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Antimafie

Berlusconi attacca i giudici: "Palermo e Milano cospirano contro di noi"

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"E' una follia che certe Procure da Palermo a Milano si occupino di fatti del '92 e del '93. Mi fa male pensare che persone pagate dal pubblico facciano cose per cospirare contro di noi". Silvio Berlusconi attacca i giudici parlando all'inaugurazione della fiera "Milano unica". E non solo. Libertà di stampa: "Ci attaccano con una mandria di tori, ma qui c'è un torero che non ha paura di nessuno".

"Non sono un dittatore - ha sottolineato il premier criticando organi di informazione e forze di opposizione -. Mi sono stancato di prenderle soltanto. A Bari c'è un'inchiesta interessante...>. Poi difende le banche: "Non possiamo gettare accuse indiscriminate ai direttori di banca che magari di fronte a certe situazioni aziendali sono timorosi rispetto alla concessione del credito. Dobbiamo anche metterci nei panni delle banche. Mio padre era direttore di banca - ha aggiunto - e mi diceva che le banche siccome fanno credito con i soldi dei risparmiatori, devono fare buon credito e non cattivo credito".

Per il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, invece, le banche italiane non fanno abbastanza.
08 settembre 2009

Saviano: dalla cultura della legalità allo stato nazional corporativo militarista e di polizia

autore: 
Coll. B. Brecht v. o.

Saviano: dalla cultura della legalità allo stato nazional corporativo militarista e di polizia

Roberto Saviano assurto ad icona antimafia e legalitaria di certa sinistra, dopo aver eletto lo stato di Israele a modello di legalità, ora nel suo viaggio in Spagna si spinge ad accusare di terrorismo e narcotraffico il movimento basco dell'Eta e le Farc colombiane a mafia e camorra, tesi che lo stesso governo spagnolo smentisce. La scelta legalitaria enfatizzata, che invoca un improbabile mercato etico, senza agire per mutare i rapporti di forza tra le classi e verso le istituzioni che ne sarebbero lo strumento garante, oltre che illusoria e fuorviante diventa scelta politica di campo “etica” dalla parte delle istituzioni di potere e del mercato capitalistico occidentale, da cui basterebbe estirpare la mela marcia della illegalità criminale e da difendere come fortini assediati, da barbari, terroristi. Il capitalismo italiano in realtà è parassitario e straccione in fase decadente, la mafia controlla il 35% del PILe come le altre forme di economia illegale, semilegale e legale sono tutte insieme parte organica e non anomala del sistema economico dominante.Le classi dominanti, le istituzioni dello stato e tutta la classe politica ne rappresentano pertanto gli interessi generali e specifici. La stessa questione della legalità mitizzata si rivela un colossale inganno, tutto il sistema economico produttivo è impregnato di illegalità tollerata e coperta come vitale per il cosiddetto sistema Italia, con il mitico nord est , un quadro che non riferibile solo alle grandi organizzazioni criminali anche se poi la connessione prima poi si realizza. Basterebbe quantificare il peso economico del lavoro nero, delle violazioni sulla sicurezza sul lavoro, le violazioni ambientali devastanti, le frodi alimentari, l'usura, i traffici ed i riciclaggi di denaro, per non parlare di truffe finanziarie, evasione fiscale e corruzione politica e tutto ciò sapendo di non aver scandagliato che in parte il grande oceano dall'illegalità (un piccolo esempio la città di Padova dove il mercato immobiliare è in mano a gruppi di imprenditori che investono i profitti aziendali nelle abitazioni per studenti i cui tre quarti sono affittati in nero, è ovvio che la mano della criminalità organizzata si stia allungando mentre gli interventi della magistratura sono puramente simbolici).Il richiamo alla Costituzione, intesa come codice etico e non come patto sociale ormai stravolto alla sua base, diventa battaglia di retroguardia, mentre la critica di classe materialistica delle istituzioni capitaliste nella loro reale funzione è fondamentale per preparare le fasi dei grandi mutamenti politici e sociali ineludibili per uscire dall'imbarbarimento della società. La crisi in atto è, ormai per ammissione generale, strutturale e nella natura del capitalismo, la sua soluzione modificherà la gerarchia tra i vari capitalismi nazionali e l'Italia sarà inevitabilmente retrocessa a capitalismo di serie B o C, e pertanto l'economia sommersa, illegale e mafiosa già determinanti lo diventeranno ancora di più. Non importa quale mafia sarà più forte, ndrangheta, camorra, mafia russa o ebraica, certo è che il suo peso in Italia crescerà, è la condizione ideale di un capitalismo straccione e parassitario (Italia magazzino d'Europa luogo di transito, logistica, traffici molteplici ed attività speculative, industria dell'effimero e mercato delle emozioni e delle persone). Ridurre la denuncia del malessere sociale come direbbe Lu Xun a "grida di dolore ed inquietudine è simile ad un alto lamento che lascia tranquilli gli oppressori", produce soltanto rassegnazione e sconforto tra le masseLa questione delle mafie non si può comprendere attraverso la distinzione e la percezione del bene e del male con la fotografia degli aspetti più disumanizzanti del fenomeno camorra, ma sulla base delle critica storico materialista della dei rapporti sociali che la producono come elemento strutturale e non anomalo. Roberto Saviano ed associazioni come "Libera" di Don Ciotti contigui, di fatto, alla "gestione politica neoclientelare" dei vari Bassolino e soci, diventano nei fatti l'espressione ideologica e culturale di una grande illusione. In un simile quadro sono molto più aderenti alla necessità di critica della realtà esistente e senza alimentare illusioni sulla legalità buona delle istituzioni democratiche, la vecchia denuncia di L. Sciascia verso il "professionismo dell'antimafia" istituzionale ed oggi i nuovi "noir" realistici e demistificanti di Massimo Carlotto. Bisogna prendere atto che nel contesto in cui le borghesie capitaliste italiane sono in fase avanzata di decadenza nella crisi di sovrapproduzione, la cultura della legalità spinge le classi dominanti e medie a scegliere il populismo plebiscitario (con o senza Berlusconi ) e lo stato nazional corporativo militarista di cui il modello sionista tende a rappresentarne gli interessi meglio di altri.La democrazia borghese si riduce a semplice pluralismo di oligarchie e corporazioni, fondato sullo stato di polizia che tende necessariamente alla criminalizzazione di ogni movimento rivoluzionario che fuoriesca dalle regole della "legalità" intesa come conservazione "totalitaria" del sistema sociale e politico, fino alla eliminazione fisica dei popoli indocili come quello palestinese o i lavoratori migranti in esubero. Quella che Gramsci criticando B. Croce definiva storia a disegno (1). <* Collettivo B.Brecht Note:(1). A.Gramsci, quaderni: "il materialismo storico e la filosofia di B Croce" pag 221 (ed. Einaudi)

Terremoto e mafia - '' Il rischio c'e' , parola di prefetto

L’Aquila. Le infiltrazioni criminali nel terremoto in Abruzzo sono un rischio reale.

