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Notizia

L'autunno caldo dei nuovi operai dalla Lombardia alla Sardegna

Quarant'anni fa bloccavano il traffico, costruivano barricate, formavano cortei: protestavano in strada. Oggi si arrampicano sui tetti, si appendono alle gru, si incatenano ai monumenti: salgono per rendersi visibili. Il nuovo autunno caldo delle tute blu è un grido disperato per evitare che il dramma della crisi rimanga pura statistica. "Non vogliamo scendere dal lavoro", hanno scritto gli operai di una fabbrica pugliese. I punti critici sono oggi Termini Imerese, il distretto tessile di Prato, l'Eutelia e l'Alcoa. Ieri mattina i reduci dell'Alfa di Arese (uno stabilimento sull'orlo della chiusura da anni) hanno fermato gli automobilisti vicino a Varese. Nelle stesse ore in Sardegna, a Portovesme, i dipendenti dell'Alcoa hanno bloccato una centrale termoelettrica. Chi sarà costretto nei prossimi giorni a salire sul tetto per evitare di finire in mezzo alla strada?

Nei primi mesi del 2009 l'Italia ha bruciato 200 mila posti di lavoro interinale. Le ore di cassa integrazione sono esplose aumentando del 322 per cento nel confronto tra ottobre 2009 e lo stesso mese del 2008. La crisi morde chi ha il posto fisso e, ancora di più, chi era già precario ai tempi delle vacche grasse. Il peggio, per l'occupazione, deve ancora venire: "Gli ordini riprendono ma la mazzata non è ancora arrivata in fondo alla catena della produzione", spiegano sindacalisti e industriali.

Massimo Merlo, 54 anni, è stato uno dei primi cinque a salire in Italia. In fondo il nuovo autunno caldo è cominciato con il suo gesto, sulla piattaforma della gru della Innse a Milano. Con l'Italia che seguiva le trattative sotto gli ombrelloni di agosto e un gruppo di tute blu sospese nel vuoto che difendevano i macchinari della loro fabbrica in vendita: "Quel che mi fa più arrabbiare è quando voi dei giornali scrivete che lo abbiamo fatto per disperazione. Noi lo abbiamo fatto per calcolo. Sapevamo perfettamente che avremo potuto vincere se avessero bloccato il trasferimento delle macchine. E così è stato". Oggi Merlo è chiamato spesso a fare la scuola guida agli operai di altre fabbriche in difficoltà: "Ma io dico sempre: non basta salire sul tetto per essere sicuri di aver vinto. Dipende dai casi. La regola principale è: mai salire senza aver deciso bene a quali condizioni scenderai".

Per Massimo e i suoi compagni di lavoro la lotta ha pagato. Dal 12 ottobre il gruppo Camozzi ha acquistato gli impianti e ha assunto tutti i 41 operai ex Innse. A Termini Imerese e ad Arese, i due stabilimenti del gruppo Fiat che stanno per chiudere la produzione, le possibilità di farcela sembrano scarse. "Siamo in una situazione difficile - spiega Maurizio Calà, segretario della Cgil di Palermo - e quel che è peggio è che ancora una volta il Sud è l'anello debole della catena. Non parlo solo della Fiat. La Fincantieri è nella stessa situazione. L'auto e le costruzioni navali, due delle principali attività industriali della nostra area, potrebbero mettere in cassa migliaia di persone". Con effetti a catena: "Per molto giorni - spiega Calà - davanti alla Prefettura di Palermo abbiamo avuto il presidio dei vigilantes privati. Come i dipendenti delle aziende di pulizia, sono i primi a sentire la crisi. Se un'azienda va male risparmia su quelle voci".

A Termini Imerese i dipendenti hanno occupato il Municipio per ottenere un incontro sul futuro del loro stabilimento. Ma anche a Nord le prospettive non sono tranquillizzanti. Ad Arese i dipendenti Fiat rimasti sono un migliaio. Alla fine del Novecento erano 20.000. Corrado Delle Donne, storico leader dei Cobas dell'Alfa Romeo, è uno di coloro che ieri mattina ha tenuto "l'assemblea della fabbrica sull'autostrada". Spiega che i reduci del marchio del Biscione non si rassegnano: "Vogliono trasferirci a Torino perché l'area della fabbrica serve per l'Expo del 2015". Oggi andranno a presidiare la sede della Provincia di Milano.

