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G8

Lo spettacolare G8

autore: 
mazzetta
image1: 
berlusc.express.jpg

L'ultimo grande spettacolo, prima della pausa che terminerà con la ripresa del campionato di calcio, sta ancora impegnando i nostri schermi, ma ancora nessuno sembra averne indagata la natura. In effetti ci sarà chi si chiede stupito a cosa serva il G8 e perché caspita quest'anno sembri tanto un grande evento. In fin dei conti dei 34 incontri precedenti se ne ricorda forse uno solo proprio nel nostro paese, perché ci è scappato il morto. Questioni importanti, non fosse per l'importanza dei convenuti, scivolano via senza che la grande giostra dell'informazione riesca ad afferrarle e mostrarle ai cittadini che basiti assistono da casa. Si tratta di un summit – informale - perché esistono già sedi sedi - formalizzate - dove ci si riunisce per decidere davvero degli accordi internazionali, eppure è promosso con molta più foga di tanti appuntamenti più importanti.

Il primo concetto da fissare è che questo grande vertice internazionale, trasformato dal solito megalomane in vertice di vertici e infine in vertigine, non serve a decidere niente. Zero, meno di niente. Il principale prodotto del vertice, il risultato ufficiale e ultimo, è la “dichiarazione”. Consiste in un assemblaggio cautissimo di frasi contrattate dagli ormai famosi sherpa, che inevitabilmente enumera una serie di grandi decisioni prese dai “grandi”. Il problema principale con la dichiarazione è che di solito è composta da dichiarazioni di principio e dichiarazioni d'impegno in misura estremamente sbilanciata a favore delle prime. Il problema secondario con la dichiarazione è che gli impegni sottoscritti dagli stati sono di solito simbolici e, ancora più spesso, non vengono rispettati. La “dichiarazione” paradigmatica del senso del G8 è quella con la quale si annuncia che dopo una fruttuosa discussione sul tema del giorno, i “Grandi” hanno deciso di impegnarsi a discuterne tra un anno o anche di più. Ecco perché il G8 ha smesso da tempo di essere un incontro nel quale si fa la storia, se mai lo è stato.

Accertato che l'evento non serve lo scopo a cui è formalmente preposto e appurato che la sua inutilità è confermata da una serie storica impressionante per costanza e coerenza, resta da capire perché un sacco di gente, che ha sicuramente di meglio da fare, si ritrovi periodicamente per questa sceneggiata, ed è proprio il termine sceneggiata che ci porta sulla pista giusta. Alzi la mano chi può negare che questo incontro sia un enorme spot per Silvio Berlusconi.

Mentre aspettiamo, possiamo sicuramente analizzare l'incontro dal punto di vista spettacolare, operazione che sembra avere senso e un discreto radicamento nella realtà. Inteso come spettacolo, il G8 è addirittura trasparente per quanto c’è familiare e non potrebbe essere altrimenti, sono anni che l'impresario che lo organizza si preoccupa di fare lo stesso con la televisione e i media italiani. C'è anche da ricordare, per non fare torti a nessuno, che i leader che si prestano allo spot dell'italiano sono i primi ad aderire e a promuovere questo modello, Berlusconi non è il solo che si sta facendo pubblicità.

Il G8 è puro stile Mediaset, è coperto ossessivamente da Raiset ed è organizzato e allestito seguendo il manuale del Grande Fratello. Niente è lasciato al caso, dalle inquadrature televisive fino ai dettagli più sottili della sceneggiatura. Il format include anche le tipiche “prove” che punteggiano i reality, prove spesso di dubbio gusto, come quella del similatore del terremoto in mezzo alle rovine del terremoto. Lo stile delle location e i colori degli interni sono gli stessi e il programma risente della formazione di Berlusconi nel mondo delle crociere: “Regola numero uno: tienili impegnati”. In effetti il copione originale prevedeva proprio la crociera in Sardegna, ma traslocarlo in Abruzzo è stato più facile del prevedibile, perché in fin dei conti la zona offre le stesse possibilità di segregazione dell'arcipelago della Maddalena.

Così ai leader convenuti, confinati in un ambiente circoscritto e coperto ossessivamente dalle telecamere, è stato proposto un programma di eventi serrati e inclini a un'escalation narrativa che traspare anche dai numeri: G8, G14 e poi G20. I protagonisti arrivano sul palcoscenico con tempi diversi per evitare sovrapposizioni e mantenere la tensione narrativa e l'impressione di un positivo aumento di leader che accorrono a firmare “la dichiarazione” del giorno. È comprensibile che Berlusconi abbia equivocato quando la stampa estera ha accusato l'Italia di non aver preparato l'agenda a dovere, in realtà lui il programma della crociera l'ha spremuto allo spasimo e l'agenda politica è inutile come il vertice. Perché perderci tempo?

Tanto intenso è il programma, che i leader convenuti sembrano avere qualche difficoltà a reggere fisicamente la giostra che si conclude a tarda sera dopo inevitabili cene obbligatorie. Rinchiusi nella G8land come se fossero su Love Boat ( o forse su Fantasy Island), sono prigionieri di un set e esposti alle telecamere del grande impresario, che con quelle riprese ci fa quello che vuole e che è anche quello che vende le riprese che gireranno per il mondo. La star dello spettacolo è indubbiamente il presidente americano Obama, prima di tutto perché è il presidente americano e poi perché “vende” benissimo quasi ovunque. Obama fa gradimento e allora Obama giorno e notte e, quando non c'è, via con la moglie e le figlie. A promuoverlo continuamente, non richiesto, c'è proprio Berlusconi che cerca di raccoglierne ogni barlume di lustro riflesso, così che i suoi stessi giornali possano fare il titolo con “Obama e Berlusconi”: mica fichi, un grande leader mondiale. Obama, per conto suo, ha parecchio da fare, viene da Mosca, andrà in Ghana e poi a casa dove lo attende l'orrore, ringrazia per lo spot cercando di cavarne quel che può e di mostrarsi amico di tutti. Esigenze spettacolari convergenti, comuni a quasi tutti i leader.

