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Diritti civili

ALER, SGOMBERATO ALLOGGIO OCCUPATO DAL 1974

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speculazione edilizia.jpg

E' stato sgomberato oggi un appartamento occupato dal 1974, da due uomini italiani, padre e figlio, senza problemi di salute. Aler ha notificato un atto di rilascio all'occupante abusivo. Il Tar Lombardia aveva poi respinto l'istanza di sospensione del provvedimento di esclusione dalla Sanatoria presentata dall'occupante abusivo. L'occupante abusivo è stato comunque sempre regolare nel pagamento dell'indennità di occupazione e non ha mai causato disagi o disturbi ai vicini, specifica Aler. Presumibilmente anche per questo la pratica del suo sgombero potrebbe essere stata bloccata per molto tempo. Ciò nonostante Aler "dimostra di monitorare costantemente le situazioni legate alle occupazioni abusive ed interviene anche su quelle consolidate". (omnimilano.it)
(15 ottobre 2009 ore 19:15)

tze..

DE CORATO FACCIA DA PIRLA!

autore: 
la milano vera
image1: 
decorato_pezzo_di_merda.jpg

http://www.facebook.com/groups.php?id=1355910769#/group.php?gid=46949207...

Riccardo De Corato è un politico della destra italiana e in particolare milanese che si è sempre contraddistinto per le sue posizioni cervellotiche in materia di quella che lui chiama "sicurezza".
Grande amico di Ignazio La Russa e del fratello di quest'ultimo Romano dai tempi in cui i tre partecipavano a cortei neofascisti in Porta Venezia, il De Corato negli ultimi anni ha operato una svolta verso il ciellismo e l'Opus Dei, cosa che l'ha aiutato ad essere molto amato dai costruttori milanesi.
In questi ultimi anni si è lanciato in una serie di nobili battaglie contro tutto ciò che è definito pericoloso per la sicurezza ed il decoro (ahahah! curioso il gioco di parole), ma nessuno ha mai capito a cosa si riferisca esattamente. Sicuramente si è messo in prima fila tra i seguaci di Maroni, il cui augurio "enti locali in materia di sicurezza siate creativi", è stato accolto a braccia aperte dal nostro amico. Infatti De Corato è molto più che creativo, si potrebbe quasi dire "fantasia al potere" di settantasettiana memoria, solo che nessuno capisce il suo senso dell'umorismo.
Quasi ogni giorno rilascia dichiarazioni deliranti, l’intento di questo gruppo è raggrupparle tutte. Una sorta di opera omnia delle minchiate. Lo scopo ultimo? Fatevi delle risate se avete molto senso dell’umorismo, incazzatevi se non ne avete.

Alcuni esempi:
i centri sociali sono al fianco della jihad islamica.
i centri sociali sono figli delle brigate rosse.
gli studenti non possono bloccare ogni giorno il centro della città.
La soluzione per le colonne è un vetro antiproiettile a scomparsa...
i writers sono terroristi.
e ne seguiranno molti altri…

Il suo pensiero (o presunto tale) è figlio della più bieca logica conservatrice vecchia come il mondo. Per la gran parte dal problemi affrontati dal vicesindaco-pirla la soluzione è quella dello sgombero. Non importa di cosa o come, purché si sposti il problema più in là, con l’evidente intendo di far finta di aver risolto il problema qui e per creare tensioni (e voti) dove questo verrà spostato.
Un po’ come se nascondere la polvere sotto il tappeto fosse la soluzione alle pulizie di casa. Se io lo facessi in casa, mia mamma mi prenderebbe a sberle, ma se lo fa decorato con tutta Milano nessuno gli dice nulla e prende pure dei voti. Mha, misteri della democrazia!
In questo bel giochino dovrebbero intervenire i giornalisti bacchettando lo’amministrazione comunale ma questi signori non sono pervenuti. Forse le cazzate del pirla non vendono, dopotutto anche loro devono fare profitti, mica informare eccheccazzo!

Questo gruppo nasce per tutti coloro che attraverso il gruppo medesimo, il proprio sito, il web, e perchè no, le azioni di ogni giorno, mirano a far dimettere De Corato facendogli venire quello che a Milano le nonne chiamano "schopòn" o meglio un colpo. O meglio una crisi di nervi.

Alessandria: risposta alle accuse del Comune su corteo 10/10

autore: 
L.A. PerlaNera

"CHI SEMINA VENTO, RACCOGLIE TEMPESTA!!!"

