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Antipro

NON PROCESSATE BOB MARLEY!

Manifestazione - concerto venerdì 13 novembre in Piazza Matteotti a Udine. Emblematico il titolo: Non processate Bob Marley, iniziativa a cui parteciperanno a partire dalle 18 molti artisti ed intellettuali.
Ad indire a manifestazione è Rototom, l associazione che organizza il principale festival europeo di musica reggae, dopo la denuncia all autorità giudiziaria per lipotesi di reato di agevolazione dell uso di sostanze stupefacenti.
Viene contestato l'art.79: il Sunsplash in sostanza agevolerebbe l'uso di marijuana per il solo fatto di essere un festival reggae.
Sentiamo Alessandro Oria, portavoce dell'associazione Rototom

http://www.radiondadurto.org/agenzia/2009-11-10-13-12_red_AlessandroOria...

CARICHE E RESISTENZA A ROMA

autore: 
radio onda d'urto

cariche e resistenza dei compagni a Roma, nonostante le provocazioni degli sbirri. servizi audio su www.radiondadurto.org

La fine dei rave

autore: 
dall'espresso

Le feste illegali come espressione di libertà. Tribù che vivevano sui camion attraversando l'Europa e occupavano fabbriche con musiche e luci. Il racconto anonimo di uno dei pionieri di quella stagione. Mentre ora dominano spaccio e business.

Adesso quando si parla di rave è solo questione di cronaca nera: notizie drammatiche, ragazzi che muoiono per overdose o per una pasticca avvelenata. Un tempo il rave era altro: quello che ne resta è solo il contorno marcio che negli anni è cresciuto ai margini, fino a fagocitarlo e distruggerlo. È per questo che ho accettato di raccontarlo: un tempo parlarne sarebbe stato un tradimento. La sua forza è sempre stata l'alone di mistero che lo circondava e lo rendeva impalpabile al modo esterno. Adesso questo non serve più, anzi, penso che per tutte quelle persone che come me ci hanno creduto, che più di me li hanno fatti nascere e crescere, sia giusto distaccarsi dalla degenerazione di oggi. Non trovo più quella coscienza che gli dava ragion d'essere, che rendeva i free party non solo un'occasione di ballare e sballare, senza limiti e senza regole: adesso vedo situazioni dove qualcuno si può arricchire, trasformandole solamente in business.

Quando tredici anni fa ho conosciuto i rave party ero poco più che adolescente, in un mondo un po' più accessibile ai ragazzi di quanto lo sia oggi. Che lasciava più libertà e più possibilità di espressione. Non era ancora nata la stagione dei divieti, della guerra alla movida e della demonizzazione di ogni divertimento giovanile. Il rave era distante da tutto: totale distacco dal sistema in cui viviamo, senza cercare di combatterlo ma neanche di confrontarsi con le sue regole. Lo si capiva già dalla scelta degli spazi. Riportava la vita in quegli edifici diventati fantasmi: i luoghi dove in passato i lavoratori smettevano di essere persone e venivano usati come ingranaggi. Fabbriche abbandonate, capannoni industriali ridotti a scheletro, senza più il cuore meccanico, pulsante, produttivo.

Lì volevamo andare, per l'enorme disponibilità di spazio, per l'acustica particolare, per la possibilità di crearci dentro un altro mondo fatto di persone, musica, cani. Al centro, come fosse un nuovo cuore, c'era il sound system: un muro di casse potente migliaia di watt. Il resto sorgeva come d'incanto. Spuntavano fontane di fiamme e giocolieri che illuminavano il buio con il fuoco, installazioni meccaniche colossali e performance che contaminavano tutte le arti. Questo magma partoriva la Taz, acronimo inglese per 'zona temporaneamente autonoma', totalmente libera. Per un periodo da tre a sette giorni nasceva un altro universo, con i suoi equilibri. Equilibri che percepivi solo vivendoci dentro. E una sola regola dominante: 'La festa sei tu!'.

Era l'espressione di una nuova cultura: quella dei traveller, un movimento nato in Inghilterra alla fine degli anni '80. Persone che le feste le organizzavano, le facevano muovere di paese in paese, di cultura in cultura. Spostando generatori, impianti audio, video, strutture meccaniche; viaggiando su veicoli militari, vecchi camion e autobus trasformati in case o magazzini mobili. Tutto questo era una tribe: una comunità di persone, cani, bambini, che viveva su quei mezzi e si spostava come fosse un circo, in carovana. Ognuno aveva un suo ruolo: chi suonava, chi costruiva le casse, chi montava l'impianto del suono, chi riparava i camion, chi creava le performance. Non esisteva il profitto. Tutti i ricavi, quelli degli alcolici venduti nei giorni del party e quelli delle droghe, servivano solo per vivere: per viaggiare, organizzare altre feste, migliorare le attrezzature.

