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Dai media

Cade aereo militare a Pisa

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Da Repubblica

PISA - Un aereo militare C130 è caduto nei pressi dell'aeroporto Galileo Galilei di Pisa. A bordo c'erano cinque militari della 46esima Brigata dell'Aeronautica in volo di addestramento: due piloti e tre operatori di bordo. Non ci sono sopravvissuti, lo ha confermato il sindaco di Pisa Marco Filippeschi che aveva inizialmente parlato di quattro vittime accertate e di un disperso.

I vigili del fuoco hanno ricevuto la chiamata di soccorso alle 14:10, subito dopo il decollo. L'impatto è avvenuto immediatamente fuori la zona aeroportuale, in località Le Rene, vicino a Coltano. L'aereo è caduto sulla linea ferroviaria Pisa-Collesalvetti-Cecina, una tratta secondaria e prima di precipitare ha urtato e strappato alcuni fili dell'alta tensione. L'urto ha anche causato problemi alla circolazione dei treni. Il C130 è stato visto da alcuni testimoni prima avvitarsi, poi precipitare e prendere fuoco ma il titolare di un ristorante vicino l'aeroporto che ha assistito all'incidente ha invece detto di aver notato "un principio di incendio sul C130 poco dopo il decollo".

Le squadre di soccorso, una ventina di uomini, sono ancora sul posto e due elicotteri dei carabinieri hanno sorvolato a bassa quota la zona campestre tra Coltano e l'aeroporto militare in cerca del disperso che è stato trovato distante dalle altre vittime. I resti dell'aereo sono sparsi in un raggio di circa 150 metri.

Problemi all'aeroporto. Dopo la caduta del velivolo sono stati interrotti anche i voli dello scalo civile di Pisa. Lo ha riferito la società di gestione Sat, spiegando che il traffico nello scalo pisano è abitualmente guidato dalla torre di controllo dell'Aeronautica militare. In questo momento, spiega Sat, il traffico aereo dell'aeroporto Galilei è a "flusso zero".

Circolazione treni perturbata. Ferrovie dello Stato ha informato che la circolazione tra le stazioni di Pisa e Livorno, è al momento problematica, dopo essere stata del tutto sospesa per circa un'ora dalle 14:05 alle 15:05. Al momento tutti i treni a lunga e media percorrenza della linea Tirrenica Roma %u2013 Genova transitano e fanno servizio nella stazione di Pisa S. Rossore. Da lì i viaggiatori possono raggiungere Pisa Centrale utilizzando i treni del trasporto metropolitano.

Il Lockheed C130 Hercules. E' un aereo da trasporto militare quadrimotore, utilizzato prevalentemente per trasporto o aviolancio di truppe e materiali in forza all'USAF e alle aeronautiche militari di mezzo mondo, fra cui l'Aeronautica Militare Italiana.

Walter Galbusera della UIL chiede solidarietà per i cattomafiosi della statale

dal Giornale

Il sindacato: "Assalti a Cl? Metodo da prime Br era un dovere mobilitarci"
di Giulia Guerri

