Queste poche righe non rappresentano un'analisi imparziale, ma qualcosa come una lettera aperta a tutti i militanti o attivisti, un piccolo contributo al dibattito di movimento. Troppo volte, infatti, la discussione scade nell'insulto e nel pregiudizio, e ciò non aiuta nessuno a capire quali posizioni assumere, quali sono le basi teoriche e le pratiche su cui si fondano, e quindi a cosa mirano le differenti "correnti". Ma se ci interessa la rinascita delle lotte sociali, in vista di un cambiamento significativo delle condizioni di esistenza, verso una maggiore uguaglianza sociale e libertà (giusto per farci stare dentro tutti), dobbiamo cercare di fare ogni volta lo sforzo di pensare, invece di ripetere passivamente formule trite o vacue, scegliendo la propria posizione per appartenenze e/o amicizie.
L'occasione di un tale discorso, per chi scrive, è rappresentata dalle valutazioni che l'area disobbediente ha fatto subito dopo il G8. In particolare da un articolo di Antonio Musella, rampante esponente dei disobbedienti a Napoli, occupante di Insurgencia e quadro dell'Rdb (http://napoli.indymedia.org/node/9358). In qualche modo un leader: così dovrebbe essere chiamato (se non suonasse eccessivo per i numeri attuali del movimento), vista la pratica tutta disobbediente di disprezzare qualsiasi ambito di confronto collettivo, di far elaborare e imporre la linea a pochi individui, di far uscire personalisticamente i propri nomi in vista di possibili "offerte" da parte di sindacati, partiti, riviste o posti all'Università... Un leader di un'area che, se non si definisce più così – visto che da loro i nomi vengono scelti secondo criteri di mediaticità, e conviene abbandonarli quando sono troppo screditati – oggi esiste ancora, nonostante dieci anni di insuccessi.
Vale la pena di dare un occhio a quest'articolo non tanto perché meriti davvero una lettura (molto più interessante sarebbe confrontarsi direttamente con le posizioni teoriche di Negri o Fumagalli), ma perché in esso si trovano concentrate e propagandate a livello di massa le posizioni di questa parte del movimento. La prima cosa che colpisce, infatti, è lo stile dello scritto di Musella: ragionamento ridotto al minimo, insistenza ossessiva su alcuni punti, slogan lanciati in maniera imperativa, molta poca critica al "potere", e molto attacco alle altri componenti del movimento. È la modalità di scrittura della peggiore propaganda politica: quella che serve a infangare senza spiegare, a eliminare un "avversario" (che non è mai il tuo vero nemico, ma sempre quello che ti sta accanto, no?), piuttosto che comprenderlo, dialogarci, trovare minimi punti in comune. Ma proprio per questo l'articolo ha un merito: fa chiarezza. Traccia una linea molto precisa fra il movimento e la corrente dei disobbedienti. E forse anche fra cosa sono le lotte sociali e cosa sono i provocatori, infiltrati, gli amici di chi tenta in ogni modo di depotenziare le lotte.
Siamo ricaduti nell'insulto sterile? Leggete le prime quindici righe dell'articolo di Musella: potrebbero essere altrettanto bene scritte da Il Giornale:
“Tre tornanti, bastava voltarsi dietro per vedere sia la testa, sia la coda di quel corteo. In quel momento, con la faccia rossa dal calore, sembrava sentire nell’aria le note di Yann Tiersen, il brano “Summer 78”, ovvero la colonna sonora di “Good Bye Lenin” [...] Qualche migliaio di persone ad intonare slogan d’altri tempi, che già otto anni fa a Genova suonavano antichi. Bandiere rosse a simboleggiare la miriade di partiti comunisti o presunti tali che orgogliosi volteggiavano i loro vessilli nell’incomunicabilità assoluta [...] E’ indubbio che dal punto di vista dei numeri la manifestazione dei Cobas è stata un flop [...] Quel corteo, che qualcuno giudica positivo, era composto solo ed esclusivamente da militanti politici, di organizzazioni piccole, spesso piccolissime come la miriade di partiti comunisti appunto”.
È solo Il Giornale che riesce ad avere questo feroce anticomunismo (continuare a leggere il testo, che tira in mezzo inesistenti Soviet, inni rivoluzionari, bandiere rosse), che nella sua furia ottusa diventa anti-socialismo, anti-progressismo. Viene da chiedersi: quale settario comunista avrebbe mai scritto qualcosa del genere di una manifestazione dei disobbedienti? Ancora: avremmo criticato un simile passaggio se lo avesse scritto qualsiasi giornale, perché sappiamo che in una certa misura siamo tutti sulla stessa barca, quella di chi si oppone all'esistente, e ci interessa che, nelle ovvie differenze, nessuna lotta sia stroncata, affossata. Come facciamo ad accettare questi insulti da una componente che si vuole parte del movimento? C'è un limite fra l'onestà ed il martellarsi i coglioni, c'è un limite fra la critica produttiva e l'infamità.
