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Carcere-repressione

sul Cie di Corelli in rivolta: presidio sotto il carcere e sotto il Tribunale

autore: 
comitato antirazzista milanese

APPUNTAMENTI

- SABATO 14 NOVEMBRE ORE 14: PRESIDIO SOTTO S.VITTORE

Nell’occasione verranno consegnati ai ragazzi arrestati vestiario e contributi economici necessari alla sopravvivenza. Si fa appello a intervenire al presidio e a tenere in debita considerazione questo obiettivo pratico

- MARTEDI’ 17 NOVEMBRE ORE 9,30: PRESENZA IN TRIBUNALE

A fianco dei detenuti, per rivendicarne la piena e incondizionata liberta’, per rafforzare il contatto solidale coi prigionieri e respingere il tentativo di isolamento. La questione sta tutta nei numeri

17 novembre 2009: nuovo processo contro gli immigrati di via Corelli

Non lasciamoli soli!

La rivolta esplosa sabato 7 novembre, intorno alle 23, è stata innescata dal distacco anticipato della luce in diverse sezioni. Una chiara provocazione, l’ennesima, di polizia & co.

Un episodio non casuale dato che nelle settimane precedenti limitazioni, provocazioni e aggressioni avevano raggiunto il culmine con le “celle di punizione-isolamento” e i pestaggi individualizzati, proprio come in un carcere.

Sabato sera sia nelle sezioni maschili che in quella femminile hanno detto basta, si sono presi la socialità e l’hanno difesa dagli attacchi delle guardie.

Le donne e gli uomini che hanno aperto questa battaglia non sono affatto le stesse persone della rivolta di agosto, appena 70 giorni fa. Ed anche la scelta repressiva è ben diversa. Mentre i 14 arrestati di agosto si sono tutti/e rivendicati al legittimità della loro protesta, denunciando la violenza razzista quotidiana della polizia, in questo caso siamo di fronte ad una vera e propria rappresaglia.: i quattro ragazzi non c’entrano davvero nulla con le proteste (cha meritano tutta la solidarietà e umana politica di sempre) scoppiate nella sezione C. La sezione non era al momento penetrabile dalle forze dell’ordine che pertanto hanno deciso di entrare nella sezione B, accanirsi contro gli ultimi arrivati, contro i più sprovveduti, contro i più deboli fra gli oppressi, prima costringendoli all’umiliazione di dover strisciare nei corridoi del centro (Corelli o Abu Graib?) ovviamentei disordini (più che legittimi) poi arrestandoli.

Il segnale è chiaro: se tizio protesta…io colpisco caio.

Come i nazisti. Peggio dei nazisti.

Tutti e quattro i ragazzi arrestati (Zitouni Karim n.1984 Tunisia; Bernini Samai n. 1984 Algeria; Webet Toufik n. 1991 Algeria; Saiffeldin Sougidi n. 1990 Tunisia) erano sbarcati in Sardegna nemmeno 10 giorni fa, da lì trasferiti molto alla svelta a Corelli. Ora sono a S.Vittore e rischiano da sei mesi a due anni e mezzo di condanna.

Uno di loro ha denunciato di essere minorenne tanto da costringere il giudice ad ordinare una perizia immediata capace (in teoria) di stabilirne l’età. Al suo ritorno in aula, ovviamente, è stato decretata la sua maggiore età.

Un altro, tramite l’avvocato, ci ha indicato di telefonare alla madre, in Tunisia per spiegarle che non sarebbe tornato presto. In realtà aveva già in tasca il biglietto per il rientro in Algeria. Nulla da fare: per lui deve continuare l’odissea del carcere, a dimostrazione che il vero obiettivo dei CIE non è espellere i “clandestini”, bensì annichilirli e ridurli in schiavitù.

Di fronte alla pm che ha sostenuto l’accusa di lesioni, resistenza a pubblico ufficiale, incendio, concorso in danneggiamento, prendendo a base il rapporto della polizia, la giudicessa ha convalidato l’arresto e l’immediata carcerazione per tutti, pur cancellando dall’ordine d’arresto sia l’incendio che il concorso in danneggiamento.

E’ quasi superfluo aggiungere che di fronte a tali accadimenti la solidarietà attiva con le vittime di un regime sempre più apertamente razzista e reazionario è un dovere minimo per tutti coloro che, in un modo o nell’altro, sollevano le bandiere dell’antirazzismo.

