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Antimafie

Tangenti, chiesto rinvio a giudizio per Fitto e Angelucci

Si è conclusa con la richiesta di rinvio a giudizio per 78 dei 90 indagati la discussione dell'udienza preliminare a carico, tra gli altri, del ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto (Pdl), e dell'editore e imprenditore romano Giampaolo Angelucci. La richiesta è stata fatta dalla pubblica accusa al termine dell'udienza del procedimento “La Fiorita”, che si celebra dinanzi al gup di Bari Rosa Calia di Pinto.

All'udienza, che si concluderà il 30 novembre prossimo, è costituita parte civile la Regione Puglia. I fatti contestati fanno riferimento al periodo compreso tra il 1999 e il 2005, quando Fitto era presidente della Regione Puglia, e si prescriveranno tutti entro il 2012. A Fitto i magistrati della procura barese contestano i reati di associazione per delinquere, peculato, concussione, corruzione, falso, abuso d'ufficio e illecito finanziamento ai partiti. I reati di corruzione e di illecito finanziamento di 500.000 euro al partito di Fitto “La Puglia prima di tutto” si contestano anche all'editore de il Riformista e di Libero Angelucci.

Secondo la difesa di Fitto, i reati contestati sono insussistenti, anche perché il finanziamento elettorale ricevuto fu regolarmente registrato. Prima della discussione il gup ha ammesso sette imputati al giudizio con rito abbreviato e per altri cinque, tra i quali l'imprenditore campano Alfredo Romeo (accusato di turbativa d'asta e di concorso in rivelazione del segreto d'ufficio), ha disposto l'invio degli atti alla procura di Roma per competenza territoriale. Il gup ha inoltre respinto tutte le eccezioni del difensore di Fitto, l'on.Francesco Paolo Sisto (Pdl), relative alla inutilizzabilità delle intercettazioni e di alcuni atti d'indagine.

Il reato di corruzione contestato a Fitto ed Angelucci riguarda una presunta tangente di 500.000 euro pagata - secondo i pubblici ministeri - dall'editore al movimento politico creato da Fitto per le regionali dell'aprile 2005, “La Puglia prima di tutto” (che candidò alle ultime leezioni baresi anche la escort Patrizia D'Addario). Il danaro fu elargito - sostiene la procura - per ottenere dalla giunta regionale pugliese, nel 2004, l'aggiudicazione dell'appalto settennale da 198 milioni di euro per la gestione di undici Residenze sanitarie assistite (Rsa). Per questi fatti Angelucci, il 20 giugno 2006, fu posto agli arresti domiciliari per alcuni giorni; per Fitto, che nel frattempo era diventato parlamentare di Forza Italia, la magistratura barese chiese senza successo alla Camera l'autorizzazione a procedere all'arresto.

L'indagine - nella quale sono coinvolte anche 14 persone giuridiche, molte delle quali del gruppo Angelucci - riguarda una presunta associazione per delinquere finalizzata al compimento di reati per assicurare alla società barese “La Fiorita” le concessioni di servizi di pulizia, sanificazione ed ausiliariato da parte di enti pubblici e di Ausl pugliesi. Ciò - secondo l'accusa - per far conservare alla società una posizione di monopolio nel settore, per realizzare profitti illeciti e per gestire in modo clientelare numerosissimi posti di lavoro. A Fitto si contesta di aver offerto “copertura politica” all'attività dell'associazione a capo della quale vi sarebbero stati Dario e Pietro Maniglia, proprietari della Fiorita.

Nel procedimento sono imputati anche il presidente e il dg di Aeroporti di Puglia, Domenico Di Paola (accusato di corruzione) e Marco Franchini (turbativa d'asta), l'editore salentino Paolo Pagliaro (corruzione), il consigliere regionale Giovanni Copertino (Pdl), l'ex assessore regionale di Fi Andrea Silvestri (truffa e turbativa d'asta) e l'ex dg dell'Ares Puglia Mario Morlacco (falso).

Martelli confuso o depistatore? - Due storie diverse sulla trattativa Mafia Stato

autore: 
Oleg
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Martelli: "Borsellino seppe della trattativa mafia-stato"

Il giudice Paolo Borsellino, prima di essere ucciso, era venuto a conoscenza della trattativa in corso tra la mafia e pezzi dello Stato. A rivelarlo è Claudio Martelli, allora ministro della giustizia, intervistato da Annozero. Racconta che Liliana Ferrraro, poco dopo la morte di Falcone, ricevette la visita del capitano del Ros Giuseppe De Donno. De Donno l'aveva informata che Massimo Ciancimino (il figlio di Vito ndr) aveva una volontà di collaborazione ma voleva delle garanzie politiche. «Prima di chiedere garanzie politiche vada a riferire queste cose al giudice competente, cioè Paolo Borsellino», gli rispose Liliana Ferraro. L'incontro avviene il giorno del trigesimo di Falcone. Il 22 o il 23 giugno. Lei stessa, stretta collaboratrice di Falcone, provvide a informare Paolo Borsellino di quanto le aveva detto De Donno. Martelli ne è certo. Non ha dubbi.

È un'ulteriore conferma che la famosa trattativa non fu tentata all'indomani delle stragi ma prima. E che anche Paolo Borsellino era venuto a conoscenza di quei tentativi condotti dall'allora comandate del Ros Mario Mori.

Il cambio di registro non poteva essere più forte. Via le escort, in scena la mafia. La terza, serissima puntata, di Annozero la apre Agnese Borsellino, la vedova del giudice Paolo Borsellino. Lancia un appello, 17 anni dopo. Chiede la verità sulle stragi. Quella in cui persero la vita Falcone, sua moglie e la scorta. E quella in cui perse la vita suo marito. Lei non la chiama strage, la chiama: azione di guerra. Dice: «Dopo 17 anni chiedo in ginocchio ai collaboratori di giustizia complici e non di far luce sui mandanti». Invoca «collaborazione» come «un atto d'amore». Chiede: «prove fatte pervenire agli onesti». Dice: «Restituiranno dignità alla nazione e ci renderanno liberi dai ricatti» e da quegli «interessi personali che coincidono con la cultura della morte».

Un salto all'indietro di sedici anni, a quei terribili giorni del 1992. Quando Berlusconi ancora non era sceso in campo. E la mafia era a caccia di nuovi interlocutori. Ma intanto parlava all'Italia con le bombe.

In studio, c'è Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, il sindaco di Palermo. Racconta come iniziò la trattativa, di cui suo padre, Vito, fu il perno e il tramite. Quando, all'indomani della strage di Capaci, proprio lui, Massimo, incontrò il capitano Giuseppe De Donno. «Lo incontro su un aereo, mi chiede cosa ne pensava di quella strage mio padre e mi chiese se mio padre fosse disposto a ricevere lui e il comandante Mori per tentare di aprire un canale privilegiato con i vertici di Cosa Nostra». «Con che fine?», gli chiede Massimo Ciancimino. «Per mettere termine a questo momento stragista e magari giungere alla cattura dei due capi di Cosa Nostra», gli risponde De Donno.

Quel primo contatto Mario Mori a processo non lo ha raccontato così. Soprattuto, lo ha datato 5 agosto 1992: dopo la strage di Capaci e dopo, soprattutto, la strage di via D'Amelio. «Quella di far iniziare i rapporti il 5 agosto era la versione concordata con mio padre anche a mia tutela», spiega Ciancimino, che racconta poi del "papello". Fu proprio Massimo Ciancimino a consegnarlo al padre dopo averlo ricevuto da Antonino Cinà. «Mio padre lo apre e dice: il solito testa di minchia, espressione spesso usata per parlare di Riina». Le richieste - spiega - erano assolutamente "inattuabili". «Mio padre capisce subito che era stato sbagliato cercare la trattativa con questo personaggio, che la cosa lo aveva fatto infuocare, disse che quando tratti con questa gente fai un grande sbaglio». Quando poi fu ammazzato anche Borsellino

In studio c'è anche Ghedini, l'avvocato, che all'ultimo ha opportunamente sostituito Castelli. Non è un ministro la persona migliore a rappresentare il Capo del governo in certe situazioni. L'avvocato Ghedini prende appunti e poi replica come fosse in un'aula di tribunale. Al pubblico televisivo concede però il suo: «Mavalà», guardando fisso nella telecamera.