Così potremmo auspicare alla giunta di centro-destra attualmente in carica al Comune di Alessandria.
Apprendiamo infatti dall'articolo del quotidiano "La Stampa" del giorno 13 ottobre 2009 - "Atti teppistici
al corteo degli anarchici" - che il Comune ci accusa di ..."comportamenti e atti vandalici, come quella di avere bloccato
la circolazione in corso Crimea, imbrattato con scritte i muri di via Treviso, applicato striscioni sul monumento ai
Caduti di corso Crimea, fortunatamente cantierato, e tentato di colpire una telecamera con l'asta di una bandiera".
Il Comune lamenta anche che sia stata impedita nella stessa giornata la fanfara dei bersaglieri.
Questi i fatti che ci vengono imputati. La realtà, ovviamente, è tutt'altra!
Infatti, la manifestazione contro il "pacchetto sicurezza" di sabato 10 ottobre, indetta da diverse realtà anarchiche
del territorio ed a cui hanno aderito sindacati di base, associazioni di migranti e lavoratori, partiti di sinistra;
è stata tutto tranne che violenta o segnata da atti illegali o di teppismo. Bensì è stata una manifestazione a cui hanno
partecipato quasi un migliaio di persone tra cui un ex partigiano che più volte ha preso la parola:
è stata una manifestazione molto comunicativa, pacifica ed antifascista.
Ma evidentemente queste caratteristiche non sono gradite alla compagine politica che guida la città, che poi è la
stessa che guida il Paese e che ha voluto il "pacchetto sicurezza" proprio per reprimere qualsiasi voce di dissenso.
Per reprimere le giuste rivendicazioni dei lavoratori che ormai sono ridotti alla soglia della povertà e che ogni giorno
muoiono sui posti di lavoro. Per scacciare chi il lavoro non ce l'ha e viene in Italia attratto da migliori condizioni
di vita. Insomma una serie di norme atte a sancire una vera e propria repressione nei confronti delle fasce più deboli della società, degne
dei peggiori regimi che hanno insanguinato il XX secolo.
Quindi le accuse che ci vengono mosse non solo sono infondate per la natura pacifica che ha contraddistinto il corteo, ma anche per la costante
presenza di un folto numero di carabinieri e di agenti di pubblica sicurezza i quali, se avessero notato comportamenti violenti o teppistici,
sarebbero sicuramente intervenuti. Ma la strategia di chi comanda è ormai nota e consolidata: gettare discredito su chi porta avanti istanze di lotta
per la libertà, per l'uguaglianza e per migliori condizioni di vita per tutti/e. La realtà è che chi comanda ha una paura fottuta che questa lotta
ritorni ad essere patrimonio comune di tutti gli sfruttati, dei precari, dei lavoratori e degli immigrati. Ed è per questo motivo che essi
fomentano quotidianamente campagne d'odio e di razzismo nei confronti dei migranti dipingendoli tutti come ladri e stupratori, per poter così
ingenerare risentimento e paura, per scatenare "guerre tra poveri" che hanno l'unico risultato di dividere la società in "buoni e cattivi", in
"bianchi e neri", per poi reprimere tutti con obbrobri alla "pacchetto sicurezza". Perchè la violenza, quella vera, proviene proprio da chi
manda i soldati a far la guerra in Afghanistan, in Libano, in Somalia. Soldati di mestiere, assassini che bombardano villaggi inermi,
stuprano ed uccidono in nome della patria e per gli interessi dei potenti. Soldati che poi, quando tornano in Italia, vengono mandati
a controllare i quartieri delle nostre città, a pattugliare le strade o mandati a fare gli aguzzini negli odierni lager italiani: i C.I.E.
(Centri di identificazione ed espulsione). Ma, scusate, il centro-destra li definisce i "nostri valorosi ragazzi"!?!
Proprio per questo motivo e per il nostro viscerale anti-militarismo, l'unica accusa che accettiamo senza batter ciglio è quella di
aver impedito che la fanfara dei bersaglieri sfilasse per le vie di Alessandria. Perchè la nostra è una lotta per la libertà di tutti/e,
contro il razzismo, la paura ed il sopruso continueremo a far sentire la nostra voce nella città di Alessandria e non ci faremo
certo intimidire da false ed infondate accuse e promuoveremo altre e nuove manifestazioni. Noi certo "SICURI" di essere
dalla parte della solidarietà, dell'ugualianza e dell'antirazzismo.

