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Migranti

Casino al Cie di Torino - evasione a Gradisca

autore: 
aa

p>Sguardi
«Non dormiamo, stasera!» Così ci dicono, all’una e mezza di notte, i reclusi di corso Brunelleschi. Dormire è abbassare lo sguardo, ma lo sguardo i prigionieri vogliono tenerlo fisso sui poliziotti che se ne stanno schierati dall’altra parte delle gabbie. Si guardano in cagnesco sin dall’ora di cena, quando i reclusi delle due aree maschili hanno gettato tutto il cibo per terra invece di mangiarselo. Da lì un crescendo di tensione, con la polizia che si moltiplica e i detenuti che non abbassano lo sguardo. Ad un certo punto dalle strade fuori dal Centro arrivano slogan, battiture, petardi e fuochi d’artificio. I reclusi, contenti, rispondono e urlano «libertà!», e la polizia si innervosisce ancora di più e provoca, e i reclusi rispondono bersagliando gli agenti con frutta e bottiglie d’acqua fino a farli ritirare. La polizia rientra con i rinfozi. Attimi di calma e poi di nuovo urla: «libertà!», «libertà!». In mezzo a tutto questo, qualche manganellata ai reclusi che escono dalle gabbie per prendere la terapia.
In realtà, questa serata di tensione ha avuto origine a metà pomeriggio di oggi, quando un recluso brasiliano è stato portato via dalla polizia per essere deportato: senza preavvisarlo, l’hanno acciuffato di tutta fretta così com’era vestito, con la tuta e le ciabatte, senza fargli prendere le sue cose e per di più dandogli un po’ di mazzate di fronte a tutti. Ascoltate il racconto di un testimone, raccolto da Radio Blackout: http://www.autistici.org/macerie/?p=21643
 
Aggiornamento ore 2.00. Dentro al Centro si sente ancora battere ed urlare. C’è anche del fumo che si alza, non si sa dovuto a cosa.

Aggiornamento ore 3.00. Ora tutto tace, probabilmente la protesta è rientrata. A domani maggiori aggiornamenti.
 
 
Con le proprie gambe Torino. Lo hanno liberato di nascosto, all’interno di un’ambulanza. Per nascondere agli altri reclusi che da corso Brunelleschi si può uscire con le proprie gambe, lottando con determinazione. Dopo due mesi e 10 giorni di reclusione B. A. ha iniziato uno sciopero della fame e della sete ad oltranza. Dopo otto giorni, ieri ha accettato di farsi visitare dal medico, che si è accorto che i suoi reni si stavano deteriorando. Portato in ospedale d’urgenza, hanno cercato di fargli una flebo di soluzione fisiologica, ma lui se l’è strappata di dosso. Quindi lo hanno riportato al Centro, dove in fretta e furia gli hanno firmato un foglio di via dall’Italia e lo hanno lasciato andare, in serata. Qualcuno abbastanza in alto non vuole sentir più parlare di morti all’interno del suo Cie, e chissà come mai…  Ma non è automatico che chi è disposto a morire venga liberato. Un recluso minorenne due giorni fa ha “fatto la corda”, ha tentato di impiccarsi. Per rianimarlo, i militari lo hanno portato nella sala d’aspetto del barbiere (una stanza senza telecamere) e lo hanno riempito di botte. Questo sì, capita abbastanza spesso.

Gradisca. Ci hanno provato in tre. Hanno cercato di scappare dai tetti, venerdì scorso, come succede quasi ogni giorno dal Cie di Gradisca d’Isonzo. Uno solo ce l’ha fatta ad uscire con le sue gambe, questa volta. Un altro, saltando, le gambe se le è spaccate, un altro ancora è stato ripreso poco lontano. Entrambi si trovano ora in isolamento, per punizione. Da dove ci raccontano che il Cie è pieno, che pochissimi vengono espulsi, che il cibo è poco e fa schifo, che il direttore è uno stronzo, e che è tutta colpa della Lega Nord. Ascolta questa conversazione telefonica con un recluso del Cie di Gradisca: http://www.autistici.org/macerie/?p=21623

Milano, volantino minaccia gli immigrati "Non costringeteci a usare i bastoni"

autore: 
Piazzale Loreto

Il volantino che annuncia il “presidio per la sicurezza” in corso Buenos Aires ha toni forti. Residenti e commercianti chiedono un intervento per evitare che siano "ragazzi giovani ed esuberanti" a "risolvere il problema con quattro bastoni"
di Franco Vanni

Non ne possono più dei quindici senza tetto africani che «dormono, urinano, si ubriacano e fanno sesso» in galleria Buenos Aires, sotto le loro case. A Milano scenderanno in piazza i residenti di via Masera, assieme ai commercianti di corso Buenos Aires, per chiedere «l’intervento del sindaco e del prefetto», prima che qualcuno «decida di risolvere il problema con quattro bastoni», come è scritto nel volantino shock che annuncia la manifestazione. Si protesta anche per la presenza sul corso di venditori abusivi, «mai numerosi come oggi», come dice Luigi Ferrario, presidente della associazione dei negozianti Buenos Aires Futura. Al “presidio per la sicurezza” di mercoledì prossimo, alle 11 in corso Buenos Aires 36, ci saranno anche esponenti politici e dei partiti: dalla Lega al Pdl, fino alla lista Ferrante, all’opposizione a Palazzo Marino.

