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Migranti

Calais, il naufragio del diritto

Calais, il naufragio del diritto

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Sgomberati con la forza gli afgani che chiedevano in Francia lo status di rifugiati politici

Gli afgani in carne e ossa, quelli che non sono solo un concetto astratto da utilizzare nei dibatti televisivi pro o contro la guerra, vengono sgomberati come animali selvatici. E' accaduto a Patrasso, è accaduto a Calais.

Rasi al suolo. Ieri le ruspe, come annunciato da tempo, hanno raso al suolo il campo di rifugiati (quasi tutti afgani) alle porte della cittadina francese che guarda le bianche scogliere di Dover. La Jungle di Calais, lo chiamano i media, come fosse abitato da bestie feroci. Invece sono solo migliaia di persone in fuga dalla guerra dei liberatori, quella che doveva portare la democrazia e che ha portato morte e distruzione quanto e più del regime dei talebani e che ha regalato le elezioni più fasulle della storia contemporanea.
Un lungo viaggio portava queste persone, molte delle quali minorenni, ad abbandonare l'Afghanistan squassato dagli attentati dei talebani e dai bombardamenti della Nato. Attraverso l'Iran e la Turchia, a costo della vita e nella mani di trafficanti di esseri umani senza scrupoli, per raggiungere la Grecia e poi l'Italia, la Francia, verso l'Inghilterra.

Calais era una delle ultime tappe di questo calvario. Dalle sette di mattina di ieri non c'è più nulla. Un inferno a cielo aperto, sia chiaro. Baracche senza nessuna decenza, ma che avevano un tetto. In attesa, come a Patrasso, di un tir pronto a imbarcare per la Gran Bretagna. Un autotreno che poteva rappresentare la vita o la morte. Nascosti nel cassone, a volte attaccati per tutto il viaggio al semiasse del camion. Tanti hanno perso la vita così, ancora di più sono stati arrestati prima del grande viaggio. Ma alcuni ce la facevano. Ieri il loro sogno è finito: 278 migranti, 132 dei quali minorenni, sono stati arrestati brutalmente dalla polizia. Malmenati come gli attivisti che hanno tentato di difendere quell'isoletta mai felice, ma almeno sicura. Quanto può essere sicuro un posto malsano, dove però dopo migliaia di chilometri di viaggio, dall'Afghanistan alla Francia, trovi una faccia amica, che parla la tua lingua e che ti offre un tè caldo.

Diritti negati. La Jungle era nato poco dopo il 2002, quando l'allora ministro degli Interni francese Nicholas Sarkozy, profeta della tolleranza zero contro i sans-papier, ordinò lo sgombero del centro di Sangatte, gestito dalla Croce Rossa Internazionale. I migranti, che non venivano certo trattati bene, si ritrovarono a inventarsi una bidonville per sopravvivere al freddo. La stessa, identica, storia del campo di Patrasso, sgomberato mesi fa.
In Grecia come in Francia, quasi tutti i residenti nei campi erano afgani. Ai quali non viene riconosciuto lo status di rifugiato politico. Chi ne avrebbe più bisogno e più diritto di loro? Il problema, senza ipocrisie, è politico. Non si può dire al mondo che l'Afghanistan è un posto insicuro, perché cadrebbe come un castello di carte tutta la retorica della guerra giusta e che ha portato la libertà agli afgani.

Christian Elia

Manganellate al processo di Corelli - Perquisizioni in via Mattei - Un regalo da Roma

autore: 
aa

Milano, un processo oscenoContinuano
le udienze del processo contro i 14 rivoltosi di via Corelli, e
continua ad ampliarsi il raggio d’azione dei divieti nei confronti dei
solidali. Dopo aver vietato l’ingresso in aula, dopo aver vietato
l’ingresso in tutto il tribunale, ora viene addirittura impedito a
qualche decina di solidali di volantinare sul marciapiede, sorvegliati,
respinti e braccati da centinaia di poliziotti in assetto antisommossa.
Ascolta due dirette su Radio Blackout con una compagna da Milano e con un altro partecipante al presidio su http://www.autistici.org/macerie/?p=19843