Le tribe si spostavano in continuazione per tutta Europa e talvolta anche oltre, coinvolgendo sempre più persone, creando sempre più Taz. Così altre tribù sono entrate in contatto inventando i teknival, la massima espressione di questa stagione: enormi feste che fondevano un miscuglio di giovani diversi fino a farne un'unica cosa, legate dallo stesso spirito anarchico ma non ideologico, dalla musica di più sound system. Intorno, fuori, lo stupore: l'impossibilità di bloccare questo movimento. La polizia? Era confusa, impreparata. Quando una pattuglia fermava quella carovana, si scatenava il caos. Una confusione senza violenza, semplicemente disarmante. Dai camion scendevano in massa ragazzi vestiti di nero, coperti di tatuaggi e piercing, con moltitudini di cani: c'era chi cominciava a mettere musica, che parlava inglese, francese, spagnolo, ceco, italiano. Quei camion avevano targhe e documenti di altri paesi, forse falsi, impossibili da controllare. Un incubo per gli agenti d'ogni nazionalità che preferivano lasciarci passare. Tanto - pensavano - finché rimangono ai margini, finché stanno lontani dal sistema civile che fastidio danno?

Questo caos era libertà: di spostarsi, occupare temporaneamente spazi inutilizzati e anche di far girare sostanze stupefacenti. Droghe che venivano prese in Olanda, in Inghilterra, alla fonte, là dove venivano fabbricate e non ancora manipolate. Si vendevano a prezzi politici, la qualità era garantita e a nessuno conveniva tirare pacchi: avresti perso rispetto e credibilità. Non era permesso ad esterni di venire a fare il proprio business, mettendo in circolazione acidi sballati, ecstasy tagliata male. Eroina e cocaina restavano fuori. Infatti in Campania la camorra ha vietato subito i rave, sparando contro i camion, per non vedere crollare il suo monopolio e i suoi prezzi.

I luoghi venivano scelti con attenzione: fabbriche senza più proprietari che potessero sporgere denuncia, lontane dai centri abitati, senza ambienti pericolanti. Poi si organizzava la festa. All'inizio il Web non esisteva. Le informazioni giravano a voce o attraverso i flyer: manifestini che venivano distribuiti solo in quegli ambienti. Indicazioni che comunque non segnalavano il luogo, ma un meeting point in cui trovarsi, per poi partire insieme. Questo sistema garantiva la sicurezza e la riuscita della festa. Proteggeva lo spirito dei partecipanti: un equilibrio che funziona fino a quando ognuno è cosciente dei grandi rischi ma anche delle grandi possibilità che incarna una situazione così libera. Se qualcuno si sente male o si prende male, la festa si trasforma in un bad trip per tutti. Quella forte empatia trasmetteva felicità, serenità, complicità ma al tempo stesso poteva diventare un canale riservato alle paure, alle paranoie e all'aggressività. Dentro il rave le parole e le formalità lasciavano spazio agli sguardi, alle sensazioni vissute da tutti. In tutto questo la musica ha un ruolo fondamentale: è veloce (da 180 a 200 battiti per minuto), scandita da bassi martellanti, arricchiti da suoni quasi psichedelici. Tutti ballano in una trance collettiva. La musica non si interrompe mai, occupa tutto il rave, ne scandisce il ritmo: si sostituisce al tempo, fino a farne perdere la cognizione, fino a trasmettere un senso di libertà totale. Nella festa si può ballare fino a crollare, ma anche mangiare, dormire, esplorare ogni angolo della Taz . Mettersi in macchina e uscirne solo quando ce la si sente. Tutti insieme, proteggendo la tribe dalla polizia con la forza del gruppo.

Mi ricordo un teknival organizzato nel 2001 sul Monte Grappa, nell'ex base Nato, durato più di una settimana, con tribe provenienti da Italia, Francia, Inghilterra, Cecoslovacchia, Spagna: decine di migliaia i partecipanti. La Digos arrivò a festa iniziata, senza sapere che fare. Stupiti, aspettavano fuori. B. - una di quelle persone che i rave li aveva fatte nascere, li viveva, ci suonava - gli andò incontrò con piglio milanese e li accompagnò dentro. La ricordo mentre mostrava agli agenti il muro di casse alto 4 metri, mentre gli presentava i gruppi stranieri: "È un festival di musica elettronica e di incontro tra realtà underground europee". Loro increduli, chiesero solo che entro una settimana tutto scomparisse, nello stesso modo in cui era comparso: 'E senza casini!'. E così fu.