Non c’è scusa che tenga. Non c’è credenza ideologica o politica che possa giustificare l’assenza di una presa di posizione e il silenzio di questi giorni. Perché episodi come quelli accaduti ai ragazzi di Comunione e liberazione all’interno della Statale richiedono una solidarietà civile e umana che è ben al di sopra delle parti. Dopo l’intervento del ministro all’Istruzione Mariastella Gelmini, che ieri da queste pagine aveva invitato il rettore dell’Università degli Studi a render conto delle aggressioni nel suo ateneo, ora scendono in campo anche i sindacati. Lo fa la Uil Lombardia per prima attraverso il proprio segretario generale Walter Galbusera. «Anche chi è lontano per formazione politica, ha il dovere di schierarsi e muoversi e di creare quella mobilitazione e quell’allarme che finora sono mancati». Nelle forze sociali, come l’Anpi e nelle stesse associazioni corporative. «Non ci abbiamo pensato e arriviamo con un po’ di ritardo su questa faccenda», ammette Galbusera che, nonostante il momento difficile per i rapporti con le altre sigle, si augura lo stesso di riuscire a creare le condizioni per prendere una posizione comune e condivisa su quanto accaduto.
La vicenda ormai è nota: i ragazzi della cartolibreria Cusl sono stati prima aggrediti dai centri sociali e poi costretti a barricarsi nel loro locale, sotto la minaccia dell’estrema sinistra. Infine, la pubblica gogna ovvero la lista con i nomi dei titolari della libreria scritto sulle pareti della facoltà, colpevoli di aver denunciato cinque anarchici che avevano rubato 800 fotocopie. «Sì, l’elenco con le persone da colpire... Ora - continua Galbusera -, non abbiamo le fette di salame sugli occhi: questo significa che il ripetersi di comportamenti simili può riaprire una strada che abbiamo già visto in passato». E questo vale per quello che è successo in Statale ma anche per altri fatti. «Qui stiamo parlando di un gruppo stretto di persone con eccesso di militanza. La vicenda, i nomi, il comportamento: è il metodo delle prime Br. All’inizio non è stato ucciso nessuno, venivano soltanto picchiati». Il problema rimane ed è grave. Il problema, ribadisce ancora una volta il segretario della Uil Lombardia, è che questi atti devono essere repressi immediatamente per evitare poi di domandarsi il perché di una possibile degenerazione. «Sinceramente non capisco cosa intende fare l’università. Se lo stesso episodio fosse accaduto nei confronti di alcune realtà, la mobilitazione sarebbe stata immediata e forte. E giustamente. Perché fatti del genere non devono avere colore politico. Ma la reazione deve essere coerente». Come a dire: se l’indignazione si sveglia solo se ad essere colpita è la sinistra, allora non va bene. Allora sì che si commette un grave errore. «Su questo, le forze politiche, la magistratura e l’Università in primo luogo dovevano muoversi. Un tempo quando si voleva colpire in modo profondo, si distruggevano i libri, si abbattevano le statue...Insomma, quest’aggressione è avvenuta in un luogo simbolico come l’Università, la casa della cultura».
Si chiami pure latitanza, ritardo oppure indifferenza. Da parte delle istituzioni così come di alcuni organi di stampa. La sostanza, secondo Galbusera, non cambia di molto. «Chi tace si assume la responsabilità di non difendere la libertà politica. Quello che è grave è che non ci sia una reazione analoga dei democratici. Quello che colpisce è il ritardo con cui affrontiamo questa vicenda, ed è questo l’allarme». Anche il silenzio da parte cattolica non è un bel segnale, aggiunge il segretario. Avrebbero potuto farsi sentire attraverso le Acli, la Caritas o la Cisl. «Nessuno può condividere l’indifferenza. Ripeto: la logica della solidarietà in questi casi va al di sopra delle parti».

Video - Scontri sotto il carcere di Santiago1

autore: 
(A)

questo è il link -di
una televisione cilena- relativo agli scontri sotto il carcere
Santiago 1 avvenuti il 18 novembre:

http://noticias.123.cl/entel123/html/ItplqNoticias123_videoreal_tplAurl2...

Milano - Occupato il Volta, al via le autogestioni

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dal corriere

Molte le iniziative in cantiere per le superiori milanesi. Settimana di tensione in Statale tra Cl e la sinistra.

MILANO - Gli studenti non ci stanno ad una politica di tagli, ristrutturazioni e interventi. E sono pronti a nuove proteste «in preparazione allo sciopero generale dell’11 Dicembre». Autogestioni, banchetti, presìdi. E se il liceo scientifico Volta ha già cominciato la stagione delle occupazioni, altre scuole ne seguiranno l’esempio. Molti istituti superiori hanno deciso una serie di iniziative. Mentre alla Statale continuano le manifestazioni di solidarietà per i cinque ragazzi arrestati e accusati di non aver pagato delle fotocopie e poi aver aggredito il personale nella libreria della Cusl. E nella bufera si trova Cl. Gli studenti del liceo in via Benedetto Marcello, decideranno questa mattina se continuare con l’occupazione oppure scegliere «una forma di protesta differente».

