, a il Roberto e Romeo Palumbo come i protagonisti del complotto che vedeva vittima Paolo Bruno sulla estromissione dell'eredità di suo padre, arch. Mario Bruno, con movimentazione di denaro verso Roberto Palumbo, movimentazione di denaro immotivata, documento qui sotto allegato (vedi all.6).

E' inquietante e sconcertante il fatto che ci siano tre Avvocati che ricevono queste lettere firmate e non anonime, nel cui contenuto vi siano chiare ed inequivocabili notizie di reato (bomba all'assessore di Montebelluna, Sergio Venzo, bomba fatta esplodere sotto l'auto dell'assessore, depositata da Franco Cavezzan), truffe alle assicurazioni, conti correnti e banche dove sono indicati i depositi di denaro frutto di attività illecite, incendi a ditte e fabbriche con lo scopo di rientrarne in possesso, riciclaggio di denaro fatto attraverso i nomi di società italiane ed estere, collegamenti con personaggi tipo Umberto Solimene, recentemente condannato ad otto anni di reclusione, dal Pubblico Ministero Panicchi di Genova, per traffico e detenzione di sostanze stupefacenti.
Allora ci chiediamo come è possibile che simili gravi notizie di reato, confermate da tre diversi soggetti, non siano mai state inviate all'Autorità giudiziaria dai tre avvocati che le hanno ricevute, e quindi mai trasmesse, impedendo così l'accertamento della verità?

Allora dobbiamo ritenere vere le frasi più volte proferite nelle lettere che dichiaravano " che il Roberto Palumbo non sarebbe mai stato incastrato da nessun Giudice ed Avvocato di Treviso e del sud d'Italia"?

L'Associazione SOS Racket e Usura attraverso questa pubblica denuncia, chiede all'Autorità Giudiziaria di verificare attraverso un'adeguata attività d'indagine quanto le lettere sopra allegate, descrivono.
L'Associazione ha depositato il 28 settembre 2009 un esposto alla Procura della Repubblica di Milano nel quale sono descritti i fatti di cui sopra.
Martedì 13 ottobre 2009 l'Associazione ha tenuto a Treviso una conferenza stampa nella quale venivano denunciati questi gravi fatti.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, venuto a conoscenza della nostra iniziativa, un alto dirigente di una notissima azienda di calzature (il cui nome sarà riferito direttamente all'Autorità giudiziaria), faceva pressioni fortissime sui capiredattori dei giornali che avrebbero dato la notizia della nostra conferenza stampa, chiedendone, di non pubblicare la notizia.

Questo è un fatto gravissimo che tende ancora una volta a tentare di limitare la libertà di stampa e d'informazione, (che sarà oggetto di una specifica denuncia all'Autorità giudiziaria) sull'inchiesta portata avanti con determinazione e coraggio dalla nostra Associazione, per assicurare la verità su questa buia e losca vicenda.

Con una tempistica eccezionale gli avvocati di Roberto Palumbo, avv.ti Gulotta e Riponti, l'indomani mattina prendevano contatto con la titolare dell'inchiesta di Milano, sostituto procuratore dott.ssa Maria Letizia Mannella, e divulgavano attraverso la stampa e gli organi d'informazione, che l'esposto da noi depositato era stato archiviato per infondatezza di notizie di reato.

Allora ci chiediamo, se le notizie erano infondate e false, di cosa avevano paura?

Perché fare pressioni sugli organi d'informazione, cosa temono?

Quello che essi temono è l'accertamento della verità, verità fatta di documenti, conti cifrati italiani e svizzeri, dalle testimonianze che devono essere rese, non solo dalla nostra Associazione, ma anche dagli autori dei documenti che vi abbiamo mostrato.
Documenti che da oggi rendiamo pubblici.

Fine della prima puntata.

La seconda puntata sarà dedicata interamente a svelare, attraverso documentazione in nostro possesso, 2000 pagine, l'operato illecito dell'avvocato, professor Nicola Demetrio Luisi...

http://www.sos-racket-usura.org/

http://www.sos-racket-usura.org/index.asp?pagina=newsart&idarticolo=396&...