Confidiamo pertanto in una presenza alle mobilitazioni più numerosa e accalorata di quella registrata nelle mobilitazioni di agosto e settembre a fianco di chi, per primo e non a parole, aveva dato concretezza alle posizioni di chi, da più parti, vorrebbe contrastare l’ultimo pacchetto sicurezza

APPUNTAMENTI

- SABATO 14 NOVEMBRE ORE 14: PRESIDIO SOTTO S.VITTORE

Nell’occasione verranno consegnati ai ragazzi arrestati vestiario e contributi economici necessari alla sopravvivenza. Si fa appello a intervenire al presidio e a tenere in debita considerazione questo obiettivo pratico

- MARTEDI’ 17 NOVEMBRE ORE 9,30: PRESENZA IN TRIBUNALE

A fianco dei detenuti, per rivendicarne la piena e incondizionata liberta’, per rafforzare il contatto solidale coi prigionieri e respingere il tentativo di isolamento. La questione sta tutta nei numeri

[Cr] Presentazione Le scarpe dei suicidi @ Spazio Popolare la forgia

18/11/2009 - 21:00
18/11/2009 - 23:30
Etc/GMT+1
autore: 
anarchici
image1: 
La Forgia.jpg

MERCOLEDI' 18 NOVEMBRE 2009
h 21:00
Presentazione del libro
Le scarpe dei suicidi
sarà presente l'autore, Tobia Imperato
e la distro delle
Autoproduzioni Fenix!
presso
Spazio Popolare La Forgia

Via Giuseppe Mazzini, 24
26010 Bagnolo Cremasco (Lombardia)
http://tuttosquat.net/news/cr-presentazione-le-scarpe-dei-suicidi-spazio...

[Roma] Caso Cucchi - La verità dei carabinieri: "Non entrammo nella cella"

Il racconto dei militari: Cucchi rimase con la polizia penitenziaria. Sentiti in Procura quattro uomini dell'Arma: "Da noi nessuna violenza". Secondo le testimonianze il giovane rimase con la polizia penitenziaria.

ROMA - Chi sono e come si muovono i carabinieri che la mattina del 16 ottobre hanno in consegna Stefano Cucchi? La Procura della Repubblica ne individua quattro e ne raccoglie le testimonianze in due momenti diversi (due di loro sono stati sentiti una seconda volta sabato scorso). Per scoprire che nel loro racconto - come del resto in quello di S., il detenuto africano testimone del pestaggio - nei sotterranei del palazzo di Giustizia in cui Cucchi comincia a morire le uniformi continuano ad avere un solo colore. Quello della Polizia penitenziaria.

I quattro carabinieri - vedremo perché - riferiscono di non aver potuto vedere, né sentire cosa accade nel corridoio delle camere di sicurezza tra le 9.30 e le 12.50 di quella mattina. Di non aver usato con quel ragazzo "nessuna forma di violenza", né "fisica", né "psicologica". Documentano di essersi congedati da Cucchi alle 13.30, convinti di aver riconsegnato alle celle, dopo il processo per direttissima, un "soggetto in buono stato di salute e idoneo alla detenzione".

La mattina del 16 ottobre, dunque. Alle 9.20, Stefano Cucchi - che una nota interna all'Arma vuole con la schiena non ancora spezzata perché "capace di vestirsi e stringersi le stringhe delle scarpe da solo" - lascia la camera di sicurezza della caserma di Tor Sapienza (dove ha trascorso la notte) diretto al tribunale. È su una macchina con due carabinieri: M. ed S. (sono le iniziali del cognome che "Repubblica" conosce).

Stefano li vede per la prima volta, perché inquadrati in una "compagnia" (la "Casilino"), diversa da quella cui appartengono i cinque militari che, la notte prima, lo hanno arrestato (la "compagnia Appio"). M. ed S. riferiscono che, "durante il tragitto", il ragazzo "interagisce normalmente" e rifiuta la proposta di un controllo in ospedale prima di raggiungere il Tribunale. Cucchi, insomma, è vigile. Ha fretta di andare a processo.

Intorno alle 9 e 30, la macchina con a bordo Cucchi è nel garage del Tribunale. E qui, incontra una seconda auto dei carabinieri. Ne scendono due cittadini albanesi, fermati come Stefano la notte precedente, e due militari che li accompagnano. Sono il maresciallo T. e il carabiniere A., della "compagnia Appio". Stefano li riconosce perché sono due dei cinque militari che lo hanno arrestato la sera precedente al parco degli Acquedotti e che dovranno comparire con lui nell'aula della "direttissima". Poco dopo le 9.30 - riferiscono T. ed A. - Cucchi e i due albanesi "vengono consegnati agli agenti della penitenziaria" di piantone alle camere di sicurezza nei sotterranei del Palazzo di Giustizia. La porta blu cobalto che introduce alle celle si richiude alle loro spalle e i quattro carabinieri (i due della "compagnia Casilino", i due della "Appio") lasciano i sotterranei.