Esasperati dalla presenza degli africani, che in più occasioni hanno aggredito chi chiedeva loro di spostarsi, i residenti mercoledì scorso hanno anche organizzato una sorta di ronda: sono scesi in strada alle 23, ora a cui si presentano i quindici uomini, e si sono messi a chiacchierare in capannello, occupando lo spazio dove ogni notte vengono gettati i cartoni e i sacchi a pelo. «Non siamo razzisti e con i clochard che dormono qui da anni non abbiamo mai avuto problemi — dice la portavoce del comitato di via Masera — ma di questi non ne possiamo più. Il Comune deve trovare loro una sistemazione dignitosa e liberarci così dagli schiamazzi e dalla vista di escrementi sui marciapiedi e sesso consumato in strada». I controlli di polizia hanno riscontrato che gli africani, accampati in viale Vittorio Veneto fino al luglio scorso e poi cacciati dai vigili, hanno tutti documenti regolari e permessi di soggiorno “per ragioni umanitarie”.

I volantini che convocano il presidio, appesi sui muri e sulle serrande dei negozi, hanno toni duri. Si chiede alle istituzioni di intervenire contro «un vero schifo» precisando che «è loro preciso dovere». E denuncia «l’arroganza e la prepotenza dei venditori abusivi, non importa se gialli, neri, rossi o bianchi». La manifestazione, proclamata venerdì scorso, ha rapidamente raccolto l’adesione dei comitati dei quartiere di ogni colore politico. E sono arrivate le promesse di presenza da parte degli esponenti partiti, soprattutto di quelli di centrodestra, che sostengono quella giunta comunale a cui i residenti chiedono soluzioni.

Mercoledì ci saranno Mario Borghezio e Max Bastoni con le loro “ camicie verdi padane” e l’assessore regionale leghista Davide Boni. Ci sarà una delegazione dei consiglieri comunali del Pdl, come annuncia Carlo Fidanza, e anche Carlo Montalbetti, consigliere di opposizione eletto a Palazzo Marino con la lista Ferrante. Uno schieramento di rappresentanti eletti che non piace al vicesindaco Riccardo De Corato: «I problemi non si risolvono con la piazza — dice — la presenza dei senzatetto molesti si impedisce solo chiudendo la galleria Buenos Aires di notte. Siamo disposti autorizzare i lavori per installare una cancellata a scomparsa anche subito». A pagare i lavori, però, dovranno essere i condòmini, visto che la galleria è privata. A contestare l’utilità del presidio è anche Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd in consiglio comunale: «Il Comune dovrebbe trovare il modo di fare stare queste persone in dormitorio, senza tanti clamori», dice.

(Repubblica, 25 ottobre 2009)

Una domenica in Corelli

autore: 
radiocane

Domenica in corelli la situazione è questa:

una sezione intera (28persone) ha contratto l'influenza e le condizioni igienico sanitarie aggravano la situazione di giorno in giorno. In settimana hanno protestato per ottenere cure adeguate e la visita di un medico; l'unica visita che hanno ottenuto è stata quella della polizia che ha pestato sei reclusi. Venerdì hanno iniziato lo sciopero della fame. Ieri, nella speranza di essere portati al pronto soccorso, hanno scelto di tagliarsi il petto, le braccia, il collo, perchè sanno che i medici arrivano solo quando spunta il sangue, quando si rischia la vita. Ma nell'infermeria fantasma della crocerossa non si muove una foglia.
Nella sezione intanto la febbre non si placa, il riscaldamento è spento, non mangiano da 2 giorni e le ferite continuano a sanguinare.

Al telefono con noi uno di loro prova a chiamare l'infermeria attraverso il citofono. Non risponde nessuno. E' disperato. Poi si presentano due crocerossini, lui lascia il telefono acceso e ci permette di registrare la conversazione. Abbiamo deciso di riportarla quasi per intero nonostante la bassa qualità audio perchè ci da uno spaccato di quello che accade nei centri, perché ci racconta un momento come tanti altri di confronto tra gestori e reclusi.
Al termine della conversazione si accorgono che il suo cellulare era acceso e che qualcuno dall'altra parte ha sentito. Dopo dieci minuti mandano un infermiere.

In serata la febbre sale, la fame si fa sentire, i reclusi della sezione scoppiano e bruciano i materassi. La polizia entra nel centro e chiude le gabbie. Alcuni vengono portati negli uffici dell'Ispettore capo Vittorio Addesso e poi di nuovo in cella.

