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Carcere-repressione

segnalazione roadblock a Milano

Attenzione, sabato sera 14/11/2009 posto di blocco cattivo dei vigili in via Giovanni da Cermenate a Milano, in entrambe le carreggiate.

Milano - Sgomberi e cortei, una giornata di protesta

autore: 
da repubblica

In mattinata la polizia interviene per sgomberare il Gandhi e gli studenti sfilano nelle vie del centro. Autonomi in piazza a San Vittore e "I Corsari" dedicano a Cucchi il loro graffito.

Il murale è comparso nel pomeriggio, a firmarlo sono i “Corsari”, gruppo vicino ai centri sociali. Una scritta lunga dieci metri, dipinta su una parete di via Bramante: «Di Stato si muore, verità e giustizia per Stefano Cucchi». Il graffito, in ricordo del 31enne deceduto dopo le percosse subite in seguito all’arresto a Roma, è solo l’ultimo episodio di una giornata di mobilitazione dei centri sociali in città.

Dalle 14 alle 17, un gruppo di una settantina fra anarchici e “ autonomi” ha fatto un presidio di fronte al carcere di San Vittore, dove da venerdì è rinchiuso V. F., 24 anni, arrestato con l’accusa di rapina assieme ad altri quattro attivisti dell’ultra sinistra, ora agli arresti domiciliari. Il 3 ottobre scorso, i cinque avrebbero picchiato i commessi di una libreria universitaria alla Statale, dove avevano fatto 800 fotocopie senza pagare. Il presidio, con lancio di petardi e parziale blocco del traffico in viale di Porta Vercellina, si è concluso con un corteo fino alla casa occupata di Ripa di Porta Ticinese, dove F. viveva fino al momento dell’arresto.

Durante tutta la manifestazione è stata massiccia la presenza di polizia e carabinieri, schierati in assetto anti-sommossa. Ma la lunga giornata di contrapposizione fra giovani in protesta e forze dell’ordine era già cominciata ore prima, con lo sgombero della scuola civica di via Marsala.

Con un blitz scattato alle sette e mezzo del mattino, polizia e carabinieri hanno sgomberato la scuola, occupata ieri sera da una trentina di studenti. L’operazione, durata circa un’ora, si è svolta con qualche tensione fra gli agenti in assetto anti-sommossa e i ragazzi in protesta: spintoni all’ingresso, la fiamma ossidrica usata per aprire la porta della presidenza dove si erano rifugiati gli occupanti e qualche manganellata dentro e fuori da scuola.

Gli studenti del liceo civico serale Ghandi protestano perché il Comune, in nome del risparmio, si rifiuta di applicare la sentenza del Tar che prevede la riapertura della scuola, chiusa dallo scorso settembre. La protesta degli studenti, che al momento si trovano senza un istituto dove potere studiare, ha ricevuto la solidarietà di molti esponenti del mondo della cultura cittadina, fra cui Dario Fo e il ballerino Roberto Bolle, ex studente dell’istituto serale.

Dopo lo sgombero, i ragazzi del Ghandi hanno improvvisato un corteo insieme ad alcuni iscritti a un’altra scuola civica, l’istituto tecnico Pacle Manzoni. Diretti verso largo Treves, sede dell’Assessorato ai Servizi sociali del Comune da cui dipendono le scuole, i manifestanti hanno poi fatto ritorno a piazza XXV aprile, alla sede del Ghandi, dove oggi alle 18.30 faranno un altro presidio.