Per sempre vostri,
gli Anarchici alessandrini

il peggior prodotto del berlusconismo è l'antiberlusconismo

autore: 
rete dei comunisti

Nessuna complicità bipartizan nella crisi del governo Berlusconi.
Non è questa la prospettiva per i lavoratori

comunicato della Rete dei Comunisti

La decisione della Corte Costituzionale di bocciare il Lodo Alfano sulla immunità per le più alte cariche dello stato - confermata dai suoi estensori nella sua natura di legge ad personam per porre Berlusconi al di sopra della legge - rivela pubblicamente quella "instabile stabilità" del quadro politico italiano.
Un Berlusconi inviperito chiama al plebiscito popolare contro i poteri che si discostano dalla sua visione oligarchica del governo, le reazioni dei poteri forti invitano a non accelerare la crisi dell'esecutivo.
Confindustria e PD concordano nel dire al governo di andare avanti mentre le frazioni interne e collaterali alla destra (vedi l'asse Fini-Montezemolo e l'incontro Fini-Bossi) fanno barriera contro l'ipotesi di elezioni anticipate.
L'IdV di Di Pietro ha così gioco facile nell'alzare la bandiera della richiesta di dimissioni di Berlusconi - richiesta di per se coerente con la storia e lo sviluppo degli avvenimenti - e nel mettere sulla graticola l'opportunismo del Presidente della Repubblica Napolitano che ha firmato prima il Lodo Alfano e poi lo Scudo Fiscale in nome della governabilità.
L'appello al plebiscito popolare lanciato da Berlusconi ha una natura che va compresa bene.
Il sovversivismo reazionario del blocco sociale costruito intorno al berlusconismo, trae origine dalla storia eversiva delle stesse classi dominanti che hanno gestito nei fatti lo Stato costituzionale nella storia del nostro paese (inclusa la fase della strategia stragista) e che in alcune occasioni sono state costrette al compromesso dalla forza del movimento dei lavoratori, dalla società democratica e dall’esistenza dei paesi del socialismo reale.
Mettere fine a questi compromessi e liquidare i fattori che li avevano determinati, è stato l’obiettivo perseguito ferocemente fin dagli anni Ottanta dalle stesse forze politiche e sociali che oggi compongono il blocco di potere berlusconiano e che si regge sull'odio di classe e l'anticomunismo più viscerale.
La denuncia da parte degli ambiti collaterali al PD del carattere eversivo del progetto berlusconiano, da un lato sembra dimenticare tutto questo, dall’altro depista nuovamente la mobilitazione dell’opinione pubblica democratica non traendo le conseguenze di questa pericolosità.
Delle due l’una: si grida al lupo, si grida al regime, al rischio di un moderno fascismo ma non si adegua l’elaborazione e l’azione politica a questa valutazione. Al contrario, si rinnova quotidianamente il dogma della governabilità e della gestione bipartizan di tutti i passaggi politici decisivi delle sorti del paese, incluse le modifiche costituzionali, istituzionali ed elettorali.
Rompere questa complicità bipartizan, mettere fine ad un antiberlusconismo strumentale ed inefficace, riavviare una ipotesi politica alternativa della sinistra anticapitalista e delle forze democratiche, è oggi un passaggio necessario per riaffermare la centralità degli interessi dei lavoratori e delle istanze democratiche dentro la crisi economica, politica e morale che investe il nostro paese. E’ dentro questa contraddizione che deve e può agire con la credibilità della propria indipendenza politica una sinistra anticapitalista e la soggettività comunista.

La Rete dei Comunisti
www.contropiano.org

CINQUANT'ANNI DI MAFIA E CRIMINALITA' IN VENETO

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VICENZA - TREVISO - VENEZIA
Monica Zornetta racconta il NordEst e la sua criminalità in una serie di appuntamenti in questi giorni:

A CASA NOSTRA. CINQUANT'ANNI DI MAFIA E CRIMINALITA' IN VENETO (scritto con D.Guerretta e pubblicato nel 2006 per la Baldini Castoldi Dalai editore):
- il 9 ottobre alle 21 a Montecchio Precalcino (Vi), Teatro Ex Acli di Preara, nell'ambito di una manifestazione organizzata dal circolo Pd di Montecchio Precalcino.
- il 21 alle 15 all'Università dell'età libera al centro congressi Park Hotel Villa Fiorita a Monastier (Tv)
TERRORE A NORDEST (scritto con G.Fasanella e pubblicato nel 2008 per la Bur Rizzoli):
- il 15 alle 20.45 ad Arcade (Tv), presso la biblioteca comunale
- il 16 alle 21 a Campolongo maggiore (Ve), presso il centro civico
- il 31 alle 17 al Grillo's Bar a Roncade (Tv)