A dichiararlo ufficialmente, per la prima volta, è il prefetto di L’Aquila, Franco Gabrielli, nel corso di una conferenza stampa “ristretta”, cui sono stati invitati solo i tre quotidiani regionali.
“Abbiamo ritenuto che vi siano indizi di possibili infiltrazioni con la criminalita’ organizzata siciliana“, ha dichiarato Gabrielli, annunciando la revoca del certificato antimafia alla “Impresa Di Marco srl” di Carsoli (Aq), la ditta impegnata nel movimento terra in diversi cantieri del piano CASE. “Si e’ trattato di una misura preventiva e non giudiziaria - ha specificato il Prefetto - decisione presa a ragion veduta e motivandola con elementi che ci sono stati forniti dalle forze dell’ordine impegnate nella verifica delle ditte impegnate nelle attività di ricostruzione post-terremoto“. Ha poi reso noto che il certificato antimafia è stato negato anche ad una seconda società, in quanto ritenuta vicina “agli ambienti della criminalità organizzata Campana“. Gabrielli non fa nomi, ma dovrebbe trattarsi della Fontana costruzioni, a cui il certificato è stato negato dalla prefettura di Caserta. Gabrielli non ha fornito nemmeno cifre, ma gli accertamenti fatti o da fare sulle ditte sarebbero oltre 300. Tra questi quello sulla Igc di Gela, a cui in un primo momento la prefettura di Caltanissetta aveva negato il certificato, in quanto il titolare era stato chiamato in causa da due pentiti, anche se poi non ha avuto alcuna conseguenza penale. La ditta siciliana - oggetto a luglio anche di una interrogazione presentata dall’ex vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia on. Giuseppe Lumia e che è al centro anche di un’altra indagine della finanza -lavora al cantiere di Bazzano, in Ati con una grossa azienda di Poggio Picenze (Aq). Quest’ultima, azienda praticamente a conduzione familiare che negli ultimi anni ha subito una crescita strepitosa, ha incamerato appalti per decine di milioni di euro per la fornitura di pilastri in acciaio e isolatori sismici in molti dei cantieri aperti.
Perché Gabrielli ha invitato solo i quotidiani locali e si è concentrato solo sul caso Di Marco non è del tutto chiaro, ritorna però alla mente un’altra conferenza stampa, anche quella “irrituale“, convocata dallo stesso Prefetto proprio per difendere l’Impresa Di Marco, fino a spingersi adichiarare che “i controlli in corso avrebbero avuto, nel giro di pochi giorni, sicuramente esito negativo [!]”. Come si è visto, i fatti e i rapporti delle forze di polizia hanno dimostrato anche al Prefetto che la situazione era ben più delicata.

A denunciare la presenza della Di Marco a Bazzano, il cantiere simbolo della ricostruzione, fu per prima la nostra testata già a fine giugno. Facemmo notare che pur non essendo coinvolto in nessuna inchiesta di mafia, il titolare Dante Di Marco era persona nota, in quanto figurava anche nella “Marsica plastica srl“, con sede allo stesso indirizzo, e di cui facevano parte anche Italiano Giuseppe (il nome del fratello figurava nei pizzini di Provenzano), Mangano Roberto (avvocato di Ciancimino), Di Stefano Ermelinda (moglie di Gianni Lapis) e Achille Ricci, uno degli imprenditori tagliacozzani arrestati, insieme a Nino Zangari e Augusto Ricci, nell’operazione “Alba d’oro” del marzo scorso. Il caso Alba d’oro fu definito dagli stessi inquirenti come “Il primo caso conclamato di presenza mafiosa in Abruzzo“.
Imbarazzo del Prefetto, quindi, ma non è da escludere che nel caos generato dalla Protezione civile nell’emergenza terremoto, stiano invece venendo al pettine anche tutti i conflitti di attribuzione tra poteri dello stato che finora sono rimasti sopiti in nome dell’emergenza. Ad esempio, tra i compiti della Di.coma.c - cioè il nebuloso Dipartimento di comando e controllo creato per la prima volta in questa occasione dal vertice della Protezione civile - e la Prefettura. A quest’ultima spetterebbe il coordinamento dell’emergenza in tutta la provincia, ma grazie alla creazione della Dicomac, la Protezione civile è riuscita a scavalcare la Prefettura nelle sue funzioni ed a esautorarla di buona parte dei suoi poteri.
Forse non è un caso, quindi, che nel corso della conferenza stampa il Prefetto ha dichiarato “che tutte le informazioni vengono girate in tempo reale alle forze dell’ordine, alla Direzione nazionale antimafia e alla Procura di L’Aquila - e ha precisato infine che il provvedimento di revoca - è stato notificato anche alla “Stazione appaltante”, cioè alla Protezione civile, che dovrebbe tenerne conto per le valutazioni conclusive“.
Angelo Venti

Tratto da: Terra

Le Parole Libere di Peppino Impastato

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"Basta un registratore e un antennino pi farici a radio! A me basta che ci sentono a Cinisi!"

Nel 1977, nelle infinite discussioni che venivano fatte al Circolo “Musica e Cultura”, Peppino Impastato proponeva ai suoi amici di aprire una radio, un giornale di controinformazione, per portare avanti la lunga battaglia di democrazia per il benessere del Paese: “Ma vuatri chi ci aviti a fari cu tutti sti cosi? Come che ci dobbiamo fare? Una radio no? Palermo e provincia! See, e le isole Eolie! Ma unni a ma arrivari cu sti ferri vecchi? E che ci vuole, oggi giorno basta un registratore, un antennino pi farici a radio, ce ne saranno già mille in tutta Italia! A me basta che ci sentono a Cinisi! See! Quannu c’è vientu! Se, quannu tira vientu, quando c’è il sole, quando c’è pioggia, quando non mi danno un permesso per fare un comizio, quando mi sequestrano il materiale, l’area non ce la possono sequestrare”. Nel primo periodo tra i membri del Circolo si era creata una divisione, perché alcuni non si sentirono pronti e idonei per affrontare un’attività giornalistica-radiofonica che richiedeva un impegno costante e che avrebbe tolto loro il tempo utile per continuare le attività musicali, artistiche, all’interno del Circolo “Musica e Cultura”.

Per Andrea Bartolotta, un amico di Peppino, l’idea della radio, come strumento radiofonico nella lotta politica, era nata dal bisogno di far sentire le opinioni di Peppino e dei compagni del Circolo “Musica e Cultura” per dare voce a tutte le fasce sociali meno garantite (come i precari, i braccianti, i pescatori, i contadini), e per garantire un’informazione su tutte le tematiche più interessanti e urgenti che avevano colpito il paese; inoltre Peppino e i compagni volevano offrire alla gente un servizio fondamentale per la crescita della coscienza antimafiosa in un ambiente sociale pieno di condizionamenti e ricatti. L’obiettivo era quello di poter costruire un giornale radiodiffuso che si dedicasse a una varietà molto vasta di tematiche, come la condizione giovanile, il problema della disoccupazione, le tematiche ambientali, il problema relativo alla devastazione del territorio, all’inquinamento ecc.