Susanna Camusso, segretaria nazionale della Cgil, negli anni Ottanta è stata responsabile della Fiom proprio ad Arese. In corso d'Italia si occupa delle crisi più acute. In questo novembre 2009 si chiamano Fiat, Alcoa, Eutelia. Ieri i dipendenti Alcoa di Portovesme
hanno bloccato i cancelli della centrale Enel: "Una situazione che ci è sfuggita di mano", ammettevano nel pomeriggio i sindacalisti sardi. Ma un sindacato può controllare, e come, le nuove forme di protesta?: "Da quando in Europa si è diffusa la pratica di sequestrare i dirigenti, questa è la domanda che mi è stata rivolta più spesso", dice ironica Camusso. Che aggiunge subito: "Come si vede, in Italia non è capitato". Capita invece che le forme di lotta siano molto diverse da quelle dell'autunno caldo del '69: "Certo. Per diversi motivi. Il principale è che questa volta si protesta per resistere. Perché sappiamo tutti che un posto di lavoro distrutto oggi non si recupererà quando la crisi sarà superata. Bisogna sopravvivere nella bufera per poter vivere dopo". Ma c'è un secondo motivo: "La maggior parte degli operai oggi lavora fuori dalla grande industria. Quando i cortei di fabbriche con decine di migliaia di operai uscivano in strada non c'era bisogno di altro perché se ne parlasse. Se chi lavora in un'azienda con 40 dipendenti non sale sul tetto, non se ne accorge nessuno".

I nuovi operai che saliranno sui tetti rischiano di essere parecchi. Nella sua ultima analisi congiunturale il Centro studi di Confidustria avverte che "è certamente positiva l'azione della cassa integrazione nel salvaguardare i posti di lavoro, ma se la contrazione dell'attività si rivelerà duratura, tale strumento potrebbe non essere più adeguato". Nel terzo trimestre del 2009 la cassa ha salvato 240 mila posti di lavoro. I calcoli della Cgil dicono che nei primi dieci mesi dell'anno la cassa ordinaria e straordinaria ha coinvolto quasi un milione di operai e impiegati. Ma nel 2010 la copertura degli ammortizzatori sociali potrebbe finire e così, se l'andamento del 2010 fosse simile a quello dell'anno appena concluso, 450 mila lavoratori dipendenti delle aziende private dovrebbero rimane a casa un mese su due. Situazione difficile che molti prevedono possa aggravarsi ancora.

Le forme di lotta estreme a difesa del posto di lavoro potrebbero aumentare. Dice Massimo Merlo: "Non si lotta per disperazione. Quando sei disperato ha già perso". Eppure per Adriano Serafino, uno dei leader della Fim torinese durante le lotte alla Fiat dei primi anni Settanta, a differenza di quarant'anni fa proprio quello della disperazione rischia di essere un tratto distintivo del nuovo autunno caldo: "Purtroppo sarà caldo perché i lavoratori hanno la febbre, la grande paura di perdere il posto. Nel 1969 si lottava per migliorare, perché erano arrivati ragazzi giovani nelle grandi fabbriche, perché era andata in linea la generazione della scuola media dell'obbligo. Si facevano i cortei per ottenere nuovi diritti, non per sopravvivere".

Aggressione fascista a Piacenza, Folletti accusato di tentato omicidio

Cantando "bandiera rossa" e mostrando una svastica Manuel Folletti ha colpito al collo un giovane e sfregiato al volto un altro: entrambe le vittime sono simpatizzanti di rifondazione comunista

Ha accoltellato due giovani del Prc nella notte fra sabato e domenica alla cooperativa dell’Infrangibile, storico ritrovo della sinistra a Piacenza. Manuel Foletti, neo fascista noto in città ora è accusato di tentato omicidio: ha colpito al collo un ragazzo e ferito con sfregio permanente al volto radicale l’altro ragazzo di Rifondazione comunista.