Blitz dei Corsari Milano, ''di stato di muore'', ancora. murales in via bramante.

autore: 
corsari-milano.noblogs.org
image1: 
stefano cucchi2.jpg

E' successo ancora. Un'altra volta la vita di un ragazzo è stata spezzata dai cosiddetti servitori dello Stato. Questa volta la vittima si chiama Stefano Cucchi, un ragazzo di 31 anni, arrestato dai Carabinieri il 15 ottobre per il possesso di una esigua quantità di stupefacenti. L'arresto per Stefano è l'inizio della fine. Una fine orrenda e disumana . Dopo essere passato, infatti, da due caserme dei Carabinieri e dal, purtroppo famoso (per le violenze inflitte agli arrestati), Centro di Identificazione di Tor Sapienza, Stefano viene prima trasferito nelle celle di sicurezza del Tribunale di Roma in attesa del processo per direttissima e successivamente al carcere di Regina Coeli, da dove effettuerà il suo ultimo viaggio: verso il reparto penitenziario dell'Ospedale Sandro Pertini, dove il 22 ottobre mattina il personale sanitario constaterà la sua “morte naturale”.

Una morte che, però, di naturale non ha nulla. Le foto rubate da un addetto ai servizi mortuari dell'ospedale mostrano infatti l'esile corpo di Stefano dilaniato e lacerato: volto devastato, quasi completamente tumefatto, l'occhio destro rientrato nell'orbita, l'arcata sopraccigliare sinistra gonfia in modo abnorme, la mascella fratturata. E solo dopo si scoprirà che Stefano aveva anche due vertebre rotte. Cosa è successo a Stefano? E' davvero caduto dalle scale come affermano i Carabinieri e una cartella clinica manomessa dagli agenti di Polizia Penitenziaria? No, non è andata così: Stefano è stato ucciso! E lo ha ammazzato lo Stato. Lo hanno assassinato selvaggiamente a forza di botte gli stessi uomini assunti al servizio dello Stato in sua presunta tutela. E in questi giorni stanno uccidendo Stefano una seconda volta. E' stato infatti immediatamente sottoposto ad un processo da parte di chi detiene il potere in questo Stato: sottosegretari e ministri si sono difatti affrettati a difendere i Carabinieri e a infangare la memoria di Stefano, definendolo un anoressico, una persona affetta da attacchi di epilessia, un sieropositivo e un tossicodipendente. Come per affermare che Stefano è l'unico e il solo responsabile della propria morte. Come se ciò giustificasse il “trattamento” al quale è stato sottoposto da parte di chi ha una concezione di giustizia che ha a che fare col mestiere del boia e sa di godere dell'impunità. Un'impunità che viene garantita agli uomini in divisa dal cosiddetto “spirito di corpo”, che si deve tradurre in omertà, depistaggio delle indagini e manipolazione della prove, e dal sostegno della classe politica che non perde l'occasione di difendere l'operato delle forze dell'ordine.

Un essere al di sopra della legge che protegge la divisa anche nel caso in cui si dovesse celebrare un processo. Tanti gli esempi nel passato, troppe le ferite ancora aperte che ricordano come la giustizia di questo Stato utilizzi due pesi e due misure sulla base di chi deve andare a giudicare: i suoi servi in divisa o un immigrato clandestino o chi detiene una modesta quantità di droghe leggere o manifesta legittimamente il proprio dissenso. Non dimentichiamo infatti gli omicidi di Federico Aldovrandi a Ferrara nel 2005, selvaggiamente picchiato da poliziotti tutt'ora in servizio; di Marcello Lonzi, ucciso barbaramente in carcere nel 2003 e per la cui vicenda il processo deve ancora iniziare; di Manuel Eliantonio, pestato a morte nel carcere di Marassi a Genova nel 2008, il cui caso è stato archiviato; di Riccardo Rasman, morto a Trieste nel 2005, dopo essere stato “immobilizzato” da agenti di Polizia per i quali c'è stata la richiesta di archiviazione; di Gabriele Sandri, tifoso della Lazio, ucciso nel 2007 da un colpo di pistola esploso a braccia tese dall'agente di Polizia Spacarotella, condannato in primo grado per omicidio “colposo”; di Aldo Bianzino, “trovato morto” in carcere a Perugia nel 2007 e per cui un solo agente di polizia penitenziaria è in attesa di giudizio per “omissione di soccorso” e falso. Così come non dimentichiamo l'assassinio di Carlo, le cariche, la mattanza della Diaz e le violenze al carcere di Bolzaneto al G8 di Genova e le violente cariche all'Ospedale San Paolo in seguito alla morte di Dax. Tutte vicende in cui lo Stato, nelle sue diverse forme, ha mostrato la sua vera faccia uccidendo Carlo, assolvendo, e addirittura promuovendo, chi ha ordinato si è reso responsabile di pestaggi selvaggi ed arbitrari e condannando a pene pesantissime chi invece manifestava il proprio dissenso e chiedeva giustizia. E' quindi con le lacrime agli occhi e molta rabbia nello stomaco e nella testa che ci uniamo alle voci che urlano chiedendo verità e giustizia per la morte di Stefano, Federico, Marcello, Manuel, Riccardo, Gabriele, Aldo, per Genova, per il San Paolo. Con loro e con tutti coloro che ancora vogliono lottare per la verità, perché omicidi come questo non avvengano mai più e perché i responsabili di queste atrocità vengano puniti. Ed è per questo che oggi ci siamo ripresi un muro di questa città. Un muro che per noi ha un significato particolare, che già tante volte nel passato è stato strappato al grigiore metropolitano. Oggi ancora una volta, per ribadire che di Stato non si deve morire. Stefano vive nei nostri cuori.