All’inizio si discusse sui modi e sui tempi di realizzare il progetto, del problema di trovare i soldi necessari per acquistare i mezzi giusti, come un trasmettitore, un’antenna, alcuni microfoni, le piastre, un mixer e trovare anche una sede da dove poter trasmettere la radio. In poco tempo si riuscì a procurare tutta l’attrezzatura necessaria da Radio Radicale di Palermo che proprio in quel periodo aveva deciso di rinnovare gli strumenti e nel giro di pochi giorni si trovò anche una casa in affitto a Terrasini a Corso Vittorio Emanuele III, al civico n°108, anche se molto vecchia e piccola, però abbastanza comoda per poter lavorare.

La sede della radio si trovava al primo piano di questa casa composta da due stanze: in una Peppino e i compagni facevano la riunione di redazione e nell’altra stanza avevano sistemato una libreria, un’emeroteca, una piccola scrivania, un telefono e una vecchia macchina per scrivere. Al centro della stanza vi era un grande tavolo su cui erano sistemati il trasmettitore, le due piastre per i dischi, il registratore, due microfoni collegati al trasmettitore e una radio, mentre il mixer era posto su un una altro tavolo un po’ più piccolo. “Peppino propose di chiamare la sua radio proprio Radio Aut e la scelta del nome Aut era un richiamo all’Autonomia Operaia di Scalzone, Negri, Piperno, anche se ufficialmente si diceva che Aut fosse un’indicazione per una scelta alternativa al problema esistenziale dell’aut-aut”.

Nel primo periodo il trasmettitore causò molti problemi e Peppino e i compagni furono costretti a bloccare le trasmissioni per più di un mese. Il loro sogno era quello di avere un giorno la possibilità economica per comprare un trasmettitore nuovo e più potente in modo da poter raggiungere tutti i paesi vicini, perché con il tipo di trasmettitore che già si possedeva in redazione, Peppino e i compagni di Radio Aut, riuscivano a farsi sentire solo a Cinisi e a Terrasini. Inizialmente Radio Aut non ebbe una struttura redazionale in grado di garantire la continuità di produzione e di trasmissione, sia a causa dei mezzi tecnici che non erano molto nuovi, sia del gruppo che all’inizio era un po’ incerto se iniziare l’esperienza della radio, ma poi con il passare del tempo fu facile per loro iniziare questa nuova esperienza di lotta.

redazione radio autIl primo periodo di trasmissione fu caratterizzato da momenti di buona informazione basata sull’improvvisazione, senza regole e criteri fissi da seguire per l’elaborazione di un notiziario. Il gruppo di redazione era formato da Peppino, che era il direttore responsabile della radio e dai compagni del Circolo “Musica e Cultura” tra cui Giosuè, Andrea, Guido, Giampiero, Aldo, Faro, Vito e Salvo Vitale che, ogni giorno alle 16.00, si occupavano della ricerca delle notizie. Si arrivava in redazione almeno due ore prima dell’inizio del notiziario, si leggevano quotidiani come “La Repubblica”, “L’Ora”, “Lotta Continua”, “Il Manifesto”, “Il Quotidiano dei Lavoratori”, “Il Giornale di Sicilia” e “La Stampa” e alla fine si sceglievano i fatti più importanti utili per il notiziario del pomeriggio. Alla fine di aprile del 1977 andò in onda il primo notiziario di Radio Aut, “il giornale di controinformazione radiodiffuso” sulla frequenza di 98.800 MHz. Nei primi mesi le trasmissioni di Radio Aut andavano in onda alle 18.00 e terminava alle 24.00. Il palinsesto comprendeva trasmissioni di musica classica, rock e pop di ottima qualità, che coprivano il 70% dei programmi. All’interno del gruppo di redazione si era creata una forte collaborazione, che a volte diventava anche scherzosa, dando spazio alle battute e all’ironia e Peppino era sempre presente in questo tipo di lavoro e sempre pronto a dare consigli. Ogni notiziario di Radio Aut comprendeva 30-40 notizie, ed era diviso in diverse sezioni: - notizie internazionali; - nazionali; - operaie; - regionali; - locali.

Per quanto riguarda le notizie internazionali l’attenzione era rivolta ai problemi che riguardavano il terzo mondo e i paesi sottosviluppati: a questo genere di notizie era dedicato il notiziario che andava in onda la sera alle 23.00. Le notizie nazionali riguardavano quasi sempre tutto quello che succedeva in Italia in quegli anni, come il movimento studentesco in Italia, il mondo politico di allora, il terrorismo e particolare attenzione era rivolta al rapporto tra la mafia e la politica.

Uno spazio era dedicato alle notizie operaie, che si occupavano di tutto quello che avveniva nelle fabbriche, invece le notizie regionali riguardavano i problemi che preoccupavano la Sicilia in quel periodo, come i gravi problemi dell’ambiente, la devastazione del territorio e l’inquinamento, la disoccupazione, mentre le notizie locali si occupavano di tutto quello che succedeva a Cinisi e nei paesi vicini. Molte delle notizie erano attuali e fresche, soprattutto gli speciali che denunciavano l’inquinamento dell’ambiente e lo sfruttamento dei lavoratori.

Generalmente, alle 20.00 veniva mandato in onda un programma musicale, anticipato da un breve intervento di controinformazione su argomenti di cronaca, di politica e di avvenimenti in genere. Alle 21.00 veniva trasmesso un programma di informazione e controinformazione sui fatti di carattere locale, regionale, nazionale e internazionale. A seguire andava in onda il secondo notiziario con le registrazioni di Radio Tirana, Radio Praga, Radio Mosca, Radio Pechino e Radio Londra, fino alle 24.00 quando veniva mandato in onda il programma notturno, come dimostra qui di seguito la tabella:

Ore 20.00-21.00

Spazio dedicato ai programmi musicali. Nei primi 10 minuti un breve intervento di controinformazione su cronaca, politica e avvenimenti.

Ore 21.00-21.30 Primo notiziario a carattere nazionale, regionale e locale.

Ore 21.30-22.00 Spazio dedicato alla musica leggera

Ore 22.00-23.00 Programma speciale di informazioni e controinformazione su fatti di carattere locale, regionale, nazionale e internazionale.

Ore 23.00-23.30 Secondo notiziario a carattere internazionale con registrazioni di emittenti straniere.

Ore 23.30-24.00 Programma notturno.

Alcune trasmissioni di Radio Aut hanno fatto registrare un indice di ascolto superiore rispetto alle altre radio locali, per la novità e la particolarità del nuovo prodotto radiofonico e alla fine veniva fuori un notiziario che rappresentava un vero e proprio bollettino di guerra alla ricerca disperata di democrazia e di un modello diverso e più dignitoso di vita e di lavoro.