A stare alla loro testimonianza, due raggiungono l'ufficio arrestati per depositare i verbali di fermo di Cucchi e degli albanesi. Un terzo è impegnato a consegnare negli uffici del perito del tribunale lo stupefacente sequestrato a Stefano al momento dell'arresto ("20 grammi di hashish, 2 grammi di cocaina, 1 spinello, 2 pasticche di ecstasy"). L'ultimo è "all'ufficio postale" interno al palazzo di Giustizia per "depositare su un libretto infruttifero i 90 euro confiscati durante l'arresto". Insomma, per almeno un'ora, nessuno dei quattro è neppure nei paraggi delle celle di sicurezza dove Cucchi ha cominciato la sua attesa. Il maresciallo T. e il carabiniere A. tornano infatti alle camere di sicurezza intorno alle 11 "soltanto per accompagnare in aula" i due albanesi di cui è stato "chiamato" il processo. Pratica che richiede un qualche tempo. T. ed A. riferiscono infatti che "il cancelliere della settima sezione", una volta chiusa l'udienza, li invita "a trattenersi in aula" per attendere e sollecitare la perizia sullo stupefacente del processo Cucchi. Cosa che i due fanno, "contattando telefonicamente" il carabiniere che è rimasto negli uffici del perito.

La porta che dà sulle celle dei sotterranei torna dunque ad aprirsi ai carabinieri soltanto alle "12.50", perché è questa l'ora in cui T. e A. dicono di essere stati "chiamati" dagli agenti della penitenziaria per l'accompagnare Cucchi in aula. Nel ragazzo dicono di "non notare nessuna alterazione fisica". Confermano il suo nervosismo per l'esito del processo e indicano l'ora del congedo dal padre in aula, quando sono ormai "passate le 13.15".

Stefano Cucchi, ora, è di nuovo da solo con i carabinieri. E percorre a ritroso la strada per i sotterranei insieme ai 4 i militari con cui è arrivato in tribunale. In una discesa - dicono - "senza problemi". Che, ad un certo punto, li vede separarsi. Due carabinieri si dirigono verso il garage "per recuperare gli effetti personali di Cucchi rimasti in macchina". Il maresciallo T. ed A., sbrigano invece le formalità di consegna al Nucleo traduzioni che attende nei sotterranei. Sono le 13.30. "Il soggetto è in buono stato di salute e idoneo alla detenzione". Se ha già la schiena spezzata (come lascerebbe presumere la testimonianza del detenuto africano S. che colloca il pestaggio nella tarda mattinata), i carabinieri non se ne sono accorti. Se è ancora intera, chi sta per rompergliela lo farà nei venti minuti che stanno per cominciare. Prima che, alle 14, il medico del tribunale venga chiamato nei sotterranei.

[Caso Cucchi] L'autorità del male

autore: 
da repubblica

Stefano Cucchi, un giovane romano arrestato dai carabinieri in possesso di una quantità di droga sufficiente per farlo considerare uno spacciatore, è morto durante la detenzione. Di certo aveva sul viso e sul corpo il segno di percosse, di certo si sa che polizia e medici non gli hanno prestato le cure necessarie a salvargli la vita.

Secondo il sottosegretario Carlo Giovanardi, costretto poi a scusarsi, "se l'è voluta", come usa dire, prima rovinandosi la salute, poi violando la legge e infine, presumibilmente, offrendosi per il solo fatto di esistere all'ira e alla violenza degli "agenti dell'ordine", che in lui non potevano non vedere un intollerabile disordine.
Giustificati, a delitto avvenuto, da quanti come Giovanardi pensano di essere uomini d'ordine, per aver risposto a una provocazione. Sul caso sono state scritte pagine e pagine di moralità, di doglianze per la mancanza di pietà e di carità, e sull'oscurità che sempre circonda questi rapporti fra le forze dell'ordine e i cittadini. Ma vediamo di parlare del caso Cucchi da un punto di vista sociologico. Un cittadino come Stefano Cucchi rappresenta un pericolo per l'ordine sociale? E perché? Perché si droga e spaccia droga? Sì, ma perché lo fa con la decisiva aggravante di essere un poveraccio, visibilmente ammalato, menomato, tanto che non si sa bene se parte delle ferite visibili sul suo corpo se le sia procurate "cadendo dalle scale".

La vera colpa di Stefano Cucchi è di essere un ammalato, un rottame umano che vaga per la grande città. Nella stessa città una moltitudine di cittadini rispettosi dell'ordine e con posti di alta responsabilità sociale si drogano ma non spacciano, non cadono per le scale, non oppongono resistenza ai poliziotti.