Per ascoltare il file audio

http://www.radiocane.info/cronache-dal-fronte/guerra-alla-guerra/843-una...

Urgente: di nuovo fiamme in corelli

In una sezione di corelli i reclusi danno fuoco ai materassi. La polizia si prepara ad entrare.

La situazione è tornata a precipitare qualche giorno fa. In settimana almeno in una sezione è scoppiata un'epidemia di influenza aggravata dalla pietosa condizione igienica e sanitaria. Di fronte alla mancanza di cure da parte dell' infermeria fantasa della crocerossa i reclusi protestano, la polizia interviene e picchia duro 6 reclusi. Venerdì i reclusi della sezione entrano in sciopero della fame ma la crocerossa continua a minimizzare e somministra solo tachipirina, bicarbonato per fare gargarismi e gli immancabili calmanti. Ieri sera alcuni reclusi decidono di tagliarsi nella speranza di essere portati al pronto soccorso per ricevere le cure necessarie; si tagliano il petto, le braccia, uno arriva a incidersi un taglio sul collo. Nei centri è oramai risaputo che per vedere un infermiere bisogna mostrare il sangue e rischiare la vita. Ma nonostante tutto i crocerossini non muovono un dito e mandano un infermiere a cucire alcune ferite gravi solo nel pomeriggio di oggi, quando si accorgono che i reclusi hanno contattato l'esterno per comunicare la situazione.
In serata la situazione è insostenibile, la febbre sale, la fame si fa sentire, i reclusi scoppiano e iniziano a dar fuoco ai materassi.
La polizia si prepara a somministrare l'unico vacino di cui è capace: il pestaggio.

Tu che leggi cosa stai facendo?

Quanto ancora resterai a guardare?

Corelli chiama

MIlano?

Immigrazione, 200 migranti in pericolo ancora polemiche tra Italia, Libia e Malta

Immigrazione, 200 migranti in pericolo
ancora polemiche tra Italia, Libia e Malta
L'sos dei migranti: "Ci sono onde altissime, stiamo affondando, aiutateci"

Immigrazione, 200 migranti in pericolo ancora polemiche tra Italia, Libia e Malta
PALERMO - Un barcone con 200 migranti in navigazione nel Canale di Sicilia che lancia un sos a causa del mare in tempesta. Una situazione di pericolo che la Guardia costiera italiana segnala subito alle autorità libiche e a quelle maltesi. Che però non intervengono. Un caso che rischia di innescare l'ennesimo scontro diplomatico tra l'Italia, Malta e la Libia. In serata momento l'imbarcazione è stata "scortata" dalla petroliera Antignano, di Livorno, che fin dalla notte fra venerdì e sabato ha prestato soccorso agli extracomunitari dopo essere stata dirottata nella zona, tra le acque libiche e quelle maltesi, dalla centrale operativa delle Capitanerie di Porto.

La Guardia Costiera italiana aveva segnalato venerdì la presenza del barcone in difficoltà sia alle autorità di Tripoli che a quelle della Valletta, ma nessuno di loro è intervenuto. Il portavoce delle Forze Armate maltesi, Ivan Consiglio, ha dichiarato che la Marina "si sta limitando a monitorare la situazione, in quanto le operazioni sono state coordinate dalle autorità italiane". La stessa fonte sostiene che l'imbarcazione sarebbe ancora "in acque libiche" e dunque Malta non avrebbe alcuna competenza.

Secondo le informazioni diffuse dalla centrale operativa delle Capitanerie di Porto, invece, l'imbarcazione in pericolo sarebbe entrata nelle acque di competenza maltese, a circa 160 miglia a Sud dell'isola Stato. L'unica certezza è che il barcone ha continuato a navigare lentamente, di conserva con la petroliera.

La nave, una motocisterna di 176 metri e 40 mila tonnellate di stazza lorda, ha mantenuto la distanza di sicurezza per non rischiare di speronare l'imbarcazione facendola colare a picco. L'equipaggio del mercantile, posizionato a ridosso del barcone per proteggerlo dalle onde, ha lanciato viveri e generi di prima necessità agli immigrati, tra i quali vi sarebbero anche donne e minori, prostrati dalla navigazione nel mare in burrasca.

Le condizioni meteo nel Canale di Sicilia sono infatti proibitive, con il mare che durante la notte ha raggiunto anche forza 7 e con forti raffiche di vento. Una circostanza sottolineata con preoccupazione anche da Laura Boldrini, portavoce in Italia dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati: "Riteniamo che sarebbe molto pericoloso lasciare che l'imbarcazione continui a navigare senza intervenire. Per questo motivo auspichiamo che si faccia rapidamente chiarezza sulla posizione della barca, affinchè venga deciso qual è il Paese che deve intervenire per prestare i necessari soccorsi ed evitare una nuova tragedia del mare".