Stragi 92-93: sette insegnamenti da trarre su 17 anni di attività giornalistica

E’ importante ragionare sulla strage di via D’Amelio da un punto di vista prettamente giornalistico, è importante fare una analisi comparata delle informazioni ottenute nei diversi momenti : verificare le informazioni che si è riusciti ad ottenere immediatamente dopo la strage, quelle che ci sono state date pochi mesi dopo l’ arresto di Toto Riina, quelle raccolte più di un anno dopo alla fine dell’ estate del 93, e poi quelle che si sono scoperte poi parecchi anni dopo nel 1996 quando Giovanni Brusca iniziò a collaborare e poi quelle lette sulla richiesta di archiviazione dell’indagine sui Sistemi Criminali della Procura di Palermo ed anche quelle di cui siamo venuti a conoscenza alla conclusione del processo per la strage di via dei Georgofili, ed infine quelle dei nuovi collaboratori di giustizia sulla strage di via D’Amelio e le rivelazioni di Massimo Ciancimino. I n ognuno di questi passaggi c’è stato un incremento informativo ed un diverso scenario di responsabilità.

Una informazione importantissima l’abbiamo ricevuta immediatamente dopo l’omicidio di Salvo Lima, quando con questo crimine arrivava il primo avviso di una spaccatura nella strategia di Cosa Nostra da sempre in ottimi rapporti con la corrente democristiana di Andreotti. Un giorno dopo questo omicidio il giudice Leonardo Grassi riceve la seconda lettera da neofascista Elio Ciolini che gli ricorda come nella sua prima lettera, inviatagli prima dell’ omicidio Lima, aveva annunciato l’inizio di una stagione di attentati. Su molti giornali italiani in giorno successivo si poteva leggere il titolo : ALLARME GOLPE. Se in quel giorno avessimo fatto una attenta lettura di tutti i giornali, avremmo letto un articolo sulla Stampa a firma di Vittorio Sbardella che annunciava l’esistenza di un interesse di gruppi industriali e di forze oltre atlantico che lavoravano in sostegno di una ipotesi destabilizzante, e sul Corriere della Sera Andreotti diceva: “Ora che non temono più il comunismo pensano di poterci mettere nell’ angolo”. Insomma si era agli inizi ma non mancavano le informazioni per prevedere un cambiamento epocale.

Ci furono altri due avvisi preoccupanti il primo 7 giorni dopo l’ omicidio Lima sull’agenzia Repubblica (piccola pubblicazione vicina ai servizi) che annunciava una strategia secessionista da parte di Cosa Nostra, del tutto simile a quella rivelata qualche mese dopo da un pentito di Cosa Nostra Leonardo Messina. Un altro avviso apparve sempre sull’agenzia Repubblica il 22 Maggio 1992 che annunciava l’imminenza di un botto che avrebbe modificato le elezioni presidenziali come per altro avvenne.

Dopo la strage di Capaci e quella di Via D’ Amelio i messaggi divennero più rari, e furono le esplosioni dirette a sostituirli.

Venne arrestato Toto Riina nel gennaio del 1993 e la versione che dominò la scena fu quella del Capitano ultimo che pretese di avere catturato Toto Riina solo grazie al lavoro di indagine degli Uomini di Crimor. Il sottoscritto è il primo ad avere pubblicizzato in un libro questa versione parziale dei fatti.

Nel 1993 avvennero una serie di attentati difficili da interpretare, quello a Maurizio Costanzo in via Fauro, quello a in via dei Georgofili a Firenze poi quello in Via Palestro a Milano, quello alla Chiesa di San Giorgio al Velabro e quello a San Giovanni in Laterano a Roma..

Il 3 Novembre del 1993 Il presidente Scalfaro dichiara i un discorso la frase non immediatamente comprensibile: “Io non ci sto’” .

