A un anno dall'uccisione di Abdul Guiebre, massacrato a colpi di spranga al grido di «sporco negro», solo alcune migliaia di persone sentono la necessità di gridare il loro sdegno contro la deriva razzista del governo che lascia indifferente l'opinione pubblica.
Il camion in testa al corteo si trasforma subito in un palco. Durante le due ore successive, gli amici di Abba si alternano al microfono in un contest hip-hop da far rabbrividire l'east coast americana, o quasi. «Più forte, urlate più forte, che Abba vi deve sentire», gridano al microfono, puntando al cielo. Per il loro amico Abdul, ucciso a vent'anni da due baristi che urlavano «sporco negro» mentre lo sprangavano, ci sono quattromila persone, forse qualcuna di più. In testa al corteo, la famiglia di Abdul e gli amici. Dietro tutti gli altri, quello che resta della Milano antirazzista, quello che resta della sinistra. Ma per un corteo così, soprattutto in questa fase di ronde e respingimenti, i milanesi in piazza avrebbero dovuto essere molti di più. L'indignazione che aveva trascinato nelle strade almeno il triplo delle persone un anno fa, subito dopo l'uccisione di Abba, ha ceduto il passo all'assuefazione, alla disfatta politica e morale.
Perché qui non si parla di affari e affarucci di Palazzo, ma del valore che si dovrebbe attribuire alla vita umana. A quella lasciata morente a terra in un marciapiede di via Zuretti, a quella che muore in guerra, a quella che affoga in mare cercando di raggiungere l'Italia. «Guerre e razzismo not in my name», è uno degli striscioni che spiega il perché non aveva alcun senso rimandare questa manifestazione. «Quella della guerra è una logica perversa che porta allo scontro fra culture sia all'estero che nelle nostre città - racconta Alice, ventenne, con la bandiera della pace fra le mani - nasce dall'intolleranza e dall'odio verso il diverso. E porta alla morte di innocenti, sempre e comunque».
Intorno a lei c'è quello che resta di noi. Le sigle dei partitini della sinistra, le associazioni antirazziste...e un pezzetto del mondo della scuola: «L'ignoranza uccide. Una scuola pubblica di qualità per un futuro libero dal razzismo», recita lo striscione dei Collettivi studenteschi. Con loro ci sono anche i ragazzi delle scuole civiche serali che il Comune vuole chiudere, giusto per dimostrare il consueto buonsenso. Retescuole e il Coordinamento dei precari della scuola seguono a ruota, per puntualizzare che le generazioni del futuro dovrebbero avere valori come antirazzismo e multiculturalità.
E visto che il corteo non è stato autorizzato a sfilare nelle vie del centro (dove invece brulicava lo shopping) qualcuno dei manifestanti ha avuto l'idea di radunarsi alla spicciolata davanti a Palazzo Marino - il luogo del divieto - perché «simbolo delle politiche securitarie e razziste», raccontano. Il salutino veloce, durato una decina di minuti, un blitz fuori programma, non è piaciuto al vicesindaco De Corato, tutto preso dal commentare la scritta che uno qualunque in rappresentanza di se stesso ha lasciato su un muro: «-6», riferito ai morti di Kabul. Quanto basta per condannare un intero corteo, con il solito livore: «Il contorno è poi quello di tensioni con la polizia, traffico in tilt, cassonetti rovesciati, scorrerie e urla contro il sottoscritto e l'amministrazione». De Corato se la prende anche con il «pout-pourri dell'abusivismo milanese», insomma si sfoga straparlando di tutto. Si mette anche a scomodare i «patetici rifugiati di professione che pretendono dal Comune casa e lavoro gratis e che bivaccano in piazza Oberdan da dove, solo nell'ultimo mese, sono stati allontanati 17 volte dai vigili». Ve li presentiamo: sono i rifugiati politici che da mesi (mesi) attendono che i diritti sanciti per loro a livello internazionale siano rispettati in una città dove non c'è posto neanche per chi fugge da guerre e violenza. Questo, è razzismo.
Al corteo, intanto, il microfono passa in mano a una delle sorelle di Abba. Urla, e lascia il segno. «Ciò che è diverso è una ricchezza, non un difetto. Capito? Una ricchezza. Quello che è successo a mio fratello non deve accadere mai più». Intorno a lei si stringono gli amici, i parenti, e tutti quelli che hanno condiviso con loro queste poche ore, sorride, poi si merita un bacio sulla guancia. Anche nel nome di una città che, come era prevedibile, di più, in questo momento, non riesce ad esprimere.