Alcune tribe si spinsero in Bosnia prima e in Serbia più tardi sfidando guerre etniche e raid della Nato, per portare la loro energia nei palazzi dilaniati dalle bombe. Il movimento continuava ad allargarsi. E questa crescita poco alla volta ha segnato la fine della stagione che ho conosciuto. Le notizie diffuse su Internet hanno aperto le porte dei rave a chi non ne condivideva i valori. Cominciarono a nascere decine di nuove tribe, che però avevano perso la filosofia libertaria diventando solo organizzatori di eventi illegali. Occasioni di profitto e divertimento, nulla di più. Iniziarono a comparire sempre più spacciatori di professione, ladri, malintenzionati, felici di poter approfittare di persone troppo 'fatte' per proteggersi. Diventò presto un fenomeno sociale: in Francia ogni fine settimana venivano intasate autostrade, deturpate zone verdi, o distrutte strutture. Erano all'ordine del giorno gli stupri, le violenze, i ragazzi morti. Le tribe delle origini sono fuggite, in cerca di terre vergini: nel nuovo mondo, in Sudamerica. Altri si sono dati alla musica creando etichette indipendenti. O al circo. E di quel mondo adesso è rimasto poco o nulla.

KNR presenta: sabato 1 agosto 09 GERMINAL NIGHT dalle 22 al Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa

01/08/2009 - 22:00
01/08/2009 - 23:30
Etc/GMT+2
autore: 
KNR
image1: 
1HERBgermi.jpg

RESISTENZA

CONTRO IL PACCHETTO SICUREZZA

CON ALDO,ABBA NEL CUORE

E CON TUTTI I COMPAGNI UCCISI DAI FASCISTI ,CON O SENZA DIVISA

SERATA PRESSO CIRCOLO ANARCHICO PONTE DELLA GHISOLFA

AREA CON

MUSICA DIFFUSA
FREEINTERNET
POP KORN
BIRRA
PROIEZIONI VIDEO ANTIPROIBIZIONISTE

INGRESSO A SOTTOSCRIZIONE
ALL'ENTRATA SARA' DATO IN REGALO UN SEME PER PRODURRE FIORI PER I NOSTRI "CANNONI"

RESISTENZA ORA E SEMPRE!

[ita] massacrato dalle guardie carcerarie per aver coltivato della canapa

autore: 
uitko

La morte nel carcere di Capanne, per un pestaggio, di un falegname incensurato non fa indignare nessuno in questo Paese di MERDA? Il medico legale ha riscontrato quattro ematomi cerebrali, fegato e milza rotte, due costole fratturate. Nessun parlamentare alza la voce per gridare di un cittadino italiano ammanettato nella notte in casa sua insieme a sua moglie per qualche piantina di canapa nell'orto? Portati via come i peggiori delinquenti lasciando soli una vecchia di novant'anni e un ragazzino di 14 in un casolare isolato? Nei regimi totalitari ti vengono a prendere di notte per finire dentro a una fossa... Cos'è diventato questo Paese in cui bisogna avere paura di chi deve proteggerti?
Vorrei sapere dal ministero di Grazia e Giustizia, da cui dipendono le guardie carcerarie, se ci sono delle indagini interne e a che punto sono. Vorrei che un parlamentare, almeno uno, si alzi, faccia un'interrogazione, si incazzi, chieda conto delle responsabilità al Governo.
Pochi mesi dopo la morte di Aldo Bianzino, la nonna del ragazzo è morta, forse per il dispiacere, la moglie è morta per malattia accelerata dallo stress. E' rimasto il ragazzo, Rudra. Se fosse nato in qualunque altro Paese democratico, i suoi genitori sarebbero ancora in vita.
Ho visto la ricostruzione dei fatti in un video che mi è stato inviato. Sono stato male e mi sono chiesto perché. In fondo, ogni giorno succede qualcosa anche peggiore. Ma questo arresto, queste morti, possono avvenire in qualunque momento, a qualunque famiglia italiana. Siamo tutti a rischio dentro le nostre case, mentre dormiamo.
La coca in Parlamento e Bianzino massacrato per delle piantine di canapa, una famiglia distrutta. I colpevoli impuniti, chissà, forse premiati. Uno Stato criminale non saprebbe fare di meglio. Ma io sono cittadino di uno Stato che si proclama democratico, una democrazia, e chi ha sbagliato deve pagare. Qualcuno in Parlamento usi la sua funzione pubblica per la ricerca della verità. Questa storia è un sintomo di una malattia che sta divorando l'Italia. Il rifiuto del diverso. Va curata questa malattia, finché siamo in tempo.

