Il Battaglione Lombardia dei Carabinieri carica immotivatamente il corteo della Disobbedienza (con circa 20.000 partecipanti) autorizzato dalla Questura fino a Piazza Verdi.
Ne seguiranno quattro ore di scontri durante i quali troverà la morte Carlo Giuliani.
Solo due indagati restano ai domiciliari. La soddisfazione dei legali: «Abbiamo vinto il primo round».
L'onda travolge l'inchiesta di Torino. Il commento è diffuso tra i giovani che da ieri mattina si sono visti revocare il provvedimento di custodia cautelare in carcere ordinato dalla procura di Torino. Dopo due giorni dall'udienza del tribunale del riesame infatti ieri mattina è stata depositata l'ordinanza che revoca il carcere per tutti. Restano significative restrizioni per alcuni dei giovani imputati ma evidentemente il primo passo era quello di convincere il tribunale del riesame che il carcere era una misura sproporzionata rispetto alle accuse rivolte ai 21 giovani dell'Onda torinese. Due ragazzi passano dal carcere ai domiciliari, cinque all'obbligo di dimora nel comune di residenza. Altri avranno l'obbligo di firma mentre alcuni non hanno più alcuna misura restrittiva.
Un primo passo nello smontare un impianto accusatorio che fin dall'inizio aveva mostrato diverse lacune. «La decisione del riesame - dice l'avvocata di due dei padovani coinvolti nell'inchiesta, Aurora d'Agostino - ha chiaramente ridimensionato in modo sostanziale la situazione determinata dalla procura di Torino». Sull'esagerazione delle misure restrittive hanno del resto puntato tutti gli avvocati giovedì scorso in aula. «Abbiamo sottolineato - dice Gianluca Vitale, legale di alcuni dei torinesi - come non fosse necessario utilizzare il carcere per fatti risalenti a un mese e mezzo fa e il riesame in questo senso ha confermato la nostra perplessità».
L'avvocata d'Agostino ci tiene anche a sottolineare come la vittoria sia stata doppia in questa fase, che definisce comunque il «primo round». «E' stata una vittoria - dice - sia sul piano processuale che su quello della mobilitazione a fronte di quello che ha dichiarato giovedì in aula il pm Sparagna». In particolare il pm aveva ribadito la sua preoccupazione per quanto potrebbe succedere nel prossimo autunno da lui definito caldo. Quasi che gli arresti di quasi due settimane fa fossero un messaggio da inviare al movimento. E in effetti le questure di Vicenza e Padova, per esempio, si erano dette subito disponibili a recepire il nuovo modo di procedere inaugurato dalla procura di Torino, e cioè l'arresto per fatti avvenuti molto tempo prima e comunque con prove assai poco concrete. Vicenza è evidentemente una città da tenere «sotto controllo», per via della pacifica protesta dei suoi cittadini contro la base militare che gli Stati uniti vorrebbero costruire con il placet del governo italiano.
Ora per gli avvocati resta da risolvere la posizione dei due giovani colpiti da ordine di arresto non eseguito. Uno dei giovani è uno studente iraniano che si trova in Iran. «Siamo riusciti - conclude d'Agostino - ad ottenere nei tempi più rapidi possibili un primo risultato importante, che era denunciare l'uso distorto della misura cautelare in carcere. Il primo round è stato vinto».
Da Torino, oltre alla soddisfazione per questa prima vittoria in tribunale, viene anche ribadita l'intenzione di non fermarsi qui. «Continueremo a batterci - dice l'Onda torinese - per la liberazione totale di tutti».
Per non dimenticare... che otto anni fa, il 20 luglio 2001, si è scatenata per le strade di Genova una rivolta che ha coinvolto migliaia di persone, non i cosiddetti black bloc, ma una massa eterogenea di persone, tra cui molti genovesi come Carlo. Vale la pena ricordare (soprattutto per chi allora non c'era) il senso più profondo di quella giornata, che rimane di forte attualità, con l'introduzione di un opuscolo e alcuni brani di un video, entrambi intitolati DETOUR. LA CANAGLIA A GENOVA, usciti rispettivamente un anno e due anni dopo gli eventi del 2001.