NO a uno Stato che uccide

NO a uno Stato che si assolve

DI STATO NON SI DEVE MORIRE

VERITA' E GIUSTIZIA PER STEFANO

Corsari-Milano

report presidio San Vittore

autore: 
(A)

(A)
Circa poco più di un centinaio di persone si sono trovate attorno alle 14.30 sotto San Vittore al presidio indetto per i ribelli di Corelli , a cui si è aggiunto quello per i 5 studenti arrestati ieri mattina. Petardi, fumogeni, cori e musica per portare solidarietà diretta a chi è chiuso in una gabbia.
Attorno alle 17.00 si è partiti in corteo come ieri sera verso Ripa, dove si concluderà la giornata di mobilitazione.
TUTTI LIBERI, LIBERI SUBITO

[Roma] Caso Cucchi - Sono tutti colpevoli

autore: 
da repubblica

di ADRIANO SOFRI

SI CHIAMANO celle di sicurezza. Ci si sta al sicuro. Si può star sicuri che Stefano Cucchi fu picchiato, e che in capo a cinque giorni morì. Sul resto non c'è alcuna sicurezza. Sul resto, ordinario e allucinante com'è, niente si può escludere. Nemmeno che Stefano Cucchi sia stato picchiato due, tre volte. Nemmeno che si siano dati il turno, a picchiarlo, carabinieri e agenti penitenziari, che a turno da giorni se ne accusano.

Al punto cui sono arrivate le indagini, il pestaggio sarebbe avvenuto la mattina del 16 ottobre, nel sotterraneo del tribunale romano, e gli autori, indagati per omicidio preterintenzionale, sarebbero tre agenti della polizia penitenziaria, tre uomini fra i quaranta e i cinquant'anni. Gli inquirenti hanno creduto di aggiungere che "i carabinieri sono estranei". (Alla vigilia il capo della Procura non aveva detto che il detenuto era restato quella mattina nelle mani della polizia giudiziaria che l'aveva arrestato, cioé i carabinieri?) E, indagando per omicidio colposo tre medici del reparto penitenziario dell'ospedale Pertini - il primario e due dottoresse - gli stessi inquirenti hanno definito l'avviso "un eccesso di garanzia".

Nel balletto di versioni dei giorni scorsi, i magistrati hanno deciso di fondarsi sulla testimonianza del detenuto "africano, clandestino", che avrebbe visto coi propri occhi e poi raccolto le parole di Cucchi: "Guarda come mi hanno ridotto". Altri argomenti, per il momento, restano inspiegati.