Erano stati gli stessi migranti, molti dei quali eritrei, a lanciare l'allarme venerdì con un satellitare dal quale erano partite telefonate disperate verso alcuni loro familiari residenti in Italia: "Ci sono onde altissime, stiamo affondando, aiutateci". Una richiesta accolta, almeno fino a sabato sera, solo dalla Guardia Costiera italiana e dall'equipaggio dell'Antignano.

La vergogna e le parole

autore: 
da macerie

È passato esattamente un mese da quando, su Macerie (e storie di Torino) e su altri siti e poi addirittura sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, hanno cominciato a circolare le immagini del massacro nel Cie di Gradisca d’Isonzo del 21 settembre scorso. A occhio e croce, solo nelle differenti riproposizioni apparse su youtube, almeno diecimila persone hanno potuto vedere i feriti distesi a terra in mezzo al sangue, gli occhi gonfi, i segni delle manganellate, i soldati coi caschi e con gli scudi che caricano senza pietà della gente chiusa dentro a quella specie di pollaio infernale costruito e tenuto aperto con il beneplacito di tutti gli schieramenti politici.

Ingenuamente, un compagno nostro, nel vedere in anteprima il breve filmato, ci ha detto convinto: «guardate che siamo ad una svolta, ora che tutti possono vedere cosa sono i Centri, come sono fatti, cosa succede al loro interno, ecco… ora qualcosa deve cambiare per forza!» Uno dei vecchi assiomi  della controinformazione: quando il mostro è eccessivamente mostruoso basta illuminarlo di fronte al grande pubblico e scomparirà da sé, quasi si vergognasse di esistere, proprio come i fantasmi della notte alle prime luci dell’alba.
 
E invece qui nessuno si vergogna di nulla.
 
Non si vergognano, ovviamente, le autorità. Dopo la pubblicazione del filmato, la prefettura ha negato tutto e i sindacati di polizia hanno parlato di immagini false o montate ad arte. Poi sono venuti fuori i referti medici dei pestati, alcuni dei reclusi hanno denunciato i poliziotti, un operatore del Centro ha confermato ad un giornalista la veridicità dei filmati (da quel giorno - ha dichiarato - «a casa piango, non dormo, cerco aiuto per vomitare l’amarezza che mi si incolla addosso e non mi lascia tregua insieme all’odore nauseante del sangue»). Solo alla fine di tutti questi passaggi – e dopo aver fatto arrestare uno dei rivoltosi - le autorità hanno ammesso le cariche e le hanno definite, senza vergogna, «una doverosa e regolare reazione alla resistenza a pubblico ufficiale».

Ma, quel che è peggio, non ci vergogniamo nemmeno noi che non abbiamo saputo opporre al massacro di Gradisca una qualche reazione adeguata, una reazione all’altezza dell’indignazione che avrebbe dovuto provocarci il vederlo succedere. Qualcosa si è mosso, per carità. A parte i soliti parlamentari in visita che poi all’uscita del Centro hanno più o meno parlato d’altro e qualche dichiarazione formale di un paio di politici locali ci sono state anche cose belle: presìdi complici, scritte sui muri, iniziative di solidarietà… Ma nulla che ricordasse neanche pallidamente quel moto tutto umano e incontrollabile che ti fa battere i pugni sul tavolo e ti fa dire: «ora basta!»
Sapevamo da tempo che un bel pezzo di mondo ha perso la capacità di indignarsi, che la più cruda delle immagini oramai non riesce a provocare altro che un’alzata di sopracciglia o, peggio, un «probabilmente se la sono cercata». Ma scopriamo che quella stessa capacità l’abbiamo perduta anche noi, e per motivi opposti. A metà del baratro, ogni infamia è normale: ci siamo abituati. E questa abitudine nuova, pure noi, l’abbiamo assunta senza vergogna.

Insomma, ad un mese di distanza, le immagini del massacro nel Cie di Gradisca ci parlano di qualcosa che va oltre alla lotta dentro e contro i Cie. Ci dicono che non basta parlare, che non basta documentare, che non basta “dire forte la verità” - anche quando questa “verità” ci sembra esplosiva. Se forse non è mai bastato, adesso ancora di più. Perché non è la semplice evidenza che muove, ma processi sempre più complessi e inafferrabili. Perché all’urlo non corrispondono più orecchie che lo possano percepire: né le nostre, né quelle degli sfruttati, né tanto meno quelle dell’avversario.
E allora? Noi continueremo a parlare, per carità, continueremo a documentare storie nascoste e a raccontarvi quello che succede dietro le sbarre o nei nostri quartieri. Ma intendiamoci bene: quel che proviamo a segnalarvi, nascosto in mezzo a questi racconti, sono i fili da tirare, l’intrecciarsi delle responsabilità, la fisionomia esatta degli oppressori, le possibilità aperte e le complicità belle che si creano dietro alle quinte. E questi sono tutti elementi che ciascuno di noi e di voi deve saper rimettere in ordine dentro a progetti propri, progetti che scommettano sul mondo e sulle forze che possono sconvolgerlo.
Ma questo è un altro discorso.