Aborto, Camera approva moratoria contro il controllo delle nascite

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Il testo di Buttiglione vuole promuovere una risoluzione dell'Onu

La Camera ha approvato la mozione di maggioranza nella quale si chiede che il governo si faccia promotore presso le Nazioni Unite di una risoluzione che condanni l’uso dell’aborto come strumento demografico

Con questa mozione, presentata dal presidente dell'Udc Rocco Buttiglione, si impegna il governo «a promuovere, ricercando a tal fine il necessario consenso alla presentazione, una risoluzione alle Nazioni Unite che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico e affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto». Una mozione che in realtà riprende quanto scritto nella nostra legge 194/78 sull'interruzione volontaria di gravidanza, ma, guarda caso, i promotori non si sono preoccupati minimamente di porre l'accento sul contesto sociale nel quale una parte consistente del mondo versa.

Non una parola, quindi, sul problema della contraccezione forse perché gli inquilini del Vaticano non avrebbero gradito, o della realtà nel quale versa il terzo il mondo, dove fame e povertà la fanno da padrona, per non parlare dell'emancipazione femminile. Un modo come un altro per indicare il dito anziché la luna. E non ci stupiamo se questa mozione verrà utilizzata per accendere un nuovo, l'ennesimo, diritto di scelta delle donne ad una maternità consapevole.
Del resto, afferma Buttiglione, «Siamo tutti d'accordo che l’aborto è comunque un male, ma ci dividiamo sempre tra chi è per la vita e chi è per la scelta. È ora di contrastare tutti insieme chi nel mondo è sia contro la vita sia contro la scelta».
Pd e Idv si sono astenuti, votando invece a favore delle proprie mozioni che avevano un dispositivo quasi identico a quelle di maggioranza ma mettevano l’accento sulla necessità di promuovere la contraccezione. Mozioni respinte dall'Assemblea.

Federica Labanca

http://www.larinascita.org/

Un appello per Rudra Bianzino

image1: 
Aldo-Bianzino.jpg

http://www.youtube.com/watch?v=u4f9cJvqTdM

Radici è morta in un ospedale in attesa di un trapianto di fegato. Era la vedova di un falegname, Aldo Bianzino, morto in carcere, la cui colpa era coltivare piantine di canapa indiana nell'orto