Resta inspiegato il primo referto medico, redatto a piazzale Clodio in quello stesso 16 ottobre, secondo cui Cucchi "riferisce di una caduta dalle scale alle 23 della sera precedente": sera in cui era chiuso in una caserma di carabinieri. I quattro agenti penitenziari - colleghi, certo, dei tre indiziati - che lo accompagnano quel pomeriggio a Regina Coeli completano a loro volta la frase detta al detenuto testimone: "Guarda come mi hanno ridotto ieri sera". Ieri sera vuol dire i carabinieri. Questa mattina vuol dire forse i carabinieri, forse gli agenti penitenziari, che si accusano a vicenda.

È difficile decidere se questo grottesco rinfacciarsi versioni e colpe renda più spregevole la trama che ha schiacciato Cucchi, o induca ad apprezzare, coi tempi che corrono, il fatto che almeno né carabinieri né poliziotti penitenziari negano che il giovane uomo fragile sia stato pestato e spezzato a morte. Fragile: dunque da custodire più rispettosamente e premurosamente. Abbiamo ascoltato un bel repertorio di porcherie nei giorni scorsi. Che Cucchi era tossicodipendente, ovvietà pronunciata come se fosse un'aggravante, o un'attenuante dei suoi massacratori.

La tossicodipendenza è una sciagura per chi ci incappa e per chi gli vuol bene, e diventa un danno per tutti quando il fanatismo proibizionista esalta gli affari illegali. In Italia oggi è una ragione per finire nelle celle "di sicurezza", o di galera, o nei letti di contenzione dei manicomi giudiziari - come per il coetaneo di Cucchi morto in cella a Parma, Giuseppe Saladino, che aveva rubato "le monetine dei parchimetri" - o nel reparto confino dell'ospedale Pertini. È bello, è edificante, è spettacolare che questo succeda mentre si propone di abolire, più o meno, i processi, per i ricchi e potenti. È bello e istruttivo che, per adescare l'opinione intontita, si proclami che dall'abolizione dei processi saranno esclusi i reati di maggior allarme e "i recidivi". I "recidivi" sono i tossicodipendenti, che spacciano al minuto o rubano per la dose, e spacciano di nuovo e rubano per la prossima dose, e così via.

Stefano Cucchi era uno dei tanti nostri ragazzi che possono aver spacciato per la loro dose, e non sono meno meritevoli del nostro amore e delle nostre cure. Era anche sieropositivo, ha osato dire qualcuno. Non lo era: ma non importa niente. Importa che ancora, in questo paese, persone che danno il proprio nome a leggi fautrici di dolore e delitti pronuncino il nome di una malattia come quello di una condanna. Il paese in cui si tratta ancora una malattia come una vergogna è un paese di cui vergognarsi.

Dovremmo dirlo, che siamo sieropositivi. E che nessuno chieda a nessuno se è vero o no: non cambia niente. Stefano Cucchi era un giovane uomo inerme dal viso dolce e dal corpo esposto: un corpo così è fatto per essere stretto da un abbraccio materno, per essere accarezzato da una sorella, per sentirsi la mano di un padre sulla spalla. Non per "essere scaraventato in terra e, dopo aver sbattuto violentemente il bacino procurandosi una frattura dell'osso sacro, colpito a calci", secondo la ricostruzione - provvisoria, parziale, vedrete - degli inquirenti.

Né per giacere senza soccorso, sottratto alla vista dei suoi e del mondo, dentro una branda d'ospedale carcerario, coi medici, donne e uomini (fa sempre più impressione che tocchi a donne), che lo ignorano, che forse scherzano sulle sue ossa rotte e sporgenti, che dicono che rifiuta cure e farmaci, e scrivono solo in capitulo mortis che aveva dichiarato dall'inizio di volere il proprio avvocato, e di non voler mangiare e non voler bere solo per quell'infimo fra i diritti: una confessione di fatto, che non ha impedito agli stessi medici di continuare a mentire e a manipolare la verità quando il ragazzo era morto. Abbiano pure il loro "eccesso di garanzia", in cambio. Anche questa è una creatività italiana: chiameremo di sicurezza le celle dei pestaggi, ci vanteremo della garanzia in eccesso. Del resto, siamo ancora all'inizio. Non sarà facile, per l'omicidio di Cucchi, trovare il non colpevole.