Secondo quanto ricostruito, in compagnia di altri due giovani, Folletti è entrato nel locale cantando “Bandiera rossa”, ma agitandone una con la svastica. La rissa si è poi spostata in strada.

Il Pm Ornella Chicca ha chiesto un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per l’accusato.

Fs: ancora un ferroviere morto sul lavoro

I macchinisti,"basta sangue sui binari"

La notizia la diffonde, come spesso è accaduto negli ultimi mesi, la rivista dei ferrovieri “ancora In Marcia!”, da sempre in prima linea nella battaglia per la sicurezza di lavoratori e viaggiatori . “La notte scorsa è morto, a seguito delle gravissime ferite riportate e dopo un mese di agonia, il nostro compagno di lavoro, Bruno Pasqualucci, operaio RFI addetto alla manutenzione dei binari nel compartimento di Roma. ...

La tragedia - proseguono dalla redazione - è avvenuta il 23 ottobre nella stazione di Maccarese (Rm), sulla linea Roma Civitavecchia ma la notizia non era trapelata. Bruno, 63 anni, ad un passo dalla pensione, è rimasto vittima di una caduta dal carrello lavori in movimento che lo avrebbe schiacciato contro il marciapiede. La sua agonia si è protratta per un mese, durante il quale ha subito numerosi interventi chirurgici. Solo pochi giorni or sono, il 6 novembre scorso – ricordano i ferrovieri – un altro giovane operaio, a Firenze Rifredi, Domenico Ricco, di 27 anni, ha perso la vita mentre lavorava alla manutenzione di binari. Gli infortuni mortali nelle Fs ed in particolare dentro Rfi devono richiamare l’attenzione di tutti i lavoratori e di tutte le Istituzioni alle procedure adottate, all’organizzazione del lavoro, all’adeguatezza dei mezzi, dei tempi e del numero di persone assegnate per ciascuna lavorazione al fine di evitare altre tragedie analoghe: basta sangue sui binari. Nel silenzio aziendale la nostra rivista si trova ad aver assunto, oltre al tradizionale ruolo di strumento di informazione, cultura, tecnica e politico sindacale, anche il ruolo di unico canale d’informazione per l’opinione pubblica di quanto accade all’interno dell’universo ferroviario. L’azienda, Ferrovie (ancora) dello Stato – sottolineano i macchinisti - l’Ansf, il ministero dei trasporti, le Asl, la Magistratura e i sindacati sono chiamati tutti a dare risposte concrete e non di circostanza a queste tragedie per ricercarne le reali cause ed evitarne altre. A noi lavoratori – conclude la nota - il compito di organizzarci e lottare per difendere la nostra salute e la nostra dignità: perché nessuno lo farà al nostro posto”.

23 Novembre 2009

DirittiDistorti

fonte: www.dirittidistorti.it

Senigallia - Ancora una volta nessuna agibilità alla Lega

Fuori i Corcifissi dai luoghi pubblici

Ancora una volta la Lega Nord e il suo tentativo di radicarsi in città è stato bloccato.

Sabato 21 novembre - mentre il Coordinamento Difesa Scuola Pubblica raccoglieva le firme per la messa in sicurezza delle aule scolastiche - un improvvisato banchetto dei leghisti che, invece, voleva raccogliere le firme per il crocefisso nelle scuole, ha trovato la pronta risposta di una sessantina di studenti e migranti che con i loro corpi hanno contestato e oscurato il banchetto dei “padani de noatri”.

Nessuna tregua verso chi specula su paure e insicurezze. Senigallia non è Padania.

Non basteranno i vigilantes a fermare o a isolare la rabbia dei lavoratori di Marghera.

Alcuni lavoratori mi hanno segnalato che da ieri alla Porta 9 del Petrolchimico di Marghera sono comparsi i vigilantes che impediscono ai giornalisti ed ai lavoratori di altre aziende che vogliono esprimere solidarietà di entrare nell’area industriale.

Evidentemente nei piani alti della dirigenza c’è preoccupazione per la rabbia e la disperazione che stanno montando a Marghera e cercano di isolare i lavoratori in lotta ed oscurarli nell’informazione.
Sappiano che così facendo possono solo aumentare l’indignazione e l’esasperazione.

