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internazionale

Non basteranno i vigilantes a fermare o a isolare la rabbia dei lavoratori di Marghera.

Alcuni lavoratori mi hanno segnalato che da ieri alla Porta 9 del Petrolchimico di Marghera sono comparsi i vigilantes che impediscono ai giornalisti ed ai lavoratori di altre aziende che vogliono esprimere solidarietà di entrare nell’area industriale.

Evidentemente nei piani alti della dirigenza c’è preoccupazione per la rabbia e la disperazione che stanno montando a Marghera e cercano di isolare i lavoratori in lotta ed oscurarli nell’informazione.
Sappiano che così facendo possono solo aumentare l’indignazione e l’esasperazione.

Sta crescendo invece una mobilitazione che nasce dalla consapevolezza diffusa tra i lavoratori e nella società veneziana nel suo complesso di essere di fronte ad una crisi senza paragoni con disoccupazione di massa ed un impoverimento generale in ampi strati della popolazione.

E vi sono responsabilità precise nelle istituzioni locali e nazionali, nella Confindustria veneziana e in una politica locale che ha giocato allo sfascio che non possono più essere taciute.
Per questo non basteranno i vigilantes per fermare ed isolare la rabbia e per nascondere le responsabilità.

Nicola Atalmi
Consigliere regionale Pdci – Federazione della Sinistra Veneta

fonte: atalmin@consiglioveneto.it

Agenda rossa: tutte le verita' occultate

di Federico Elmetti - 23 novembre 2009
Il 17 febbraio 2009 la VI Sezione Penale della Cassazione, presieduta dal dott. Giovanni de Roberto, respinge il ricorso presentato dalla Procura di Caltanissetta contro la decisione del giudice per le indagini preliminari (gup), il dott. Paolo Scotto di Luzio, che aveva stabilito il 'non luogo a procedere' nei confronti del colonnello dei Carabinieri Giovanni Arcangioli, accusato di aver sottratto, il 19 luglio 1992...
...in via D'Amelio a Palermo, l'agenda rossa del magistrato Paolo Borsellino dalla sua borsa di pelle marrone, con tutta una serie di aggravanti tra cui quella di aver favorito Cosa Nostra.
Il 18 marzo 2009 venivano depositate le motivazioni della sentenza della Cassazione, che accoglieva in toto le ragioni del giudice Scotto e poneva così un macigno inamovibile sulle speranze di fare luce su uno degli episodi più inquietanti della storia della repubblica.

La vicenda era iniziata quattro anni prima, il 27 gennaio 2005, quando una fonte riservata aveva segnalato presso lo studio di un fotografo di Palermo l'esistenza di una foto che ritraeva una persona in borghese aggirarsi in via D'Amelio, negli istanti successivi all'esplosione, con una borsa in mano. Una copia della foto viene consegnata agli inquirenti dal fotografo stesso, Paolo Francesco Lannino, il 17 febbraio 2005. La persona ritratta nella foto viene subito individuata nella persona di Giovanni Arcangioli, che viene ascoltato per la prima volta il 5 maggio 2005 dando il via a quattro anni di indagini ed interrogatori, conclusisi nel nulla con il verdetto della Cassazione del febbraio 2009.

E' utile notare come proprio ora, nel momento esatto in cui lo scontro sulla riforma della giustizia è incandescente e le indagini sulle stragi del '92 e sulla presunta trattativa tra stato e mafia stanno entrando nel vivo (portate avanti da ben quattro procure della Repubblica), siano apparse in rete alcune note APCOM che rilanciavano la notizia della decisione della Cassazione, balzata dunque agli onori della cronaca con ben nove mesi di ritardo.

La notizia è di quelle forti: nella borsa del magistrato ucciso, l'agenda rossa non c'era.

Questo è quanto dice la Cassazione, ricalcando le motivazioni presentate dal giudice Scotto per stabilire il proscioglimento di Arcangioli. Motivazioni presentate addirittura il 29 aprile 2008, ovvero un anno e mezzo fa. Oggi, a sorpresa, questa notizia viene riproposta e spacciata come una primizia, come una verità processuale finalmente accertata, che spegnerebbe sul nascere ogni tipo di teoria complottista, tanto cara ai 'professionisti dell'antimafia'. E' forse un modo subdolo per tentare di delegittimare la procura di Caltanissetta, che voleva rinviare a giudizio Arcangioli e che è stata bastonata dalla Cassazione? La stessa procura di Caltanissetta che oggi ha in mano indagini delicatissime sui mandanti occulti? Il sospetto è forte.

E siccome le sentenze della Cassazione non si possono appellare, ma analizzare e criticare ovviamente sì, vogliamo qui mettere in evidenza tutte quelle incongruenze e quelle deduzioni, alcune volte palesemente superficiali, alcune volte (a nostro giudizio) addirittura surreali, che stanno alla base della decisione del giudice Paolo Scotto di Luzio e a cui la VI Sezione Penale della Cassazione, in un paio di paginette, ha dato ragione, senza sollevare alcuna ombra di dubbio.

Ai lettori il giudizio finale sulla ragionevolezza delle nostre osservazioni. In coda al tutto, si potranno trovare i link ai documenti ufficiali.

Cominciamo.

Innanzitutto è necessario sottolineare i casi in cui un gup ha la facoltà di decidere il 'non luogo a procedere'. L'art. 425 del Codice di Procedura Penale al comma 3 stabilisce che uno di questi casi è “anche quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l'accusa in giudizio”. Tradotto: se il pm non ha un briciolo di prova per far condannare l'imputato. La norma serve ovviamente ad evitare che si celebrino processi inutili, destinati a sicura assoluzione, con conseguente sperpero di tempo e denaro. Secondo il giudice Scotto, questo sarebbe stato proprio il caso di un eventuale processo a carico dell'allora capitano del Ros dei Carabinieri Giovanni Arcangioli. Tra le motivazioni di Scotto si legge infatti: “Sussistono nel caso una serie di elementi che si pongono tra loro in contraddizione insuperabile e tale da far ritenere che il vaglio dibattimentale delle medesime fonti di prova, ascoltate ripetutamente in fase di indagine, più di un decennio dopo lo svolgimento dei fatti e destinate ad ulteriore logorio per il tempo trascorso, non consenta di sostenere adeguatamente l'accusa in giudizio”. Tradotto: le indagini preliminari hanno già detto tutto quello che c'era da dire e un eventuale processo non potrebbe in alcun modo far luce su una vicenda troppo oscura e contraddittoria. Meglio non provarci nemmeno, a far luce. Meglio chiudere tutto in partenza.

Dopo aver presentato tali motivazioni, Scotto passa alla dimostrazione delle stesse.

I FILMATI

Parte dall'analisi di due filmati, quelli che ritraggono per pochi secondi il capitano Arcangioli camminare in via D'Amelio con una borsa di pelle marrone nella mano sinistra, una pettorina azzurra su cui si staglia uno stemma dorato dell'Arma, un marsupio nero attorno alla vita. Sono due frammenti. Il primo inquadra Arcangioli con una borsa in mano, a circa 25 metri dall'esplosione, mentre cammina verso l'uscita di Via D'Amelio. Il secondo lo inquadra a circa 60-70 metri dall'esplosione, sempre con la borsa in mano, in prossimità di via Autonomia Siciliana. L'ipotesi accusatoria è quella che Arcangioli si sia allontanato con la borsa per qualche tempo, si sia appartato per estrarre l'agenda rossa e consegnarla a ignoti o trattenerla per sé, abbia poi riposto la borsa nella macchina del magistrato ucciso, dove sarebbe stata poi raccolta dall'ispettore di polizia Francesco Paolo Maggi.