Nella Casa del GF di Coppito gli hanno anche messo lì un campo da basket come esplicito gesto di cortesia e tentazione maligna e lui ovviamente si è esibito in favore di telecamere per “far simpatia”, che l'America ne ha bisogno. Non è mancato il ralenty e non sono mancati i commenti “tecnici” sullo stile presidenziale, per fortuna nessuno ha detto che i neri ce l'hanno nel sangue, di questi tempi è già un risultato. Qualche ora se ne va per descrivere i cambi d'abito “della Michelle” (nella foto un dettaglio) e delle sue pupette macerando nell'attesa dell'arrivo di Carlà, che arriva dopo perché di spettacolo se ne intende, evitando sovrapposizioni e competizioni, senza perdersi l'Haute Couture à Paris. Guest star George Clooney, che appare al G8 in un cameo per pubblicizzare il suo film, passava per caso. Molto a suo agio Gheddafi, che ormai è un affezionato dello “Yes I camp” nel nostro paese e che quando c'è da dare spettacolo è una certezza.

Richiamato alla realtà, il leader cinese ha lasciato il G8 sapendo di non perdere molto, i problemi in patria sono seri e il suo non era un ruolo da star. Non che Hu Jintao disprezzi l'uso dello spettacolare; i carri armati e i blindati cinesi schierati in città per arrestare i pogrom reciproci tra han e uyguri oggi sono dipinti di bianco e il governo si preoccupa di offrire al mondo una versione sostenibile dei fatti. Il cambiamento formale nel registro spettacolare cinese è stato netto quanto il suo sprint mercantile che ha investito anche il selvaggio Ovest cinese, che in questo caso coincide con l'estremo e mitico Est delle popolazioni turcofone. La tensione inter-etnica nella regione ha rotto il patto narrativo e con esso il patto sociale, ci vorrà qualcosa di più della propaganda per rimettere insieme i cocci.

A L'Aquila lo show non ne ha risentito. Tempesta perfetta di celebrità, ritmo, lusso contenuto e tanta pubblicità. Pubblicità per Berlusconi; che ne è avido a prescindere dalla sua sfortunata contingenza politica; pubblicità per i prodotti dei gentili sponsor che vengono ricordati ad ogni collegamento senza neanche avvertire che è pubblicità e non giornalismo. Al posto dell'Ikea questa volta c'è l'arredamento italiano di gamma alta, il cibo italiano, l'artigianato italiano, le auto italiane, la biancheria italiana e pure le pacchianate italiane a incrinare un'immagine che si vorrebbe d'eleganza, come nel caso dei bauli che racchiudono le preziosissime penne (italiane) offerte ai leader per firmare “la dichiarazione” del giorno.

Pubblicità anche per gli abruzzesi, che segnano un punto con lo “Yes we camp”, che raggiunge i quattro angoli del globo, ma che non possono sfuggire alla complicità forzata con il premier nel suo numero peggiore: quello del venditore di pentole. Trascinando gli ospiti in un'incursione nella “Tv del dolore”, il geniale organizzatore della crociera costringe i pur scafati colleghi a comprare il pacco predisposto, un cul-de-sac dal quale non si può uscire mostrandosi ingenerosi verso i terremotati che ti raccontano con dignità le loro disgrazie in mondovisione. È ancora troppo presto per fare i conti della colletta, ma sufficientemente tardi per ritenerla poco dignitosa. Un governo micragnoso con i propri cittadini e con gli stessi terremotati, che estorce la carità ai gentili ospiti, non è un bel vedere.

Il demone del venditore bauscia lo possiede e lo ha convinto che potrà vantare la generosità degli altri come un risultato proprio, schiere di fedeli stanno già cercando di convincere noi e i nostri cari di questa bizzarria mentre ascrivono a Berlusconi ogni merito. Lui per parte sua mette la firma su qualsiasi cosa, dalle aiuole al menù, fino a rasentare la psicopatia con il “president parka”, giaccone millesimato di un noto produttore italiano, firmato (davvero, c'è la sua firma sopra) da Berlusconi e regalato a signori e signore leader. Qui ci sarebbe anche l'incongruenza tra l'immagine di un governo che piange miseria sul palcoscenico internazionale per giustificare il tradimento della promessa di aiuti ai paesi poveri, e per chiedere la carità per i terremotati, con quella sfacciatamente ottimista di Berlusconi che nega l'esistenza di un gravissimo stato di crisi, rimuovendola di fatto dal dibattito pubblico italiano, ma a questo punto sono sofismi. Come l'incongruenza di un governo che è accusato diffusamente emanare leggi razziste contro i migranti e di non dare un euro ai paesi poveri, che si spaccia proprio per paladino di quei popoli, ipocrisia mercantile all'ingrosso.

Il grande spettacolo sembra scorrere senza scosse, i set sono blindati e l'unica delusione è per la mancata apparizione dei “violenti”. Ci sono stati alcuni arresti “preventivi” a caso e il fermo di quattro “stranieri” che avevano “mazze da baseball e spranghe” nel loro camper e al telegiornale hanno confermato mentre mostravano le immagini due (2) rami e tre (tre) tubi cromati e forati del genere da campeggio esibiti per i giornalisti. Non c'è proprio niente da fare, dall'altra parte hanno imparato a sfuggire lo scontro provocato e preparato a favore di telecamere dal grande impresario. Fanno finta di niente, ma ci sono rimasti malissimo, non si trova uno straccio di “terrorista” o di “criminale” disposto a fare da sparring-partner.

Hanno provato l'impossibile, comprese le cariche a freddo a manifestazioni assolutamente inoffensive, uguali a decine di altre che non hanno mai attirato la violenza delle forze del (dis)ordine. Hanno anche inscenato la sospensione del trattato di Schengen sulla libera circolazione per niente, una delle tante spese inutili a produrre stupore e allarme spettacolare. Hanno blindato il paese per niente sapendo che non era necessario e che non c'era alcuna minaccia d'invasione. Scontata e già vista anche questa.

Il tempo dedicato alla presentazione discussione dei temi formalmente all'attenzione del vertice è ovviamente una frazione di quello dedicato all'insieme dell'evento, che è così ricco di spunti da mobilitare i media al gran completo, ce n'è per tutti ed è il trionfo del gossip. Tutti i media parleranno del G8 e nessuno saprà dire cosa hanno deciso al G8, se non forse che Obama ha giocato a basket e che per gli abruzzesi hanno raccolto l'elemosina. Intanto il grande impresario danza sugli schermi e saltella accanto a Napolitano mentre riceve gli ospiti per la cena, anche qui la scena è rubata da Fantasy Island con il presidente che fa il direttore e l'altro più basso che fa da spalla spiritosa, saltellando smanioso e assumendo posizioni ed espressioni buffe, ancora l'esigenza di firmare l'istante con la sua presenza ossessiva.