Radio Aut era diventata un’esperienza di lotta contro la mafia locale, gli sfruttatori e contro i dominatori del paese. Nessuna radio, né Radio Radicale e Radio Sud erano mai arrivate al livello di controinformazione a cui è arrivata Radio Aut, perchè le denunce contro le devastazioni sul territorio, gli interessi mafiosi e le speculazioni mafiose sul territorio, che venivano fatte indicando con nomi e cognomi i veri responsabili, non avevano avuto la stessa incisività, la stessa chiarezza che invece ebbero a Radio Aut. L’informazione radiofonica di Radio Aut era destinata a tutti, a tutte le fasce sociali, agli studenti, ai contadini, ai pescatori, ai disoccupati, agli edili e ai precari in genere, perché si usava un linguaggio semplice, abbastanza chiaro e molto diretto.

Pochi però apprezzavano esplicitamente quello che facevano Peppino e i compagni della radio, ma erano molti quelli che ascoltavano Radio Aut anche se nessuno aveva il coraggio di dirlo.

Nelle mani della ‘ndrangheta e di faccendieri senza scrupoli lo smaltimento di rifiuti radioattivi

Con complicità di alto livello.

Dieci avvisi di garanzia fanno riemergere dalle profondità degli abissi uno dei tanti misteri italiani: l’ipotesi di un patto scellerato tra ‘Ndrangheta, servizi segreti italiani e stranieri, massoneria e politica nazionale e internazionale finalizzato al traffico di rifiuti nocivi e di armi avvenuto tra gli anni Ottanta e Novanta.
I destinatari del provvedimento sono due soggetti considerati esponenti della ‘Ndrangheta: Giuseppe Arcadi e Bruno Musitano e otto dirigenti del centro Enea di Rotondella, Basilicata: Giuseppe Orsenigo, Raffaele Simonetta, Bruno dello Vicario, Giuseppe Lapolla, Giuseppe Spagna, Giuseppe Lippolis e Tommaso Candelieri.
A notificare l’iscrizione nel registro degli indagati il pm della DDA di Potenza Francesco Basentini che ha ereditato l’inchiesta dal procuratore Giuseppe Galante, da qualche mese destituito a causa del suo coinvolgimento nell’ormai nota operazione “Toghe Lucane”, e dalla sua sostituta Felicia Genovese trasferita per la stessa ragione.
I capi di imputazione sono molteplici e vanno dalla produzione clandestina di plutonio (necessario per la produzione della bomba atomica) al traffico di sostanze radioattive in genere e di armi, alla violazione dei regolamenti relativi alla custodia di materiali e scorie radioattive.
L’indagine ha origini lontane. Era stata avviata dall’allora procuratore di Matera Nicola Maria Pace, oggi procuratore a Trieste, ed era stata portata alla ribalta da un articolo dell’Espresso nel 2005. Il settimanale aveva pubblicato in esclusiva il memoriale che un pentito, Francesco Fonti, aveva inviato nel giugno dello stesso anno alla Direzione Nazionale Antimafia. Il contenuto è a dir poco inquietante. Delinea scenari da film d’azione ed è incredibilmente preciso e dettagliato. Forse troppo. Sulla credibilità di Fonti sono stati infatti avanzati molti dubbi. Prima di tutto perché non sono state riscontrate le sue dichiarazioni e poi per la sua carcerazione con Guido Garelli, coinvolto in reati dello stesso tipo, la cui cella era di fronte alla propria. Prima di allora infatti il collaboratore non aveva mai accennato ad un suo ruolo così diretto nel velenoso business dei rifiuti tossici, si era limitato a fornire elementi investigativi anche importanti ai magistrati della Dda calabrese impegnata sul fronte del contrasto ai clan della ‘Ndrangheta.
Oggi, raggiunto dal giornalista Riccardo Bocca che curò il servizio due anni fa, Fonti spiega perché non sono state trovate le prove del suo dire.
“Ho depistato. Ho portato la pm e i suoi collaboratori nei posti sbagliati”.
Il pentito si sarebbe sentito preso in giro poiché il pm Genovese gli avrebbe ventilato l’ipotesi di poterlo inserire nel programma di protezione dopo che lo avevano scarcerato a causa di una grave malattia. Poi però non se ne fece niente.
“Sono stato esposto a un pericolo incredibile. Allora ho dato un chiaro segnale: se non mi avessero rispettato, non avrei più detto una parola”.
In verità, lo sollecita Bocca, vi è stato un altro sopralluogo vicino al torrente Vella in Basilicata ma anche in questo non è stato rinvenuto nulla.
“La verità è un’altra - ha replicato Fonti.- Non si sono voluti trovare, quei fusti. A ciò che mi risulta ufficialmente, la Genovese ha interrotto le ricerche in attesa di avere i permessi per gli scavi dei proprietari delle terre.” Un’accusa che il pentito rincara con allusioni alla recente vicenda giudiziaria che ha coinvolto il magistrato.
Ancora ombre dunque, ma anche qualche luce.
Sentito dalla Commissione Bicamerale per il ciclo di rifiuti, il procuratore Pace ha spiegato di essere rimasto estremamente colpito da quanto contenuto nel memoriale di Fonti poiché “riproduce e si sovrappone, con una precisione addirittura impressionante agli esiti delle indagini che ho condotto proprio come procuratore a Matera, partendo dalla vicenda della Trisaia di Rotondella e proseguendo con la tematica dello smaltimento in mare di rifiuti radioattivi su cui investigai in collegamento con la Procura di Reggio Calabria”.
Un passo alla volta, ricominciamo da capo.

