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G8

G8: una risposta ai disobbedienti

Queste poche righe non rappresentano un'analisi imparziale, ma qualcosa come una lettera aperta a tutti i militanti o attivisti, un piccolo contributo al dibattito di movimento. Troppo volte, infatti, la discussione scade nell'insulto e nel pregiudizio, e ciò non aiuta nessuno a capire quali posizioni assumere, quali sono le basi teoriche e le pratiche su cui si fondano, e quindi a cosa mirano le differenti "correnti". Ma se ci interessa la rinascita delle lotte sociali, in vista di un cambiamento significativo delle condizioni di esistenza, verso una maggiore uguaglianza sociale e libertà (giusto per farci stare dentro tutti), dobbiamo cercare di fare ogni volta lo sforzo di pensare, invece di ripetere passivamente formule trite o vacue, scegliendo la propria posizione per appartenenze e/o amicizie.

L'occasione di un tale discorso, per chi scrive, è rappresentata dalle valutazioni che l'area disobbediente ha fatto subito dopo il G8. In particolare da un articolo di Antonio Musella, rampante esponente dei disobbedienti a Napoli, occupante di Insurgencia e quadro dell'Rdb (http://napoli.indymedia.org/node/9358). In qualche modo un leader: così dovrebbe essere chiamato (se non suonasse eccessivo per i numeri attuali del movimento), vista la pratica tutta disobbediente di disprezzare qualsiasi ambito di confronto collettivo, di far elaborare e imporre la linea a pochi individui, di far uscire personalisticamente i propri nomi in vista di possibili "offerte" da parte di sindacati, partiti, riviste o posti all'Università... Un leader di un'area che, se non si definisce più così – visto che da loro i nomi vengono scelti secondo criteri di mediaticità, e conviene abbandonarli quando sono troppo screditati – oggi esiste ancora, nonostante dieci anni di insuccessi.

Vale la pena di dare un occhio a quest'articolo non tanto perché meriti davvero una lettura (molto più interessante sarebbe confrontarsi direttamente con le posizioni teoriche di Negri o Fumagalli), ma perché in esso si trovano concentrate e propagandate a livello di massa le posizioni di questa parte del movimento. La prima cosa che colpisce, infatti, è lo stile dello scritto di Musella: ragionamento ridotto al minimo, insistenza ossessiva su alcuni punti, slogan lanciati in maniera imperativa, molta poca critica al "potere", e molto attacco alle altri componenti del movimento. È la modalità di scrittura della peggiore propaganda politica: quella che serve a infangare senza spiegare, a eliminare un "avversario" (che non è mai il tuo vero nemico, ma sempre quello che ti sta accanto, no?), piuttosto che comprenderlo, dialogarci, trovare minimi punti in comune. Ma proprio per questo l'articolo ha un merito: fa chiarezza. Traccia una linea molto precisa fra il movimento e la corrente dei disobbedienti. E forse anche fra cosa sono le lotte sociali e cosa sono i provocatori, infiltrati, gli amici di chi tenta in ogni modo di depotenziare le lotte.
Siamo ricaduti nell'insulto sterile? Leggete le prime quindici righe dell'articolo di Musella: potrebbero essere altrettanto bene scritte da Il Giornale:

“Tre tornanti, bastava voltarsi dietro per vedere sia la testa, sia la coda di quel corteo. In quel momento, con la faccia rossa dal calore, sembrava sentire nell’aria le note di Yann Tiersen, il brano “Summer 78”, ovvero la colonna sonora di “Good Bye Lenin” [...] Qualche migliaio di persone ad intonare slogan d’altri tempi, che già otto anni fa a Genova suonavano antichi. Bandiere rosse a simboleggiare la miriade di partiti comunisti o presunti tali che orgogliosi volteggiavano i loro vessilli nell’incomunicabilità assoluta [...] E’ indubbio che dal punto di vista dei numeri la manifestazione dei Cobas è stata un flop [...] Quel corteo, che qualcuno giudica positivo, era composto solo ed esclusivamente da militanti politici, di organizzazioni piccole, spesso piccolissime come la miriade di partiti comunisti appunto”.

È solo Il Giornale che riesce ad avere questo feroce anticomunismo (continuare a leggere il testo, che tira in mezzo inesistenti Soviet, inni rivoluzionari, bandiere rosse), che nella sua furia ottusa diventa anti-socialismo, anti-progressismo. Viene da chiedersi: quale settario comunista avrebbe mai scritto qualcosa del genere di una manifestazione dei disobbedienti? Ancora: avremmo criticato un simile passaggio se lo avesse scritto qualsiasi giornale, perché sappiamo che in una certa misura siamo tutti sulla stessa barca, quella di chi si oppone all'esistente, e ci interessa che, nelle ovvie differenze, nessuna lotta sia stroncata, affossata. Come facciamo ad accettare questi insulti da una componente che si vuole parte del movimento? C'è un limite fra l'onestà ed il martellarsi i coglioni, c'è un limite fra la critica produttiva e l'infamità.
Anche perché, se si vuole essere critici verso i compagni, bisognerebbe sempre partire da se stessi, e dire che a Genova le Tute Bianche, fra cui Musella, hanno sbagliato, hanno la responsabilità politica di aver trattato con le guardie, di aver gestito male un corteo dove è morto un compagno (non certo disobbediente)... Si dovrebbe almeno spiegare il cambio di tattica, perché di strategia non se ne vede, visto che, in dieci anni dalla comparsa dei disobbedienti sulla scena politica, quello che gli è riuscito è solo di allontanare le persone, impoverendo le lotte, e annacquando i contenuti (certo, nel quadro più generale di una “crisi della sinistra”, che investe tutti – e infatti le loro “finezze” analitiche e le sottili distinzioni, dalla persona media, non vengono affatto recepite...).