Finito lo spettacolo quando Obama se ne va, il programma prevede di smontare tutto e di andare in vacanza, il ragioniere dello stato staccherà idealmente un assegno da cinquecento milioni di euro (mille miliardi di una volta) e il grande impresario andrà a ritemprarsi, lo ha già annunciato, sperando che tutto questo stupore sparso a piene mani basti a disorientare o a fiaccare gli avversari. Resterà solo Rete4 a mandare in onda, ancora per un po', lunghissime registrazioni integrali in perfetto stile sovietico.

Il grande successo dello show dovrebbe, nelle intenzioni, assurgere a manifestazione auto-evidente della solidità di Berlusconi nel ruolo di somma vedette spettacolare - e quindi trionfante - sulla narrazione pecoreccia che ha minato la sua capacità di sostenere il ruolo. In questo senso si può dire che l'eroe spettacolare (nel nostro caso auto-investito del ruolo), la vera star della narrazione seriale dominante e integrata, sta lottando per non mollare a dispetto dello scandalo e che cerca lucidamente di proiettarsi oltre il format, allontanando le sue disgrazie con una ricca diversione realizzata con un grande dispendio di mezzi.

Diversione alla quale l'opposizione assiste silente, c'è il superiore “bene del paese” in ballo e quindi disturbare l'osceno spot sarebbe da gente che non ha a cuore la patria. Ma questo appartiene a un altro spettacolo, a una vecchia serie in onda dagli anni '70 e dedicata alle sventure della grande famiglia della sinistra italiana, non c'è da stupirsi quindi che gran parte del pubblico italiano non tributi grande attenzione all'epopea dei congressi (ri)fondativi della sinistra. I copioni sempre uguali, il mancato uso dello stupor e la clamorosa scarsità di gnocca, ne fanno un genere riservato a un pubblico di amatori di una certa età.

Compreso il significato spettacolare del G8, non resta che augurarsi che la maratona pubblicitaria di Berlusconi si riveli inutile e incapace di soffocare il nuovo filone soft-porno che si è dimostrato capace di inciderne pesantemente l'immagine di miglior leader che c'è agli occhi di tanti italiani. I gusti sedimentati negli italiani negli ultimi due decenni e la complice rilassatezza estiva, potrebbero al contrario rilanciare la new wave con un classico bombardamento a tappeto in stile Novella2000 sotto gli ombrelloni, vanificando così l'effetto dello spot e riconsegnando a settembre, e alla realtà della crisi del paese, un capo del governo ancora più in mutande di quanto non fosse a giugno.

Sit-in di solidarietà all'ambasciata italiana a Stoccolma

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Info Aut

Solidarietà internazionale allOnda italiana, e agli arrestati per il G8

Sabato 11 dalle 11 alle 12 si e' svolto un sit-in contro gli arresti che in questi ultimi giorni hanno colpito l'Onda italiana. I manifestanti hanno srotolato uno striscione con su scritto "Free all - Stockholm against G8". Una composizione mista di italiani e svedesi contro il G8 e le politiche capitalistiche e' riuscita poi ad ottenere l'ingresso di una di loro nell'ambasciata.

La delegata del presidio racconta l'incontro con l'ambascitrice: "Sono entrata nell'ambasciata accompagnata da due carabinieri e dopo pochi minuti ho potuto conversare con l'ambasciatrice Anne Della Croce che, avvisata nella mattinata dalla polizia svedese del nostro arrivo, ha accettato di incontrarci. L'ambasciatrice era al corrente delle vicende legate al G8 che si susseguono in Italia e anche degli arresti. Io ho potuto solamente ricordarle di come 29 persone siano agli arresti e di come il tutto sia un'evidente trovata del governo per indebolire il movimento in vista del G8 all'Aquila. Ho anche fatto notare all'ambasciatrice quanto sia stato grave il modo in cui sono avvenuti gli arresti e quanto il diritto di manifestare sia ormai sotto attacco in Italia. Ancor piu' grave è la repressione voluta da Maroni, seguita dalla sospensione del trattato di Shengen in occasione del G8 che di fatto ha impedito ad attivisti di altri paesi di recarsi in Italia. Ho chiesto quindi all'ambasciatrice quale é il limite tra il diritto a manifestare e i diritti negati in nome della sicurezza. La risposta é stata scontata e l'ambasciatrice mi ha fatto notare che la sicurezza dei propri cittadini é il compito principale di uno Stato. A quel punto le ho ricordato che il compito di uno Stato dovrebbe essere anche quello di provvedere ai diritti sociali dei suoi cittadini. La sua risposta é stata vaga e come sempre mi é stato ripetuto che manifestare per le proprie cause si puó fare stando nei limiti della legalità. Al termine del nostro incontro mi ha assicurato di comunicare a Roma che anche in Svezia c'é dissenso verso gli arresti dell'ultima settimana e mi ha salutata augurandosi che tutti gli arrestati vengano rilasciati il prima possibile".

Intorno alle 12, dopo aver rilasciato un'intervista a Sveriges Radio, il presidio si scioglie con soddisfazione per aver incontrato l'ambasciatrice e nella consapevolezza che in Italia (e non solo) l'onda non si ferma!

L'Aquila. Una manifestazione giusta e al posto giusto

autore: 
Rete dei Comunisti
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Per riaffermare l'indipendenza dei movimenti e la Resistenza globale

Non era scontata la sostanziale riuscita della manifestazione NO G/8 de L’Aquila.
In un pesante clima di blindatura e di palese militarizzazione dell’intera zona aquilana, in un territorio socialmente desertificato, sotto il fuoco di una campagna mediatica dai toni cupi e minacciosi, nonostante i ripetuti tentativi di impedire la mobilitazione da parte di forze afferenti al centro sinistra locale e nazionale (CGIL, ARCI e PD in primis), dopo diversi giorni di aperta repressione nelle principali città italiane, aver mantenuto ferma la decisione di svolgere il corteo a L’Aquila ci appare come un segnale politico da mettere a valore già dai prossimi giorni.

Dobbiamo dare atto al Patto di Base (CUB-COBAS-SdL) e ai tanti collettivi e reti di movimento che, nel corso dei mesi passati, hanno mantenuto viva l’attenzione nei confronti di questo appuntamento della cupola del capitalismo globale di aver colto un importante risultato politico.

Certo le immagini di del Luglio genovese del 2001 – e il mai dimenticato assassinio poliziesco di Carlo Giuliani – sono diverse da quelle che abbiamo vissuto in questi giorni, a L’Aquila e non solo, ma da quel periodo sono cambiate molte cose.