Davanti a lui il figlio di Vito Ciancimino racconta anche di quella lettera di minacce a Berlusconi scritta da Bernando Provenzano da recapitare a Dell'Utri. E di come finì la trattativa. Quella sensazione che aveva suo padre di non essere più lui il punto di riferimento. Bernardo Provenzano glielo confermò: «Gli disse che non poteva essere lui, che il nuovo punto di riferimento era Marcello Dell'Utri». «Su questo suggerisco a Santoro un'altra puntata, le stragi si fermarono, nel frattempo un interlocutore l'avevano trovato», chiosa l'ex pm Antonio Di Pietro, anche lui in studio. «C'era una informativa del Ros che avvertiva del pericolo che Falcone e Borsellino correvano, il terzo in quella lista ero io».
09 ottobre 2009

http://www.unita.it/news/italia/89536/martelli_prima_di_essere_ucciso_bo...

Martelli: "Lo Stato non fece alcun accordo con la mafia"

Il direttore dell'Eurispes, ministro della Giustizia all'epoca degli omicidi di Falcone e Borsellino: "Mafia, mai esistito l'anti Stato. È una teoria che conviene solo a Riina."

Per le nuove generazioni crediamo sia sconvolgente sentir dire ora, a 17 anni di distanza, che due magistrati, Falcone e Borsellino, siano stati uccisi da un intreccio mafia - politica.

Come mai vicende ormai consegnate alla storia tragica del nostro paese sono tornate a essere attualità?
«Innanzitutto a fare queste accuse non è un santo, ma è proprio "il capo dei capi", Totò Riina, cioè il centro di comando assoluto della mafia. Bisogna sottolineare la centralità del suo ruolo prima di rispondere. La comprensione della struttura gerarchica di Cosa Nostra, il suo essere un «fenomeno multiforme», come scrivevano i giornali, è stata proprio al centro delle indagini dei due magistrati. Cosa Nostra, appunto, è un'organizzazione siculo-americana che principalmente regolava il traffico di stupefacenti.

La sua struttura piramidale, fortemente gerarchica, ma basata su una simbiosi mutualistica, ossia di scambio continuo per raggiungere un fine comune, nasce proprio per tutelarsi dall'ordine pubblico e dalle altre mafie. Nel linguaggio della mafia a ciascun ruolo corrisponde un nome. I «soldati» altro non erano che dei killer professionisti, capaci di organizzare attentati. Buona parte dei collaboratori di giustizia sono stati degli esecutori e Riina era uno di questi. Voglio sottolineare questo concetto perché spesso si tende a pensare che la mafia sia qualcosa di diverso, una specie di lobby finanziaria. Invece è un'organizzazione criminale, concepita come una rete con un vertice di potere.

I Corleonesi, così strutturati, s'imposero con lo scopo di bloccare in origine ogni tentativo di presenza da parte dello Stato. Falcone fece un lavoro d'indagine certosino per ricostruire questa tela, per comprenderne il meccanismo. Ciò fu possibile anche grazie alla cooperazione con i colleghi americani, Fbi e magistrati, che gli consegnarono un ricco patrimonio di conoscenze. Il maxi processo fu il coronamento di tutto questo lavoro. Partendo dai mafiosi che potevano essere processati perché colpevoli di crimini, si riuscì a indagare anche sulla mafia. Fu utile anche la collaborazione dei pentiti, come Tommaso Buscetta che aveva già collaborato con gli americani. Ma non descriviamolo come un santo, perché resta un criminale. Lo stesso vale per Riina, per «il capo dei capi».

Lei diceva che buona parte dei pentiti di mafia avevano il ruolo di killer. Perché?
«Perché gli esecutori sono anche i detentori dei segreti della mafia. Falcone aveva una sua teoria, diceva: "Il potere della mafia non sta nei soldi conservati a Zurigo, ma nella facilità di uccidere". Riina ne è un esempio e proprio per il suo essere un assassino prezzolato, come ha raccontato con toni romanzati anche la fiction, è riuscito a diventare il possessore di segreti per eccellenza. Alla fine un killer si consegna allo Stato per salvarsi la vita, perché ha alle costole le altre cosche, è pericoloso per la sua organizzazione perché conosce molti segreti e ha le forze dell'ordine che lo braccano».

Come ricorda quell'estate del 1992?
«La mia ricostruzione deve partire dalla fine del 1991. Il maxi processo di Falcone era in Cassazione per la sentenza definitiva e in corso c'era il processo per il delitto Calabresi con Adriano Sofri in attesa di condanna. Era quasi diventata consuetudine che i brigatisti venissero sempre condannati e i mafiosi mai. Io ero ministro di Grazia e Giustizia, chiamai Brancaccio che era primo presidente della Corte e chiesi, a tutela della Cassazione stessa, di introdurre la rotazione dei collegi. Messa in atto la mia proposta, per la prima volta la tendenza delle sentenze si rovesciò: Sofri fu assolto e i mafiosi furono condannati. Nel febbraio successivo cominciò la stagione dei delitti. La prima vittima fu Salvo Lima e alcuni sostengono ancora che fu ucciso per evitare che Andreotti salisse al Quirinale.

Mi pare inverosimile, visto che Lima era già uscito dalla politica locale, era diventato europarlamentare. Solo in quegli anni la lotta alla mafia cominciava a muovere i primi passi. Se, per esempio, si andava in una Procura qualunque della Sicilia, a Gela, Caltanisetta o Agrigento, si trovava un magistrato giovanissimo che spesso non era siciliano, due piantoni e al massimo un cancelliere. Il contrasto era evidente: nella terra dove proliferava l'organizzazione criminale più grande del mondo, in quel momento, a rappresentare la legge c'erano dei giudici ragazzini e soli. Fu proprio allora che nacque l'idea di un pull, cioè non più il singolo contro la mafia, ma un gruppo di magistrati con al vertice una procura nazionale».

Ma fu l'assassinio di Lima a far nascere l'idea del pull?
«Diciamo che quell'episodio accelerò i tempi di realizzazione. In realtà l'idea era molto più vecchia, la ripescai da una proposta fatta negli anni '60 dal gruppo parlamentare dei repubblicani. Il principio era quello di creare una struttura speculare a quella della mafia. Però la magistratura fece resistenze quando Falcone per esporre il progetto convocò i procuratori di tutta Italia. Mi chiamò Mancuso, che poi sarebbe diventato ministro della Giustizia, e mi disse: "Io non mi faccio convocare da un mio inferiore", riferendosi a Falcone».

Torniamo al 1992, a quello che successe dopo l'omicidio Lima.
«In quell'anno ci furono anche le elezioni politiche da cui la Dc uscì indebolita, la Lega rafforzata, arrivò all'8%, ma il grande sconfitto fu il Pds che si mostrò un partito allo stremo. In un discorso trasmesso dalla televisione, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga anticipò la scadenza del proprio mandato, annunciando agli italiani l'intenzione di dimettersi dalla sua carica. E i partiti, appena usciti dalle elezioni, si trovarono costretti ad affrontare subito e prima del previsto la questione della presidenza della Repubblica, senza avere il tempo di far maturare orientamenti e convergenze sulle possibili maggioranze di Governo.