sugli studenti arrestati ieri

autore: 
amici e compagni degli arresta

La mattina del 13 novembre scatta a Milano un operazione di polizia che tramite irruzioni nelle case e perquisizioni porterà all’arresto di 5 ragazzi.
5 studenti che hanno partecipato attivamente alle mobilitazioni dell’anno scorso e che non hanno mai smesso di portare all’interno dell’università un agire critico verso l’esistente e la sua miseria.
4 di loro sono agli arresti domiciliari mentre uno e’ recluso a San Vittore.
Secondo l’accusa le motivazioni dell’arresto sono riconducibili al fatto che i 5 abbiano “rapinato” la CUSL ( libreria catto-mafiosa o cartoparrocchia all’interno della statale legata a CL) portandosi via come bottino un centinaio di fotocopie di volantini.
Non ci soffermiamo a discutere della possibilità che sia avvenuta o meno questa “rapina” o della sua definizione in quanto tale ma sicuramente come studenti , ragazzi, compagni.....riconosciamo il clima sotto il quale si sono svolti questi arresti: la repressione sistematica di qualsiasi dissidenza per mantenere la normalità e l’apatia dominanti dentro l’università come al di fuori di essa.
Ai nostri occhi l’evidenza della catastrofe e’ il dover spiegare che non e’ spiegabile che si muoia nelle carceri.
E’ dover smascherare l’esistenza di lager nelle nostre città quando questi si trovano sotto gli occhi di tutti
E’ il dover trovare le parole quindi l’esser costretto a giustificare il fatto di non aver pagato delle fotocopie mentre i nostri 5 compagni si trovano in carcere per questo.
L’evidenza della catastrofe non si può spiegare perche chi ha bisogno di spiegazioni non ha gli occhi per vedere.

Studenti amici compagni dei reclusi aka quelli che hanno gli occhi.

[Trento] sgomberi, denunce e fogli di via non fermano le lotte

Trento: sgomberi, denunce e fogli di via non fermano le lotte

Venerdì 6 novembre, all’alba, una ventina di anarchici ha occupato di nuovo L’Assillo di via Manzoni, sgomberato il 15 ottobre scorso. Verso le 10 la polizia faceva irruzione sfondando le porte. I compagni riuscivano a salire sul tetto. Poliziotti e carabinieri hanno cominciato a spaccare le tegole sotto i piedi dei compagni, minacciando di arrestare e sprangare tutti quanti. La pronta risposta degli occupanti – a cui si è aggiunta, via via, la presenza di una quarantina di solidali sotto l’edificio – ha spinto gli sbirri a più miti consigli. Intanto arrivavano altri poliziotti, carabinieri e vigili del fuoco. Verso le 14,30 gli anarchici sono scesi dal tetto, avendo ottenuto di essere identificati sul posto e non portati in questura né tanto meno arrestati. Il giorno dopo ci sarebbe stato il corteo: i dirigenti della polizia hanno fatto due conti.
Diversi dei compagni sgomberati erano già stati colpiti dal foglio di via per tre anni da Trento.