Normalmente diresti che la differenza è inesistente, che tutti violano il dovere di essere socialmente responsabili, socialmente capaci di intendere e di volere, ma socialmente le cose stanno in modo radicalmente diverso: i cittadini non sono uguali davanti alla legge come dicono le costituzioni, la società si divide fra i ricchi di denaro e di conoscenze, cui è lecito truffare il prossimo con la finanza, con l'industria, con informazione, con la medicina, e con quasi tutte le umane professioni, e quelli che per truffe minori e moralmente tollerabili come il furto per fame, vengono lapidati come Cucchi.

Il dilemma sociale vero, quello che può decidere sulla libertà o sulla servitù della società futura è questo: democrazia autoritaria a favore dei ricchi e sapienti e a spese dei poveri e ignoranti, o democrazia dei diritti e dei doveri garantita dalle leggi? Il caso può fornire dei suggerimenti. In pratica come era possibile risolverlo evitando il tragico epilogo? I poliziotti che lo conoscevano potevano fare a meno di arrestarlo per la detenzione di una piccola quantità di droga proprio nei giorni in cui su tutti i giornali si legge che fanno uso di droga parecchi delegati del popolo al governo della nazione. Comportarsi insomma come con l'immigrazione irregolare delle badanti e degli operai, su cui si sono chiusi entrambi gli occhi perché faceva comodo sia al nostro benessere che alla nostra economia. Ma come non vedere che alla base di questi compromessi, di queste eccezioni alla severità e al rigore c'è una crescente pressione della parte povera e diseredata? E che questa crescente pressione potrebbe tradursi negli anni a venire, prima nella democrazia autoritaria già in corso e tacitamente approvata dalla maggioranza benestante del paese, e poi nella semplificazione feroce delle dittature nelle quali i poveri e riottosi venivano lasciati o fatti morire?

Come non vedere che a due decenni dalla caduta del muro di Berlino si profilano altri muri di separazioni coercitive? Il banchiere Cuccia era solito dire che le azioni della società "non si misurano a numeri, ma a peso". Ed è così, e di quasi tutto ciò che conta nella nostra vita: denaro come giustizia, salute, bellezza, libertà. La soluzione autoritaria e magari schiavista è la più semplice, la più risolutiva in apparenza. Simile alla celebre frase di Tacito: "E dove fanno il deserto lo chiamano pace". La dittatura nessuno la auspica e la vuole, a parole, ma in molti la preparano, giorno per giorno, approvando, spalleggiando ogni giorno ciò che svuota la democrazia, aggiungendovi ogni giorno qualcosa che la limita. Il passaggio dall'autoritarismo al terrore si annuncia in modi disparati, apparentemente disparati. Oggi è il drogato ucciso a percosse, domani il barbone bruciato vivo, la donna con le mani tagliate, che sembrano non lasciare traccia. Ma la lasciano, lasciano l'ostilità alle leggi, l'avversione ai diritti umani, l'ignoranza dei doveri. Per definire il colonialismo Mussolini diceva che era il nostro "mal d'Africa". Ma quanti sono in Italia quelli che ancora soffrono del "male autoritario"?

Un’altra medaglia per la nostra Magistratura.

autore: 
Aldo Giannuli

Un’altra medaglia per la nostra Magistratura.

La mia scarsa considerazione per la corporazione giudiziaria di questo paese ha avuto una ulteriore conferma dalla sentenza per il caso Abu Omar: condannati tutti gli agenti della Cia (peraltro latitanti, quindi di fatto imperseguibili), assolti i dirigenti del Sismi Nicolò Pollari e Marco Mancini e i loro sottoposti Giuseppe Corra, Raffaele Di Troia e Luciano Di Gregorio. Si badi che la responsabilità di questi ultimi nel rapimento non era in dubbio: le indagini di Armando Spataro e della polizia giudiziaria che lo assisteva non lasciavano dubbi in proposito. Ed anche la difesa di Marco Mancini e Nicolò Pollari ha ammesso che i due erano perfettamente al corrente dell’azione che avevano approvato. Dunque, il punto non è se essi abbiano commesso il fatto loro ascritto, ma se esso costituisca reato.

Ed il segreto di Stato non nascondeva fonti di prova della loro colpevolezza, pertanto esso era ininfluente nel definire la cosa in punto di fatto.
L’opposizione del segreto di Stato riguarderebbe le eventuali motivazioni che potrebbero “scriminare” l’atto (per usare l’orrendo linguaggio giuspenalistico).
E perchè mai? C’era un accordo internazionale fra Cia e Sismi sulle extraordinary renditions? Da quando in qua è possibile concludere accordi internazionali contra legem? Peraltro, non ci risulta che il Sismi sia un soggetto di diritto internazionale abilitato a sottoscrivere accordi scavalcando i meccanismi previsti dalla Costituzione.
Oppure si sostiene che il rapimento è stato ordinato per prevenire un attentato? Allora Omar andava arrestato e processato secondo le regole dello Stato di diritto.