Aggiornamento ore 14.00. Il presidio di fronte al
tribunale è ancora in corso, e i compagni stanno aspettando la pausa
dell’udienza per sentire le novità direttamente dagli avvocati.
Comunque si ritiene che il processo, e quindi il presidio, continuerà
fino al tardo pomeriggio. Sono confermate le due mini-cariche di questa
mattina: è volata qualche manganellata ma non si registrano feriti,
fortunatamente.
Ricordiamo che le prossime udienze sono state fissate per giovedì 8 e martedì 13 ottobre.Perquisizione a Bologna

Diario

Non si è fatta attendere molto la vendetta della polizia e della Misericordia contro i reclusi di via Mattei dopo le proteste di ieri.
Da questa mattina è in corso una perquisizione, approfondita, delle
celle e degli internati. Qualcuno è stato spogliato di fronte a tutti.
Le guardia sono arrabbiate soprattutto perché la voce dei fatti di ieri
è arrivata all’esterno: vorrebbero il silenzio, sempre. Intanto un
gruppo di reclusi, forse 6, è stato trasferito a Torino, non sappiamo
se per necessità “tecniche”o per alleggerire la tensione.

ascolta la testimonianza di un recluso su: http://www.autistici.org/macerie/?p=19863
Un regalo da Roma

Tra le tante cose che succedono nella capitale, qualche compagno ha
anche trovato il tempo di raccogliere e mettere nero su bianco le
notizie che arrivano dai centri di identificazione ed espulsione.
“Perché nessuno dica che non sapeva” che c’è un lager nella sua città.
Un piccolo regalo alla lotta contro la macchina delle espulsioni, che
siamo lieti di mettervi a disposizione.
Scarica, stampa e diffondi il primo numero di questo bollettino bisettimanale (dal 5 al 18 settembre 2009)

Milano: «Urlate, Abba vi deve sentire»

autore: 
dal manifesto

A un anno dall'uccisione di Abdul Guiebre, massacrato a colpi di spranga al grido di «sporco negro», solo alcune migliaia di persone sentono la necessità di gridare il loro sdegno contro la deriva razzista del governo che lascia indifferente l'opinione pubblica.