“Il mondo capitalista o sedicente anticapitalista organizza
la vita sul modello dello spettacolo… Non
si tratta di elaborare lo spettacolo del rifiuto ma di
rifiutare lo spettacolo”.
E’ passato un anno dalle giornate del G8 e il cosiddetto movimento antiglobalizzazione si appresta a celebrare l’ennesima scadenza ricordando le giornate di un anno fa soltanto per la repressione
poliziesca e per la morte di Carlo Giuliani. In pochi sembrano pensare – e nessuno osa dire – che se la polizia ha represso duramente, è stato soprattutto perché si era creata una situazione che le era sfuggita di mano, e che Carlo Giuliani è stato ucciso brutalmente – rispetto ai modi molto più raffinati con cui il dominio uccide e lobotomizza quotidianamente e tanto più tristemente milioni di suoi simili – perché quel giorno, assieme ad altre migliaia di persone, aveva avuto il coraggio di ribellarsi. Il lamento e la celebrazione del lutto odierni sono gli strumenti per fare in modo che si continui a passare sotto silenzio quello che ha fatto e fa tuttora male a tutti, tanto ai fedeli servitori dell’ordine del mondo quanto ai suoi supposti contestatori. Prima del G8 era logico ritenere che nulla di interessante sarebbe potuto accadere: la logica dell’appuntamento e la costruzione di una trappola militare, nonché il monopolio mediatico delle lobbies sinistre (tute bianche, social forum, cattolici, ambientalisti e rifondati) nella gestione della “protesta” ufficiale e concordata facevano pensare che nessun contenuto interessante avrebbe potuto trovare sfogo a Genova. In questa situazione qualcosa è invece accaduto: l’organizzazione spettacolare dei professionisti della contestazione concordata è stata rifiutata da migliaia di persone che hanno deciso di fare a modo loro e di contestare realmente il potere che si manifestava attraverso l’organizzazione dello spazio urbano e la massiccia presenza poliziesca, attaccando direttamente entrambe. Se la lettura dei testi scelti e proposti restituisce in modo già esauriente (a partire dal testo di Montaldi sull’eredità genovese del ’60) lo scacco che è stato dato agli “opportunisti di sinistra” (magra consolazione, potrebbe dire più d’uno), ci sembra invece opportuno insistere subito sull’unico aspetto, finora totalmente ignorato, carico di potenzialità costruttive: migliaia di persone si sono impadronite di interi quartieri di Genova (Foce, Marassi, San fruttuoso e parti di Albaro e Castelletto), liberando le vie dal dominio capitalista. Il dibattito post-G8 nell’ambiente “antagonista” si è esaurito nel difendere lo spirito anarchico del cosiddetto black bloc dalla ridicola accusa di essere un esercito di infiltrati e poliziotti e nel legittimare moralmente l’azione diretta. Questa doppia operazione difensiva non ha permesso di rilanciare i contenuti delle giornate genovesi oltre la denuncia della feroce repressione poliziesca. Detto quanto sia poco interessante filosofeggiare non solo sulla moralità dell’atto distruttivo (su cui poche persone di buon senso hanno da ridire), ma anche sulla stucchevole distinzione tra l’incendio di un auto proletaria o di una borghese o il saccheggio di un megastore invece che di una piccola bottega (e qui le remore aumentano da parte di chi non vede nel capitalismo un sistema di relazioni sociali concrete così oppressivo da meritare un attacco senza mediazioni) vale invece la pena sottolineare il pericolo strategico e politico di un nichilismo che non sa superarsi. Gesto carico di significato e potenzialità quando compiuto da un casseur di periferia nel flusso della vita quotidiana come rifiuto per la vita di merda a cui è destinato, l’atto distruttivo diventa “spettacolo del rifiuto” - che già quarant’anni fa era stato identificato come una delle trappole più subdole tese dal recupero capitalista sulle forme di vita - quando viene proposto da un militante politico in occasione di un summit internazionale, circondato da telecamere e giornalisti.