Il primo a parlare di una trattativa tra Carabinieri dei Ros e Cosa Nostra è Giovanni Brusca che sentendo una deposizione del Colonnello Mario Mori, si ricorda di avere saputo da Toto Riina che “ si erano fatti sotto

Successivamente nel corso del processo per la strage di via dei Georgofili , furono azzardate delle interpretazioni sul significato dei luoghi colpiti dagli attentati. In Via dei Georgofili aveva la sede l’omonimo Accademia di cui era membro il Presidente del Senato Giovanni Spadolini . In via Palestro a Milano aveva sede la nuova obbedienza Massonica dell’ex Gran Maestro del Grand Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo che ha ammesso in dibattimento di aver saputo del coinvolgimento di alcuni membri della sua precedente organizzazione massonica nell’ organizzazione degli attentati . Alla chiesa di San Giorgio al Velabro venivano tenute le riunioni del militare Sacro Ordine Costantiniano dei Cavalieri di San Giorgio , l’ unico ordine riconosciuto dall Presidenza della Repubblica di cui erano membri il Senatore Francesco Cossiga, Il gen. Tavormina, Il Gen Siracusa, Lì On. Maccanico.

Vengono pubblicate le motivazioni della Sentenza della Corte di Assise di Firenze per il processo per la strage di via dei Georgofili nelle quali si afferma che era in atto una trattativa tra rappresentanti del Raggruppamento Operativo speciale dei Carabinieri e Cosa nostra , trattativa che non doveva essere conosciuta dall’Opinione pubblica e dagli altri organismi investigativi.

Viene richiesta l’ archiviazione dell’indagine del sostituto Procuratore Antonio Ingroia sui Sistemi criminali , e si riesce quindi a leggere un interessantissimo lavoro svolto da diversi uffici della Digos sulla nascita di diverse leghe del sud alcune delle quali fondate da Licio Gelli e dal neo fascista Stefano delle Chiae, il lavoro è d’estremo interesse anche per la raccolta di diverse testimonianze di collaboratori della giustizia in diverse organizzazioni criminali che parlano di riunioni tenute con uomini politici ed personaggi stranieri.

Il sottoscritto pubblica il libro “La Trattativa un dialogo a colpi di Bombe”

Le recenti dichiarazioni di nuovi collaboratori di giustizia e di Massimo Ciancimino figlio dell’ex sindaco di Palermo confermano l’esistenza di una trattativa e aprono un nuovo scenario sul ruolo che ha avuto dal senatore Marcello Dell’Utri ed altre famiglie di Cosa nostra nella trattativa per creare nuovi equilibri politici . Gli stessi collaboratori di giustizia si addebitano un ruolo nella strage di via D’Amelio che smentisce la prima versione creata grazie a false dichiarazioni di un collaboratore della giustizia. Nell’ organizzazione della strage ei via D’Amelio sembra entrare in modo rilevante la partecipazione di uomini dei servizi di intelligence italiani.

Questo breve riassunto delle diverse informazioni ottenute nel corso di questi 17 anni di lavoro giornalistico sulle stragi del 1992-93 possono darci alcuni insegnamenti:

1) Non sposare nessuna tesi per quanto solida possa sembrare

2) Rispettare ed approfondire il lavoro investigativo svolto da più uffici e più organismi investigativi

3) Leggere gli atti giudiziari siano essi di condanna o di archiviazione

4) Assistere al processo in aula o ottenere i verbali dei dibattimenti

5) Non perdere di vista gli sviluppi dei casi e le loro radicali modificazioni

6) Non perdere mai di vista il quadro internazionale ed i suoi sviluppi

7) Intervistare nuovamente negli anni i personaggi coinvolti

http://www.articolo21.info/9109/notizia/stragi-9293-sette-insegnamenti-d...