[pordenone] muore extracomunitaria,ma col pedigree.

autore: 
compagno broskev

Lunedi scorso a Pordenone c'era molta fibrillazione,polizie attivissime ovunque, e un'aria di preoccupazione tra la popolazione:era dal mattino che si era alla ricerca frenetica di una giovanissima 19 extracomunitaria,senza permesso di soggiorno nella nostra terra.Insomma una clandestina.
La denuncia della scomparsa era stata fatta dal suo ragazzo,anch'esso extracomunitario, senza permesso di soggiorno ed entrambi residEnti in quel lembo di terra che ,pur se in suolo patrio,nulla ha oramai piu' a che spartire con le leggi locali,ma ,di fatto sotto la sovranità addirittura di usi,costumi e leggi di altra nazione ,distante da noi centinaia di migliaia di chilometri,gli USa(non sto parlando di Pdova,via anelli o San salvario a Torino)
Della ragazza,la polizia ferrovaria di Pordenone, aveva trovato sulla balaustra del ponte sul fiume Noncello,il borsello ed il pc personale.All'inizio le indagini ,solertissime e scrupolose(come se si trattase di una personalità di spicco),si erano indirizzate su svariati fronti,non escludendo anche un possibile rapimento.
Due giorni di serrate ricerche hanno portato al macabro ritrovamento: il corpo privo di vita della giovane dietro un cespuglio a ridosso dell’argine del corso d’acqua.Le ricerche, che si erano concluse nella serata di lunedi poco dopo le 21, erano riprese in mattinata alle 6,30 anche con l’ausilio dei sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Trieste.
I sub hanno scandagliato il fiume, mentre i loro colleghi della specialità speleo-alpina-fluviale hanno ripercorso il corso d’acqua a ritroso partendo da Prata, in provincia di Pordenone, con destinazione il capoluogo della Destra TAGLIAMENTO ,insomma una ricerca in grande stile che ben difficilmente viene riservata a scomparsi con cittadinaza "italiana" o ancor di piu' a extracomunitari,in più senza permesso di soggiorno e senza aver aspettato le canoniche 24 ore dalla scomparsa presunta.

Ma tant'è....Evidentemente,almeno in questo caso,nessun ombra di razzismo aleggiava sulla questione......ma evidentemente il motivo è semplice:la ragazza era un MILITARE statunitense di 19 anni, impiegata alla base Usa di Aviano, in provincia di Pordenone e svolgeva il ruolo dello speaker alla radio della base americana(usaf).Non è nuova Pordenone ad esser turbata da fatti provocati dalla base di Aviano :non piu' di 2 anni fa 3 soldati americani,in piena notte,in preda ad allucinazioni da Rambo e Chuck Norris MISTI ASSIEME,si erano divertiti ad accendere dei botti con dell'esplosivo proveniente probabilmente dalla loro stessa base(controlli niente?),tanto da ferirsi garvemente in una scena abbastanza bizzarra,con un commilitone ritrovato sanguinante legato ad un albero e un altro con ferite traumatiche al braccio e gambe.Insomma un botto particolarmente violento e inquitante,sullo sfondo di una scena da indiani e cow boys.

Curiosamente la notizia nei mass media è stata "arginata" a piccolissimi trafiletti locali,senza commenti riguardo la gravità dell'accaduto.

Chissa' se al posto dei soldati "birichini "a stelle e strisce,ci fossero stati 3 extraconumitari,magari musulmani?Giu' a parlare di pericolo attentati,di terrorismo e di trame,magari direttamente dall' Iran(e noi a Pordenone abbiamo gia' la tv locale adatta a dar fuoco alla polemica antiislam,che ci sguazzerebbe "sionisticamente" ad arte).

Insomma ,anche tra extracomunitari ,in piu' senza permesso di soggiorno(non ci risulta,a meno di non sbagliarci, infatti che ne siano provvisti i militari di Aviano)esistono cittadini di serie a e quelli di serie....z!

Alla faccia della sovranità popolare e della democrzia dei diritti.
s
di Sandro pescopagano,bollettino sindacalista di base

Presidio antirazzista - Como NON POSSIAMO PIU' TACERE

Leggi razziali, torture, Governo autoritario, paura diffusa

IN ITALIA CI SONO I CAMPI DI CONCENTRAMENTO.
NON POSSIAMO PIU TACERE!

L'estate 2009 non passerà alla storia solo per le prostitute d'alto borgo ingaggiate dal Presidente e le vincite milionarie al Superenalotto. Nonostante siano stati questi gli argomenti più caldi della torrida estate di cronaca italiana, vogliamo ricordarvene un altro, non altrettanto discusso ma ben più preoccupante: l'entrata in vigore, il 12 luglio, dell'ennesimo pacchetto sicurezza, targato Maroni&Co..