Ecco invece che va in scena uno squallido gioco con i numeri. Musella parla di “tristezza” del corteo “se paragonato alle mobilitazioni dei giorni precedenti”... E quali sarebbero? Quella del corteo interno alla Sapienza dell'Onda, non più di cento persone? Quello di un blocco stradale dell'ala disobbediente romana, fatto da 15 persone? Quello di una fiaccolata umanitaria e generica che ha portato in piazza ben poche persone a dispetto di un contenuto da “volemose bene”? Il Forum della Ricostruzione con 30 persone, e nemmeno un aquilano? La scritta – davvero poco critica! – YOU CAMP, che – guarda un po' – ci è toccato vedere per giorni sulle pagine dei giornali e sui TG, messa lì da 25 persone fra cui Lolli, il figlio del deputato PD (un tipo che nell'assemblea del 21 giugno del 3.32 voleva addirittura scrivere ai giornali per dissociarsi dalla manifestazione)? Quanto alla manifestazione di Vicenza, siamo tutti contenti che sia riuscita, ma lo è stata proprio perché ci hanno lavorato militanti da tutto il Nord, e non solo disobbedienti: da PRC a PDCI, associazioni, sindacati di base, PCL, centri sociali come Il Vittoria di Milano...
Così, il corteo del 10 luglio, boicottato ed organizzato non solo dai COBAS, ma da tante realtà diverse, un corteo che la Questura ha valutato di 4.000 persone, diventa per Musella solo di 5.000 (per Casarini addirittura 3.000!); mentre una manifestazione disobbediente sarebbe stata data a 10.000 (e in effetti alla fiaccolata, dove c'erano secondo la questura circa duemila persone, fra cui tutti, anche i COBAS, anche i manifestanti del 10, da Musella viene quasi triplicata per motivi di becera propaganda).

Non solo è davvero schifoso questo gioco dei numeri (che sì sono importanti, ma che se ci attenessimo a quelli allora avrebbe ragione Berlusconi e il PD: almeno loro li eleggono milioni di italiani!), ma è inedito che i numeri vengano utilizzati contro le stesse componenti del movimento. Infamità simili non si fanno mai! Che pensa, Musella, che la polizia ed i fasci non vadano su internet? Che i giornalisti non si facciano grasse risate? Che le persone comuni non vengano allontanati da queste miserabili polemiche?
Visto che il disobbediente gioca a fare lo spregiudicato, visto che non vuole lavare i panni in famiglia (il suddetto individuo a Napoli è ben conosciuto, ed avrebbe potuto dirle in faccia queste cose, invece di presentarsi un mese e mezzo fa ad un'assemblea della Rete Campana No G8 e aderire opportunisticamente alla piattaforma di quelli che poi spietatamente critica) diciamo le cose come stanno:

1. i disobbedienti hanno boicottato questa mobilitazione anti G8 per un piccolo ritorno di immagine. Con grande scorrettezza, non si sono sfilati dall'inizio, lasciando fare gli altri, ma hanno ritardato e bloccato ogni fase organizzativa (dalla costruzione del nodo indymedia all'organizzazione delle iniziative romane).

2. i disobbedienti hanno agito come un partitino, "blindando" le assemblee a cui erano presenti con interventi a macchinetta, peraltro uscendo in massa dallo spazio quando l'intervento non era loro, trattando sottobanco con la “presidenza”, in spregio a qualsiasi confronto democratico. Peraltro senza nemmeno avere internità con la situazione aquilana, a differenza di Epicentro Solidale o le Brigate di Solidarietà. Non solo: hanno favorito per convenienza tattica le posizioni più reazionarie di CGIL, ARCI, PD, soffiando sulle paure degli aquilani contro i mostruosi “No Global”... Salvo poi dover spiegare agli aquilani che fra di loro, accampato nelle tende, c'era proprio Egidio, un “no global” che a Torino aveva partecipato a degli scontri! Un “violento”, che come gli altri compagni arrestati, viene difeso dal linciaggio mediatico e giudiziario da tutto il movimento, odiosi comunisti in primis! A dimostrazione che non si deve MAI dare il fianco alla repressione o al fascismo, che su certi temi dobbiamo essere tutti uniti.

3. i disobbedienti cianciano di autorganizzazione, ma si autonominano portavoci delle lotte, e peraltro di lotte (purtroppo!) esistenti solo in Rete. Il caso-Musella è al limite del ridicolo: parla a nome del presidio di Chiaiano che non c'è più - ci sono solo dieci disobbedienti che non si fila più nessuno (e infatti alle ultime elezioni la gente di Chiaiano e Marano ha votato in massa i soliti camorristi del luogo). Innanzitutto, quando c'era il presidio, a prendersi le botte, c'erano tutti i compagni; inoltre i livelli di politicizzazione della “gente” sono stati bassissimi, proprio a causa dei disobbedienti che dicevano che “non bisogna cacciare dal corteo quelli di Fiamma Tricolore”, o contestare la Mussolini venuta ad arringare la folla. Insomma, se invece dei consiglieri municipali o del sindaco di Marano – legittimamente eletti, secondo i criteri della democrazia borghese – dobbiamo vedere Musella che al TG3 parla a nome di Chiaiano e dice (senza che a Chiaiano si sia fatta un'assemblea pubblica in merito) che loro non partecipano al corteo del 10, dove sta l'avanzamento delle lotte?

4. i disobbedienti sono un caso clamoroso di efficacia politica rispetto a quanto davvero rappresentano. Ormai spostano poco. Musella parla ad esempio di lotta per la casa: a tutte le loro iniziative a Napoli c'erano 20 persone, sempre gli stessi disobbedienti. Anche in questi giorni una mobilitazione contro la repressione sarebbe stata impensabile senza tutti gli altri compagni, così come la mobilitazione dello scorso autunno (a proposito: visto che con la “fresca” invenzione dell'Onda avete messo un cappello al movimento, com'è che non vi assumete le responsabilità della sua sconfitta? Com'è che, non solo non si è bloccata la riforma, ma non si sono nemmeno allargati gli spazi di partecipazione? Gli studenti si sono davvero mobilitati per mesi solo per avere qualche controcorso?).
Insomma, è solo in virtù dei seguenti elementi che riescono ad avere margini, sempre più residuali, di visibilità: appoggi a Repubblica ed al Manifesto, con simpatie vaganti in Liberazione; contenuti scialbi e umanitari; semplificazioni indebite della realtà, come quelle umanitarie sulla Palestina, o quelle sull'Università di cui Raparelli ci ha fornito esilaranti esempi. A loro merito va ascritta una capacità di coordinamento nazionale forte, ed una più compatta elaborazione politica (peraltro strumenti classici dell'egemonia comunista: riviste, contatti con il mondo culturale, ramificazioni nei sindacati...). Meriti comunque dovuti alla frammentazione delle altre realtà, dalla vecchia autonomia ai comunisti, e che si rovesciano in mali quando si tratta di mettere il cappello alle lotte, di far uscire parole d'ordine vaghissime, di proporre “territorio” e “interclassismo” (il programma della Lega!) come il futuro della sinistra.