Anche perché, se si vuole essere critici verso i compagni, bisognerebbe sempre partire da se stessi, e dire che a Genova le Tute Bianche, fra cui Musella, hanno sbagliato, hanno la responsabilità politica di aver trattato con le guardie, di aver gestito male un corteo dove è morto un compagno (non certo disobbediente)... Si dovrebbe almeno spiegare il cambio di tattica, perché di strategia non se ne vede, visto che, in dieci anni dalla comparsa dei disobbedienti sulla scena politica, quello che gli è riuscito è solo di allontanare le persone, impoverendo le lotte, e annacquando i contenuti (certo, nel quadro più generale di una “crisi della sinistra”, che investe tutti – e infatti le loro “finezze” analitiche e le sottili distinzioni, dalla persona media, non vengono affatto recepite...).
Ecco invece che va in scena uno squallido gioco con i numeri. Musella parla di “tristezza” del corteo “se paragonato alle mobilitazioni dei giorni precedenti”... E quali sarebbero? Quella del corteo interno alla Sapienza dell'Onda, non più di cento persone? Quello di un blocco stradale dell'ala disobbediente romana, fatto da 15 persone? Quello di una fiaccolata umanitaria e generica che ha portato in piazza ben poche persone a dispetto di un contenuto da “volemose bene”? Il Forum della Ricostruzione con 30 persone, e nemmeno un aquilano? La scritta – davvero poco critica! – YOU CAMP, che – guarda un po' – ci è toccato vedere per giorni sulle pagine dei giornali e sui TG, messa lì da 25 persone fra cui Lolli, il figlio del deputato PD (un tipo che nell'assemblea del 21 giugno del 3.32 voleva addirittura scrivere ai giornali per dissociarsi dalla manifestazione)? Quanto alla manifestazione di Vicenza, siamo tutti contenti che sia riuscita, ma lo è stata proprio perché ci hanno lavorato militanti da tutto il Nord, e non solo disobbedienti: da PRC a PDCI, associazioni, sindacati di base, PCL, centri sociali come Il Vittoria di Milano...
Così, il corteo del 10 luglio, boicottato ed organizzato non solo dai COBAS, ma da tante realtà diverse, un corteo che la Questura ha valutato di 4.000 persone, diventa per Musella solo di 5.000 (per Casarini addirittura 3.000!); mentre una manifestazione disobbediente sarebbe stata data a 10.000 (e in effetti alla fiaccolata, dove c'erano secondo la questura circa duemila persone, fra cui tutti, anche i COBAS, anche i manifestanti del 10, da Musella viene quasi triplicata per motivi di becera propaganda).
Non solo è davvero schifoso questo gioco dei numeri (che sì sono importanti, ma che se ci attenessimo a quelli allora avrebbe ragione Berlusconi e il PD: almeno loro li eleggono milioni di italiani!), ma è inedito che i numeri vengano utilizzati contro le stesse componenti del movimento. Infamità simili non si fanno mai! Che pensa, Musella, che la polizia ed i fasci non vadano su internet? Che i giornalisti non si facciano grasse risate? Che le persone comuni non vengano allontanati da queste miserabili polemiche?
Visto che il disobbediente gioca a fare lo spregiudicato, visto che non vuole lavare i panni in famiglia (il suddetto individuo a Napoli è ben conosciuto, ed avrebbe potuto dirle in faccia queste cose, invece di presentarsi un mese e mezzo fa ad un'assemblea della Rete Campana No G8 e aderire opportunisticamente alla piattaforma di quelli che poi spietatamente critica) diciamo le cose come stanno:
1. i disobbedienti hanno boicottato questa mobilitazione anti G8 per un piccolo ritorno di immagine. Con grande scorrettezza, non si sono sfilati dall'inizio, lasciando fare gli altri, ma hanno ritardato e bloccato ogni fase organizzativa (dalla costruzione del nodo indymedia all'organizzazione delle iniziative romane).
2. i disobbedienti hanno agito come un partitino, "blindando" le assemblee a cui erano presenti con interventi a macchinetta, peraltro uscendo in massa dallo spazio quando l'intervento non era loro, trattando sottobanco con la “presidenza”, in spregio a qualsiasi confronto democratico. Peraltro senza nemmeno avere internità con la situazione aquilana, a differenza di Epicentro Solidale o le Brigate di Solidarietà. Non solo: hanno favorito per convenienza tattica le posizioni più reazionarie di CGIL, ARCI, PD, soffiando sulle paure degli aquilani contro i mostruosi “No Global”... Salvo poi dover spiegare agli aquilani che fra di loro, accampato nelle tende, c'era proprio Egidio, un “no global” che a Torino aveva partecipato a degli scontri! Un “violento”, che come gli altri compagni arrestati, viene difeso dal linciaggio mediatico e giudiziario da tutto il movimento, odiosi comunisti in primis! A dimostrazione che non si deve MAI dare il fianco alla repressione o al fascismo, che su certi temi dobbiamo essere tutti uniti.