Il camion in testa al corteo si trasforma subito in un palco. Durante le due ore successive, gli amici di Abba si alternano al microfono in un contest hip-hop da far rabbrividire l'east coast americana, o quasi. «Più forte, urlate più forte, che Abba vi deve sentire», gridano al microfono, puntando al cielo. Per il loro amico Abdul, ucciso a vent'anni da due baristi che urlavano «sporco negro» mentre lo sprangavano, ci sono quattromila persone, forse qualcuna di più. In testa al corteo, la famiglia di Abdul e gli amici. Dietro tutti gli altri, quello che resta della Milano antirazzista, quello che resta della sinistra. Ma per un corteo così, soprattutto in questa fase di ronde e respingimenti, i milanesi in piazza avrebbero dovuto essere molti di più. L'indignazione che aveva trascinato nelle strade almeno il triplo delle persone un anno fa, subito dopo l'uccisione di Abba, ha ceduto il passo all'assuefazione, alla disfatta politica e morale.
Perché qui non si parla di affari e affarucci di Palazzo, ma del valore che si dovrebbe attribuire alla vita umana. A quella lasciata morente a terra in un marciapiede di via Zuretti, a quella che muore in guerra, a quella che affoga in mare cercando di raggiungere l'Italia. «Guerre e razzismo not in my name», è uno degli striscioni che spiega il perché non aveva alcun senso rimandare questa manifestazione. «Quella della guerra è una logica perversa che porta allo scontro fra culture sia all'estero che nelle nostre città - racconta Alice, ventenne, con la bandiera della pace fra le mani - nasce dall'intolleranza e dall'odio verso il diverso. E porta alla morte di innocenti, sempre e comunque».
Intorno a lei c'è quello che resta di noi. Le sigle dei partitini della sinistra, le associazioni antirazziste...e un pezzetto del mondo della scuola: «L'ignoranza uccide. Una scuola pubblica di qualità per un futuro libero dal razzismo», recita lo striscione dei Collettivi studenteschi. Con loro ci sono anche i ragazzi delle scuole civiche serali che il Comune vuole chiudere, giusto per dimostrare il consueto buonsenso. Retescuole e il Coordinamento dei precari della scuola seguono a ruota, per puntualizzare che le generazioni del futuro dovrebbero avere valori come antirazzismo e multiculturalità.
E visto che il corteo non è stato autorizzato a sfilare nelle vie del centro (dove invece brulicava lo shopping) qualcuno dei manifestanti ha avuto l'idea di radunarsi alla spicciolata davanti a Palazzo Marino - il luogo del divieto - perché «simbolo delle politiche securitarie e razziste», raccontano. Il salutino veloce, durato una decina di minuti, un blitz fuori programma, non è piaciuto al vicesindaco De Corato, tutto preso dal commentare la scritta che uno qualunque in rappresentanza di se stesso ha lasciato su un muro: «-6», riferito ai morti di Kabul. Quanto basta per condannare un intero corteo, con il solito livore: «Il contorno è poi quello di tensioni con la polizia, traffico in tilt, cassonetti rovesciati, scorrerie e urla contro il sottoscritto e l'amministrazione». De Corato se la prende anche con il «pout-pourri dell'abusivismo milanese», insomma si sfoga straparlando di tutto. Si mette anche a scomodare i «patetici rifugiati di professione che pretendono dal Comune casa e lavoro gratis e che bivaccano in piazza Oberdan da dove, solo nell'ultimo mese, sono stati allontanati 17 volte dai vigili». Ve li presentiamo: sono i rifugiati politici che da mesi (mesi) attendono che i diritti sanciti per loro a livello internazionale siano rispettati in una città dove non c'è posto neanche per chi fugge da guerre e violenza. Questo, è razzismo.
Al corteo, intanto, il microfono passa in mano a una delle sorelle di Abba. Urla, e lascia il segno. «Ciò che è diverso è una ricchezza, non un difetto. Capito? Una ricchezza. Quello che è successo a mio fratello non deve accadere mai più». Intorno a lei si stringono gli amici, i parenti, e tutti quelli che hanno condiviso con loro queste poche ore, sorride, poi si merita un bacio sulla guancia. Anche nel nome di una città che, come era prevedibile, di più, in questo momento, non riesce ad esprimere.

Sommossa a Bologna, aggiornamenti da Gradisca

Gradisca, il giorno dopo

Questa foto è stata scattata nell’ospedale di Goriza, intorno a mezzogiorno di oggi, il giorno dopo la rivolta al Cie di Gradisca, e ritrae uno dei feriti del massacro di ieri. Dai racconti dei reclusi emerge come al massacro abbiano preso parte sia poliziotti in assetto antisommossa, inviati in mattinata prima della perquisizione\mattanza, sia soldati dei contingenti presenti nel centro. Al momento non sono note le condizioni del ragazzo fotografato, qualcuno già ieri parlava della possibile perdita dell’occhio.
Nel frattempo, il sindacato di polizia Sap denuncia ”errori di progettazione” nel Cie di Gradisca, che faciliterebbero azioni di protesta da parte dei reclusi. Il sindacato chiede quindi di ”valutare concretamente altre possibilita’ quali la chiusura del Cie e la sua totale conversione in centro di accoglienza richiedenti asilo”. Per il Sap, ospitare è più facile che trattenere. Certo, aggiungiamo noi. Ma demolire è più efficace che giocare con le parole.