Forse è tutto racchiuso nel loro uso dell'aggettivo “stalinista”. Loro sì (e per molti aspetti meno male) non esistono più. Ma sulla scorta della destra, i disobbedienti lo usano come contenitore vuoto, sinonimo di male assoluto. Così Casarini può affibbiarlo ad un sindaco del PD, l'Onda contro un giudice borghese come Caselli, proprio come Bianchini, il segretario piddino di un circolo romano accusato di violenze sessuali, lo usa contro i dirigenti del PD. D'altronde, simpatie, quando si accusano gli altri di stalinismo o di comunismo (usati in modo interscambiabile), le si trova sempre. Ma si intorbidano le acque, ed alla lunga si fa il gioco del nemico che ha proprio questo obbiettivo.

Spiace davvero dirlo, ma con i disobbedienti, con il loro marketing, con la loro insistenza sulla “gente”, con il loro populismo, e la loro speculazione umanitaria, con le loro trovate mediatiche, fallimentari come l'eterno rinnovamento di Rifondazione o le primarie del PD, il leghismo e il berlusconismo ha contagiato anche il movimento.
Ora c'è tanto da fare: legami da riallacciare, analisi da migliorare, fascismo da combattere per le strade e negli apparati istituzionali, percorsi di autorganizzazione sociale per collegare le diverse lotte e rovesciare il potere (e non infiltrarlo, magari facendosi eleggere alla municipalità). Non ci interessa il “nuovismo”: anche i proclami del mercato si presentano come un nuovo luccicante e invece sono il vecchio gioco dell'oppressione, mentre in parole che sembrano vecchie, come “comunismo”, c'è il futuro, la speranza, qualcosa che non è mai stato fatto prima d'ora. Né ci interessa se il Novecento sia finito o no: siamo nel 2009, e sappiamo contare. Ma se con questo pretesto si vuole seppellire qualsiasi lotta radicale, qualsiasi progetto emancipativo, dire che “sinistra” e “destra” non esistono più, proprio come faceva Terza Posizione, sappiamo che non troviamo nei capi dei disobbedienti degli alleati, ma dei pompieri e dei servi dei padroni.

Scrive Musella, per rompere con tutto il movimento: “Forse dobbiamo prendere atto che chi parla lingue diverse vivrà in mondi diversi, e svilupperà percorsi che si commisurano con la visione del sè rispetto alla dimensione globale della crisi che saranno diversi”.
Ha ragione. Da che lato si sono messi i disobbedienti, lo stiamo vedendo tutti.

G8: L'Aquila vietata ai giornalisti eccetto uno

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carognone
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Al G8 a L’Aquila c’era per i giornalisti il divieto assoluto di arrivare al Media center dentro la caserma di Coppito.

http://iltempo.ilsole24ore.com/abruzzo/2009/07/07/1044941-citta_proibita...

Eccetto per uno.
Poi questi pezzi di merda dicono che pensiamo male

http://metilparaben.blogspot.com/2009/07/toh-un-giornalista-ah-no-ho-vis...

Sanremo (Im) - Contestato il Procuratore capo Caselli

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Mercoledi 15 luglio - Durante la presentazione del suo libro "Le due guerre", Gian Carlo Caselli è stato contestato questa sera da un centinaio di studenti dell'Onda ligure e da amici e parenti di Mattia, uno dei 21 ragazzi arrestati il 6 luglio scorso.

Né buoni né cattivi

Quest’oggi siamo stupiti. Siamo stupiti dall’osservare una persona che vive come scissa in una duplice personalità: da una parte abbiamo un procuratore che dopo anni di lotte contro la mafia viene a presentare il suo libro per un’associazione intitolata a Peppino Impastato, figura di primaria rilevanza per la nostra coscienza politica e memoria storica; dall’altra parte c’è colui che ha firmato gli arresti per 21 ragazzi che – possiamo tutti immaginarcelo – se fossero nati in Sicilia 60 anni fa sarebbero stati gomito a gomito con quel personaggio.

Se vogliamo mettere in luce le contraddizioni che caratterizzano l’agire di Giancarlo Caselli, possiamo innanzitutto riflettere sul fatto che voler mettere ad ogni costo in difficoltà il movimento non è affatto una grande operazione antimafia.
Possiamo intuirlo quando pensiamo che la contestazione attiva di alcuni fenomeni politici è generatrice nella collettività di quella coscienza critica che dovrebbe portare fine all’egemonia mafiosa nelle decisioni economiche, politiche e sociali in Italia.

E non è proprio questa onnipotenza della mafia ciò contro cui Caselli ha dedicato la sua intera vita?

In base alle sue stesse dichiarazioni (“i violenti non erano più di 300.
E' contro di loro che abbiamo indagato. Non è intenzione della Procura colpire singoli gruppi politici o controculturali, ma anzi difendere la libertà di manifestare democraticamente qualsiasi opinione” repubblica.it, 6 luglio 2009)il procuratore Caselli avrebbe fatto addirittura un’azione produttiva per il movimento, perché avrebbe isolato la parte “cattiva” delle contestazioni dai manifestanti “buoni”.
Dobbiamo però concentrare la nostra attenzione sul fatto che chi ai cortei partecipa ai cordoni, sta in prima fila, regge gli scudi, e ogni tanto ci rimette qualche frattura, è anche chi permette a quei “buoni” (per usare una definizione che – sottolineiamo – non appartiene a noi) di manifestare serenamente senza il timore di trovarsi in mezzo a una carica.