Scotto cita una nota della Dia del 7 settembre 2007 dove si dice che “non è neanche possibile stabilire il tempo reale trascorso tra le immagini che inquadrano il capitano Arcangioli con la borsa in mano e quelle che lo ritraggono senza”. Questa osservazione nulla toglie all'ipotesi accusatoria descritta sopra. E' chiaro che non sia facile stabilire esattamente il tempo trascorso tra generiche immagini in cui Arcangioli appare con la borsa in mano e altre immagini in cui Arcangioli ne appare privo. Al massimo è possibile stabilirne una successione cronologica in base ad elementi esterni oggettivi (inclinazione della luce del sole, quantità di fumo presente, ecc.). Ma non è questo il punto e niente ha a che fare con i due filmati in questione. Tanto che Scotto deve prendere atto invece che la nota informativa del 27 novembre 2007 sostiene che i due filmati in esame si possano mettere in successione cronologica. Cioè Arcangioli è partito con la borsa in mano dal luogo dell'esplosione ed è arrivato fino in fondo a via D'Amelio, all'incrocio con via Autonomia Siciliana, sempre tenendo la borsa in mano.

Per il giudice Scotto tutto questo non ha alcuna valenza: “Nulla consente autonomamente di inferire circa la condotta che gli viene ascritta e in particolare di stabilire che la borsa contenesse l'agenda che poi sarebbe stata fatta sparire. (…) Quelle immagini non danno contezza di quanto tempo l'imputato avrebbe trattenuto la borsa, né da sole consentono di sostenere che questi si sia allontanato, non visto, per manipolarne il contenuto. Va inoltre rilevato che nemmeno è possibile sostenere che la borsa contenesse sicuramente l'agenda in questione”. Certo, verrebbe da osservare ironicamente, se ci fosse un filmato in cui si vede Arcangioli che apre la borsa e occulta l'agenda rossa saremmo tutti più felici e non ci sarebbe bisogno nemmeno di discutere se fare un processo o meno. Addirittura, se le telecamere fossero state a raggi X, avremmo potuto vedere direttamente se davvero dentro quella borsa c'era l'agenda rossa o meno. Peccato che, di solito, la colpevolezza di un imputato non sia così facile da dimostrare, anche a fronte di prove schiaccianti. E' chiaro che un dibattimento serve proprio per ottenere informazioni che possano corroborare o smentire quello che appare come una forte prova indiziaria. E cosa c'è di più forte di un filmato che mostra Arcangioli allontanarsi a 70 metri dal luogo dell'esplosione con la borsa in mano?

Scotto non fa un piega: “La direzione percorsa – verso Via Autonomia Siciliana – non è tale da far stabilire che l'imputato abbia sicuramente percorso tutta la Via D'Amelio, al fine precipuo di controllare il contenuto della borsa, non visto, e di celare l'agenda”. Certo, ma il sospetto è forte e oggettivamente fondato. Che senso aveva allontanarsi così tanto dal luogo dell'esplosione con la borsa in mano? Per farle prendere aria? E' un comportamento assolutamente normale o suscita qualche sospetto? O bisogna credere che Arcangioli facesse così con tutti gli oggetti che si trovava sotto mano? Li prendeva e li accatastava in via Autonomia Siciliana? Un copertone fumante qua, un pezzo di carrozzeria accartocciata là, una borsa... Avanti e indietro da Via D'Amelio senza uno scopo preciso? Dove stava portando quella borsa? E a chi? Cose evidentemente non degne di essere approfondite.

MA QUANTE BORSE AVEVA IL GIUDICE?

Il giudice Scotto introduce poi quella che secondo lui sarebbe la testimonianza più attendibile per la ricostruzione dell'accaduto: un verbale dell'ispettore di Polizia Francesco Paolo Maggi risalente al 21 dicembre 1992. Dice Scotto: “Gli unici dati certi circa una borsa appartenuta al magistrato ucciso sono costituiti dal verbale in cui si dà conto che veniva repertata, come priva di ogni rilievo investigativo, alla Procura della Repubblica di Caltanissetta il 5 novembre 1992”. La frase del giudice è a dir poco infelice. Che infatti questi siano “gli unici dati certi” sulla borsa del giudice fa quanto meno sorridere, se si pensa che Scotto sembra ignorare completamente che la borsa non fu in realtà “repertata” il 5 novembre 1992, cioè quattro mesi dopo, ma venne portata in Questura addirittura il giorno successivo, come dimostra la copia della ricevuta. Ma, a parte questo piccolo particolare, c'è un dettaglio da non trascurare nella frase del giudice: il fatto che parli di una borsa e non della borsa del giudice. Cioè, sta introducendo la tesi che poi riprenderà in seguito: la possibile esistenza di più borse tra loro identiche (almeno un paio). Sembra una idea surreale, visto che cozza contro ogni evidenza dei fatti e soprattutto contro le dichiarazioni degli stessi famigliari del giudice ucciso, ma Scotto vedremo che la insinuerà (senza mai sostenerla esplicitamente) con una certa frequenza e insistenza.

Scotto riporta un passo saliente del verbale di Maggi, secondo cui lui stesso “si avvicinava all'auto del magistrato dove un vigile del fuoco stava spegnendo detta auto e lo stesso dal sedile posteriore del mezzo in questione prelevava un borsa in pelle di colore marrone, parzialmente bruciata, il quale dopo avergli gettato dell'acqua per spegnerla, la consegnava al sottoscritto. Immediatamente informava il dr. Fassari della presenza della suddetta borsa, il quale riferiva di trasportarla presso l'ufficio del dirigente di qs. Squadra Mobile”. Scotto cita anche il fatto che, in un verbale successivo del 13 ottobre 2005, Maggi dichiara di essere intervenuto “quasi in contemporanea” ai primi mezzi dei vigili del fuoco (il primo intervento dei vigili del fuoco è delle 17:03). A corroborare la sua ipotesi, Maggi dichiara di aver visto il superstite Antonio Vullo non ancora soccorso, di essersi addentrato nella via D'Amelio, di aver notato la borsa nell'auto, di aver chiesto l'intervento di un vigile del fuoco e di aver prelevato la borsa, che ricorda essere stata “gonfia, quindi piena e pesante”.

Peccato che questa, che dovrebbe essere la prova regina secondo il giudice Scotto, cioè il fatto che Maggi fu il primo in assoluto ad entrare in possesso della borsa del giudice, è una ricostruzione palesemente falsa, che non ha alcun riscontro con tutte le altre dichiarazioni di tutti gli altri testi e soprattutto che stravolge (si spera in modo non voluto) le correzioni successive apportate dallo stesso Maggi. Maggi infatti ha poi precisato di essere sì arrivato in via D'Amelio “quasi in contemporanea con i vigili del fuoco”, ma non di non aver subito esaminato l'auto del giudice. La verità è che Maggi, per sua stessa ammissione, prima di arrivare sul luogo andò a prendere il dr. Fassari a casa sua, poi, una volta in Via D'Amelio, si attivò per soccorrere una bambina e infine fece più volte avanti e indietro in via D'Amelio aspettando che i vigili del fuoco spegnessero gli incendi. Solo allora si avvicinò alla vettura del giudice ed estrasse la borsa. E' chiaro dunque che non è possibile stabilire, come fa il giudice Scotto, che Maggi sia stato il primo a prendere nelle mani la borsa. C'era infatti tutto il tempo, per altri soggetti, di mettere mano alla stessa.