Rivolta al Cie di Bologna

Ha preso una lunghissima rincorsa, ma alla fine è esplosa pure Bologna. A fare da scintilla un recluso disabile: stava male, da questa mattina, ma nessuno si degnava di dargli ascolto. Così ha cominciato a tagliarsi e le gabbie si sono riempite di sangue. In solidarietà con lui, intorno alle 13, in tutto il Centro è cominciata una battitura, forte e disperata, ed altra gente ha cominciato a tagliarsi e ad urlare, mentre i solidali di fuori spargevano la voce. Dopo una mezz’oretta è intervenuto il garante dei detenuti di Bologna che ha costretto i funzionari del Centro a prendersi carico del ragazzo disabile - che intanto, a detta dei suoi compagni, stava “morendo dissanguato”. Troppo tardi per calmare gli animi, però: oramai in rivolta, i reclusi hanno accumulato materassi e masserizie nei cortili ed hanno dato fuoco a quel che hanno potuto. Ora che scriviamo - e sono le 14,00 - la situazione è di attesa. I reclusi stanno litigando furiosamente con gli operatori del Centro, presentando loro una lista - lunghissima - di rimostranze. A presto aggiornamenti.
Ascolta una diretta su Radio Blackout con un recluso di Bologna su http://www.autistici.org/macerie/?p=19793

Aggiornamento ore 15.00. Quando un gruppone di solidali è arrivato fuori dalle mura di via Mattei i reclusi hanno ricominciato con le urla e con la battitura chiedendo che qualcuno di loro potesse entrare dentro a visitarli. Alcuni compagni si sono presentati alla porta ma ovviamente non sono stati fatti entrare. Ora la polizia pattuglia i dintorni del Centro, aiutata anche dagli operatori della Misericordia, che forniscono loro indicazioni sulla posizione dei solidali.

Borghezio a Sesto S.G. - Nessuna tregua per i razzisti

autore: 
antirazzista
image1: 
il_giorno.JPG

Borghezio guida il corteo
“Non vogliamo la moschea”
Guerra di slogan coi giovani dei centri sociali

di Laura Lana – Sesto San Giovanni

La lunga marcia in camicia verde parte da piazza della Resistenza. Nel parcheggio i militanti del Carroccio sono armati di torce e bandiere, prese dai portabagagli. Perché molti di loro sono venuti da fuori Sesto. “È un dovere morale dire no alle moschee” dicono. Quindi, anche al centro islamico che si trasferirà da via Tasso alla centrale via Veneto. Il sindaco Giorgio Oldrini darà il via libera dopo che la struttura avrà ricevuto le certificazioni di Asl e vigili del fuoco. E molti residenti della zona non ci stanno. Dalla loro hanno i leader di Pdl e Lega. Proprio i seguaci di Bossi ieri sera hanno organizzato una fiaccolata con guest star della politica: l’europarlamentare Mario Borghezio, l’assessore regionale Davide Boni, gli onorevoli Paolo Grimoldi, Marco Rondini e Claudio D’Amico. Sono accorsi in 200, secondo le cifre del commissariato. A guastare la festa verde solo 25 ragazzi dei centri sociali – anche di quello sestese La Fucina – apparsi da dietro il Palazzo comunale. Petardi, slogan, lo striscione “Sesto antirazzista” e le note di “Bella ciao”. “Con tutti gli immigrati solidarietà, fuori i fascisti dalle nostre città. Non vogliamo questa manifestazione permessa dall’Amministrazione” grida al megafono una militante incinta con pancione. Sotto, il popolo della Lega risponde agguerrito. “Venite voi a vivere a casa mia, con gli islamici in cortile” dice una pensionata che abita all’interno dello stabile che ospita il capannone incriminato. Alle 20,36 i leghisti posizionano gli striscioni e il corteo parte. “La moschea non la vogliamo. Passami il megafono”. È Borghezio a dare il ritmo. “Le leggi vanno rispettate da tutti, soprattutto dagli stranieri che sono ospiti e non sempre graditi – dice l’europarlamentare -. Oldrini, questo è l’ultimo avviso: o si sta col popolo o si perde”. Nel corteo c’è anche Ahmed Boukhettala: è musulmano e vive in Italia dall’84. “Non sono praticante e mangio il prosciutto. È giusto manifestare contro gli irregolari. Perché poi ci vanno di mezzo anche gli stranieri buoni. Il centro di via Veneto non avrà mai autorizzazioni: la moschea è un palazzo che nasce in una piazza. Non un magazzino in un cortile”.