Assemblea plenaria e alzate di mano. «Perché per proseguire è necessario l’appoggio di tutti». Soprattutto quando il collegio docenti, si legge in una nota, si è dissociato dall’iniziativa, anche se condividendo «tutte le motivazioni». L’occupazione della scuola è «un rito stantio, un surrogato per chi muove i primi passi sulla strada del perfetto scimmiottamento dei cattivi maestri», ha commentato il vicesindaco De Corato. Oggi è anche il giorno dell’Itsos Albert Steiner. All’istituto tecnico un’«iniziativa occupata». Assemblee e conferenze. Mercoledì parte l’autogestione al Vittorio Veneto. Poi sarà la volta del Boccioni (assemblea) e del San Vito (occupazione). Seguiranno altri istituti. E se gli studenti si mobilitano, genitori e insegnanti non sono da meno. Sono previsti una serie di incontri per informare «su quello che sta realmente accadendo nelle nostre scuole. In alcuni istituti la situazione è molto difficile». A proposito di diritto allo studio, domani in Statale si terrà l’iniziativa «Biblioteche aperte». Anche di sera. Un’occupazione simbolica, per permettere «agli studenti dell’ateneo di poter studiare fino a tardi».

San Martino dell'Argine - Il manifesto della giunta leghista - "Denunciate al Comune i clandestini"

In fila

MILANO - L'invito alla denuncia del clandestino arriva alla fine di un manifesto che riporta un paio di articoli e relative pene del decreto Maroni sulla sicurezza: "Chiunque fosse a conoscenza della presenza sul territorio comunale di immigrati clandestini è pregato di comunicarlo con tempestività al sindaco, all'ufficio di polizia municipale o all'ufficio anagrafe del Comune per i necessari atti conseguenti. Grazie della collaborazione". Firmato: l'amministrazione comunale.

Da una settimana a San Martino dall'Argine, mille e ottocento abitanti a 25 chilometri da Mantova, nel comune con la più bassa percentuale di immigrati di tutta la provincia, sono comparsi i manifesti. In centro e in periferia, vicino alle scuole e lungo le strade che portano alle piccole fabbriche e alle aziende agricole. Dopo il caso bresciano di Coccaglio, dove la giunta leghista ha inaugurato i controlli agli immigrati con il permesso di soggiorno in scadenza intitolandolo al "Bianco Natale", ora un altro comune lombardo invita tutti i residenti a segnalare gli irregolari. "L'obiettivo è informare sulle nuove norme. Ora bisogna stare attenti a dare in affitto le case, magari non a norma, a clandestini", spiega il sindaco Alessandro Bozzoli, indipendente alla guida di un'amministrazione Lega-Pdl.

E sull'invito a segnare gli irregolari taglia corto: "È un passo ulteriore, dopo situazioni anomale del passato che ci hanno fatto riflettere". Eppure a San Martino dall'Argine gli immigrati non arrivano al cinque per cento. L'unico caso di irregolarità negli ultimi anni è quello di un'azienda manifatturiera cinese con qualche lavoratore in nero. Gli altri stranieri sono famiglie indiane che lavorano nelle aziende agricole e albanesi utilizzati come operai.

Da quando sono comparsi i manifesti, negli uffici comunali dell'Anagrafe o della polizia municipale non è arrivata nessuna segnalazione, anche perché in paese è difficile trovare clandestini. "Chi parla di invito alla delazione è in cattiva fede, dice cose maliziose" replica alle polemiche il vicesindaco leghista Alessio Renoldi, operaio metalmeccanico a Curtatone, 30 anni, "leghista da quattro, da quando ho iniziato a occuparmi di politica", l'anima giovane della giunta. E insieme al suo collega di partito e assessore alle Politiche sociali Cedrik Pasetti, 34 anni, avvocato, membro del direttivo provinciale e responsabile per la Lega dei comuni della zona, ha dato una virata securitaria al governo del paese. "Da quando la legge è cambiata, a dare ospitalità o lavoro a un clandestino si rischia il penale - spiega il vicesindaco - Chi viene a conoscenza di questi casi deve dirlo al Comune".

"Il manifesto di San Martino dall'Argine è un precedente pericolosissimo - interviene "Articolo 3, Osservatorio sulle discriminazioni" - L'obbligo di comunicare la notizia di reato non spetta al cittadino ma alle autorità di pubblica sicurezza. Questa iniziativa è un invito alla delazione". "Una caccia alle streghe contro ogni buon senso" aggiunge Emanuele Zanotti, della lista civica di opposizione in Comune, vicina al centrosinistra. "Non ce n'era davvero bisogno - spiega Zanotti - . Si rischia di mettere gli uni contro gli altri in una comunità dove tutti si conoscono. Italiani e stranieri. Nel nostro territorio è un'iniziativa inutile. È solo ideologia che alla Lega è servita per raddoppiare i voti alle ultime elezioni".