Sta crescendo invece una mobilitazione che nasce dalla consapevolezza diffusa tra i lavoratori e nella società veneziana nel suo complesso di essere di fronte ad una crisi senza paragoni con disoccupazione di massa ed un impoverimento generale in ampi strati della popolazione.

E vi sono responsabilità precise nelle istituzioni locali e nazionali, nella Confindustria veneziana e in una politica locale che ha giocato allo sfascio che non possono più essere taciute.
Per questo non basteranno i vigilantes per fermare ed isolare la rabbia e per nascondere le responsabilità.

Nicola Atalmi
Consigliere regionale Pdci – Federazione della Sinistra Veneta

fonte: atalmin@consiglioveneto.it

CI VOGLIONO TOGLIERE PURE LA PAUSA PRANZO

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RAGAZZI O INCOMINCIAMO A FARE SUL SERIO PURE NOI O QUI SI TORNA AL MEDIOEVO...

Rotondi: «Pausa pranzo, danno per tutti»
Il ministro per l'Attuazione del programma di governo: «Non mi piace questa ritualità che blocca tutta l'Italia»

MILANO - «La pausa pranzo è un danno per il lavoro, ma anche per l'armonia della giornata. Non mi è mai piaciuta questa ritualità che blocca tutta l'Italia». A sostenerlo è Gianfranco Rotondi, ministro per l'attuazione del programma di governo. Certo, aggiunge nel corso di un'intervista al programma web «KlausCondicio», «non possiamo imporre ai lavoratori quando mangiare, ma ho scoperto che le ore più produttive sono proprio quelle in cui ci si accinge a pranzare. Chiunque svolga un'attività in modo autonomo, abolirebbe la pausa pranzo». Quella del ministro non è però una dichiarazione di intenti da tradurre in legge. Ed è lui stesso a precisarlo: «Non ho fatto alcuna proposta di abolire la pausa pranzo, ho solo detto che io l'ho abolita da vent'anni e lo stesso consiglio alla Camera dei deputati, perchè quella è l'ora in cui si lavora meglio». Ma l'opinione del ministro non sembra essere in linea con quella dei lavoratori italiani: un'indagine pubblicata a fine ottobre metteva in evidenza come gli italiani (la ricerca aveva preso però in considerazione 4.500 lavoratori di sei Paesi europei) stiano in realtà riscoprendo il piacere di pranzare con calma, tenendosi sempre più alla larga da fast food e panini mangiati in piedi.

LA RICERCA -«Si capisce che i lavoratori devono avere le loro pause e devono mangiare - ha poi aggiunto Rotondi -, magari sarebbe utile che ognuno si gestisse questa pausa come crede, ma è chiaro che è impossibile. Casomai sarebbe meglio distribuirla in modo diverso, come avviene negli altri Paesi». Rotondi analizza i dati di una ricerca internazionale sul tema da cui emerge che l'Italia rappresenta un caso isolato. «In Germania, ad esempio - fa notare Rotondi - , per incentivare la produttività la pausa pranzo in alcuni posti di lavoro dura mezz'ora, mentre si estende a 45 minuti per chi lavora oltre le 9 ore. Tuttavia, secondo un recente sondaggio, un quarto dei tedeschi trascorre la propria pausa pranzo lavorando. Anche in Inghilterra molti dipendenti vi rinunciano o la riducono, sia nei minuti che nel numero di pause nel corso dell'intera settimana. Negli ultimi due anni, infatti, si è scesi da una media di 3,5 pause a settimana del 2006 a 3,3 nel 2008. Addirittura meno di 3 per le donne. In Francia lo statuto dei lavoratori riconosce 20 minuti ogni 6 ore, mentre in America la pausa pranzo non è proprio prevista dalla legge federale ed è regolamentata autonomamente dai singoli Stati, mentre in Canada e Svezia si pranza davanti alla scrivania».