Sul piano internazionale, con il tramonto dell’epoca di Bush, si sono accentuati i fattori di competizione globale e di rinnovata concorrenza tra le varie potenze e blocchi economici; quello che, specie in Occidente, si autodefinì movimento altermondialista, ha compiuto una parabola discendente attratto da una suggestione politicista verso una presunta possibile modificazione degli aspetti più violentemente antisociali della mondializzazione capitalistica ma – soprattutto – si è accentuata la catastrofe politica della sinistra eurocentrista la quale ha prodotto danni e distorsioni tra la soggettività anticapitalistica e i movimenti di massa.

La manifestazione dell’Aquila, le mobilitazioni dei giorni scorsi nelle piazze italiane, le contestazioni territoriali contro le articolazioni tematiche del vertice del G/8 (dal grande corteo dello scorso 28 Marzo nelle strade di Roma fino alle mobilitazioni di Siracusa, di Torino, di Lecce, di Vicenza, di Ancona….) sono, a vario titolo, tappe di una contestazione sociale non disprezzabile che è stata in campo in una fase di disorientamento culturale e politico che registra una pesante offensiva a tutto campo da parte dei poteri forti e del governo Berlusconi.

Ma, come si può agevolmente comprendere, tutte le ricette partorite dal G/8 de L’Aquila, unitamente all’insieme dei provvedimenti varati nell’ultimo anno da New York, a Londra, da Francoforte a Tokio, lungi dal risolvere i caratteri strutturali dell’immanente crisi economica, sono, comunemente imperniate, su programmi generali di ulteriore svalorizzazione della forza lavoro internazionale, di inasprimento degli aspetti militaristi della società e prospettano, sempre più, al di là delle chiacchiere propagandistiche di facciata, l’accelerazione della devastazione ecologica del pianeta.

Rilancio dell’autonomia, dell’indipendenza dei movimenti sociali e sindacali, riqualificazione teorica e politica della soggettività comunista agente nel gorgo delle dinamiche sociali, sostegno alla Resistenza Globale in ogni parte del pianeta sono i terreni di ricerca collettiva, di sperimentazione politica ed organizzativa e di impegno militante che vogliamo rilanciare all’indomani del corteo de L’Aquila e delle mobilitazioni che lo hanno preceduto.

Como – Chiasso, caos e blocco

autore: 
uno, nessuno, trenta

ANTEFATTO
Il valico di Ponte chiasso è la più trafficata delle dogane che dalla provincia comasca portano in Svizzera. Sabato 4 luglio, come ogni sabato, due lunghe code di automobili aspettano di varcare il confine, chi in cerca dei primi saldi elvetici, chi per raggiungere le mete turistiche italiane.
Il trattato di Shengen è ancora sospeso, ma ormai il g8 è finito: il traffico scorre lento ma regolare, e sembra che niente lo possa turbare. Sembra.

IL BLOCCO
Ore 15, trenta ragazzi, come un temporale estivo in una bella e calma giornata di sole, invadono la strada a 50 metri dalla dogana srotolando un lunghissimo striscione “L'AQUILA NON VUOLE LE CAROGNE / 8 CAROGNE HANNO VOLUTO L'AQUILA / NO G8” che blocca entrambi i sensi di marcia della strada comasca. Gli automobilisti sbigottiti scendono dalla macchina per avere spiegazioni, viene dato loro il volantino (che trovate sotto), con alcuni si dialoga, mentre altri imprecano e minacciano di chiamare le forze dell'ordine. La dogana in direzione italiana rimane chiusa per un quarto d'ora, mentre nella direzione opposta la coda si allunga arrivando oltre Monte Olimpino, quasi in città (fonte La Provincia). Nel frattempo dal blocco si accendono i primi fumogeni, viene srotololato il secondo striscione “SENZA STATO NÉ CONFINI / NON CI SONO CLANDESTINI” e si susseguono cori e interventi al megafono contro il G8, le frontiere, e in solidarietà ai clandestini. I manifestanti sono a volto scoperto, non hanno petardi ne bombolette e mantengono un profilo tranquillo.
Dopo il suddetto quarto d'ora, anche la polizia italiana comincia a muoversi: entrambi i flussi di veicoli vengono deviati su strade secondarie o dirottati verso altre dogane, mentre due agenti della Digos giunti sul posto si limitano a ricordare ai manifestanti che stanno commettendo un reato (!), minacciano a vario titolo ma senza imporre alcun diktat, forse perché colti di sorpresa. In questa fase dell'azione i partecipanti al blocco vengono lasciati sostanzialmente tranquilli e quindi, dopo 40 minuti, decidono di lasciare spontaneamente la strada. L'obiettivo è stato raggiunto, il disagio creato è palpabile.

IL RITORNO
Sgomberata la strada, i manifestanti si incamminano, a passo spedito, sul marciapiede in direzione Como. Sono seguiti a stretto giro da 5 poliziotti e da 2 agenti della digos. Dopo 500 metri di strada in salita, arrivano i rinforzi: una decina tra celere e Digos, uno dei quali con una vistosa telecamera riprende i manifestanti da 2 metri di distanza. A questo punto gli animi inevitabilmente si surriscaldano, il cameraman è bersaglio di una fitta pioggia di insulti, e le forze dell'ordine cominciano a provocare: spintoni, strattoni, ma sempre senza alzare troppo i toni.
Dopo avere impedito ai manifestanti di salire su un autobus, il confronto con la polizia si inasprisce: un compagno oscura con la mano la “telecamera del disordine”e si prende un calcio nel culo da un agente in borghese, che tenta di fermarlo. La reazione è però compatta, iil ragazzo in questione non viene fermato e continua a camminare con gli altri. All'altezza dell'uscita autostradale di Monte Olipino, dopo una camminata di oltre un chilometro, con gli gli agenti sfiancati dal cado e dal peso della divisa, la polizia materializza la sua vendetta. Gli agenti Digos, stavolta aiutati dai 20 agenti in divisa sopraggiunti, provocano più pesantemente e ne nasce un parapiglia: le forze del dis-ordine vogliono assolutamente fermare il compagno oscuratore di telecamera, i manifestanti cercano di impedirglielo, ma i manganelli hanno la meglio.

LA TRATTATIVA
Preso il compagno, la celere si esalta: forma un cordone che, battendo i manganelli sugli scudi, costringe i manifestanti a ritirarsi su una via secondaria, dove vengono bloccati da un altro cordone di polizia che li scavalca e si posiziona alle loro spalle. Qui a manifestanti ricevono al solidarietà dei commercianti e dei vecchietti di un circolo ricreativo, che li irrorano d'acqua, fondamentale per resistere al caldo della periferia comasca.
Inizia una lunga trattativa: la Digos vuole tutti i documenti, ma i manifestanti impongono come condizione il rilascio del compagno fermato. Dopo 45 minuti di tira e molla, la polizia libera il compagno e ottiene i documenti. Su La Provincia già si vocifera di 30 denunce per manifestazione non autorizzata. I manifestanti verranno lasciati liberi un'ora più tardi.