È questo il motivo per cui la dicotomia fra “buoni” e “cattivi” non funziona: è stata rifiutata proprio da coloro i quali avrebbero dovuto – nell’ottica del nostro procuratore – trarne giovamento.
Insomma: è il movimento stesso che non accetta nessuna divisione o smembramento, specie se imposti dall’alto con la violenza degli ordini d’arresto.

E per condurre il filo del nostro discorso così in fondo da tornare all’inizio, vediamo come questi arresti siano ancora più violenti quando sono usati strumentalmente.
Sono strumenti per un’azione di repressione politica quando pur essendo pronti dal 20 giugno vengono firmati a tre giorni dal G8 dell’Aquila.

È con la coscienza di tutto ciò che noi non intendiamo, con questa azione, a nostra volta farci dividere ed entrare in polemica con il Centro Peppino e Felicia Impastato, ma vogliamo gettare luce sulle contraddizioni che a nostro avviso riempiono quest’episodio, dietro la consapevolezza che ventuno nostri compagni e coetanei non possono essere ora insieme a noi.

[Torino] presidio alle Vallette: "tutti liberi!"

autore: 
da infoaut

Questa sera, a partire dalle 19, si è tenuto un presidio dell'Onda Anomala torinese fuori dal carcere delle Vallette, in solidarietà con i 12 compagni reclusi, contro l'operazione Rewind, per l'immediata liberazione di tutti.

Un centinaia abbondante di persone hanno portato la loro solidarietà, gridato dal sound system per farsi sentire da dietro le sbarre, mandato musica per diverse ore. L'appuntamento di oggi è il primo dei diversi che sono fissati nella settimana di mobilitazione torinese, domani ci sarà a Palazzo Nuovo la presentazione della rivista dell'Onda, giovedi il presidio fuori dal Palagiustizia in concomitanza con il tribunale del riesame che dovrà decide per la scarcerazione o meno degli arrestati per gli scontri al G8 University Summit di Torino.

[Carcere Vallette] Lettera dei compagni torinesi

autore: 
da infoaut

Da lunedì siamo reclusi nel carcere Lorusso e Cotugno di Torino. Ci viene contestata la partecipazione al corteo contro il G8 delle università di Torino del 19 Maggio scorso.

In realtà la nostra detenzione vorrebbe essere un deterrente per le mobilitazioni internazionali che da giorni vedono l'Italia attraversata da giovani di tutte le nazioni che si oppongono all'ennesimo assurdo insulto del G8: spartizione tra pochi potenti del futuro di tutti noi, del mondo. Con gioia apprendiamo dai giornali che le mobilitazioni continuano con nuove energie. Per noi, questa è la notizia migliore. Il movimento non si è fermato, la forza critica e dirompente della nostra generazione non si arresta. Un'intera stagione di mobilitazioni continua. Siamo a luglio e le università sono nuovamente occupate, gli studenti proseguono i loro dibattiti, propositivi, contro riforme scellerate e tagli che vedrebbero gli ultimi baluardi di sapere libero crollare.

Anche dal carcere continua la nostra lotta. In quesi giorni abbiamo incontrato nuove forze, nuovi giovani, come noi con un futuro negato, come noi con una gran voglia di voltare pagina, di andare avanti e di lottare.

Partendo dai nostri diritti negati, vogliamo dar voce a loro, alle loro famiglie, a ciò che tutti i giorni devono subire. Senza futuro, l'isolamento, il taglio dei fondi agli istituti penitenziari, il sovraffollamento, i colloqui con i familiari e con l'esterno imbavagliati da una chilometrica burocrazia.

Da subito siamo stati divisi per motivi di sicurezza e proiettati nelle varie sezioni del carcere. Due di noi in stato di semi-isolamento, senza poter avere contatti con gli altri detenuti e con le ore d'aria dimezzate. Alcuni vestono ancora gli stessi abiti dell'arresto e non hanno potuto ricevere indumenti dall'esterno. Queste sono le nostre condizioni di vita, le condizioni di più di 1700 persone in un carcere che ne può contenere a malapena 900.

Diritti fondamentali, vita quotidiana, lavoro, igiene, cibo, tutto lasciato in secondo piano. Interi pezzi di società, scomodi, che vengono gestiti con la detenzione. Questa è la vita che ognuno di questi uomini e donne deve affrontare ogni giorno. Senza futuro, senza progettualità, sapendo che forse arriverà la libertà. Ma quale libertà? Privati della possibilità di ricominciare una vita dignitosa, in un mondo in cui l'unico interesse rimane la gestione dell'emergenza quotidiana, senza alcuna assunzione di responsabilità da parte dei colpevoli di tutto ciò.

Per tutti loro scriviamo queste parole, per le nostre e le loro vite.
Perché a nessun giovane venga negato il diritto allo studio, perché nessun uomo debba mai più vedere il cielo da dietro una grata.

I COMPAGNI TORINESI ARRESTATI

[Arresti G8] Operazione Erase (Rewind) - approfondimento di Marco Rigamo

autore: 
da globalproject

Il teorema dell'Operazione Rewind, "operazione riavvolgere". "Un bel titolo pop per essere il parto di un dinosauro stalinista". Il sostanziale vuoto del tema di prova a carico dei 21 oggetto di custodia cautelare.

"Quando a un uomo piace passare la lingua sul coltello prima o poi se la taglia": suona più o meno così un vecchio detto ucraino. Adattabile al pericolo che corre chi ha concepito l'ultima follia politico- giudiziaria messa inesecuzione lo scorso 6 luglio. Operazione Rewind. Un bel titolo pop per essere il parto di un dinosauro stalinista. Riavvolgere cosa? La storia della supplenza giudiziaria al potere politico? Quella degli anni '70, dei teoremi e dell'annientamento dei movimenti? Tornare a riprovarci col solito vecchio schema?Vediamo. Tanto per fare una cosa veramente vetero proviamo a dare un'occhiata a quel polveroso ma decisivo arnese che si chiama tema di prova. Che a carico dei 21 oggetto di ordine di cattura si può sintetizzare grossolanamente come segue.