Ora è Napolitano a zittire la stampa

È a Capri per trascorrere una breve vacanza, e nel giorno del suo ottantaquattresimo compleanno chiede un regalo davvero insolito: una «tregua nelle polemiche» fino a quando non sarà celebrato il G8. Dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano non arriva il consueto invito a abbassare i toni. Perché l’inquilino del Quirinale, senza parlare esplicitamente di Silvio Berlusconi o del Bari-gate, si sbilancia affermando «io capisco le ragioni dell’informazione e della politica»; allo stesso tempo chiede però all’informazione e alla politica stesse una moratoria temporanea, «data la delicatezza di questo grosso appuntamento internazionale». E il capo dello stato riferisce anche che, in preparazione del G8 e in vista della pomeridiana conferenza stampa del premier, ha avuto con Silvio Berlusconi «una conversazione un po' più ampia».
Conversazione, spiegano sul Colle, relativa al summit di luglio. Nulla di nuovo, si spiega ancora, per quanto riguarda l’appello a interrompere le polemiche, ma solo una riproposizione dell’invito alla «coesione» di fronte alla crisi e, appunto, in prossimità del vertice tra i leader mondiali già spedito dal presidente in occasione delle celebrazioni per il 2 giugno. Ma è sicuramente una novità l’altolà rivolto alla stampa (tra l’altro oggetto degli strali quotidiani del Cavaliere), mentre nella stessa maggioranza si temono nuovi, imminenti colpi di scena - foto compromettenti o sviluppi dell’inchiesta barese o nuove indagini - e la stampa estera si esercita largamente sul dopo-Silvio. Più che rasserenare, l’uscita del capo dello stato sembra dunque certificare la difficoltà crescente del premier. Ma per carità di patria, sembra dire Napolitano, bocce ferme fino al 10 luglio, quando i grandi, e con loro i giornalisti di tutto il mondo, torneranno a casa.
L’invito del presidente della repubblica viene accolto con grande soddisfazione dal Pdl. Soddisfatto anche il ministro dell’interno, il leghista Roberto Maroni: «E' importante che in un'occasione come questa i toni siano giusti, e la si sfrutti per far fare bella figura all'Italia». Mentre dal Pd si fa avanti il capogruppo alla camera Antonello Soro, che definisce l’appello «molto saggio» e «assolutamente giusto» cercando di spostare però l’attenzione su Berlusconi, perché «forse inconsapevolmente è sempre stato lui a voler determinare scontri con esternazioni e accuse continue».
A bordo della nave Fantasia ormeggiata nel golfo di Napoli, presentando il G8 il premier per l’occasione sfodera un tono insolitamente pacato. Risponde senza insulti alle domande dei giornalisti (anche di Repubblica) e incassa la sollecitazione di Napolitano: «E’ logico che il capo dello stato rivolga un invito del genere e sarebbe logico che fosse accolto». Tutti gli altri sono avvisati, insomma, e non si facciano illusioni perché, si lancia il Cavaliere, «il mio, e il nostro, è il governo più stabile e sicuro di tutto l’occidente», per gli ottimi rapporti, sottolinea, tra i leader della maggioranza, «e poi abbiamo appena vinto le elezioni, la mia popolarità personale è al 62,3 per cento e infine il paese è protagonista come nessun altro».
Ma per Berlusconi la «tregua» dura poco. Perché il presidente del consiglio non rinuncia a sostenere che il suo governo è «fortissimo» anche perché è debole l’opposizione. Anzi, «il signor Pansa questa mattina sui giornali ha definito l'opposizione un cadavere che cammina. E non credo che sia di destra». Arrivato poi all’hotel Vesuvio, il premier torna all’attacco dei media: «La Repubblica e altri giornali inventano le cose, non credete alle loro invenzioni».
Nel pomeriggio l’invito alla «tregua» era stato respinto dal segretario di Rifondazione Paolo Ferrero («il problema non è di smetterla con le polemiche ma quello di aprire una seria discussione sui problemi del paese») e dal leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro. Che rilancia: «Da tempo l'Idv ha chiesto di sfiduciare il governo Berlusconi. Prima si fa, meglio è. In tutto il mondo ridono di noi, dobbiamo al più presto, anche prima del G8, risolvere questo cancro politico che si chiama governo Berlusconi».
Poi, di fronte alle proteste per la sua risposta poco diplomatica, l’ex pm scrive sul suo blog: «Posso accogliere l'appello del presidente della repubblica a patto che voglia pronunciarsi su un fatto: la vergognosa cena di maggio tra sei uomini delle istituzioni in conflitto di interessi». La cena a casa del giudice della Corte costituzionale Luigi Mazzella, presenti anche un altro giudice costituzionale, Paolo Napolitano, nonché Silvio Berlusconi, Gianni Letta, il guardasigilli Angelino Alfano e Carlo Vizzini. E la Consulta, ricorda Di Pietro, il 6 ottobre si pronuncerà sulla costituzionalità del Lodo Alfano.

http://www.ilmanifesto.it/

Franco Zurzolo - Presi Col Fumo

autore: 
pellamoremio

1:59 minutes (1.81 MB)

Franco Zurzolo - PresiColFumo - Na' Storia e' Fumm'

Avevo fatto na’ storia e’ fumm
Tutt’ ‘ntrunato [ sballato ] facette a’ sgummata
Mentre Totore aumm aumm
N’atu cannone aveva appicciato

Ma all’improvviso aret a nu’ TIR
Spont’ a’ paletta cu tre o quatt’ sbirr’
Stuta sta canna dicette a Totore
C’hann’ sgamato
Hann ‘ntiso ll’addore [ sentito l'odore ]

O’ poliziotto chiede e’ documenti
Je lle rispondo: “cioè, nunn e’ tengo”
Lui mi domanda cos’è quest’odore
Je a’ copp’a’ mano: [ io spontaneamente rispondo ]
“So’ e’ scarpe e’ Totore!”

Aro’ sta’ o’ fumm
iss alluccaje [ dov'è il fumo questo gridò ]
‘ncopp o’ Vesuvio io gli indicai
Ma dette n’uocchio sott’o’ siggiulino
Steva llà sotto ‘nzieme e’ cartine.