Così, nell'indifferenza di tutti, lo Stato aggiungeva un altro tassello al suo piano autoritario: medici e presidi spia, ronde ed esercito nelle città, reato di clandestinità, tutti espedienti per rendere la vita più difficile ai migranti. La storia si ripete e la strategia di chi comanda è sempre la stessa: mettere uno contro l'altro chi soffre a causa degli stessi problemi materiali, e poco importa se il migrante diventerà il capro espiatorio, colpevole della nostra insicurezza.
Nel mese d’agosto qualcuno ha deciso di rompere la routine che ci vuole obbedienti e tranquilli: l' hanno fatto i migranti detenuti nei c.i.e (ex c.p.t.) di tutti Italia, dando vita ad una serie di rivolte.

Ma facciamo un paio di passi indietro. Che cosa sono questi c.i.e?

I Centri d'identificazione ed espulsione non sono altro che dei moderni lager: gli “ospiti” (che noi preferiamo chiamare con il loro nome: prigionieri) vengono rinchiusi, come accadeva sessant'anni fa, a causa di una legge razziale. La loro colpa è di essere semplicemente uomini e donne senza le “carte in regola”.
I c.ie. Sono strutture detentive che come spesso accade versano in pessime condizioni igienico sanitarie e il trattamento che i carcerieri riservano ai reclusi è dei più spregevoli. La gestione è affidata alla polizia e alla Croce Rossa, la quale, teoricamente, dovrebbe tutelare la salute e l’integrità fisica dei detenuti, ma in realtà tace di fronte alle violenze e alle torture di cui è testimone, rendendosene così gravemente complice. Sono tanti infatti i tentativi di fuga, gli scioperi della fame e della sete, gli episodi di autolesionismo e addirittura i suicidi, attuati per scampare alle violenze e alla torture inflitte arbitrariamente.

Anche Milano è stata scenario di numerose proteste.
Nel C.i.e. di via Corelli il 13 agosto, dopo sei giorni di sciopero della fame e della sete, è infatti scoppiata una rivolta contro l'ormai applicato prolungamento della detenzione da 2 a 6 mesi. La polizia in assetto antisommossa e i militari hanno represso nel sangue la protesta, senza esitare a picchiare con caschi e manganelli persone inermi che si opponevano GIUSTAMENTE ai continui soprusi.
Come se non bastassero le manganellate a chi lotta contro una legge infame e razzista ,sono stati arresati 14 rivoltosi/e (5 donne e 9 uomini), accusati di danneggiamento causato da incendio, violenza e resistenza.

In fretta e furia è cominciato il loro processo, che dalla prima udienza ha subito evidenziato il diffuso clima repressivo. Dopo alcune manifestazioni di solidarietà per gli imputati, le udienze successive sono state vietate al pubblico, fino ad arrivare alla chiusura dell'intero tribunale di Milano, fatto senza precedenti. Martedì 13 ottobre è stata infine emessa la sentenza: un’assoluzione e 13 condanne da 6 a 9 mesi, pena sena dubbio inferiore alla richiesta del PM, ma comunque inaccettabile.
Di tutto questo i media non parlano! E’ quindi nostra responsabilità diffondere la notizia perché queste atrocità non possono continuare indisturbate nell'indifferenza generale.

IL NOSTRO DOVERE E’ OPPORSI CON OGNI MEZZO A QUESTI CRIMINI DISUMANI E RAZZISTI!
CHI RESTA INDIFFERENTE E’ COMPLICE!

Informati e aggiornati sul sito www.autistici.org/macerie

Rilanciamo la solidarietà a tutti i migranti, contro il pacchetto sicurezza!

PRESIDIO AL PARCHETTO DI VIA LEONI - COMO
SABATO 31 OTTOBRE dalle h. 15.00
Gruppo Politico Territoriale
Per ricevere informazioni e i nostri comunicati scrivi a: gptcomo@live.it

Presidio antirazzista - Como

31/10/2009 - 15:00
31/10/2009 - 18:00
Etc/GMT+2
autore: 
Gruppo Politico Territoriale

Leggi razziali, torture, Governo autoritario, paura diffusa

IN ITALIA CI SONO I CAMPI DI CONCENTRAMENTO.
NON POSSIAMO PIU TACERE!

L'estate 2009 non passerà alla storia solo per le prostitute d'alto borgo ingaggiate dal Presidente e le vincite milionarie al Superenalotto. Nonostante siano stati questi gli argomenti più caldi della torrida estate di cronaca italiana, vogliamo ricordarvene un altro, non altrettanto discusso ma ben più preoccupante: l'entrata in vigore, il 12 luglio, dell'ennesimo pacchetto sicurezza, targato Maroni&Co..

Così, nell'indifferenza di tutti, lo Stato aggiungeva un altro tassello al suo piano autoritario: medici e presidi spia, ronde ed esercito nelle città, reato di clandestinità, tutti espedienti per rendere la vita più difficile ai migranti. La storia si ripete e la strategia di chi comanda è sempre la stessa: mettere uno contro l'altro chi soffre a causa degli stessi problemi materiali, e poco importa se il migrante diventerà il capro espiatorio, colpevole della nostra insicurezza.
Nel mese d’agosto qualcuno ha deciso di rompere la routine che ci vuole obbedienti e tranquilli: l' hanno fatto i migranti detenuti nei c.i.e (ex c.p.t.) di tutti Italia, dando vita ad una serie di rivolte.