Terremoto dell'Aquila, venti indagati per il crollo della Casa dello studente

Pronti oltre venti avvisi di garanzia nell'ambito dell'inchiesta sul terremoto. La svolta è prevista per i primi giorni della prossima settimana. Il weekend appena iniziato sarà caratterizzato dal duro lavoro della Procura che sta approfondendo gli ultimi dettagli per individuare le persone che avrebbero presunte responsabilità nei crolli della Casa dello studente e del Convitto Nazionale, con cui la Procura ha deciso di entrare nel vivo dell'inchiesta. Le ipotesi di reato sono omicidio e disastro colposo. Insieme alle notifiche di garanzia ci sarà l'invito a comparire, quindi la convocazione per l'interrogatorio. Secondo quanto si è appreso da fonti della Procura, i magistrati hanno ormai chiare le cause dei crolli ma stanno affinando il metodo per attribuire responsabilità ai nomi che a vario titolo sono stati protagonisti della filiera costruttiva ed autorizzativa degli edifici. In tal senso a tremare non sono solo i costruttori, ma anche gli amministratori che hanno gestito le strutture pubbliche. Secondo quanto spiegato dal sostituto procuratore della repubblica Fabio Picuti, il lavoro è certosino e quindi i tempi complessivi possono allungarsi nel tempo. Il procuratore capo Rossini aveva annunciato prima per settembre, poi per la prima decade di ottobre i primi provvedimenti di natura processuale, ma i tempi sono slittati proprio per la complessità e la voluminosità delle perizie. Le perizie presentate finora sono state cinque, oltre alla Casa dello Studente e al Convitto, l'ospedale, l'università e una ancora non conosciuta. «I magistrati vogliono cominciare con il piede giusto la fase dei primi provvedimenti - dicono ancora fonti della procura - per cui stanno facendo approfondimenti sul voluminoso materiale anche per mettere a punto un metodo di valutazione e lavoro che sarà utilizzato nelle altre vicende gravi».

I soldi di Messina Denaro nella cassaforte di Giuseppe Grigoli, il ''re'' dei supermarket

di Rino Giacalone - 15 ottobre 2009
Il gruppo specialistico che all’interno della Dia, la direzione investigativa antimafia, si occupa anche di dare la «caccia» al patrimonio della potente famiglia mafiosa dei Messina Denaro, quella che oggi è guidata dal superlatitante Matteo Messina Denaro, un risultato eclatante l’ha raggiunto.

Ha trovato una parte del «tesoro» del giovane «padrino», ricercato dal 1993. Il rapporto scritto dagli investigatori è agli atti del processo, che si sta svolgendo dinanzi al Tribunale di Marsala, dove è imputato il «re» dei supermercati, il castelvetranese Pino Grigoli e anche il capo mafia latitante Messina Denaro.
Hanno dovuto scandagliare tutta una serie di conti correnti intestati a Giuseppe Grigoli e a sua moglie, alla fine una parte del «gruzzolo» di soldi di Messina Denaro sono saltati fuori. Tra il 1999 ed il 2002 Grigoli ha condotto operazioni bancarie «per contanti» con depositi superiori ai 600 milioni di vecchie lire. E gli investigatori della Dia hanno detto che non esiste alcuna rispondenza tra questi versamenti e gli «affari» commerciali di Grigoli. I soldi sono giunti non dai supermercati e dal commercio ma da altra «fonte». Quale? Quella del «padrino» Messina Denaro. Non hanno dubbi gli investigatori della Dia che in questa fase sono stati guidati dagli ufficiali della Guardia di Finanza. In Tribunale a descrivere il contenuto del rapporto sono stati i tenenti colonnelli Rosolino Nasca ed Eros Cococcetta. «Un lavoro svolto – ha detto ai giudici il ten. col. Nasca – guardando le fatture, cercando i riscontri nelle operazioni bancarie, ma spesso i riscontri veri venivano dai “pizzini” dove Messina Denaro annotava e parlava di Grigoli e del settore commerciale».
Si tratta di quei «pizzini» trovati anche nel covo di Provenzano, a Montagna dei Cavalli di Corleone. Gli investigatori hanno accertato una evidente «sperequazione» tra i redditi dichiarati e quelli realmente posseduti da Grigoli, così da creare una «cassa in nero» per tutta una serie di operazioni. Quei 600 milioni di vecchie lire «intercettati» in quell’arco temporale tra il 1999 ed il 2002 sarebbero serviti a Messina Denaro ad entrare nelle società di Grigoli.
Le ispezioni condotte dalla Guardia di Finanza assieme alla Dia hanno fatto scoprire che le casse del gruppo Grigoli «gettavano» fuori più denaro di quello incassato. Nel 2001, in particolare, il gruppo «6 Gdo» acquistò18 supermercati, ma in cassa non c’era tutto il denaro necessario per quell’investimento.
Ma le novità sul gruppo Grigoli non si fermano a questo dato. C’è un elenco di dipendenti assunti dalla catena commerciale, quasi tutta rientrante sotto al marchio Despar, per conto dell’organizzazione mafiosa. Figli, congiunti e parenti di soggetti condannati per mafia, tra questi c’è anche il nipote di Matteo Messina Denaro, Francesco Guttadauro, figlio di Filippo (sposato con Rosalia Messina Denaro). Filippo Guttadauro oggi sconta 14 anni di carcere per mafia ed estorsioni, ed è quello che fa parte della «potente» famiglia di Brancaccio, quella che si interessava anche alle sorti politiche dell’ex governatore Totò Cuffaro.