3. i disobbedienti cianciano di autorganizzazione, ma si autonominano portavoci delle lotte, e peraltro di lotte (purtroppo!) esistenti solo in Rete. Il caso-Musella è al limite del ridicolo: parla a nome del presidio di Chiaiano che non c'è più - ci sono solo dieci disobbedienti che non si fila più nessuno (e infatti alle ultime elezioni la gente di Chiaiano e Marano ha votato in massa i soliti camorristi del luogo). Innanzitutto, quando c'era il presidio, a prendersi le botte, c'erano tutti i compagni; inoltre i livelli di politicizzazione della “gente” sono stati bassissimi, proprio a causa dei disobbedienti che dicevano che “non bisogna cacciare dal corteo quelli di Fiamma Tricolore”, o contestare la Mussolini venuta ad arringare la folla. Insomma, se invece dei consiglieri municipali o del sindaco di Marano – legittimamente eletti, secondo i criteri della democrazia borghese – dobbiamo vedere Musella che al TG3 parla a nome di Chiaiano e dice (senza che a Chiaiano si sia fatta un'assemblea pubblica in merito) che loro non partecipano al corteo del 10, dove sta l'avanzamento delle lotte?
4. i disobbedienti sono un caso clamoroso di efficacia politica rispetto a quanto davvero rappresentano. Ormai spostano poco. Musella parla ad esempio di lotta per la casa: a tutte le loro iniziative a Napoli c'erano 20 persone, sempre gli stessi disobbedienti. Anche in questi giorni una mobilitazione contro la repressione sarebbe stata impensabile senza tutti gli altri compagni, così come la mobilitazione dello scorso autunno (a proposito: visto che con la “fresca” invenzione dell'Onda avete messo un cappello al movimento, com'è che non vi assumete le responsabilità della sua sconfitta? Com'è che, non solo non si è bloccata la riforma, ma non si sono nemmeno allargati gli spazi di partecipazione? Gli studenti si sono davvero mobilitati per mesi solo per avere qualche controcorso?).
Insomma, è solo in virtù dei seguenti elementi che riescono ad avere margini, sempre più residuali, di visibilità: appoggi a Repubblica ed al Manifesto, con simpatie vaganti in Liberazione; contenuti scialbi e umanitari; semplificazioni indebite della realtà, come quelle umanitarie sulla Palestina, o quelle sull'Università di cui Raparelli ci ha fornito esilaranti esempi. A loro merito va ascritta una capacità di coordinamento nazionale forte, ed una più compatta elaborazione politica (peraltro strumenti classici dell'egemonia comunista: riviste, contatti con il mondo culturale, ramificazioni nei sindacati...). Meriti comunque dovuti alla frammentazione delle altre realtà, dalla vecchia autonomia ai comunisti, e che si rovesciano in mali quando si tratta di mettere il cappello alle lotte, di far uscire parole d'ordine vaghissime, di proporre “territorio” e “interclassismo” (il programma della Lega!) come il futuro della sinistra.
Forse è tutto racchiuso nel loro uso dell'aggettivo “stalinista”. Loro sì (e per molti aspetti meno male) non esistono più. Ma sulla scorta della destra, i disobbedienti lo usano come contenitore vuoto, sinonimo di male assoluto. Così Casarini può affibbiarlo ad un sindaco del PD, l'Onda contro un giudice borghese come Caselli, proprio come Bianchini, il segretario piddino di un circolo romano accusato di violenze sessuali, lo usa contro i dirigenti del PD. D'altronde, simpatie, quando si accusano gli altri di stalinismo o di comunismo (usati in modo interscambiabile), le si trova sempre. Ma si intorbidano le acque, ed alla lunga si fa il gioco del nemico che ha proprio questo obbiettivo.
Spiace davvero dirlo, ma con i disobbedienti, con il loro marketing, con la loro insistenza sulla “gente”, con il loro populismo, e la loro speculazione umanitaria, con le loro trovate mediatiche, fallimentari come l'eterno rinnovamento di Rifondazione o le primarie del PD, il leghismo e il berlusconismo ha contagiato anche il movimento.
Ora c'è tanto da fare: legami da riallacciare, analisi da migliorare, fascismo da combattere per le strade e negli apparati istituzionali, percorsi di autorganizzazione sociale per collegare le diverse lotte e rovesciare il potere (e non infiltrarlo, magari facendosi eleggere alla municipalità). Non ci interessa il “nuovismo”: anche i proclami del mercato si presentano come un nuovo luccicante e invece sono il vecchio gioco dell'oppressione, mentre in parole che sembrano vecchie, come “comunismo”, c'è il futuro, la speranza, qualcosa che non è mai stato fatto prima d'ora. Né ci interessa se il Novecento sia finito o no: siamo nel 2009, e sappiamo contare. Ma se con questo pretesto si vuole seppellire qualsiasi lotta radicale, qualsiasi progetto emancipativo, dire che “sinistra” e “destra” non esistono più, proprio come faceva Terza Posizione, sappiamo che non troviamo nei capi dei disobbedienti degli alleati, ma dei pompieri e dei servi dei padroni.
Scrive Musella, per rompere con tutto il movimento: “Forse dobbiamo prendere atto che chi parla lingue diverse vivrà in mondi diversi, e svilupperà percorsi che si commisurano con la visione del sè rispetto alla dimensione globale della crisi che saranno diversi”.
Ha ragione. Da che lato si sono messi i disobbedienti, lo stiamo vedendo tutti.