Il nostro era un Paese in crisi con un debito pubblico alto, anche se non come adesso. E proprio nella settimana in cui bisognava designare il nuovo presidente della Repubblica, cominciò l'organizzazione della strage di Capaci. Questo coincidere degli eventi fece già allora pensare che nell'omicidio di Falcone ci fosse la mano della politica. Lino Iannuzzi sostiene che la strage di Capaci aveva lo scopo di sbarrare la strada verso il Quirinale ad Andreotti, ma era evidente che i socialisti non avrebbero comunque mai appoggiato la sua candidatura. In realtà io sono convinto che Giovanni morì per il delirio d'onnipotenza di Riina. E per una sua imprudenza. Se quel giorno non avesse voluto guidare l'auto, sarebbe ancora vivo. L'autista che occupava il suo posto, dietro, infatti si è salvato».

Come cambiò il clima dopo quel 23 maggio?
«Si entrò in una fase opaca, i 55 giorni trascorsi tra le due stragi furono giorni di cedimento, si diffuse il pensiero che forse bisognava allentare la morsa, come se lo Stato aveva provocato la mafia e ora doveva fare un passo indietro. Io e Scotti, all'epoca ministro degli Interni, cercammo di reagire rendendo ancora più forti i gesti di lotta alla criminalità organizzata. Preparammo il «decreto Falcone» e lo portammo in Parlamento. Craxi e Scalfaro, eletto presidente della Repubblica, diedero ad Amato l'incarico di formare il Governo. E lì successe qualcosa. Amato mi chiamò e mi disse che dovevo lasciare il dicastero. Lo stesso fece con Scotti che accettò.

Io invece mi rifiutai di interrompere il lavoro che avevo cominciato. E preparai il decreto per trasferire i detenuti più pericolosi nei due carceri dell'Asinara e di Pianosa. Solo che nessuno voleva firmarlo. E così mi ritrovai solo. Tanto che alla fine persi la pazienza e lo firmai io sul cofano di una macchina. A interrompere questa fase di riflusso fu l'omicidio di Borsellino».

Pensa che ci fosse un disegno dietro la decisione di voler sostituire lei e Scotti?
«No, credo piuttosto che ci fosse il bisogno da parte della politica siciliana di riprendere fiato. Deputati, senatori, venivano da me e mi dicevano "basta, non se ne può più, è un clima di guerra continuo". Un po' come quando si è in guerra da troppo tempo e si è stanchi, allora nasce col nemico una sorta di tacito accordo: i ritmi si rallentano e la pressione cala. Forse si sentiva il bisogno di questo, ma io non volevo mollare, avevo anche inviato per la prima volta i soldati a Palermo. Inoltre in quel periodo ero entrato in urto con Craxi».

Ma c'è mai stata questa trattativa tra lo Stato e la mafia?
«C'è stata nei termini «se mi aiuti a prendere Riina, io ti do qualcosa in cambio», come avviene con i pentiti. Probabilmente i Ros offrirono qualcosa in cambio dell'arresto del capo dei capi, ma nulla di più. Penso che bisognerebbe abbandonare questa teoria, troppe cose non tornano». Per esempio? «Si parla di una visita di Borsellino a Mancino, nel giorno in cui quest'ultimo si insediava agli Interni al posto di Scotti. Beh, Mancino non ricorda quella visita che, tra l'altro, è strano coincidesse proprio col giorno del suo insediamento. Pare invece che proprio quel primo luglio Borsellino dovesse incontrare il capo della Polizia, Vincenzo Parisi, che però non c'è più e non può far luce su questa vicenda. Evitiamo di arrivare al punto in cui Riina si autoassolva per far ricadere le colpe sulle istituzioni».

La scelta di portare Falcone all'interno dell'ufficio Affari Penali scatenò l'ira dei magistrati.
«Avevo ormai la Magistratura contro, entrarono addirittura in sciopero contro le interferenze di Scalfaro, il suo notissimo «io non ci sto», contro la super procura antimafia e soprattutto contro il ruolo di Falcone nel pull. Lo stesso Giovanni si dovette difendere davanti al Consiglio superiore della magistratura e rispondere di equivoche collusioni tra Orlando Cascio, sindaco di Palermo, e Ciancimino. Si disse di tutto, ma soprattutto si volle sottolineare che Falcone non era adatto a quel posto. A capeggiare la contestazione c'era Luciano Violante. Fu evidente di lì a poco che stavano sbagliando. Giovanni dichiarò: «Mi sono concentrato su come disarticolare il potere criminale». Nell'anno successivo più di mille mafiosi decisero di collaborare, anche perché col 41 bis il carcere cominciava a fare paura, non era più una pensioncina a due stelle che rappresentava addirittura un motivo d'onore, ma era il carcere vero. Lo scopo era stato raggiunto».

Dopo 17 anni, ci sono le premesse perché accadano nuove stragi?
Credo che quella potenza di fuoco sia stata disarticolata. Lo dichiarai alla Cnn che mi chiedeva un commento a caldo dopo l'attentato a Borsellino: credo che la stagione delle stragi sia stato l'errore più grande commesso dalla mafia. Sono convinto che non abbiano più voglia di ripetere quell'esperienza, perché quella battaglia l'hanno persa.

Veniamo all'attualità. È di mercoledì la notizia dell'operazione a Roma riguardante il Caffè de Paris. Crede che queste infiltrazioni nel Lazio e a Roma siano state sottovalutate?
Assolutamente sì. La progressiva excalation della 'ndrangheta dalla Campania al sud del Lazio va arginata. Sono contento del sequestro, è un buon modo per iniziare a portare alla luce il verminaio.

Qual è la sua opinione riguardo l'introduzione del reato di clandestinità?
Come fondatore di Opera, un'associazione che nacque per occuparsi di assistenza legale agli immigrati, oggi credo di risultare molto impopolare. Penso che le espulsioni non siano materia penale, ma semplice prevenzione, lo dico in termini di principio, di puro diritto. È impossibile portare in tribunale ogni singolo immigrato non in regola trovato sul territorio, non è concretamente fattibile, è solo una «grida manzoniana». Nella mia legge la clandestinità era materia amministrativa. Pensate cosa sarebbe stato se avessimo dovuto fare il processo ai 21 mila albanesi sbarcati a Bari.

L'Italia è un po' il contrario del film dei fratelli Coen «Questo non è un un paese per vecchi». Il nostro rischia di diventare un Paese di vecchi. Finiremo per riempirci di badanti senza pensare a integrare le nuove generazioni non italiane a cui bisogna insegnare la nostra lingua, il nostro diritto, la nostra cultura».

Per concludere, che futuro vede in Europa per il laburismo e il socialismo?
«Dovremmo parlare molto a lungo. La questione è: perché la crisi del modello capitalistico non ha riacceso lo sviluppo del socialismo? Forse perché non si ha più voglia di tornare a un assetto più dirigistico o perché non si hanno controproposte concrete. In Italia, almeno, preferiscono perdersi dietro al gossip».

http://iltempo.ilsole24ore.com/2009/07/24/1051347-martelli_stato_fece.sh...