La vedova Borsellino ai pm "Ecco tutti i sospetti di Paolo"

La moglie del giudice ai pm. I dubbi del magistrato a 48 ore dalla morte Un testimone rivela: "Aveva sospetti su un generale dei carabinieri"

HA PARLATO come non aveva fatto mai, dopo diciassette anni. Per dire tutto. Il suo interrogatorio è cominciato così: "Avevo paura, non tanto per me ma avevo paura per i miei figli e poi per i miei nipoti. Adesso però so che è arrivato il momento di riferire anche i particolari più piccoli o apparentemente insignificanti". È la vedova che ricorda gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino. È la signora Agnese che spiega ai magistrati di Caltanissetta cosa accadde nelle 48 ore precedenti alla strage di via Mariano D'Amelio.

Il verbale di interrogatorio è di poco più di un mese fa, lei da una parte e i procuratori di Caltanissetta Sergio Lari e Domenico Gozzo dall'altra. Lei si è presentata spontaneamente per raccontare "quando Paolo tornò da Roma il 17 di luglio". Il 17 luglio 1992, due giorni prima dell'autobomba. Paolo Borsellino è a Roma per interrogare il boss Gaspare Mutolo, un mafioso della Piana dei Colli che aveva deciso di pentirsi dopo l'uccisione di Giovanni Falcone. È venerdì pomeriggio, Borsellino lascia il boss e gli dà appuntamento per il lunedì successivo.

Quando atterra a Palermo non passa dal Tribunale ma va subito da sua moglie. "Mi chiese di stare soli, mi pregò di andare a fare una passeggiata sulla spiaggia di Villagrazia di Carini", ricorda la signora Agnese. Per la prima volta in tanti anni il procuratore Borsellino non si fa scortare e si concede una lunga camminata abbracciando la moglie. Non parlava mai con lei del suo lavoro, ma quella volta Paolo Borsellino "aveva voglia di sfogarsi". Racconta ancora la signora Agnese: "Dopo qualche minuto di silenzio, Paolo mi ha detto: 'Sai Agnese, ho appena visto la mafia in faccia...'". Un paio d'ore prima aveva raccolto le confessioni di Gaspare Mutolo. Su magistrati collusi, su superpoliziotti che erano spie, su avvocati e ingegneri e medici e commercialisti che erano al servizio dei padrini di Corleone. Non dice altro Paolo Borsellino. Informa soltanto la moglie che lunedì tornerà a Roma, "per interrogare ancora Mutolo".

Il sabato passa tranquillamente, la domenica mattina - il 19 luglio, il giorno della strage - il telefono di casa Borsellino squilla. È sempre Agnese che ricorda: "Quel giorno, molto presto, mio marito ricevette una telefonata dell'allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco. Mi disse che lo "autorizzava" a proseguire gli interrogatori con il pentito Mutolo che, per organizzazione interna all'ufficio, dovevano essere gestiti invece dal procuratore aggiunto Vittorio Aliquò".
Lo sa bene Paolo Borsellino che sta per morire. E ai procuratori di Caltanissetta Agnese l'ha ribadito un'altra volta: "Paolo aveva appreso qualche giorno prima che Cosa Nostra voleva ucciderlo".