Autorità che procede: giudice per le indagini preliminari. Tempo: il 19 maggio scorso a Torino. Luogo: Corso Marconi. Scena: la testa del corteo che si difende dalle cariche di polizia e carabinieri. Reati: violenza e lesioni. Gli atti trasmessi dal pubblico ministero: trovano il punto di massima suggestione riferendo di manifestanti disposti in "assetto sostanzialmente bellico" e di epilogo violento del corteo "preventivato". Il Gip aderisce totalmente, senza riserve.

Materiale fotografico abbondante. Grande enfasi sulle tecniche di riconoscimento. Esigenze cautelari: rischio di reiterazione dei reati "tanto più in vista dell'imminente apertura dei lavori del G8" per soggetti "gravati da precedenti di polizia" (leggasi: incensurati) e "attivi nei gruppi dell'area antagonista e dell'autonomia" (!!) (pag.42-43 ordinanza). Gesti criminosi a sostegno delle medesime: tirato sasso, azionato estintore, spostato cassonetto, sostenuto striscione.Tutto qui? Tutto qui. Per sei posizioni ricorre la seguente specifica: "seppure non veniva visto in prima persona spintonare e scalciare i poliziotti, lanciare pietre o altro… affiancava i manifestanti più attivi…", ma il top è l'imputato n.5 per il quale "si deve ritenere che abbia preso parte materialmente o quantomeno moralmente agli scontri…" (pag. 23).Questo è il dato. Tema di prova a sostegno della custodia cautelare pari a zero.

E' alla luce di questa evidenza che Caselli si rimette in gioco. Meglio: rimette in gioco l'agire di una parte della magistratura da sempre impegnata a battersi contro i movimenti e chiama i suoi fedeli a raccolta. Mentre il governo si spera vacilli a causa delle scosse dalemiane ecco riutilizzati gli strumenti giudiziari che la sinistra (sinistra?) inquirente conserva sempre ben affilati: c'è una "attenta e puntuale programmazione dell'azione collettiva", c'è "il coordinamento di una regia esperta", c'è un "unitario disegno criminoso, programmato e studiato da tempo nei minimi particolari".La doppia indicazione alle toghe da combattimento è chiara: sanzionare con il carcere immediato le pratiche di conflitto, il diritto a manifestare, il diritto di resistenza sedimentato nelle strade di Genova 2001; scavare le fondamenta su cui edificare nuove inchieste per reati associativi su scala nazionale, da Chiaiano a Vicenza. Mostrando al paese chi è che si occupa concretamente, fattivamente, di tutela della sicurezza sociale. Non è solo questione di Onda o di studenti.

Questo è l'ordine di servizio per l'autunno. Questo il tessuto di riferimento per organizzare la nostra Operazione Erase. Perché c'è un vecchio detto ucraino…

G8 Addio

autore: 
Stefano Zoja
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In tre giorni di incontri il G8 de L’Aquila non è andato oltre una serie di conferenze stampa e documenti zeppi di buone intenzioni. Di fronte alla rapidità delle trasformazioni globali, la formula stessa del meeting sembra inadatta a produrre altro che qualche sequenza buona per i telegiornali. E’ la fine del G8?

Vertici internazionali se ne fanno troppi: lo ha detto Barack Obama, così la cancelliera tedesca Angela Merkel. Né, in un pianeta rimescolato dalle urgenze della globalizzazione, appare chiaro quale debba essere il formato di questi summit. A L’Aquila si è aperto con il G8, per passare il secondo giorno al G8+G5 (paesi emergenti) +1 (l’Egitto), e chiudere venerdì con un G20. Equazioni senza risultati.

Se ossequio alla democrazia e realismo geopolitico inducono a includere sempre nuovi paesi nei grandi incontri internazionali, la loro efficacia evapora con il diversificarsi e il configgere degli interessi intorno al tavolo.

Così restano soltanto il cerimoniale, i sorrisi e le pacche sulle spalle, amplificati da un sistema dell’informazione che, soprattutto a certe latitudini, sguazza nella retorica e nei dettagli ludici. Di questo G8 abbiamo colto le grandi tavolate e le foto in posa. E abbiamo visto Obama giocare a basket in camicia e spiare il fondoschiena di una delegata brasiliana, o il presidente egiziano Mubarak fare colazione con funghi saltati in padella.

Politica e potere da sempre hanno bisogno di autorappresentarsi. Lo scrutinio del vestire, del mangiare e del comportarsi dei leader che la stampa compie a questi summit è il lasciapassare compiaciuto con cui la politica guadagna la visibilità mediatica che desidera. Ma il gioco di sponda fra i leader e i media sembra quasi esaurire il senso di questi eventi.

Dunque anche il G8 de L’Aquila, stretto fra i due G20 che si svolgono quest’anno (a Londra nell’aprile scorso e a Pittsburgh in novembre), non ha prodotto novità vere. I documenti conclusivi redatti nei diversi ambiti appaiono spesso dichiarazioni di buoni intenti, le cui risorse e modalità concrete di attuazione di rado vengono indicate. Ecco, in sintesi, i principali ambiti di lavoro:

- Clima: il riconoscimento, siglato dai paesi del MEF (Major Economies Forum, qui erano in 17) della necessità di contenere l’aumento della temperatura entro i due gradi dall’inizio dell’“era industriale” è un passo avanti a livello diplomatico, per quanto vago nei termini. Ma dai già modesti obiettivi concreti di lungo termine (dimezzamento delle emissioni globali e riduzione dell’80% per i paesi del G8 entro il 2050) si è sfilata la Cina insieme alle altre economie emergenti. L’accordo, resta così zoppo, sia perché non include diversi paesi determinanti, sia perché indica solo obiettivi di lungo termine, astenendosi da proposte più immediate e verificabili.

Ha fatto molto discutere la decisione di spostare il G8 dalla Maddalena a L'Aquila. Operazione riuscita?Inoltre se è vero, come dice l’attivista indiana Vandana Shiva, che ci sarebbe bisogno di ridurre le emissioni del 90% entro il 2030, si capisce come oggi la politica stia ancora discutendo di obiettivi molto timidi. Mentre l’economista americano Jeremy Rifkin ha definito l’accordo “ridicolo”. Arrivano, quindi, segnali modesti in vista del vero appuntamento per il clima: la Conferenza di Copenhagen a fine anno.