Il giorno - domenica 20 settembre 2009

Una giornata di lotta contro i Cie a Milano e a Roma

Una Croce molto Rossa
Questa mattina una decina di incappuciati ha fatto irruzione nella sede del Comitato Provinciale della Croce Rossa, a Roma, imbrattando la facciata con copiosi getti di vernice rossa, lasciando sul posto diversi volantini di denuncia della complicità della Croce Rossa nella gestione dei Cie. Ora, nessuno potrà più dire: “ma io non lo sapevo”.
 
Stato d’assedio

In occasione della quarta udienza del processo ai ribelli di via Corelli, arrestati per la rivolta che in agosto ha semidistrutto il lager di Milano, un centinaio di persone si raduna fuori dal tribunale per un presidio in solidarietà con gli imputati e con tutti i reclusi in lotta. Con un provvedimento inaudito - nel senso letterale del termine: non s’era mai sentito prima d’ora - l’avvocatura di Stato ha decretato lo stato d’assedio dell’intero Tribunale di Milano, impedendo l’ingresso a chiunque non avesse un “valido motivo” per entrare. E così, i solidali hanno improvvisato un blocco stradale a singhiozzo che è durato diverse ore.
Ascolta una diretta con un compagno da Milano su http://www.autistici.org/macerie/?p=19723

Rivolta al Cie di Gradisca di Isonzo

autore: 
anitra

Mentre il paese intero si raccoglie nel lutto per i sei soldati morti in Afghanistan, mentre la Croce Rossa piange sulla vernice versata sulla facciata della sede di Roma, scoppia una rivolta nel Cie di Gradisca di Isonzo, provincia di Gorizia.  
Non sappiamo come sia cominciata, per ora le notizie sono frammentarie e confuse. Quel che è certo è che in una sezione è stato appiccato un incendio, e che la polizia sta picchiando forte chiunque gli capiti sotto tiro. Al momento, si contano almeno 15 feriti tra i reclusi, portati in infermeria sanguinanti.
Ascolta una breve conversazione con un recluso su http://www.autistici.org/macerie/?p=19743
Aggiornamento. Piano piano stiamo riuscendo a ricostruire la dinamica di questa rivolta. Tutto comincia questa notte, quando in 35 tentano la fuga dal Cie. Purtroppo il tentativo è sventato dalla polizia, che comincia a picchiare brutalmente i fuggiaschi. A questo punto gli altri reclusi, anche chi non aveva partecipato all’evasione fallita, iniziano a protestare e salgono sui tetti, rimanendoci fino alle 6 di questa mattina. Pare che siano anche giunti sul posto dei giornalisti, che forse hanno preferito mantenere il riserbo sulla vicenda (sono sempre giorni di lutto, questi…). All’alba, dietro la promessa della polizia di non fare rappresaglie, i reclusi scendono dai tetti, e la situazione ritorna tranquilla. Fino alle 13, quando scatta una perquisizione. I poliziotti si lasciano andare ad offese pesanti, strappando in due un Corano, e pare che durante il loro passaggio siano spariti anche dei soldi e dei cellulari. Di lì a poco, scoppia la rivolta.
Al momento, e sono le cinque di pomeriggio, la rivolta è ancora in corso. Il numero di feriti è salito a una ventina. La polizia continua a picchiare e tirare lacrimogeni nelle celle. Dall’altro lato, i reclusi tentano di spaccare i lucchetti per arrivare ai poliziotti, “tanto qui siamo morti lo stesso”.

Ascolta una conversazione con un altro recluso http://www.autistici.org/macerie/?p=19743
Un altro aggiornamento. Pare che ora, verso le sette di sera, la situazione sia tornata relativamente tranquilla. Certo bisognerà presto capire la situazione dei feriti, alcuni dei quali sembrano davvero in gravi condizioni.

Urgente, dal processo di Corelli

URGENTE: la polizia sta impedendo con cordoni a compagni e compagne di entrare nel tribunale di Milano per portare la solidarietà alle/ai rivoltosi di Corelli durante l'udienza del processo.