E che sia una tesi che fa a pugni con la realtà è subito dimostrato. Se veramente bisogna credere che Maggi fu il primo a prendere la borsa e ad affidarla a Fassari che la portava immediatamente in questura senza ulteriori passaggi di mano, significa che la borsa che ha in mano Arcangioli, ritratto in foto, è un'altra! Scotto sta dunque veramente asserendo che esisterebbero due distinte borse del giudice Borsellino: una prelevata da Maggi e portata immediatamente in questura, l'altra che, sbucata da non si sa bene dove, compare nelle mani di Arcangioli qualche minuto più tardi. Una tesi quanto mai bizzarra, che è subito demolita da una più realistica ricostruzione dei fatti. Si vedrà infatti che, anche tralasciando tutte le possibili incongruenze delle dichiarazioni dei vari testi, una delle poche cose incontrovertibili della vicenda è che fu Ayala il primo ad intervenire sul luogo dell'attentato e ad occuparsi immediatamente della borsa. Il quadro è confermato dalle dichiarazioni del suo agente di scorta, dal giornalista Felice Cavallaro e persino in qualche modo da Arcangioli stesso. Il giudice Scotto sottolinea il fatto che Maggi dichiarò che la borsa era “piena e pesante”, come a insinuare che dentro ci potesse ancora essere l'agenda rossa e che quindi, nel caso, sicuramente non fu Arcangioli a farla sparire. Peccato che la borsa era pesante, non certo per la presenza dell'agenda, ma perché era impregnata di acqua, gettata da un vigile del fuoco per spegnere un ritorno di fiamma.

Alla luce di questi fatti, è veramente sconcertante leggere che “gli unici dati certi circa una borsa appartenuta al magistrato ucciso sono costituiti dal verbale” di Maggi. Anzi: probabilmente è vero. Il problema è la ricostruzione deformata che Scotto ne fa. Una ricostruzione che oggettivamente non sta insieme e che arriva a sfiorare il ridicolo quando ipotizza implicitamente l'esistenza di due borse identiche. Cosa che, tra l'altro, lungi dallo scagionare Arcangioli, lo metterebbe per assurdo in una posizione ancora più sospetta. Dove avrebbe preso Arcangioli la “seconda borsa” e dove la starebbe portando?

Un ulteriore aspetto che avrebbe dovuto far insospettire Scotto, è il fatto che questa relazione di servizio fu redatta solo sei mesi dopo la strage. Un tempo enorme. Ma Scotto non solo non si insospettisce: utilizza questo particolare come un punto a favore di Arcangioli. Perchè, argomenta Scotto, prendersela tanto con Arcangioli per non aver mai redatto una relazione di servizio, quando anche altri ci hanno messo sei mesi per farne una? Ma che modo di ragionare è? Da quando in qua due mancanze si annullano fra loro? E poi: Scotto è forse l'avvocato di parte di Arcangioli? Non spetta certo al gup stabilire l'innocenza dell'imputato, soprattutto quando questa è reclamata in modo così maldestro, cioè a fronte di possibili analoghi torti altrui.

I TESTIMONI

Il giudice Scotto passa a questo punto ad analizzare le varie testimonianze.

La prima versione di Ayala

L'8 aprile 1998, in tempi dunque non sospetti, cioè sette anni prima del coinvolgimento di Arcangioli, Giuseppe Ayala, che il 19 luglio 1992 era deputato della Repubblica, in un diverso processo, aveva dichiarato: “Tornai indietro verso la blindata della procura anche perché nel frattempo un carabiniere in divisa, quasi certamente un ufficiale, se mal non ricordo aveva aperto lo sportello posteriore sinistro dell'auto. Guardammo insieme in particolare verso il sedile posteriore dove notammo tra questo e il sedile anteriore una borsa di cuoio marrone scuro con tracce di bruciacchiature e tuttavia integra, l'ufficiale tirò fuori la borsa e fece il gesto di consegnarmela. Gli feci presente che non avevo alcuna veste per riceverla e lo invitai pertanto a trattenerla per poi consegnarla ai magistrati della procura di Palermo”.

In questa prima versione è dunque un ufficiale in divisa ad aprire la portiera, ad estrarre la borsa e a fare il gesto di consegnarla ad Ayala, ma lui rifiuta di prenderla in mano.

La prima versione di Ayala, riveduta

Il 2 luglio 1998, sentito al Borsellino Ter, Ayala aveva dichiarato di essere residente all'hotel Marbella, a non più di 200 metri in linea d'aria da Via D'Amelio. Sente il boato nel silenzio della domenica pomeriggio. Si affaccia, ma non vede nulla perché davanti c'era un palazzo. Per curiosità scende giù, si reca in via D'Amelio e vede “una scena da Beirut”. “Saranno passati dieci minuti, un quarto d'ora massimo”. Dice di non sapere che lì ci abitava la madre di Paolo Borsellino. Camminando comincia a vedere pezzi di cadavere. Vede due macchine blindate, una con un'antenna lunga, di quelle che hanno solo le macchine della procura di Palermo. Pensa subito a Paolo Borsellino. “Ho cercato di guardare dentro la macchina, ma c'era molto fumo nero”. Ayala afferma che proprio in quel momento stavano arrivando i pompieri. Osserva il cratere e poi torna indietro. “Sono tornato verso la macchina, era arrivato qualcuno... parlo di forze di polizia. Ora, il mio ricordo è che a un certo punto questa persona, che probabilmente io ricordo in divisa, però non giurerei che fosse un ufficiale dei carabinieri, (...) ciò che è sicuro è che questa persona aprì lo sportello posteriore sinistro della macchina di Paolo. Guardammo dentro e c'era nel sedile posteriore la borsa con le carte di Paolo, bruciacchiata, un po' fumante anche... però si capiva sostanzialmente... lui la prese e me la consegnò. (…) Io dissi: - Guardi, non ho titolo per... La tenga lei. -”

In questa versione leggermente ritoccata, non c'è più la sicurezza di un ufficiale in divisa che apre la portiera, ma permane la certezza che sia stata questa persona ad aprire la portiera e a raccogliere la borsa. Ayala, in ogni caso, nega assolutamente di aver preso in mano e aperto la borsa. “Io poi mi sono girato, sono andato di nuovo verso questo giardinetto, e lì poi ho trovato il cadavere di Paolo. (…) Io ci ho inciampato nel cadavere di Paolo, perché non era un cadavere... era senza braccia e senza gambe”.

Ayala afferma che in quel momento lo raggiunge Felice Cavallaro, che scoppia a piangere e lo abbraccia e gli dice che tutta Palermo lo crede morto: questo perché pochissimi sapevano che lì abitava la madre di Borsellino, mentre tanti sapevano che in quelle zone abitava lui. “Tutta Palermo è piena della voce che ti hanno ammazzato!”