Uso politico dello stupro, capo della polizia di Roma e Liberazione

autore: 
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Il caso Caffarella ha radici nel patriarcato e conseguenze attuali, penali e morali. E chi le denuncia viene querelato
L’uso politico dello stupratore
Anita Cenci
Liberazione 7 ottobre 2009
Un coro di polemiche ha accolto la sentenza emessa lunedì scorso dal giudice per l’udienza preliminare, Luigi Fiasconaro, nei confronti dei due autori dello stupro commesso nel parco romano della Caffarella (quelli veri, non i due arrestati inizialmente, Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz, contro i quali questura e procura si accanirono per settimane nonostante il test del dna li avesse scagionati). La condanna di Oltean Gravila e Jounut Jean Alexandru, rispettivamente a 11 anni e 4 mesi e 6 anni, è stata considerata da diversi esponenti politici e dallo stesso sindaco di Roma Alemanno «troppo mite», «blanda», un «premio» per gli stupratori. Il 14 febbraio di quest’anno un’adolescente di 14 anni era stata sorpresa insieme al suo fidanzatino in un anfratto del parco e sottoposta a brutale violenza. Il ventiseienne Oltean Gravila, che all’esito delle indagini è risultato essere un sex offender seriale, doveva rispondere anche di un’altra violenza contro una donna portata a termine nel luglio precedente a Villa Gordiani. Per il gioco del cumulo delle pene e della riduzione automatica di un terzo prevista dal rito abbreviato, formula procedurale che facilita la speditezza del processo, i due hanno ottenuto sanzioni più basse rispetto alla pena edittale di 12 anni stabilita per questo tipo di reato. Gravila si è visto somministrare 7 anni per lo stupro di san Valentino, saliti a 11 e 4 per l’altro episodio. Il giudice ha invece riconosciuto al diciottenne Jounut le attenuanti generiche per la giovane età e l’assenza di precedenti penali.
Patriarcato penale
Come al solito l’entità delle condanne inferte non ha soddisfatto un’opinione pubblica sobillata dal mito purificatore della punizione che traversa la società. Tra i politici che hanno commentato la sentenza, c’è addirittura chi ha strumentalmente chiesto l’ergastolo, come se il giudice potesse somministrare a suo piacimento una condanna che per questo delitto non è contemplata dal codice. Nella loro coazione a domandare punizioni sempre più feroci ed esemplari, queste polemiche sorvolano il fatto che all’interno di un codice penale che prevede condanne molto severe, i cui tetti massimi sono tra i più alti d’Occidente, il reato di violenza sessuale è paradossalmente punito con una pena inferiore ad altri episodi delittuosi che suscitano nel senso comune minore esecrazione. La richiesta di condanne inesorabili esula dunque il problema di fondo, ovvero il pregiudizio patriarcale che ha sempre relegato lo stupro, la violenza carnale, a delitto minore.Il codice Rocco, cioè il nostro codice penale ereditato dal fascismo, ha considerato per oltre sessanta anni la violenza sessuale e l’incesto tra i delitti “contro la moralità pubblica e il buon costume” (divisi in “delitti contro la libertà sessuale” e “offese al pudore e all’onore sessuale”) e “contro la morale familiare”. Addirittura l’articolo 544 c.p. ammetteva il ”matrimonio riparatore” come circostanza che poteva estinguere il reato. È solo negli anni 70, grazie all’azione del movimento femminista e della grande ondata di lotte sociali, che la società prende coscienza del problema e si fa strada l’idea della violenza sessuale come reato contro la persona. Tuttavia soltanto nel 1981 viene abrogata la clausola del matrimonio riparatore. Ci vollero ancora 15 anni prima che si affermasse, con la legge n. 66 del 15 febbraio 1996, il principio per cui lo stupro è un crimine contro la persona coartata nella sua libertà sessuale. Chi polemizza oggi farebbe bene a chiedersi su quale fronte era all’epoca.
L’uso politico dello stupro
Pochi decenni fa si pensava che la violenza sessuale andava combattuta dentro la società, modificando rapporti sociali e modelli culturali e educativi che relegavano la donna a ruoli subalterni. Oggi molto è cambiato nella stessa condizione della donna, spesso proiettata in ruoli di primo piano. La violenza sessuale tuttavia permane e nelle reazioni attuali prevalgono le figure del male insieme a una riprovazione etica portatrice di un sottofondo morale spietato. Non per questo però la lettura dei fatti sociali è migliorata, la capacità di previsione cresciuta, la risposta fornita ai delitti più efficace. Lo spettacolo della cronaca nera annichilisce, inchioda alle poltrone, spinge a barricarsi in casa, votare chi chiede “legge e ordine”. Negli ultimi anni il tema degli stupri, delle aggressioni sessuali legate strumentalmente alla figura dello straniero, dell’immigrato clandestino, sono diventati argomenti centrali del marketing politico e dell’immaginario sociale. L’ossessione dello sperma straniero che s’insinua nella comunità corrompendone la purezza è da sempre uno degli archetipi prediletti dal razzismo e dalla xenofobia, l’incubo che agita i sonni malati della destra e delle attuali tendenze neoidentitarie che si diffondono nelle periferie. Anche ai migranti italiani, che traversarono gli oceani o valicarono le Alpi, toccò d’essere considerati potenziali stupratori, truffatori, accoltellatori, terroristi e crumiri che rubavano il lavoro altrui. Tutto già visto e velocemente dimenticato. Le donne sono da sempre le figure cerniera dei processi d’integrazione. Sul corpo delle donne si gioca una battaglia decisiva. È attraverso la loro capacità procreatrice che si costruiscono nuove società, si fondono culture. La donna può essere un veicolo di mescolanza. Non è un caso dunque se il corpo della donna sia utilizzato per erigere politiche xenofobe. La brutale violenza della Caffarella, dopo una campagna che faceva leva anche su altri episodi, è servita al governo per varare l’ennesimo pacchetto sicurezza e introdurre le ronde.