Un'informazione che arrivava da alcune intercettazioni ambientali "in un carcere dov'erano rinchiusi dei mafiosi". Una minaccia per lui e per altri due magistrati, Gioacchino Natoli e Francesco Lo Voi. Ricorda sempre la vedova: "Così un giorno Paolo chiamò i suoi due colleghi e disse loro di andare via da Palermo, di concedersi una vacanza. Li consigliò anche di andare in giro armati, con una pistola". Gioacchino Natoli e Lo Voi gli danno ascolto, ma lui - Borsellino - rimane a Palermo. Sa che è condannato a morte. E ormai sa anche della "trattativa" che alcuni apparati dello Stato portano avanti con Riina e i suoi Corleonesi. Ufficiali dei carabinieri, quelli dei Ros, il colonnello Mario Mori - "l'anima" dei reparti speciali - e il fidato capitano Giuseppe De Donno. Probabilmente, questa è l'ipotesi dei procuratori di Caltanissetta e di Palermo, Paolo Borsellino muore proprio perché contrario a quella "trattativa".

Nella nuova inchiesta sulle stragi siciliane e sui patti e i ricatti con i Corleonesi, ogni giorno scivolano nuovi nomi. L'ultimo è quello del generale Antonino Subranni, al tempo comandante dei Ros e superiore diretto di Mori. Un testimone ha rivelato ai procuratori di Caltanissetta una battuta di Borsellino: "L'ha fatta a me personalmente qualche giorno prima di essere ammazzato. Mi ha detto: 'Il generale Subranni è punciutu" (cioè uomo di Cosa nostra ndr)...'".

Un'affermazione forte ma detta nello stile di Paolo Borsellino, come battuta appunto. Cosa avesse voluto veramente dire il procuratore, lo scopriranno i magistrati di Caltanissetta. La frase è stata comunque messa a verbale. E il verbale è stato secretato.
Il nome del generale Subranni è affiorato anche nelle ultime rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. Nella sua intervista a Sandro Ruotolo per Annozero (però questa parte non è andata in onda ma è stata acquisita dalla procura di Caltanissetta), Massimo Ciancimino sosteneva: "Mio padre per la sua natura corleonese non si è mai fidato dei carabinieri. E quando il colonello Mori e il capitano De Donno cercano di instaurare questo tipo di trattativa, è chiaro che a mio padre viene il dubbio: ma come fanno questi due soggetti che di fatto non sono riusciti nemmeno a fare il mio di processo (quello sugli appalti ndr) a offrire garanzie concrete?...". E conclude Ciancimino: "In un primo momento gli viene detto che c'è il loro referente capo, il generale Subranni...". È un'altra indagine nell'indagine sui misteri delle stragi siciliane.

Banda della Magliana - Dai rifiuti esce Carboni

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E Belusconi risolse l'emergenza Rifiuti :

di Emiliano Fittipaldi
Nuova inchiesta sul faccendiere delle trame. Che gestisce la discarica di Sassari. Ha messo gli occhi su quella alle porte di Roma. E studia affari con Lotito

Guarda che se tu mi chiedi una cosa, io la faccio... L'ingegnere Vittorio Rizzo non sa che i carabinieri lo stanno ascoltando da settimane. Non lo sa nemmeno Flavio Carboni, oggetto delle sue piaggerie, che tronfio confida al dirigente dell'Enea che per l'affare sono tutti pronti, «e non hai idea del potere che abbiamo ». Quelli del reparto del Noe, guidati dal "capitano Ultimo" che catturò Totò Riina e ora da colonnello comanda i carabinieri anti-inquinamento, conoscono a memoria i suoi precedenti e qualche idea ce l'hanno eccome. Stanno indagando da mesi su un megatraffico illecito di rifiuti, su tonnellate di amianto friabile sversato illegalmente a Pomezia, alle porte della capitale, dove sorge la più grande discarica d'Italia. Un'inchiesta per cui ad agosto sono finiti agli arresti uomini dell'ente per le nuove tecnologie, imprenditori del settore e funzionari della Regione Lazio: nella rete c'erano colletti bianchi insospettabili e alti dirigenti, ma mai i magistrati si sarebbero aspettati di ritrovarsi, ancora una volta, faccia a faccia con uno degli uomini più misteriosi della storia della Repubblica, finito in quasi tutti gli scandali del dopoguerra, processato decine di volte e accusato di reati d'ogni tipo. Le intercettazioni raccontano di un personaggio ancora sulla breccia, che fa affari con le discariche e con Sviluppo Italia, che tenta business immobiliari (nelle telefonate si fa il nome del patron della Lazio Claudio Lotito) e avventure all'estero, che parla di politici amici e operazioni finanziarie.