La prima versione di Arcangioli

In un verbale di sommarie informazioni del 5 maggio 2005 Arcangioli dichiara: “Non ricordo se il dottor Ayala o il dottor Teresi, ma più probabilmente il primo dei due, (…) mi informarono del fatto che doveva esistere una agenda tenuta dal dottor Borsellino e mi chiesero di controllare se per caso all'interno della vettura vi fosse una tale agenda, eventualmente all'interno di una borsa. Se non ricordo male, aprii lo sportello posteriore sinistro e posata sul pianale, dove si poggiano di solito i piedi, rinvenni una borsa, credo di color marrone, in pelle, che prelevai e portai dove stavano in attesa il dottore Ayala e il dottore Teresi. Uno dei due predetti magistrati aprì la borsa e constatammo che non vi era all'interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. Verificato ciò, non ricordo esattamente lo svolgersi dei fatti. Per quanto posso ricordare, incaricai uno dei miei collaboratori di cui non ricordo il nome, di depositare la borsa nella macchina di servizio di uno dei magistrati”. Di quest'ultimo fatto non ha però un ricordo preciso. Ricorda invece che sul luogo della strage fosse presente anche un altro magistrato, Alberto Di Pisa.

Quando ad Arcangioli viene riferito che Maggi aveva parlato di un vigile del fuoco che aveva estratto dalla macchina una borsa bruciacchiata, Arcangioli risponde: “Di tale borsa non so dire nulla, quella che io ho prelevato, ritengo dopo l'episodio citato, non aveva tracce di bruciatura”. Citando questa frase, Scotto sembra di nuovo dare credito all'ipotesi che la borsa prelevata da Maggi sia diversa da quella prelevata da Arcangioli. Peccato che Scotto dia tanta rilevanza a questa prima testimonianza di Arcangioli, visto che risulterà essere palesemente falsa. Si scoprirà infatti che Teresi giunse in via D'Amelio solo un'ora e mezza dopo l'esplosione e non incontrò mai Ayala e che Alberto Di Pisa quel giorno in via D'Amelio proprio non c'è mai stato. Sono dichiarazioni talmente false, che lo stesso Arcangioli sarà costretto a correggere il tiro nelle sue successive deposizioni. Tutto ciò non crea su Arcangioli una nube densa di sospetti? Perché avrebbe dovuto mentire così spudoratamente? Era una tentativo di depistaggio? O di occultamento delle responsabilità?

In merito, il giudice Scotto non sembra darsi molta pena e afferma che le “originarie dichiarazioni di Ayala, rese quando non vi era alcun sospetto su Arcangioli (…) non sembra si pongano in stridente contraddizione con quelle rese dall'ufficiale dei carabinieri il 5 maggio 2005”.

Ora, io invito il lettore a rileggersi la testimonianza di Ayala e a confrontarla con quella di Arcangioli. Dire che non esiste “uno stridente contrasto” è oggettivamente un capolavoro di “arrampicata sui vetri”. Ma forse ha ragione Scotto: non c'è uno stridente contrasto, c'è un contrasto assoluto e insuperabile. Non combacia niente di niente. Ayala parla di un ufficiale in divisa, mentre Arcangioli dice che e' in borghese. Ayala dice di aver esaminato la macchina con l'ufficiale, mentre Arcangioli dice che Ayala era rimasto in un posto diverso. Ayala dice che la borsa era bruciacchiata, mentre Arcangioli dice di no. Ayala dice di aver rifiutato la borsa e di non averla mai aperta ed esaminata, mentre Arcangioli dice che addirittura la aprirono e la esaminarono insieme. E' chiaro che almeno uno dei due mente, se non entrambi. Eppure per Scotto sembra esistere un punto di incontro. Ci spieghi per favore dove, perché noi non lo vediamo proprio.

La seconda versione di Ayala

Ayala il 12 settembre 2005 cambia completamente il tiro. Affermato di essere arrivato sul luogo subito dopo l'esplosione, di aver identificato il cadavere di Paolo Borsellino e di aver notato l'auto del magistrato con la portiera posteriore sinistra aperta: “Scorsi sul sedile posteriore una borsa di pelle bruciacchiata. Istintivamente la presi, ma mi resi subito conto che non avevo alcun titolo per fare ciò, per cui ricordo di averla affidata immediatamente ad un ufficiale dei carabinieri che era a pochi passi. Nell'affidargli la borsa gli spiegai che probabilmente era la borsa appartenente al dottore Borsellino”. Quando gli viene mostrata la foto di Arcangioli, Ayala dichiara: “Non ricordo di aver mai conosciuto, né all'epoca né successivamente il capitano Arcangioli. Non posso escludere ma neanche affermare con certezza che detto ufficiale sia la persona alla quale io affidai la borsa. Per quanto posso sforzarmi di ricordare mi sembra che la persona alla quale affidai la borsa fosse meno giovane, ma può darsi che il mio ricordo mi inganni. Insisto comunque nel dire che l'ufficiale ricevette la borsa e poi andai via. Escludo comunque in modo perentorio che all'inverso sia stato l'ufficiale di cui si parla a consegnare a me la borsa”.

Cambia tutto, dunque. Non è più l'ufficiale in divisa ad estrarre la borsa dalla macchina, ma Ayala in persona, che aveva precedentemente escluso di aver mai preso in mano la borsa. E' lui a questo punto a consegnarla all'ufficiale e questa volta esclude “in modo perentorio” che sia avvenuto l'inverso.

La versione di Minicucci

Marco Minicucci il 19 luglio 1992 era il superiore gerarchico di Arcangioli. Il 14 dicembre 2005 aveva dichiarato che “il collega (Arcangioli, n.d.a.) fu incaricato da uno dei magistrati presenti sul posto, del quale non ricordo il nome, di prelevare dall'interno dell'auto del procuratore Borsellino la valigetta dello stesso, all'interno della quale mi ricordo era contenuto un crest araldico, se non erro dell'Arma”. Due anni più tardi, il 6 novembre 2007, aveva specificato un piccolo particolare: che questo era semplicemente quanto gli era stato riferito dallo stesso Arcangioli. Sono dunque dichiarazioni prive di qualunque tipo di credibilità (o almeno, una credibilità non maggiore delle parole stesse di Arcangioli), ma il giudice Scotto le cita proprio per sostenere l'attendibilità di Arcangioli. Cioè Scotto usa dichiarazioni di Arcangioli, riferite da altri, per tentare di dimostrare che Arcangioli è attendibile. Alquanto bizzarro.

La terza versione di Ayala

L'8 febbraio 2006 Ayala modifica di nuovo la propria versione dei fatti: “Ebbi modo di vedere una persona in abiti borghesi (…) è certo che non fosse in divisa, la quale prelevava dall'autovettura attraverso lo sportello posteriore sinistro una borsa. Io mi trovavo a pochissima distanza dallo sportello e la persona in divisa si volse verso di me e mi consegnò la borsa. (…) Dato che accanto alla macchina vi era anche un ufficiale dei carabinieri in divisa quasi istintivamente la consegnai al predetto ufficiale”.

Cambia tutto, di nuovo. Questa volta Ayala si dice certo che chi ha prelevato la borsa non fosse in divisa, ma in borghese. Non fu lui quindi a estrarla, ma la prese in mano e la consegnò poi ad un altro ufficiale, in divisa. Quest'altra dichiarazione di Ayala è talmente confusa che lui stesso chiaramente sbaglia quando dice “la persona in divisa si volse verso di me”, visto che due secondi prima si era detto certo che non fosse in divisa. Scotto nemmeno nota questo particolare, che rende la ritrattazione di Ayala, se possibile, ancora più traballante.