Inchiesta poco esemplare
La sentenza emessa lunedì chiude una vicenda che oltre aver impressionato l’opinione pubblica per la brutalità della violenza perpetrata contro un’adolescente, chiamata ora a trovare dentro di sé la forza che le consenta nei prossimi anni di sormontare un trauma così profondo, ha suscitato molte polemiche per il modo in cui furono condotte le indagini. «La politica ha messo fretta», dichiarò in un’intervista il prefetto Serra. Isztoika e Racs, i primi due accusati ingiustamente, erano stati fotosegnalati dalla polizia dopo un altro stupro, avvenuto il 21 gennaio precedente, in un luogo poco distante dal loro accampamento di fortuna. L’adolescente aggredita non impiegò molto tempo a indicare il viso del biondino. Seguendo una classica tecnica a imbuto gli erano state mostrate un numero limitato di foto. Nonostante ciò aveva designato un’altra persona. Solo in seconda battuta “riconosce” Isztoika. La polizia lo trova subito. Erano le 18 circa del 17 febbraio. 8 ore dopo (alle 2 di notte) confessa davanti al pm: «L’abbiamo violentata per sfregio…». Chiama in causa anche l’amico Racs. Pochi giorni dopo ritratta, spiegando di aver subito percosse. Nessuno lo ascolta. Senza attendere le conferme tecniche, in questura si tengono trionfali conferenze stampa. I giornali dipingono ritratti agiografici degli inquirenti. Il questore non sta nella pelle: «Un lavoro di pura investigazione, d’intuito e senza l’aiuto di supporti tecnici. Da veri poliziotti». Ma a rovinare la festa arrivano i test del dna. Le tracce dello stupro non appartengono ai due. A san Vitale fanno muro: «bastava quello che ci aveva riferito Isztoika per sbatterlo in galera», risponde il questore. Ma il punto è proprio questo, Isztoika aveva riferito solo dettagli ripresi dalla prima versione dei fatti fornita dai ragazzi. Una ricostruzione inesatta che i giovani modificarono pochi giorni dopo. Insomma il biondino era stato “indottrinato” visto che sul posto non c’era. Da chi? Resta il grande mistero dell’inchiesta. Un mistero che nessuno vuole chiarire. Rientrati in Romania, Isztoika e Racz raccontano a un quotidiano romeno (Adevarul, 18 giugno) le percosse e le pressioni subite, insieme a altri dettagli che smentiscono la versione ufficiale.
Un clima d’intimidazione
I due vengono messi in condizione di abbandonare l’Italia, persone non gradite perché “mostri” mancati e soprattutto involontari responsabili di un gigantesco danno d’immagine per la squadra mobile. A Racz, dopo una trasmissione televisiva, fanno balenare la promessa di un lavoro che non arriverà mai. Per tutta risposta, Isztoika resta sotto inchiesta per «calunnia», avendo dichiarato il falso (surreale), mentre contro Racs la procura mantiene in piedi l’accusa per lo stupro di Primavalle, nonostante una sentenza contraria del tribunale del riesame e le ripetute contraddizioni in cui è caduta la vittima.
Nel frattempo Liberazione, che ha cercato di raccontare questa vicenda, è stata citata in giudizio di fronte al tribunale civile dal capo della squadra mobile romana, Vittorio Rizzi, protagonista delle indagini. Palese tentativo di mettere il bavaglio a un’informazione libera. Il dottor Rizzi sembra quasi voler attribuire a Liberazione i clamorosi errori incorsi nell’indagine, accusandola di volergli rovinare la carriera… Nei giorni in cui i più importanti quotidiani nazionali e il più grande quotidiano della capitale dedicavano (non senza critiche) pagine e pagine all’inchiesta, il capo della mobile era un nostro fedele lettore. Lo ringraziamo per questo. Per giustificare la sua azione legale ha addirittura chiamato in causa la vicenda del commissario Calabresi, proponendo un parallelo tra le cronache che questo giornale ha dedicato alle indagini sullo stupro della Caffarella con la campagna condotta a suo tempo da Lotta continua contro il commissario ucciso nel 1972. Alla luce di ciò, chiosa a conclusione della querela il suo legale, è di tutta evidenza che rivolgergli delle critiche «in un quotidiano tra i cui lettori è verosimile che vi siano militanti della sinistra più estrema[…] significa esporlo ad un ingiustificato rischio per la propria incolumità personale». Dire che tutto ciò è totalmente destituito di fondamento, è un’ovvietà. Registriamo invece la pesante insinuazione. Che il capo della polizia se la prenda con un giornale d’opposizione la dice lunga sul clima politico che stiamo vivendo. Arrivederci in tribunale.