La Repubblica

[PIACENZA] AGGRESSIONE FASCISTA: GIOVANE SFREGIATO

GIOVANE SFREGIATO A PIACENZA (ANSA) - PIACENZA, 22 NOV -

Dopo una lite davanti a un ritrovo della sinistra, un piacentino di 21 anni, Manuel Foletti, vicino alla destra radicale, è stato arrestato per lesioni aggravate da futili motivi e porto abusivo di un coltello serramanico.
È accusato di aver sfregiato un ventenne, con un taglio dalla fronte al mento, e di aver colpito con un fendente al collo anche un terzo giovane, di 28 anni.
Nessuno risulta in pericolo di vita e il ventenne non rischia l'occhio.
L'episodio è accaduto la scorsa notte in via Alessandria, di fronte alla cooperativa Infrangibile, dove Foletti avrebbe intonato una personale rilettura di Bandiera rossà, canzone della sinistra storica, accendendo gli animi di più di un frequentatore del ritrovo.
Sono piacentini anche i due giovani poi feriti, che erano appena scesi in strada dopo essere stati in un locale che è al piano sopra la cooperativa.
Foletti è stato arrestato poco dopo a casa: aveva indosso ancora una felpa sporca di sangue. È stato portato in carcere alle Novate.
Il coltello è stato ritrovato in un cassonetto. Sul posto, insieme agli agenti delle Volanti, anche un dirigente della Digos.
Per Rifondazione comunista l'accaduto è gravissimo.
Il segretario regionale Mainardi e quello piacentino Montanari chiamano alla mobilitazione «antifascista e democratica», rilevando che da tempo i ragazzi della sinistra alternativa «sono esposti ad aggressioni». In questi ultimi anni - affermano - è avvenuto «il passaggio dal vandalismo alla violenza fisica» da parte della destra radicale locale. (ANSA). RED-SE 22-NOV-09 17:58

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bandiera rossa bandiera rossa ai fascisti farem scavare la loro fossa

se postate con le tag chiudetele (((i))) ; )

[Torino] I centri sociali vanno sgomberati.Loro minacciano: Torino brucerà

articolo infamante sull'ondata di sgomberi a Torino
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TORINO 17/11/2009 - Un timido passo avanti verso gli sgomberi di centri sociali e case occupate, in attesa di tempi migliori per passare dalle parole ai fatti e di un progetto condivi­so «per la restituzione alla città degli stabili illegalmente occu­pati ». Il vertice convocato ieri mattina in prefettura, alla presenza an­che dei capigruppo del consi­glio comunale, ha scelto ancora una volta la linea della pruden­za, indirizzata alla stesura di un documento unitario sugli sgom­beri e sul successivo riutilizzo degli immobili. «Mi pare confer­mata appieno la linea del comi­tato per l’ordine e la sicurezza ­ha spiegato il sindaco, Sergio Chiamparino, al termine dell’in­contro -, ossia quella di procede­re ad una restituzione alla città degli edifici illegalmente occu­pati, con la gradualità resa ne­cessaria dal contesto in cui ci si muove. Cercheremo di tradurre il tutto in un documento di indi­rizzo. L’obiettivo è chiaro, i tem­pi e le modalità dovranno tenere conto delle forze in campo e del contesto ambientale».
La questione, dunque, passa nelle mani del presidente del Consiglio Comunale, Beppe Ca­stronovo, e del suo vice, Michele Coppola, anche allo scopo di una mediazione tra le parti che, però, tarda ad arrivare. «Cerche­remo di ottenere i voti favorevoli in quindici giorni» ha chiosato Coppola, annunciando già nel pomeriggio di ieri una riunione preliminare allo studio del do­cumento.

Immediate e discordanti le rea­zioni. «Una vittoria della Lega Nord» secondo Mario Carossa, capogruppo del Carroccio, e il consigliere Antonello Angeleri. «Se entro la fine del mese si potrà votare in aula una mozio­ne per lo sgombero definitivo, lo si deve proprio alla nostra ini­ziativa » . « Ribadiamo - hanno aggiunto Cantore e Piovano, Fi­Pdl - l’importanza che il Consi­glio Comunale approvi un docu­mento per impegnare il sindaco e la giunta a mettere in atto tutte le pratiche necessarie per lo sgombero definitivo di tutti i centri sociali». Dura, invece, la replica di Agostino Ghiglia, ca­pogruppo del Pdl. «La nostra linea non cambia, non sono si­curo che a fronte di un eccesso di prudenza queste persone smetteranno con le loro azioni, anzi si sentiranno ancora più forti e impuniti».