La seconda versione di Arcangioli

Nello stesso giorno in cui viene sentito Ayala, l'8 febbraio 2006, Arcangioli dichiara: “Non ricordo con certezza se io o il dottor Ayala aprimmo la borsa per guardarvi all'interno, mentre ricordo che all'interno vi era un crest dell'Arma dei carabinieri (…) così come non posso confermare di aver io stesso o uno dei miei collaboratori deposto la borsa nella macchina di servizio di uno dei due magistrati, mentre ritengo di aver detto di rimetterla o di averla rimessa io stesso nell'auto di servizio del dottor Borsellino”.

Quindi, rispetto alla prima versione, scompare il giudice Teresi, nella borsa compare un crest dell'Arma (e non dei fogli bianchi) e soprattutto la borsa viene rimessa da Arcangioli al suo posto, nella macchina di Borsellino. Il giudice Scotto lascia passare questa nuova dichiarazione come se niente fosse, la quale invece appare francamente inverosimile. Noi semplicemente ci chiediamo: ma che senso aveva rimettere la borsa nella macchina del giudice, esattamente nello stesso posto in cui era stata rinvenuta (tra il sedile anteriore e quello posteriore), con il pericolo che prendesse nuovamente fuoco? E' forse un lapsus freudiano di Arcangioli?

Per non parlare del fatto, non riportato dal giudice Scotto, secondo cui Arcangioli, in questa stessa audizione, dichiara anche di essersi appostato dalla parte opposta della strada per aprire la borsa e non averci trovato dentro niente di interessante. Peccato che la ricostruzione è smentita dai filmati, che inquadrano Arcangioli camminare verso l'uscita di via D'Amelio e non verso il marciapiede opposto alla casa della madre del giudice.

La versione di Farinella

Il 2 marzo 2006 l'appuntato Rosario Farinella, in servizio di scorta al dottor Ayala il 19 luglio 1992, dichiara: “Premetto che siamo arrivati quasi in contemporanea con i vigili del fuoco, (…) ci siamo avvicinati all'auto del magistrato che aveva tutte le portiere chiuse, ma non a chiave, il Dr. Ayala ha notato che all'interno della stessa, appoggiata sul sedile posteriore, c'era la borsa di cuoio del dr. Borsellino per cui, con l'aiuto dello stesso vigile del fuoco (intento poco prima a domare l'incendio dell'auto) abbiamo aperto la portiera posteriore. (…) Io personalmente ho prelevato la borsa dall'auto e avevo voluto consegnarla al dr. Ayala. Questi però mi disse che non poteva prendere la borsa in quanto non più magistrato, per cui io gli chiesi che cosa dovevo farne. Lui mi rispose di tenerla qualche attimo in modo da individuare qualcuno delle Forze dell'Ordine a cui affidarla. Unitamente a lui ed al mio collega ci siamo allontanati dall'auto dirigendoci verso il cratere provocato dall'esplosione, mentre io reggevo sempre la borsa. Dopo pochissimi minuti, non più di 5-7, lo stesso Ayala chiamò un uomo in abiti civili che si trovava poco distante e che mi indicò come ufficiale o funzionario di polizia, dicendomi di consegnargli la borsa. Allo stesso, il dr. Ayala spiegava che si trattava della borsa del dr. Borsellino e che l'avevamo prelevata dalla sua macchina (…). L'uomo che ha preso la borsa non l'ha aperta, almeno in nostra presenza; ricordo che appena prese la borsa, lo stesso si è allontanato dirigendosi verso l'uscita di Via D'Amelio, ma non ho visto dove è andato a metterla”.

Le dichiarazioni di Farinella, molte lucide e anche in parte confermate dal pompiere Giovanni Farina che ricorda di avere aiutato un appartenente alle forze dell'ordine ad aprire la portiera incastrata, sembrano dunque mettere a posto tutti i pezzi del puzzle. Purtroppo, quando i magistrati gli mostrano la foto di Arcangioli, Farinella dichiara: “Non sono in grado di riconoscere la persona che mi mostrate; posso aggiungere però che non ricordo assolutamente che la persona alla quale ho consegnato la borsa avesse una placca metallica di riconoscimento; di questo particolare ritengo che mi ricorderei”. Il buio torna fitto.

La quarta versione di Ayala

Il 23 luglio 2009 Ayala ha rilasciato un'intervista ad Affaritaliani.it dichiarando: “La borsa nera di Borsellino l'ho trovata io, dopo l'esplosione, sulla macchina. Che ci fosse, nessuno lo può sapere meglio di me, perché l'ho presa io. Non l'ho aperta io perchè ero già deputato e non avevo nessun titolo per farlo. A differenza di quanto si ricordi, io sono andato in Parlamento prima della morte di Borsellino e quindi non avevo nessun titolo per aprirla. Ma io sono arrivato per primo sul posto perché abito a 150 metri. Anche prima dei pompieri. Quando l'ho trovata l'ho consegnata ad un ufficiale dei carabinieri. E' verosimile che l'agenda fosse dentro la borsa e che sia stata fatta sparire”.

Cambia tutto, di nuovo. Questa volta ha fatto tutto lui, l'ha presa, l'ha estratta e l'ha consegnata ad un ufficiale dei carabinieri. Conferma di esser stato il primo ad arrivare, addirittura prima dei vigili del fuoco.

La versione di Cavallaro

Il 22 luglio 2009, Cavallaro, in un'intervista, ha riassunto così i suoi ricordi: “Questa borsa di cuoio l'ho vista e l'ho anche avuta per le mani. A volte le Storia ci passa davanti agli occhi e non cogliamo il segmento al quale poi ripensiamo il resto dei nostri giorni. Quel giorno io sono arrivato immediatamente dopo l'esplosione perché stavo abbastanza vicino. Tra l'altro aspettavo il giudice Ayala nell'ufficio in cui stavo lavorando alla stesura di un libro (…) Lui era in ritardo e quando alle cinque meno qualcosa sento il botto... fumo dalle parti della Fiera del Mediterraneo... io ho un tremito perché penso proprio a Giuseppe Ayala. (…) Mi precipito al telefono proprio per chiamare l'utenza del residence. Per fortuna trovo la moglie che mi dice: - No. Abbiamo sentito anche noi il botto: è sceso con la scorta. - (…) Mi sono precipitato sul luogo dove ho trovato Ayala. (…) Dopo qualche minuto io e Ayala ci siamo ritrovati appunto protagonisti di un pezzo di Storia che ci è passato sotto gli occhi perché eravamo accanto all'auto del giudice Borsellino con la portiera posteriore spalancata e fra il sedile anteriore dell'autoguida e la poltrona posteriore, proprio poggiata a terra, c'era una borsa di cuoio che una persona, credo un agente in borghese, ha preso e quasi consegnato a me, forse scambiandomi per un assistente (…) Fatto sta che questa borsa, avendola avuta per un istante così... avendola tenuta dal manico per un istante, io la stavo quasi passando al giudice Ayala con il quale ci siamo scambiati... così... degli sguardi. (…) Giuseppe Ayala ha avuto la prontezza di spirito di... vedendo un colonnello dei carabinieri o comunque un alto ufficiale dei carabinieri, del quale non ricordiamo con esattezza né i gradi né purtroppo il volto, (…) Il giudice Ayala ha consegnato questa borsa a un colonnello dicendo: - La tenga lei - ”.

Poi di quella borsa non sanno più nulla. Afferma che nessuno di loro sospettava che dentro quella borsa ci fosse una cosa così importante come l'agenda rossa. E' evidente che le dichiarazioni di Cavallaro in parte confermano, in parte smentiscono quelle di Ayala.