Se il progetto radicale è quello di ritagliarsi uno spazio all’interno degli appuntamenti fissati dal dominio e gestiti dai contestatori da esso addomesticati per praticare l’azione diretta contro i “simboli” del capitalismo, non resta che riconoscere lo scacco e andare altrove, ricordando come già negli anni Sessanta, nell’Amsterdam dei Provos, le agenzie di viaggio fossero arrivate al punto di organizzare finte guerriglie urbane a cui far partecipare i turisti, e sottolineando che le vere forme contemporanee di sovversione vanno cercate nelle insurrezioni popolari che hanno scosso l’Albania pochi anni fa, e che perdurano in Cabilia e, in parte, in Argentina.
Se Seattle aveva avuto un valore per il carattere di novità che la protesta sociale aveva avuto dopo decenni di apatia totale, tutte le tappe seguenti dell’antiglobal tour avevano costituito un rapido e progressivo scadimento nella rappresentazione spettacolare della protesta. Nonostante in molti abbiano voluto fare di Genova una tappa simile a quelle di Praga, Nizza e Goteborg, semplicemente aumentata nella quantità dei suoi effetti (maggior numero di manifestanti, di vetrine distrutte e di botte della polizia), essa è stata invece ben altro, un salto di qualità. L’azione diretta sfugge alla trappola dell’estetica del nichilismo e si trasforma in occasione di costruzione di situazioni di rivolta e di libertà reali quando scavalca il muro della militanza per aprirsi alla partecipazione gioiosa di altri manifestanti, di abitanti, di passanti e di curiosi nella costruzione di spazi e di momenti di vita collettivi. Questo è esattamente quanto è successo a Genova il venerdì 20 luglio (e non il giovedì né il sabato). I pochi black bloc che credono alla propria esistenza in quanto organizzazione e stabiliscono la relativa ortodossia militante si sono lamentati o se ne sono addirittura andati da Genova alla fine della giornata perché troppi cani sciolti non vestiti di nero hanno disertato la contestazione dei “simboli” del capitalismo. Questi perfetti progettisti di quel “rifiuto dello spettacolo” di cui lo spettacolo stesso fa richiesta non hanno capito che ciò che attrae le persone in una situazione di rivolta è una contestazione reale e immanente della vita quotidiana. A Genova l’azione devastatrice non è mai stata fine a se stessa ma parte integrante di un movimento di appropriazione e godimento dello spazio urbano da parte di migliaia di persone in un clima tutt’altro che violento e parossistico (e chi non c’era lo può verificare da molti resoconti e filmati). In realtà, come è stato fatto notare da più parti, il black bloc non è una organizzazione ma una tattica di strada, ed in quanto tale ha avuto un ruolo decisivo durante il venerdì 20: scegliendo volontariamente di disertare la trappola mediatica della zona rossa e lo scontro diretto con la polizia, e inoltrandosi in quartieri popolari affollati non solo di manifestanti ma anche di curiosi, lo spezzone “nero” ha funzionato da detonatore per la liberazione di quegli spazi. Dalle 12 alle 19 di venerdì 20 luglio, ovvero dalle prime azioni all’incrocio tra Corso Torino e Corso Buenos Aires fino agli ultimi focolai di scontro in via Donghi, buona parte della Genova centro-orientale è stata in mano ai rivoltosi, che hanno costretto la polizia ad azioni di contenimento e hanno attaccato i dispositivi di oppressione della vita quotidiana. Nell’arco di quelle lunghissime sette ore del venerdì non solo gli spezzoni di corteo antagonisti – quello più corposo che da Piazza Paolo da Novi è arrivato a Manin, via carceri di Marassi, e quello più piccolo ed avventuroso che ha raggiunto Piazzale Kennedy per poi percorrere tutto il lungomare fino a Boccadasse e ricongiungersi, attraversando Albaro, alla coda del corteo delle tute bianche – ma migliaia di persone hanno attraversato un territorio improvvisamente trasfigurato, dove tutti i segnali che quotidianamente ci ricordano il nostro dovere di sottomissione non avevano più senso (insegne commerciali, carreggiate automobilistiche, segnali stradali, ecc.) e le strade, vissute normalmente come percorsi obbligati di una vita preconfezionata, sono divenuti lo spazio di possibili avventure, i luoghi dove si costruiva la storia individuale e collettiva di quei momenti.