Sabato 7 si è svolta la manifestazione in difesa degli spazi occupati e contro i fogli di via (nel frattempo arrivati a quota 23). Dopo aver ribadito che la repressione non ferma le lotte e dopo che i banditi hanno bruciato in piazza una gigantografia del foglio di via, il corteo ha attraversato la città. Scritte, mascherine murali, manifesti affissi, tutte le banche e le sedi istituzionali imbrattate di vernice e le telecamere oscurate hanno portato, come promesso, l’Assillo in movimento. Vari gli interventi (sul decreto sicurezza, sul carcere, sugli assassinî di Stato, sugli spazi autogestiti che rifiutano ogni mediazione con il potere...). La sede della Lega Nord ci ha rimesso qualche vetro e dovrà cambiare la bandiera infame. Verso la fine, un bancomat è esploso dalla rabbia.
Nei giorni successivi si è scatenata la canea mediatica e politica. Alcuni leghisti hanno dichiarato di essere stati picchiati (come Alessandro Savoi, esponente provinciale padano, noto, tra l’altro, per aver recentemente dichiarato durante una seduta consiliare “Più Rum e meno Rom”). La Lega ha già inviato un dossier a Maroni e pretende che gli anarchici vengano arrestati. Il sindaco di Trento, Andreatta, chiede la convocazione di un Comitato di ordine pubblico, auspica il pugno di ferro e ipotizza di vietare i cortei in centro. Il questore Caldarola vaneggia accuse di devastazione ai danni dei manifestanti. Un comunicato unitario di CGIL, CISL e UIL esprime solidarietà “ai politici colpiti”. Il procuratore Dragone parla di applicare la misura della sorveglianza speciale a diversi anarchici. Ma le dichiarazioni più grottesche, e oscene, le ha fatte forse il presidente delle Acli Arrigo Dalfovo: “Le Acli sono contro ogni forma di autoritarismo e di fascismo e per questo rivolgiamo tutta la nostra solidarietà agli amici della Lega”.
Come sempre, di fronte al dissenso reale e non platonico l’ordine capitalista si compatta al di là delle differenze formali dei suoi schieramenti. Quanto alla cosiddetta opinione pubblica, soprattutto in quest’epoca in cui la società civile è stata pressoché compiutamente liquidata, essa è un dispositivo retorico di prevenzione e repressione: è il sistema che dice cosa pensa di se stesso.
Il presidente della Provincia di Trento, Dellai (l’uomo del TAV, dell’inceneritore, della base militare di Mattarello, degli impianti di risalita...) ha dichiarato, riferendosi agli anarchici, “Impacchettateli e portateli via”. I compagni fanno paura non tanto per l’attività che già svolgono, ma per il contributo di autorganizzazione e di azione diretta che potrebbero dare in futuro, quando i nodi di questi progetti devastanti arriveranno al pettine.
Al corteo hanno partecipato circa 200 persone, per la maggior parte di Trento, Rovereto e dintorni. Al di là dei numeri, la partecipazione è stata attiva e determinata.
Insomma, l’assillo continua. Banditi ovunque.

anarchici di Trento e Rovereto

Di seguito riportiamo il testo letto al corteo sulla violazione pubblica del foglio di via

Quello che abbiamo da dire è molto semplice: “NO”.
Non accettiamo che un questore, in base ad una legge che affonda le sue radici in un regio decreto del 1931, ci vieti per tre anni di mettere piede nella città di Trento.
Non l’accettiamo per noi – perché questo provvedimento fascista ha lo scopo di impedirci di partecipare alle lotte – e non l’accettiamo perché vediamo in esso un avvertimento per tutti: se sei “insofferente alle leggi”, se vieni definito “pericoloso per la sicurezza pubblica” o “incline alla devianza” da un qualche questore, anche in assenza di processo e persino di reati, puoi essere allontanato, cacciato, bandito. È chiaro che qui si sperimenta una “misura di prevenzione” (come si chiamava durante il Ventennio e come si chiama tutt’ora) che potrebbe essere applicata a chiunque protesti, lotti o semplicemente abbia un modo di vivere non conforme ai desideri della polizia.
Secondo il questore Caldarola gli unici “validi interessi” per frequentare una città sono l’avervi residenza o lo svolgervi un’attività lavorativa. Tutto il resto non appartiene alla vita – nemmeno frequentare una scuola, dal momento che due ragazzi colpiti dal foglio di via vanno alle superiori a Trento.
Per questo abbiamo scritto che la città che lorsignori vorrebbero è una città morta, una città di fantasmi che producono e consumano.
Devi startene a casa o andare a lavorare. E basta.
Se non hai i documenti in regola, non hai un contratto di lavoro, non hai una casa, ti espello – come succede quotidianamente a decine, a centinaia di immigrati in tutta Italia.
Tutto ciò si collega a quell’ideologia della sicurezza in nome della quale in Trentino si emanano ordinanze contro i mendicanti e altrove già si vietano le manifestazioni in centro, gli assembramenti in piazza o addirittura il fatto di sedersi su qualche monumento.
A Trento si è parlato ultimamente persino di togliere le panchine dai parchi dove sovversivamente e oziosamente stazionano giovani, lettori sospetti, immigrati. Costoro non hanno una casa o un lavoro? Vogliono vivere per strada, mentre gli onesti cittadini, dai ventri sazi e gli sguardi obliqui, stanno a casa a guardare la TV? Inaccettabile.
Questa marea montante – che giunge da centrodestra come da centrosinistra – ha come nemico la vita, la vita irriducibile all’economia, al controllo, al potere.
Sicuri, signori cittadini?
Mentre l’unica sicurezza che si difende e si presidia – anche con l’esercito – è quella delle casseforti, si attaccano ora le fasce più deboli ma la mannaia liberticida è destinata ad allargarsi: oggi è l’immigrato, il mendicante, l’occupante di case, ma a breve sarà lo scioperante, il manifestante che si difende da un inceneritore, dal TAV, da una base militare...
Anche in altre epoche tanti pensavano che la tempesta avrebbe risparmiato il tepore delle loro case, ma non è andata esattamente così.
Per quanto ci riguarda, il questore Caldarola può emettere tutti i fogli di via che vuole: qui siamo e qui restiamo. A vivere, a resistere, ad attaccare.
Banditi, certo, contro una banda di padroni e di sgherri che vogliono fare della società un deserto climatizzato.
Un foglio di via è un pezzo di carta e la carta brucia.