Il memoriale

Nel 1982 Giuseppe Nirta era il potentissimo capo della cosca di San Luca. Rispettato e temuto era praticamente inarrivabile grazie ai suoi contatti romani con i servizi segreti, la massoneria e la politica. Tuttavia Fonti aveva una corsia preferenziale poiché imparentato con il boss tramite la madre. Ed è proprio grazie a questa vicinanza che il picciotto, allora solo uno “sgarro” della famiglia di San Luca, apprende che il business dei rifiuti avrebbe portato nelle casse dell’organizzazione quantità ingenti di denaro. E racconta: “Nirta mi spiegò che gli era stato proposto di stoccare bidoni di rifiuti tossici e occultarli in zone della Calabria da individuare. L’ipotesi ventilata a Roma era quella di sotterrarli in alcuni punti dell’Aspromonte e nelle fosse naturali marine che c’erano davanti alle coste ioniche della Calabria. Nirta però mi disse che non voleva prendersi da solo questa responsabilità e avrebbe quindi convocato i principali capi della ‘ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria per decidere cosa fare. Mi informò anche che sia la camorra napoletana che la mafia siciliana erano già state interpellate sullo smaltimento dei rifiuti e che avevano dato il loro benestare”.
Seguirono quindi una serie di incontri tra i capi delle famiglie riunite per l’occasione nel tradizionale Santuario di Polsi al termine delle quali si decise di procedere con l’affare, ma ogni famiglia per sé e di cercare siti fuori dalla Calabria, soprattutto dall’Aspromonte, terra amata dai boss e luogo perfetto per i sequestri. Alla fine la scelta ricadde, per quanto riguarda l’Italia, sulla Basilicata, “terra di nessuno dal punto di vista della malavita”, per l’estero invece ci si rivolse alla mafia turca per avere qualche indicazione. Nirta incaricò il Fonti di occuparsi dell’aspetto organizzativo per conto della famiglia di San Luca.
“Per questo venni inviato a Roma da Sebastiano Romeo il quale, nei mesi precedenti, era succeduto a Nirta come capo della famiglia di San Luca. Voleva che incontrassi l’avvocato Giorgio De Stefano, cugino del boss Paolo De Stefano della famiglia reggina e uomo con potenti agganci politici. Romeo mi disse che dovevo farmi indicare da lui in quali nazioni estere ci fossero entrature per smaltire i rifiuti tossici e radioattivi. De Stefano mi disse che il posto ideale era la Somalia, precisando che per questo sarebbe stato utile prendere contatti con i vertici del Partito socialista”.
Quando riferì a Sebastiano le informazioni raccolte questi diede lo stabene, ma raccomandò di procedere con cautela. Infatti il primo “incarico” in questo settore non arrivò prima dell’ottobre del 1986 quando Domenico Musitano, capo dell’omonima famiglia di Platì, non lo contattò per comunicargli che: “c’erano da far sparire 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi”, e gli chiese se lui e la sua famiglia potessero interessarsi per le varie fasi di trasporto e collocazione. “Prima di tutto gli domandai quanto ci avremmo guadagnato e chi gli aveva prospettato questo lavoro. Mi spiegò che era stato avvicinato da uno dei dirigenti dell’Enea di Rotondella il quale stoccava in quel periodo rifiuti provenienti da Italia, Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti e che in quel preciso momento aveva l’esigenza di far sparire questi fusti che erano stati depositati in due capannoni dell’Enea stessa. Quanto ai soldi, avrei intascato 660 milioni per tutte le fasi dell’operazione. Per questo incontrai a Milano, in piazzale Loreto, Giuseppe Romeo, fratello di Sebastiano, il quale scese poi in Calabria per riferire. Dopo una settimana, ritornò a Milano e mi diede il via libera”. “Come appoggio”, spiega l’ex boss della ‘Ndrangheta, “Musitano mi diede la disponibilità del genero, Giuseppe Arcadi, il quale mi aiutò a trovare i camion e gli autisti per il trasporto dei rifiuti. Calcolammo che per 600 fusti ci sarebbero voluti circa 40 mezzi, i quali dovevano prelevare i bidoni dai capannoni a Rotondella, trasportarli nel porto di Livorno e caricarli su una nave che sarebbe partita per la Somalia. Sembrava tutto pronto”, scrive, “ma Musitano fu ucciso dalla ‘ndrangheta davanti al tribunale di Reggio Calabria, dove era stato convocato per un’udienza. Questo fermò momentaneamente il nostro lavoro, che però riprese a gennaio del 1987, perché lo stesso Musitano poco prima di morire mi aveva presentato Candelieri, col quale avevo stretto i primi accordi nel corso di un incontro a casa del Musitano stesso”.
L’operazione avvenne nella notte tra il 10 e l’11 gennaio 1987. Avevano calcolato che nella stiva della nave prescelta che “si chiamava Lynx, di proprietà della società Fyord Tanker Shipping di Malta” ci sarebbero stati solo 500 bidoni, quindi i restanti 100 andavano smaltiti altrove. “Fu così che decidemmo di procedere con un doppio piano: 500 fusti sarebbero partiti per la Somalia, mentre i rimanenti 100 sarebbero stati nascosti in Basilicata. Per l’esattezza, diedi ordine che fossero trasportati e seppelliti nel comune di Pisticci, in località Coste della Cretagna, lungo l’argine del fiume Vella”.
I camion carichi di rifiuti tossici partirono da Rotondella verso le due del mattino dirigendosi verso le due diverse destinazioni.
“Le fatture con descrizioni false per imbarcare le scorie tossiche e radioattive – prosegue- erano state preparate da un commercialista di Milano, che mi era stato presentato dal commercialista Vito Roberto Palazzolo di Terrasini (oggi latitante) ed erano intestate alla International consulting office di Gibuti. La nave infatti partì da Livorno diretta a Gibuti, ma invece di attraccare raggiunse Mogadiscio. A quel punto, entrò in azione l’appoggio che avevo chiesto al segretario generale della Camera di commercio italo-somala, il quale aveva organizzato camion e manodopera per lo scarico dalla nave e il carico su camion”. Tutto il lavoro, racconta l’ex boss, “ci costò 260 milioni, che furono aggiunti al compenso. Quanto ai 660 milioni concordati, provenivano dal conto criptato “whisky” della Banca della Svizzera italiana di Lugano. La cifra era in dollari e io inviai 500 milioni di lire alla famiglia di San Luca”. L’affare andò talmente bene che Fonti non ebbe problemi ad organizzare un altro sbarco dello stesso tipo. Questa volta si dovevano trasportare altri mille bidoni stipati in 20 container lunghi 6 metri contenenti ossido di uranio, cesio e stronzio.
“Per organizzare il tutto”, scrive ancora, “contattai Mirko Martini, che ho conosciuto alla fine del 1992. Il suo nome mi era stato fatto da Giuseppe Romeo, fratello del boss Sebastiano, che lo aveva conosciuto personalmente e mi aveva garantito essere la persona giusta per i nostri affari. Ho spiegato allo stesso Martini che dovevo trasportare rifiuti pericolosi in Somalia e avevo bisogno di appoggi nel porto. Lui mi ha risposto dicendomi letteralmente di essere intimo del presidente ad interim della Somalia Ali Mahdi, nonché uomo dei servizi segreti italiani e collegato a buon livello alla Cia americana, aggiungendo che per quanto riguardava la Somalia non c’era alcun problema per fare entrare qualsiasi cosa. Inoltre mi ha spiegato che aveva già in ballo un traffico di armi che doveva fare arrivare a Mogadiscio per conto di Ali Mahdi, e mi ha chiesto di procurargli quelle armi per realizzare un’unica spedizione con due navi che avrebbe recuperato lui stesso”.
Non ebbe nessuna difficoltà Fonti, quale uomo di vertice dell’organizzazione mafiosa, a reperire kalshnnicov, munizioni e mitragliette Uzi e a preparare il viaggio che fece entrare nelle casse della cosca quasi 8 miliardi delle vecchie lire, al netto delle spese. La ‘ndrangheta aveva trovato una vena d’oro. Infatti, aggiunge, “in quel periodo il traffico dei rifiuti tossici e radioattivi era molto praticato. Diversi erano i faccendieri che con coperture varie svolgevano questo genere di attività per conto dei governi internazionali, i quali già negli anni Ottanta non sapevano dove piazzare queste enormi quantità di materiali pericolosi. Uno dei personaggi più importanti che mi è capitato di conoscere”, si legge ancora nel memoriale, “è stato l’ingegner Giorgio Comerio, il quale gestiva il progetto Odm (Oceanic disposal management), messo a punto dalla Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e poi da lui gestito in autonomia per sparare pattumiera radioattiva dentro missili sotto i fondali marini. Comerio si muoveva a livelli governativi internazionali, e le persone che contattava nei vari stati, europei e non, sapevano che aveva gli appoggi per mettere in pratica il suo studio sottomarino. Lui stesso mi raccontò che i fondali della Sierra Leone erano i migliori per la sua attività, in quanto non so perché accoglievano al meglio i suoi siluri con i rifiuti radioattivi”. Inizia con Comerio una collaborazione proficua, questi gli racconta anche di aver già lavorato con la ‘ndrangheta e in particolare con Natale Iamonte, capo della famiglia di Melito Porto San Salvo, cui aveva chiesto aiuto per affondare la Riegel, una nave carica di rifiuti radioattivi al largo, nelle acque internazionali, davanti alla costa Ionica.
Anche Fonti si prodiga nello stesso settore e nell’arco di un paio di settimane, siamo sempre nel 1992, vengono affondate tre navi.
In questo drammatico intreccio tra armi e scorie sarebbero stati coinvolti anche i vertici dell’allora Partito Socialista che trattavano con la ‘ndrangheta attraverso i servizi segreti.
Riemerge la stessa identica commistione di poteri di cui avevano scritto tre giornalisti del settimanale Famiglia Cristiana, e di cui si era occupata anche ANTIMAFIADuemila anni fa con un’intervista a Gianpiero Sebri. Un quadro desolante che la dice lunga sulla folle irresponsabilità della politica e sul ruolo delle mafie. Un panorama agghiacciante su cui probabilmente stava lavorando la giornalista Ilaria Alpi assassinata a Mogadiscio assieme all’operatore Miran Hrovatin il 20 marzo 1994.