Da tempo una città dell’occidente capitalistico pacificato non veniva liberata per così grandi spazi e per così lungo tempo da una canaglia di facinorosi. Nonostante sia ormai da cinquant’anni al fedele servizio del capitalismo, l’urbanistica – organizzazione degli spazi urbani come funzione dei bisogni dell’economia – viene costantemente sottovalutata e trascurata tra gli obiettivi del mondo da contestare. Ma chi pensa che la globalizzazione non sia solo un sistema che aumenta la disparità economica tra una parte del mondo ricca e felice ed un’altra povera e triste, bensì un altro nome per definire quel totalitarismo dell’Economia sull’uomo che rende insopportabile la vita quotidiana di tutti, anche e soprattutto di noi “ricchi”, dovrebbe ricordarsi di quanta frustrazione, alienazione e oppressione passino attraverso l’organizzazione capitalista dello spazio urbano. La sistematica distruzione di ogni possibilità di aggregazione sociale e di piacere reale (non quello alienato indotto dal consumo), financo quello di circolare liberamente per le vie, è la causa principale della rassegnazione e della tristezza di milioni di persone, nonché dell’incapacità di saper creare quotidianamente forme di pensiero politico e di azioni di conflitto contro il dominio. Quando l'orizzonte della nostra vita quotidiana è fisicamente rinchiuso in una gabbia senza uscite – una città dove si esce di casa e ci si sposta solo per lavorare e consumare – la trappola capitalista ha successo. Lì finisce ogni possibilità di riscatto rivoluzionario perché “tutte le chiacchiere sulle rivendicazioni parziali non bastano a cancellare un attimo di libertà vissuta”. Quello che spesso neanche la sinistra radicale capisce è appunto che qualsiasi pretesa rivoluzionaria – per quanto fine – non può prescindere dalla sperimentazione concreta della libertà e solo la dimensione intrinsecamente sociale della città, la condivisione dello spazio, può permettere di superare l’impasse della libertà individuale non condivisa, per rilanciarla su un piano politicamente sovversivo. Per tutti questi motivi, venerdì 20 luglio è stato un giorno di rivolta. Aver condiviso con migliaia di persone l’esperienza fisica e mentale di una nuova dimensione dello spazio urbano; aver respirato, sia pure per poche ore, l’atmosfera di un potenziale mondo alla rovescia, le cui strade non sono più i binari che portano sempre negli stessi posti, ma i terreni di avventure e di sorprese: tutto ciò è benzina sul fuoco che brucia coloro che non si rassegnano alla sopravvivenza. L’aver esperito la libertà nelle strade diventa automaticamente la base di una rivendicazione politica senza compromessi: la rivoluzione della vita quotidiana. Per le persone che sentono queste cose, il venerdì di un anno fa a Genova rimane un dies signanda albo lapillo, non un lutto da celebrare, ma una festa da rinnovare.
Soltanto un’inflazione di situazioni simili, e mai nessun tribunale, potrà rendere giustizia alla lotta e alla morte di Carlo Giuliani.
Luglio 2002
Genova, piazza Alimonda, 20 luglio 2009 - Le sentenze giudiziarie sul massacro della Diaz e sulle torture di Bolzaneto hanno riconosciuto come verità incontestabili quanto da sempre dichiarato dalle vittime: decine di uomini in divisa hanno fatto carta straccia della Costituzione e si sono trasformati in squadracce che hanno agito fuori da ogni legalità. Sulle violenze della Diaz e di Bolzaneto è stata quindi riconosciuta la verità ma non è stata fatta giustizia: la catena di comando non è stata nemmeno processata, anzi, tutti i responsabili di allora, dell’ordine pubblico, sono stati promossi; e tra tanti che hanno commesso direttamente le violenze pochi sono stati condannati e a pene irrisorie.