Il pentito Giuffrè «Forza Italia e Dell’Utri referenti di Cosa Nostra»(Dell'Utri di Merda Pound)

«Quando Dc e Psi si avviarono al tramonto, in Cosa nostra nacque un nuovo discorso politico. Un nuovo soggetto politico andava appoggiato: era Forza Italia». Ha l’incedere lento e autorevole delDonCorleone cinematografico. Ma Nino Giuffré ex-capomafia delle Madonie, una vita passata accanto a Provenzano e Riina, usa parole precise per descrivere il patto tra politica e mafia. Lo hafatto ieri all’aula bunker di Rebibbia a Roma nel corso del processo Mori per la mancata cattura di Provenzano. L’interrogatorio che continuerà domani ha ripercorso la trasformazione di Cosa nostra dalla fase stragista di Riina a quella «invisibile » di Binu. «La diversità di vedute all’interno di Cosa nostra – ha detto Giuffré – si manifestava in una diversa strategia: da unamafia molto appariscente a una mafia silenziosa che era la politica principale di Provenzano ».

Tra i protagonisti di questa trasformazione – secondo Giuffré - c’è Vito Ciancimino, l’ex-sindaco di Palermo, che nel 1992 ha intrattenuto rapporti mai fino in fondo chiariti con il generale del Ros Mario Mori, culminati secondo il figlio Massimo nel passaggio del «papello», la lista di richieste di Riina allo Stato. Don Vito secondo Giuffré sarebbe stato il «coautore dellametamorfosi di Cosa nostra con l’abbandono della strategia stragista». La ricostruzione di Giuffré affronta quindi i buchi neri di quella stagione di bombe e trattative, nel pieno disfacimento della prima repubblica: dall’arresto di Riina alla mancata perquisizione del suo covo, dalle voci che volevano Provenzano «sbirro», alle gole profonde nelle forze dell’ordine che informavano Riina.

Nel corso degli anni – dice il collaboratore di giustizia – «mi sono accorto che non erano accadimenti casuali, ma da inserire in una precisa volontà. Quandopoi ci fu il periodo dei grandi arresti e solo Provenzano rimase fuori, ho sospettato anche io di lui». Binu quindi sarebbe stato il «profeta» della nuova Cosa nostra in accordo con pezzi dello Stato.Èlui – dice Giuffré - che incarica prima Vito Ciancimino di risolvere i problemi dell’organizzazione (confisca dei beni, ergastoli, collaboratori di giustizia, benefici carcerari) e che poi trova il contatto con un nuovo interlocutore politico Marcello Dell’Utri tramite diversi intermediari: il costruttore Gianni Ienna e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, organizzatori e mandanti delle stragi del ’93. Per sistemare questi «guai» racconta Giuffré, Provenzano diceva che «ci voleva un po’ di pazienza e che in dieci anni si sarebbero appianati». Il pentito conferma la versione di Luigi Ilardo, il boss infiltrato che nell’ottobre del ‘95 ha incontrato Binu riferendo luoghi e personaggi della latitanza del boss, rivelando in diretta il patto tra Fi e Cosa nostra con la «mediazione» di Dell’Utri. Ma quelle informazioni finite al Ros di Mori non vennero utilizzate. Da qui il processo al generale per la mancata cattura. Rimane però da chiarire come poteva fare Ciancimino a trattare dopo il suo arresto nel ‘92. I Pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia hanno chiesto di sentire il figlio di Ciancimino, Giovanni, e Luciano Violante sugli incontri tra Mori e l’ex-sindaco.

Mediaset, Svizzera apre un'inchiesta coinvolti 4 manager per riciclaggio

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Congelati anche 150 milioni di franchi svizzeri. L'indagine è un filone
di quella sui fondi neri, parallela a quelle sbloccate dalla sentanza sul lodo Alfano

BERNA - Quattro manager di Mediaset saranno presto oggetto di un'inchiesta formale in Svizzera per riciclaggio. Lo ha riferito la portavoce del ministero della giustizia.

I magistrati elvetici avrebbero intenzione di procedere la prossima settimana: l'ipotesi di reato sarebbe riciclaggio di denaro, in collegamento con la compravendita di diritti televisivi per importi 'gonfiati'. Secondo quanto riporta l'AP, dopo anni di indagini su Mediaset, ora i giudici svizzeri potrebbero formalizzare le accuse, e le prove raccolte oltreconfine potrebbero aiutare le inchieste italiane parallele che stanno per ripartire dopo la bocciatura del lodo Alfano.

L'inchiesta in Svizzera è infatti un filone di quella sui fondi neri Mediaset, relativa all'acquisto di diritti tv su film americani prima del 1999 attraverso società offshore, con importi modificati in modo da frodare il fisco. Le autorità elvetiche avevano cominciato a collaborare con i magistrati italiani nel 2002, e tre anni più tardi hanno congelato conti in banca per oltre 150 milioni di franchi svizzeri (circa 100 milioni di euro).

Banca Popolare Credieuronord (la Banca della Lega Nord)

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A lui Umberto Bossi e gli alti papaveri della Lega Nord diedero l’incarico di fondare la banca della Lega. E Galimberti, che forse aveva combinato qualche pasticcetto in passato nel mondo bancario con la Barclays, si mise all’opera.
L’idea era che la politica è una bella cosa, ma, come altri partiti disponevano di strutture economiche e finanziarie già collaudate nei decenni, anche la Lega, un partito di militanti, doveva avere una sua struttura nel mondo finanziario.

Ma fare una banca non è una cosa semplice. In base alle statistiche della Banca d’Italia il 70% delle neobanche finisce in modo inglorioso nei primi due anni, e l’altro 30% sopravvive, ma vivacchia.
I dirigenti della Lega Nord, analfabeti finanziariamente, queste cose non le sapevano e così l’operoso Galimberti cominciò a raccogliere il capitale sociale della costituenda banca CrediNord, poi diventata CrediEuronord per evitare denunce alla magistratura da parte di una banca francese Crédit du Nord fondata nel 1840 per eccessiva assonanza dei due nomi.
Il capitale necessario fu raccolto e non risulta che sia mai stato spiegato da Galimberti il fatto che era per i soci un investimento a rischio e non liquido poiché si trattava di quote di capitale di società non quotata in borsa e non di un credito che i leghisti facevano a CrediEuronord. D’altra parte, come non rispondere al richiamo di ” Alberto da Giussano”?! La militanza ha i suoi costi, palesi o occulti che siano. E così, dopo una lunga incubazione, la banca vide la luce e avrebbe anche potuto sopravvivere e avere successo, sebbene le sue dimensioni fossero destinate a restare piccole, anche nell’ambito del gruppo delle più piccole banche popolari e delle più piccole banche di credito cooperativo.

Ma Galimberti sembrava morso dal ragno della smania. A Pontida, a Venezia, nelle Assemblee dei soci lui solo prendeva la parola dicendo: « cresceremo tanto da far male alle altre banche » , come il topolino che ha deciso di strangolare l’elefante. Ma era quando tornava in banca che dava il meglio di sè.
Non voleva Presidente ( che allora era chi scrive, poi autosospesosi) o Consiglieri fra i piedi. Lui era la banca, il padre padrone. Disponeva dei soci, delle strutture, di una segreteria megagalattica e del personale, specie femminile.
Un padre padrone, quasi un proprietario della banca. E, quando riceveva delle telefonate dall’alto, il suo comportamento era quello per cui la struttura dell’ufficio fidi veniva da lui scavalcata. « Non accetto dei pareri negativi » diceva, quasi anticipando quanto si è letto nel tormentone estivo delle intercettazioni ben note.
Il parere che contava era solo quello del padre padrone, il quale, poi, in Consiglio di Amministrazione si presentava con garanzie, fideiussioni, assegni di clienti ( a cui voleva dare dei prestiti) poi rivelatisi carta straccia.
Finita ingloriosamente la vicenda di CrediEuronord, anche perché 4 o 5 clienti affidati si sono guardati bene dal restituire i milioni di euro concessi in prestito su iniziativa imperiosa del padre padrone ( e non si sa bene se siano stati denunciati, poiché molto ammanicati con la Casa delle Libertà, vedi l’ex calciatore Franco Baresi), la Lega Nord ha avuto una nuova bella pensata.
Al posto del piccolo Galimberti perché non puntare sul grande banchiere Gianpiero Fiorani? In questo modo la Banca del Nord era già fatta. Si trattava soltanto di chiudere la sgradevole vicenda CrediEuronord facendola rilevare dalla Banca Popolare di Lodi ( ora Banca Popolare Italiana) e di dare una mano al grande banchiere di Lodi per acquisire la Banca AntonVeneta, diluendo le sorprendenti sofferenze della Lodi in un bacino più grande: la nuova Banca del Nord, nata dalla fusione di una banca lombarda con una ben più grande banca veneta.