Per Ghiglia nessuna linea morbida. «Stiamo parlando, in alcuni casi, di sog­getti con precedenti penali a cui un passaggio nelle patrie galere non farebbe male. Non c’è una terza via rispetto a quella del rigore, dello sgombero, della tol­leranza zero dei fenomeni di il­legalità » . Atteggiamento invo­cato da Monica Cerutti, capo­gruppo di Sinistra e libertà. « L’articolata illustrazione da parte del prefetto della galassia dei centri sociali ha dato conto, suo malgrado, della loro etero­geneità. Lo stesso prefetto ha evocato come reazione il possi­bile compattamento di forze che potrebbero farsi promotrici di disordini. Abbiamo richiesto che si lavori contemporanea­mente a progetti sugli edifici oc­cupati, che li possano restituire alla legalità, anche coinvolgen­do gli occupanti se disponibili a collaborare con le istituzioni, ar­rivando anche a definire delle convenzioni».
In linea con il sindaco, il consi­gliere regionale del Pd, Mariano Rabino. «La posizione di Sergio Chiamparino sulla questione dei centri sociali occupati è pie­namente condivisibile. Bisogna agire con fermezza e, al tempo stesso, con senso di responsabi­lità ».

Deliranti minacce di morte sul web

Il tempo di ritirarsi da piazza Palazzo di Città, con il solito presidio del lunedì mattina sotto le finestre del Comune, e gli anarchici torinesi rispondono sul web alla minaccia di una chiusura di case occupate e centri sociali. Se il volantino distribuito dai manifestanti, dopo il vertice in prefettura, dava per ormai certo e prossimo lo sgombero dell’asilo occupato di via Alessandria, su Indymedia Piemonte fioccano le minacce. Anche quelle di morte.

Il portale web dell’antagonismo, riprende nel tardo pomeriggio la notizia da un sito anarchico torinese. «Hanno deciso» scrivono. «Vogliono sgomberare tutti i posti occupati torinesi. Lo faranno con gradualità. Lo hanno deciso questa mattina in prefettura dove le istituzioni si son riunite in quello che chiama Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza» continua il comunicato, chiudendo con una minaccia tutt’altro che velata. «Ma le tensioni in città ci saranno! State agitati! Voi ed il Vostro Comitato per la sicurezza!».

Poi le reazioni, i commenti. Se “Veggente”, il primo utente a prendere la parola nel forum di discussione, prevede incidenti, a “Pericolo di morte” basta ripetere il proprio soprannome.
Per “Sole” «a piazzale Loreto c’è ancora posto» scrive facendo riferimento ad Agostino Ghiglia. «È lui, l’uomo politico che sta istigando i politici a far tabula rasa dei posti occupati torinesi - continua -. È lui uno di quelli che festeggiò per la morte di Edo e Sole». Segue un messaggio a Chiamparino. «Stai molto agitato - scrive “Dal tetto” -. Ciao “Caro” ci si becca». E alla città intera. «Se non ci saranno più i posti occupati non ci sarà più Torino». C’è anche chi solidarizza con Askatasuna. «Toccate Aska e creiamo il panico, quello vero. Ci dovete ammazzare per levarci di mezzo, maledetti!».

Un “Sognatore” aggiunge il testo di una ballata. «Torino che brucia. Le strade bloccate. Le banche bruciate. I supermercati presi d’assalto, svuotati senza pagare. Perché è tutto Bella Vita. La polizia che corre, corre, corre ma non ci prende. Non molliamo la guardia. Resistiamo agli sgomberi».

Enrico Romanetto

http://www.cronacaqui.it/news-i-centri-sociali-vanno-sgomberati--loro-mi...

Scuola: riforma Gelmini, occupato primo liceo a Milano

autore: 
dal corriere

MILANO - E' lo scientifico Volta il primo liceo milanese occupato dagli studenti per protesta contro la riforma Gelmini. Una ventina di ragazzi hanno passato la notte all'interno dell'edificio di via Benedetto Marcello. L'occupazione e' ufficialmente cominciata ieri mattina con la votazione degli studenti che a maggioranza hanno detto si' alla protesta. Sulla durata iniziativa i rappresentanti dei ragazzi spiegano che si vedra' giorno per giorno.

