di Davide Milosa, il manifesto, 29 marzo 2009
Ogni mattina, cascasse il mondo, salgono i pochi gradini del palazzo di
Giustizia di Milano, prendono l'ascensore e si fermano al quarto piano,
quello della Procura. Entrano in uffici che rigurgitano carte,
informative giudiziarie, brogliacci di intercettazioni. Loro annotano,
confrontano, evidenziano, ascoltano. Per tutto il giorno non fanno
altro. Quindi si incontrano. E quando si riuniscono sono sempre in tre.
Fanno gruppo. Sono il nuovo pool antimafia della procura di Milano. Sono
i sostituti procuratori Ilda Boccassini, Alessandra Dolci e Mario
Venditti. Una novità assoluta non ancora formalizzata ma che funziona a
pieno regime già da qualche mese. Il pool oggi è la dimostrazione di
quanto sia grave l'infiltrazione mafiosa in Lombardia. Un'infiltrazione
guidata e programmata dall'alto di una cupola che ha nel clan calabrese
Barbaro-Papalia il suo vertice assoluto.
Milano come Palermo, dunque. E come in Sicilia anche qui la battaglia è
chiara, aperta, dichiarata: da un lato questi tre magistrati, dall'altro
un esercito di uomini d'onore pronti a tutto. Perché all'ombra del Duomo
la mafia esiste. C'è e si vede. Addirittura si sente. Quando uccide ad
esempio: tre morti in appena tre mesi, da marzo a settembre 2008. Tre
boss freddati in luoghi pubblici. Come a Platì o a Gela o a Casal di
Principe. A Milano la mafia fa rumore quando spara nei cantieri che sono
"roba loro", tanto sicuri da usarli per testare le armi. Capita ad
Assago alle ex Cartiere Binda. Capita troppo spesso, solo che qui fino
ad oggi tutto è scivolato via in nome di una strana idea di pulizia
morale tanto dannosa quanto colpevole. «La mafia a Milano non esiste. La
Piovra è soltanto una favola raccontata in televisione, questa città è
sana e pulita». Lo disse negli anni Ottanta un sindaco socialista. Non
era vero allora, non lo è soprattutto oggi con gli uomini della
'ndrangheta e di Cosa nostra che si spartiscono droga, appalti,
ristoranti, discoteche.
Gli affari sono tanti e quando qualcosa non va, ci sono picciotti dal
grilletto facile da reclutare nelle periferie di Quarto Oggiaro, della
Barona, di Baggio, del Corvetto, tutte ottime palestre criminali. Perché
anche a Milano gli imprenditori che non si piegano vengono gambizzati,
mentre chi collabora paga una tangente, anche qui i sindaci onesti
ricevono proiettili in busta chiusa, anche qui capita che dodici camion
per il movimento terra vadano a fuoco in una sola notte, anche qui le
gare d'appalto sono truccate, anche qui le teste di capretto vengono
ritrovate all'alba appese ai cancelli delle case di alcuni industriali.
Fatti del genere se ne contano a decine, ma fino ad ora erano stati
tutti interpretati come episodi scollegati l'uno dall'altro. L'obiettivo
del pool, invece, è quello di mettere assieme le varie piste. Un lavoro
in fondo semplice. È bastato, infatti, analizzare le diverse inchieste
per accorgersi, ad esempio, che il clan Barbaro oltre a gestire in
totale monopolio mafioso il movimento terra nei cantieri di Milano,
aveva in mano anche tutti i lavori della Tav.
Ecco cosa è successo: nello scorso luglio Alessandra Dolci, brillante pm
cresciuta all'ombra di Alberto Nobili, il padre della Nord-Sud,
l'inchiesta che ha svelato vent'anni di mafia in Lombardia, ha arrestato
Salvatore Barbaro, il giovane boss dell'edilizia. Lo stesso che aveva
rapporti stretti con il cugino Pasquale Barbaro, il referente, secondo
Mario Venditti, per i lavori nei cantieri dell'Alta velocità.