anarchici banditi

alcune considerazioni

autore: 
v per vendetta

Siamo all'attacco frontale contro il movimento a Milano.
Nei giorni in cui partono 60 denunce per i cortei dell'Onda dell'anno scorso arrivano come una mazzata gli arresti di cinque compagni.
Cos'avranno mai fatto sta volta?- è la prima reazione- che abbiamo avuto tutti ieri mattina.
Poi l'incredulità, quattro ragazzi ai domiciliari e Valerio è in galera, hanno fatto delle fotocopie in Cusl e non le hanno pagate. Io sulle prime non ci posso credere poi mi rendo conto dalle Ansa che escono che effettivamente l'accusa è proprio quella e l'aver fatto delle fotocopie senza pagarle, la classica "bravata" come mille altre ce ne sono state ai danni dei ciellini babbi in questi anni si è trasformata in "rapina aggravata". Neanche fossero entrati portandosi via la fotocopiatrice.

Poi le notizie ieri si susseguono le persone si mobilitano e il Ghandi viene rioccupato.
Questa mattina con metodi cileni lo sgomberano. Tagliano le porte, sbattono gente per terra, ora c'è un corteo in giro per Milano mentre scrivo.

Pazzo colui che vede questi attacchi slegati tra loro. Pazzo o sbirro colui che non vede il filo che lega l'attacco fatto delle sessanta denunce, gli arresti di ieri, e la crescente intolleranza sbirresca verso qualsivoglia forma di dissenso in questa città.

Oggi è necessario come prima cosa trovare la più assoluta unità e identità di obiettivi al presidio che ci sarà sotto il carcere, perchè una persona è in gabbia e magari chi legge tra le righe sa quanto questa persona abbia interagito con tutti noi, nel bene e nel male.

Ma soprattutto è necessario far capire agli sbirri di Milano, nelle persone di Gian Valerio Lombardi e di Riccardo De Corato che il tempo della nostra tolleranza zero comincia ora. E il tempo di far capire alla digos che il tempo della concertazione e del dialogo si è chiuso.

Se ci facciamo vedere silenziosi ora tanto vale mandare un comunicato a Repubblica e il Corriere con scritto i centri sociali e il movimento di Milano sono ufficialmente morti, de corato puoi fare quello che ti pare.

Oggi è necessario che nonostante il freddo che fa stamattina e le gocce di pioggia li si faccia sudare. Oggi è necessario che questa città si risvegli in un brutto incubo, un incubo che ricordi tanto le acropoli greche e le periferie parigine.