Madonnina, tutta una mafia

di Davide Milosa, il manifesto, 29 marzo 2009

Ogni mattina, cascasse il mondo, salgono i pochi gradini del palazzo di
Giustizia di Milano, prendono l'ascensore e si fermano al quarto piano,
quello della Procura. Entrano in uffici che rigurgitano carte,
informative giudiziarie, brogliacci di intercettazioni. Loro annotano,
confrontano, evidenziano, ascoltano. Per tutto il giorno non fanno
altro. Quindi si incontrano. E quando si riuniscono sono sempre in tre.
Fanno gruppo. Sono il nuovo pool antimafia della procura di Milano. Sono
i sostituti procuratori Ilda Boccassini, Alessandra Dolci e Mario
Venditti. Una novità assoluta non ancora formalizzata ma che funziona a
pieno regime già da qualche mese. Il pool oggi è la dimostrazione di
quanto sia grave l'infiltrazione mafiosa in Lombardia. Un'infiltrazione
guidata e programmata dall'alto di una cupola che ha nel clan calabrese
Barbaro-Papalia il suo vertice assoluto.

Milano come Palermo, dunque. E come in Sicilia anche qui la battaglia è
chiara, aperta, dichiarata: da un lato questi tre magistrati, dall'altro
un esercito di uomini d'onore pronti a tutto. Perché all'ombra del Duomo
la mafia esiste. C'è e si vede. Addirittura si sente. Quando uccide ad
esempio: tre morti in appena tre mesi, da marzo a settembre 2008. Tre
boss freddati in luoghi pubblici. Come a Platì o a Gela o a Casal di
Principe. A Milano la mafia fa rumore quando spara nei cantieri che sono
"roba loro", tanto sicuri da usarli per testare le armi. Capita ad
Assago alle ex Cartiere Binda. Capita troppo spesso, solo che qui fino
ad oggi tutto è scivolato via in nome di una strana idea di pulizia
morale tanto dannosa quanto colpevole. «La mafia a Milano non esiste. La
Piovra è soltanto una favola raccontata in televisione, questa città è
sana e pulita». Lo disse negli anni Ottanta un sindaco socialista. Non
era vero allora, non lo è soprattutto oggi con gli uomini della
'ndrangheta e di Cosa nostra che si spartiscono droga, appalti,
ristoranti, discoteche.

Gli affari sono tanti e quando qualcosa non va, ci sono picciotti dal
grilletto facile da reclutare nelle periferie di Quarto Oggiaro, della
Barona, di Baggio, del Corvetto, tutte ottime palestre criminali. Perché
anche a Milano gli imprenditori che non si piegano vengono gambizzati,
mentre chi collabora paga una tangente, anche qui i sindaci onesti
ricevono proiettili in busta chiusa, anche qui capita che dodici camion
per il movimento terra vadano a fuoco in una sola notte, anche qui le
gare d'appalto sono truccate, anche qui le teste di capretto vengono
ritrovate all'alba appese ai cancelli delle case di alcuni industriali.

Fatti del genere se ne contano a decine, ma fino ad ora erano stati
tutti interpretati come episodi scollegati l'uno dall'altro. L'obiettivo
del pool, invece, è quello di mettere assieme le varie piste. Un lavoro
in fondo semplice. È bastato, infatti, analizzare le diverse inchieste
per accorgersi, ad esempio, che il clan Barbaro oltre a gestire in
totale monopolio mafioso il movimento terra nei cantieri di Milano,
aveva in mano anche tutti i lavori della Tav.

Ecco cosa è successo: nello scorso luglio Alessandra Dolci, brillante pm
cresciuta all'ombra di Alberto Nobili, il padre della Nord-Sud,
l'inchiesta che ha svelato vent'anni di mafia in Lombardia, ha arrestato
Salvatore Barbaro, il giovane boss dell'edilizia. Lo stesso che aveva
rapporti stretti con il cugino Pasquale Barbaro, il referente, secondo
Mario Venditti, per i lavori nei cantieri dell'Alta velocità.

Ecco perché ogni giorno i tre magistrati del pool confrontano dati,
sovrappongono fatti, proseguono a cerchi concentrici, svelando a poco a
poco uno scenario criminale senza precedenti. Così dall'Arco della Pace
si passa a Buccinasco e si arriva fino a Monza, da qui alle
infiltrazione nel comune di Desio e poi oltre verso la Brianza. E mentre
le pagine delle informative aumentano, le intercettazioni rivelano
inquietanti dati di fatto. Il più clamoroso: una telefonata in cui due
boss disegnano in diretta la mappa del controllo mafioso in Lombardia.