Siluri che perforano la terra

Il 10 marzo 2005, davanti alla Commissione bicamerale per il ciclo dei rifiuti, ha reso la sua testimonianza il procuratore Pace. Le sue parole sono, se possibile, ancora più inquietanti poiché provengono da un uomo dello Stato e non da qualsivoglia collaboratore o pentito che potrebbe essere molto più facilmente al soldo di chiunque.
La sua indagine si era mossa proprio dal centro di Rotondella e lo aveva portato a stabilire che i contenitori nei quali erano conservati i rifiuti radioattivi liquidi ad alta attività, custoditi all’Enea, erano fortemente deteriorati e avevano già esaurito il tempo di sicurezza previsto. Giunti allo stato melmoso le scorie devono essere solidificate attraverso processi di vetrificazione o ceramizzazione, ma questi processi non venivano applicati. “Ho verificato ben tre incidenti nucleari”, ha spiegato il giudice, “dovuti alla rottura dei container. E non era che l’inizio”.
Durante l’audizione il magistrato ha innanzitutto illustrato la grave difficoltà in cui si trovavano (e ancora si trovano) i vari governi nello smaltimento delle scorie radioattive. Non avendo elaborato alcuna soluzione il dibattito si è spostato sulla conservazione. Vennero avanzate ipotesi di ogni genere, dalla spedizione nello spazio fino alla decisione di interrare i residui nel sottosuolo. Ed è qui che spunta anche tra le parole di Pace la figura di Giorgio Comerio il quale era riuscito a mettere a punto una specie di siluro in grado di conficcarsi sui fondali marini. “Un progetto di alto livello anche dal punto di vista della sicurezza ambientale”. Comerio, che faceva parte del gruppo di esperti che lo elabora, riesce ad acquisirne il diritto d’uso e ribattezzandolo ODM, comincia a proporlo ai diversi Paesi. Non è poi un’impresa così facile perché nessuno tra Francia, Svizzera e Austria vuole essere il primo a gettare scorie nucleari in mare. Comerio non si arrende e con una serie di manovre riesce a farsi cedere da una giunta militare africana tre isole. Una per lui, da trasformare in un centro di smaltimento rifiuti radioattivi, una per Salvatore Ligresti che ci voleva costruire un villaggio turistico e una per lo scienziato Carlo Rubbia che avrebbe dovuto creare un sistema di energia da fornire sia all’impianto che al villaggio. Rubbia però si rifiutò.
Nella fase di accertamento dei movimenti di Comerio, Pace lavora gomito a gomito con il procuratore Neri, il colonnello Martini e il capitano Natale Di Grazia della capitaneria di porto di Reggio Calabria. Il pool si rende conto molto velocemente di aver attirato l’attenzione. A Brescia, dove avevano installato la base operativa, gli inquirenti si accorsero che c’era un camper sospetto munito di telecamera che li filmava e furono costretti a cambiare ristorante dove abitualmente mangiavano a causa della presenza di personaggi sospetti, probabilmente iracheni. Al capitano De Grazia era affidato il compito di riepilogare gli affondamenti e di verificare cosa fosse accaduto in ognuno dei casi. Una mattina alle 10:30 chiamò il procuratore Pace e gli disse che lo avrebbe portato con un’imbarcazione nel punto esatto dove era stata affondata la Rigel. Lui si trovava a Massa Marittima e si stava recando a La Spezia per ulteriori accertamenti. Fu l’ultima volta che il magistrato lo sentì perché poche ore più tardi a causa di un malore il capitano, un giovane trentenne nel pieno delle sue forze, morì accasciandosi sul braccio del maresciallo Moschitta che guidava l’auto su cui si trovavano. Il magistrato, durante la parte segreta della seduta in Commissione, ha rivelato di aver avuto sempre l’intima convinzione che si fosse trattato di un assassinio.
Data la gravità degli incidenti avvenuti presso la Rotondella Pace avvertì anche il Presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio, l’On. Dini il quale predispose di seguire la vicenda al fine di tutelare la sicurezza pubblica.
Nel corso delle indigni il magistrato ebbe modo di esaminare i documenti circa i rapporti intercorsi in materia tra Italia e Stati Uniti e oltre a costatare la totale subalternità del nostro Paese ha appreso che l’Italia nel 1978 ha ceduto all’Iraq due reattori plutogeni Cirene, che servono per reperire la materia prima che i trattati di non proliferazione vietano di cedere. Presso Rotondella è stata poi rilevata la presenza di personale iracheno che apprendeva l’uso di tale teconologia. Nel 99 Pace fu trasferito a Trieste e non si occupò più direttamente di questi fatti.
Che dietro tutta questa vicenda vi possano essere depistaggi e disinformazione è senza dubbio da mettere in conto, come suggerito dal magistrato stesso. Di solito è un espediente cui si ricorre quando vi è qualcosa di molto grave da nascondere, spesso peggio di quanto si fa trapelare.
Per ora è certo che alcuni dei nomi citati dal Fonti ritornano in questa nuova inchiesta di Potenza destinata probabilmente ad aprire nuove piste investigative. ANTIMAFIADuemila seguirà l’intera vicenda anche a nome e in difesa di chi davanti agli uomini, per ora, non può farlo: la Terra. Sarà un pazzo questo pentito, ma non si può che condividere questa sua dichiarazione: “Chi pensa che in Italia e in Europa i rifiuti tossici e radioattivi siano stati smaltiti senza il coinvolgimento dei più alti vertici, è un ingenuo. Anzi: uno stupido. E ancora più stupido chi non capisce che questi personaggi stringono ancora le leve del potere”.