Ma facciamo un paio di passi indietro. Che cosa sono questi c.i.e?

I Centri d'identificazione ed espulsione non sono altro che dei moderni lager: gli “ospiti” (che noi preferiamo chiamare con il loro nome: prigionieri) vengono rinchiusi, come accadeva sessant'anni fa, a causa di una legge razziale. La loro colpa è di essere semplicemente uomini e donne senza le “carte in regola”.
I c.ie. Sono strutture detentive che come spesso accade versano in pessime condizioni igienico sanitarie e il trattamento che i carcerieri riservano ai reclusi è dei più spregevoli. La gestione è affidata alla polizia e alla Croce Rossa, la quale, teoricamente, dovrebbe tutelare la salute e l’integrità fisica dei detenuti, ma in realtà tace di fronte alle violenze e alle torture di cui è testimone, rendendosene così gravemente complice. Sono tanti infatti i tentativi di fuga, gli scioperi della fame e della sete, gli episodi di autolesionismo e addirittura i suicidi, attuati per scampare alle violenze e alla torture inflitte arbitrariamente.

Anche Milano è stata scenario di numerose proteste.
Nel C.i.e. di via Corelli il 13 agosto, dopo sei giorni di sciopero della fame e della sete, è infatti scoppiata una rivolta contro l'ormai applicato prolungamento della detenzione da 2 a 6 mesi. La polizia in assetto antisommossa e i militari hanno represso nel sangue la protesta, senza esitare a picchiare con caschi e manganelli persone inermi che si opponevano GIUSTAMENTE ai continui soprusi.
Come se non bastassero le manganellate a chi lotta contro una legge infame e razzista ,sono stati arresati 14 rivoltosi/e (5 donne e 9 uomini), accusati di danneggiamento causato da incendio, violenza e resistenza.

In fretta e furia è cominciato il loro processo, che dalla prima udienza ha subito evidenziato il diffuso clima repressivo. Dopo alcune manifestazioni di solidarietà per gli imputati, le udienze successive sono state vietate al pubblico, fino ad arrivare alla chiusura dell'intero tribunale di Milano, fatto senza precedenti. Martedì 13 ottobre è stata infine emessa la sentenza: un’assoluzione e 13 condanne da 6 a 9 mesi, pena sena dubbio inferiore alla richiesta del PM, ma comunque inaccettabile.
Di tutto questo i media non parlano! E’ quindi nostra responsabilità diffondere la notizia perché queste atrocità non possono continuare indisturbate nell'indifferenza generale.

IL NOSTRO DOVERE E’ OPPORSI CON OGNI MEZZO A QUESTI CRIMINI DISUMANI E RAZZISTI!
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Le novità dai Cie

autore: 
aa

Un uomo e le donne al Cie di Torino
Qualche aggiornamento dal Cie di corso Brunelleschi a Torino. Mimì, il ragazzo picchiato dai militari un mesetto fa, è in sciopero della fame da due settimane esatte, da solo, e chiede con insistenza di essere liberato, anche se recentemente la sua detenzione è stata prolungata da uno zelante giudice di pace.
Nel frattempo, questa mattina, le recluse della sezione femminile hanno malmenato e respinto tutte assieme un addetto alle pulizie. Non sono chiari i motivi della protesta, ma pare che la calma sia tornata solo dopo l’intervento della polizia con i manganelli bene in vista, anche se fortunatamente non ci sono stati feriti.

 
 
Il timbro e la foto
L’avevamo sentito venti giorni fa, e fino ad oggi non è cambiato niente. Proprio come allora non mangia. Allora era uno solo, ora sono quasi due i mesi di sciopero della fame di Elham Elalami, recluso nel Cie di Gradisca. Sciopera da solo, perché vuole un permesso di soggiorno che nessun funzionario sembra volergli concedere. Sciopera perché vuole avere in mano quel maledetto pezzo di carta, con il timbro e con la foto, e lo vuole perché si è fatto sfruttare per anni con contratti regolari, perché ha trovato una donna che ora lo aspetta a casa, perché con lei ha già due bambini e un altro è in arrivo, perché senza di lui tutti i suoi non sanno come pagare l’affitto e non sanno come tirare avanti. Non può stare senza di loro, e loro non possono stare senza di lui, ma senza quella foto e quel timbro non potrebbe stare con loro per davvero, sarebbe ancora una vita da braccati, una vita in fuga, una vita da solo. Questo, almeno, ci è parso di capire di lui e della sua ostinazione. Tante volte avrebbe potuto scappare, Elham Elalami, ma non l’ha mai fatto: dal Centro vuole uscirci con la foto e col timbro - oppure da morto. Fino ad ora ci ha guadagnato solo tre ricoveri all’ospedale, un tentativo di Tso, alimentazione forzata e ulteriore disperazione.
Figuratevi che noi, noi che stiamo qui a raccontarvi di lui che è disposto a morire per un permesso di soggiorno, noi siamo proprio quelli che nelle piazze urlano che «un pezzo di carta non vale una vita» oppure ancora che permessi di soggiorno e carte di identità sono solo pezzi di carta che bruceranno presto. Ecco, alla prossima piazza noi queste cose le urleremo ancora e le urleremo ancora più forte e lo faremo pensando anche a lui, a Elham Elalami, alla sua ostinazione, e a questo mondo infame che lo sta facendo morire per un timbro e per una foto su di un miserabile pezzo di carta.
 