Così, se in Procura stanno i buoni, là fuori vivono i cattivi, quelli
che il Comune di Milano, tanto impegnato nel combattere rom e
clandestini, dimentica o vuole dimenticare, ad esempio, boicottando la
Commissione antimafia votata dal consiglio. E intanto il direttivo
mafioso progetta nuovi affari. Al vertice, si è detto, il clan
Barbaro-Papalia che ha nel 25enne Domenico Papalia, figlio del superboss
Antonio Papalia, il nuovo referente per il nord Italia. Una carica di
responsabilità. Ma lui, che vive a Buccinasco e che molti chiamano già
don Mico, è uno che sa giocare da golden-boy del crimine. Scrivono gli
investigatori: «Domenico Papalia è in grado di aggregare attorno a sé
gruppi di giovani provenienti da Platì affascinati da facili guadagni
particolarmente attivi e mobili nel traffico di droga». Il giovane boss
in aprile si sposerà a Platì con una Barbaro. Intanto prende decisioni
sui fatti di sangue da compiere a Milano e dirime controversie negli
affari. Così se a Baggio i calabresi Muià hanno problemi con un gruppo
di siciliani, lui interviene, ascolta e poi decide.

Dal canto suo Ilda Boccassini, il magistrato che prima dei processi a
Silvio Berlusconi mise a segno la prima inchiesta di mafia al nord,
subito ribattezzata Duomo connection, seguendo le tracce di Luigi
Bonanno, proconsole milanese dei Lo Piccolo, ha incrociato un noto
imprenditore astigiano legato ai boss e già comparso nell'inchiesta
sulla 'ndrangheta del pm Dolci. Da qui poi è ripartita disegnando la
nuova presenza di Cosa nostra.

Milano, infatti, non è solo la capitale degli affari mafiosi ma è anche
città di latitanti. I boss in fuga all'ombra della Madonnina hanno
appoggi importanti. E così uno come Gianni Nicchi, l'ultimo vero erede
dei Corleonesi, già delfino di Bernardo Provenzano e Nino Rotolo, nel
capoluogo lombardo ha vissuto per mesi senza problemi. Dove? «Girava
voce - racconta il pentito Andrea Bonaccorso - che Nicchi fosse a Milano
protetto da Enrico Di Grusa». Di Grusa è il marito di Loredana Mangano,
la figlia di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore. Non solo, secondo
un altro pentito, assieme alla moglie gestirebbe una serie di
cooperative costituite ad hoc per creare fondi neri utilizzati da Cosa
nostra. Di più: Enrico Di Grusa, secondo i magistrati siciliani
impegnati oggi nel processo al clan Lo Piccolo, «a Milano costituisce
una filiale del mandamento palermitano di Porta Nuova dedita alla tutela
di latitanti». Un nucleo, quello di Di Grusa, che da un lato «beneficia
di amicizie importanti come quella con Marcello Dell'Ultri», vecchio
amico di Vittorio Mangano, e dall'altro aggrega attorno a sé boss di
livello come Sandro Mannino, uomo d'onore di Passo di Rigano che si
incontra con le figlie dell'ex stalliere del presidente del Consiglio.
Su questo lavora oggi il pool di Milano. Tutte vicende che prima si
perdevano in mille rivoli, e che invece oggi compongono un unico romanzo
criminale tutto da leggere.

(31 marzo 2009)

"Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che gli uomini
buoni rinuncino all'azione” - Edmund Burke

GIOVANI, SIMPATICI E MAFIOSI

Mico, Antonio, Salvatore la nuova generazione di boss a Milano
Papalia junior è latitante. Chi passa nella sua zona viene accerchiato
Quella cinquecento pare comparsa dal nulla. Sbucata dal nero della notte di Buccinasco, paese a sud di Milano, terra di imprese e di 'ndrangheta. Un salotto di ville e giardini dove comanda il clan Barbaro-Papalia. E quella macchina? Resta attaccata alla nostra. All'improvviso sbuca una smart con un faro rotto. Supera e ci chiude davanti. Per terza ecco una bmw che si mette di lato, completando il sandwich. Si prosegue così per cento metri poi le macchine si allontanano. E noi con loro, via veloci verso Milano consapevoli di aver rischiato grosso, ma anche di aver documentato in presa diretta cosa significa, qui al nord, il controllo del territorio da parte della mafia.