Il giudice Scotto riassume tutte le varie versioni di Farinella, Ayala e Arcangioli dicendo che, pur essendo contrastanti (tutti e tre dicono di aver estratto la borsa dalla macchina), la rettifica di Ayala (quale delle quattro?) scagionerebbe Arcangioli perché, se l'uomo in borghese è da identificare con Arcangioli, non si capisce perché avrebbe dovuto consegnare la borsa ad Ayala se il suo intento era quello di rubare l'agenda rossa. Se invece si dà credito a Farinella, bisogna desumere che Arcangioli non sia stato il primo ad entrare in possesso della borsa.

A parte il fatto che mettere sullo stesso piano le dichiarazioni dell'imputato, su cui pendono delle gravi prove indizianti e che quindi ha tutto l'interesse a salvaguardare la propria posizione, con quelle di tutti gli altri testi è una mossa alquanto azzardata, perché vengono superficialmente vagliate solo un paio di versioni, una separata dall'altra? Di fronte a dichiarazioni tanto contrastanti, tra l'altro più volte rivedute e stravolte, come è possibile dare credito tout court ad una sola di esse e da questa trarre delle conclusioni, senza pensare che magari ci siano degli elementi di verità e falsità in ognuna di esse? Non andrebbe fatta chiarezza su tutto questo macello di testimonianze per capire chi dice il vero e chi mente, invece che buttarle al macero e dire che sono inutilizzabili? E poi, riguardo all'ultima argomentazione di Scotto, anche se fosse vero che Arcangioli non e' stato esattamente il primo ad entrare in possesso della borsa, in base a quale contorto ragionamento questo fatto potrebbe scagionarlo?

La versione di Garofalo

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/22098/78/

Convegno a Roma: Dieci domande sul sionismo

28/11/2009 - 10:00
29/11/2009 - 18:00
Etc/GMT+1
image1: 
convegno.jpg

Roma, 28-29 novembre

Quali sono gli ostacoli per una pace giusta in Medio Oriente?

Dieci domande sul sionismo

Convegno
(dalle ore 10.00 al Centro Congressi “Cavour”, via Cavour 50/A, Roma)

Partecipano:

Mohammed Mohareb (studioso della Nakba, palestinese del ’48 e docente all’Università di Beer Sheva);

Jeff Halper (attivista Ichad e intellettuale israeliano);

Wasim Dahmash (docente dell’Università di Cagliari);

Miryam Marino (Rete Ebrei contro l’Occupazione);

Paola Canarutto (Rete Ebrei contro l’Occupazione);

Giorgio Forti (Rete Ebrei contro l’Occupazione);

Cinzia Nachira (saggista e autrice di un recente libro su identità e conflitto nel caso israelo- palestinese);

Michele Giorgio (giornalista de Il Manifesto);

Stefania Limiti (giornalista, autrice del libro sul sequestro Vanunu e attivista del Comitato Non dimenticare Sabra e Shatila);

Alfredo Tradardi (ISM-Italia);

Giorgio S. Frankel (giornalista);

Samir Al Qariouti (giornalista);

Bassam Saleh (comitato "Con la Palestina nel cuore");

Maurizio Musolino (giornalista e autore di saggi sul Medio Oriente);

Nicolas Shashani (attivista di Europalestine, Francia);

Michele Spinelli (ricercatore di Pisa).

Ci saranno poi interventi e comunicazioni di attivisti di vari comitati e associazioni, come Kutaiba Yunis (Comitato Ricordare la Nakba); Sergio Cararo e Germano Monti (Forum Palestina); Diana Carminati (ISM), e di altre associazioni come UDAP e Assemblea Free Palestine.

Per informazioni consultate il sito www.forumpalestina.org
o scrivete a forumpalestina@libero.it

Video - Scontri sotto il carcere di Santiago1

autore: 
(A)

questo è il link -di
una televisione cilena- relativo agli scontri sotto il carcere
Santiago 1 avvenuti il 18 novembre:

http://noticias.123.cl/entel123/html/ItplqNoticias123_videoreal_tplAurl2...

28 arrests at Spanish event attended by BNP's Griffin

Forza Uova

MADRID — Spanish police Saturday detained 28 members of a far-right party who tried to disrupt an event held by a rival far-right group attended by British National Party leader Nick Griffin at a Madrid hotel.

The detained are all members of Spain's far-right Patriotic Socialist Movement and they were arrested after they attacked doormen at the hotel who were trying to prevent them from entering, a police spokesman said.

Four people were lightly injured in the scuffle but did not require medical care, he added.

The National Democracy Party which staged the event said it had requested police protection because of fears that far-left groups might try to disrupt it as has happened in the past.

It was not immediately clear why members of the Patriotic Socialist Movement tried to disrupt the event, which featured in addition to Griffin, the leader of Italian far-right party Forza Nuova, Roberto Fiore, and National Democracy leader Manuel Canduela.

In June Griffin and another BNP member won seats in the European Parliament elections, a first for the party which advocates the voluntary repatriation of immigrants. It has no seats in the national parliament.
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Two far right groups came to blows outside the Velázquez Hotel in the capital

28 people were arrested in Madrid on Saturday when two far right groups came to blows outside the hotel Velázquez in the city.
All the arrests were from the far right collective Patriotic Socialist Movement, who were trying to break up a meeting being held inside the hotel by the D.N., Democracia Nacional group.

The meeting had invited the Euro MP and leader of the British Nationalist Party, Nick Griffin, to talk, along with Roberto Fiore from Forza Nuova and Manuel Canduela from the DN.

The Democracia Nacional group had asked for police protection to, as they put it, ‘avoid the usual violent episodes that so called anti-system groups arrange every time the DM or its president carries out any act’.

Statements were taken from those arrested at the headquarters of the Police Provincial Information Brigade.
Several people needed medical attention after the riot.

A Spokesman for Nick Griffin told the Daily Telegraph that he ‘may’ have made a visit to Franco’s tomb at the Valley of the Fallen.
Friday the 20th was the 34th anniversary of Franco’s death.

Discarica di Cappella Cantone: la lotta continua verso il presidio permanente

L’associazione ‘Cittadini contro l’amianto’ HA PARTECIPATO ieri all’assemblea di San Bassano organizzata dal comitato promotore di un’assemblea popolare contro la discarica di Cappella Cantone. La riunione, parecchio partecipata, ha visto la presenza di alcuni cittadini di San Bassano e di esponenti di gruppi e di giovani che operano in altre aree del territorio cremonese.

Al termine di un dibattito, a volte vivace e a volte anche un po’ confuso, infantile e strumentale, vista la presenza di persone provenienti da altre zone del territorio finora estranee alle iniziative fin qui condotte ed organizzate da noi (tre convegni di approfondimento tecnico-scientifico, presidi, volantinaggi, ecc…), si è confermata la proposta di procedere alla realizzazione di un presidio permanente con il compito di proseguire la campagna di informazione già da noi intrapresa da oltre un anno e di creare le condizioni di una futura occupazione dell’area coinvolgendo il più possibile la popolazione locale e tutti i comitati a livello nazionale. “Cittadini contro l’amianto” ringrazia tutta la popolazione intervenuta e la stampa locale presente a questa serata e che in questo anno e mezzo ha affiancato la nostra battaglia.

Le iniziative continueranno e nelle prossime riunioni saranno decise le modalità operative.