Capo, cioè, simmo bravi guagliun’ je nun me faccio, iss nun fuma
Ma mi risposero tutti in coro: “Bravi guagliun’?!?! Uagliò tu stai fore!!!

Nun m’a’ dimentico cchiù chella vota
Mo’ ca so’ asciuto a poggioreale
Praticamente cioè stong’ a rota [ sto a ruota ]
E chiedo e’ sord’ ‘ncopp’a’ [ chiedo i soldi sulla ] tangenziale!

Legalizzare la marijuana: l'America di Obama ci crede

Nadelmann guida la crociata pro-spinello: «Abbiamo fatto di più in questi 4 mesi che non negli ultimi 20 anni»
NEW YORK – Legalizzare la marijuana? Dopo avere eletto il primo presidente nero della sua storia e ratificato il matrimonio gay in ben cinque stati, sono in molti in America a crederci. E se in questa sponda dell’Atlantico la crociata all’insegna dello spinello libero non è certo nuova, negli ultimi tempi ha fatto passi da gigante.
CHI È NADELMANN - «Abbiamo realizzato di più in questi quattro mesi che non negli ultimi 20 anni», dichiara Ethan Nadelmann, il 52enne direttore esecutivo della Drug Policy Alliance, la più importante organizzazione per la legalizzazione della marijuana, deciso ad imitare la strategia perseguita dagli attivisti gay: varare leggi a livello statale, per poi giungere ad un codice federale. Il classico sballatone reduce da Woodstock? «Niente affatto», replica il New York Times, «Nadelmann ha una laurea in legge e un dottorato da Harvard». E tra i suoi sponsor annovera persino il finanziere di origine ungherese George Soros, le cui generose donazioni gli permettono di mantenere uno staff di 45 persone in ben sette città Usa, impiegate a tempo pieno per la legalizzazione.
AMMISSIONI E MEA CULPA - Eppure ogni americano sopra i 40 anni ricorda ancora la crociata lanciata da Nancy Reagan 25 anni fa al grido di «Just say no» («basta dire no»). A quell’era proibizionista era seguita la "mezza ammissione" dell’ex presidente Bill Clinton («ho fumato senza inalare») e poi il mea culpa del futuro premio Nobel Al Gore («ho fatto male a spinellarmi»). La vera svolta è arrivata col sindaco della Grande Mela Michael Bloomberg, il primo ad ammettere candidamente, durante la campagna elettorale del 2001: «Certo che l’ho provata e mi è pure piaciuta». Ma è stata l’amministrazione Obama, poco dopo l’insediamento, ad invertire la legge di George W. Bush che puniva l’uso della marijuana per scopi medici. Una pratica oggi legale in ben 13 stati americani. Chi ha spedito Barack alla Casa Bianca non si scandalizza della sua auto-biografia «Sogni di Mio padre», in cui confessa di aver fatto «uso frequente» di canne ed affini.
I SONDAGGI - E infatti un recente sondaggio realizzato in California rivela per la prima volta che la maggioranza degli elettori di quello stato è favorevole alla legalizzazione. Persino il governatore Schwarzenegger ha dovuto ammorbidire la sua posizione, un tempo rigida in merito. Ancora più sorprendenti i rilevamenti su scala nazionale. L’ultimo Abc-Washington Post ha scoperto che il 46% degli americani oggi è pro-spinello, contro solo il 22% del ’97. Tra i baby-boomer il sostegno è pressoché corale. E sarebbero proprio loro, oggi 50enni e 60enni, l’anima del nuovo movimento. «Negli anni ’70 i nostri genitori non avevano la più pallida idea della differenza tra marijuana ed eroina», spiega Nadelmann. «La mia generazione al contrario la conosce bene per averla usata, senza per questo passare alle droghe pesanti come sostiene qualcuno».
LE RAGIONI DEGLI ATTIVISTI - L’obiettivo finale è regolamentare l’erba, tassandola come l’alcol e le sigarette. «Oltre ad iniettare preziosi fondi nelle casse statali oggi depauperate», spiegano gli attivisti, «ciò eliminerebbe del tutto il dramma del contrabbando illegale». Una delle cause principali di criminalità violenta soprattutto al confine Usa-Messico. Eppure sono in molti a temere che la legalizzazione finirebbe per immettere sul mercato le nuove varietà di marijuana, spesso geneticamente modificata, ben più potente di quella in circolazione negli anni ’70. «Tutte balle - ribatte Nadelmann al Times - : la marijuana legalizzata sarebbe disciplinata dal governo. Che ne controllerebbe ogni suo minimo aspetto.

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