Gli amici degli amici sono miei amici, dicono i francesi, ma anche gli italiani e, quindi, gli amici di Fiorani e tutti coloro che lo favoriscono in questo ambizioso disegno sono amici della Lega. Non importa che siano palazzinari romani, speculatori di basso rango, etc. L’importante non sono gli uomini. L’importante è il disegno strategico, l’obiettivo della grande politica bancaria della Lega Nord: da una piccola banca creata dal sudore dei leghisti, a una grande banca creata dalla lungimiranza del megabanchiere della ricca e grassa terra agricola lodigiana.

Purtroppo, come la banca CrediEuronord non è finita molto bene ( ma inni si sciolgano al salvatore Gianpiero), così la grande strategia bancaria della Lega ha incontrato in queste ultime settimane qualche piccola difficoltà.
Machiavelli e soci sono rimasti invischiati nel loro machiavellismo.

Un po’ di verità sulla Banca Popolare Credieuronord (parte prima)
(meglio conosciuta come la Banca della Lega)
A cura di Rosanna Sapori – 25 novembre 2004

Il 28 ottobre 1998 si costituisce a Samarate in provincia di Varese, il comitato Promotore per la costituzione della Banca Credieuronord.  Il Comitato svolge attività di promozione e di raccolta delle sottoscrizioni del capitale necessario per la costituzione della Banca. Le quote sono raccolte battendo a tappeto le sezioni della Lega Nord di Piemonte, Lombardia e Veneto. Sono coinvolti i segretari di sezione e di circoscrizione che – raccogliendo l’appello del Segretario Federale Umberto Bossi – organizzano apposite riunioni tra militanti e simpatizzanti del partito. Il quotidiano LA PADANIA e l’emittente RADIO PADANIA LIBERA, invitano lettori ed ascoltatori a sottoscrivere le quote. Anche durante i raduni nel mitico prato di Pontida sono raccolte adesioni tra i militanti della Lega Nord.
Il 21 febbraio 2000, con atto notarile, si costituisce la Banca Popolare CredieuroNord, società cooperativa per azioni a responsabilità limitata. Con l’adesione di circa 2600 soci è sottoscritto un capitale nominale di 17 miliardi e 76 milioni di lire. Il 17 novembre dello stesso anno la Banca d’Italia concede l’autorizzazione ad esercitare l’attività bancaria. Il 19 marzo del 2001 apre il primo sportello a Milano, con 2615 soci e poco più di 19 miliardi di capitale.

Siamo contenti di aver fatto questa banca i cui soci sono per la maggior parte militanti leghisti” puntualizza GianMaria Galimberti, Vicepresidente di Credieuronord. “Ma è bene confermare che la politica non c’entra anche se Credieuronord serve agli ideali che la Lega ha sempre portato avanti, la difesa del risparmio della famiglia e della piccola e media impresa. In pratica abbiamo dato concretezza agli ideali del Carroccio…si è cercato di mischiare la politica con la banca ma Credieuronord si muoverà su un piano assolutamente deontologico e certamente non verranno fatti dei prestiti graziosi perché non è nello spirito della banca né nello statuto della banca”. Queste le parole di Galimberti in un’intervista al quotidiano LA PADANIA nel gennaio del 2001.
Nel gennaio del 2003 apre uno sportello di tesoreria ad Erbusco in provincia di Brescia e successivamente, a seguito dell’autorizzazione di Banca d’Italia, in data 24 marzo 2003 uno sportello bancario a Treviso. Il 13 febbraio 2004 Credieuronord  apre uno sportello di consulenza finanziaria ad Albino in provincia di Bergamo.
Che cosa accade alla Banca in questi pochi anni d’attività è storia conosciuta e raccontata dai maggiori quotidiani e settimanali italiani ed esteri che sarà riscritta con ordine e dovizia di particolari in altra sede. Credo valga invece la pena di trascrivere per intero il documento che è stato redatto dall’ispettorato di vigilanza Creditizia e Finanziaria di BANCA D’ITALIA durante un’ispezione ordinaria.
BANCA POPOLARE CREDIEURONORD S.c.r.l. – MILANO – Via Cartesio 2
Inizio Ispezione 10/03/2003 Fine ispezione 23/05/2003

CONSTATAZIONI – PROFILI GESTIONALI E ORGANIZZATIVI

1. Non si sono adottati provvedimenti idonei a rendere affidabile l’impianto organizzativo e a pervenire in tempi rapidi a una profittevole gestione; né sono state individuate le motivazioni sottese al degrado degli impieghi. Si richiamano segnatamente:
a) i ritardi nell’applicazione del Regolamento, tuttora disatteso in alcuni aspetti rilevanti quali i controlli interni;
b) OMISSIS
c) le incoerenze nella politica creditizia nonché la labilità dei crediti seguiti per la selezione della clientela e l’enucleazione delle partite a decorso insoddisfacente:

2. La  previsione contenuta nel regolamento interno, che subordina il concreto esercizio dei poteri del Direttore generale a previe “consultazioni” con il Vice Presidente Esecutivo, di fatto trasferisce in capo all’esponente amministrativo la conduzione aziendale pur lasciando al dirigente la formale responsabilità degli atti.
3. Gli scarni resoconti delle riunioni consiliari – che rendono disagevole la ricostruzione degli accadimenti – si mostrano poco accurati e, talvolta, redatti a distanza di mesi: ad esempio, l’adunanza del 24.2.2003 è stata verbalizzata nel mese di maggio e quella del 24.3.2003 non contempla gli affidamenti approvati in tale data, riproponendo quelli concessi nella precedente seduta. Si è altresì permesso al segretario di presenziare al vaglio delle pratiche di fido allo stesso riconducibili.
4. Non si sono definiti limiti alle facoltà esercitate dell’Esecutivo in tema di condizioni da praticare alla clientela; la materia non è oggetto di monitoraggio e reporting all’organo sovraordinato.  OMISSIS