Se possibile recatevi là.

I marinai della San Marco pestano i reclusi di Bari Palese

autore: 
antira

Il tram
«L’ho visto passare, era sulla barella. Sembrava gli fosse passato un tram addosso, proprio sulla faccia». È notte, nel Campo di Bari Palese, ma non tutti dormono. Uno degli internati è disperato e ad un certo punto esplode e comincia a tagliarsi. I suoi compagni si svegliano e alla vista del sangue provano a bloccarlo e chiamano aiuto a gran voce. Le guardie arrivano subito: sono furibonde per essere state disturbate e, aperta la cella, si gettano addosso ai primi due reclusi che trovano a tiro e li riempiono di botte. Uno dei due - qualche ora dopo - verrà visto passare steso sulla barella. «Era in una condizione indescrivibile» - ci dicono da dentro. Dell’altro pestato non si hanno ancora notizie. Al contrario, il ragazzo che si era tagliato è stato medicato e sta bene: era solo una ferita superficiale.
Aggiornamenti.  Dopo una giornata di ricerca, siamo riusciti a trovare i nomi dei due ragazzi pestati: Karim Brahimi e Said Hasen. Non solo. Abbiamo ricevuto anche alcune foto, che testimoniano perfettamente il grado di addestramento dei marines del battaglione San Marco nell’utilizzo dei manganelli sui corpi dei prigionieri del Centro di Bari Palese.
Guardane alcune su:

http://www.youtube.com/watch?v=_FU4zXPs19M
 
Attese
Cristina ha compiuto sedici anni proprio l’altro giorno e per l’occasione ha fatto una piccola festa insieme alle sue compagne all’ombra delle sbarre di Ponte Galeria. È dentro da 40 giorni, anche se è minorenne ed è nata in Italia. Ma la sua famiglia è croata, ed ora è tornata a vivere lì. Lei ha fatto l’errore di venirsi a fare un giro in Italia. I poliziotti che l’hanno fermata le hanno detto che la sua Carta d’Identità era falsa e che senz’altro non era vera nemmeno la sua data di nascita. Adesso è nel Centro che aspetta, aspetta un passaporto per farsi riconoscere, un medico che la visiti per la sua malattia alle ovaie, qualcuno che ascolti la sua storia e la aiuti a tornarsene a casa.
Bastonate «Ci tengono come cani, impareremo ad abbaiare». La vita dentro al Centro di Gradisca di Isonzo è una vita fatta di minacce e violenze continue e la polizia coglie ogni pretesto per saltare addosso ai reclusi, che vivono in semi-isolamento da più di un mese. Ascoltate la cronaca dettagliata delle ultime bastonate, distribuite solo ieri sotto gli occhi di tutti su http://www.autistici.org/macerie/?p=19573
 
Africa, andata e ritorno
Un paio di giorni fa, un giovane centroafricano è stato portato dentro alle gabbie di Ponte Galeria. Uno come tanti se non fosse che ne era uscito appena il giorno prima. E già, perché avendolo lì al Centro già da un certo tempo e non sapendo bene come sbarazzarsi di lui, i funzionari dell’Ufficio immigrazione di Roma hanno pensato bene di caricarlo su di un aereo diretto ad Accra, nonostante il rifiuto dell’ambasciata ghanese a Roma di mettere il timbro sui documenti della deportazione. Pensavano non se ne accorgesse nessuno? Oppure di abbandonarlo di nascosto, magari chiudendolo nel bagno dello scalo? Non lo sappiamo. Sta il fatto che appena sbarcati lui e i poliziotti italiani che lo accompagnavano sono stati cortesemente pregati di sloggiare e caricati a bordo del primo aereo diretto in Europa. E se ne sono tornati mesti a Ponte Galeria, dove nel frattempo è scoppiata una epidemia di influenza e i reclusi sono tutti abbastanza a pezzi: hanno solo la forza per lamentarsi. Della Croce Rossa, ovviamente.

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