- Crisi economica: in questo ambito il vertice non è andato oltre alcune enunciazioni di principio, come la necessità di lavorare per una maggiore liberalizzazione degli scambi commerciali globali e di comprimere il protezionismo. Ma il modesto rimbalzo delle economie di alcuni paesi ha scoraggiato il dibattito sulle misure statali di stimolo all’economia, che alcuni vorrebbero già decurtare. L’intervento pubblico sembra stia già passando di moda. Latitano anche le misure per una più stringente regolazione del sistema finanziario: ci si è limitati alla stesura di alcuni, scontati principi.

- Africa: è stato definito un nuovo fondo da 20 miliardi di dollari destinati all’Africa nei prossimi tre anni per combattere la fame. La cifra è considerevole, ma in realtà si tratta in parte di risorse già previste e dirottate su questo nuovo strumento, e in parte, semplicemente, di aiuti già promessi in passato e mai giunti in Africa. Al di là dello sforzo finanziario, comunque, la questione principale riguarda la necessità di indirizzare i soldi in modo che arrivino davvero al sistema agricolo dei paesi africani, senza disperdersi nei mille rivoli della corruzione. Il modello degli aiuti all’Africa va ripensato in termini di efficienza e di autonomia del continente.

- Iran: anche in questo caso i Grandi sono rimasti alla finestra, per vedere quali esiti produrrà la rivoluzione verde, oltre ai rivolgimenti interni al clero sciita che controlla il paese. Il movimento popolare iraniano ha agito finora con determinazione e intelligenza strategica. Ma per i paesi occidentali, come Obama ha colto fin dall’inizio, prendere una posizione decisa avrebbe offerto a Khamenei il pretesto per schiacciare il movimento con una violenza ancora superiore. Al G8 si è dunque preferito evitare condanne formali, così come si è lasciato cadere anche il tema della corsa al nucleare nella repubblica islamica, in attesa di conoscere le sorti del paese.

Nessuna delle decisioni prese in questi giorni al G8 avrà ripercussioni concrete. Le difficoltà oggettive, o più spesso le divisioni interne fra i paesi partecipanti, lo hanno impedito. Sembrano del resto delinearsi due fronti dagli interessi in parte contrapposti: il declinante club dei paesi occidentali, il vecchio “primo mondo”, e i nuovi attori globali, nazioni i cui recenti successi economici stanno ridisegnando la mappa del potere globale. Sta nascendo un nuovo multilateralismo dalle geometrie ancora indefinite, mentre il G8 è in scadenza. Forse non sopravvivrà nemmeno come morbido salotto da conversazione.

Due cose di questo vertice a L’Aquila restano comunque nella memoria. Due immagini che hanno saputo bucare la retorica. Da un lato Obama, il primo presidente nero, che fa in tempo a partecipare a uno degli ultimi G8, per poi volare in Africa per la sua prima visita ufficiale. Ovunque vada i suoi messaggi restano calibrati, soppesando realismo politico e rottura col passato. Obama è simbolo e, insieme, una delle leve del riequilibrio della globalizzazione.

L’altra immagine che resta in mente è quella della città che ha ospitato il vertice, L’Aquila. Si può discutere a lungo sulla motivazione del trasloco fulmineo dalla Maddalena, ma è difficile negare che questa ribalta abbia rimesso per qualche tempo la città e la sua gente al centro dei discorsi. Il lacerato territorio d’Abruzzo non deve essere dimenticato, a dispetto delle cattive abitudini italiane e nonostante le correnti della globalizzazione creino nuove urgenze. Obama e L’Aquila, su piani diversi, sono attori

E’ la fine del G8?

autore: 
Stefano Zoja

Obama e Berlusconi discutono. Dietro di loro il "palazzo del governo" è in macerie.
Una metafora del G8?Vertici internazionali se ne fanno troppi: lo ha detto Barack Obama, così la cancelliera tedesca Angela Merkel. Né, in un pianeta rimescolato dalle urgenze della globalizzazione, appare chiaro quale debba essere il formato di questi summit. A L’Aquila si è aperto con il G8, per passare il secondo giorno al G8+G5 (paesi emergenti) +1 (l’Egitto), e chiudere venerdì con un G20. Equazioni senza risultati.

Se ossequio alla democrazia e realismo geopolitico inducono a includere sempre nuovi paesi nei grandi incontri internazionali, la loro efficacia evapora con il diversificarsi e il configgere degli interessi intorno al tavolo.

Così restano soltanto il cerimoniale, i sorrisi e le pacche sulle spalle, amplificati da un sistema dell’informazione che, soprattutto a certe latitudini, sguazza nella retorica e nei dettagli ludici. Di questo G8 abbiamo colto le grandi tavolate e le foto in posa. E abbiamo visto Obama giocare a basket in camicia e spiare il fondoschiena di una delegata brasiliana, o il presidente egiziano Mubarak fare colazione con funghi saltati in padella.

Politica e potere da sempre hanno bisogno di autorappresentarsi. Lo scrutinio del vestire, del mangiare e del comportarsi dei leader che la stampa compie a questi summit è il lasciapassare compiaciuto con cui la politica guadagna la visibilità mediatica che desidera. Ma il gioco di sponda fra i leader e i media sembra quasi esaurire il senso di questi eventi.

Dunque anche il G8 de L’Aquila, stretto fra i due G20 che si svolgono quest’anno (a Londra nell’aprile scorso e a Pittsburgh in novembre), non ha prodotto novità vere. I documenti conclusivi redatti nei diversi ambiti appaiono spesso dichiarazioni di buoni intenti, le cui risorse e modalità concrete di attuazione di rado vengono indicate. Ecco, in sintesi, i principali ambiti di lavoro:

- Clima: il riconoscimento, siglato dai paesi del MEF (Major Economies Forum, qui erano in 17) della necessità di contenere l’aumento della temperatura entro i due gradi dall’inizio dell’“era industriale” è un passo avanti a livello diplomatico, per quanto vago nei termini. Ma dai già modesti obiettivi concreti di lungo termine (dimezzamento delle emissioni globali e riduzione dell’80% per i paesi del G8 entro il 2050) si è sfilata la Cina insieme alle altre economie emergenti. L’accordo, resta così zoppo, sia perché non include diversi paesi determinanti, sia perché indica solo obiettivi di lungo termine, astenendosi da proposte più immediate e verificabili.