[Brescia] PRESIDIO CONTRO IL PACCHETTO SICUREZZA E IL NUOVO REGOLAMENTO DI POLIZIA URBANA

autore: 
bs

SABATO 10 OTTOBRE
ore 15.00
P.ZA DELLA LOGGIA - BRESCIA

PRESIDIO CONTRO IL PACCHETTO SICUREZZA / IL NUOVO REGOLAMENTO DI POLIZIA URBANA

Il pacchetto sicurezza varato dal governo offende la dignità umana, introducendo il reato di “immigrazione clandestina”. La morte degli immigrati nel canale di Sicilia, nei CIE o nelle strade delle nostre città è la tragica conseguenza della logica disumana che ispira la politica governativa.
Questa drammatica situazione sta pericolosamente alimentando e legittimando nella società la paura e la violenza nei confronti di ogni diversità. E’ il momento di reagire e costruire insieme una grande risposta di lotta e solidarietà per difendere i diritti umani respingendo ogni tipo di razzismo.

CONTRO IL NUOVO REGOLAMENTO DI POLIZIA URBANA.

Per dire NO

* alla legge Bossi-Fini e al legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno;
* al “pacchetto sicurezza” e alla caccia ai migranti senza documenti
* al nuovo regolamento di polizia urbana che aumenta controlli e multe contro i migranti
* ai respingimenti e agli accordi bilaterali che li prevedono
* ad ogni forma di discriminazione

Per ottenere

* la regolarizzazione generalizzata per tutti
* il Diritto di asilo per i rifugiati e profughi
* la chiusura definitiva dei Centri di Identificazione ed Espulsioni (CIE)
* il Diritto al reddito, alla salute, alla casa e all’istruzione per tutti e tutte

SABATO 10 OTTOBRE
dalle ore 15
in Piazza della Loggia

[Palermo] Morena Gaglio, uccisa perchè senza casa

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All’una e trenta della notte tra il 27 e il 28 Settembre è morta Morena Gaglio. Il 29 Settembre avrebbe compiuto un anno. La famiglia di Morena ha fatto parte del Comitato di Lotta per la Casa e circa due anni fa, in preda alla disperazione, aveva occupato uno dei containers di via Messina Montagne. Dopo l’occupazione,il Comune ha deciso di assegnare alla famiglia Gaglio (sei persone oltre la piccola Morena) il “suo” container e così è stato per altre 24 famiglie.

Le condizioni dei containers sono pessime dal punto di vista igienico-sanitario, come segnalato anche dagli operatori dei servizi sociali che più volte si sono recati nel campo di via Messina Montagne:basti citare, a titolo d’esempio, i tetti rivestiti in lana di vetro (materiale notoriamente nocivo), la fogna a cielo aperto all’interno dello stesso campo e le temperature insostenibili sia in inverno che in estate.

La sistemazione dei containers (trasporto e restauro) è costata al Comune di Palermo ben 520 mila euro e da quando il campo è stato abitato l’unico ulteriore intervento strutturale è stato l’allestimento di un mini parco giochi con scivoli e giostrine.

Giovanna, la mamma di Morena, ha trascorso la gravidanza in questo condizioni e Morena è nata con una grave malformazione congenita che si è andata aggravando nel corso del tempo fino ad arrivare ad un suo ricovero per assideramento. I medici che l’hanno assistito avevano sconsigliato la famiglia di tornare a vivere in un luogo come quello ma volente o nolente il container era l’unica casa.

Palermo non può restare indifferente ad un evento di questa portata, non può restare indifferente e muta davanti alla negazione del diritto a potere vivere.

Il Comitato di Lotta per la Casa “12 Luglio” e la Rete Sociale per i Diritti Negati ritengono responsabili di questa situazione il Sindaco, il Prefetto e gli otto “Assessori alla Casa” che in questi anni si sono succeduti e invitano la cittadinanza ad organizzare insieme una mobilitazione cittadina fissando un primo appuntamento per una assemblea pubblica convocata per il prossimo Mercoledì 30 Settembre alle ore 18 presso Casa Guzzetta Occupata.