5. Il Collegio Sindacale ha circoscritto la propria attività – peraltro non raccordata con quella dell’ispettorato – alle verifiche di cassa e all’accertamento della regolarità nelle incombenze fiscali e previdenziali, omettendo di rilevare lo scadimento del comparto creditizio e le disfunzioni insite nel sistema dei riscontri.
6. Lo schema organizzativo risente della ridotta cultura dei controlli nonché del turnover del personale, non accompagnato dai necessari interventi formativi. In dettaglio:
a) pur in presenza di uno strumentario adeguato a rilevare le relazioni connotate da anomalie andamentali, la mancata istituzione di una struttura di controllo rischi impedisce azioni di regolarizzazione dei rapporti.
b) Le registrazioni contabili e il flusso informativo destinato alla Vigilanza, non sottoposti a scrutinio quali-quantitativo, presentano diffuse imprecisioni, specie nei conti transitori
c) La scarsa cura prestata alle evidenze sui “grandi rischi” ha impedito di acclarare, al 31.12.02, l’erronea segnalazione di supero sul plafond prudenziale

d) Gli avvicendamenti intervenuti nel Consiglio e nella Direzione sono stati inseriti nelle previste segnalazioni di Vigilanza solo in corso di ispezione
e) L’omessa pubblicazione sulla G.U. delle variazioni generalizzate alla struttura dei tassi ha comportato difetti di informativa, specie per i titolari di libretti di deposito
f) Non sono previste salvaguardie sull’utilizzo di partite illiquide in c/corrente.
EROGAZIONE DEL CREDITO E STATO DEGLI IMPIEGHI
7. Il processo creditizio è connotato da carenze che si sono riflesse sulla qualità dell’erogato. Il degrado, accentuato dal livello di concentrazione del rischio, è stato determinato da:

a) affidamenti per operazioni finanziarie senza preventiva individuazione di fonti e tempi di rimborso (cfr, ad es., Bingo.Net Srl)
b) facilitazioni accordate pur in costanza di elementi negativi prospettati in sede istruttoria (cfr, ad es., D’Evant Cesare Giosuè) ovvero di appostazioni a sofferenza presso il sistema (cfr, ad es., Robusti Giovanni e Milano Pietro)
c) ripetuti sconfinamenti autorizzati dal Capo dell’esecutivo anche in esubero ai poteri delegati, acriticamente ratificati dall’organo collegiale
d) assenza di vincoli alla annotazione delle c.d. “prenotazioni avere”, considerate nella prassi aziendale come incrementative delle disponibilità di conto. Non seguite da effettivi versamenti, hanno consentito di non rilevare eccedenze  per oltre euro 1,5 mln sulla linea di credito al nome di Lari Maura/Baresi Franco.

Da ultimo, la mancata richiesta ai legali esterni di esaurienti resoconti sulle procedure in corso ha indotto ad apprezzamenti non in linea con le effettive possibilità di recupero delle creditorie (cfr. ad es. Boni e Mascarini Snc).
8. La distanza sul portafoglio prestiti al 31.12.02 ha fatto emergere sofferenze per euro 4,8 mln, incagli per euro 3,7 mln e previsioni di perdita per euro 2 mln. Negli allegati nn.3/a e 3/b vengono riportate le differenze in aumento rispetto alle segnalazioni aziendali (nell’ordine euro 3,1 mln, 1,5 mln e 1,7 mln).
IL PRESENTE DOCUMENTO, COMPOSTO DI N. 4 PAGINE E N. 1 ALLEGATO, E’ COPIA CONFORME ESTRATTA DAL RAPPORTO ISPETTIVO SUGLI ACCERTAMENTI DI VIGILANZA CONDOTTI DAL 10.03.2003 AL 23.05.2003 PRESSO BANCA POPOLARE CREDIEURONORD S.c.r.l.  IL QUALE CONSTA DI N. 7 PAGINE E 3 ALLEGATI.

Un po’ di verità sulla Credieuronord (II parte)
(meglio conosciuta come la Banca della Lega)

A cura di Rosanna Sapori – 5 dicembre 2004
Dopo l’ispezione ordinaria che la Banca Popolare Credieuronord subisce dal 10 marzo al 23 maggio 2003, la Vigilanza propone l’irrogazione di sanzioni amministrative e pecuniarie in relazione alle gravi infrazioni rilevate durante i controlli. Ripropongo qui il testo integrale a firma dell’allora Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti .
- BANCA POPOLARE CREDIEURONORD
IL MINISTRO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE

VISTO il decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia –TUB);
VISTA la lettera n. 177749 del 1° marzo 2004 con la quale la Banca d’italia, dopo aver espletato i prescritti adempimenti in conformità al disposto dell’art.145 TUB e delle relative Istruzioni di Vigilanza, ha proposto l’irrogazione di sanzioni amministrative pecuniarie in relazione alle seguenti infrazioni rilevate presso la BANCA POPOLARE CREDIEURONORD, con sede in Milano, nel corso degli accertamenti ispettivi di vigilanza condotti, ai sensi dell’art. 54 TUB, dal 10.3.2003 al 23.5.2003:

1) carenze nell’organizzazione e nei controlli interni da parte del Consiglio di Amministrazione (art.53, comma 1, lett.d), TUB; tit. IV, cap. 11, Istr. di Vig.);
2) carenze nei controlli interni da parte del Collegio Sindacale (art.53, comma 1, lett.d) TUB; tit.IV, cap. 11, Istr.di Vig);
3) carenze nell’organizzazione e nei controlli da parte del Direttore Generale (art.53, comma 1, lett.d) TUB tit.IV, cap.11, Istr. Vig);

4) carenze nella gestione del credito da parte del Consiglio di Amministrazione e del Direttore (art.53, comma 1, lett.d) TUB; tit: IV, cap. 11, Istr.Vig.);
5)posizione ad andamento anomalo e previsione di perdite non segnalate all’O.d.V. da parte del Consiglio di Amministrazione, del Collegio sindacale e del Direttore generale (art. 51 TUB; tit.IV, cap.1, Istr. di Vig.);
                                                                               - omissis -   
                                                                            D E C R E T A
A carico delle persone di seguito indicate, nella qualità per ciascuna di esse precisata e per efetto delle norme richiamate, sono inflitte, ai sensi dell’art.144 TUB, le seguenti sanzioni amministrative pecuniarie:

Componenti il Consiglio di amministrazione
ARCUCCI Francesco; GALIMBERTI Giovanni Maria; BALOCCHI Maurizio; BARBIANI Massimo.
Ex componente il Consiglio di amministrazione
CARNEVALI Virginio (in carica fino al 6.3.2003)
Per irregolarità sub 1): euro 2.582,00 ciascuno
Per irregolarità sub 4): euro 2.582,00 ciascuno
Per irregolarità sub 5): euro 2.582,00 ciascuno
Complessivamente: euro 7.746,00 ciascuno
Componenti il collegio sindacale

GAVAZZI Gerolamo; PASQUI Paolo; CONFALONIERI Diego.
Per irregolarità sub 2): euro 2.582,00 ciascuno
Per irregolarità sub 5): euro 2.582,00 ciascuno
Complessivamente euro 5.164,00
Ex Direttore Generale
CONTI Giancarlo (in carica fino al 16.3.2003)
Per irregolarità sub 3): euro 1.549,00
Per irregolarità sub 4): euro 1.549,00
Per irregolarità sub 5): euro 2.582,00

Complessivamente euro 5.680,00

                                                                                     -  omissis –
Roma, addì 22 marzo 2004
                                                                                         IL MINISTRO: G. TREMONTI
il resto alla prossima puntata…

(PER INCISO CON POCHE MIGLIAIA DI EURO DI AMMENDA HAN FERGATO MILIARDI E MILIARDI ALLA POVERA GENTE, UNA PER TUTTE LA SIGNORA CHE PROTESTAVA ALL’ULTIMA CERIMONIA DELL’AMPOLLA RIEMPITA SUL PO’ (2006) CHE PUR SE PASSATA SOTTO SILENZIO DEI MEDIA ASSERVITI E’ STATA PERO’ RIPORTATA DAL TG3, CHE PORELLA HA VISTO SVANIRE I RISPARMI DI UNA VITA (E FORSE DI PIU’), BEN 40.000.000.000 DI LIRE !!)

UN E-MAIL PER PEPPINO IMPASTATO

autore: 
Isolano

Questi sono gli indirizzi a cui si può scrivere e-mail di protesta per la rimozione della targa per Peppino.

Se non avete voglia di scrivere troppo basta anche un semplice VERGOGNA oppure un sincero VAFFANCULO!