Ha fatto molto discutere la decisione di spostare il G8 dalla Maddalena a L'Aquila. Operazione riuscita?Inoltre se è vero, come dice l’attivista indiana Vandana Shiva, che ci sarebbe bisogno di ridurre le emissioni del 90% entro il 2030, si capisce come oggi la politica stia ancora discutendo di obiettivi molto timidi. Mentre l’economista americano Jeremy Rifkin ha definito l’accordo “ridicolo”. Arrivano, quindi, segnali modesti in vista del vero appuntamento per il clima: la Conferenza di Copenhagen a fine anno.

- Crisi economica: in questo ambito il vertice non è andato oltre alcune enunciazioni di principio, come la necessità di lavorare per una maggiore liberalizzazione degli scambi commerciali globali e di comprimere il protezionismo. Ma il modesto rimbalzo delle economie di alcuni paesi ha scoraggiato il dibattito sulle misure statali di stimolo all’economia, che alcuni vorrebbero già decurtare. L’intervento pubblico sembra stia già passando di moda. Latitano anche le misure per una più stringente regolazione del sistema finanziario: ci si è limitati alla stesura di alcuni, scontati principi.

- Africa: è stato definito un nuovo fondo da 20 miliardi di dollari destinati all’Africa nei prossimi tre anni per combattere la fame. La cifra è considerevole, ma in realtà si tratta in parte di risorse già previste e dirottate su questo nuovo strumento, e in parte, semplicemente, di aiuti già promessi in passato e mai giunti in Africa. Al di là dello sforzo finanziario, comunque, la questione principale riguarda la necessità di indirizzare i soldi in modo che arrivino davvero al sistema agricolo dei paesi africani, senza disperdersi nei mille rivoli della corruzione. Il modello degli aiuti all’Africa va ripensato in termini di efficienza e di autonomia del continente.

- Iran: anche in questo caso i Grandi sono rimasti alla finestra, per vedere quali esiti produrrà la rivoluzione verde, oltre ai rivolgimenti interni al clero sciita che controlla il paese. Il movimento popolare iraniano ha agito finora con determinazione e intelligenza strategica. Ma per i paesi occidentali, come Obama ha colto fin dall’inizio, prendere una posizione decisa avrebbe offerto a Khamenei il pretesto per schiacciare il movimento con una violenza ancora superiore. Al G8 si è dunque preferito evitare condanne formali, così come si è lasciato cadere anche il tema della corsa al nucleare nella repubblica islamica, in attesa di conoscere le sorti del paese.

Nessuna delle decisioni prese in questi giorni al G8 avrà ripercussioni concrete. Le difficoltà oggettive, o più spesso le divisioni interne fra i paesi partecipanti, lo hanno impedito. Sembrano del resto delinearsi due fronti dagli interessi in parte contrapposti: il declinante club dei paesi occidentali, il vecchio “primo mondo”, e i nuovi attori globali, nazioni i cui recenti successi economici stanno ridisegnando la mappa del potere globale. Sta nascendo un nuovo multilateralismo dalle geometrie ancora indefinite, mentre il G8 è in scadenza. Forse non sopravvivrà nemmeno come morbido salotto da conversazione.

La foto di gruppo dei "leader" riuniti a L'Aquila
Due cose di questo vertice a L’Aquila restano comunque nella memoria. Due immagini che hanno saputo bucare la retorica. Da un lato Obama, il primo presidente nero, che fa in tempo a partecipare a uno degli ultimi G8, per poi volare in Africa per la sua prima visita ufficiale. Ovunque vada i suoi messaggi restano calibrati, soppesando realismo politico e rottura col passato. Obama è simbolo e, insieme, una delle leve del riequilibrio della globalizzazione.

L’altra immagine che resta in mente è quella della città che ha ospitato il vertice, L’Aquila. Si può discutere a lungo sulla motivazione del trasloco fulmineo dalla Maddalena, ma è difficile negare che questa ribalta abbia rimesso per qualche tempo la città e la sua gente al centro dei discorsi. Il lacerato territorio d’Abruzzo non deve essere dimenticato, a dispetto delle cattive abitudini italiane e nonostante le correnti della globalizzazione creino nuove urgenze. Obama e L’Aquila, su piani diversi, sono attori della transizione, e sono destinati a rimanere con noi. A differenza del G8.

[Torino] domani presidio alle Vallette contro i 21 arresti di Caselli

autore: 
aut. op.
image1: 
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Dopo una settimana di straordinaria mobilitazione di risposta agli arresti orditi dal procuratore Giancarlo Caselli di Torino, l'Onda si prepara ad affrontare una nuova settimana all'insegna dell'opposizione all'operazione Rewind. Mobilitazione che viaggerà su livelli diversi dall'immediato post-6luglio, ma che con forza proseguirà nell'esigere la liberazione immediata per i 21 compagni e compagne agli arresti, nel riaffermare a testa alta le ragioni dell'Onda.

La rabbia per le misure preventive si è diffusa a macchia d'olio di giorno in giorno, il suo culmine è stata la nella mobilitazione nazionale, in ogni città, di venerdi 10 maggio, subito dopo la conferenza stampa nazionale del movimento negli uffici occupati del rettore del Politecnico di Torino. Venerdi migliaia di persone sono scese in piazza, da Torino a Bologna, passando per Firenze Cagliari Pisa Genova e tante altre città del nostro paese. "L'Onda non si arresta!", il messaggio è arrivato chiaro.

Mentre gli atenei e le città continuano ad essere infestati di striscioni e scritte contro gli arresti, nel crescere delle prese di posizioni contro quest'operazione ad orologeria costruita da procura e questura di Torino, con il placet del governo Berlusconi, l'Onda ha già fissato un paio di importanti scadenze per la settimana che viene. Torino ancora teatro e centro nevralgico della mobilitazione.