La discarica di Cappella Cantone non è un problema locale, ma ormai un problema nazionale ed in questa logica continueremo a muoverci.
D’ora in poi il nostro slogan sarà “L’unica battaglia che si perde è quella che si abbandona”.
Continueremo a tenere informata la stampa e la popolazione dei prossimi passaggi. La discarica non passerà.

Per chi vuole avere costanti informazioni sulla nostra lotta e per trovare tutti gli strumenti di approfondimento sul problema amianto e la pericolosità della discarica, consulti il nostro blog http://cittadinicontroamianto.blogspot.com.

Siamo anche su facebook, http://www.facebook.com/cittadinicontroamianto con quasi 1400 contatti.

per informazioni scrivi a nodiscaricadiamianto@yahoo.it
o telefona a: 3389875898
visita il nostro blog: http://cittadinicontroamianto.blogspot.com

Mariella Megna
Cittadini contro l'amianto della provincia di Cremona

fonte: nodiscaricadiamianto@yahoo.it

Appello internazionale per denunciare e disconoscere la farsa elettorale in Honduras

Le organizzazioni sociali, politiche e solidarie e le persone a titolo personale sotto firmanti dichiariamo:

1. Il colpo di stato in Honduras, con la partecipazione complice degli Stati Uniti, materializzato da Micheletti ed il suo regime di fatto, ha portato con se 21 persone assassinate, 4.234 denuncie per violazioni delle libertà fondamentali, 7 attentati, 95 minacce di morte, 133 casi di tortura, 394 persone con lesioni e 211 ferite a causa della repressione, 1.987 arresti illegali, 2 intenti di sequestro e 114 prigionieri politici accusati di sedizione. E ogni giorno questi numeri continuano ad aumentare.

2. I golpisti si mantengono al potere dimostrando con questo gesto il loro profondo disprezzo per la democrazia ed il loro riconoscimento nullo del diritto sovrano dei popoli di esprimersi attraverso del voto.

Il tempo ha dimostrato che le manovre tanto del governo nordamericano, come quelle dell’OSA, sottomesso ai suoi interessi, non pretendevano difenderla, bensì semplicemente dilatare, ostruire ed infine appoggiare a coloro che pretendono portare a termine una farsa elettorale.

3. Posteriormente al 30 ottobre, gli Stati Uniti hanno manovrato e reso possibile l’accordo tra il governo presidiato da Manuel Zelaya Rosales e i golpisti, il cosiddetto Accordo Tegucigalpa/San José, che legittimerebbe le elezioni del 29 novembre evitando che il movimento popolare arrivasse a partecipare a quest’ultimi con possibilità potenziali.

I golpisti non hanno rispettato l’accordo. Il presidente costituzionale continua racchiuso nell’ambasciata di Brasile, la repressione continua. In un gesto di cinismo senza limiti, gli Stati Uniti si sono affrettati a dichiarare il loro riconoscimento delle elezione. Il presidente Manuel Zelaya Rosales ha denunciato la totale impunità con la quale si svilupperanno le elezioni del 29 novembre. Allo stesso tempo il Fronte Nazionale di Resistenza assieme ad altre forze democratiche ha annunciato che non andrà alle urne e che boicotterà la farsa elettorale.

4. La maggioranza dei mezzi di comunicazione, al servizio dell’oligarchia, gli imperialismi e le loro imprese transnazionali, hanno già dato per terminata la crisi e vogliono legittimare le elezioni del 29 de novembre del 2009. Nonostante questo sforzo coordinato e mediatico di annunciare la fine della crisi, la lotta del popolo honduregno continua e reitera le sue petizioni:

1. Il ritorno incondizionato del presidente Manuel Zelaya Rosales alla presidenza della Repubblica dell’Honduras, ripristinando la situazione esistente anteriore al 28 giugno 2009.

2. Disconoscimento del processo elettorale del 29 novembre 2009

3. Dopo la rottura del ordine costituzionale da parte della casta politica oligarca, più che mai: la Convocazione ad un’Assemblea Costituente.
4. Condanna e punizione per i golpisti ed i loro complici.

Inoltre, sommandoci a queste petizioni legittime del popolo honduregno, chiediamo ai governi ed alle istituzioni internazionali di non riconoscere le elezioni del 29 novembre, di non inviare nessun tipo di commissione o missione di osservatori internazionale e di mantenere la pressione politica, economica e finanziera contro la dittatura civica-militare imposta dall’oligarchia ed il imperialismo, come anche disconoscere le autorità false che pretendono presentarsi come rappresentanti del popolo honduregno.

Libertà per il popolo honduregno

Barcellona, novembre del 2009

Per aderire: asp.hondureny@gmail.com

Assemblea de Solidaritat amb el Poble Hondureny de Catalunya
Collettivo Italia Centroamerica CICA
Associazione Italia Nicaragua

Blitz nella notte degli operai Alcoa: bloccati i cancelli della centrale Enel

Il blitz è scattato in piena notte. Quando mancava mezz'ora all'una del mattina un centinaio di operai dell'Alcoa di Portovesme hanno varcato i cancelli dello stabilimento occupato e si sono riversati davanti alla centrale termoelettrica dell'Enel

Il blitz è scattato in piena notte. Quando mancava mezz'ora alla una del mattino un centinaio di operai dell'Alcoa di Portovesme hanno varcato i cancelli dello stabilimento occupato e si sono riversati davanti alla centrale termoelettrica dell'Enel. Un blitz improvviso con un obiettivo preciso: bloccare i cancelli della centrale, in particolare i varchi di accesso al carbonile. Davanti al muro umano si sono dovuti fermare i camion carichi di carbone, il combustibile della centrale, appena sbarcato dalle stive di un mercantile approdato nel pomeriggio nelle banchine dello scalo industriale di Portovesme. Niente alluminio, niente carbone: è la nuova parola d'ordine degli operai dell'Alcoa ormai decisi a tutto pur di evitare la chiusura della loro fabbrica. L'obiettivo Enel non è casuale: è proprio l'elevato costo dell'energia ad avere messo in ginocchio la loro fabbrica. Il blocco era ancora in atto nel cuore della notte e non si sa quando verrà rimosso. Gli operai rischiano, tenere una nave ferma in porto ha costi altissimi, qualcuno dovrà pagare. Ma la disperazione fa vincere qualsiasi paura. La protesta va avanti

Per una fabbrica che rischia di fermarsi un'altra riaccende i motori. Alla Portovesme srl ripartono da oggi i forni Waelz, spenti da febbraio. Rientrano al lavoro 140 persone, tra dipendenti diretti e degli appalti, che sono rimaste in cassa integrazione per nove mesi. Un segnale di speranza in un polo industriale che sforna cassintegrati a tempo indeterminato, dove le fabbriche si fermano ma non ripartono e anche i grandi colossi vivono in emergenza, come sta succedendo in queste settimane ad Alcoa.

L'ECCEZIONE In questo scenario il riavvio del Waelz, l'impianto della Portovesme srl dove si produce zinco utilizzando i fumi di acciaieria, rappresenta un'eccezione: un buon numero di lavoratori torna alla normalità, un reparto produttivo riparte. Resta ancora fermo il ciclo di produzione del piombo, che probabilmente non sarà riavviato prima di maggio 2010: per circa 300 operai, tra diretti e imprese, continuerà la cassa integrazione. «Questa è una giornata importantissima per noi», dice Tore Cappai, delegato Filcem Cgil della Rsu di fabbrica, «perché finalmente un pezzo fondamentale della fabbrica riprende a marciare. Certo, resta in sospeso la questione del Kss, dove si produce il piombo, e ci auguriamo che i problemi ancora in attesa di una soluzione definitiva, come l'energia a prezzi competitivi e il contratto di programma per incentivare gli investimenti, possano essere archiviati nel più breve tempo possibile».