A volte ritornano, certo, ma Carboni è peggio dell'araba fenice. Nato nel paesino sardo di Torralba, figlio di un funzionario delle ferrovie, giovanissimo si lancia negli affari fondando una casa discografica che fallisce dopo pochi mesi. A 24 anni si trasferisce a Roma e inizia a frequentare, come dichiara lui stesso, le persone che contano. I tribunali di Sassari e Roma lo prendono di mira per una serie di assegni a vuoto, mentre Flavio si è già lanciato nell'editoria. Compra il pacchetto di minoranza della "Nuova Sardegna" e "Tuttoquotidiano" di Cagliari, che fallisce. Una storia che gli costerà una sentenza per bancarotta fraudolenta, poi annullata per vizio di forma. I soldi veri arrivano grazie agli affari in Costa Smeralda: nel 1992 sarà proprio lui a vendere Villa Certosa a Silvio Berlusconi. Negli anni '70 e '80 il salto di qualità. Carboni è in rapporti con l'agente dei servizi Francesco Pazienza e con il venerabile Licio Gelli, conosce esponenti della banda della Magliana e della mafia, come Pippo Calò. Nel 1982 in Svizzera iniziano i guai giudiziari: viene arrestato per la fuga all'estero di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, e nel processo per il crac si becca una condanna (definitiva) a 8 anni e sei mesi. Viene poi sospettato di essere mandante del tentato omicidio del vice di Calvi, Roberto Rosone: condannato in appello a 10 anni insieme al boss Ernesto Diotallevi, nel 1999 la Cassazione annulla tutto. Altra condanna la prende per una truffa ai danni del Banco di Napoli, ma i quattro anni e 8 mesi spariscono in appello per problemi di procedura, mentre il processo per ricettazione dei documenti contenuti nella borsa di Calvi è finito con l'assoluzione piena.

Insieme a Calò e Diotallevi, anche lui legato alla banda della Magliana, Carboni è finito alla sbarra pure per la morte di Calvi, trovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge di Londra. I pm ipotizzavano che i tre lo avessero punito per aver trafugato parecchi miliardi a Cosa nostra, ma nel 2007 i giudici scagionano tutti. Nel frattempo Flavio era stato arrestato per riciclaggio nell'ambito di una retata contro il narcotraffico, accusato di bancarotta per la società Cebion. Uscirà alla grande, come una biscia, da ogni situazione. L'ultima apparizione in cronaca giudiziaria è del 2008, quando il suo nome finisce nell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. «Ormai», dice attraverso il legale, «manca solo che qualcuno mi imputi l'attentato alle Torri Gemelle». Carboni, stavolta, è indagato per truffa e falso. L'amianto tossico non c'entra niente: il tribunale di Velletri ha ricostruito i presunti illeciti effettuati da Carboni nella sua terra natale, in Sardegna. A Calancoi, vicino Sassari, Flavio è da decenni proprietario di una ex cava di calcare riconvertita a discarica per la città.

Uno sversatoio strapieno che aspetta la bonifica dal 2005, da quando il ministero dell'Ambiente ha incluso l'intera area nel sito di interesse nazionale di Porto Torres. Una fortuna per il 75enne imprenditore: vuol dire che la pulizia la paga lo Stato. Secondo gli inquirenti, che ora dovrebbero stralciare la sua posizione spedendo il fascicolo a Sassari, Carboni con la sua società Mediterranea 96 (riconducibile al fratello Andrea, deceduto tempo fa) ha cercato di mettere le mani sull'appalto.