INDIRIZZI:
sindaco@comune.ponteranica.bg.it
info@comune.ponteranica.bg.it
comune.ponteranica.bg@cert.legalmail.it

sos-racket-usura - Lettera alle Autorità dopo le minacce subite da Frediano Manzi.

image1: 
antiracket.jpg

Esprimo la più viva e ferma solidarietà a Frediano Manzi, presidente di S.O.S. Racket e Usura, che in questi giorni ha subito minacce gravissime, dopo la sua video-denuncia clamorosa sull'esistenza di una gestione criminale degli appartamenti delle case popolari in un quartiere di Milano, occupati abusivamente e poi illegalmente affittati a terzi. Nell'ultima telefonata minatoria una voce con forte accento siciliano lo ha definito " Un uomo morto"!

Allora, io vorrei che i paracadutisti della Folgore rientrassero in patria, visto che qui la democrazia non ha portato affatto la civiltà!

Allora, io vorrei che la Chiesa ambrosiana facesse rientrare dalle lontane terre di missione qualche bravo missionario, visto che qui ci sono parecchie anime bisognose di ravvedimento.
Allora, io vorrei che la sindachessa Moratti uscisse un po' dalla suo ufficio di Palazzo Marino e riprendesse a girare nella città come faceva prima di vincere le elezioni.
E allora, io vorrei che i Magistrati, da noi pagati seppur non eletti, operassero tra quella gentaglia in modo da farla scappar via da qui per disperazione: terzium non datur, o imparano a vivere pacificamente o debbono ritornare quanto prima là, da dove è venuta un paio di decenni fa. La Lombardia,infatti, è stata per secoli, fino alla fine degli anni sessanta del Novecento, una terra di gente laboriosa e onesta!

Prof. Tiziano Guastoni
presidente Comitato di Via Teodosio-Milano
http://www.sos-racket-usura.org/

http://www.sos-racket-usura.org/index.asp?pagina=newsart&idarticolo=389&....

P.S: Dopo che alcune radio popolari li hanno fatti esporre con la loro denuncia si sono guardati bene di seguire la vicenda in seguito alle pressioni ricevute. Viva il giornalismo!

Fondi(Latina) - la giunta si dimette ed evita lo scioglimento per mafia

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La giunta comunale di Fondi, in attesa da un anno di essere commissariata per infiltrazioni mafiose, gioca d’anticipo, va via in contropiede, arriva quasi sotto la porta ma non è detto che segni. Non è detto cioè che ottenga quello che vuole: evitare con le dimissioni lo scioglimento per mafiosità, una patente che farebbe scattare per l’amministrazione molti obblighi di legge.

Sapendo di non poter ritardare ulteriormente lo scioglimento richiesto dal prefetto di Latina e dal ministro dell’Interno, il sindaco Luigi Parisella ieri mattina si è dimesso con la giunta e i 17 consiglieri comunali che fanno capo alla maggioranza di centrodestra che guida il comune dell’agro pontino. Ma, come il ministro dell’Interno ha subito capito, e con lui il sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta, questa scelta potrebbe non essere una rinuncia al governo della città e un’uscita di scena. Bensì il modo per far tornare tutto esattamente com’era nel giro di poco tempo e cambiando due o tre nomi.

Una mano di vernice, per mandare via lo sporco. Il fatto è che Fondi non ha solo un problema di “sporco”. Ha un problema, come spiegano le 500 pagine della relazione del prefetto Frattasi che tutta la Commissione antimafia ha potuto leggere, di infiltrazioni mafiose che condizionano il tessuto sociale ed economico della città. Basti solo dire che a Fondi c’è il più grande mercato ortofrutticolo dell’Europa centrale e meridionale. Due inchieste della Direzione distrettuale antimafia di Roma, 17 arresti e decine di indagati tra i vertici dell’amministrazione e tra gli imprenditori, hanno poi spiegato come i clan Tripodo e Bellocco-Pesce, la famiglia Trani e Peppe Franco, numero 1 del Mof avrebbero messo le mani sulla città. I fatti.

Venerdì mattina il Consiglio dei ministri decide di non decidere. Il motivo, spiega il ministro Brunetta che con i colleghi Sacconi e Meloni ha preso molto a cuore il dossier Fondi, è che «la giunta potrebbe dimettersi». Inutile, stando così le cose, sciogliere. Ieri mattina, puntuale, l’annuncio del sindaco: dimissioni in blocco. Ampio spazio alle motivazioni. «Non potevamo più andare avanti così – spiega un avvelenato Parisella – con queste pressioni politiche e mediatiche, era ora di finirla».

Il sindaco dimissionario mostra di non curarsi se il comune sarà sciolto oppure no. La cosa che conta è che sia «finito un incubo». Invece le dimissioni in blocco prima dello scioglimento tecnico per mafiosità fanno molta differenza. Il commissario, prima di tutto. Quello che prenderà il posto di Parisella avrà poteri normali, di ordinaria amministrazione per poter condurre il comune al voto entro un paio di mesi. Ben diversi, invece, i poteri del commissario nominato per spezzare le infiltrazioni mafiose. Andrebbe, ad esempio, a riguardare tutti gli appalti affidati in questi anni e a mettere il naso nella Silo srl, società titolare di un capannone in località Panzanelle, che ha incassato contributi per oltre due miliardi ma che non ha mai lavorato. Soci della Silo sono il senatore Fazzone e il fratello del sindaco. Un’altra grande differenza riguarda gli attori in scena: se giunta e consiglieri sono dimissionari, si possono ricandidare alle prossime elezioni; se sono sciolti per mafiosità, devono lasciare la politica. Ecco spiegato il trucco delle dimissioni. A meno che, cosa sempre possibile, Parisella e colleghi siano veramente stufi della carriera politica. Nella patria del diritto e del rovescio, l’ultima parola spetta, ancora una volta, al Consiglio dei ministri.
04 ottobre 2009

Domenico Bonifaci - proprietario de “Il Tempo” - l'imprenditore in odore di Mafia

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una società del costruttore acquista i palazzi dei Palau a Su Arrasolu Bonifaci compra la sede della polizia Un impero che si espande dalla zona industriale al borgo di San Pantaleo