 
Le plat pays


«Una ventina di vandali mascherati hanno invaso, giovedì scorso, l’impresa edile Besix, nel comune di Sint-Denijs-Westrem in provincia di Gand, e l’hanno saccheggiata. Il fatto sarebbe stato causato dal malcontento provocato dall’annunciata costruzione di un nuovo Centro di reclusione per senza-documenti a Steenokkerzeel, accanto a quello già esistente, il “127bis”.
La banda è entrata nell’edificio di Besix, Kortrijksesteenweg, in tarda mattinata. I vandali hanno rovinato l’arredamento, gettato della vernice nera ovunque, hanno sciupato materiale d’ufficio, computer, quadri e flatscreen, hanno versato un prodotto maleodorante al suolo. Questo trattamento è stato riservato alla sala d’aspetto, a vari uffici dell’impresa e anche allo spazio dedicato alle conferenze. Degli slogan sono stati vergati in nero su di un muro: «No borders» e «127tris JAMAIS».
Gli energumeni hanno detto alla signorina della réception di stare calma e che non le sarebbe successo niente. Hanno anche dichiarato che il loro atto era «la logica conseguenza della costruzione di prigioni». Compiuto il misfatto, sono fuggiti senza che nessuno li inseguisse.
La polizia non ha elementi concreti per indagare nessuno, ma ha dichiarato che sicuramente si tratterebbe di anarchici.»

Het Nieuwsblad, 16 ottobre 2009
Aerei
Ve la ricordate la Air Italy? Di questa compagnia aerea vi avevamo parlato brevemente nel febbraio scorso perché in quei giorni si era messa a disposizione del ministro degli Interni, ansioso di disperdere il più velocemente possibile i ribelli di Lampedusa in giro per i Centri di mezza Italia. Non era stato un grande affare, quello, per il Ministero: proprio quel pugno di tunisini che aveva appena distrutto un bel pezzo del Cie lampedusano avrebbe portato il seme della rivolta in giro per lo stivale dando il via ad una ondata di lotte, evasioni e rivolte che si sarebbe placata soltanto due mesi dopo.
Ora ne sentiamo riparlare, della Air Italy. E già, perché il comandante Giuseppe Gentile, proprietario della compagnia, ama talmente fare soldi sulle deportazioni da cercare clienti anche in altre capitali della Fortezza Europa. E così è stato un suo aereo, il 14 ottobre scorso, a far ripiombare 39 iracheni  proprio in mezzo alla guerra dalla quale erano scappati: in Inghilterra, dove erano arrivati dopo mille peripezie, non c’era posto per loro e i funzionari inglesi si erano fatti quattro risate di fronte alle loro richieste di asilo. Questo dei voli delle deportazioni è uno degli ingranaggi della macchina delle espulsioni che, in altri paesi e in altri tempi, i nemici delle frontiere hanno cercato di inceppare - con presenze negli aeroporti, attacchi contro le sedi delle compagnie, inviti alla non-collaborazione rivolti al personale di bordo e agli altri passeggeri, invasioni delle piste, ecc.-, a volte anche con successo.

Insomma, è un elemento questo sul quale bisognerà focalizzare l’attenzione per capire quel che si può fare. Per intanto tenetevi a mente che Miguel è stato riportato in Perù con un volo dell’Alitalia, i reduci della battaglia di Corelli sono stati traferiti a Bari e a Brindisi con un aereo targato ItAliairlines, gli scomodi testimoni della morte di Hassan con un volo della Air Maroc.
Per farsi una idea di cosa sia, con più esattezza, un volo di deportazione, pubblichiamo qui sotto una intervista ad un poliziotto francese che di lavoro fa proprio “l’accompagnatore” durante i rimpatri coatti. È tratta dal sito Mediapart ed è stata diffusa in Italia già da Fortresseurope qualche giorno fa. Leggetela bene. Non solo con gli occhi dell’indignazione e della rabbia (questa testimonianza è, a tratti, inverosimilmente cruda e spietata). Ma anche con la curiosità indagatrice di chi si chiede: «e io, cosa posso fare, praticamente, per ostacolare questa gente?»

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