ANTIMAFIADuemila N°56

Tunisia -Berlusconi- Incrementare le possibilità per la gente di entrare legalmente in Italia

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tv Nessma

Il taglio e il contesto sono quelli del brindisi a una neonata tv che rappresenta (lo dice Tarak Ben Ammar, altro socio della televisione, oltre che amico personale del Cavaliere)

Berlusconi parla a lungo del suo governo, di immigrazione, della sua persona, scherza sui trucchi per lanciare una rete te­levisiva di successo: «Innanzi­tutto occorre scegliere bene le persone, in secondo luogo ci vuole un casting di ragazze... cosa per la quale ho una compe­tenza incredibile!». Ben Am­mar ride: «Confermo, io sono un tuo buon allievo». La parte politica è sui rappor­ti fra Libia e Italia, il recente riavvicinamento fra i due Pae­si. Quindi sui clandestini. Ber­lusconi parla a una platea diver­sa da quella italiana e le parole che pronuncia risultano lonta­ne dal dibattito politico delle ul­time settimane: «È’ necessario incrementare le possibilità per la gente che vuole tentare nuo­ve opportunità di vita e lavoro, occorre aumentare le possibili­tà di entrare legalmente in Ita­lia e negli altri Paesi europei. Questo è ciò che voglio sia fat­to. Bisogna dire che gli italiani sono stati un popolo che è emi­grato in altri Paesi. Questo ci impone il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con un’apertura totale di cuo­re. E di donare a coloro che ven­gono la possibilità di un lavo­ro, di una casa, di una scuola, l’apertura dei nostri ospedali al­le loro necessità. Questa è la po­litica del mio governo».

Prosegue il Cavaliere: «La cosa più terribile sono le organizzazioni criminali. Ben Ali mi ha detto di 300 organizzazioni sco­perte dalla polizia del vostro Pa­ese. Sono persone che approfit­tano della speranza degli altri, delle persone che sono nella miseria... E allora si affidano a persone che con imbarcazioni non sicure si mettono in mare e questo porta a tragedie ad ogni istante. Occorre combatte­re tutto ciò». Nel resto dell’intervista Ber­lusconi parla di sè come «un uomo del popolo, che ha cono­sciuto la guerra e la povertà e che ha rispetto per tutti». Rac­conta di quando «facevo il vo­stro stesso mestiere: intratteni­mento, suonavo e cantavo nel­la navi da crociera Costa e un giorno, a Tunisi per la prima volta, dovetti fare anche la gui­da turistica: mi passarono una guida sotto la mano, che con­sultavo con la coda dell’oc­chio... ». Scherza ancora con Ben Ammar: «Amiamo tutti e due l’altra metà del cielo, ovve­ro le donne». E alla fine con l’al­tra, molto bella, conduttrice della trasmissione: «Il suo nu­mero di telefono?....».

Donne incinte usate come scudo Così i mafiosi occupano le case

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Da Quarto Oggiaro e Sesto San Giovanni: i clan controllano 400 alloggi e si arricchiscono con lo spaccio

Una cronista di CronacaQui finge di essere in dolce attesa. I clan che controllano gli alloggi popolari se la contendono

MILANO 04/09/2009 - Trovare un alloggio abusivo a Milano è più facile che bere un bicchier d’acqua. Soprattutto se si è una donna. Soprattutto se questa donna aspetta un bambino. Proprio così. Nei quartieri dove i clan gestiscono il racket delle case popolari anche la gravidanza rappresenta un business.

Le regole dettate da Aler, Comune di Milano e Prefettura, infatti, parlano chiaro. Gli sgomberi di ordine pubblico non possono essere eseguiti in presenza di minori o di donne incinte. In poche parole: la pancia (o il certificato medico) di una gestante è lo scudo necessario per evitare di essere cacciati da una casa “rubata” ed entrarne in possesso senza alcuna fatica. Ma chi non ha una compagna o una sorella in dolce attesa come fa? E’ semplice. La gestante si “noleggia” o si paga in moneta sonante. E così ecco che le ragazze in stato interessante diventano la merce più ambita nei quartieri delle case popolari, da Quarto Oggiaro a via Palmanova passando per la zona Niguarda.

«Cerco casa»
Mi presento in via Pascarella, cuore pulsante di Quarto Oggiaro, in tarda mattinata. L’obbiettivo è questo: fingere di essere in dolce attesa per trovare un alloggio popolare abusivo. Non faccio neppure in tempo a varcare l’ingresso del cortile che una donna alta e corpulenta mi chiede chi sono e cosa voglio. «Vengo da fuori, sto cercando una casa e non ho un soldo. E sono pure incinta». La sua faccia si illumina quando pronuncio queste ultime parole: «Sei incinta? Povera creatura, allora sei venuta nel posto giusto».

«Sono solo al secondo mese - le spiego - non si vede ancora». Ma la signora non si perde d’animo: ha già fiutato l’affare. «Certo, più pancia hai meglio è per noi - mi spiega senza tanti giri di parole - però ce la facciamo andare bene. Prima o poi crescerà. E magari quando arriva la polizia sarà già bella grossa». La mia fortuna, dice, deriva dal fatto che le donne in stato interessante possono occupare una casa senza essere cacciate dalla polizia. Queste sono le regole. E proprio per questo rappresentano una garanzia per gli inquilini abusivi.

Il suo compito adesso è indirizzarmi verso qualcuno che sia interessato a tenermi in casa con sé. Qualcuno che, evidentemente, teme di essere cacciato dalle forze dell’ordine perché abusivo. «Non ti preoccupare - mi rassicura - ti presento solo brava gente. Mica quelli che ti mettono le mani addosso».

Il finto fidanzato
E così mi trovo davanti a un ragazzo sulla trentina, nordafricano. Dice di chiamarsi Omar. Lui è a rischio sfratto. Gli farebbe comodo avere una coinquilina incinta, da spacciare per la propria fidanzata al momento giusto.
Mette in chiaro le condizioni: «Mi paghi solo qualcosa d’affitto ogni tanto, poi vediamo come vanno le cose». «La porta di questo appartamento - racconta - l’ho sfondata io qualche anno fa, con l’aiuto di un amico. Era una casa disabitata, non ho fatto nulla di male».

E non ha fatto nulla di male, a suo dire, neppure Stefania, siciliana di 35 anni, madre di tre bambini. «Ho pagato 500 euro tre anni fa per occupare questo appartamento, adesso da lì non mi leva nessuno». «Se vuoi andare a stare da sola pure tu - mi spiega - devi mettere in conto di pagarne almeno mille: adesso i prezzi si sono alzati». Un’altra offerta mi arriva da Carmela, che ha il marito in carcere ormai da due anni («Ce l’ho spedito io perché mi picchiava e spacciava», racconta).