«CHIUDIAMO LA BUVETTE» - E la buvette dei parlamentari? «Chiudiamo la buvette. Costa troppo e fa ingrassare i parlamentari». Anche su questo il ministro appare convinto: «Credo che la buvette vada chiusa: costa troppo e sarebbe interessante capire perchè gravi in modo così pesante sul bilancio della Camera - sottolinea Rotondi -. Si parla di 5 milioni di euro. Demagogia a parte, penso che non sia economico e che se ne potrebbe fare a meno. I parlamentari mangiano troppo, ingrassano e questo non è sano. Non è una questione brunettiana, ma di condizione fisica, visto che ne guadagnerebbero in salute. Lo consiglio a tutti».

23 novembre 2009

Roche: chiudere la mobilità prima di fare straordinari il sabato

MILANO, 23 novembre 2009. Venti di guerra allo stabilimento di Segrate, in ballo la richiesta dell’azienda di lavoro straordinario con la mobilità aperta, anche a coloro i quali sono stati recentemente lasciati a casa.
Domani sciopero per il 1° turno dalle 12.30 alle 14.00, per il 2° dalle 14.00 alle 15.30, per i giornalieri dalle 14.00 alle 15.30 e per il turno notturno dalle ore 4.30 alle 6.00, con presidio e corteo che partirà dalle ore 14.00 dallo stesso stabilimento di via Carnevale (via Di Vittorio).
Un conflitto giocato anche sul diritto al cosiddetto “cambio tuta” (il tempo occorrente per indossare gli abiti professionali obbligatori, regolato dall'azienda), ancora oggi escluso dall’orario di lavoro e sottratto al tempo personale dei lavoratori, per una frattura che inizia nel novembre 2008 quando Roche Italia ha licenziato 82 lavoratori, di cui oltre a 40 lavoratori con contratti atipici.
L'Allca-CUB aveva proposto strumenti di solidarietà collettiva per impedire i licenziamenti come i contratti di solidarietà e la cassa integrazione a rotazione a zero ore, e investendo in formazione professionale per riqualificare i lavoratori.
Diversamente, grazie alle altre rappresentanze sindacali, è seguito un accordo che ha accolto una riduzione del numero dei licenziati, da 82 a 65, attraverso uno “spontaneo incentivo all'esodo“, ridotto a un mero auto-licenziamento del lavoratore, accompagnata da una mobilità “chirurgica”, mirata alla pulizia dei “soggetti indesiderati”, una minaccia ancora aperta fino al 31 dicembre 2010.
Mentre l’azienda farmaceutica enuncia i suoi nuovi “valori”, quali coraggio, integrità, passione, con tanto di Mega-evento a fine anno, registra una crescita per quanto riguarda fatturati, utili e dividendi nonostante la crisi internazionale.
Per tacere dei tagli fin qui operati, gravati in gran parte sui profili operai, ridotti di un terzo, il cui costo del lavoro è di circa il 5% dei compensi annui, mentre per i dirigenti è del 40%.

Senza stipendio i lavoratori Omnia colpiscono ancora

autore: 
Alex Miozzi

MILANO, 23 novembre 2009. Se manca lo stipendio la protesta ricomincia, con i lavoratori dell’OMNIA che circondano “amichevolmente” il capo del personale all’interno della sede di via Breda a Milano.
La questione è sempre quella del pagamento dei loro stipendi, fermi al 27 ottobre scorso (quindi quasi due mensilità) e anche per avere certezze circa la tenuta occupazionale, all’oggi ancora al buio.
Proprio oggi, davanti all’incertezza circa la data di ricevimento dello stipendio, e con un consiglio di amministrazione parzialmente auto-dimessosi, grazie anche a una situazione prossima al dissesto, i lavoratori esasperati hanno aperto un dialogo di questo tipo con i rappresentanti della proprietà.
Per la cronaca, ancora una volta OMNIA, a dispetto degli impegni presi già nel maggio scorso, non è riuscita a garantire la continuità retributiva ai propri dipendenti.

[CITTASTUDI]presidio al cda del politecnico contro la chiusura della mensa

autore: 
collettivo cittastudi
image1: 
vol comitato mensa.jpg

Gli studenti di cittastudi ed i lavoratori della mensa di via Golgi riuniti nel comitato "Giù le mani dalla mensa" invitano tutti al presidio in piazza Leonardo alle 13:00 per protestare contro la chiusura della mensa universitaria decisa dal politecnico di Milano.
Difendiamo il diritto allo studio ed il posto di lavoro.