IL CASO ALCOA ben diversa, come detto, la situazione nella vicina fabbrica di alluminio dell'Alcoa. Il rischio chiusura che incombe sullo stabilimento, mette a rischio circa 2000 posti di lavoro. Continua il presidio dei lavoratori e, soprattutto, prosegue il blocco dell'alluminio in uscita. Una forma di protesta che sta creando seri problemi alla compagnia Alcoa, impossibilitata a rifornire i suoi clienti abituali (tra cui importanti aziende nazionali dall'altra parte del Tirreno) a causa dell'iniziativa degli operai.

Intanto, a proposito della strategia allo studio del Governo per abbassare i prezzi dell'energia, venerdì l'Autorità per l'energia ha approvato una delibera che fissa le regole per l'interconnessione con le reti elettriche estere. «È singolare che per superare il problema dei costi energetici sia necessario rivolgerci all'estero, quando proprio sotto di noi c'è una straordinaria fonte di energia come il carbone», dice Francesco Sanna, senatore del Pd. Dopo l'assemblea di sabato in fabbrica, lavoratori, organizzazioni sindacali e sindaci sono impegnati ad organizzare la trasferta di giovedì a Roma. Luciano Uras, consigliere regionale dei Comunisti, Sinistra sarda, Rossomori ha proposto che a Roma ci sia anche il Consiglio regionale.

San Martino dell'Argine - Il manifesto della giunta leghista - "Denunciate al Comune i clandestini"

In fila

MILANO - L'invito alla denuncia del clandestino arriva alla fine di un manifesto che riporta un paio di articoli e relative pene del decreto Maroni sulla sicurezza: "Chiunque fosse a conoscenza della presenza sul territorio comunale di immigrati clandestini è pregato di comunicarlo con tempestività al sindaco, all'ufficio di polizia municipale o all'ufficio anagrafe del Comune per i necessari atti conseguenti. Grazie della collaborazione". Firmato: l'amministrazione comunale.

Da una settimana a San Martino dall'Argine, mille e ottocento abitanti a 25 chilometri da Mantova, nel comune con la più bassa percentuale di immigrati di tutta la provincia, sono comparsi i manifesti. In centro e in periferia, vicino alle scuole e lungo le strade che portano alle piccole fabbriche e alle aziende agricole. Dopo il caso bresciano di Coccaglio, dove la giunta leghista ha inaugurato i controlli agli immigrati con il permesso di soggiorno in scadenza intitolandolo al "Bianco Natale", ora un altro comune lombardo invita tutti i residenti a segnalare gli irregolari. "L'obiettivo è informare sulle nuove norme. Ora bisogna stare attenti a dare in affitto le case, magari non a norma, a clandestini", spiega il sindaco Alessandro Bozzoli, indipendente alla guida di un'amministrazione Lega-Pdl.

E sull'invito a segnare gli irregolari taglia corto: "È un passo ulteriore, dopo situazioni anomale del passato che ci hanno fatto riflettere". Eppure a San Martino dall'Argine gli immigrati non arrivano al cinque per cento. L'unico caso di irregolarità negli ultimi anni è quello di un'azienda manifatturiera cinese con qualche lavoratore in nero. Gli altri stranieri sono famiglie indiane che lavorano nelle aziende agricole e albanesi utilizzati come operai.

Da quando sono comparsi i manifesti, negli uffici comunali dell'Anagrafe o della polizia municipale non è arrivata nessuna segnalazione, anche perché in paese è difficile trovare clandestini. "Chi parla di invito alla delazione è in cattiva fede, dice cose maliziose" replica alle polemiche il vicesindaco leghista Alessio Renoldi, operaio metalmeccanico a Curtatone, 30 anni, "leghista da quattro, da quando ho iniziato a occuparmi di politica", l'anima giovane della giunta. E insieme al suo collega di partito e assessore alle Politiche sociali Cedrik Pasetti, 34 anni, avvocato, membro del direttivo provinciale e responsabile per la Lega dei comuni della zona, ha dato una virata securitaria al governo del paese. "Da quando la legge è cambiata, a dare ospitalità o lavoro a un clandestino si rischia il penale - spiega il vicesindaco - Chi viene a conoscenza di questi casi deve dirlo al Comune".

"Il manifesto di San Martino dall'Argine è un precedente pericolosissimo - interviene "Articolo 3, Osservatorio sulle discriminazioni" - L'obbligo di comunicare la notizia di reato non spetta al cittadino ma alle autorità di pubblica sicurezza. Questa iniziativa è un invito alla delazione". "Una caccia alle streghe contro ogni buon senso" aggiunge Emanuele Zanotti, della lista civica di opposizione in Comune, vicina al centrosinistra. "Non ce n'era davvero bisogno - spiega Zanotti - . Si rischia di mettere gli uni contro gli altri in una comunità dove tutti si conoscono. Italiani e stranieri. Nel nostro territorio è un'iniziativa inutile. È solo ideologia che alla Lega è servita per raddoppiare i voti alle ultime elezioni".

La Repubblica

Spataro critica il processo breve - Il Pdl: dalle toghe azione eversiva(ahahah)

Da Gasparri a Bondi dure reazioni
alle accuse del pm sulla riforma
ROMA
Un riferimento al ministro dell’Interno Roberto Maroni («Guai a lanciare allarmi esagerati» sul terrorismo) e una bocciatura dei dati forniti dal ministro della Giustizia Alfano sull’impatto del ddl sul processo breve. Il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, va in televisione ospite di Lucia Annunziata a "In mezz’ora" e quel che dice fa scatenare le critiche del Pdl, che lo accusa di aver fatto una vera e propria «tribuna politica» e invita a «battersi a tutti i livelli» contro questa anomalia. Spataro parla del processo Abu Omar, di cui si sta occupando e spiega di non aver ricevuto pressioni, ma di aver di sicuro trovato ostacoli. «L’apposizione del segreto di Stato - argomenta - non è una pressione, ma un ostacolo giuridico».

Ma soprattutto il procuratore aggiunto di Milano punta il dito contro le nuove normative in materia di giustizia. Attacca il ddl Alfano che nella parte in cui prevede di sganciare il pm dalla polizia giudiziaria sembra ispirato da «logica aziendale», ma in particolare critica il ddl sul processo breve che martedì comincia il suo iter al Senato. Alfano ha detto che riguarderà l’1% dei procedimenti? «Allora - chiede Spataro - dov’è il problema? Vuole dire che il 99% dei processi funziona egregiamente. Se è solo l’1% allora la legge non serve ma io temo che i numeri saranno peggiori in futuro».

Parole che scatenano critiche a pioggia da parte del Pdl. Per il portavoce del Partito, Daniele Capezzone, quella di Spataro è stata una «tribuna politica» senza contradditorio. «Siamo di fronte a un’azione eversiva contro la legalità democratica» commenta il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, mentre il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi sottolinea che l’anomalia non è soltanto nelle parole di Spataro, ma anche nella mancata presa di distanza della sinistra. Il presidente dei deputati, Frabrizio Cicchitto, è convinto che le parole del procuratore aggiunto di Milano siano la conferma «dell’esistenza di una grande anomalia italiana contro la quale è indispensabile battersi a tutti i livelli, nel Parlamento e nel Paese».

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