Martedi 14 luglio, alle ore 19 si terrà un presidio fuori dal carcere delle Vallette di Torino, innanzitutto per portare la solidarietà a coloro che in questo momento sono rinchiusi lì dentro per il coraggio e la generosità dimostrata in piazza il 19 maggio scorso contro il G8 University Summit.
La solidarietà con i 21 arrestati è stata immediata e dirompente, non solo nelle discese in strada, ma anche nell'incessante arrivo di comunicati di solidarietà nei loro confronti e nelle iniziative di prese di posizione tramite appelli da più parti. L'Onda torinese gridarà forte il suo "Liber* tutti! Liber* subito!", come è già avvenuto e continuerà ad avvenire fuori dagli istituti penitenziari di Padova Teramo Sanremo e Bologna.

Mercoledi 15 luglio, alle ore 17:30, all'università di Torino, nella sede delle facoltà umanistiche Palazzo Nuovo, vi sarà la presentazione dell'istant book dell'Onda Anomala, come annunciato nella conferenza stampa nazione di giovedi scorso. Un momento in cui l'Onda espliciterà le sue ragioni, rivendicandosi la giornata del 19 maggio scorso, in coerenza con il percorso intrapreso a livello nazionale in direzione di quella scadenza di movimento, assunta da tutte le articolazioni locali dell'Onda. Gli studenti e le studentesse, esigendo innanzitutto la liberazione degli arrestati, prenderanno parola sul corretto significato politico da associare alle iniziative contro il G8 di Torino, nel continuo di un percorso iniziato ad ottobre del 2008, quindi sulla valenza politica di arresti che il movimento respinge e davanti ai quali ne esce rafforzato.

Giovedi 16 luglio è stata fissata, a Torino, l'udienza del Tribunale del riesame per i 21 arrestati dell'Onda. Fuori dal Palagiustizia torinese si svolgerà un presidio per mantenere l'attenzione su un appuntamento importante per la sorte degli arrestati, ribadendo che "l'Onda è inarrestabile" e che i 21 compagni e compagne li si vuole tutti liberi, subito.

Il club che conta davvero

autore: 
Alessandro Ursic
image1: 
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Il G8 è ormai irrilevante: scontato l'allargamento a 14 o 20 Stati. Ma il vero asse delle decisioni corre da Washington a Pechino
Lo pensavano da tempo in tanti, ora hanno iniziato a dirlo gli stessi partecipanti: Francia, Germania, pure il nostro primo ministro. Il G8 è, in sostanza, ormai irrilevante. Un'occasione dove mettere in scena le proteste popolari per un mondo più equo, ma non certo per raggiungere decisioni consensuali sulla direzione da dare al pianeta. Ma mentre già si dà per scontato un allargamento del "club dei grandi", è in realtà a una relazione ben più ristretta che bisogna guardare per capire dove stiamo andando.

Iniziato nel 1975 come incontro dei leader dei "7 Grandi", l'attuale format è diventato a 8 con l'inclusione della Russia nel 1998. Da cinque anni, il G8 è in pratica un preambolo della seconda e ben più importante parte del meeting, quando arrivano i rappresentanti di Cina, India, Brasile, Messico, Sudafrica (ed Egitto). Per ora questi Paesi vengono "invitati", ma ormai la loro inclusione ufficiale in un "G14" è solo questione di tempo, e c'è chi già parla di un'ulteriore estensione verso un cosiddetto "G20". permanente. "Come l'araba fenice - ha scritto un editorialista del quotidiano malese The Star - "il G14 sta nascendo dalle ceneri del G8: un corpo dove i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo stanno sullo stesso piano".

L'allargamento del tavolo è dettato innanzitutto da considerazioni economiche: la Cina ha recentemente sorpassato la Germania diventando il terzo Paese al mondo per Prodotto interno lordo, e tra non molto scalzerà il Giappone dal secondo post; il Pil di India e Brasile è in scia a quello di Canada e Italia. Ma non è solo una questione di soldi. Si può parlare di ambiente senza la Cina, che due anni fa è diventata il primo Paese produttore di emissioni nocive? O del Brasile, la cui foresta amazzonica - in fase di disboscamento da anni - è il principale polmone verde del pianeta? Si può discutere di politiche agricole senza un rappresentante che parli a nome di 1,1 miliardi di indiani, o almeno un Paese africano? Che decisioni si possono prendere sul sistema monetario mondiale se non è presente la Cina, lo Stato che ha le maggiori riserve in dollari?

I leader mondiali sono consapevoli della situazione. Così, si guarda già alla seconda riunione del G20, in programma il prossimo settembre. La recente fumata grigia sull'accordo sulla riduzione dei gas serra, tuttavia, evidenzia i limiti dei club allargati: sono più rappresentantivi, ma con più membri al tavolo delle trattative è più difficile trovare un accordo. D'altro canto, l'asse lungo cui correrà qualsiasi decisione corre sempre più da Washington a Pechino.

Le due maggiori economie mondiali sono legate a doppio filo: per anni la Cina ha esportato e l'America consumato, indebitandosi proprio grazie al costante acquisto di Buoni del Tesoro da parte di Pechino, che ha accumulato riserve per oltre 1.600 miliardi di dollari. La recessione negli Usa mette a rischio quel patrimonio, che in caso di svalutazione del biglietto verde perderebbe parte del suo valore. Le recenti (e ripetute) dichiarazioni delle autorità cinesi, che premono per un "paniere" valutario di riferimento al posto del solo dollaro, sono frutto anche di questa situazione di squilibrio, oltre che della volontà di Pechino di avere maggiore peso in merito.

Attraverso la Cina, in sostanza, passa tutto. Gli economisti confidano in un aumento dei consumi cinesi per compensare la diminuzione di quelli americani; la conferenza di Copenaghen del prossimo dicembre, dove si cercherà di trovare un sostituto del protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni inquinanti, sarà un fallimento se Pechino e Washington non troveranno un accordo su come dividersi le responsabilità. Anche il G14, o G20 che sia, rischia insomma di diventare alla lunga solo un'occasione poco più che mondana, con le vere decisioni che saranno già state prese in trattative faccia a faccia tra gli Usa e la Cina. Una piattaforma ideata anni fa, ma che solo la scorsa primavera è stata messa finalmente nero su bianco. La chiamano già "G2". E il primo incontro è previsto per fine luglio.

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