Morire in un container - scritto da kom-pa.net

Morire a un anno, di polmonite, colpevole di essere nata in una città che ha esaurito ogni forma di umanità, di rispetto, di attenzione. Una città che, da lungo tempo, ha smesso di guardare, di ascoltare. Una città che non sa neanche più indignarsi, figuriamoci ribellarsi.

Una città che sprofonda nel fango, che viene ricoperta da cumuli di immondizia, che si sbriciola tra l'indifferenza dei più. Ecco perché a Palermo, nel 2009, si muore di polmonite ad un anno: perché nell'indifferenza generale e con l'omertosa connivenza della stragrande maggioranza del ceto politico si preferisce pensare che l'emergenza abitativa si possa risolvere solo costruendo nuove case ed escludendo i diretti interessati da ogni forma di partecipazione diretta.

Che i container fossero una trappola mortale lo sapevano tutti: tante sono state le denunce, tanti sono stati i segnali di allarme, tanta è stata la rabbia scagliata contro questa amministrazione impalpabile, assente, latitante e omicida.

Si, omicida: perché quanto accaduto in via Messina Montagne non è una tragedia inaspettata. Tanti bambini, nati o cresciuti nei container, sono stati ricoverati più volte per gravi disturbi respiratori e assideramento ed ogni volta sono stati costretti, loro e le loro famiglie, a ritornare nei container, ad accettare quegli scatoloni di lamiera come l'unica soluzione possibile, il gesto più infimo per lavarsi la coscienza.

Che nessuno si permetta, oggi, di approfittare di questo tragico evento per rilanciare la squallida offensiva del Piano di Edilizia Popolare o per dichiararsi, tardivamente, solidale con gli "ultimi". Ora, il peso e la responsabilità di questo omicidio sono una macchia che non si può cancellare.

http://www.kom-pa.net/index.php?option=com_content&task=view&id=491&Item...

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altre informazioni:

http://www.infoaut.org/articolo/inverno-nei-container-e-allarme-sanitari...
http://palermo.repubblica.it/dettaglio/bambini-a-rischio-nei-container/1...

[Honduras] Precipita la situazione

autore: 
:)

Precipita la situazione in Honduras
Decreto esecutivo calpesta le libertà individuali e collettive

Ultimatum al Brasile ed agli altri paesi che hanno rotto relazioni con il governo di fatto

L’appello fatto dal presidente legittimo dell’Honduras, Manuel Zelaya Rosales, affinché la popolazione si concentri a Tegucigalpa per celebrare tre mesi di lotta e resistenza contro il colpo di Stato, ha scatenato la reazione del governo di fatto e dei poteri politici, economici e militari che l’hanno orchestrato, diretto ed eseguito, conducendo il paese verso un abisso. Un vicolo cieco che mette la parola FINE alle aspettative di un dialogo nazionale e che trascina il popolo honduregno verso uno scenario molto pericoloso di violenza e morte.

“Il 28 settembre compiremo tre mesi di resistenza contro il colpo di Stato militare ed in tutto questo periodo il popolo honduregno ha dimostrato la sua grande capacità di lotta – ha detto il presidente Manuel Zelaya durante una conferenza stampa all’interno dall'ambasciata del Brasile dove si è rifugiato la scorsa settimana –.

Manifestiamo che persiste un atteggiamento negativo da parte del regime di fatto di non volere ascoltare il nostro appello al dialogo, che ha l’obiettivo di riportare la pace e la libert nel paese.

La risposta al nostro appello – ha continuato Zelaya – è stata la repressione contro il popolo, contro di me e le persone che mi accompagnano in questa sede diplomatica.

Chiedo a tutto il popolo honduregno ed in modo speciale alle organizzazioni della resistenza, che il 28 settembre si manifestino in modo pacifico in tutto il paese”.

Verso l'abisso

La reazione inconsulta del governo di fatto non si è fatta attendere ed in meno di 24 ore sono state prese una serie di misure che hanno messo il paese sull'orlo di un abisso.

É stato presentato al governo brasiliano un ultimatum affinché entro 10 giorni definisca lo status del presidente Zelaya. Trascorso questo termine verranno rotte le relazioni con il paese sudamericano e non verrà riconosciuto come territorio straniero l'edificio che ospita la sede diplomatica, aprendo in questo modo la porta ad un possibile intervento militare.

Immediata la risposta del presidente brasiliano Inacio Lula Da Silva che ha qualificato il presidente di fatto Roberto Micheletti come “un usurpatore nel potere" ed ha detto di non volere minimamente rispettare un ultimatum emesso da dei golpisti.