Insomma: quale ragione può giustificare l’attuazione di un reato, per di più da parte di pubblici ufficiali?
tutto l'articolo su www.aldogiannuli.it

[Parma] 32enne muore dopo una notte in cella

autore: 
è ora di svegliarsi

dal corriere
Parma, 32enne muore dopo una notte in cella

Giuseppe Saladino era stato fermato dopo aver violato gli arresti domiciliari per un furto di monetine

dal nostro inviato Francesco Alberti

PARMA - Quindici ore in carcere e una folla di perché. Un giovane di 32 anni morto senza che ci sia un apparente motivo. Una madre che accu­sa: «Era sano, me l’hanno ri­dato senza vita». Un’inchie­sta per omicidio colposo con­tro ignoti, per ora. Un carce­re, quello di via Burla a Par­ma, che si ritrova all’improv­viso sotto i riflettori. Troppo presto, ancora, per fare analo­gie con il terribile caso di Ste­fano Cucchi: comunque una bruttissima vicenda, aperta a qualsiasi sviluppo, tutta da decifrare. Giuseppe Saladino aveva 32 anni, non era uno stinco di santo, ma nemmeno un delinquente incallito. Qual­che mese fa, era stato con­dannato a un anno e due mesi di reclusione dopo esse­re stato pizzicato mentre fa­ceva incetta di monetine in alcuni parchimetri del cen­tro storico. Una condanna esemplare, come si dice in questi casi, con l’unica conso­lazione di poterla scontare a casa, agli arresti domiciliari, sotto gli occhi della madre, Rosa Martorano.

Tutto è fila­to liscio fino a venerdì scor­so quando, a metà pomerig­gio, Giuseppe, non renden­dosi forse conto della gravità del gesto, è uscito di casa: di fatto, per il codice penale, si è trattato di una evasione. La sua passeggiata però è stata di breve durata. Sorpre­so da una pattuglia della poli­zia e riconosciuto, è stato im­mediatamente portato nel carcere di via Burla. Addio domiciliari, per lui. Erano le 17 di venerdì quando le por­te del penitenziario si sono chiuse alle sue spalle. Quindi­ci ore dopo, alle 8 di sabato, in casa della madre Rosa è squillato il telefono. All’altro capo del filo c’era il direttore del carcere: voce bassa, tono di circostanza. Racconta la donna ai microfoni di Tv Par­ma: «Il direttore mi ha detto che Giuseppe era morto, che era stata una cosa improvvi­sa, inspiegabile, mi pare ab­bia parlato di un malore. Poi ha aggiunto che aveva volu­to telefonarmi di persona perché aveva preso in simpa­tia il mio ragazzo e perché sa­peva che siamo brave perso­ne... ».

Parole, ovviamente, che non possono bastare a una madre. La donna, infatti, si è im­mediatamente rivolta a un avvocato, deciso a fare luce: «Voglio sapere, voglio che tutto venga chiarito, non può succedere una cosa del genere». Il lavoro del legale Letizia Tonoletti, alla quale si è rivolta Rosa Martorano, parte da un assunto («Il ra­gazzo, quando è entrato in carcere, era sano») e da un in­terrogativo («Cosa è succes­so in quel breve lasso di tem­po?»). Due periti, uno nomi­nato dalla famiglia, l’altro dal sostituto procuratore Ro­berta Licci, avranno il compi­to di risalire alle cause del de­cesso, prima tappa di un per­corso investigativo che pun­ta a ricostruire nei dettagli quelle maledette 15 ore tra­scorse dal giovane nel carce­re di via Burla. L’autopsia è già stata eseguita, i risultati si conosceranno nei prossi­mi giorni.