E poi è necessario identificare il nemico, compattare le fila e attaccarlo sui temi a lui più cari. Mi spiego meglio. Per aver fatto dare ai ragazzi rapina aggravata, quelli della cusl devono aver mosso pedine moooooolto in alto. Devono aver concertato col rettore, che lo ricordo aveva tentato di sospendere gli stessi ragazzi in occasione della the cleva cup, per fare questa bella mossa.
Devono aver smosso i loro leader maximi da formigoni in giù.
Questa è stata una dichiarazione di guerra da parte di cl al movimento e perchè? Perchè ci hanno visti deboli in Statale, non un corteo, non un'assemblea( badate bene non sto incolpando nessuno eh mi sto limitando ad analizzare a mente fredda la situazione).
Bene io sono dell'opinione che da lunedì mattina anche loro dovranno sudare e dovranno sudare parecchio. Ho visto che qualcuno ha già pubblicato dei dossier sui finanziamenti che prendono dall'università. Facciamo uscire queste cose, andiamo a parlarci(ovviamente con toni tranquilli ma fermi)e a dirgli che non ne passerà più una da parte loro. Facciamo uscire liste di professori legati all'opus dei e a cl e boicottiamo le loro lezioni. Queste sono solo idee chi più ne ha più ne metta.

Ci hanno dichiarato guerra, accettiamo la sfida?

Milano - Arrestati 5 autonomi, scoppia la protesta

autore: 
da repubblica

Corteo serale da San Vittore ai Navigli, scritte sui muri e bidoni incendiati. I gli studenti-lavoratori occupano il Ghandi in via Marsala.

Sono stati arrestati all’alba dai carabinieri del Nucleo informativo. Tre nei locali del “Collettivo autonomo ringhiera”, il palazzo occupato mesi fa in Ripa di Porta Ticinese; altri due nelle loro case nell’hinterland. Sono cinque anarchici, tutti tra i 20 e i 24 anni, accusati di una rapina alla libreria Cusl (considerata vicina a Cl) lo scorso 2 ottobre nella sede della Statale in Festa del Perdono: avevano fotocopiato 800 volantini propagandistici, poi si erano rifiutati di pagare a suon di calci, insulti e minacce.

Davanti a San Vittore, ieri sera, è scattata la protesta dei centri sociali contro gli arresti: in quaranta, con fumogeni e petardi, metà a volto coperto, hanno intonato cori come «Liberi tutti, liberi subito» e imbrattato il muro con gli spray. A San Vittore è stato rinchiuso V. F., 24 anni, già sorvegliato speciale per una lunga serie di denunce per violenza privata e manifestazioni non autorizzate, figlio di M., l’uomo che uccise nel ’77 il vicebrigadiere Antonino Custra. Gli altri quattro sono ai domiciliari: P. P., 20 anni, autore durante un corteo della scritta “- 6” in riferimento ai morti di Kabul, M. G., 21 anni, già sottoposto ad avviso orale, e M. J. M., 23 anni, ecuadoriano. Il quinto, 20 anni, non ha precedenti.

Ieri i manifestanti, dopo la protesta a San Vittore, sono partiti in corteo lungo viale Coni Zugna, bloccando il traffico davanti al cinema Orfeo. In testa avevano uno striscione con i nomi degli arrestati e la frase: «Liberi tutti, sbirri infami». Poi in XXIV Maggio e corso San Gottardo hanno rovesciato e incendiato bidoni dell’immondizia, buttato in terra biciclette, ammaccato auto, tracciato altre scritte sui muri, seguiti a distanza da una squadretta in borghese della Digos. Poco dopo le 23 sono rientrati nella casa occupata sul Naviglio. Oggi alle 14 nuovo presidio sempre davanti a San Vittore.

Sempre ieri sera, nelle stesse ore, gli studenti che protestano contro i tagli del Comune, una ventina, hanno rioccupato le scuole civiche in via Marsala 8.

corteo notturno a san vittore

un corteo è partito per dirigersi al carcere di san vittore
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