La scena si svolge in via Vivaldi, stradone silenzioso puntellato da palazzoni rossastri. Un luogo anonimo se non fosse per un particolare: qui vive Domenico Papalia, classe '83, figlio di Antonio Papalia, oggi al 41 bis, negli anni Ottanta referente della 'ndrangheta per il nord Italia. Ora lo scettro del comando è passato nelle mani del giovane Mico. Un ruolo di rispetto che, come si è visto, comporta una buona rete di fiancheggiatori. «Papalia è un tipo tosto - raccontano gli investigatori - non dorme più di tre giorni nello stesso posto, non usa cellulari». Lui la puzza di sbirri ha imparato ad annusarla fin da piccolo. Durante i due anni dell'indagine Parco sud, conclusasi martedì con 15 arresti, il «ragazzino» ha scoperto tre microspie. Nelle carte dell'inchiesta compare anche il suo nome, eppure quando gli uomini della Dia sono andati a bussargli a casa non c'era. Da due giorni il giovane rampollo della 'ndrangheta è latitante. E come lui è sfuggito al blitz un'altro piccolo principe del clan. Quell'Antonio Perre, classe '84, soprannominato Toto u cainu. Fino a tre giorni fa, aveva svolto il ruolo di referente per conto del 35enne Salvatore Barbaro, in carcere dal luglio 2008, ma per anni regista degli interessi mafiosi nell'edilizia milanese.

Papalia, Perre, Barbaro. Eccoli, i volti nuovi della 'ndrangheta a Milano. Volti da bravi ragazzi, cresciuti all'ombra della Madoninna e, a differenza dei padri, perfettamente a loro agio tra i tavolini dei locali più noti di Milano. Domenico Papalia, ad esempio, è solito frequentare il Toqueville di corso Como. Qui, una sera incontra un giovane imprenditore immobiliare. «Sapevo chi era Papalia», dirà. Per questo lo trova «simpatico» e gli presta, a fondo perduto, 40.000 euro. «Non sento Domenico da tre mesi, ma sono sicuro che mi restituirà i soldi».

Ovviamente non si tratta di prestito, ma di una vera regalia, perché il potere per il giovane Mico è un diritto di sangue. Ecco, infatti, come lo descrive Andrea Madaffari, vicepresidente della Kreiamo spa con sede in via Montenapoleone, secondo il gip cassaforte occulta del denaro mafioso. «Quel ragazzino non è un piripicchio qualunque sai chi è suo padre?». E il nome di Antonio Papalia, ritorna in altre intercettazioni del figlio, invitato proprio nella sede della Kreiamo a fare da garante in una disputa con il clan Sergi. «Speriamo - dice - che qua tutta questa situazione la risolviate sennò a me ve lo giuro mi dispiace. L'ho detto anche ad Antonio». Bastano queste parole per dare tono e sostanza al ruolo di Papalia, giovanissimo, eppure ascoltato da tutte le «famiglie», come i potenti Muià-Facchineri, interessate alla golosa torta degli appalti.

«Mo sto tornando con l'assegno», dice invece il giovane Perre a Salvatore Barbaro. Poco prima u Cainu era a colloquio con un imprenditore. «Allora Angelino - aveva detto Perre - lo sai che Salvatore aspetta i soldi, che facciamo con quest'assegno?». A quel punto l'imprenditore era sbottato. «Ve lo sto dicendo, tagliatemi la testa, ma io l'assegno non lo posso fare». Invece lo farà. In questa intercettazione sta la figura di Antonio Perre, prima factotum di Barbaro e poi esecutore degli ordini impartiti dal carcere. Tra i tanti quelli di imporre i camion della 'ndrangheta nei cantieri di Milano. Questi sono i calabresi di Buccinasco. «Gentaglia di merda!», come dice un imprenditore. Gentaglia che comanda grazie a un potere mafioso ai vertici della 'ndrangheta. Il fratello di Domenico, Pasquale Papalia, è sposato con la figlia di Antonio Pelle, principe nero di San Luca, arrestato la scorsa estate dopo 9 anni di latitanza, e morto ieri d'infarto. Un lutto lungo oltre mille chilometri: dall'Aspromonte al Duomo.

Davide Milosa - Il Manifesto - 15nov09

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