Un uomo e le donne al Cie di Torino
Qualche aggiornamento dal Cie di corso Brunelleschi a Torino. Mimì, il ragazzo picchiato dai militari un mesetto fa, è in sciopero della fame da due settimane esatte, da solo, e chiede con insistenza di essere liberato, anche se recentemente la sua detenzione è stata prolungata da uno zelante giudice di pace.
Nel frattempo, questa mattina, le recluse della sezione femminile hanno malmenato e respinto tutte assieme un addetto alle pulizie. Non sono chiari i motivi della protesta, ma pare che la calma sia tornata solo dopo l’intervento della polizia con i manganelli bene in vista, anche se fortunatamente non ci sono stati feriti.
Il timbro e la foto
L’avevamo sentito venti giorni fa, e fino ad oggi non è cambiato niente. Proprio come allora non mangia. Allora era uno solo, ora sono quasi due i mesi di sciopero della fame di Elham Elalami, recluso nel Cie di Gradisca. Sciopera da solo, perché vuole un permesso di soggiorno che nessun funzionario sembra volergli concedere. Sciopera perché vuole avere in mano quel maledetto pezzo di carta, con il timbro e con la foto, e lo vuole perché si è fatto sfruttare per anni con contratti regolari, perché ha trovato una donna che ora lo aspetta a casa, perché con lei ha già due bambini e un altro è in arrivo, perché senza di lui tutti i suoi non sanno come pagare l’affitto e non sanno come tirare avanti. Non può stare senza di loro, e loro non possono stare senza di lui, ma senza quella foto e quel timbro non potrebbe stare con loro per davvero, sarebbe ancora una vita da braccati, una vita in fuga, una vita da solo. Questo, almeno, ci è parso di capire di lui e della sua ostinazione. Tante volte avrebbe potuto scappare, Elham Elalami, ma non l’ha mai fatto: dal Centro vuole uscirci con la foto e col timbro - oppure da morto. Fino ad ora ci ha guadagnato solo tre ricoveri all’ospedale, un tentativo di Tso, alimentazione forzata e ulteriore disperazione.
Figuratevi che noi, noi che stiamo qui a raccontarvi di lui che è disposto a morire per un permesso di soggiorno, noi siamo proprio quelli che nelle piazze urlano che «un pezzo di carta non vale una vita» oppure ancora che permessi di soggiorno e carte di identità sono solo pezzi di carta che bruceranno presto. Ecco, alla prossima piazza noi queste cose le urleremo ancora e le urleremo ancora più forte e lo faremo pensando anche a lui, a Elham Elalami, alla sua ostinazione, e a questo mondo infame che lo sta facendo morire per un timbro e per una foto su di un miserabile pezzo di carta.
Le plat pays
«Una ventina di vandali mascherati hanno invaso, giovedì scorso, l’impresa edile Besix, nel comune di Sint-Denijs-Westrem in provincia di Gand, e l’hanno saccheggiata. Il fatto sarebbe stato causato dal malcontento provocato dall’annunciata costruzione di un nuovo Centro di reclusione per senza-documenti a Steenokkerzeel, accanto a quello già esistente, il “127bis”.
La banda è entrata nell’edificio di Besix, Kortrijksesteenweg, in tarda mattinata. I vandali hanno rovinato l’arredamento, gettato della vernice nera ovunque, hanno sciupato materiale d’ufficio, computer, quadri e flatscreen, hanno versato un prodotto maleodorante al suolo. Questo trattamento è stato riservato alla sala d’aspetto, a vari uffici dell’impresa e anche allo spazio dedicato alle conferenze. Degli slogan sono stati vergati in nero su di un muro: «No borders» e «127tris JAMAIS».
Gli energumeni hanno detto alla signorina della réception di stare calma e che non le sarebbe successo niente. Hanno anche dichiarato che il loro atto era «la logica conseguenza della costruzione di prigioni». Compiuto il misfatto, sono fuggiti senza che nessuno li inseguisse.
La polizia non ha elementi concreti per indagare nessuno, ma ha dichiarato che sicuramente si tratterebbe di anarchici.»
Het Nieuwsblad, 16 ottobre 2009
Aerei
Ve la ricordate la Air Italy? Di questa compagnia aerea vi avevamo parlato brevemente nel febbraio scorso perché in quei giorni si era messa a disposizione del ministro degli Interni, ansioso di disperdere il più velocemente possibile i ribelli di Lampedusa in giro per i Centri di mezza Italia. Non era stato un grande affare, quello, per il Ministero: proprio quel pugno di tunisini che aveva appena distrutto un bel pezzo del Cie lampedusano avrebbe portato il seme della rivolta in giro per lo stivale dando il via ad una ondata di lotte, evasioni e rivolte che si sarebbe placata soltanto due mesi dopo.
Ora ne sentiamo riparlare, della Air Italy. E già, perché il comandante Giuseppe Gentile, proprietario della compagnia, ama talmente fare soldi sulle deportazioni da cercare clienti anche in altre capitali della Fortezza Europa. E così è stato un suo aereo, il 14 ottobre scorso, a far ripiombare 39 iracheni proprio in mezzo alla guerra dalla quale erano scappati: in Inghilterra, dove erano arrivati dopo mille peripezie, non c’era posto per loro e i funzionari inglesi si erano fatti quattro risate di fronte alle loro richieste di asilo. Questo dei voli delle deportazioni è uno degli ingranaggi della macchina delle espulsioni che, in altri paesi e in altri tempi, i nemici delle frontiere hanno cercato di inceppare - con presenze negli aeroporti, attacchi contro le sedi delle compagnie, inviti alla non-collaborazione rivolti al personale di bordo e agli altri passeggeri, invasioni delle piste, ecc.-, a volte anche con successo.
Insomma, è un elemento questo sul quale bisognerà focalizzare l’attenzione per capire quel che si può fare. Per intanto tenetevi a mente che Miguel è stato riportato in Perù con un volo dell’Alitalia, i reduci della battaglia di Corelli sono stati traferiti a Bari e a Brindisi con un aereo targato ItAliairlines, gli scomodi testimoni della morte di Hassan con un volo della Air Maroc.
Per farsi una idea di cosa sia, con più esattezza, un volo di deportazione, pubblichiamo qui sotto una intervista ad un poliziotto francese che di lavoro fa proprio “l’accompagnatore” durante i rimpatri coatti. È tratta dal sito Mediapart ed è stata diffusa in Italia già da Fortresseurope qualche giorno fa. Leggetela bene. Non solo con gli occhi dell’indignazione e della rabbia (questa testimonianza è, a tratti, inverosimilmente cruda e spietata). Ma anche con la curiosità indagatrice di chi si chiede: «e io, cosa posso fare, praticamente, per ostacolare questa gente?»
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