Ecco perché ogni giorno i tre magistrati del pool confrontano dati,
sovrappongono fatti, proseguono a cerchi concentrici, svelando a poco a
poco uno scenario criminale senza precedenti. Così dall'Arco della Pace
si passa a Buccinasco e si arriva fino a Monza, da qui alle
infiltrazione nel comune di Desio e poi oltre verso la Brianza. E mentre
le pagine delle informative aumentano, le intercettazioni rivelano
inquietanti dati di fatto. Il più clamoroso: una telefonata in cui due
boss disegnano in diretta la mappa del controllo mafioso in Lombardia.
Così, se in Procura stanno i buoni, là fuori vivono i cattivi, quelli
che il Comune di Milano, tanto impegnato nel combattere rom e
clandestini, dimentica o vuole dimenticare, ad esempio, boicottando la
Commissione antimafia votata dal consiglio. E intanto il direttivo
mafioso progetta nuovi affari. Al vertice, si è detto, il clan
Barbaro-Papalia che ha nel 25enne Domenico Papalia, figlio del superboss
Antonio Papalia, il nuovo referente per il nord Italia. Una carica di
responsabilità. Ma lui, che vive a Buccinasco e che molti chiamano già
don Mico, è uno che sa giocare da golden-boy del crimine. Scrivono gli
investigatori: «Domenico Papalia è in grado di aggregare attorno a sé
gruppi di giovani provenienti da Platì affascinati da facili guadagni
particolarmente attivi e mobili nel traffico di droga». Il giovane boss
in aprile si sposerà a Platì con una Barbaro. Intanto prende decisioni
sui fatti di sangue da compiere a Milano e dirime controversie negli
affari. Così se a Baggio i calabresi Muià hanno problemi con un gruppo
di siciliani, lui interviene, ascolta e poi decide.
Dal canto suo Ilda Boccassini, il magistrato che prima dei processi a
Silvio Berlusconi mise a segno la prima inchiesta di mafia al nord,
subito ribattezzata Duomo connection, seguendo le tracce di Luigi
Bonanno, proconsole milanese dei Lo Piccolo, ha incrociato un noto
imprenditore astigiano legato ai boss e già comparso nell'inchiesta
sulla 'ndrangheta del pm Dolci. Da qui poi è ripartita disegnando la
nuova presenza di Cosa nostra.
Milano, infatti, non è solo la capitale degli affari mafiosi ma è anche
città di latitanti. I boss in fuga all'ombra della Madonnina hanno
appoggi importanti. E così uno come Gianni Nicchi, l'ultimo vero erede
dei Corleonesi, già delfino di Bernardo Provenzano e Nino Rotolo, nel
capoluogo lombardo ha vissuto per mesi senza problemi. Dove? «Girava
voce - racconta il pentito Andrea Bonaccorso - che Nicchi fosse a Milano
protetto da Enrico Di Grusa». Di Grusa è il marito di Loredana Mangano,
la figlia di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore. Non solo, secondo
un altro pentito, assieme alla moglie gestirebbe una serie di
cooperative costituite ad hoc per creare fondi neri utilizzati da Cosa
nostra. Di più: Enrico Di Grusa, secondo i magistrati siciliani
impegnati oggi nel processo al clan Lo Piccolo, «a Milano costituisce
una filiale del mandamento palermitano di Porta Nuova dedita alla tutela
di latitanti». Un nucleo, quello di Di Grusa, che da un lato «beneficia
di amicizie importanti come quella con Marcello Dell'Ultri», vecchio
amico di Vittorio Mangano, e dall'altro aggrega attorno a sé boss di
livello come Sandro Mannino, uomo d'onore di Passo di Rigano che si
incontra con le figlie dell'ex stalliere del presidente del Consiglio.
Su questo lavora oggi il pool di Milano. Tutte vicende che prima si
perdevano in mille rivoli, e che invece oggi compongono un unico romanzo
criminale tutto da leggere.
(31 marzo 2009)
"Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che gli uomini
buoni rinuncino all'azione” - Edmund Burke