IL G8 E' FINITO... MA LA NOSTRA RABBIA E'INFINITA (Il volantino)
Nei giorni scorsi si è svolto il vertice del G8. I leader degli 8 paesi più industrializzati del mondo, coinvolgendo un nugolo di capi di stato e organizzazioni mondiali, si sono incontrati nella caserma della guardia di finanza di Coppito per decidere le sorti del mondo e per ristabilire il nuovo assetto globale in chiave politica ed economica.
I temi centrali del summit sono stati: la crisi economica, le nuove politiche da attuare per fronteggiare le crescenti ondate d'immigrazione verso l'Europa e la situazione in Africa. Tutte queste problematiche sono strettamente connesse fra di loro e tutte e tre sono state trattate con un unico apparente spirito umanitario: lo stesso "umanitarismo" che ha permesso di stanziare 400 milioni di euro per allestire questo vertice, abbandonando alla miseria gli sfollati dell'Aquila. Questa area è stata deliberatamente scelta dal governo italiano con il pretesto di rivitalizzare l'esistenza dei terremotati, ma gli effetti di tale decisione sono stati ben diversi. Da più di tre mesi gli sfollati abruzzesi sono sottoposti alla militarizzazione del proprio territorio, ai ricatti della protezione civile che li infantilizza impedendo loro di autorganizzarsi per ricostruire la propria vita e ad un controllo sempre più serrato. Il G8 non ha fatto altro che esasperare queste condizioni: l'elevato livello di sorveglianza predisposto per tutelare i potenti della terra si è aggiunto all'insopportabile detenzione della popolazione aquilana nelle tendopoli-ghetto, ogni sfollato è assegnato al proprio campo e all'interno dell'area vige il divieto di consumare alcolici, usare internet, di riunione tra membri di diverse tendopoli, ecc.. Tutto ciò è sotto rigido controllo della protezione civile e l'intera zona colpita dal sisma è blindata dai militari, che ne impediscono accesso a chiunque non sia portatore di un titolo valido per entrarci.
La militarizzazione dei tenitori è divenuta una costante per fronteggiare le situazioni di emergenza, prima dell'Aquila infatti, tutto ciò era già avvenuto a Pianura, a Chiaiano e nei comuni campani interessati dalla costruzione di nuove discariche; senza dimenticare i 3000 militari disseminati in diversi città italiane, che tra non molto saranno ingrossati di altre 1000 unità. Questo schema oppressivo non deriva dalla follia del governo Berlusconi, ma è perfettamente inquadrato in un preciso modello strategico internazionale, deducibile dal rapporto recentemente pubblicato dalla NATO, la quale fissando come ipotetico armo il 2020, prevede che entro tale data si verificheranno sommosse popolari in diversi paesi. Partendo da questo dato, essa gioco di anticipo abituando le popolazioni ad un graduale innalzamento della militarizzazione, indispensabile per far fronte ad ogni rivolta futura. Ma questo scenario apocalittico a cosa sarebbe dovuto? La stessa NATO ne conosce le cause. L'attuale sistema economico basato sullo sfruttamento sta creando sacche di povertà sempre più ampie ed esso stesso sta ragionando per trovare un nuovo modello di schiavitù che garantisca la propria sopravvivenza. A ciò serve il G8, che si è da poco concluso, come del resto i summit internazionali dei mesi scorsi (uno su tutti il G20). Questa crisi, generata dall'avidità di coloro che gestiscono i grandi flussi di capitale, sta portando sempre più orde di disperati a scappare dal proprio paese per cercare migliore fortuna altrove, finendo spesso per trovare soltanto emarginazione e xenofobia, in questo contesto si colloca la scelta del G8 di avere invitato al vertice l'Unione Africana. Essa era presieduta dal presidente libico Gheddafi, colui che poco tempo fa ha firmato con il governo italiano gli accordi per i pattugliamenti congiunti sulle coste libiche.
II G8 è stato una tappa di fondamentale importanza in cui far convergere gli interessi del dominio globale. I potenti decidono come pianificare la nostra esistenza e noi decidiamo come e quando affermare il nostro slancio verso la libertà. Per questo oggi noi siamo qua.
Individualità contro il G8

Emergenza fame e i dollari promessi dal G8. Le Ong: “E’ un fallimento”

autore: 
Tommaso Vaccaro
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Secondo l’Onu, la crisi economica in corso spingerà quest’anno oltre 100 milioni di persone verso la fame, facendo superare la quota di 1 miliardo di persone in stato di estrema indigenza (una su sei a livello mondiale). A fronte di ciò, le cosiddette “grandi potenze” della Terra si dicono pronte a sfidare questo fenomeno con elementi di solidarietà concreta. Aiuti economici a quel terzo mondo che, con una dose di approssimazione, sovrapposto al ‘Continente nero’: l’Africa.

Il G8 dell’Aquila, conclusosi ieri, ha avuto al centro della sua ultima sessione di lavori proprio questo tema, a partire dalla proposta del presidente Usa, Barack Obama, di creare un fondo di 15 miliardi di dollari da destinare alle regioni più colpite dalla fame.

Alla fine, con grande soddisfazione del premier italiano Silvio Berlusconi, che da queste vetrine internazionali spera di trarre nuova linfa per affrontare la travagliata condizione interna, la cifra magica è di 20 miliardi. Tanto sarà stanziato, infatti, da Usa, Giappone e Europa.

In questa occasione, il dibattito circa la sfida contro la malnutrizione – affrontata, a detta di molti, con armi assolutamente insufficienti – ha incluso anche alcune delle cosiddette economie emergenti, rappresentanti di ben otto paesi africani e altri paesi europei e asiatici che non fanno parte del G8.

Una sfida che il presidente nordamericano Barack Obama aveva messo al primo posto degli obbiettivi del summit abruzzese, anche perché la discussione si è svolta alla vigilia del suo primo viaggio ufficiale in Africa. Il capo di Stato Usa non voleva arrivare a mani vuote ad Accra, la prima tappa della visita, e si è battuto fino in fondo per quei 20 miliardi di dollari.

Ma nonostante le buone intenzioni espresse dai “grandi”, Obama in testa, le decisioni assunte dal G8 dell’Aquila in merito all’emergenza malnutrizione, non hanno soddisfatto un gran che. Soprattutto il mondo delle Ong.