Ma sull’omicidio di Carlo è stata negata fin dall’inizio ogni ricerca della verità. Lo Stato, il potere politico di allora, che è lo stesso di oggi, hanno paura della verità ed infatti hanno negato ogni processo. A breve uscirà la sentenza della Corte europea (alla quale hanno fatto ricorso i genitori di Carlo), ci auguriamo che anche questa volta dall’Europa arrivi un forte richiamo all’Italia a rispettare il diritto a ogni cittadino a un giusto processo. A otto anni di distanza ancora non vi è certezza su chi ha ucciso Carlo e permangono molti dubbi sulle infinite versioni fornite da Placanica; rimane tuttora intatta l’ipotesi che a sparare sia stato qualcuno ben più alto in grado, presente quel giorno a Piazza Alimonda.
Qualcuno il cui nome potrebbe essere protetto da una rete di complicità e ricatti.
Ma il potere ha paura anche di altre verità: di verità storiche e sociali, che allora centinaia di migliaia di persone gridavano per le vie di Genova. Infatti nel 2001 denunciavamo le ingiustizie della globalizzazione neoliberista e prevedevamo che avrebbe trascinato l’umanità verso la catastrofe. Avevamo ragione, la crisi attuale è frutto di quelle scelte che già allora denunciavamo. Allora siamo stati inascoltati, hanno usato ogni strumento per ridurci al silenzio. Oggi sappiamo che avevamo ragione, anche se abbiamo pagato a caro prezzo le nostre ragioni. Anche per questo non si può dimenticare Genova.
Arresti G8: al Riesame il pm attacca, è polemica con la difesa.
In un clima di tensione e proteste, si è svolta ieri l´udienza davanti ai giudici del Tribunale della Libertà per i ventuno arresti del G8 dell´Università: i toni sono stati a tratti accesi sia nel chiedere la conferma delle misure da parte della procura, che la scarcerazione da parte degli avvocati, e non sono mancate le polemiche, fuori e dentro l´aula. Un´aula insolita, tra l´altro, quella dove si è svolta l´udienza a porte chiuse: proprio per il gran numero di detenuti è stato infatti deciso di utilizzare la maxiaula 4 del Palagiustizia, (dove in genere si celebrano processi d´Assise), sorvegliata da un imponente servizio d´ordine anche per la presenza, fuori dal tribunale di un gruppo di manifestanti: alcune decine di studenti hanno infatti srotolato striscioni «Adesso arrestateci tutti» e «Contro le loro manette e manganelli i nostri cuori e i nostri cervelli» e fatto sentire la loro presenza di solidarietà agli arrestati con musica a tutto volume.
A sostenere l´accusa in aula c´erano il pm Roberto Sparagna e Marcello Maresca che ha spiegato ai giudici i motivi degli arresti e la necessità di mantenere le misure detentive del carcere. Nella "requisitoria" la procura ha utilizzato parole e riferimenti che non sono piaciuti ad alcuni difensori: dopo aver sottolineato le strategie adottate dai ragazzi arrestati nell´organizzare la violenza contro le forze dell´ordine, e nel ricordare le polemiche e le scritte sui muri comparse contro il procuratore capo Giancarlo Caselli, il pm ha infatti sostenuto senza fare riferimento agli indagati, che il «fenomeno è preoccupante» e che «c´è il rischio che qualcuno dal sanpietrino possa passare alla P38». Il pm ha utilizzato ad esempio la minaccia comparsa sui muri «Caselli attento ancora fischia il vento" per richiamare l´attenzione dei giudici alla memoria storica degli anni bui della Repubblica. Ma qualcuno tra gli avvocati difensori ha protestato con i giudici per la durezza dei toni usati, ritenendo invece che il pm avesse effettivamente paragonato le condotte violente degli indagati a quelle dei brigatisti. Il pm ha chiesto le conferme per tutti tranne che per i più giovani, di 20 e 21 anni, per cui ha chiesto i domiciliari, e per due dei cinque ai domiciliari, la richiesta è stata di passare all´obbligo di firma. I giudici del Riesame hanno cinque giorni di tempo per decidere. Intanto a Sanremo mercoledì sera un centinaio di militanti della sinistra antagonista ha manifestato a Sanremo contro Caselli, che doveva presentare un libro. «La manifestazione si è svolta in assoluta tranquillità - ha detto Caselli - senza essere condizionata da alcune proteste esterne, rimaste isolate e senza seguito».