11 novembre 2009

[Trento] Anarchici, prime denunce per l'occupazione dell'ASSILLO

autore: 
(A)

Anarchici, prime denunce
per l’occupazione dell’asilo

TRENTO - Gli anarchici che venerdì scorso si sono asserragliati sul tetto dell'asilo saranno presto denunciati. Ieri mattina i funzionari della Digos e il capo della squadra mobile, Roberto Giacomelli, hanno incontrato il procuratore capo Stefano Dragone e il pubblico ministero che era di turno durante la manifestazione di sabato, Marco Gallina, per tracciare . «L'incontro è servito per valutare i tempi tecnici necessari per raccogliere le notizie di reato. Noi siamo in attesa di leggere le relazioni, per poi intervenire in tempi solleciti». Le ipotesi di reato, nel caso del nuovo blitz di venerdì sono molteplici: danneggiamento aggravato, in quanto gli anarchici hanno provocato danni all'edificio che fra l'altro era sottoposto a ordinanza di sequestro preventivo e affidato alla proprietà; interruzione di pubblico servizio, per aver causato la chiusura di via Manzoni e di conseguenza il blocco del traffico in città; resistenza a pubblico ufficiale; lesioni, con tre poliziotti medicati in ospedale e dimessi con prognosi dai 3 ai dieci giorni; inosservanza del foglio di via per i dodici anarchici trovati tre settimane fa all'interno dell'ex asilo e per gli altri riconosciuti come responsabili dell'«assalto» al ponte di San Lorenzo la settimana scorsa; manifestazione non autorizzata. In queste ore si stanno definendo le singole posizioni e nel momento in cui le condotte soggettive appariranno chiare la magistratura potrà intervenire. Per questo devono essere presentare relazioni dettagliate per ciascuno degli anarchici. Nel caso dei diciassette anarchici saliti sul tetto venerdì il quadro appare comunque chiaro. Ma le forze dell'ordine sono al lavoro per dare un nome anche ai manifestanti, in particolare agli anarchici che sabato pomeriggio si sono resi responsabili degli imbrattamenti e dei bancomat danneggiati. Si tratta di un'operazione ponderosa e non facile, visto che i partecipanti al corteo erano bardati di tutto punto, con il visto travisato da sciarpe o coperto dal casco. Escamotage utilizzati proprio per rendere difficile l'identificazione, resa talvolta ancora più complicata dal cambio di abbigliamento tra i militanti anarchici. Per questo motivo, oltre ai filmati registrati dalla Digos, si stanno visionando quelli registrati dalle telecamere a circuito chiuso degli istituti bancari. Il procuratore ha ribadito anche ieri la linea della fermezza: «La prevenzione è l'unico rimedio, anche se la repressione è dovuta». Un riferimento alla prevenzione che Dragone aveva già prospettato nei giorni precedenti, dicendo che la procura era disponibile anche a valutare eventuali provvedimenti di sorveglianza speciale. Si trattava di un procedimento di sicurezza preventiva previsto da una legge speciale del 1957 che prevede la possibilità per le autorità di pubblica sicurezza di chiedere al tribunale misure speciali come l'allontanamento dal territorio comunale o l'obbligo di dimora per persone considerate pericolose. Una misura che, già in passato, era stata applicata ad altri esponenti del movimento anarchico roveretano. «Se ci sono gli elementi - ha garantito Dragone - avvalleremo tutte le richieste del questore».

Massima solidarietà ai compagni di Trento e Rovereto, e a tutti i compagni colpiti dalla repressione statale.
VOI CI SGOMBERATE NOI RIOCCUPIAMO, VOI CI SGOMBERATE E INNALZIAMO BARRICATE.

[Mantova] Rompiamo Maroni! - Castagnata sociale

14/11/2009 - 18:39
14/11/2009 - 22:39
Etc/GMT+2

Sabato 14 novembre: Rompiamo Maroni!
allo spazio sociale la Boje!(Via Frutta,3 – Mantova), Castagnata Sociale di autofinanziamento

Dalle 18.30: caldarroste e vino rosso per tutti/e

Dalle 19.30: presentazione di Pro/Testo, antologia di poesia civile a cura di Luca Paci e Luca Ariano (Fara editore, Rimini, 2009) dalla quale Lorenzo Mari estrae Pesto alla romana, lettura della propria raccolta inserita nell’antologia, idealmente dedicata alla memoria di Federico Aldrovandi.

Sottofondo musicale a cura di Lo.La

.::Spazio Sociale La Boje!::.
Via Frutta,3 - Mantova

[Parma] 32enne muore dopo una notte in cella

autore: 
la Repubblica

Giuseppe Saladino era stato fermato dopo aver violato gli arresti domiciliari per un furto di monetine

PARMA - Quindici ore in carcere e una folla di perché. Un giovane di 32 anni morto senza che ci sia un apparente motivo. Una madre che accu­sa: «Era sano, me l’hanno ri­dato senza vita». Un’inchie­sta per omicidio colposo con­tro ignoti, per ora. Un carce­re, quello di via Burla a Par­ma, che si ritrova all’improv­viso sotto i riflettori. Troppo presto, ancora, per fare analo­gie con il terribile caso di Ste­fano Cucchi: comunque una bruttissima vicenda, aperta a qualsiasi sviluppo, tutta da decifrare. Giuseppe Saladino aveva 32 anni, non era uno stinco di santo, ma nemmeno un delinquente incallito. Qual­che mese fa, era stato con­dannato a un anno e due mesi di reclusione dopo esse­re stato pizzicato mentre fa­ceva incetta di monetine in alcuni parchimetri del cen­tro storico. Una condanna esemplare, come si dice in questi casi, con l’unica conso­lazione di poterla scontare a casa, agli arresti domiciliari, sotto gli occhi della madre, Rosa Martorano.