Il vertice ha fortemente deluso le aspettative di quelle organizzazioni che in Africa ci lavorano da anni. Tra queste, la Coalizione globale contro la povertà, Actionaid, Amref, Associazione Ong italiane, Azione per la Salute Globale, Legambiente, Oxfam/Ucodep, Save the Children, Un Millenium Campaign e Wwf.

“I Grandi della Terra hanno solo ribadito le promesse di Glenaegles” dichiarano a conclusione dei lavori del vertice con un comunicato congiunto, “rimane ancora da vedere se si tratta di nuovi fondi o dei finanziamenti annunciati cinque anni fa”.

Le Ong hanno inoltre espresso perplessità sull’effettivo reperimento dei fondi: al momento è certo l’impegno Usa per tre miliardi di dollari e quello di Parigi per due miliardi di dollari. Il resto non è meglio definito.

Il rischio che tutto finisca in un nulla di fatto è, insomma, più che concreto. La credibilità delle grandi potenze mondiali, soprattutto in occasione delle passerelle internazionali, non gode di una buona reputazione. D’altro canto, la storia parla chiaro.

G8: i Grandi, come sempre, non hanno deciso nulla

autore: 
Fulvio Lo Cicero

Il nulla economico emerso a L'Aquila in un vertice inutile e, a tratti, perfino ridicolo. La disoccupazione crescerà nel 2010-2011, a dispetto del "superamento della crisi economica". Cina e India detteranno l'agenda delle prossime risoluzioni (se mai ce ne saranno).

Si fa fatica nella lettura dei giornali e nella visione dei servizi televisivi sul G8 appena concluso, che sembra sia stata una tappa fondamentale nello sviluppo dell’umanità e del suo benessere economico, mentre, anche una rapida lettura dei documenti ufficiali approvati, mostra l’assoluta inconsistenza di questo vertice.

Perfino un giornale come “Repubblica”, con il suo inviato di punta Vittorio Zucconi, ha sottolineato il (presunto) fatto che i risultati raggiunti dal vertice aquilano rimarranno nella storia come indelebile patrimonio politico della Nazione.

Ma quali sono questi fatti, per quanto concerne l’economia? Il G8 ha innanzitutto dimostrato come sia, oramai, diventato un G14, inevitabilmente dovremmo dire. Perché è inconcepibile oggi il solo pensare di affrontare l’economia globalizzata senza il coinvolgimento di Paesi quali la Cina, il Messico, il Brasile. E già questo la dice lunga sulla reale importanza del vecchio gruppo di vertice nato a Ramabouillet nel 1975, per volere dell’allora Presidente francese Giscard D’Estaing.

Paesi in forte avanzamento economico come Cina e India hanno praticamente reso evanescente l’accordo sulla limitazione delle emissioni, strombazzato come un successo rassicurante per il clima del pianeta, subito contraddetto dal principale teorico dell’economia verde Jeremy Rifkin, che lo ha bollato come “ridicolo”. Ma i due colossi asiatici hanno comunque dimostrato la loro importanza, con la plastica evidenza che, almeno in materia economica e ambientale, non esiste alcun “concerto mondiale” e nessuna bipolarità concordata fra Occidente ed Oriente. Ad irritare soprattutto le potenze emergenti è il sistema monetario internazionale, istituito nel 1944 a Bretton Woods e fondato sul dollaro, che loro vorrebbero vedere superato.

Ma sono anche altri i punti sui quali il G8-G14 ha mostrato tutta la sua evanescenza. Uno dei più rilevanti è senza dubbio quello relativo alla trasparenza dei mercati finanziari e all’introduzione di principi etici nell’economia. Ora, già parlare di “etica” in un sistema come quello capitalistico globale, appare perlomeno improprio, a meno che non si voglia menare il can per l’aia, come molto spesso capita al nostro superministro economico Tremonti. Ma il punto è che, anche in questo caso, i Grandi si sono trovati d’accordo sul futuro (così come era successo nel vertice del G20 di Londra ad aprile): si farà, si metterà a punto, si concorderà. Per la trasparenza ci si è ispirati ad un altro, ennesimo vertice, quello di Lecce, svoltosi un mese fa, dal quale è nato il cosiddetto “Lecce framework” (altra peculiarità del verticismo internazionale, l’uso di dizioni incomprensibili alla pubblica opinione, probabilmente utilizzate proprio per coprire il vuoto di sostanza), con il quale i ministri delle finanze del G8+UE+ varie organizzazioni specializzate, hanno concordato di concordare in futuro l’individuazione e l’implementazione di “strumenti esistenti nelle cinque grandi aree di intervento: la governance aziendale, la correttezza del mercato, la supervisione e la regolamentazione della finanza, la cooperazione e il coordinamento fiscale e la trasparenza dei dati e delle informazioni macroeconomiche”. Un futuro indefinibile e difficile, messo a dura prova da questo attacco concentrico di buone intenzioni, probabilmente destinate ad esistere solo fra un pranzo di lavoro e l’altro.

Quelle poche note di sano realismo, pur emerse dalle molteplici riunioni aquilane, sono passate nel quasi-silenzio della stampa e dei vari organi di informazione. Come la dichiarazione fatta dal Direttore del Fondo monetario internazionale (non precisamente un’organizzazione progressista), Dominique Strauss Khan, il quale ha sottolineato come, nonostante gli spiragli di ripresa che sembrerebbero in atto, in realtà la disoccupazione continuerà a crescere nel 2010 e nel 2011, quindi per un periodo molto più lungo di quanto tutti, a cominciare da Tremonti, dicono. Ma nelle dichiarazioni riguardanti l’economia, il tema della disoccupazione – che è la cifra reale delle conseguenze sociali delle crisi economiche – viene del tutto sottaciuto o, perlomeno, non sono stati nemmeno ipotizzati interventi keynesiani coordinati (pur citati, per fortuna, dal Presidente Napolitano nel discorso per il pranzo ufficiale offerto dal nostro Paese) di sostegno per politiche espansive, se non quelli genericamente già prefigurati nelle molteplici sessioni dei “G” precedenti.

Un vertice che rimanda ad altri vertici, futuri e passati, una passerella della concordia economica universale, che sicuramente ricadrà nella previsione del Qohelet dell’Antico Testamento: “Né degli uomini né delle cose avrà memoria il tempo”.