Adesso il Giornale da dei B.R. agli studenti

autore: 
PolPet

Il sindacato: "Assalti a Cl? Metodo da prime Br era un dovere mobilitarci"

Non c’è scusa che tenga. Non c’è credenza ideologica o politica che possa giustificare l’assenza di una presa di posizione e il silenzio di questi giorni. Perché episodi come quelli accaduti ai ragazzi di Comunione e liberazione all’interno della Statale richiedono una solidarietà civile e umana che è ben al di sopra delle parti. Dopo l’intervento del ministro all’Istruzione Mariastella Gelmini, che ieri da queste pagine aveva invitato il rettore dell’Università degli Studi a render conto delle aggressioni nel suo ateneo, ora scendono in campo anche i sindacati. Lo fa la Uil Lombardia per prima attraverso il proprio segretario generale Walter Galbusera. «Anche chi è lontano per formazione politica, ha il dovere di schierarsi e muoversi e di creare quella mobilitazione e quell’allarme che finora sono mancati». Nelle forze sociali, come l’Anpi e nelle stesse associazioni corporative. «Non ci abbiamo pensato e arriviamo con un po’ di ritardo su questa faccenda», ammette Galbusera che, nonostante il momento difficile per i rapporti con le altre sigle, si augura lo stesso di riuscire a creare le condizioni per prendere una posizione comune e condivisa su quanto accaduto.
La vicenda ormai è nota: i ragazzi della cartolibreria Cusl sono stati prima aggrediti dai centri sociali e poi costretti a barricarsi nel loro locale, sotto la minaccia dell’estrema sinistra. Infine, la pubblica gogna ovvero la lista con i nomi dei titolari della libreria scritto sulle pareti della facoltà, colpevoli di aver denunciato cinque anarchici che avevano rubato 800 fotocopie. «Sì, l’elenco con le persone da colpire... Ora - continua Galbusera -, non abbiamo le fette di salame sugli occhi: questo significa che il ripetersi di comportamenti simili può riaprire una strada che abbiamo già visto in passato». E questo vale per quello che è successo in Statale ma anche per altri fatti. «Qui stiamo parlando di un gruppo stretto di persone con eccesso di militanza. La vicenda, i nomi, il comportamento: è il metodo delle prime Br. All’inizio non è stato ucciso nessuno, venivano soltanto picchiati». Il problema rimane ed è grave. Il problema, ribadisce ancora una volta il segretario della Uil Lombardia, è che questi atti devono essere repressi immediatamente per evitare poi di domandarsi il perché di una possibile degenerazione. «Sinceramente non capisco cosa intende fare l’università. Se lo stesso episodio fosse accaduto nei confronti di alcune realtà, la mobilitazione sarebbe stata immediata e forte. E giustamente. Perché fatti del genere non devono avere colore politico. Ma la reazione deve essere coerente». Come a dire: se l’indignazione si sveglia solo se ad essere colpita è la sinistra, allora non va bene. Allora sì che si commette un grave errore. «Su questo, le forze politiche, la magistratura e l’Università in primo luogo dovevano muoversi. Un tempo quando si voleva colpire in modo profondo, si distruggevano i libri, si abbattevano le statue...Insomma, quest’aggressione è avvenuta in un luogo simbolico come l’Università, la casa della cultura».
Si chiami pure latitanza, ritardo oppure indifferenza. Da parte delle istituzioni così come di alcuni organi di stampa. La sostanza, secondo Galbusera, non cambia di molto. «Chi tace si assume la responsabilità di non difendere la libertà politica. Quello che è grave è che non ci sia una reazione analoga dei democratici. Quello che colpisce è il ritardo con cui affrontiamo questa vicenda, ed è questo l’allarme». Anche il silenzio da parte cattolica non è un bel segnale, aggiunge il segretario. Avrebbero potuto farsi sentire attraverso le Acli, la Caritas o la Cisl. «Nessuno può condividere l’indifferenza. Ripeto: la logica della solidarietà in questi casi va al di sopra delle parti».

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