Tutto è fila­to liscio fino a venerdì scor­so quando, a metà pomerig­gio, Giuseppe, non renden­dosi forse conto della gravità del gesto, è uscito di casa: di fatto, per il codice penale, si è trattato di una evasione. La sua passeggiata però è stata di breve durata. Sorpre­so da una pattuglia della poli­zia e riconosciuto, è stato im­mediatamente portato nel carcere di via Burla. Addio domiciliari, per lui. Erano le 17 di venerdì quando le por­te del penitenziario si sono chiuse alle sue spalle. Quindi­ci ore dopo, alle 8 di sabato, in casa della madre Rosa è squillato il telefono. All’altro capo del filo c’era il direttore del carcere: voce bassa, tono di circostanza. Racconta la donna ai microfoni di Tv Par­ma: «Il direttore mi ha detto che Giuseppe era morto, che era stata una cosa improvvi­sa, inspiegabile, mi pare ab­bia parlato di un malore. Poi ha aggiunto che aveva volu­to telefonarmi di persona perché aveva preso in simpa­tia il mio ragazzo e perché sa­peva che siamo brave perso­ne... ».

Parole, ovviamente, che non possono bastare a una madre. La donna, infatti, si è im­mediatamente rivolta a un avvocato, deciso a fare luce: «Voglio sapere, voglio che tutto venga chiarito, non può succedere una cosa del genere». Il lavoro del legale Letizia Tonoletti, alla quale si è rivolta Rosa Martorano, parte da un assunto («Il ra­gazzo, quando è entrato in carcere, era sano») e da un in­terrogativo («Cosa è succes­so in quel breve lasso di tem­po?»). Due periti, uno nomi­nato dalla famiglia, l’altro dal sostituto procuratore Ro­berta Licci, avranno il compi­to di risalire alle cause del de­cesso, prima tappa di un per­corso investigativo che pun­ta a ricostruire nei dettagli quelle maledette 15 ore tra­scorse dal giovane nel carce­re di via Burla. L’autopsia è già stata eseguita, i risultati si conosceranno nei prossi­mi giorni.

[Roma] omicidio Stefano Cucchi: "Ho visto dallo spioncino gli agenti che lo picchiavano"

image1: 
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Il supertestimone del pestaggio di Stefano Cucchi nelle camere
di sicurezza del tribunale. "Lo prendevano a calci mentre era a terra"

ROMA - Ha la pelle nera dell'Africa Occidentale l'uomo che ha visto Stefano Cucchi cominciare a morire in un sotterraneo del palazzo di Giustizia per mano di "due guardie", due agenti di polizia penitenziaria, di piantone alle "camere di sicurezza". Ha i suoi stessi anni, 31. Era stato arrestato dai carabinieri la stessa sera (il 15 ottobre), alla stessa ora, le 23.30, per lo stesso reato (stupefacenti). Ma in un quadrante diverso della città. Tra il raccordo Anulare e Tivoli. La mattina del 16 ottobre, ha visto crollare Stefano sotto due manrovesci al viso. Tra le urla, ha sentito il tonfo sordo dei calci delle "guardie" accanirsi su quel corpo rannicchiato in terra e già fragile. Poi, quando i suoi polsi e quelli di Stefano sono stati chiusi allo stesso schiavettone che dal palazzo di Giustizia li doveva trascinare a Regina Coeli, ha raccolto le sue ultime parole: "Hai visto questi bastardi come mi hanno ridotto?".

In questo incrocio di destini, l'uomo che "sa", si chiama S. Y. (Repubblica, che ne conosce il nome, ha accettato la richiesta del suo avvocato di tutelarne, almeno per il momento, un parziale anonimato), è un clandestino ed è detenuto in una cella del braccio "comuni" del carcere di Regina Coeli. Il 3 novembre, ha consegnato il suo segreto al pubblico ministero Vincenzo Barba. Quattro giorni dopo, sabato 7, nella sala colloqui del carcere ha fissato negli occhi il suo giovane avvocato, Francesco Olivieri, e con una smorfia gli ha confidato la paura di chi ora teme il prezzo di quella verità: "Avvocato, ho raccontato al magistrato una cosa per cui ho paura che ora non mi faranno più uscire di qua".