[Parigi] BlockG8 azione a Place d'Italie il 9 Luglio 2009

Parigi: BlockG8 azione a Place d'Italie il 9 Luglio 2009

http://gipfelsoli.org/Home/L_Aquila_2009/7538.html

[Parigi] BlockG8 azione a Place d'Italie il 9 Luglio 2009

!!!!!g8 COMO Dogana bloccata, cariche della polizia e fermi!!!!!

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(A)

Attorno alle 15 una 40ina di anarchici hanno bloccato simbolicamente in segno di protesta contro il g8 appena conclusosi la dogana che da Como Borghi porta alla Svizzera. L'azione, assolutamente pacifica ( niente caschi, bastoni, molotov, bombe carta...) è stata repressa duramente dalle forze del dis-ordine che hanno prima caricato sconsideratamente e poi effettuato il fermo di tutti i manifestanti. Ora stanno per essere rialsciati, ma la situazione resta tesa. A breve info

G8: game over

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infoaut
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Il G8 come consesso della global governance a guida Usa e occidentale è morto, niente e nessuno potrà resuscitarlo. Lo show berlusconiano, giocato sulle spalle della popolazione abruzzese, non può nascondere questo dato.

La prospettiva di una regolazione dei mercati finanziari con nuove più stringenti norme (il global standard caro a Tremonti) -perorata da Germania e Francia: non si parlava di una Bretton Woods 2?- è già sfumata per l'opposizione combinata di Stati Uniti e paesi asiatici. Al suo posto un blando documento (Lecce Framework) con una lunga e inutile lista di desiderata. Così pure su riscaldamento globale e crisi alimentare, non si andrà al di là di vaghe intenzioni buone al massimo per gli annunci sulle pagine dei giornali. Mentre Kyoto è (già) in scadenza e i prezzi dei commestibili tornano a salire mettendo a rischio centinaia di milioni di vite.

Intanto la crisi procede, nonostante le narrazioni in contrario, e molto probabilmente deve ancora far sentire i suoi risvolti sociali più pesanti, soprattutto in Europa. Per metterci una pezza politici e analisti parlano della necessità di una nuova architettura istituzionale globale che col G20 starebbe per prendere corpo. Se questo da un lato toglie ulteriormente valore all'appuntamento italiano - nuova occasione per la stampa estera per mettere in ridicolo debolezze e incompetenze del governo Berlusconi - dall'altro passa bellamente sopra il fatto che non c'è consenso su come ridistribuire ruoli e fissare nuove regole del gioco. La campagna iniziata dalla Cina per una parziale de-dollarizzazione degli scambi commerciali globali ne è l'espressione più clamorosa e rende a priori precario quel G2 informale tra Usa e Cina che alcune teste d'uovo statunitensi vedrebbero come male minore. Così come sta venendo fuori, benché attutita, la polemica tra l'amministrazione Obama e il governo Merkel sull'approccio alla crisi basato sul crescente indebitamento degli stati.

Insomma, la crisi globale finora indica più nella direzione di una frammentazione della global governance che non nella capacità di policies efficace e condivise e di una nuova e stabile architettura istituzionale. Per non parlare, rimanendo ai paesi occidentali, della inconsistenza di fantomatiche politiche keynesiane di rilancio della spesa sociale (chi le ha viste?!) laddove l'unico effettivo keynesismo è quello dei successivi bailout di banche e finanza.

Di inclusivo paiono esserci allora solo i costi della crisi!

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LA FINE DEL G8

Del G8 viene oramai naturale parlare per negazione. Vittima sicura della crisi globale che sta sconquassando gli assetti fin qui dati, ma non certo la più importante. Dal '75 luogo di consultazione delle potenze occidentali "naturalmente" deputate alla leadership mondiale, non si è mai sviluppato in una vera e propria istituzione internazionale. Istanza mediatica in cui il sovrano attorniato dai suoi primi vassalli dava legittimità "democratica" al suo comando mondiale, raramente è stato luogo decisionale o un terreno alto di scontro interno all'Occidente. Altri i luoghi degli arcana imperii, e tutti con sede tra Washington e New York.

Oggi il G8 appare a detta di tutti una vicenda virtualmente conclusa se anche lo spettacolo dei summit continua. Lo hanno affossato la crisi globale in corso e lo spostamento degli equilibri di potenza sull'asse Usa-Asia Orientale. Un colpo simbolico non da poco all'eurocentrismo "bianco" ereditato e rivisitato dagli States.

Fin dagli inizi (incontro di Rambouillet, novembre ‘75) la cifra del G5 Italia (diviene G7 negli anni Ottanta) è quella della crisi economica e in particolare monetaria all'uscita dalla dissoluzione degli assetti di Bretton Woods incentrati sulla parità dollaro-oro. Si tratta di un tentativo di "concertazione" in cui la controparte europea occidentale cerca di contenere alla meno peggio l'unilateralismo della politica economica e dei cambi statunitense che usa il dollaro come una clava per scaricare all'esterno il peso dei propri deficit. Per gli Stati Uniti - costretti a prendere fiato stretti fra la crisi economica, la sconfitta in Vietnam, i negoziati con l'Urss sugli armamenti strategici e il rapprochement con la Cina - non molto di più di una concessione agli alleati europei a svalutazione secca del dollaro oramai avvenuta. Il segno politico, a fronte del '68 mondiale, è quello della controffensiva decisionista e repressiva contro le "pretese eccessive" dei movimenti scaturigine della "crisi della democrazia" (secondo i teorici reazionari della Trilateral fra i quali Huntington). Gli anni Ottanta sono poi quelli della "regolazione" reaganiana, dalla gestione dei deficit statunitensi ai piani di aggiustamento strutturali del Fmi che il G7 avalla senza grosse difficoltà. Dopo l''89 e con l'affermazione dell'unipolarismo Usa il G7 risulta decisamente marginalizzato rispetto alle sedi decisionali reali del "complesso" Tesoro-Wall Street-Pentagono. Sono gli anni, con Clinton, in cui l'America tenta di farsi "impero" imponendo il terreno della global governance, fatta di globalizzazione neoliberista e interventismo militare "umanitario". La guerra in Jugoslavia nel '99 segna forse il momento culminante di questo progetto di un diritto imperiale-democratico (la nuova "cosmopoli", come l'ha definita Zolo) con consensi non solo tra le élites europee (in primis le sinistre riverniciate di new) ma anche nell'opinione pubblica. Seattle, invece, l'inizio della sua crisi.