Il governo di fatto ha inoltre sollecitato il personale diplomatico dell'Argentina, Messico, Venezuela e Spagna, paesi che hanno rotto le relazioni con l’Honduras, di togliere gli emblemi dalle sedi e consegnare le credenziali che li identificano come tali.

Allo stesso modo ha proibito l'entrata in Honduras agli ambasciatori di questi paesi ed ha posto come condizione agli altri ambasciatori che avevano abbandonato il paese di presentare nuove credenziali per essere accettati.

Momenti di tensione si sono vissuti all'aeroporto internazionale di Toncontín, quando quattro funzionari dell'Organizzazione degli stati americani, Osa, sono stati prima trattenuti e poi fatti risalire sull’aereo, impedendo loro l’entrata in Honduras.

Solamente a uno di loro è stata concessa l’entrata e la permanenza per un periodo molto limitato di tempo.

"Ció a cui stiano assistendo è l'intenzione del governo di fatto di creare un vero e proprio isolamento mediatico, affinché non si sappia ciò che accadrà lunedì e martedì in Honduras – ha denunciato Andrés Pavón, Presidente del Comitato per la difesa dei diritti umani in Honduras, Codeh –.

Hanno pianificato una grande repressione contro i manifestanti, arrestare ed uccidere come hanno fatto fino ad adesso. Non vogliono che la Osa o la Commissione interamericana dei dirtti umani, Cidh, vedano cosa accade.

Abbiamo già 15 persone uccise per motivi politici e questi delitti sono classificabili come delitti di lesa umanità, come è il caso della ragazza morta per i gas lacrimogeni che la polizia ha sparato durante lo sgombero della zona adiacente all'ambasciata del Brasile – ha concluso Pavón.

Wendy Elizabeth Ávila, 24 anni, è deceduta la notte del 26 settembre a causa di complicazioni respiratorie dopo vari giorni di agonia. Il suo corpo è stato velato da migliaia di persone nelle installazioni del Sindacato dei Lavoratori dell'Industria delle Bevande e Simili, Stibys.

Zero diritti individuali e collettivi

Come un’ennesima azione repressiva, il governo di fatto ha firmato un Decreto Esecutivo con il quale sospende a tempo indefinito le principali garanzie costituzionali del popolo honduregno.

Secondo il decreto vengono sospesi vari articoli della Costituzione e in questo modo "Si proibisce qualsiasi riunione pubblica non autorizzata dalle autorità poliziesche o militari", dando la facoltà a tali forze repressive di dissolverlea con la forza.

Prevede anche la proibizione di “Emettere pubblicazioni attraverso qualsiasi mezzo di comuniocazione parlato, scritto o teletrasmesso che offendano la dignità umana, i funzionari pubblici o attentino contra la legge, le risoluzioni governative, la pace e l'ordine pubblico”.

Con un atto di grave violazione alla libertà di espressione, che punta ovviamente alla chiusura dei mezzi di comunicazione che continuano a denunciare il colpo di Stato, come Radio Globo, Canale 36, Radio Progresso e le radio comunitarie, il decreto ha dato alla Commissione Nazionale dellei Telecomunicazioni, CONATEL, e alle Forze Armate l'autorizzazione a “sospendere qualunque stazione radio, canale di televisione o sistema via cavo che non adatti la propria programmazione alle presenti disposizioni”.

Infine, il decreto ordina “lo sgombero di tutte quelle installazioni dello Stato che sono state occupate illegalmente”, mettendo in serio pericolo le organizzazioni contadine e il Sindacato dei Lavoratori dell'Istituto Nazionale Agrario (SITRAINA), affiliato alla UITA , che da tre mesi hanno occupato questa istituzione.

La Resistenza risponde

Con una massiccia assemblea, il Fronte nazionale contro il colpo di Stato ed uno dei suoi principali leader, il dirigente sindacale Juan Barahona, hanno chiesto alla gente di non avere paura e di continuare con la lotta.

“Continueremo sotto il fuoco delle pallottole, il fumo dei gas lacrimogeni e gli stivali militari. Ci alzeremo e ci libereremo di questa dittatura, perché bisogna sconfiggerla – ha detto Barahona davanti alla folla ed alla bara di Wendy Elizabeth Ávila –.

Non possono essere più forti di un popolo che lotta con coraggio e dignità. Per questo motivo non possiamo retrocedere in questa lotta, perché oggi è Patria o Morte. Perché è una lotta di dignità dove esponiamo la cosa più preziosa che abbiamo e cioè la vita. Perché oggi il sangue dei martiri si trasformerà in seme di libertà”, ha concluso.

Oggi, 28 settembre, il Fronte nazionale contro il colpo di Stato, sfidando il decreto si riunirà davanti all’Università Pedagogica per marciare nuovamente e celebrare in questo modo i tre mesi di resistenza contro il golpe.

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