«Se vuoi stare qua con me dovrai pagarmi qualcosina, per carità - mi dice - però vuoi mettere? Stai in casa con una donna come te, senza aver paura che qualche sconosciuto ti salti addosso di notte. Se ne sentono di storiacce...».

Porte murate
E parlando si scopre che ogni palazzo, ogni quartiere, ha il suo referente che si occupa materialmente delle occupazioni. Ma mentre gli inquilini abusivi sono animati dalla solidarietà e non dal desiderio di far soldi, e si affannano per dare un aiuto a chi non ha un tetto sotto cui vivere, la stessa cosa non si può dire di chi ha in mano la gestione del racket. Qui si parla di affari veri. E non si fa nulla se non in cambio di quattrini. Soprattutto adesso che le case popolari ancora libere cominciano a scarseggiare. E l’Aler corre ai ripari murando le porte e rendendole così inaccessibili. In pratica, bisogna darsi una mossa. E con toni sbrigativi me lo conferma anche Carmela: «Vedi di decidere ora con chi vuoi stare. Perché domani ne arriva un’altra come te, ti frega il posto e tanti saluti».

Manifesti con Berlusconi "intoccabile" a Milano e a New York

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Milano, 5 set. - Decine di manifesti con la foto di Silvio Berlusconi al posto di quella di Al Capone sulla locandina del film "The intouchable" di Brian de Palma sono stati affissi nella notte in diversi punti di Milano. Alcuni poster sono affissi in Via Monte Rosa, di fronte alla sede del Sole 24 ore e di Radio 24, nei cui pressi è situato anche un centro sociale, mentre altri manifesti sono stati individuati nella zona dell'ospedale san Carlo. Gli identici manifesti erano stati affissi nei giorni scorsi a New York.

"L'Intoccabile" ti guarda dai muri di New York: nelle strade di Soho, il quartiere alla moda, nei vicoli di Little Italy, nei vialoni del Lower East Side, l'ex ghetto di ebrei, italiani e banditi che oggi è tutto localini e botteghe chic. "L'Intoccabile" naturalmente è lui, Silvio Berlusconi, Quello-Che-Comanda-Tutto che anche gli americani stanno imparando a conoscere: grazie ai reportage del settimanale radical The Nation, agli speciali della conservatrice Fox tv, alle cronache dell'allarmato Wall Street Journal e, ieri mattina, del compassato New York Times, che ha portato in prima pagina lo scandaloso "licenziamento" di Dino Boffo. Ma da un paio di giorni il premier che alle domande dei giornalisti risponde chiamando la magistratura è finito anche al muro, a New York. Una serie di manifesti - avvistati da un giornalista che da anni vive e lavora negli States, Alberto Baudo, che li ha subito fotografati - ispirata agli "Intoccabili", il capolavoro di Brian De Palma dedicato, guarda un po', ad Al Capone, con il faccione del primo ministro e la scritta: "L'intoccabile". Sotto, un gioco di parole tra "Untouchable" e "Unimpeachable", cioè che in Italia sfugge all'impeachment che pure in America sfiorò perfino Clinton. E ancora: "Nessuno può toccarlo, nessuno può fermarlo". Il mistero dei poster potrebbe essere presto risolto: dietro all'iniziativa ci sarebbe un gruppo di studenti e professionisti, da tempo negli Usa, che si definiscono "I nuovi carbonari". L'operazione sarebbe costata 4 migliaia di dollari ("Autotassazione...") ma i manifesti sarebbero solo l'inizio e nuovi blitz sono allo studio. Per la cronaca, tra un paio di settimane Berlusconi l'Intoccabile qui dovrà sbarcare, atteso con gli altri leader mondiali per il vertice Onu (dal nostro inviato ANGELO AQUARO)

Verona caput fasci +Mai morti @ Torchiera

05/09/2009 - 21:00
06/09/2009 - 00:00
Etc/GMT+2
autore: 
Partigiani in ogni quartiere
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Sabato 5 settembre cascina Torchiera e Partigiani in ogni quartiere

presentano VERONA CAPUT FASCI + MAI MORTI

Ore 21.00

CASCINA TORCHIERA SENZ'ACQUA
PIAZZA CIMITERO MAGGIORE

Racket case popolari, indagate la «signora Gabetti» e figlia

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Giovanna Pesco inchiodata da un video girato con un trucco da «Sos usura»

L'inchiesta è destinata ad allargarsi: moltissime le denunce raccolte in questi giorni dall'associazione

MILANO - Ci sono già due indagate nella indagine appena avviata dalla Procura di Milano nata in seguito alla video-denuncia con cui l'associazione «Sos racket e usura» ha documentato l'esistenza di un'organizzazione che gestirebbe un vero e proprio racket delle case popolari in città. Sotto inchiesta, con l'accusa di associazione per delinquere, truffa e occupazione abusiva, sono finite Giovanna Pesco, 57 anni, la donna che, come testimonia il video, gestirebbe il racket in via Padre Luigi Monti, zona Niguarda, e la figlia. Al centro della vicenda finita nel mirino della magistratura il video con tanto di voci registrate pubblicato venerdì scorso sul sito dell'associazione, presieduta da Frediano Manzi: uno dei membri di «Sos racket e usura», qualche giorno fa, fingendo di essere in cerca di un appartamento ha fissato un appuntamento con la Pesco. Si è presentato all'incontro con un registratore nascosto, mentre un altro dei componenti di Sos filmava a distanza la conversazione. La mediatrice immobiliare abusiva spiegava che bisognerà avere «pazienza» e aspettare un mese e mezzo circa prima che si liberi un appartamento e che il costo della transazione è di 1.500 euro, «anche se di solito - dice la donna - ne chiedo 2.000-2.500».

MOLTISSIME DENUNCE - Le indagini affidate al pm Antonio Sangermano sono state aperte dopo che mercoledì il dirigente del commissariato Greco-Turro, Manfredi Fava - che nei prossimi giorni comincerà a sentire gli inquilini truffati - , ha consegnato al procuratore aggiunto di Milano Alberto Nobili la registrazione filmata, i nastri audio e una prima informativa sul caso. L'inchiesta è destinata ad allargarsi perché nei prossimi giorni Manzi inoltrerà al pm le moltissime denunce raccolte dall'associazione dopo la pubblicazione del video. Secondo le stime di «Sos racket e usura» il traffico illegale di appartamenti sarebbe controllato da tre famiglie di origine siciliana, e riguarderebbe circa 70 appartamenti popolari occupati abusivamente a fronte del pagamento di 1500-2000 euro da parte degli inquilini.

03 settembre 2009

Sos Racket ed Usura
http://www.sos-racket-usura.org/index.asp?pagina=multimedia

Video incontro: http://www.youtube.com/watch?v=up9SK0diQsA

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