Grazie ai buoni uffici di Rizzo, che nascondendosi sotto l'ombrello dell'Enea avrebbe lavorato per i suoi privatissimi interessi: senza che i suoi capi sapessero nulla, l'ingegnere utilizzando i protocolli dell'agenzia avrebbe mandato una lettera alla società incaricata della bonifica comunicandogli che non aveva più i requisiti per lavorare a Calancoi. Una volta fatta piazza pulita della concorrenza, sarebbero subentrati loro. Ma il faccendiere sembra rientrato in pista su tutta la linea. Secondo gli inquirenti, Rizzo gli propone di entrare in affari con Claudio Lotito, il re delle imprese di pulizia e presidente della Lazio. Business che «riguarderebbero la lottizzazione di 60mila metri quadrati con volumetria importante nel comune di Pomezia». Rizzo vorrebbe che Flavio si occupasse direttamente del rapporto con Lotito. «Il Carboni», chiosa il gip, «si mostra disponibile». La conversazione tra i due avviene a gennaio dell'anno passato, e si chiude con accenni ad altre operazioni finanziarie da effettuare a Roma. Gli interessi dell'affarista, che si definì «l'uomo più capace di produrre soldi che io abbia mai conosciuto», sembrano spaziare ovunque, dal Lazio a San Donato Milanese, dalla Sardegna fino alla Serbia. Già: i militari sospettano che la sua longa manus arriverebbe, tramite uomini di fiducia come Ivano Aglietto, persino a Belgrado. Nelle vicinanze Rizzo e la sua società stavano infatti mettendo in piedi una «discarica incontrollata» da costruire e impermiabilizzare, dice l'ingegnere a un altro collega dell'Enea, al fine «di limitare i danni» ambientali. Carboni è intercettato su tutti e quattro i suoi telefonini.

È un fiume in piena. Prima racconta al compare «di aver incontrato l'innominabile (...) e di essere in procinto di chiudere», poi «dice al Rizzo che è il momento di svolgere un'azione comune (non meglio specificata) verso Sviluppo Italia». Sottolineando pure che non c'è alcun problema a «rivolgersi a enti di Stato per essere sostenuti nei lavori». Siamo in piena campagna elettorale per le politiche, Prodi è stato sfiduciato e il centrodestra di Berlusconi si avvia a tornare a Palazzo Chigi. I carabinieri del Noe scrivono che, durante uno dei tanti colloquio, Rizzo ammette di aver parlato con tale Altero il quale tornerà al suo posto e che una persona che il Carboni conosce andrà a fare il capo di gabinetto». Flavio si mostra felice: «Noi possiamo essere molto utili ad Altero». Telefonate innocue, dicono gli inquirenti, che descrivono un Carboni più vispo che mai. La questione delicata, dal punto di vista giudiziario, resta l'impiccio della discarica di Calancoi. L'affare della monnezza, già in passato, ha fatto vittime illustri: Licio Gelli e altri massoni finirono indagati insieme ai casalesi per il traffico di rifiuti tossici verso la Campania. Ma in molti scommettono che Flavio se la caverà anche stavolta. Come ha detto il suo avvocato dopo l'assoluzione per la morte di Calvi, «resta la domanda che si pose Leonardo Sciascia: perché si preferisce il bel giallo invece di cercare la verità?

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/dai-rifiuti-esce-carboni/2111720...

Borsellino/ Domani interrogatorio per Martelli e Ferraro

Palermo, 13 ott. - L'ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, e Liliana Ferraro, collaboratrice di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia oggi in servizio al Cesis, saranno interrogati domani a Roma dai magistrati della Procura di Caltanissetta e Palermo. Oggetto degli interrogatori le dichiarazioni di Martelli alla trasmissione 'Annozero'. Nel corso della puntata di giovedì, Martelli ha riferito di aver saputo, all'epoca dei fatti, dalla Ferraro di un presunto contatto fra quest'ultima e l'allora capitano dei Carabinieri, Giuseppe De Donno, nel trigesimo della strage di Capaci.

Secondo Martelli, il capitano De Donno avrebbe incontrato la Ferraro informandola della disponibilità a collaborare di don Vito Ciancimino il quale, però, avrebbe chiesto una copertura politica. De Donno, ora colonnello, ha già seccamente smentito l'incontro e il contenuto dello stesso. Secondo il racconto di Martelli la Ferraro avrebbe, poi, informato direttamente di questo episodio Paolo Borsellino, che all'epoca era procuratore aggiunto a Palermo.

Adesso i magistrati di Palermo e Caltanissetta, che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia, vogliono ascoltare Martelli e Ferraro anche per capire perché i due, che sono stati più volte sentiti in fase di indagini preliminari e nel processo per la strage di Capaci, non abbiano riferito tale, non certo irrilevante, episodio.

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