Paradossalmente il G8 - il G7 più la Russia ammessa a inizio millennio, ma i cui i rapporti con gli Usa diventeranno via via decisamente tesi - l'ha in qualche modo riportato sulla scena il movimento no global con le giornate di Genova 2001. Sull'onda di Seattle e delle lotte al Sud, Genova e il movimento di quegli anni fino al no war hanno infatti un'intuizione importante: il terreno su cui mettere in crisi, in avanti e non in maniera reazionaria, il neoliberismo è quello della governance globale, della pretesa regolazione del mondo sulla base del mercato deregolamentato dagli stati, i quali non scompaiono ma se ne fanno vettori, e delle "nuove" guerre. Il G8, per un momento la cupola delle cupole finanziarie internazionali, è troppo sicuro di sé, troppo distante dalla misura reali degli sconquassi che si approssimano - dalla crisi della new economy all'undici settembre - per poter prestare ascolto. Nonostante le aspettative e anche la disponibilità di una parte del movimento, nessun "riformismo" può venire da quella parte, nessuna linfa gli può essere infusa dal movimento.

Dal 2001 in poi il G8 entra nella fase terminale. A parte i contrasti sempre più netti tra Russia e Usa, il declino è determinato da almeno tre fattori principali. La svolta neo-cons dell'amministrazione Bush e in particolare la scelta di aggredire l'Iraq producono divisioni interne al campo transatlantico, in tutte le sedi decisionali e di consultazione: l'obiettivo fa la coalizione e non viceversa (Rumsfeld), l'unilateralismo da sempre perseguito da ogni amministrazione dal '45 in poi si fa guerra preventiva. Intanto la Cina, entrata nel Wto a inizio millennio, macina risultati economici legandosi sempre più a doppia mandata al mercato statunitense (premessa di Chimerica): nel giro di pochi anni questa situazione mette sotto gli occhi di tutti quanto si era andato preparando dalle riforme di Deng, ovvero lo spostamento del baricentro dell'economia globalizzata verso Oriente (non nel senso di una prossima egemonia cinese ma in quello di una inestricabile e contraddittoria interdipendenza dell'economia asiatica con quella statunitense). La crisi globale dà infine il colpo di grazia a qualunque ipotesi di autosufficienza, nell'affrontarla e risolverla, ai membri del G8 compresi - ecco la novità - gli States. Risulta sancito che se pure è possibile - ne dubitiamo - una nuova "regolazione" necessita del contributo dei maggiori paesi "emergenti" a partire ovviamente dalla Cina. Le trasformazioni della grammatica dei poteri internazionali diventano simbolicamente percepibili.

Cosa residua questa situazione? La crisi apre uno scenario con più opzioni possibili. Gli Stati Uniti sanno di dover puntare innanzitutto a un accordo con la Cina, anche con un G2 informale. Con Obama Washington, in vista di un rilancio dell'egemonia globale, tenterà di prender fiato tamponando le falle più vistose lasciate da Bush. Nessun multilateralismo vero è in vista se non uno a là carte (con uso ad hoc dell'Onu) in un mondo scosso da una crisi sistemica che tende ad avvitarsi, visto più come "apolare" che multipolare. La Cina nel mentre tiene fermo l'ancoraggio all'economia Usa punta al "ritorno" all'ordine virtuoso delle sovranità nazionali eventualmente sancito da un'Onu che dismetta ogni velleità sovranazionale e dal riequilibrio di alcune istituzioni finanziarie internazionali, nella prospettiva strategica di un regionalismo multipolarista più equilibrato. Chi ha meno da ricontrattare è la Ue che rischia di uscire ridimensionata dalla crisi globale e dalla riconfigurazione degli assetti anche istituzionali (ciò potrebbe spingere la Germania verso la Russia). L'Onu esce dai passaggi precedenti depotenziata e marginalizzata, in primis ad opera degli Stati Uniti. Ciò non toglie che risulta profondamente compromessa con quel quadro: prova ne è che i rivolgimenti più sostanziali nei paesi del Sud, quelli in America Latina, non vi hanno cercato né trovato alcun aggancio preferendo altre strade e altre sedi. L'Onu è anch'essa parte di un mondo che sta finendo.

Assisteremo allora a un allargamento vero delle istanze decisionali a nuovi soggetti nella forma - significativa ma comunque lontana da quella dispersione dei poteri statali e sovranazionali che interessa i movimenti - del coinvolgimento delle élites nazionali dei paesi emergenti, come sembra indicare il G20? E' presto per dire che cosa uscirà da questa fase interlocutoria in cui tutti riconoscono l'imperativo di tenere a galla gli Stati Uniti, pena il caos mondiale, ma al tempo stesso cercano di ricontrattare a proprio favore i termini della partecipazione allo "sforzo comune". La crisi attuale sembra avere tutti i tratti di una crisi sistemica, con fenomeni di sconnessione, più che preludere alla riconfigurazione di nuovi assetti stabili. Il punto, comunque, è a chi si fa pagare la crisi e su quali contenuti e prospettive si cerca di uscirne. Per le lotte e i movimenti sociali che si daranno in Occidente, in questo quadro inedito, non sarà facile il passaggio stretto che eviti da un lato la ricerca al ribasso di un deal coi poteri che salvi il salvabile di un assetto di mercato comunque declinante e dall'altro le sirene pericolose di protezionismi, nazionalismi e sotto-nazionalismi. Senza attardarsi sulla ricerca di una governance globale perduta è allora il caso di costruire la contro-circolazione la più globale possibile di relazioni, lotte e beni comuni irriducibili al mercato.

[BG]sede della lega imbrattata di vernice

Ignoti hanno lanciato bottigliette contenenti vernice rossa e bianca (come si può notare nella foto) contro una parete, e in direzione di alcune finestre, della sede provinciale della Lega Nord di Bergamo, in via Bellerio, a Redona. Il fatto è accaduto, presumibilmente, nella notte tra il 9 e il 10 luglio, come comunica il movimento politico. Sull'episodio è intervenuto il Segretario Provinciale della Lega Nord Cristian Invernizzi. “Ancora una volta le sedi della Lega Nord sono bersaglio di atti vandalici commessi dai consueti imbecilli che, oltre a non rispettare la proprietà privata, credono, con tali ignobili gesti, di intimidire un Movimento come la Lega Nord che da sempre si batte democraticamente per la nostra Gente. Che sia la magra consolazione degli sconfitti? In ogni caso, chi non ha il coraggio di manifestare le proprie idee attraverso il confronto politico ma si nasconde dietro questi biechi comportamenti dimostra la propria assoluta vigliaccheria.” La Segreteria Provinciale ha già sporto regolare denuncia alle competenti Forze dell’Ordine per le indagini del caso.

da bergamonews
Venerdi 10 Luglio 2009

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