OLBIA. Il re del mattone Domenico Bonifaci si porta a casa un pezzo dell’impero dell’ex Palmera. L’imprenditore ha acquistato le palazzine in cui è ospitata la polizia. Gli edifici un tempo erano il centro dirigenziale della fabbrica del tonno. Poi sono stati dati in affitto alle forze dell’ordine. Con la fine della fabbrica delle scatolette sono stati ceduti a una delle società di Bonifaci, la Case ridenti. Ma gli interessi dell’imprenditore romano non si sono fermati alla zona industriale. Alla sua società il consiglio comunale ha appena approvato un piano di lottizzazione a San Pantaleo per costruire villette e negozi nella borgata che si arrampica sulla montagna di granito
onifaci si mangia un pezzo dell’ex Palmera. La società del tonno, tenera come un grissino, aveva cominciato a sfaldarsi già otto mesi fa. L’azienda aveva deciso di fare cassa e aveva ceduto i suoi uffici dirigenziali, affittati alla polizia, a una spa della galassia del re del mattone, Domenico Bonifaci. Non è chiaro se lo shopping del costruttore in zona industriale si sia limitato all’edificio, che ora ospita la polizia, o se nel pacchetto siano finiti altri pezzi pregiati dell’ex azienda del tonno sbranata dalle leggi pescecane dal mercato.
L’acquisto è avvenuto nel più assoluto silenzio, tutto coperto dal più stretto segreto. Un obbligo in questi casi. Mentre gli operai cominciavano a sentire il silenzio degli ingranaggi di una fabbrica sempre più immobile. Mentre i sindacati si agitavano per turare le falle. Una parte della barca aveva già cambiato proprietà. Normale beccheggio della bagnarola che sfornava più debiti che scatolette. Le palazzine, ora occupate dalla polizia, sono state acquistate dalla “Case ridenti”, società del gruppo Bonifaci. Top secret l’importo pagato per gli edifici che si trovano all’ingresso della zona industriale. Con il progetto di riconversione le costruzioni potrebbero moltiplicare il loro valore.
In Comune non è stata fatta nessuna richiesta di cambio di destinazione d’uso per gli edifici. Per ora. Ma la nuova sede della polizia è già stata individuata. Notizia di qualche giorno fa. La questura nascerà su un’area di 12 mila metri quadri della zona Cerasarda, messa a disposione dall’amministrazione. Accanto, ironia della sorte, a una maxi lottizzazione del gruppo Bonifaci. Mancano ancora i due milioni di euro per costruirla, ma con gli agenti senza più una sede il Ministero dovrà trovare una rapida soluzione.
Bonifaci è a capo di un impero di carta e mattoni. Il ramo immobiliare fattura 44 milioni di euro. È proprietario anche del quotidiano “Il Tempo” e da molti anni trascorre le sue vacanze in una maxi villa a Porto Rotondo. Ma ora sembra essere deciso a investire una parte dei suoi fondi in città. Nella zona Cerasarda ha avviato una mega lottizzazione. Il suo progetto è l’unico di un certo peso che sia passato alle intese. Il Comune lo ha portato insieme alla costruzione di una piscina, di un impianto per creare compost e alla richiesta di un privato per una piccola villetta. Bonifaci ha avuto il via libera anche per un altro progetto da migliaia di metri cubi. Oltre 200 mila, previsti nella lottizzazione che porta avanti nella parte alta di via Veronese. Ma il suo progetto non è una colata di cemento nel cuore della città. Una larga fetta di metri cubi sarà destinata al verde. E tra gli obblighi previsti per far avere il via libera al costruttore romano anche l’allargamento di una parte di via Veronese. La sua Case Ridenti ha avuto il via libera in questi giorni consiglio comunale anche per un piano di lottizzazione a San Pantaleo. Locali commerciali e villette da costruire nella collina di granito. L’imprenditore attende il placet dall’amministrazione per altri due grossi progetti edilizi nella frazione storica di Olbia. L’interesse di Bonifaci per gli investimenti in città, da San Pantaleo e dalla zona residenziale intorno a viale Aldo Moro, scivola fino alla zona industriale. Con la discrezione, marchio di fabbrica delle sue operazioni, è entrato in punta di piedi nell’affare Palmera. Ha fatto suoi gli uffici dirigenziali dati in affitto per anni alla polizia. Su un altro binario corre il nuovo signore delle scatolette, Vito Gulli. Il padrone della As do mar ha riacceso gli interruttori del vapore, ha riassunto 23 operai. Ma ha fatto sapere che la produzione si trasferirà entro due anni in un nuovo stabilimento di 13 mila metri quadri della ex ceramica Corallina. Per ora gli operai inscatoleranno tonno nella fabbrica di Su Arrasolu, che i Palau, ex proprietari della Palmera, avevano scelto di non cedere insieme al marchio. Primo passo per lo spezzatino dell’impero del tonno.

Cosi' Bonifaci comprava il giudice Savia

http://archiviostorico.corriere.it/1997/giugno/02/Cosi_Bonifaci_comprava...

http://www.repubblica.it/online/fatti/enimont/enimont/enimont.html

http://archiviostorico.corriere.it/1999/gennaio/12/Toghe_sporche_process...

«Mio fratello Peppino e gli sfregi quotidiani alla lotta antimafia»

«Mio fratello Peppino e gli sfregi quotidiani alla lotta antimafia»

Un gesto politico». Giovanni Impastato legge così lo sradicamento dell’ulivo piantato a Ponteranica (Bg) in memoria del fratello Peppino, vittima simbolo della mafia come raccontato nel film «I cento Passi». Chi l’ha compiuto ha lasciato un biglietto in dialetto, «qui ci voglio un pino », la notte prima del corteo con cui sabato oltre 7 mila persone hannoprotestato per la decisione del sindaco leghista di rimuovere la targa della biblioteca dedicata a Peppino. «Quello del primo cittadino è stato un atto mafioso», accusa Giovanni. Racconta dei microfoni spia messi a due sostenitori del Comitato Impastato e avverte: «Con questo governo la cultura dell’antimafia è a rischio ». Si aspettava quest’ultimo gesto? «C’erano stati dei segnali: stamattina a Ponteranica abbiamo denunciato il ritrovamento di una cimice nell’auto di Gaspare D’Angelo, del Comitato Impastato sul territorio, una prima cimice l’aveva scoperta in casa Vanni Cassis:: con loro abbiamo organizzato la manifestazione di sabato. I carabinieri dicono che sono microfoni spia. Poi c’è lo sradicamento dell’ulivo:uno sfregio aperto. Nell’insieme, segnali inquietanti». Qual è il messaggio? «Si fa capire che l’ulivo - albero mediterraneo - non deve invadere questo territorio, come dire che Peppino Impastato è un simbolo estraneo e dunque va rimosso. Quindi sbaglia chi ha parlato di un fatto isolato: è invece un’azione che si sposa in pieno con il progetto della Lega, di discriminazione di tutte le culture “altre"». È un gesto politico ed è forte. Chi l’ha compiuto, ha capito che sabato ci si voleva opporre non solo alla rimozione della targa,mapiù in generale al progetto razzista, reazionario e fascista della Lega». Insomma è come se si dicesse: il problema mafia non ci riguarda... «Certo, ma è un atteggiamento strumentale. Ci sono documenti molto dettagliati che testimoniano della penetrazione della mafia nel nord Italia, l’associazione Libera sta curando un grosso dossier sulle confische di beni mafiosi in Lombardia.

Quanto a Ponteranica, quando il sindaco sceglie di rimuovere la targa per Peppino questo - voglio essere chiaro - non implica una sua convivenza con la mafia. Lui l’ha fatto obbedendo una logica che è quella dell’espulsione dal territorio di tutto ciò che è “estraneo” («Meglio onorare personalità locali» aveva detto, ndr). La stessa logica che fa del pacchetto sicurezza del governo una caccia ai migranti. Però...» Però? «La mafia con quello che è successo a Ponteranica c’entra, perché quello compiuto da Aldegani è un atto mafioso. Nel senso che favorisce una cultura mafiosa, nel momento in cui favorisce la cancellazione della memoria storica e insieme una cultura del consenso, del riconoscimento per la mafia. E tutto ciò è pericoloso, anche perché proprio in quella zona la mafia si sta espandendo. Quello del sindaco è un gesto che non aiuta la legalità». Mettiamo in fila alcuni fatti degli ultimi tempi. Il ministroMaroni continua arifiutarsi di sciogliere il Comune di Fondi, sospettato di infiltrazioni criminali; emergononuovi dettagli sul significato della vicinanza di Mangano, indicato come mafioso, all’attuale premier neglianni ‘70;cinque pentiti accusano il sottosegretario Cosentino di collegamenti con la camorra. La cultura anti mafia intanto viene vilipesa. È a rischio? «Sì, finchè c’è questo governo: non è un buon esempio di legalità, anzi tenta in tutti imodi di legalizzare l’illegalità. Nel paese manca ormai una cultura della legalità: non ci sono solo questi ultimi episodi, ricordiamoci della condanna a Cuffaro che non è più presidente della Regione Siciliamarimane senatore, in Parlamento poi siedono un centinaio di persone che ha conti in sospeso con la giustizia. Anche per questo sabato abbiamo manifestato, per far crescere una cultura dell’indignazione: oggi nonci si indigna più di nulla.Mase il paese si muove, si può vincere. Sono fiducioso».

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