Olivieri non è ancora riuscito a tirare fuori S. da Regina Coeli. Ieri, ha bussato una prima volta alle porte degli uffici giudiziari per chiedere di sottrarre quel testimone al rischio di una possibile vendetta, di un'intimidazione, perché i segreti, si sa, in carcere durano assai poco. Tornerà a farlo oggi. E ora - nel suo studio di via Tuscolana - promette che non mollerà. "Intanto, sto facendo una colletta per raccogliere il denaro necessario a pagare l'ospitalità della "Casa dell'Amore fraterno". Dieci euro al giorno per poter indicare al giudice almeno un indirizzo in cui disporre gli arresti domiciliari. Poi, comincerà l'altra battaglia. Diciamocelo pure, quella più difficile. La parola di un ragazzo di colore accusato di spaccio contro quella di uomini in uniforme".

Parliamo dell'uniforme blu degli agenti della Polizia penitenziaria, se i ricordi di S. non zoppicano. Almeno due. I due in servizio alle camere di sicurezza del palazzo di Giustizia, la mattina del 16 ottobre. Alle celle di piazzale Clodio, S. arriva di buon mattino, intorno alle 9. Scende i 20 gradini che dal piano stradale di via Varisco portano ai sotterranei. Supera la pesante porta in ferro laccato, blu cobalto, annunciata da due targhe di ottone ("Camere di sicurezza"; "Dap - Nucleo di Traduzione e piantonamento uffici giudiziari"). Quindi si accomoda, da solo, in una delle quindici celle che affacciano sul corridoio che le divide.

La sera prima, in un anonimo appartamento nella zona dei giardini di Tivoli, in una di quelle case che i nigeriani normalmente affittano a clandestini trasformati in "cavalli" per spacciare roba da marciapiede, i carabinieri lo hanno buttato giù dal letto per poi infilargli le manette. I militari trovano 13 grammi di eroina, 5 di marijuana, un bilancino di precisione. Per S. non è la prima volta. Insomma, quelle gabbie del Tribunale già le conosce (è stato arrestato per stupefacenti una prima volta nel 2006, per poi essere assolto in appello). E ora, dunque, attende la "chiama" per l'aula delle direttissime.

Stefano Cucchi è nella cella di fronte alla sua. Anche lui è solo. Anche lui è stato consegnato dai carabinieri alla polizia penitenziaria sulla soglia della porta blu cobalto. Anche lui è lì per droga. Anche lui aspetta. Poi, accade qualcosa. S. non sa dire che ora fosse ("Tarda mattinata", dice l'avvocato Olivieri nel riferirne i ricordi). Verosimilmente, prima delle 12.35, quando Cucchi entrerà nell'aula del suo processo per direttissima. Ma S., ricorda perfettamente cosa sente. Cosa vede. Il silenzio del sotterraneo si anima all'improvviso di urla. Le urla di Stefano Cucchi. S. si precipita allo spioncino della porta blindata che chiude la sua cella. E - per quello che riferirà prima al pubblico ministero e quindi al suo avvocato - vede quel ragazzo dal fisico esile "trascinato nel corridoio dalle guardie". "E' andato al bagno" e ora, a quanto pare, non vuole rientrare nella sua cella. I due agenti della polizia penitenziaria - prosegue S. - lo colpiscono al volto. Stefano Cucchi crolla in terra. I due finiscono di dargli una lezione a calci. Quindi "lo trascinano" nella cella chiudendosi la porta alle spalle.

S. ritrova Stefano a fine mattina. Dopo il suo processo per direttissima. Anche lui non è stato fortunato. Il giudice ha rinviato il dibattimento al 18 dicembre e disposto che venga "tradotto" a Regina Coeli. Quando rientra nei sotterranei, Cucchi e già lì. E questa volta i due vengono sistemati nella stessa cella. S. ora può vedere i lividi che gonfiano e macchiano il volto di Stefano. Gli agenti della polizia penitenziaria gli chiudono i polsi allo stesso schiavettone, il guinzaglio con cui devono essere caricati sul furgone diretto al carcere.

Stefano gli sussurra una parola all'orecchio: "Hai visto questi bastardi come mi hanno ridotto"? S. ha visto. Forse non tutta la violenza di quel mattino. Forse solo l'inizio e non la coda, se dovesse trovare una qualche conferma l'ipotesi che di "lezioni" Cucchi ne riceva dai suoi custodi della Penitenziaria una prima e una dopo l'udienza del suo processo. Ma ha visto. E ha deciso di non dimenticare.

larepubblica

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