Torino. Bisognerà attendere oggi o forse domani, prima di sapere che cosa ha deciso il Tribunale della Libertà di Torino chiamato ieri a confermare o meno le misure di custodia cautelare per 21 studenti dell'Onda arrestati ormai dieci giorni fa. Gli avvocati degli imputati hanno chiesto che l'episodio venga ridimensionato per quello che realmente è, e cioè nei fatti un episodio durato una manciata di secondi. Ma la procura di Torino, titolare dell'inchiesta, ha invece ribadito quella che considera la 'estrema gravità' di quanto accaduto a Torino il 19 maggio scorso nell'ambito delle contestazioni dell'Onda. Per il pm Roberto Sparagna quanto accaduto è gravissimo anche in vista di un autunno che si preannuncia caldo. Affermazioni che, rilevano gli avvocati, più che rivolte agli studenti arrestati sembrerebbero un segnale al movimento. Una linea di accusa, arresti preventivi e segnali per il movimento, che del resto era apparsa chiara fin dal giorno degli arresti, con le perquisizioni condotte in maniera anche violenta e appunto la traduzione in carcere di giovani studenti, molti dei quali incensurati. Ieri il pm ha chiesto la modifica della misura cautelare soltanto per quattro degli imputati (tre da arresti domiciliari a obbligo di firma e per uno soltanto dal carcere agli arresti domiciliari), chiedendo invece al tribunale di confermare la custodia in carcere per gli altri. Tra le affermazioni del pm che gli avvocati ieri hanno sottolineato e anche contestato quella rispetto a cui il movimento dell'Onda potrebbe tranquillamente passare dalle contestazioni al G8 alla P38. O ancora l'insistenza sulla caratteristica 'militare' del movimento studentesco che per il pm torinese è organizzato in file, schieramenti militari e plotoni che si muovono.
Ieri mattina numerosi studenti si sono dati appuntamento davanti al Palazzo di giustizia torinese. Studenti universitari, medi, familiari e amici dei giovani dell'Onda detenuti. Ma anche il popolo no Tav, che in val Susa ha organizzato diverse iniziative di solidarietà con l'Onda. Un presidio rumoroso e visivo, con diversi striscioni che sono stati appesi alla cancellata. 'L'Onda non si arresta, liberi tutti' c'è scritto su uno degli striscioni. Oltre ai torinesi anche una delegazione di padovani ad attendere il verdetto del tribunale della libertà. http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/07/articolo...
E' terminata poco dopo le 15.30 l'udienza del Tribunale del Riesame per i 21 arrestati dell'inchiesta Rewind. Un'udienza fiume durata diverse ore che ha visto una requisitoria all'attacco da parte del Pm, non dichiarandosi favorevole alle revoche delle misure cautelari per gli arrestati, perchè in autunno potrebbero ricommettere gli stessi reati, spingendosi fino a previsioni di future e costituende bande armate, e rapporti diretti che vanno dal lancio delle pietre al'impugnare un P38. Al termine di uno show degno dell'imbastutura politica dell'inchiesta nella sua totalità, ha calcato la mano sugli arrestati anagraficamente più vecchi, supponendo per loro la continuazione del carcere.
Seguiranno aggiornamenti più precisi.
L'Onda non si arresta
Liberi/e tutti/e subito!